Scuola, Patria e Globalizzazione

Scuola, Patria e Globalizzazione

di Giovanni Fioravanti

 

Evidentemente i guru del pensiero italico hanno deciso che è giunto il momento di occuparsi di scuola. Dopo l’articolo di Susanna Tamaro sul Corriere della Sera del 9 gennaio, ora è il turno di Ernesto Galli della Loggia che il 16 gennaio sempre sulle pagine del Corriere è intervenuto sul tema.

L’editorialista denuncia la crisi radicale dell’istruzione nel nostro paese, della sua organizzazione e dimensione educativa. Galli della Loggia non è mai stato tenero nei confronti del nostro sistema formativo, già in un articolo del novembre del 2015, sempre sul suo giornale, accusava la scuola di rovinare l’identità del Paese. Sostanzialmente ora ritorna sul tema per accusare la politica di avere abdicato nei confronti dell’istruzione, senza però ricercarne le cause, ma semplicemente per denunciare che il nostro sistema di istruzione non forma più il cittadino e il sentimento di appartenenza alla patria, come era nello spirito dei fondatori della scuola pubblica nella seconda metà del secolo diciannovesimo.

Se proprio si vuole fare la storia della scuola nel nostro paese, come si cimenta il nostro chierico, allora proviamo a parlarne seriamente e a trarne le conseguenze.

L’affermarsi dello stato-nazione di stile occidentale che include la creazione di sistemi scolastici nazionali avviene nello stesso tempo in cui il colonialismo occidentale invade il mondo tra il diciottesimo e il ventesimo secolo. La forza del colonialismo occidentale diffonde le proprie scuole oltre gli oceani, dal Giappone, all’Asia, all’Australia.

Il modello di scolarizzazione occidentale implica l’istruzione obbligatoria pubblica e serve alle necessità della nazione. In questo modello il contenuto dell’istruzione è determinato dall’interesse e dalle necessità pubbliche in opposizione a quelle puramente individuali o agli interessi religiosi o culturali. Il modello di scolarizzazione occidentale è ora così universalmente accettato che è difficile immaginare modelli alternativi.

Prima dello sviluppo della scuola pubblica e della stampa, il popolo condivideva in comunità separate alcune comuni esperienze e aveva scarse opportunità di immaginarsi come parte di una nazione con reciproci vincoli. Con il diffondersi della stampa e delle scuole nel diciannovesimo secolo il popolo è unito dalla condivisione di nuovi eventi, la lettura degli stessi libri nelle scuole, dall’istruzione sulla storia e la letteratura nazionale. Queste esperienze comuni forniscono al popolo la materia intellettuale per immaginare l’esistenza di comuni vincoli tra la popolazione all’interno dei confini dello stato-nazione.

Ma questa è la storia passata. La realtà di oggi è un’altra. È quella della globalizzazione, della domanda di libero movimento delle merci, del denaro e dei lavoratori che ha ridotto l’importanza degli aspetti sia di costruzione della nazione che del modello di istruzione occidentale.

In questo quadro gli studenti sono educati alle necessità del mercato del lavoro e all’instabilità del mercato globale il quale include masse di migranti e di lavoratori. La massiccia migrazione di lavoro nel mondo chiama ad una educazione multiculturale per formare una forza lavoro internazionale. Inoltre la massiccia migrazione di lavoro sta colpendo la tradizionale unità culturale dello stato-nazione.

E allora non possiamo continuare a fingere di non vedere, a parlare d’altro, a giocare a fare i provinciali per non misurarci con la complessità della realtà mondiale che ci sta attorno e che ha finito per travolgere tutti i paradigmi a cui avevamo fatto l’abitudine.

È grave l’asfissia dei nostri intellettuali da rotocalco, un’asfissia che fa sorgere il sospetto che sia calcolata o che sia, più realisticamente, l’incapacità di affrontare le questioni vere che ci sfidano e che ci stanno davanti.

Le conseguenze, dunque, sono ben altre da quelle pretese da Ernesto Galli della Loggia.

Il tema vero che sta di fronte al sistema scolastico nel nostro paese, come di tutto il mondo, è quello di essere o non essere in grado di formare in questa dimensione del tutto nuova cittadini mondiali attivi.

Qual è la scuola che oggi ci serve, che serve ai nostri giovani destinati a crescere e a vivere nel domani? Non è certo quella di un ritorno alla narrazione della tradizione e degli stati-nazione, e neppure si inventa nel giro di pochi giorni, richiede un impegno di lunga lena, di anni, forse decenni, non c‘è tempo da perdere, tutte le intelligenze del paese e la politica sono chiamati all’appello.

Zigmunt Bauman, la cui perdita ci lascia più soli, scriveva: “Nella storia umana non era mai capitato che gli educatori si imbattessero in una sfida paragonabile a quella rappresentata dalla svolta attuale. Semplicemente, non ci eravamo mai trovati in questa situazione prima d’ora. L’arte di vivere in un mondo più che saturo di informazioni dev’essere ancora appresa. Proprio come quella, ben più ardua, di preparare gli esseri umani a vivere una tale vita.”

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