A. Santamaria, Dintorni di una donna comune

A. Santamaria, Dintorni di una donna comune
I Libri della Leda, Salerno, 2010

Recensione di Umberto Tenuta

 

Dintorni di una donna comune, ma nulla di comune nei suoi Dintorni. Questo gioco di parole racchiude l’essenza di questo libro che verrebbe “quasi da di¬vorare” dopo averlo iniziato a leggere. Un capitolo “tira l’altro fino a saziarsi” per questa storia dove la protagonista, ogni volta che sembra raggiungere una sua stabi1ità, non fa altro che aggiun¬gere invece un infinito tassello alla sua storia, ricevendo costantemente una “scossa di vita” che la conduce in emi¬sferi diversi, a conoscere ed a vivere situazioni e personaggi a loro modo fortemente carismatici.
Eppure doveva essere una vita di una donna comune …
Umberto Flauto
(DALLA QUARTA DI COPERTINA)

 

Dintorni di una donna comune, ma nulla di comune nei suoi Dintorni, scrive il critico Umberto Flauto.
E così è!
Non c’è nulla di comune, anzi tutto è straordinario.
Più che straordinario, affascinante, coinvolgente, eccezionale!
Comincia la storia di Lidia, bambina che non rifiuta di esserlo, ma pretende anche quello che appartiene, come un sopruso, solo ai bambini.
E, soprattutto, bambina che non accetta la mediocrità, ma vuole ad ogni costo eccellere.
Ed eccelle, sempre, ma soprattutto quando, diventata adulta, sente di non sapere accettare di essere sopraffatta dall’altro, e fa la sua scelta, che il romanzo non dice se altre scelte l’hanno seguita o la seguiranno.
La sua scelta è quella di non essere una donna comune, malgrado il titolo.
E non lo è, questo è certo, come emerge in forma straordinaria dalla seconda parte del romanzo, in Bolivia.
Là rimane la sola protagonista, eccezionale nella sua profonda umanità di donna che non accetta nessuna ingiustizia e, nello stesso tempo, esprime, come meglio non avrebbe potuto fare, la sua profonda umanità e soprattutto tutte le sue eccezionali doti.
Innanzitutto, si rivela scrittrice di altissimo livello nella descrizione senza paragoni dei singolari paesaggi naturali, ma soprattutto dell’ambiente umano: se vuoi conoscere la Bolivia in tutte le sue dimensioni, le pagine di Lidia ti bastano!
Nessuna cinepresa potrebbe darti di più, seppure in pochissime ed efficacissime pennellate. Non si dilunga nelle descrizioni della condizione umana e di quella di un ambiente naturale ed umano così diverso dal nostro, ma anche così simile. Eppure non è una sociologa né una storica, anche se scava nel profondo della cultura indigena di un popolo che creò una cultura eccelsa di cui restano solo, lievi, le impronte, che Lidia evidenzia, porta in primo piano.
Non è una scrittrice, ma una pittrice: tu vedi quello che ella, con poche pennellate, descrive in modo straordinario!
Vorresti approfondire, sapere di più, ma la scrittrice ti offre solo poche parole che affondano nella profondità di una storia di sopraffazioni senza limiti, anche se non sono riuscite a cancellare del tutto quella cultura, diversa, ma umana, come e forse più della nostra.
Descrive la grandezza antica e la miseria attuale di un popolo utilizzando solo pochi personaggi.
Quello più utilizzato è Juanita, la sua empleada, la sua cameriera, una donna tuttofare, che libera Lidia  e le consente finanche di andare a insegnare in un’istituzione educativa.
Juanita è il tramite tra Lidia e quel mondo così lontano, nelle formalità, dal nostro mondo, ma in fondo tanto simile.
E qui vien fuori la grandezza di Lidia, di quella bambina che da piccola non accettava discriminazioni, e continua a non accettarle, rivelando la sua personalità grandiosa, grandiosa nell’amore degli umiliati, degli oppressi, di coloro che soffrono ogni vessazione.
E, come se non bastasse, interviene Lisette, abbandonata dalla madre, moglie del figlio di Juanita che viene portata furtivamente nella casa di Lidia.
Forse, quei dintorni ora svaniscono del tutto: senza sostegno reale del marito, Lidia si fa madre di Lisette.
Provvede a tutto lei: la bambina abbandonata da una madre snaturata ha trovato una madre amorevole, tanto amorevole che se la vuole adottare.
Ma non può.
Anche lei ha i suoi problemi che la riportano in Italia,  sola, coi suoi figli, ma non vinta.
Una donna non comune.
Una donna da conoscere nella sua immensa umanità.
Anche lei, come me, non parla mai di una religione, ma non posso chiudere tacendo che la sua è la mia umanità, quella che io riassumo, nel deismo rousseiano, in una delle affermazioni che, da uomo di scuola, faccio mie: “ama il prossimo tuo come te stesso”, tradotte da Kant nell’imperativo categorico: “Fai in modo che la massima della tua condotta possa valere come principio di una legislazione universale”.
Utilizzo queste due frasi nella mia pedagogia quotidiana che vado predicando.
Ora, forse, la “donna comune” acquista significato.
Se una donna comune diventa la protagonista del romanzo “DINTORNI DI UNA DONNA COMUNE” che chiude col verso “giammai col cuore mi arrendo”, ora so che anche il mio sogno di educatore e di uomo può diventare realtà!

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