I dirigenti scolastici e le sfide dell’educazione nelle società complesse

I dirigenti scolastici e le sfide dell’educazione nelle società complesse

di Pietro Boccia

I dirigenti scolastici devono, oggi, essere manager (soggetti capaci di organizzare e gestire le performance relazionali, educative e formative) e leader (soggetti all’altezza d’indicare, di guidare e di raggiungere pienamente gli obiettivi progettati e gli esiti previsti dalla comunità scolastica). Nella società complessa sono compiti molto impegnativi e non facilmente perseguibili. Io, in verità, sono convinto che, non per loro responsabilità ma perché è umanamente impossibile svolgere, da quando le istituzioni scolastiche italiane sono state trasformate in aziende, il carico di funzioni, previsto dalle normative. Ci vorrebbero staff di collaboratori professionalmente adeguati ma non tutte le scuole hanno tali professionalità disponibili. E’ facile dirigere una qualsiasi azienda, perché svolge, in generale, solo la funzione economica ed è supportata da uffici legali, di marketing e così via, ma dirigere una complessa istituzione, come la scuola, con una miriade di funzioni e senza uffici di supporto, è per me un’impresa sovrumana. Per questo motivo, pensando maggiormente di favorire il processo di autonomia, previsto dalle normative, vado proponendo nei miei scritti, non pretendendo di risolvere tutti i problemi, il preside triennale ed eletto con procedura democratica dal collegio dei docenti, come legale rappresentante anche di una piccola istituzione scolastica. Nello stesso tempo, però, far assumere al profilo del DGSA un elevato ruolo professionale per governare gli aspetti tecnico-gestionali e amministrativo-contabili delle istituzioni scolastiche, che operano nella società globale. Nell’attuale prospettiva culturale (globalizzazione, società della conoscenza e dell’interculturalità) è importante impegnarsi a favore di ricerche e di studi, centrati sulla consapevole acquisizione di una pluralità di culture e sul processo d’inclusione. La complessità impone, infatti, a tutti l’assunzione di un ruolo dinamico, per rispondere alla necessità d’interpretare, in modo adeguato, i contesti problematici, atti a promuovere i processi d’inclusione e a costruire una società eretta non solo sulla convivenza democratica, ma anche sulla consapevolezza che le diversità etniche e culturali, quando non superano la soglia di contaminazione, diventano per ognuno una ricchezza e una risorsa per la propria crescita.

Le società si formano per la spinta di socialità di chi le costituisce. Ogni organizzazione sociale è un insieme di risorse umane, immateriali, giuridiche, tecnologiche, spaziali, simboliche e così via, che, coordinandosi, operano e perseguono certi fini. Per essere in vita e funzionare efficacemente, ogni organizzazione (Stato, scuola, università, ospedali, industrie, aziende, famiglia, sindacato e così via) ha la necessità di regolare la propria condotta. La vita di un’organizzazione è tanto più funzionale e dinamica quanto maggiormente gli elementi che la costituiscono sono attenti ai bisogni degli utenti. Ad assolvere i bisogni degli utenti e della collettività viene, all’interno della società, utilizzata la pubblica amministrazione. Il modello organizzativo, fondato sulle relazioni sociali, ha ampio spazio di realizzarsi, oggi, anche attraverso le istituzioni scolastiche. Queste, infatti, come agenzie formative, sono certamente orientate non solo ai rapporti relazionali, ma anche all’individualizzazione e alla conduzione dei gruppi, per costruire una società adeguata a fornire risposte ai soggetti che la costituiscono.

