Dall’adultità dei genitori all’adolescenza dei figli

Dall’adultità dei genitori all’adolescenza dei figli

di Margherita Marzario

Abstract: L’Autrice ci racconta la ricchezza del rapporto tra genitori e figli, illustrandone le implicazioni e le dinamiche nel momento assai particolare in cui la maturità dei genitori si sperimenta e si confronta con l’adolescenza dei figli

 

Negli anni ’60 la psicologa Angiola Massucco Costa scriveva sull’adolescenza: “Fase di sviluppo che si estende fra i 13 e i 21 anni in media per le ragazze, e i 15 e i 21 per i ragazzi. Ha inizio con la pubertà o maturazione sessuale, ma continua parecchi anni dopo. È caratterizzata da comportamenti emotivi, sociali, intellettuali, quali irrequietezza, interessi eterosessuali, crisi religiose e morali, vivo sentimento personale, affermazione delle proprie tendenze, distacco dalla famiglia, ambizioni, spirito di riforma sociale, interesse per la cultura, scelta della professione, ecc. Può essere più o meno complicata e prolungata da pressioni familiari e sociali”. Negli anni duemila, invece, l’adolescenza è diventata sfumata e indefinibile anche perché tale è diventata la genitorialità. Sostenendo la genitorialità in questa particolare fase della vita dei figli si sostiene anche l’adolescenza affinché sia tale.

Innanzitutto bisogna evitare le prese di posizione, gli atteggiamenti bruschi. Lo psicologo e psicoterapeuta Fabrizio Fantoni scrive: “Spesso gli interventi contenitivi peggiorano la situazione. Occorre pensare ad atteggiamenti condivisi con il ragazzo, oltre che con il papà. Chiedendo all’adolescente di prendere le distanze, anche fisiche, magari uscendo di casa per far sbollire la rabbia. Oppure può essere l’adulto ad allontanarsi, in modo che l’adolescente sia messo di fronte alla propria responsabilità verso sé stesso e verso le cose. E se l’adolescente manca di rispetto al genitore, è necessario mostrare il nostro dispiacere con distacco, magari per qualche giorno, anche quando si siano accettate le scuse. Quando poi il ragazzo è tranquillo, è bene aiutarlo a riflettere sulle sue emozioni, perché capisca quale di esse è così intollerabile da provocare reazioni simili”. L’art. 1 della L. 4 maggio 1983 n. 184 “Diritto del minore ad una famiglia” è una delle prime disposizioni dell’ordinamento giuridico italiano in cui si parla di “diritto di crescere” e l’adolescenza è proprio il momento della crescita, il taglio definitivo del cordone ombelicale in cui gioca un ruolo rilevante il padre. La legge 184/1983 offre spunti alla genitorialità in generale, a cominciare dal dover considerare i figli dati in affidamento o adozione dalla vita e ciò emerge in maniera preponderante durante la loro adolescenza. I figli non vanno contenuti, ma abbracciati perché, prima o poi, l’abbraccio si apre per lasciare libera la persona di andare lungo la propria strada. I bambini non hanno bisogno tanto di educazione all’affettività quanto di esempio e coerenza. Essi hanno chiaro il linguaggio dell’amore, sono gli adulti che glielo rendono confusionario e torbido. La concordanza tra labbra, coscienza e cuore fanno dell’uomo la sua coerenza, la sua bellezza, la sua grandezza: in primis i genitori. I giovani di oggi, come quelli di ogni tempo, hanno tutti delle capacità (da “contenere”): qualità, quantità e modalità di sviluppo ed espressione dipendono in gran parte dagli adulti.

Il dott. Fantoni aggiunge: “Così il ragazzo scarica queste emozioni che non riesce più a pensare, trasformandole in azioni aggressive verso gli oggetti. Il suo nuovo corpo, più prestante, amplifica la portata di questi tsunami emotivi. Come se mettesse in guardia gli altri, e sé stesso, nei confronti del suo potenziale distruttivo. Occorre armarsi di molta pazienza. L’intervento educativo del genitore, anche se non ha risultati immediati, favorisce l’instaurarsi di modalità più controllate, meno agite e più pensate. Si può cercare di prevenire queste eruzioni, aiutando il ragazzo a riconoscerle in anticipo ed evitando che si raggiunga il livello di esplosione. Quando invece ciò avviene, non credo serva a molto frenarlo a ogni costo”. Prima di arrivare all’esplosione o all’implosione dell’età adolescenziale, all’isolamento e allo smarrimento di questa fase, sarebbe bene fornire al bambino tutti i mezzi adeguati (e non qualsiasi) di espressione ed espressività (una sorta di arteterapia preventiva). “Gli Stati parti devono rispettare e promuovere il diritto del fanciullo a partecipare pienamente alla vita culturale ed artistica ed incoraggiano l’organizzazione di adeguate attività di natura ricreativa artistica e culturale in condizioni di uguaglianza” (art. 31 par. 2 Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia). Gli Stati e, pertanto, tutti quelli che hanno ruoli di responsabilità devono riprendere coscienza di ciò per evitare i costi economici e sociali delle tante perdite esistenziali o fisiche di adolescenti.

