J. Lahiri, Solo bontà

Scrittori d’immigrazione

di Antonio Stanca

Nella serie “Racconti d’Autore” pubblicati da Il Sole 24 ORE è comparso di recente, tradotto da Federica Oddera, il racconto Solo bontà della scrittrice indiano-americana Jhumpa Lahiri di quarantacinque anni. E’ nata a Londra nel 1967 da immigrati indiani che si sono poi trasferiti in America quando lei aveva tre anni. Qui ha studiato, si è laureata nel 1989, ha insegnato scrittura creativa presso la Boston University e la Rhode Island School of Design, si è sposata nel 2001, ha avuto due figli e con la famiglia risiede a New York. All’attività letteraria è giunta quando aveva trentadue anni, nel 1999, con la raccolta di racconti L’interprete dei malanni che l’ha subito segnalata ai lettori ed ai critici e le ha procurato, nel 2000, il Premio Pulitzer per la narrativa. Verranno altre opere, il romanzo L’omonimo, dal quale sarà tratto un film, un’altra raccolta di racconti, Una nuova terra, e la più recente Terra abituati. Non solo nei racconti ma anche nei romanzi la scrittrice mostra di preferire la forma breve ed in entrambi i generi ricorrenti sono i temi relativi alle difficoltà incontrate oggi dai tanti immigrati presenti nelle maggiori città del mondo, all’integrazione con i nuovi ambienti da essi cercata a volte inutilmente, all’emarginazione della quale spesso sono vittime, all’abbandono dei luoghi d’origine, alla rinuncia agli affetti più cari. Erano stati i problemi dei genitori della Lahiri che per una vita migliore erano andati dall’India in Inghilterra e poi in America, erano stati i suoi problemi e di essi era diventata la scrittrice, di essi dice pure nel racconto Solo bontà che dalla raccolta Una nuova terra è tratto. Nel racconto la Lahiri presenta vicende e personaggi molto vicini a quelli della sua famiglia. Quasi volesse scrivere di essa tra India, Inghilterra e America costruisce la trama, tra immigrati e loro figli, tra affermazioni e negazioni la svolge: da Londra una famiglia di immigrati indiani si trasferisce in America, qui i due figli, Sudha e Rahul, crescono, diventano adulti e mentre Sudha progredisce, si afferma negli studi, nel lavoro, nella vita, Rahul non riesce ad impegnarsi nella maniera richiesta dall’ambiente, dalle circostanze, non s’inserisce nel contesto e diviene vittima dell’alcol. Sudha compirà i suoi studi, farà un buon matrimonio, avrà un bambino, si stabilirà con la famiglia a Londra. Rahul cercherà di liberarsi dal suo vizio, ci riuscirà  solo per poco tempo e la sua vita continuerà ad essere sregolata. Sudha coronerà quelle che per anni erano state le aspirazioni dei genitori, vedere i propri figli realizzati nei nuovi posti, Rahul li farà ancora soffrire, li farà sentire esclusi. Non tanto da essi, però, questa contraddizione sarà sofferta quanto dalla figlia. Sudha comparirà sempre in preda ad inquietudini, a paure a causa delle condizioni del fratello, sempre travagliata risulterà la sua interiorità. Sarà la descrizione di tale stato d’animo a mostrare le qualità della scrittura della Lahiri, la sua capacità di cogliere i pensieri più profondi, i sentimenti più delicati, di esprimere il dolore, l’angoscia di una sorella che assiste impotente alla sconfitta del fratello. Di fronte a questa niente vale la sua vittoria e drammatica è la scena finale che li mostra mentre si separano per sempre, lei rimane nella certezza della sua casa, della sua famiglia, della sua condizione, lui riparte solo per strade sconosciute. Altra soluzione per il loro rapporto non era possibile e questo soprattutto fa soffrire Sudha e insieme a lei la Lahiri che è costretta a riconoscere il destino inevitabile della sua gente.

Non all’esterno si concede la lingua della scrittrice poiché sempre impegnata a dire, nei modi semplici e facili che l’hanno distinta fin dall’inizio, quanto avviene nell’anima dei suoi personaggi, come in essa si riflettono le varie situazioni. Una vita propria attribuisce la Lahiri all’anima, di quella vuole essere la voce con le sue opere, a quella risale il successo che stanno riscuotendo non solo in America.

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