La funzione della scuola e la demenza digitale

La funzione della scuola e la demenza digitale

di Pietro Boccia

 

Alcuni studiosi hanno l’illusione di pensare che gli strumenti digitali funzionino come il cervello umano. La differenza è, però, smisurata; essa consiste nel fatto che in uno strumento digitale quanto più si acquisiscono informazioni tanto maggiormente si restringe l’estensione di memoria; nel cervello umano, invece, quanto maggiormente aumentano le informazioni tanto più il suo spazio si espande. Questo è il prodotto e la sintesi della stratificazione storica di circa settecentocinquanta milioni di anni. Il cervello umano, nel corso dell’evoluzione, è, infatti, il risultato della somma di strati sempre più complessi che si sono storicamente accumulati; oggi, pur non avendo svolto, nel processo evolutivo, sempre gli stessi compiti, è considerato un complesso organo che controlla e coordina tutte le funzioni organiche di un individuo. La digitalizzazione della società ha, in verità, di molto alleviato il lavoro delle attività mentali; progressivamente gli strumenti digitali si stanno, però, sostituendo alla laboriosità dei neuroni. Questi ultimi, quando diventano inattivi, si autodistruggono. Il cervello, in tal modo, non riuscendo più ad allenarsi, come muscolo, si atrofizza. In pochi anni, Internet ha rivoluzionato la comunicazione di massa, mettendo a disposizione di tutti, in ogni parte del mondo, illimitate informazioni. L’abuso di tale strumento tecnologico potrebbe, però, indurre a un vero e proprio disturbo (Internet Addiction Disorder). Tale disturbo, secondo alcuni studiosi, potrebbe trasformarsi, quindi, in una dipendenza patologica, come la tossicodipendenza.

I soggetti di tale dipendenza trascorrono un tempo eccessivo, oltre le sei ore al giorno, connessi alla rete non solo a ricercare informazioni, ma anche a controllare e-mail e a frequentare chat, comunità virtuali. Giocano, inoltre, di azzardo on-line e s’intrattengono sulla rete, sfidando gli altri utenti ai videogiochi, per un tempo eccessivo. Anche questi soggetti vivono le caratteristiche delle dipendenze vere e proprie: l’ebbrezza (sensazione di piacere nel navigare), la tolleranza (ricerca di un tempo sempre maggiore da trascorrere e dedicare su Internet) e l’astinenza (l’assenza d’Internet mette chi ha tale dipendenza in uno stato di disagio e di allarme). Chi usa la tecnologia, come fine e non come mezzo, è costretto a perdere e ad annullare il controllo del processo di apprendimento e a diventare, con il danneggiamento eccessivo del cervello, un demente digitale, patologia che si manifesta appunto con l’impiego illimitato sia delle tecnologie informatiche sia dei new media. Tale nuova psicopatologia è stata scoperta e teorizzata dal neuro/scienziato Manfred Spitzer, autore di diversi saggi su tale tema. Egli, uno dei più famosi studiosi tedeschi, ha, in Italia, pubblicato Demenza digitale e Solitudine digitale con l’editore Corbaccio.

In Demenza digitale ha sostenuto che “se ci limitiamo a chattare, twittare, postare, navigare su Google… finiamo per parcheggiare il nostro cervello, ormai incapace di riflettere e concentrarsi. L’uso sempre più intensivo del computer scoraggia lo studio e l’apprendimento e, viceversa, incoraggia i nostri ragazzi a restare per ore davanti ai giochi elettronici. Per non parlare dei social che regalano surrogati tossici di amicizie vere, indebolendo la capacità di socializzare nella realtà e favorendo l’insorgere di forme depressive”. Le conseguenze sono percepibili innanzitutto nell’infanzia e nella fase della fanciullezza, perché i bambini e i ragazzi non possiedono ancora un cervello già ben formato; anche tra gli adulti, secondo lo psichiatra Spitzer si può segnalare un aumento dello stress e si possono registrare delle rischiose forme di depressione. La scuola ha, pertanto, oggi, una grande responsabilità. Deve educare al digitale e formare cittadini non solo democraticamente autonomi ad acquisire uno spirito critico e la consapevolezza a crescere con intelligenza e in maniera inclusiva, ma anche responsabilmente disposti a perseguire elevate conoscenze e orientarsi verso valori condivisi. Bisogna che si comprenda la funzione della competenza; questa ha le sue radici nella conoscenza, la quale quanto più aumenta tanto maggiormente fa acquisire abilità. Quando quest’ultima in un soggetto diventa esperta e viene impiegata autonomamente e responsabilmente si trasforma in competenza. La scuola italiana ha ormai l’obbligo di certificare la competenza.

A tal fine bisogna valutarla e, di conseguenza, osservarla e riconoscerla; per poterla rilevare è necessario promuoverla; tuttavia, per svilupparla occorre progettarla adeguatamente in base ad un’analisi rigorosa dei prerequisiti degli allievi e così via. Il processo dell’apprendimento è, dunque, significativo, quando diventa un percorso che dalle conoscenze conduce, attraverso le abilità, alle competenze. Senza elevate conoscenze non si giunge, anche se con un esercizio rigoroso, alle abilità e alle competenze. Le conoscenze non acquisiscono significatività senza i valori. Gli uni e le altre, viaggiando isolatamente, producono mostri. Si possono, a tal proposito, riportare due esempi: nel Medioevo, i valori senza le conoscenze hanno prodotto la diffusione delle epidemie (gli uomini non comprendendo che le pestilenze si diffondevano con il contatto si riunivano nelle chiese) e nel Novecento le conoscenze senza i valori hanno generato il nazismo e i lager (quello tedesco era un popolo di scienziati, filosofi e così via, ma aveva smarrito i valori di libertà, giustizia sociale, democrazia, pace e così via). Anche il popolo sovietico, avendo smarrito il valore della libertà, che è la base per effondere ogni altro valore, ha concepito i gulag. Le nuove generazioni devono, perciò, essere educate alla cittadinanza attiva e alla democrazia, acquisendo una consapevole autonomia, e, nello stesso tempo, formarsi responsabilmente, attraverso elevate conoscenze e valori condivisi.

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