Lavorare manca

Lavorare manca

di Giovanni Fioravanti

 

Siamo una repubblica fondata sul lavoro, ma pare che proprio questo sia il nostro anello più debole. Nella nostra cultura si mescolano ancora contraddizioni che finisco per impaniarci. Non abbiamo mai considerato il lavoro come nobile; molto più nobili gli “otia studiorum”.

Del resto ci siamo formati all’interno di un sistema di istruzione che anche nominalmente relega il lavoro agli ultimi gradini della scala scolastica. Perché, per retaggio gentiliano e non solo, le scuole che con il lavoro si sporcano le mani da noi sono “tecniche” o “professionali”, le altre che si occupano delle superiori funzioni della mente sono “licei”: luce della scienza e delle arti.

Neppure la sinistra, che storicamente del lavoro ha fatto la sua forza, è riuscita a liberarsi dall’idea del lavoro come condanna biblica da cui affrancarsi. In compenso a liberarci del lavoro sarà la progressiva finanziarizzazione dell’economia, non come conquista sociale, ma come condanna a un’esistenza sempre più triste ed inutile.

In tempi di istruzione permanente, di istruzione per l’intero arco della vita, sarebbe giunta l’ora di rivedere radicalmente il nostro sistema formativo e di ricondurre ad unità, in nome dell’istruzione e del lavoro per tutti, licei, istituti tecnici, istituti professionali e sistema di istruzione e formazione professionale, che resta un ibrido, una sorta di figliastro nelle mani di regioni e enti professionali. Ma guai rivoluzionare il sistema formativo nel nostro paese, perché subito si leverebbero le voci di protesta dei fautori della superiorità dell’istruzione classica da un lato e dall’altro coloro che, di fronte alla contaminazione tra scuola e lavoro, griderebbero contro la precoce professionalizzazione e contro lo sfruttamento dei giovani.

Così nel nostro paese appena il 4% degli studenti studia e lavora, contro l’oltre il 20% della Germania. Il sistema tedesco di alternanza studio-lavoro si chiama Practicum. Scuola e mondo delle imprese si incontrano e s’intrecciano. Gli studenti sono tenuti a svolgere un’attività pratica retribuita durante il liceo o l’università, di conseguenza la disoccupazione giovanile è di poco superiore al 6% contro il nostro 40 e passa.

In genere il Practicum dura otto settimane scaglionate durante l’anno scolastico, al termine viene sostenuto un esame e rilasciato un patentino. L’aver seguito un corso da infermiere durante il liceo fa guadagnare punti e rende possibile l’accesso alla facoltà di medicina anche se a numero chiuso. Altra cosa è la sperimentazione dell’alternanza scuola-lavoro avviata nel nostro paese in attuazione del Jobs act. Sotto questo aspetto ben venga la Buona scuola che ha reso la formazione on the job obbligatoria, anche se con sole 200 ore per i licei contro le 400 per istituti tecnici e professionali.

Far incontrare l’apprendimento d’aula con quello di bottega pare però incontrare degli ostacoli secondo le ultime dichiarazioni del ministro Poletti che accusa alcune scuole e professori di boicottare ciò che con la riforma è divenuto legge. Secondo il ministro i docenti farebbero resistenza, mettendo il compito in classe il giorno dopo le ore di alternanza. È vero che il ministro Poletti sui giovani e la scuola finora ci ha sempre azzeccato poco. Come è altrettanto vero che nelle nostre scuole non manca chi non vede di buon occhio stage ed alternanza scuola-lavoro.

Il progetto a regime coinvolgerà oltre un milione e mezzo di studenti, un impatto notevole su un sistema caratterizzato soprattutto da un tessuto di piccole e medie imprese dove è più difficile accogliere gli studenti e dalle aree del Sud dove le aziende non sono numerose, a questo si deve aggiungere l’organizzazione e la preparazione degli insegnanti tutor, la stipula delle assicurazioni e il registro delle aziende disponibili che ancora non è pronto.

Per il momento i dati a disposizione non sono per nulla promettenti, secondo i numeri forniti dal sondaggio del portale “skuola.net”, solo il 25% degli studenti coinvolti fa esperienza in azienda, mentre oltre il 50% lo stage lo fa per finta a scuola, attraverso la simulazione d’impresa.

Può essere che la nostra scuola non brilli per la capacità di preparare al meglio gli studenti ad entrare nel mondo del lavoro, anche se non è così dappertutto e non mancano progetti di eccellenza.

Il problema vero, considerati i dati che indicano quanto sia faticosa da noi la ripresa economica, è che il nostro sistema di imprese nella maggioranza dei casi non è in grado di aggiornarsi né di aumentare le competenze dei lavoratori. Da un’indagine di AstraRicerche risulta che solo il 33% delle nostre imprese monitora regolarmente le necessità del proprio mercato di riferimento in termini di competenze, mentre il 36% lo fa in modo saltuario.

Già questo rende difficile la diffusione del dialogo tra scuole e aziende che è la condizione preliminare perché l’alternanza tra scuola e lavoro garantisca poi ai nostri giovani un concreto sbocco occupazionale e alle aziende il vantaggio di poter contare su una manodopera qualificata.

L’impressione è che dobbiamo ancora fare i compiti a casa e che li debbano fare soprattutto il sistema scolastico e il sistema dell’imprese.

Intanto è necessario acquisire culturalmente l’importanza dell’intreccio tra formazione scolastica e formazione sul lavoro, coniugare sapere e lavoro come condizione necessaria alla piena espressione e realizzazione di se stessi.

Fare sì che il dialogo tra istituzioni scolastiche e imprese divenga un fatto normale, finisca d’essere guardato con sospetto o per interesse di bottega, ma come imprescindibile nella preparazione dei nostri ragazzi e per lo sviluppo del paese. Che non è cosa di poco conto.

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