M. Mazzantini, Mare al mattino

Tra Italia e Libia

di Antonio Stanca

Nata a Dublino nel 1961 dallo scrittore Carlo Mazzantini e dalla pittrice irlandese Anne Donnelly, Margaret Mazzantini si trasferisce ancora bambina con la famiglia a Tivoli e a diciannove anni si diploma presso l’Accademia di Arte Drammatica. Agli anni ’80 risale l’inizio della sua attività di attrice prima nel teatro, poi nel cinema e nella televisione. Soprattutto come scrittrice è, però, conosciuta anche se alla narrativa la Mazzantini è giunta nel 1994, quando aveva trentatrè anni. Pubblicò allora il primo romanzo, Il catino di zinco. Nel 2002, con Non ti muovere, vinse il Premio Strega e saranno questo ed altri riconoscimenti a renderla nota. Verranno altri romanzi ed ora, nel 2011, ha pubblicato Nessuno si salva da solo e Mare al mattino. Quest’ultimo è uscito presso la Einaudi di Torino e si compone di tre parti non separate poiché molti sono i richiami, i collegamenti tra loro, unica è l’ambientazione, tutte giungono a conclusione alla fine dell’opera.
Nella Libia di Gheddafi due donne, Jamila e Angelina, vivono esperienze drammatiche. Sono rimaste sole, ognuna col suo bambino, sono fuggite dal deserto, dalla guerra, dalla morte, hanno cercato l’Italia. Angelina è di origine italiana, i suoi antenati avevano partecipato alla conquista italiana di Tripoli ai tempi del fascismo. Ma dopo aver lavorato insieme ad altri italiani per modificare, ammodernare i luoghi colonizzati con strade, case, scuole e servizi pubblici di ogni genere, erano stati cacciati. Giunta in Italia Angelina aveva studiato, si era laureata, sposata, era nato Vito, aveva insegnato, si era separata, era tornata a Tripoli per una breve vacanza col figlio e la vecchia madre, aveva scoperto che poco, niente era rimasto dei suoi luoghi, dei suoi tempi. Erano rientrati in Italia. Vito, ormai giovane, aveva trovato lavoro a Londra in un bar e lei era rimasta sola a ricordare.
Anche Jamila, rimasta vedova, assiste ora all’agonia del piccolo figlio Nadir sul barcone che con altri profughi li sta portando in Italia dalla Libia. Anche lei ricorda il suo passato in Africa e pensa al futuro dal momento che di niente può essere sicura, niente le è rimasto.
Due esperienze drammatiche, tragiche sono quelle di Jamila e Angelina, due vicende mediante le quali la Mazzantini ripercorre la storia dell’Italia e della Libia dalla metà del secolo scorso ai nostri giorni, dal fascismo, dal colonialismo italiano alla monarchia, alla dittatura libica. Mediante le due donne la scrittrice narra di due nazioni, di due popoli, del mare che li divide e che in tanti modi e sensi è stato attraversato, usato, guardato, sentito, vissuto, delle gravissime condizioni alle quali si è giunti in Libia, dei suoi tanti poveri, delle atrocità da essi subite, delle loro fughe, delle loro morti. Una denuncia può essere ritenuta la narrazione del male che esiste pur in tempi moderni, una rivendicazione dei diritti umani più elementari quando vengono così crudelmente calpestati. Tanto male non ha annullato, però, le qualità, le virtù proprie dell’anima, tante disgrazie non hanno impedito a due madri di conservare i loro sentimenti migliori quali quelli dell’amore e del bene. È questo il confronto che la Mazzantini ha cercato nel romanzo, ha voluto mostrare quanto può resistere la forza dell’animo, quanto può essa valere pur in un mondo di orrori, come sia necessario ad essa riferirsi per salvarsi.
Un messaggio è il suo espresso con un linguaggio rapido, essenziale, con una scrittura che procede per frasi brevi, ognuna con un’immagine propria o con un riferimento ad altre lontane, diverse. Ad una serie continua, interminabile d’immagini si assiste, ad infiniti riferimenti. Tutto corre.
Mazzantini ha scritto altre volte così, è piaciuta questa sua maniera e la sta continuando senza pensare che ci sono altre.

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