Giochi linguistici con l’educazione

Giochi linguistici con l’educazione

di Margherita Marzario

Abstract: L’Autrice, scomponendo e ricomponendo la parola “educazione”, ne trae la ricchezza e la profondità dei significati come rivoli da una sorgente.

 

Anziché parlare in maniera gravosa dell’educazione, come avviene in questi ultimi tempi, sarebbe interessante fare dei giochi linguistici con la parola “educazione” per ricavare dalla stessa, attraverso una sorta di maieutica, delle indicazioni per operare.

Innanzitutto “educazione” può essere considerata una sincope di “edulcorazione” intendendo questa non in maniera negativa o artificiale ma nel senso di mostrare gli aspetti positivi della vita, il buono e il bello senza imporre divieti e obblighi. E’ questo il significato di educare alla e nella libertà, come sostenuto da alcuni pedagogisti, ed anche il significato del primo comma dell’art. 33 della nostra Costituzione in cui si legge che “L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento”, dove l’arte è la ricerca e l’espressione del bello mentre la scienza è (o dovrebbe esserlo) del buono per l’uomo.

Contraendo e anagrammando, poi, la parola “educazione” si ricavano varie parole che rivelano le proprietà dell’educazione.

Azione: l’educazione non è frutto di teoria ma azione in cui tutti sono “attori” e in cui l’educatore è “autore”, “colui che fa avanzare, il promotore”, colui che ha l’autorità, tanto bandita nel passato ma oggi reclamata. Che l’educazione sia azione che comporta impegno e coinvolgimento è ben espresso negli articoli 28 e 29 della Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia (denominata Convenzione di New York) in cui sono stati usati i verbi “rendere”, “promuovere”, “prendere”, “inculcare”, “preparare”; sono specificatamente incisivi gli ultimi due verbi “inculcare”, “calcare dentro”, e “preparare”, “apprestare prima”, che sembrano riferirsi alla doppia natura etimologica dell’educazione, dai verbi latini “educare” (allevare, formare) e “educere”  (trarre fuori).

Cadenze: mentre in passato si parlava di educazione in modo univoco oggi se ne parla in diverse modulazioni dalla “media education” (educazione ai media) alla “peer education” (educazione tra pari).

Cauzione: dal latino “guardarsi”, significa letteralmente “prudenza, accortezza”. Prudenza e pazienza, atteggiamenti necessari non solo nei confronti della generazione presente ma delle generazioni future per un’equità generazionale e intergenerazionale, poiché ogni atto, educativo e non, ha conseguenze nel presente e nel futuro. Prudenza e pazienza giuridicamente si traducono in prevenzione, promozione e protezione di cui si parla nella normativa internazionale e nazionale. Il “guardarsi”, di cui nel significato etimologico, evoca il concetto di sguardo pedagogico o pedagogia dello sguardo, che oggi spesso manca. Questo “tendere verso”, “questo guardare” è anche il significato etimologico di “attenzione” e “rispetto” che sono alla base di ogni relazione che si dica educativa.

Con: l’educazione è coeducazione, che non significa solo educare insieme ragazzi e ragazze ma educarsi tutti insieme. Peraltro il “con” (dal latino “cum”) è contenuto in molte parole, da compassione a comunicazione, che si possono riferire all’educazione.  In particolare recentemente si è diffusa la “compassion focused therapy” (CFT), orientamento allo sviluppo e alla pratica di un atteggiamento di compassione verso se stessi e gli altri. Ebbene l’educazione ha in sé un’alta valenza catartica e terapeutica e proprio perché essa oggi è vacillante o latitante si stanno sviluppando molte attività che vanno sotto il nome di “relazioni d’aiuto”. Inoltre si può dire che l’educazione deve mirare al “con”, ovvero in una società basata sui “senza” (senza principi, senza responsabilità, senza sacrifici, senza coscienza, senza morale) l’educazione deve ripristinare i “con”: è questa la vera emergenza educativa.