Il processo di autonomia nelle istituzioni e nelle pubbliche amministrazioni ha messo in crisi il modello organizzativo-apparato e ancora gli studiosi non riescono a individuarne uno che possa corrispondere pienamente alle aspettative attuali. L’orientamento è di pensare a organizzazioni “complesse a legami deboli”. Un’organizzazione complessa è, oggi, un modello di rete, nel quale si costituiscono nodi e connessioni. I primi sono i tipi di attori coinvolti e le seconde rappresentano i momenti di scambi relazionali tra i singoli attori. L’organizzazione della rete lascia, pertanto, molta libertà di scelta agli attori coinvolti, anzi più la rete si espande verso il globale, maggiormente la scelta degli obiettivi è speculare; al contrario, più si circoscrive alla realtà locale e maggiormente la programmazione o la pianificazione diventa pratica. La qualità della rete si misura, perciò, attraverso gli elementi che la costituiscono e in funzione degli obiettivi da raggiungere. Oggi, le organizzazioni complesse sono anche quelle basate sul modello “project-based organization”, nelle quali i progetti seguono percorsi indipendenti e autonomi. Per la recente crisi economica, a livello mondiale, sta emergendo, tuttavia, una condizione d’incertezza per le organizzazioni sia sul presente sia sul futuro. Le decisioni che bisogna prendere lasciano spazio, così, all’ambiguità e alla flessibilità. La gestione dei conflitti, all’interno delle organizzazioni complesse, potrebbe, in conseguenza di ciò, sfuggire di mano, anche perché i comportamenti individuali sono, nei momenti di crisi, dettati dai limiti della propria razionalità.

Un modello organizzativo complesso è, oggi, anche la scuola, che può essere vista come un sistema aperto al centro di una rete di relazioni con il territorio. In tale prospettiva ogni cambiamento di un elemento del sistema si riflette, come ha sostenuto, nel 1968, Ludwig Von Bertalanffy in Teoria generale dei sistemi, sull’intera organizzazione. In un sistema aperto, partendo da differenti condizioni iniziali, l’obiettivo finale può essere raggiunto in diversi modi. Al contrario, in quelli chiusi delle organizzazioni tradizionali, il risultato finale era già determinato dalle condizioni iniziali. Nei sistemi aperti, un argomento importante è rappresentato dalla teoria della complessità per gestire le organizzazioni. Tale teoria è un nuovo approccio al sapere, che è diretto alla comprensione olistica dei sistemi interconnessi, come appunto le organizzazioni complesse.

La teoria della complessità è trattata diffusamente nel libro di Alberto Felice De Toni e Luca Comello dal titolo Prede o ragni. Uomini e organizzazioni nella ragnatela della complessità, dove sono indicate tre leggi che contraddistinguono i sistemi complessi e, quindi, di conseguenza, le organizzazioni. La prima è la legge dell’apertura. I sistemi complessi sono aperti e, perciò, anche le organizzazioni avrebbero l’obbligo di mantenersi “aperte”, per “co-evolvere”, in uno scambio continuo d’informazione, tutti nell’ambiente circostante. Come i sistemi aperti, esaminati e studiati inizialmente dallo scienziato russo Prigogine, le organizzazioni acquisiscono, aprendosi, elementi d’informazione che possono essere considerati come un contributo per alimentare la crescita. Secondo la prima legge della complessità, l’organizzazione si apre, relazionandosi con l’esterno attraverso la pubblicità, le investor relations, i comunicati stampa, le comunicazioni telefoniche e così via, ma può acquisire informazioni anche all’interno tramite ricerche di mercato, competitive intelligence, benchmarking e così via. La seconda è la legge del riorientamento. I sistemi complessi sono spontaneamente capaci di adattarsi e hanno la caratteristica di riuscire a riorientarsi in seguito alle discontinuità improvvise che sperimentano. Pianificare e prevedere hanno, in tal caso, senso soltanto se ciò che è possibile diventa anche probabile. Chi pianifica e fa previsioni deve, pertanto, avere la sensazione che i fatti procedono in base al corso previsto. Ciò, però, non sempre avviene, perché alcune volte, entrando in gioco l’imprevisto, il possibile si rende instabile e si estingue nell’incertezza e nell’improbabilità. In tal caso, le organizzazioni complesse devono essere guidate da soggetti che, capaci d’insight, colgono all’istante l’occasione, per reagire all’imprevisto e far fronte alla situazione. Per fronteggiare eventi straordinari, nelle organizzazioni complesse, bisogna essere molto veloci, attraverso, ad esempio, la capacità immediata di costruire scenari alternativi (contingency plans), nel riorientamento, per far ripartire positivamente la struttura che si guida. La terza legge dei sistemi aperti e delle organizzazioni complesse è quella dell’equilibrio dinamico tra continuità e discontinuità. I sistemi complessi vivono, dunque, al limite tra l’ordine eccessivo, che porta all’immobilizzazione, e il disordine totale, che conduce alla disintegrazione La terza legge, individuata dagli studiosi De Toni e Pomello, diventa, pertanto, quella da mettere in pratica, soprattutto nelle istituzioni scolastiche. Un sistema complesso è, dunque, un insieme di parti che, in modo autonomo, si auto-organizzano al proprio interno e, nello stesso tempo, entrano in relazione con il mondo esterno in maniera non sempre prevedibile.

