Il risveglio del regionalismo

Il risveglio del regionalismo

di Gian Carlo Sacchi

 

Il dibattito politico fluttua: negli anni ’90 ci si pensava federalisti, poi ci si è trovati centralisti, con la punta massima nel recente referendum sulle riforme costituzionali che sappiamo com’è andato a finire. Oggi siamo di nuovo tentati dal regionalismo, anche se persiste il pericolo di una burocrazia ministeriale rimasta ben ancorata allo statalismo.

In questo periodo non hanno solo fluttuato le due diverse concezioni, ma i provvedimenti che ne sono derivati hanno finito per intralciarsi a vicenda, creando conflitti di attribuzione e bloccando di fatto le attività di governo, proprio l’opposto della semplificazione e dell’efficienza che si volevano raggiungere. Il titolo quinto della Costituzione, modificato nel 2001, com’è noto, non è stato applicato e ciò ha imposto alla Corte Costituzionale di dirimere un enorme contenzioso tra Stato e Regioni, ridando fiato alle polemiche neocentralistiche che hanno ispirato l’ulteriore tentativo di riforma costituzionale, respinto dai cittadini.

Era opinione diffusa che solo l’Alto Adige avesse la necessità storica di godere dell’autonomia locale e che per il resto si poteva arrivare tutt’al più alle articolazioni periferiche dei servizi, iniziate dalle riforme Bassanini e rivolte alla pubblica amministrazione (1997), mentre la distribuzione del potere politico avrebbe generato doppioni parassitari dello Stato.

I provvedimenti che avrebbero dovuto spostare il baricentro del governo verso il così detto federalismo, pur sapendo che questo termine non era adatto alla storia del nostro Paese, sono rimasti praticamente lettera morta, a cominciare dalla legge sul “federalismo fiscale” (2009), con tanto di decreti applicativi già approvati e utilizzata perlopiù per il monitoraggio dei bilanci degli enti locali con l’introduzione dei costi standard, fino alla revisione dell’organizzazione degli enti territoriali (2014) che ha introdotto le associazioni dei comuni, le città metropolitane e l’area vasta come evoluzione dei limiti amministrativi manifestati dalle province.

Nel campo della formazione e del lavoro è evidente la frattura politica tra i due suddetti punti di vista: l’istruzione e formazione professionale, concepita nell’art. 117 della Costituzione, rimase di competenza esclusiva delle regioni, ma era già pronta un’agenzia nazionale per il coordinamento delle politiche regionali, qualora fosse andata in porto la predetta riforma Renzi-Boschi, mentre è riuscita comunque a prendere il via quella per l’occupazione. Stando così le cose quest’ultima sovrastruttura poteva essere risparmiata, senza costringere le regioni ad un adeguamento normativo.

Andava nella direzione della periferia, tra decentramento servizi e nuovi poteri, la normativa sull’autonomia delle istituzioni scolastiche, che venne elevata a dignità costituzionale, ma rimase a mezz’aria con quella dicitura di “autonomia funzionale” che la tenne ancora legata a doppio filo all’amministrazione scolastica e che la legge 107/2015 ha rinforzato nella dipendenza, arrivando addirittura a finanziare progetti didattici su bandi ministeriali. Tra istruzione e formazione professionale ci si sarebbe aspettata una riorganizzazione nella direzione del decentramento, per dare compimento a quell’espressione della Costituzione che comprende entrambi i sistemi, mentre il decreto applicativo della buona scuola (2017) si interessa solo degli istituti professionali e della possibilità di un loro coordinamento con le agenzie formative delle regioni, portando classi con curricoli regionali a convivere con quelle statali.

Ci furono diversi tentativi, nella conferenza stato-regioni (2010) e in Parlamento (PD 2008, Lega Nord 2009) per l’applicazione della riforma costituzionale e per l’approvazione della “carta delle autonomie locali”, in cui era inserito anche il settore dell’istruzione. Un provvedimento in tal senso (2012)voleva razionalizzare gli enti e gli organismi che operano in ambito statale con l’obiettivo di trasferire le funzioni amministrative esercitate dallo Stato sulla base dei principi di sussidiarietà, differenziazione e adeguatezza a comuni, province, città metropolitane, regioni, con trasferimento di risorse umane e strumentali. Allo Stato di definire i “Livelli essenziali delle prestazioni” (LEP) per poter realizzare pienamente anche l’autonomia scolastica, ma soprattutto la riorganizzazione fiscale e della spesa. Questi assumono rilievo quando un servizio pubblico è attribuito alla responsabilità di livelli decentrati di governo. I LEP garantiscono l’unità nazionale accanto ai diritti del cittadino per standard fissati a quel livello. Vanno definiti in una prospettiva di multigoverno con risorse provenienti da fonti diverse, dovranno esplicitare gli elementi essenziali da finanziare e far convergere i punti di vista dei vari soggetti che operano per la comune finalità sul territorio. Una valutazione di efficienza ed equità ne consentiranno il progressivo adeguamento, in equilibrio con i conti pubblici del Paese.

