Concorso MIUR a posti di piccolo CEO

Concorso MIUR a posti di piccolo CEO

di Gabriele Boselli




 

Il nuovo attesissimo bando di concorso a posti di dirigente scolastico potrebbe andar bene se volto a reclutare dirigenti per altre amministrazioni dello Stato o per CEO di medie aziende. L’esperienza dell’ultimo concorso non ha insegnato nulla e sono anche a questa tornata escluse le discipline scientificamente fondazionali e gli aspetti della cultura che più aprono a una visione dell’Intero e per esso al reale dell’educare.

Laddove per dirigere ………

 

 

Per lo studio e/o per la salvezza

Finalmente è uscito, oltre un lustro dopo quello precedente, il bando per il concorso a posti di dirigente scolastico. E’ un concorso con oltre 2000 posti e di certo molto atteso, soprattutto dai numerosi insegnanti colti e impegnati, amanti del libro e della loro missione, che vi possono ravvisare un modo di mettere a frutto il loro studio essendo ancor più utili all’educazione dei ragazzi. In non pochi casi può essere una strada per salvarsi da alcune (fortunatamente) rare nuove figure di superdirigenti selezionati nell’ultimo concorso e accreditati da ANP e corrive correnti MIUR del diritto di prevaricazione sui “sottoposti”. Dirigere si delinea allora, per molti insegnanti bravi, come uscita di sicurezza dall’essere maldiretti.

 

Un modello deviato di dirigente scolastico

Concorso atteso anche da pochi ma sgomitanti tra i professori di scuola secondaria abili nel rispondere ai test ed esperti in inglese che non amano né lo studio né le persone e che, mossi da pulsioni di potere e confortati dall’ideologia managerialista, cercano un modo di sottrarsi alle fatiche della ricerca culturale e scientifica e dell’essere-in-relazione. Il bando di concorso sembra disegnato soprattutto per questi ultimi.

Per favorire il pensiero della banalità non mancherà nemmeno questa volta una iniziale lotteria a test “truccata”. Truccata nel senso che i test valorizzano alcune conoscenze e facoltà e non altre; certo non il pensiero critico né quello creativo; premiano l’informazione su settori alieni e non su quelli più culturalmente e scolasticamente più significativi.

Mancano infatti in tutte le prove i saperi davvero essenziali per un dirigente scolastico: cultura generale su carta o dell’infosfera, filosofia, pedagogia, sociologia. Prevalenti invece i saperi utili per un direttore di supermercato o di una fabbrica di prodotti materiali: organizzazione del lavoro e gestione del personale, programmazione, gestione. Aggiunti poi, importanti ma non essenziali: valutazione (secondo quale prospettiva epistemologica?), diritto civile e amministrativo, contabilità di Stato.

Di reale pertinenza alla funzione solo “ambienti di apprendimento” e “sistemi educativi europei”.

 

Le conoscenze essenziali nel dirigere una scuola

Mentre le imprese più avanzate per l’individuazione dei loro dirigenti cominciano ad apprezzare i laureati in filosofia, mi sembra che in chi ha disegnato le prove difetti una qualche idea scientificamente fondata su cosa sia un dirigente scolastico. 
Divenire dirigenti veri richiede conoscenza e pratica della ricerca pedagogica, studio scientifico delle varie scienze interessanti l’educazione, non solo aggiornamento giuridico o competenza nelle tecniche di asservimento. Le teorie dell’organizzazione e della gestione non possono continuare a essere dominanti come è avvenuto nell’ultimo decennio e in particolare nella formazione per i vincitori dell’ultimo concorso. Centrali nella scuola dei docenti e degli alunni, per chi deve orientarli, sono il discorso culturale generale e quello pedagogico.

Chi si candida a orientare, a costituire una guida deve aver studiato, e studiare tanto e pubblicare. Aver frequentato ad alto livello le discipline fondazionali, aver vissuto e tratto lezioni dall’esperienza, fino a esser divenuto capace di vedere un po’ oltre i confini della visione ordinaria. 
Ci si forma interrogando rigorosamente la cultura come la propria storia, diventando non ripetitori ma soggetti culturali, ascoltando insegnanti e genitori, partecipando alla vita culturale della nazione e della zona ove si lavora.

 

Quel che potrebbe non contare nulla: la profondità e l’estensione della visione culturale. Proprio oggi che…

Non so se e dove si troveranno tanti esperti di organizzazione del lavoro, gestione del personale, programmazione che abbiano anche esperienza di vita scolastica; eventualmente quanti fondi vi siano per pagarli (in genere costano cari) e se siano disponibili a correggere migliaia di testi anche non seriali. Soprattutto: cosa capiranno di alta cultura, di pedagogia e di concreti problemi di vita scolastica avendo operato in ambienti del tutto diversi, ove contano ben altre conoscenze?

