Obbligo di istruzione fino a 18 anni: sì, ma, però…

Obbligo di istruzione fino a 18 anni: sì, ma, però…
Lettera aperta alla Ministra Valeria Fedeli

 di Maurizio Tiriticco

L’innalzamento dell’obbligo di istruzione (non “scolastico”, perché la norma prevede che la famiglia può farsi carico essa stessa di garantirlo, purché, anno dopo anno, faccia superare al figlio un esame relativo all’anno scolastico percorso) fino a 18 anni di età sarebbe un’operazione indubbiamente doverosa, anche se, di fatto, quasi tutte le famiglie oggi fanno proseguire gli studi ai figli (tranne i casi dell’accesso all’apprendistato od altre scelte)! E ciò avviene non tanto per “amore della scuola”, quanto perché l’inserimento nel mondo lavoro in età precoce, in una società che si fa sempre più complessa, si fa sempre più difficile.

E’ opportuno ricordare che, a monte della progettata operazione, c’è l’impegno che abbiamo assunto 18 anni fa di garantire a ciascun cittadino il suo personale “successo formativo”. Mi piace riportare testualmente quanto scritto nel dpr 275/99 concernente il Regolamento recante norme in materia di autonomia delle istituzioni scolastiche, ai sensi dell’art. 21 della legge 59/97: art 1, comma 2 – “L’autonomia delle istituzioni scolastiche è garanzia di libertà di insegnamento e di pluralismo culturale e si sostanzia nella progettazione e nella realizzazione di interventi di educazione, formazione e istruzione mirati allo sviluppo della persona umana, adeguati ai diversi contesti, alla domanda delle famiglie e alle caratteristiche specifiche dei soggetti coinvolti, al fine di garantire loro il successo formativo, coerentemente con le finalità e gli obiettivi generali del sistema di istruzione e con l’esigenza di migliorare l’efficacia del processo di insegnamento e di apprendimento”.

Va sottolineato che i sostantivi, educazione, formazione e istruzione non sono affatto ridondanti sinonimi, ma insistono sulla ricchezza e sulla completezza dell’intervento che la scuola deve assumere nei confronti di ciascuno dei suoi alunni. Ormai la scuola del “leggere, scrivere e far di conto” è superata da un pezzo! Per educazione si intende il processo finalizzato all’acquisizione dei valori democratici e civili che sostanziano la convivenza nella nostra Repubblica nonché nelle istituzioni comunitarie. La formazione riguarda la “costruzione” della persona in quanto tale e con le sue specifiche peculiarità: Antonio non è Giuseppe né Giuseppina!. L’istruzione riguarda l’acquisizione delle conoscenze. Si tratta di tre percorsi paralleli e fortemente integrati, tali da garantire a ciascun soggetto di acquisire l’insieme delle capacità/abilità e delle competenze che sostanziano l’operare del “cittadino lavoratore”, se ci è concessa questa espressione. E un’istruzione obbligatoria, ovviamente, non può non prefigurare che a ciascuno sia garantito il suo personale successo formativo, esito di un apprendimento fortemente individualizzato, se non personalizzato.

Tutto ciò impegna le scuole della Repubblica a compiti che vanno molto al di la della semplice “acquisizione”, da parte degli alunni, di date “conoscenze”, per le quali necessiterebbero solo mirati processi di istruzione. Anche se il nostro ministero conserva la denominazione di sempre, come dicastero “dell’istruzione”, l’impegno di chi in aula “fa scuola” oggi ad ogni livello va ben oltre la semplice “sollecitazione/motivazione all’acquisizione di date conoscenze”. E non è un caso che i Programmi scolastici di un tempo, fortemente prescrittivi, siano stati sostituiti da Indicazioni nazionali e Linee guida che aprono per le istituzioni scolastiche e gli insegnanti orizzonti, finalità e compiti che vanno ben al di là di ciò che prevedeva il sistema scolastico che ha preceduto la “scuola dell’autonomia”.

In questo scenario si colloca la prospettiva della istituzione di un obbligo di istruzione (non scolastico, per carità) fino ai 18 anni di età. Il che potrebbe essere attuato con un semplice articolo di legge, ma… sarebbe scorretto non cogliere l’occasione per “ripensare” all’intero percorso di “educazione, formazione e istruzione” che, com’è noto, attualmente è strutturato in “pezzi” di percorsi che rimontano a scelte normative che si sono succedute nel corso degli anni senza, però, che si avesse mai una visione di insieme! E non è un caso che abbiamo una scuola primaria, poi una scuola media, poi un biennio, poi ancora un triennio, quattro “spezzoni” che si sono succeduti nel corso degli anni, ma ciascuno con la sua specificità, chiuso nei suoi “programmi” – che in effetti non esistono più – e nelle sue “finalità”. Per non dire poi dell’articolazione parallela degli istituti professionali, degli istituti tecnici e dei licei, ancora fortemente rappresentavi di una distinzione non tanto tra scuole, ma tra classi sociali, distinzione che oggi ancora si dimostra dura a morire. Pierino non accederà MAI a un istituto professionale! E Gianni non accederà MAI a un liceo, anche se qualche eccezione esiste. Va detto con forza: la nostra istruzione secondaria superiore è “classista”… ancora oggi, come se i sommovimenti sociali degli ultimi anni fossero passati indenni.

Obbligo di istruzione dai 6 ai 18 anni, o meglio obbligo di istruzione decennale e non più ottonnale! Ottima idea! Ottima iniziativa, ma… anche un’occasione importante per ripensare a ciò che accade dopo la scuola media non solo nei successivi processi di istruzione, ma anche nella testa di tante famiglie italiane! E di tanti insegnanti!

Non sarebbe allora il caso di avviare “istituti comprensivi” superiori – che di fatto già esistono in quanto offrono in genere percorsi liceali, tecnici e professionali – in cui i “nuovi” previsti percorsi obbligatori prefigurino titoli di studio articolati e dettagliati circa le competenze che di ogni studente si sono verificate, accertate e certificate? Il fatto è che, se un soggetto è obbligato a frequentare un dato percorso di educazione, formazione e istruzione, l’istituzione, di converso, è obbligata a certificare le effettive competenze raggiunte. Sarebbe l’occasione per non rilasciare più diplomi con numeri relativi a punteggi conseguiti ma diplomi con la descrizione effettiva delle competenze certificate! Si tratta di un discorso complesso che meriterebbe più spazio e più intelligenza… e sono cose chi io non ho, ma… alea iacta est!

Cara Ministra! Sarà sufficiente una semplice norma? Indubbiamente no, ma confido nel fatto cha non Le manca l’esperienza sociale e l’intelligenza politica per avviare il Paese e gli Italiani ad una riforma di cui veramente avremmo un grande bisogno! Buon lavoro!

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