S. Zweig, I miracoli della vita

In nome dell’idea

di Antonio Stanca

zweigSi è tornati a parlare di Stefan Zweig, scrittore austriaco di origine ebrea, a Ottobre del 2015 quando la casa editrice Passigli di Firenze ha pubblicato, nella serie “Le Occasioni”, due suoi racconti nel libro I miracoli della vita, pp.126, €8,50. La traduzione è di Loredana De Campi.

Zweig è nato a Vienna nel 1881 ed è morto suicida, insieme alla seconda moglie, a Petropolis, Rio de Janeiro, nel 1942. Di famiglia agiata Stefan aveva avuto la possibilità di coltivare, raffinare i suoi interessi culturali. Diplomatosi a Vienna, si laureò a Berlino e a poco più di vent’anni cominciò a scrivere. Primi lavori furono traduzioni, in particolare di poeti francesi moderni o a lui contemporanei, poi vennero poesie, novelle, opere teatrali, di saggistica e biografie romanzate. Suoi sono stati anche dei racconti, il romanzo storico Erasmo da Rotterdam (1935) ed infine l’autobiografia Il mondo di ieri, completata l’anno prima della morte.

Con molti generi si è cimentato Zweig fin dall’inizio della sua attività e così avrebbe continuato: studioso è stato oltre che autore. Molto ha viaggiato in quell’Europa dei primi del Novecento, molti intellettuali, artisti ha conosciuto, molti rapporti con loro ha intrattenuto. Era un’epoca pervasa in ogni ambiente culturale da un’idealità, da una spiritualità che voleva andare oltre i limiti della realtà, oltre i confini delle nazioni, che tutte voleva unire nel suo segno. Erano i tempi del Decadentismo, della soggettività assoluta che aveva fatto di quella trascendente la sua dimensione, di quella ideale la sua arte. Si trattò di un fenomeno così sentito, così vissuto, così rappresentato da superare anche i gravi problemi che dalla prima guerra mondiale sarebbero derivati a tanti stati europei. Ma col tempo questa fiammata si andò esaurendo poiché l’affermazione sempre più estesa del nazismo, la realtà di terrore e di morte da esso comportata divennero un dramma dal quale non si poteva prescindere. Fu allora, nel 1935, quando il nazismo si diffuse anche in Austria insieme al suo portato di persecuzioni razziali, che Zweig lasciò Salisburgo, dove risiedeva, per rifugiarsi a Londra ed infine in Sudamerica, a Rio de Janeiro, dove si sarebbe tolto la vita. Egli aveva partecipato di quell’atmosfera di accensione morale, spirituale, l’aveva tanto assorbita da non potersi rassegnare alla sua fine. In nome dei valori dell’idea, della loro altezza, della loro superiorità Zweig era vissuto, aveva viaggiato, aveva operato, aveva scritto e di fronte a quanto li stava offendendo si diede la morte convinto che niente avrebbe potuto riscattarli, in nessun altro modo sarebbe potuto vivere. Questo del grave confronto tra l’ampiezza, la vastità dell’idea che Zweig perseguiva e gli ostacoli, i limiti della realtà che si frapponevano sarà il tema ricorrente dell’intera sua produzione, da quella dello studioso a quella dell’autore, da quella dei primi anni a quella che tra il 1925 e il 1930 lo renderà noto, gli procurerà successo, lo farà tradurre, giungerà agli ultimi tempi.

Anche nei due racconti della recente raccolta, che risalgono al 1904, si assiste ad un confronto, ad un conflitto tra le forze dell’idea, della sua purezza, della sua bellezza e quelle della realtà, della sua minaccia, della sua offesa. Nel primo, I miracoli della vita, che dà il titolo all’opera, l’ambientazione risale alle Fiandre del secondo Cinquecento, dove imperversano le guerre di religione tra cristiani e protestanti, tra spagnoli cattolici, che di quei luoghi sono sovrani, e abitanti luterani. Qui la giovane ebrea Esther che da bambina è sfuggita ad un primo pericolo, che è stata adottata da un oste di Anversa, che si è liberata molto lentamente dallo stato di isolamento, di paura nel quale era precipitata, che lo ha fatto grazie agli incontri, ai dialoghi con un pittore che la vuole come modella per un quadro della Madonna, che a questa funzione assolve acquistando sempre più fiducia in sé, sempre più coscienza della propria identità, della propria bellezza e di quella del bambino da tenere in grembo ai fini della raffigurazione, che sicura è ormai diventata di ogni suo pensiero, di ogni sua azione e orgogliosa di essere stata scelta per un compito così importante, per un’immagine così famosa, che di quella vita prima rifiutata ora partecipa in modo eccellente, superbo, da protagonista, quella giovane ebrea vedrà violentata, oltraggiata tanta meraviglia, tanta passione da un gruppo di protestanti infervorati che assaliranno la chiesa cattolica dove si era rifugiata, profaneranno gli altari, sfasceranno ogni arredo sacro, ogni sacra immagine e lei colpiranno, feriranno, uccideranno.

Anche nel secondo racconto, Il pellegrinaggio, l’uomo che nella Palestina, nella Giudea dei tempi di Cristo, si mette in cammino per raggiungere Gerusalemme, dove si trova quel Messia del quale ormai tanto si parla, che tanti miracoli si dice che compia, che di tanto bene, di tanto amore si dice che sia capace, non riuscirà a vederlo né a sentirlo perché crocifisso lo troverà una volta giunto. Neanche il bisogno di bene, di pace di questo pellegrino verrà soddisfatto, anche per lui la realtà sarà grave, funesta. Sembra un destino inevitabile, inalterabile per l’umanità ché identico si mostra pur in tempi diversi, in luoghi diversi, tra persone diverse. Tragica è una simile constatazione e Zweig più volte vi è giunto nelle sue opere, più volte l’ha rilevata perché propria della sua condizione. In questa lo scrittore si sarebbe ritrovato con tanti suoi personaggi. Né lui né loro sarebbero sfuggiti all’assalto dei tempi, alla volgarità degli ambienti, all’inselvatichimento della società. Come l’uomo anche l’autore, come nella vita anche nell’opera Zweig viveva un’altezza che superava ogni bassezza ma che nessuna realtà poteva contenere.

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