Dazio: è un tributo che ognuno deve pagare per sé e per gli altri per essere persona. Ciò si può ricavare anche dall’art. 29 paragrafo 1 della Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia in cui si legge che “l’educazione del fanciullo deve tendere”, per cui in questa “tensione” tutti sono coinvolti senza distinzione tra educatore e educando.

Dazione: l’educazione non è dire ma dare ascolto, amore, esempio, la giusta distanza ed altro.

Decano: l’educatore non deve stabilire un rapporto “one up e one down”, ma come “primus inter pares”. È una persona che si deve affiancare all’educando mettendo a sua disposizione la maggiore età ed esperienza, come fa nella bottega l’artigiano (“maestro”, “mastro”) con l’apprendista nell’attesa che quest’ultimo lo superi.

Duzione: dal latino “ductio”, “guida”; educare è guidare. Duzione è contenuto anche in altre parole come conduzione, produzione, traduzione, che si addicono all’educazione.

Eco-: dal greco “oikos”, “casa”; si parla sempre più insistentemente di “ecosistema formativo”, “che pone l’esigenza di assicurare la continuità educativa, cosiddetta “orizzontale”, tra i diversi ambienti di vita e di formazione dell’alunno” (dalla Circolare Ministeriale 16 novembre 1992 n. 339 “Continuità educativa”). L’esigenza maggiore che si avverte è quella della coerenza degli e tra gli educatori, a cominciare tra i genitori per poi passare a tutti gli altri soggetti educativi. L’educazione è altresì “eco” nel senso che trasmette, ripete i valori del passato, quindi oltre ad essere traduzione è pure tradizione. Nella Convenzione di New York si parla di “ideali” nel Preambolo e di “valori culturali” e “valori nazionali” nell’art. 29 lettera c.

Eduzione: termine filosofico con cui si indica il passaggio dalla potenza all’atto, proprio come avviene nell’educazione.

Nuce: l’educazione rivela ciò che è in nuce ed essa stessa è in nuce in ogni relazione umana.

Unica: l’educazione come esperienza umana è unica e unitaria, non ha né sinonimi né sostituti (come l’addestramento, l’allenamento, o l’avviamento); distingue l’essere umano da qualsiasi altro essere animale e fa sì che l’essere umano sia tale.

Zaino: questa parola fa venire in mente il progetto “Senza zaino. Per una scuola comunità” del già maestro elementare Marco Orsi. In altre parole i bambini non devono portare a scuola lo zaino pesante ma il contrario, riportarlo pieno di quello che “ap-prendono”. Non solo, la parola “zaino” evoca l’immagine di genitori e nonni che si caricano degli zaini al posto dei bambini o ragazzi, talvolta anche più alti di loro, deresponsabilizzandoli. Oppure evoca l’immagine di genitori che continuano a preparare lo zaino al posto dei figli o a controllarne il contenuto affinché non ci siano sostanze stupefacenti o altro. I genitori (o altre figure adulte) non si devono sostituire ai figli né essere oppressivi ma vigilare per consentire la crescita, come nella similitudine più volte usata del contadino nei confronti della pianta.

Alcuni di questi concetti erano già espressi giuridicamente nella Dichiarazione dei diritti del bambino del 1959, forse negletta perché atto non vincolante ed emanato in un’epoca in cui ancora non vi era un’adeguata cultura, giuridica e non. Nell’art. 7 paragrafo 1 si legge: “Il bambino […] ha diritto a godere un’educazione che contribuisca alla sua cultura generale e gli consenta in una situazione di eguaglianza di possibilità, di sviluppare le sue facoltà, il suo giudizio personale e il suo senso di responsabilità morale e sociale, e di divenire un membro utile alla società.  Il superiore interesse del bambino deve essere la guida di coloro che hanno la responsabilità della sua educazione, del suo orientamento”. La portata innovativa di quest’articolo è stata il binomio responsabilità e orientamento che riguarda non solo l’educazione del bambino ma l’educazione in generale. L’educazione, pertanto, è responsabilità ed orientamento a responsabilizzarsi ed orientarsi. Educare e educarsi.

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