Il dott. Fantoni soggiunge: “Che cosa possono fare i genitori? Prima di tutto considerare i videogiochi come forme di espressione della vita interiore del ragazzo. Ci si lamenta che molti parlano poco o per niente, ma per conoscere un adolescente bisogna guardarlo in azione nelle sue attività. Osservare le sembianze che egli assume nella finzione del gioco, per capire quali volti dell’adolescente esso incarna, per coglierne aspettative, desideri, timori, mancanze. Aprire una comunicazione partecipe sulle avventure, sulle prodezze, sulle vittorie o sulle sconfitte che incontra. Solo così si possono stabilire regoli comuni e condivise di utilizzo”. Condividere, conversare, comunicare e non comandare, per entrare in sintonia con i figli, soprattutto nell’età adolescenziale. Orientare e consigliare (anche nell’uso dei videogiochi o altre tecnologie), come si legge nell’art. 5 della Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia.

Il dott. Fantoni precisa: “Occorre che le relazioni affettive siano lasciate all’iniziativa dei ragazzi, e non alle nostre, che confondono le acque e diventano intrusioni in cui forse proiettiamo sull’adolescenza dei figli desideri e mancate soddisfazioni di quando avevamo la loro età. Stiamone fuori, osserviamo senza facilitare troppo, evitiamo giudizi, sia positivi sia negativi verso le persone che i nostri figli scelgono. Interveniamo piuttosto solo per segnalare che ogni relazione implica un’assunzione di responsabilità verso sé stessi e verso gli altri e quando pensiamo che questo atteggiamento responsabile venga meno”. “Nessuno potrà essere sottoposto a interferenze arbitrarie nella vita privata, la famiglia, il domicilio, la corrispondenza, né a lesioni dell’onore e della reputazione” (art. 12 Dichiarazione Universale dei Diritti Umani). Si ha diritto alla propria vita privata indipendentemente dall’età, anzi si deve essere educati sin da piccoli a viverla bene nel rispetto di sé e degli altri.

Anche lo psicoterapeuta danese Jesper Juul afferma: “L’adolescenza di un figlio destabilizza, inquieta, provoca. E spesso trova i genitori impreparati. L’adolescenza non è una malattia e anziché sfuriate, minacce, pretese di obbedienza e punizioni si può – anzi si deve – usare sempre e comunque l’arte del dialogo con i propri figli. La chiarezza e la sincerità, insieme al tentativo di comprendere il punto di vista dell’altro, servono più di mille sgridate”[1]. Nel dialogo si trova sempre la soluzione e gli adolescenti, anche se inesperti di vita, sono traboccanti di vitalità che bisogna consentire loro di esprimere con l’esplosione tipica di quest’età e non reprimerla nell’implosione cui si assiste sempre più tristemente. Il legislatore della riforma del diritto di famiglia del 1975 era stato lungimirante prevedendo il coinvolgimento dei figli adolescenti nelle questioni di famiglia, ma purtroppo ciò è rimasto disatteso: “In caso di disaccordo ciascuno dei coniugi può chiedere, senza formalità, l’intervento del giudice il quale, sentite le opinioni espresse dai coniugi e, per quanto opportuno, dai figli conviventi che abbiano compiuto il sedicesimo anno, tenta di raggiungere una soluzione concordata” (art. 145 comma 1 cod. civ.). Il dialogo è un’arte rilevante da praticare con i propri figli, indipendentemente dall’età. L’arte è qualcosa che si coltiva, si affina nel tempo e che non si può improvvisare solo quando necessario.

Con gli adolescenti si può e si deve dialogare su tutto e con un linguaggio opportuno affinché quelle che sono le criticità adolescenziali non diventino patologia o altro. “Non aver mai vegliato un cadavere è una metafora di come la società del narcisismo abbia relegato nella rimozione educativa e culturale la malattia e la morte, rendendo osceno e inaccessibile il discorso sulla morte e sulle fantasie suicidali” (dal libro “Uccidersi. Il tentativo di suicidio in adolescenza” di Gustavo Pietropolli Charmet e Antonio Piotti). È necessario ed urgente preparare le nuove generazioni alla morte, come parte della vita e non come negazione della vita. “[…] occorre preparare appieno il fanciullo ad avere una vita individuale nella società, ed allevarlo nello spirito degli ideali” (dal Preambolo della Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia). “Appieno” comprende tutti gli aspetti della vita: gli adulti, quindi, coltivino la biofilia (amore per la vita) e non la necrofilia (amore per la morte, per cose morte come soldi, case, vestiti o altro).