Philip Warren Anderson, Premio Nobel per la Fisica nel 1977, afferma in Science, nel 1972, “More is different”, vale a dire che l’insieme è più della somma delle sue parti. Quest’affermazione diventa il manifesto della complessità. I singoli elementi che costituiscono un insieme sono difficilmente prevedibili, perché presentano proprietà emergenti. Un esempio è l’acqua, che pur composta di due elementi gassosi, (ossigeno e idrogeno) è liquida. Sono queste proprietà, infatti, a indurre Karl Popper ad affermare che l’uomo vive “in un universo di novità emergenti”.

Le organizzazioni complesse devono, per tale motivo, cercare l’equilibrio dinamico, realizzando in qualche modo due degli obiettivi della strategia “Europa 2020” (occupabilità e fles-sicurezza), tra la continuità e la discontinuità. Esse devono, in ogni modo, anche salvaguardare, per rendere stabili i vantaggi competitivi, nello stesso tempo, l’apertura, il riorientamento e l’equilibrio tra la continuità e la discontinuità.

L’azione del processo educativo è diventata una sfida che l’uomo contemporaneo è costretto a vincere ad ogni costo, al fine di evitare che le società complesse sprofondino nella barbarie. Il compito della scuola è, dunque, diventato quello di formare, da un lato, giovani consapevolmente responsabili e, dall’altro, soggetti capaci di costruirsi autonomamente valori di riferimento e un bagaglio di conoscenze, al fine di potersi orientare nelle scelte e di affermarsi nelle attività professionali. I giovani devono acquisire, con la stessa intensità, valori e conoscenze, non solo per avere punti di riferimento (orientarsi) ma anche per comprendere le veloci trasformazioni della società, in cui vivono, e per governarne gli sviluppi.

