La mafia uccide solo d’estate

La  mafia uccide solo d’estate

di Luigi Manfrecola

A volte me lo dico da  me, mi rimprovero da solo per essere fin troppo  esigente e critico nelle mie  recensioni , ma questa volta no! Sono assolutamente convinto di poter esprimere un giudizio di apprezzamento netto e meritato, anche se con una certa sorpresa. La sorpresa si lega al fatto che  sono costretto ad indirizzare  il plauso  alla ormai  screditata  grande mamma televisiva, declinata nella sua massima espressione, addirittura alla RAI 1 !!! Mi riferisco, ed a questo punto dovrebbe esservi chiaro, alla fortunata Serie televisiva “La mafia uccide solo d’estate”, tratta dall’omonimo film di Pierfrancesco Diliberto, ma tale da superare di gran lunga  il successo  e l’apprezzamento tributato  alla pellicola originaria.

Tutt’altra cosa rispetto alla Serie , in qualche modo omologa,dedicata ai fasti e nefasti di camorra, andati in onda su Sky attraverso il serial  Gomorra : compiaciuta  rappresentazione d’una  violenza fra le più truculenti, sadiche, compiaciute, spettacolari;  al punto tale che la ricerca dell’effetto, delle tinte forti, della ferocia gratuita capivi essere solo un espediente per incuriosire, coinvolgere, attrarre morbosamente lo spettatore. E qui avvertivi che  Roberto Saviano , il fin troppo  fortunato narratore , non aveva voluto rinunziare all’appeal che aveva accompagnato la sua opera prima, naturalmente esagerando oltre ogni misura.

Non così possiamo dire del racconto di mafia di cui stiamo ora  discutendo, tratteggiato con mano leggera e credibile, al punto che la quotidianità dei gesti e degli eventi prende il sopravvento sui fatti criminosi, li riconduce nell’alveo di un’esistenza scandita lentamente dalle abitudini più consuete e segnate dall’ineluttabilità rassegnata  di destini accettati e subìti  come provvisori , in vista di un riscatto che senti possibile. Qui c’è più naturalezza, qui c’è più verità, qui c’è più analisi psicologica e credibilità, qui c’è più vita,  rappresentata nel bene e nel male, nei personaggi tratteggiati  con mano sapiente e con rara simpatia umana. Simpatia che diviene empatia e che ti coinvolge da “ospite in presenza”, sensibilmente proiettato all’interno d’una famiglia fin troppo scontata e vera  nel vivere le vicende della  propria terra. Se qualche perplessità va espressa riguarda solo ed unicamente il profilo dei bambini, ivi compreso il “protagonista narratore” , ai quali si vuole assegnare un ruolo di primo piano con un certo ricorrente ed insistito leziosismo.

Per il resto, estremamente  credibile appare il profilo psicologico dei personaggi  . Basti richiamare, a  tale proposito, l’incontro ed il dialogo che intercorre  fra i due coniugi (mamma e padre del protagonista narrante) nelle ultime puntate. Con assoluta e credibile sensibilità psicologica gli Autori fanno riabbracciare  i due  sulla soglia d’una porta che si apre nel momento in cui entrambi , vinti da tenero affetto, stanno muovendosi per riavvicinarsi , malgrado l’equivoco ed  il sospetto del tradimento che li aveva allontanati. E tenera appare soprattutto la figura della donna che, per recuperare il rapporto in crisi,  non aveva trovato  di meglio che recare in dono al suo uomo “le melanzane che  gli piacciono tanto”.   La cifra prevalente  dell’opera è , comunque,la Simpatia calda che si sprigiona da essa, una carica di umanità  che puoi respirare e  da cui promana una sorta di  leggera ironia. Non è estraneo al successo della fiction il linguaggio breve adoperato, secco ed essenziale ma costruito  con sapienza  quasi verghiana, in modo da far vibrare  , pur nei modi della lingua nazionale, le cadenze ed il costrutto sintattico del dialetto siciliano : cosa mai riuscita in  Gomorra  che, viceversa, aveva dovuto e voluto fare riferimento unicamente al dialetto partenopeo,ma  nei suoi modi più grossolani e plebei . E questo nostro giudizio può avere un qualche fondamento visto che si basa sulla duplice personale appartenenza di chi scrive : napoletano di nascita ma, anche, siciliano per discendenza.

Convincente  anche la trama narrativa che si snoda senza stancarti, pur nella sua apparente banalità. Purtroppo,però,  ciò è vero fino ad un certo punto…fino all’ultima puntata che delude lo spettatore per un finale  inconcludente e poco credibile. Qui avverti il maldestro ed ingenuo tentativo di meravigliare il pubblico con “sorprese” mal riuscite e scontatissime e scopri che il “fratellone” apparentemente privo di scrupoli, ha in verità risparmiato le vittime assegnategli per condurle in salvo, a rischio della propria vita . Qui scopri , improvvisa, la voglia di resa dell’intera famiglia, pronta ad emigrare in Continente per sfuggire ad eventuali rappresaglie della mafia ben informata (e non si sa come) delle testimonianze segretamente (?) rese dal padre. Qui segui, improvvisa anch’essa, la fuga spettacolare del bambino dal traghetto sul quale tutti s’erano imbarcati per un soprassalto di orgoglio rabbioso dal quale dovrebbe emergere la  voglia di riscatto di un intero popolo. E così, le ultime scene richiamano lo stile e le dinamiche delle COMICHE più celebri.

Peccato, Peccato, Peccato!

Un finale da dimenticare e che ha fatto cambiar verso anche a questo mio articolo per il quale avevo benevolmente concluso “Ben scritto, ben recitato, ben raccontato, ben sviluppato:  il serial “La mafia uccide…” può esser detto un vero CAPOLAVORO”.  Ma è , oramai, un giudizio che non regge, trattandosi di osservazioni che potrebbero restare valide solo a patto di cancellare del tutto l’ultima puntata…

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