Un atto di indirizzo senza direzione

Un atto di indirizzo senza direzione

di Giovanni Fioravanti

 

Sperare che l’atto di indirizzo sulle priorità politiche per il 2017 del MIUR contenesse elementi di ravvedimento forse era troppo. Ma inquieta che si possa continuare a parlare di sistema formativo nel nostro paese senza avere uno sfondo ed un orizzonte di riferimento.

Pare che i tempi in cui si lamentava la distanza della scuola dalla società non siano poi nei fatti mai tramontati. Nell’atto di indirizzo mancano due soggetti che oggi dovrebbero costituire le premesse di ogni discorso sulla formazione e la riforma del nostro sistema di studi, vale a dire l’istruzione permanente e il territorio. Sembrano i convitati di pietra che si ha timore ad evocare, perché se questi non divengono le chiavi di volta della formazione difficilmente si può parlare di riforma del sistema scolastico oggi.

Siamo in Europa e nonostante i documenti, le prese di posizioni dalla Lisbona del 2000 agli obiettivi per il 2020, nel nostro paese non si riesce a fare dell’istruzione permanente l’asse portante intorno al quale rivedere il nostro sistema della formazione. Il Miur la ignora, come ignora l’apporto dell’apprendimento informale e non formale. Pare che il tempo per la nostra scuola si sia fermato, che al di fuori delle aule scolastiche non esista istruzione, formazione, sapere, che quell’immenso bacino di conoscenza che è la rete di internet esista solo se ricondotto nell’alveo degli istituti scolastici attraverso i programmi per il digitale.

Si apprende dalla culla alla tomba, ma con questo non ci si confronta, la realtà dell’apprendimento è solo scolastica, per cui va bene la tradizionale scansione dello studio per classi e per età, per corsi e gradi di studio, tutto il resto non esiste, se esiste continua a non riguardare il nostro sistema scolastico, che è sistema tendenzialmente solitario, a se stante, scuola-centrico.

Ma se non si riconosce che si può apprendere anche al di fuori della scuola, si rischia di sprecare risorse anziché massimizzarle, si rischia di non dare risposte adeguate al disagio che produce i precoci abbandoni scolastici di cui il nostro paese è campione, si continua a lasciare fuori dal circuito scolastico chi vi potrebbe rientrare se vedesse riconosciute in modo compiuto le esperienze di apprendimento non formale e in formale, come l’Europa ci chiede e il nostro paese si era impegnato a fare con la legge Fornero del 2012.

Ma di tutto questo non c’è tratta nell’atto di indirizzo del ministero ricco più di auspici che della capacità di guardarsi intorno, di fare i conti con una realtà che ha profondamento cambiato i modi e i luoghi dell’apprendimento, in cui cultura e saperi sono diffusi come mai nel passato, tanto che l’Unesco ha un sito dedicato alla rete delle learning cities, delle città che apprendono. Con questa realtà di apprendimento diffuso come dialoga la scuola, come cambia se stessa? Non è dato di sapere, perché questa realtà dagli indirizzi ministeriali è semplicemente oscurata.

Dagli indirizzi del Miur sono scomparse anche le scuole aperte, non se ne parla come impegno per il 2017. Eppure quelle scuole aperte offrivano uno spiraglio al territorio, grande escluso di questi indirizzi. Non territorio da usare solamente per le opportunità che offre ma da integrare, nella vecchia idea che ormai pare abbandonata di integrazione scuola-territorio, di cui nessuno ormai parla più.

Se l’istruzione è permanente il territorio è il luogo dove essa abita, perché il territorio è un grande bacino di apprendimenti non formali e informali che chiedono di integrarsi ai curricoli scolastici, che chiedono non solo di essere occasioni, ma anche di essere riconosciuti nel portfolio di ogni alunno, nella somma dei suoi crediti. Ma questa è ancora la scuola del faccio tutto io, tutto deve avvenire all’interno del mio grande corpo per essere riconosciuto, dalle discipline come l’educazione motoria, la musica, l’arte che meglio sarebbero sviluppate se svolte negli spazi ad esse propriamente dedicati sul territorio, dai centri sportivi ai laboratori musicali ed artistici, fino alla educazione alla legalità, alla lotta alle dipendenze dalla droga e dall’alcool e altro ancora.

Se non si mettono insieme istruzione permanente e territorio è assai difficile oggi ripensare la scuola ed ogni sua riforma sarà sempre e solo autoreferenziale, fuori dal tempo. Le scuole aperte saranno tali solo per prolungare la permanenza dei loro alunni negli spazi scolastici, ma non certo per allargarne gli orizzonti, i luoghi dell’apprendimento, del conoscere e del sapere oltre l’angustia delle classi e delle aule scolastiche.

Istruzione permanente e territorio sono sacrificati al grande Moloch che è il nostro sistema scolastico, ipertrofico e invecchiato, fagocitato dal cortocircuito del reclutamento del suo personale. Una scuola che al di là dell’intenzioni resta culturalmente chiusa al nuovo che si agita intorno e che i responsabili politici per primi continuano a non saper vedere.