P.M. Rocco, I Canti

“I Canti” di Paolo Maria Rocco
Introduzione di Al J. Moran
Immagine di copertina “Babele” (penna biro, carboncino pennarello) del pittore Luciano Bacchiocchi
Ed. BastogiLibri – La Ricerca Poetica – Roma
ISBN 978-88-98457-85-4

“I CANTI”: L’ORFISMO E IL PENSIERO POETANTE NELL’OPERA POETICA D’ESORDIO DI PAOLO MARIA ROCCO. PRESENTAZIONE NEL CENTRO STUDI MARIO LUZI DI MONTEMAGGIORE AL METAURO IL 17 APRILE 2016 ORE 17.30

di Gemma Natali

roccoParlare di Poesia deve far riflettere. È dovuto alla Poesia uno spazio esclusivo. Al cospetto della Poesia si é, volendo usare questa immagine, come di fronte a un quadro: lo osserviamo in silenzio, studiandone –leggendone- il linguaggio, i segni, le forme, il significato, consapevoli del fatto che non ci troviamo, però, all’interno di un museo ma nel farsi vivo delle cose. Ma non è sempre così. A volte, infatti, leggendo recensioni e interventi critici ho la sensazione che il disporsi davanti a un’opera in versi cercando di capire perché si tratti di Poesia e non di altro manchi l’obiettivo: struttura e contenuto del testo poetico scivolano via, essendo spesso irriconoscibili e inducendo così il lettore ad un approccio degenerato come si fosse in procinto di scegliere, da una bancarella in un mercato all’aperto, il ‘pezzo’ tra i tanti altri variopinti e di fogge molteplici. Un prodotto, quindi, di dubbio valore e che non duri più di mezza stagione. Possiamo dire così oggi del destino della Poesia? Azzardiamo che sia proprio così, anche se non tutti saranno d’accordo, restii a fare –come invece si dovrebbe- i conti con la sovrabbondanza di mercanzia a disposizione grazie alla compiacenza di un mercato che alimenta sogni quasi sempre irrealizzabili. Quando poi l’esemplare pregiato emerge, ad una attenta analisi del caso ci si accorge che ciò discende dall’attribuzione dell’autore in una corrente, in una ‘scuola’, in un cenacolo: quanto basta per il ‘passi’ agognato verso l’universo delle lettere. È ben vero, devo aggiungere, che all’interno di questo panorama vi sono poeti, anche in Italia, che raggiungono risultati sicuramente interessanti, fondati non sul vanto di un’amicizia o di una consociazione ma su un lavoro solitario nella poesia di tutto rispetto e di qualità… ma sono pochi e spesso, purtroppo, non ben valorizzati. Il fatto è che da un certo periodo –si parla di decenni, a ritroso- è emersa l’idea che chiunque potesse ‘fare’ poesia. E che, poi, il ‘chiunque’ fosse sprovvisto anche della tecnica non è sembrato un danno: così oggi mi sembra ancora attuale quanto suggeriva quasi dieci anni fa Alfonso Berardinelli, studioso e critico letterario tra i più competenti ed efficaci: «… una poesia fatta da tutti riduce la poesia all’insignificanza (…). Già Orazio lamentava che i poeti fossero innumerevoli. Quevedo scriveva che ‘Dio aveva mandato un’epidemia di poeti in Spagna per punirci dei nostri peccati’. Due secoli dopo Pietro Giordani si lamentava con Leopardi che ormai chiunque sapesse leggere e scrivere si riteneva in grado di impugnare carta e penna e gettar giù versi a profusione; Osip Mandel’stǎm constatava con scoramento l’esistenza di un esercito di poeti che aveva invaso la Mosca rivoluzionaria; Montale scrisse che se Guglielmo Giannini invece di fondare il movimento dell’Uomo Qualunque avesse fondato il partito del Poeta Qualunque, con obbligo dello Stato di stampare a proprie spese i versi di ogni cittadino, avrebbe mandato almeno un centinaio di deputati in Parlamento (…)». E non è un caso, ricorda Belardinelli citando Carrera, se «dopo la rivoluzione sandinista in Nicaragua, per testimonianza di chi c’era, mentre il paese aveva disperato bisogno di ingegneri, capimastri e idraulici, ogni volta che si annunciava una lettura pubblica centinaia di aspiranti poeti si mettevano in fila dal mattino determinatissimi a leggere le loro invettive contro los gringos mentre intorno non c’era una strada che non fosse piena di buche». Ma si può forse impedire che chiunque scriva poesie? No, certo. Non si può e neanche sarebbe giusto. Si potrebbe, però, e si dovrebbe, lanciare un