H. Laxness, Sotto il ghiacciaio

Uno strano inizio

di Antonio Stanca

 

Un romanzo di formazione può essere definito Sotto il ghiacciaio dello scrittore islandese Halldór Laxness, nato a Reykjavík nel 1902 e qui morto nel 1998. Nel 1955 gli fu assegnato il premio Nobel per la Letteratura. È stato un autore tra i maggiori del Novecento islandese, ha cominciato a scrivere da giovanissimo, oltre a romanzi ha scritto poesie, saggi, opere teatrali, autobiografiche, ha viaggiato molto in Europa e in America, vasta è diventata la sua cultura, la sua conoscenza delle lingue, con le sue opere ha contribuito a rinnovare la letteratura islandese, a farla partecipare del clima spirituale e artistico dell’Europa del ‘900.

Sotto il ghiacciaio è un romanzo che risale al 1968 e che ora è stato ristampato dalla casa editrice Iperborea di Milano (pp. 266, € 16,00). La traduzione dall’islandese è di Alessandro Storti. In appendice è inserito un ampio saggio della famosa scrittrice e saggista americana Susan Sontag (New York 1933-2004), profonda ammiratrice del Laxness.

In un’Islanda circondata, isolata dalle acque degli oceani, dei mari, afflitta dal freddo dei lunghi mesi invernali, dalla neve, dal ghiaccio, Laxness vive gli anni della sua infanzia in una fattoria presso Reykjavík a contatto con gli ambienti contadini, rurali, con le persone del popolo dalle quali gli giungono le tradizioni, le leggende, le saghe della sua terra. Ad esse il bambino rimarrà legato anche quando sarà diventato uno scrittore, esse ricorreranno quasi sempre nelle sue opere. In queste si verifica una prima fase di carattere ideale quando Laxness si converte al cristianesimo, fa l’esperienza di oblato benedettino in Lussemburgo dal 1923 al 1924, accoglie la dottrina marxista, si entusiasma ai suoi programmi, scrive la prima opera di successo Il grande tessitore del Kashmir (1927), dove affronta problemi morali, spirituali, indaga sul rapporto tra l’uomo e Dio, sul significato della vita, della divinità. Sono problemi che ritorneranno in altre opere, assumeranno altri contorni ma più importanti risulteranno i romanzi della fase successiva, quella detta realista e venuta dopo gli anni Trenta. Inizierà con Salka Valka (1931) e proseguirà con Gente indipendente (1935), con la tanto riuscita tetralogia Mondo luminoso (1937- 40) e con La campana d’Islanda (1943). Sono le narrazioni di carattere nazionale che Laxness produce quando in Islanda si aggravano le condizioni sociali, si soffre per le truppe inglesi stanziatesi nell’isola durante la seconda guerra mondiale, per ottenere l’indipendenza dalla Danimarca, per sopportare l’influenza americana dopo la guerra. Di fronte a tante riduzioni lo scrittore sente il bisogno di rivendicare i diritti della propria gente, della propria patria, della loro storia, della loro cultura, delle loro tradizioni, del loro spirito. Lo farà nelle suddette opere e saranno quelle che lo renderanno famoso, lo faranno diventare la voce del suo popolo, lo porteranno al Nobel.

Molta fortuna avrà nel 1968 anche il romanzo Sotto il ghiacciaio dove ritorneranno i tempi, i luoghi, le leggende, i miti della vecchia Islanda. Ma stavolta hanno perso il loro ordine, le loro regole, i loro limiti, sono confusi, non fanno distinguere tra spazio e tempo, finito e infinito, terra e cielo, vita e morte, giorno e notte, bene e male, Dio e uomo, non possono servire ad un giovane che si sta affacciando alla vita, ai suoi bisogni di verità, di chiarezza. Il giovane è un teologo di venticinque anni che viene inviato dal vescovo d’Islanda a nord dell’isola, alle falde del ghiacciaio Snæfel perché indaghi sulla condotta del prete del posto. Questi da tempo non ottempera ai suoi doveri di religioso, non celebra la messa, non battezza i bambini, non è presente ai funerali, ha chiuso la chiesa e si dedica ad attività manuali, ripara attrezzi, utensili di ogni genere, fa il maniscalco. Il giovane dovrà indagare su tale strano comportamento, riportare, registrare quanto è successo e succede in quei posti senza esprimere nei rapporti la propria opinione affinché il vescovo non ne sia influenzato quando leggerà le registrazioni. Ma a questo punto non si arriverà perché il giovane prima di tornare dal suo vescovo si sentirà smarrito tra le stranezze, le assurdità che avvengono “sotto il ghiacciaio” e fuggirà “sperando di ritrovare la strada maestra”, sperando, cioè, che la sua ricerca di verità possa essere soddisfatta altrove. Anche se aveva venticinque anni quella del ghiacciaio era stata la sua prima esperienza, il suo primo contatto con la vita concreta, con la realtà ed era risultato negativo. Si sta egli formando ed ha cominciato con una negazione a causa di quanto visto, sentito, vissuto. A salvarlo, preservarlo dagli infiniti pericoli ai quali si era trovato esposto, a fargli conservare il suo bisogno di bene è stata la fede cristiana. Soltanto questa gli era rimasta e soltanto con questa aveva ripreso il suo cammino verso la vita.

Strano può sembrare che un processo di formazione sia iniziato con un rifiuto se non si tiene conto che Laxness poteva essere giunto ad un momento particolare della sua vita ed opera, quello di pensare di avviare, tramite il protagonista del romanzo, un confronto tra vecchi e nuovi valori, vecchia e nuova vita.

Chiaro, facile è il linguaggio dell’opera, ricco di riferimenti storici, geografici, letterari, filosofici, scientifici come poteva avvenire solo con un autore così colto.

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