Per realizzare un tale obiettivo, la scuola dovrebbe, parafrasando Luigi Sturzo, essere “laica, democratica e aconfessionale”, in altre parole aperta a tutti; in tal modo, ognuno potrebbe acquisire valori condivisi. Nella società globale ciò è possibile, quando la diversità, non superando la soglia di tolleranza della contaminazione culturale, è percepita come una ricchezza e non come una criticità. Bisogna, perciò, riconoscere il fondamento della società multiculturale e la funzione dell’educazione interculturale. Il riconoscimento del multiculturalismo e la condivisione dell’interculturalità sono, pertanto, le condizioni per far sì che si possa garantire una scuola autonoma e laica in una società globale. Molti sociologi, antropologi e ricercatori, studiando le società, in cui convivono e interagiscono diverse tradizioni culturali, applicano il concetto di “multiculturalismo”. Questo, collegato a ragioni sociali, culturali ed economiche per la presenza simultanea, all’interno della società, di razze ed etnie diverse, è nato negli Stati Uniti, durante gli anni Sessanta del secolo scorso, e, in seguito, si è diffuso, per un processo indotto, negli altri Paesi, soprattutto occidentali. La parola “multiculturalismo”, essendo, in verità, un neologismo, non è un termine facilmente rintracciabile nella ricerca sia sociologica sia antropologica. Nella società italiana, ad esempio, esso incomincia a essere presente e ad affermarsi, con dinamiche particolari, solo negli anni Ottanta. Il cammino verso le società “multiculturali” non è stato facile; esso si è affermato ma il percorso è stato lungo e tortuoso. Già, negli anni Venti del Novecento, dopo la vittoria militare, ottenuta nella prima guerra mondiale, la società americana, assumendo un ruolo internazionale, ha incominciato a sentire il bisogno di aprire le frontiere al fenomeno immigratorio, soprattutto nei confronti dei popoli europei. Nasce, così, una filosofia del “pluralismo culturale”, che s’accentua nel ritenere che il diversificarsi e l’articolarsi delle società rappresentino una ricchezza. Fino agli anni Sessanta del secolo scorso, negli Stati Uniti, la maggioranza della cultura dominante ha, con la “segregazione razziale”, sempre tentato di emarginare o addirittura di segregare i valori e le tradizioni delle varie minoranze. La cultura, anche etnica, non deve, comunque, essere confusa con un gruppo razziale, giacché, mentre questo oggettivamente è impalpabile, se non per chi, a livello soggettivo o per pregiudizio, lo percepisce e lo decanta, quella è prodotta e diffusa attraverso l’attività personale e creativa. Il pregiudizio risponde, infatti, alle leggi insite nella natura umana e cambia con difficoltà. La cultura, invece, possedendo un’essenza dinamica, è soggetta a una natura variabile. Ritornando al multiculturalismo, questo è un concetto che si qualifica come una prerogativa culturale e implica il pluralismo. Nel dibattito europeo sul “multiculturalismo” è stato pensato, per salvaguardare le diversità culturali e i diritti fondamentali delle minoranze, di organizzare una società a “mosaico”. Questa, da un lato, potrebbe essere una prospettiva adeguata, affinché le minoranze non siano discriminate, e, dall’altro, potrebbe prefigurare, producendo un forte relativismo culturale, una struttura sociale, suddivisa in gruppi “monadi”. Le società devono, però, considerare, per giustificare l’interscambio culturale, non solo la multiculturalità, ma anche l’interculturalità. Il primo termine non implica, all’interno di una società, il processo d’interazione, ma soltanto la presenza simultanea di varie culture; il secondo, invece, indica, in modo particolare, un processo d’interscambio culturale e sottintende l’idea di una continua trasformazione. La presenza simultanea e l’incontro di culture diverse producono sicuramente tra gli uomini sia interscambi di esperienze diverse sia conoscenze, atte a rappresentare l’humus per la crescita sociale e per l’acquisizione dell’identità etnica. Non potrebbe mai emergere in un uomo, pur essendo un suo diritto naturale, l’identità culturale ed etnica senza il riconoscimento delle identità degli altri, che, in modo dinamico e interattivo, sono presenti nelle società. Oggi, alle nuove generazioni, immerse nella società “liquida” e globale, serve un’educazione interculturale, che è, prima di tutto, relazionale; questa si propone, per definizione, di valorizzare i rapporti tra gli elementi costitutivi delle diverse culture, che tendono a raggiungere l’obiettivo della condivisione e a prospettare l’ospitalità per il rispetto della diversità. Anzi, l’educazione interculturale è pensata come strumento di arricchimento personale. Il primo punto, nell’affrontarla è quello di fissare il concetto d’intercultura, che non deve essere confuso con quello del processo immigratorio, perché in alcune società, come ad esempio, in Italia, esiste anche l’emigrazione. Anzi, nel mondo di oggi, globalizzato, hanno luogo scambi di idee, di esperienze e di emozioni tra luoghi molto diversi e distanti, attraverso i mass media (Internet, TV, cinema, musica, telefonia e network), che offrono addirittura una maggiore influenza sull’esperienza degli stessi dislocamenti dei migranti. Il concetto d’intercultura, inoltre, dischiude una prospettiva opposta a quella multiculturale. Questa individua le diversità culturali e si pone su un’idea cristallizzata (“reificata”) di “cultura”. La prospettiva interculturale rigetta, invece, l’idea che le culture siano rigide, statiche e compatte, perché rappresenta delle narrazioni non solo condivise ma anche divergenti e conflittuali.

Kofi Annan, ex segretario generale dell’ONU, ha affermato che il termine “diversità” ha l’accezione di non essere “l’uguale né il simile, ma sicuramente il contrapposto all’identico”. In questa prospettiva, l’intercultura pone i soggetti di fronte alla scelta di regolare i legami con le nuove culture in termini d’impegno reciproco, di relazioni e di messa in gioco “bilaterale”. Tutto ciò pone l’esigenza di costruire, a livello epistemologico, una cultura, che, basata sull’educazione interculturale, richieda, a livello scolastico, una forte assunzione di responsabilità. L’intercultura non può restare a livello di buone intenzioni, ma deve fondarsi su percorsi formativi e su procedure educative, atte a infondere nei giovani le specificità per renderla una pratica di vita vissuta.

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