I commissari sapranno distinguere i candidati che conoscono la lingua italiana, cosa evidentemente non avvenuta nell’ultima edizione, viste le circolari che alcuni neodirigenti, magari bravissimi nella lingua ex-imperiale, hanno scritto e continuano a scribacchiare insultando il dolce idioma?

Se anche si trovassero commissari degni di tanta responsabilità e nel contempo esperti di scienze predilette in ambienti MIUR, escludendo di conseguenza gran parte dei dirigenti scolastici e degli ispettori che di materie manageriali normalmente non hanno una conoscenza scientificamente accreditabile, rimarrebbe esclusa dalla valutazione la conoscenza delle linee di fondo dei tratti essenziali della cultura della nostra epoca. Questo mentre stiamo vivendo un passaggio d’epoca: il nostro tempo presenta tratti mai incontrati prima (globalizzazione culturale, nuovi paradigmi scientifici) . Ci sono cambiamenti con cui il genere umano non si era mai misurato. Nel tempo del post-umano e del trans-umano occorre saper fare esercizio di antiche e nuove categorie di pensiero; non bastano più quelle del moderno, non basta la sola razionalità strumentale ed economicistica.

Solo avendo presente l’intero del campo culturale (il vero è l’intero), la scuola può configurarsi come il luogo dell’avvenire. Essere agenti di autentica innovazione è possedere e trasmettere un modo proprio di rispondere alla missione di ponte verso gli eventi futuri. Dominando epistemologicamente una pluralità di discipline e di indirizzi culturali, il dirigente scolastico può apportare fermenti di un futuro non riducibile al presente.

Allo stato puro è la pedagogia a esprimere anche come scienza il cuore intenzionale della città.

 

Per un dirigente/Maestro

La scuola non è un’azienda (per questo non ha bisogno di dirigenti-manager, presidi-sceriffo o presidi-sindaco), come ormai molti pur a fatica riconoscono. E’ uno dei luoghi dello spirito, come l’università, la biblioteca, il teatro, il centro di ricerca scientifica; rappresenta un volto della cultura e si occupa primariamente di educazione e d’istruzione. Prima ancora che obiettivi da mostrare e rendicontare per contratto con il sistema economico-politico ha una tradizione da onorare, degli scenari pedagogici disegnati in proprio e un orizzonte di finalità individuate anche attraverso il dialogo con gli altri luoghi di formazione del pensiero.

Chi la dirige autenticamente non siede a una scrivania ma detiene una cattedra; abbia senso dello Stato, intraprenda iniziative, costituisca punto di riferimento, si ponga vicino a tutte le persone, le accompagni, le motivi. Sia uomo (o donna) che abbia qualcosa da dare sul piano umano e da dire su quello culturale. Attento alla mutevole progettualità ufficiale e fondatamente critico, s’interroghi su ciò che deve conservare e su quel che di nuovo può portare nel mondo.

Contribuisce a portare in dono agli alunni una pura e indifferenziata capacità di conoscere come premessa al percorrere un campo disciplinare ampio, rigorosamente studiato e fedelmente ricostruito quanto personalmente frequentato, ripensato, interpretato, reinventato. Questo fa chi dirige sul serio non un supermercato ma una scuola.

 

Soggetti di un magistero a tutto campo

I grandi presidi e direttori didattici che abbiamo conosciuto (ora ridotti per legge a semplici DS) sapevano instaurare con l’altro una relazione costitutiva dell’esistenza e della conoscenza, articolata in un tessuto intellettualmente complesso e pedagogicamente orientato. Di sopravvissuti alla nuova qualifica ce ne sono ancora molti e invitano i ragazzi –con lezioni magistrali o tramite i docenti- a estendere ma anche a focalizzare disciplinarmente il loro orizzonte degli eventi di cultura, ad articolare in forma più evoluta il loro mondo vitale. Aiutano a mantenere il piacere del gioco con gli eventi e a sostenere l’impegno del lavoro. Sanno offrire i propri spazi e la propria compagnia, far dono di una inerenza dialetticamente fondativa del proprio come dell’ altrui arco delle possibilità.

Non ostentano certezze né impartiscono ordini, ma offrivano indicazioni di senso. A un concorso come quello appena bandito sarebbero stati bocciati.

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