Come ricorda lo scrittore Erri De Luca: “Ho lasciato da ragazzo la casa dei genitori. Mi staccai dalla città di origine, dall’avvenire apparecchiato. Partii a mosca cieca, biglietto di semplice andata. Scesi dal treno in un’altra città, cercai di dormire presso affittacamere intorno alla stazione, feci per campare il fattorino. Sperimentai la libertà, che non è un elenco di diritti da godere, ma uno sbaraglio. Se non è spesso un deserto, non è libertà”[2]. Ogni ragazzo va edotto e condotto, non indotto, a intraprendere la propria strada in cui sperimentare la sua vita (e non quella designata o disegnata da altri) e la libertà, che è ciò che piace, aggrada, si vuole (è questo il significato etimologico), ma fa provare anche quello che non piace, frustrazioni, fallimenti, scossoni, comunque emozioni attraverso cui si conosce e ci si conosce.

A proposito del lasciar cercare, trovare e provare la strada tra la libertà (ciò che si vuole fare) e la liceità (ciò che è permesso fare), bisogna tener conto della presenza assorbente della tecnologia nella vita dei ragazzi, nativi digitali: “I nuovi media fanno parte del nostro ambiente quotidiano di vita e, soprattutto, di quello dei bambini e dei ragazzi: fare come se le nuove tecnologie non esistessero non rispetta la loro essenza sociale ed è sbagliato. Tra l’altro sappiamo che ciò che è proibito o vietato rischia di attirare ancora di più l’attenzione, favorendo, in questo caso, un uso nascosto e senza regole. Vanno piuttosto integrati nell’educazione famigliare e gestiti con responsabilità, non sottovalutandone i rischi ma anche valorizzando le potenzialità” (Marco Deriu, esperto di media education). Si parla di “domestication”, cioè quell’insieme di processi attraverso cui la famiglia può “addomesticare” i nuovi media, un po’ come si fa con gli animali. Tramite questa attività le tecnologie vengono integrate nelle abitudini quotidiane del nucleo familiare, con un processo che avviene soprattutto a livello simbolico fra le mura di casa ma che è un ponte con la dimensione pubblica della famiglia (l’esperta di dinamiche familiari e media Maria Filomia). In famiglia i media non devono divenire oggetto di delega educativa, isolamento o dipendenza, ma mezzo di condivisione, emozione, comunicazione, anche per consentire ai genitori di conoscere meglio i figli, le loro capacità, inclinazioni naturali e aspirazioni (mutuando le espressioni dell’art. 147 cod. civ.). Esemplare il caso, a Lecce (inizi 2016), di un padre che, da lavoratore dipendente, si è rinnovato professionalmente diventando imprenditore e dando vita ad una startup informatica col figlio adolescente studente liceale coniugando la sua esperienza e competenza di analisi e programmazione con la duttilità e la dimestichezza dei social network e dei più innovativi sistemi di comunicazione del ragazzo. L’adolescenza stessa è una startup, letteralmente “avvio, lancio”, tecnicamente “fase iniziale di avvio delle attività di una nuova impresa” e, per questo, ha bisogno del credito, della fiducia, dell’investimento da parte degli adulti.

Si possono desumere indicazioni per i genitori da un’attenta lettura degli articoli novellati del codice civile (per mezzo della legge 10 dicembre 2012 n. 219 “Disposizioni in materia di riconoscimento dei figli naturali” e successivo decreto legislativo 28 dicembre 2013 n. 154), precisamente dagli artt. 147 “Doveri verso i figli” e 315 bis comma 1 “Diritti e doveri del figlio”, in cui i verbi “mantenere, istruire, educare e assistere” tracciano le tappe del percorso della relazione genitori-figli e in particolare l’assistenza morale è il supporto da dare agli adolescenti: assistere (letteralmente “stare presso, avanti”) significa anche ascoltare il silenzio e in silenzio e intervenire quando necessario. Ancor più emblematico è il contenuto dell’art. 315 bis comma 2 cod. civ. (che richiama l’art. 1 della legge 184/1983): “Il figlio ha diritto di crescere in famiglia e di mantenere rapporti significativi con i parenti”. Disposizione che non si riferisce solo ai diritti relazionali del figlio in caso di separazione/divorzio dei genitori, ma anche all’esigenza di costruire, lungo la sua infanzia, relazioni che rappresentino segni, pietre miliari durante la sua crescita, cui far riferimento, cui far ritorno. Necessità e obbligo dell’essere esempio da parte dei genitori e delle altre figure adulte che hanno responsabilità e cura dei bambini affinché siano, poi, veramente adolescenti vivendo la “loro” adolescenza (che non rilevi e non si riveli, invece, l’adultescenza degli apparenti adulti, la cosiddetta “sindrome di Peter Pan”).

Per i genitori di figli adolescenti non occorre un manuale, ma la capacità di discernere quando aprire o chiudere la mano, protendere o ritirare la mano.


 

[1] J. Juul, “Sono grande abbastanza! Stare accanto a un figlio adolescente”, Urra Edizioni 2011

[2] E. De Luca in “Variante di parabola” da “Il più e il meno”, Feltrinelli Editore, Milano, 2015, p. 12

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