appello quando prendiamo atto, anche con Belardinelli, che gli esiti sono, generalmente, poco incoraggianti: meglio sarebbe guardare dentro se stessi e convincersi che la Poesia prima di scriverla ha bisogno di una lunga e profonda dedizione e disciplina affinché si possano comprendere innanzitutto le ragioni della sua esistenza. Ora sono anche di queste dedizione e disciplina che, osservo, ci dicono le poesie di Paolo Maria Rocco, un esordiente (nella letteratura in versi; nella narrativa è già autore del bel romanzo “Virginia, o: Que puis-je faire?”) che merita l’appellativo di valore: una voce che si distingue, capace di farlo non godendo di appartenenze a ‘scuole’ o correnti poetiche. Le sue qualità le rileviamo non solo nei contenuti delle sue poesie ma anche nell’acquisizione di uno stile personalissimo che funziona come la carta d’identità di una esperienza che traccia una strada possibile e originale nella formulazione di un pensiero poetico nuovo e suggestivo, come rivelano le pagine introduttive al libro “I Canti”: «Ora una poesia nuova induce ad ammettere che c’è un tempo ancora per la poesia dell’opposizione aperta e dichiarata al mondo. La lettura dei Canti di Paolo Maria Rocco mostra che nel mondo il pensiero poetante risorge come poesia della fine di un mondo (…). La poesia dei Canti si fa avanti nell’assenza di grandi narrazioni o nella inerte presenza della ridotta ad esse garantita nei libri. E per contestare lo stato presente delle cose reinventa una ideologia con cui misurarsi, e lo fa senza rinunciare alla mise en abȋme, antidoto, forse il solo, alle rigidità dell’economia politica del segno e della comunicazione. (…) Infine offre (questa poesia, ndr) un fronte di lotta come una linea di resilienza». Pensiero poetante, mise en abȋme, resilienza, le cifre, alcune, dell’estetica di Paolo Maria Rocco. E vede bene Moran quando indica che in essa esercita un ruolo primario l’orfismo: è proprio questo il nucleo intorno al quale si sviluppano i versi dell’autore, in un percorso iniziatico quindi rivelatore della possibilità data all’elemento umano di riscattarsi da una situazione esistenziale che ne mortifica le qualità quando riconosca in sé la memoria della componente luminosa, dionisiaca, generata da una colpa (nel mito i Titani che si cibano del corpo di Dioniso-Zagreo il cui cuore verrà poi mangiato dal padre Zeus che incenerisce i Titani dalla cui materia fuligginosa nasce il genere umano): «Chi scrive poesie è teso a ridestare l’armonia, e il senso del sacro e della libertà, traendo dalla lingua significati che la eccedono, in una effusione e dispersione di energia pari solo all’incapacità dell’uomo di armonizzare le forze della sua anima (…) Poesia oppone ad un contesto disumanamente umano le intuizioni dei poeti intorno alla vita, all’arte, alla bellezza, alla coscienza». Per tutto questo è motivo centrale nei Canti –ci avverte Moran- il carattere visionario dell’esperienza al quale non ci sono alternative perché «la visione è un turbine che trascina via (…), si tratta, piuttosto, di ricostruire il mondo, pezzo per pezzo, a cominciare dalle stanze, dalle case, dai tetti e dai muri perché ci si possa tornare a vivere. È così che la poesia orfica si ripensa in una dimensione vasta di umanità e nella inedita congiunzione che il pensiero poetante opera tra l’esclusività dell’esperienza iniziatica e la generalità dei diritti umani». In questo senso va letto, quindi, il richiamo all’ “intermondo” di Holderlin, nello spazio tra le dimensioni del divino e dell’umanità, dove si trova il poeta: la Poesia, ci dicono i versi di Paolo Maria Rocco, chiama in causa e attinge alla verità depositata nelle informazioni e nella storia che l’anima raccoglie in forma inconscia: una verità che percepiamo in noi durevole oltre noi stessi. Ma come si può riconoscere in noi il Sacro? Solo quando le idee eterne, dormienti in ciascuno si disvelino tornando a vivere in forme intuitive, restituendo a noi, insieme alla conoscenza di un patrimonio di verità, la nostra sacralità nella Poesia.

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