Insegnamento come campo di comunicazione

Insegnamento come campo di comunicazione

di Maurizio Tiriticco

Com’è noto, insegnare non è affatto un’attività facile! Sono troppi coloro che pensano che basta sapere per andare in un’aula e parlare parlare parlare, perché è sempre piacevole, da parte di chi sa, mostrare a una classe di alunni che non sanno quanto sia bello il sapere!!! Ricordo ancora i miei anni di liceo, quando il mio professore di lettere tirava fuori dalla cartella i suoi appunti e… appunto, parlava parlava parlava! Se noi studenti fossimo attenti o giocassimo alla battaglia navale per lui non aveva grande importanza. L’essenziale era che… lui parlasse e noi tacessimo! Insomma,una materia – pardon, disciplina – così bella, come la letteratura italiana, o meglio, la nostra storia linguistica e letteraria, di fatto veniva da lui avvilita e offesa! Lui parlava e noi lì sui banchi, un po’ annoiati, un po’ a prendere appunti o a far finta! Lui, comunque, ci teneva che ascoltassimo in un silenzio tombale! E poi… finalmente… il suono della campanella era la campana a festa della libertà!

Solo in seguito, quando mi iscrissi all’università – Roma, Facoltà di Lettere, tra le più prestigiose – e mi sono imbattuto con Salinari, sì, quel Carlo Salinari, autore di quella storia della letteratura italiana che negli anni del liceo mi aveva tediato, cominciai a capire qualcosa! Mi ero iscritto a lettere perché mi piaceva leggere e scrivere, non perché la scuola mi avesse dato una particolare motivazione! Anzi, i miei avrebbero preferito che mi iscrivessi alla facoltà di ingegneria perché la matematica per me non era mai stata quel flagello che in genere è per molti. In verità, se fosse stato per il mio insegnante di lettere, non mi sarei mai dovuto iscrivere a quella facoltà!

Comunque, come si suol dire, è andata! Mi laureai, non a pieni voti – oggi pare che il 110 e la lode siano d’obbligo! – con una tesi sui rapporti – e non solo d’amore – tra Madame de Staël, o meglio, Madame de Staël Albertine Baroness Staël Von Holstein (in fatto di nomi, c’era poco da scherzare tra i nobili di allora!) e Benjamin Constant. Lei era figlia di Jacques Necker, ministro delle finanze di Luigi XVI: colta e raffinata, animava uno dei salotti più prestigiosi del tempo. Fu nel 1794 che incontrò Benjamin Constant, un intellettuale di origine svizzera. Ebbero un rapporto e una corrispondenza che costituirono una delle origini di quel modernismo che più tardi interessò la cultura francese del tempo, e non solo. E per me scavare in quell’epoca fu un grande apprendimento! Mettere su una tesi di laurea su un periodo così pieno di “cose”!

Dopo la laurea, il giornalismo, da buon militante comunista… mai pagato, ovviamente! E quindi, l’insegnamento! L’unica porta aperta per un “dottore in lettere”! E non fu una cosa facile insegnare! Dovetti imparare! Imparare ad insegnare! Ciò che all’Università non mi avevano mai insegnato! Ed imparare in primo luogo a “comunicare”! Sì, con tanto di virgolette, perché devi assolutamente sapere che cos’è un “campo di comunicazione” e come gestirlo, soprattutto se hai a che fare con un gruppo di alunni che, ovviamente, sono in partenza demotivati. Com’è noto, la scuola per molti di loro è una pena che occorre sopportare fino alla maggiore età! Ma io non avrei mai voluto replicare ciò che faceva il mio insegnante di lettere al liceo.

E cominciai a chiedermi: che cos’è un gruppo, non una squadra di calcio, estremamente coesa e che vuole “vincere”! Ma un gruppo di adolescenti annoiati, demotivati, desiderosi solo di suoni di campanelle e di vacanze liberatorie! No! Non avrei mai voluto annoiare i miei alunni! Ma come? Studiando: studiando cose nuove. Così Kurt Lewin e Jacob Levy Moreno furono i miei primi maestri… ovviamente a distanza di tempo e di luogo! E poi la pratica, il mettersi in gioco sempre! Motivando! E gratificando, anche! E poi Roman Jakobson, il formalista russo poco noto ai più, autore di quelle funzioni del linguaggio, che non è fatto solo di parole, ma anche e soprattutto di “corporeità”: la deambulazione, la seduta, il gesto, lo sguardo, la mimica! Insomma, l’insegnante anche e soprattutto come “attore”, con tanto di virgolette! Che mi veniva dagli insegnamenti di Dario Fo, su cui ho scritto tanto e che sul web è sempre reperibile.

Ed ecco che cosa scoprii! La comunicazione è un campo in cui e su cui operano alternativamente emittente/i e ricevente/i. E’ un campo attivo, quindi, che in molti hanno studiato. Un campo in cui occorre operare conoscendo quali sono le sue opportunità e le sue regole. Secondo la teoria della comunicazione elaborata da Roman Jakobson (Mosca, 1896 Boston, 1982) il noto formalista russo, il linguaggio ha precise funzioni. Jakobson ne individua sei. Eccole: a) referenziale, centrata sul referente (sarebbe meglio dire “riferito”): ad esempio, quando il parlante/scrivente fa una bella e dotta orazione su un dato oggetto che a lui piace tanto, la quale, però, a volte fa annoiare tutti! Es: una “tradizionale conferenza”, una “bella lezione cattedratica”; ovviamente, il “parlate/scrivente”, se è padrone delle “regole del comunicare”, non annoia, ma interessa, motiva, avvince, b)metalinguistica, centrata sul codice: quando il p/s si preoccupa soprattutto della correttezza grammaticale (fonologia, morfologia, sintassi) del testo/messaggio; c)fàtica, centrata sul “canale”: quando il parlante/scrivente si preoccupa del mezzo, affinché ciò che dice o scrive giunga al destinatario. Es: Porca miseria! Questa penna non scrive!!! Oppure: Sentite tutti? Funziona questo maledetto microfono?; d)poetica, quando il p/s si preoccupa del contenuto concettuale di ciò che scrive/dice. Es: quando rileggo ciò che ho scritto e correggo, correggo, correggo; oppure, quando presto attenzione a ciò che dico, magari aiutandomi con delle slide; e)emotiva, quando il p/s è attento a come gestisce l’atto comunicativo verbale (tono, timbro, volume), curando anche la comunicazione non verbale, la gestualità, l’espressione del volto. Mai stare fermi dietro un tavolo e comunicare solo con il mezzobusto!!! f) conativa, quando il p/s si preoccupa che il destinatario accetti e comprenda il contenuto del messaggio (la conta dei sorrisi, oppure degli sbadigli!) – indipendentemente dalla sua condivisione.

Comunque, sui processi che avvengono all’interno di un capo di comunicazione tra due o più interlocutori intervengono altri studiosi, come Roland Barthes, il de Saussure, Charles Morris, con la sua analisi tridimensionale sul linguaggio. E tanti altri! Per non ricordare poi la teoria degli atti linguistici, proposta da John Langshaw Austin. E non vorrei dimenticare quella “Pragmatica della comunicazione umana”, di Paul Watzlawick, Janet Helmick Beavin e Don D, Jackson, edita da Astrolabio in Roma nel lontano 1971, ma pur sempre valida.

Insomma, ce n’è da studiare, se vuoi diventare veramente un “maestro”, un professionista che sa insegnare!

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