L’impianto, come si vede, ha ancora parecchi buchi, che si potrebbero chiudere riprendendo la legislazione costituzionale del 2001 oggi ancora in vigore, dopo il fallimento delle modifiche del 2016. La sensibilità politica per un nuovo regionalismo torna e si allarga; non è più solo una competizione elettorale tra centro-sinistra, che pure ha una storia nei governi locali e lega nord a cominciare dagli studi di Gianfranco Miglio, ma sembra trattarsi di azioni più concrete che coinvolgeranno i cittadini di Lombardia e Veneto ad amministrazione leghista in due prossimi referendum e dell’intervento di un’altra regione con maggioranza a Forza Italia, partito che non era mai intervenuto prima su questo tema. Il suo presidente, il forzista Toti, dichiara che: “tutte le regioni dovrebbero stringere un’alleanza per rimettere al primo posto del dibattito politico il tema dell’autonomia”. Rincara la dose il presidente del Trentino-Alto Adige per il quale autogoverno e unità nazionale possono convivere. Dalle parti del centro-sinistra va rilevata l’azione dell’Emilia Romagna per perseguire il medesimo obiettivo mediante la trattativa diretta con il governo nazionale.

Pur avendo scelto strade diverse o esprimendo per ora solo concilianti propositi, si segnala un mutato clima politico rispetto al passato ed orientato alla condivisione dei suddetti principi di autogoverno e di unità nazionale; non più battaglie indipendentiste, ma autonomie che vogliono migliorare l’efficienza dei servizi senza dimenticare la solidarietà nei confronti di quelle realtà che hanno più bisogno di aiuto, non in termini assistenzialistici, ma di sostegno allo sviluppo. La nostra Costituzione all’art. 116, comma 3, prevede “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, attraverso una legge dello stato approvata a maggioranza assoluta sulla base di un’intesa tra il Governo e la Regione interessata”.

La strada dell’autonomia di governo e finanziaria non mediante un accordo politico di vertice, per tutto il territorio nazionale, pur suffragato da un referendum popolare, come avvenne nel 2001, ma bottom up, per iniziativa delle regioni. Veneto e Lombardia hanno promosso consultazioni referendarie, alle quali hanno aderito anche numerosi sindaci di centro-sinistra, per potersi presentare a livello nazionale armati di consenso, mentre l’Emilia Romagna ha alle spalle una delibera dell’Assemblea Legislativa. Un atteggiamento che riprende esperienze passate di promozione dei governi locali da entrambe le parti, che però gli esecutivi nazionali di vari colori politici non hanno mai voluto ascoltare. Sarà la volta buona ? Il centralismo è già in agguato ? Staremo a vedere, per tutti rimane il citato articolo costituzionale che obbliga alla via legislativa, con i rischi che in Italia comporta il passaggio parlamentare.

Le materie sulle quali si può intervenire sono quelle per le quali il titolo quinto della Costituzione prevede la “competenza concorrente” tra stato e regioni; impossibile arrivare ad un passaggio regionale a queste ultime in via esclusiva, come invece avviene per quelle a statuto speciale. Il Veneto va in questa direzione chiedendo ad esempio di poter intervenire su tutto il sistema scolastico e formativo, come per il Trentino-Alto Adige, mentre Lombardia ed Emilia Romagna, pur con diverse accezioni, cercano di allargare a loro favore il contenitore dell’istruzione e formazione professionale. In quest’ultima si prevede la costituzione di un “politecnico regionale”, d’intesa con il sistema produttivo, che sforni tecnici richiesti dalle imprese. Nessuno vuole soldi dallo stato, ma trattenere alla fonte parte delle risorse prodotte sul territorio.

Se si fosse a suo tempo applicato il predetto titolo quinto, oggi noi avremmo le “nome generali sull’istruzione”, la salvaguardia di vere autonomie scolastiche e sistemi formativi territoriali integrati, che garantivano attraverso i LEP la qualità del livello nazionale e la capacità dei territori stessi di far fronte anche in senso perequativo alla propria domanda sociale con la propria capacità fiscale e finanziamenti multilivello. Un processo legislativo come quello che si potrebbe aprire in tempi anche brevi: tutte e tre le regioni infatti hanno fretta di mandare ai loro cittadini segnali concreti, si prospetta laborioso, soprattutto se altre si faranno avanti per evidenziare le loro specificità. Adesso potrebbe tornare utile riflettere sul Senato delle autonomie, a partire cioè da esperienze comprensibili e significative per tutti i cittadini e non come ci era stato presentato, in modo confuso e velleitario.

In epoca di globalizzazione tornano ad essere centrali i territori come comunità che esprimono identità e vocazioni; pensare globalmente: grandi reti di scuole tecnico-professionali e della ricerca, ma agire localmente: protagonismo dei territori stessi, delle piccole e medie imprese sostenute dall’alta tecnologia. La partecipazione delle regioni aiuta inoltre a costruire una forte identità europea.

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