N. Schingaro, Perché non sono un delinquente. Un’autoetnografia

QUANDO SCUOLE E FAMIGLIE IN SINERGIA “VINCONO” …:
UN’AUTOETNOGRAFIA ‘PARADIGMATICA’

di Carlo De Nitti

E’ un’idea universalmente diffusa tra le persone di scuola – perché sacrosantamente vera – che il proprio lavoro per conseguire risultati efficaci e duraturi nel tempo soltanto se l’opera dell’istituzione scolastica e degli educatori trova sinergico affiancamento in quella delle famiglie dei discenti di qualunque età: dalla scuola dell’infanzia, purtroppo non obbligatoria, alla secondaria superiore, segmento conclusivo dell’istruzione pre-universitaria.
Questo ‘postulato’ vale ancor di più in contesti che si potrebbero definire ‘periferici’, ‘borderline’, ‘a rischio’ nel lessico ministeriale: nelle periferie urbane degradate, come nei centri storici sventrati dalla speculazione edilizia e privati della loro anima ‘popolare’, come nei quartieri in cui il degrado e la violenza sono nelle strade e nelle abitazioni e, pertanto, non possono non entrare nelle aule scolastiche.
Chiunque, come persona di scuola ha operato o operi in contesti quali quelli sommariamente descritti – non può non sapere che determinati meccanismi sono figli di politiche scolastiche e sociali spesso dissennate praticate da molte amministrazioni locali.
Nel volume Perché non sono un delinquente. Un’autoetnografia – appena edito a Bari per i tipi della casa editrice Laterza nella collana “Edizioni della libreria” (pp. XV – 91) – Nicola Schingaro, sociologo e criminologo barese, tematizza la sua ‘storia di vita’ di bambino e di ragazzo nato e vissuto in un quartiere periferico: <<Sono nato e cresciuto in un CEP. Era il quartiere San Paolo, a Nord Ovest di Bari. Non era solo la periferia estrema di una città media dell’Italia meridionale, ma era anche e soprattutto un quartiere povero, un ghetto, uno slum>> (p. X).
Lo fa perché vuole rispondere a <<tre domande cruciali:
(1) In che misura le teorie della devianza e del crimine riescono a spiegare perche non sono un delinquente?
(2) Quali effetti ha prodotto il lungo processo di etichettamento che ho subito sulla mia identità?
(3) Quali suggerimenti può offrire alla politica la mia esperienza di vita?>> (p. XII).
Per conseguire questo obiettivo, Nicola Schingaro utilizza il metodo sociologico dell’autoetnografia, ovvero indaga prima sul suo milieu di appartenenza per poi passare ad indagare, scavando con puntualità, all’interno del suo proprio io. Spiega così la sua indagine: <<Si concentra piuttosto su un modello triadico, ovvero, su di un asse che scorre lungo il continuum ‘cultura-spazio / luogo/identità’, cercando di svelare il processo di produzione dello spazio periferico e di esprimere in tal senso il significato più profondo dello spazio vissuto ed il senso del luogo>> (p. XIV).
L’autoetnografia di Nicola Schingaro, attraverso le quattro ‘scene’ di cui si compone, risponde alle domande iniziali nell’Epilogo che riprende il titolo del volume. Tre sono i capisaldi, che l’Autore inviene nella sua vita, i quali gli hanno consentito di non ‘perdersi’ nei meandri della vita di un quartiere difficile…
La sua famiglia: <<era una famiglia operaia, poteva contare su una fonte di reddito stabile e organizzava quasi ogni cosa in funzione del lavoro […] era figlia della cultura della classe operaia […] riusciva a trasmettere ai figli norme e valori pro-sociali importanti, quali, ad esempio, il rispetto delle regole, il senso di responsabilità e lo spirito di sacrificio. Tutte cose, queste, che allontanano poderosamente dalla devianza>> (p. 72). In un’epoca in cui le famiglie di ogni quartiere sono spesso disgregate e fonte di disagio per i figli, di quante, ahimè, oggi si può dire la stessa cosa?
La scuola: <<mi sono salvato pure grazie alla scuola. Di certo, mi sono salvato perché alla fine su di me hanno avuti più influenza gli insegnanti che credevano nel mio progetto di vita rispetto a quelli che mi etichettavano per la mia provenienza. Ma soprattutto mi sono salvato perché il suo modello non era quello di una scuola-azienda>> (p. 72) Fondamentalissimo il ruolo di docenti ‘bravi’ ed ‘empatici’ ma ancora di più la mission che la società intera affida alla scuola. A chi scrive piace sintetizzarla così: <<[…] rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana […]>>.
La militanza politica: <<mi sono salvato anche grazie al partito, uno dell’estrema sinistra italiana, di massa>> (p. 73): istituzione del ‘900 i partiti di massa svolgevano un ruolo fondamentale nell’educazione alla cittadinanza delle masse spesso estranee alla scuola, ora soppiantato da diverse forme di organizzazione politica.
Riecheggiano – perché vissute in prima persona – nel volume di Schingaro le parole di Giorgio Gaber: <<Sì, qualcuno era comunista perché, con accanto questo slancio, ognuno era come… più di sé stesso. Era come… due persone in una. Da una parte la personale fatica quotidiana e dall’altra il senso di appartenenza a una razza che voleva spiccare il volo per cambiare veramente la vita. No. Niente rimpianti. Forse anche allora molti avevano aperto le ali senza essere capaci di volare…come dei gabbiani ipotetici. E ora? Anche ora ci si sente come in due. Da una parte l’uomo inserito che attraversa ossequiosamente lo squallore della propria sopravvivenza quotidiana e dall’altra il gabbiano senza più neanche l’intenzione del volo perché ormai il sogno si è rattrappito. Due miserie in un corpo solo>>. Ed ora per le ragazze ed i ragazzi di questo inizio di millennio? << […] questi giovani hanno oggi molte meno chances di potersi salvare. E su questa questione così delicata che la politica deve necessariamente interrogarsi e giungere a soluzioni>> (p. 74). Il futuro di chi vive nelle periferie passa proprio attraverso questa messa al centro della questione da parte della politica e della sua filiazione diretta che è l’Amministrazione locale.
All’autore di queste righe, da uomo di scuola quale si onora di essere, interessa sottolineare l’efficacia del connubio scuola / famiglia per la massimizzazione dell’efficacia dell’azione educativa sui minori. Una scuola che non sia collegata con le famiglie e con le altre agenzie educative del territorio perde molte chances di riuscita nella sua mission educativa per combattere per la pro-mozione dei discenti affinchè possano affrancarsi da situazioni di disagio.
Il compito è improbo, ma – nell’epoca in cui viviamo, caratterizzata dall’eclissi della politica e dalla fine della ‘militanza’ in senso novecentesco – per il bene delle future generazioni pascalianamente occorre ‘scommettere’ proprio su questa sinergia…

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