La sera del 3 novembre 1966, a Firenze

La sera del 3 novembre 1966, a Firenze

di Vittorio Zedda

 

Passavo in autostrada in prossimità di Firenze,diretto a Lucca,quella sera. Avevo percorso l’autostrada Bologna – Firenze sotto il più pauroso nubifragio che io a tutt’oggi ricordi . Sul tratto appenninico l’acqua scorreva a fiumi, scendeva limacciosa lungo il pendio dei monti,grondava sull’autostrada e l’attraversava,cadendo a cascata dai viadotti , nel vuoto sottostante. La visibilità era scarsissima più per l’intensità della pioggia che per la fine del giorno. L’asfalto era viscido,scivoloso , percorso da acqua e melma. Su tutta l’autostrada c’erano auto e camion fermi, messi di traverso, persino sullo spartitraffico erboso, che allora c’era, a tratti. Molti si fermavano, evidentemente in preda al panico, non potendo vedere dove andavano a finire, non fidandosi di procedere nell’acqua limacciosa. Io invece non mi fermai. Pensavo : qui chi si ferma è perduto. Dovevo andare avanti, dovevo togliermi da quella situazione. Alla luce dei fari ,stetti alla guida non so quante ore,passando adagio a zig-zag, tra veicoli fermi, sotto il diluvio, col naso incollato al parabrezza cercando di vedere qualcosa. O almeno di indovinare. I raccordi autostradali mi evitarono l’ingresso a Firenze, dove avrei potuto anche fermarmi per una sosta, ma non volevo far stare in ansia chi mi aspettava. All’epoca i telefonini cellulari non esistevano .Arrivai a Lucca, dalle zie preoccupatissime, ad ora tarda, e raccontai. La mattina dopo la radiosveglia mi destò . Trasmetteva un appello : “ Si invita la popolazione a non uscire dalle case. Si stanno organizzando i soccorsi …” Non ci voleva molto a capire cos’era successo. Metà Toscana era sott’acqua e Firenze era stata sconvolta dal fiume in piena. Molte vie di comunicazione erano rimaste interrotte. Dovetti restare a Lucca qualche giorno, prima di rientrare a Milano.Ritornai a Firenze pochi mesi dopo, a Pasqua. Volevo vedere coi miei occhi quel che la televisione in bianco e nero aveva per mesi mostrato. Del rischio che avevo corso mi dimenticai, quando vidi Firenze, com’era.
Ho ritrovato un breve articolo ,scritto e pubblicato 50 anni fa, sulla rivista “L’Educatore italiano” – Fratelli Fabbri Editori, inserto geografico “ Toscana”. Allora scrivevo per il settore scolastico e divulgativo di quella casa editrice.
Rileggendo ora quell’articolo, mi è venuto da pensare ai cosiddetti cambiamenti climatici, che forse non sono cambiamenti,data la loro secolare ricorrenza, ma fenomeni meteorologici ciclici , la cui gravità tende però ad accentuarsi in modo più che preoccupante .Riporto sotto l’articolo.


alluvione_di_firenze_07Alluvioni a Firenze

Firenze : Pasqua 1967. In piazza del Duomo assisto al tradizionale “scoppio del carro”.La “colombina” esce sibilando dal grande portale del Duomo ed il carro è scosso da una serie di esplosioni.
Lo scoppio è andato benone e ciò significa che l’annata sarà buona. Vedo attorno facce allegre e ascolto i commenti della gente : parole piene di speranza,di augurio,battute argute com’é nel costume di questo popolo che non si lascia demoralizzare nemmeno dalle peggiori sciagure. Infatti la città,che sembrava irrimediabilmente devastata dall’alluvione,sta per risorgere. Le strade,le piazze e i palazzi mostrano ancora i segni terribili che l’acqua dell’Arno vi lasciò il 4 novembre scorso,ma l’anima di Firenze , lieta e operosa,non pare scalfita dalla tragedia.
– Che vuole, – mi dice un fiorentino – i fiumi sono come i bambini. Certe volte non sanno trattenersi. – C’è nella sua voce il tono bonario e senza rancore di un padre che giustifica le marachelle del figlio. Lo guardo con ammirazione. Sento una profonda stima per lui e per tutti i suoi concittadini che stanno rimettendo in piedi Firenze.
Ma la tragedia è ancora recente. Giro per le vie,guardo sui muri,macchiati e scrostati dall’acqua,quella striscia nera che segna a lutto tutte le case. Fu la nafta (allora utilizzata per gli impianti di riscaldamento,n.d.a.) a lasciare quel segno; durante l’alluvione,galleggiando,la nafta segnò con un’untuosa linea nera il livello raggiunto dall’acqua. In alcuni punti della città sono già comparse alcune targhette murate sulle case. C’è scritto : “Fin qui l’acqua dell’Arno il 4 novembre 1966”. Ma quella striscia di nafta è più eloquente di qualsiasi targhetta. Con il tempo le facciate di palazzi e monumenti verranno ripulite e le nuove targhette resteranno un ricordo accanto ad altre vecchie iscrizioni di marmo, ferro o pietra che vari secoli fa furono apposte su alcune case di Firenze. Vicino a Santa Croce ce n’è una che dice : “ A dì 13 settembre 1557 arrivò l’acqua d’Arno a quest’altezza”. Sono tre metri e mezzo dal suolo. Il 4 novembre 1966 l’acqua arrivò a metri 4,45. Un anziano signore mi dice :” Da ragazzo non volevo credere a mio nonno quando raccontava che un anno, ai suoi tempi, in via Maggio s’andava in barca”. Allude all’alluvione del 1844, che è poi quella cui si riferiscono le iscrizioni più recenti. Era il 3 novembre di quell’anno. Una coincidenza casuale di date? Non direi. Il 4 novembre 1333, il 15 novembre 1544,il 3 novembre 1579 Firenze finì sott’acqua in maniera più o meno disastrosa. Secondo le cronache , le alluvioni dall’anno 1177 in poi (fino al 1966,n.d.a.) furono 56, delle quali 32 gravi. Quasi tutte in periodo autunnale. Eppure anche il 4 novembre 1966 i fiorentini si sono fatti cogliere di sorpresa : 122 anni erano passati dall’ultima volta che l’Arno s’era messo a correre per le vie della città.

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