L’insuccesso scolastico

L’insuccesso scolastico

di Davide Leccese

 

“Questa è una scuola che oramai non boccia più nessuno; è finita la selezione e la giusta distinzione tra chi riesce e studia e chi non riesce e non studia”.

Frasi di questo tenore girano ancora nel mondo della scuola, pronunciate sia dagli addetti ai lavori che dagli estranei. Ma se allarghiamo il campo di visuale e non lo limitiamo ai ristretti esiti dei risultati scolastici (voti, promozione, ecc.), ci accorgiamo che una colpevole generalizzazione del tema e una pericolosa approssimazione stanno producendo – sulla pelle dei giovani studenti – dei marchi dolorosi e sostanzialmente indelebili.

Sia gli alunni con esiti positivi che quelli con esiti negativi registrano amarezze – in relazione ai sistemi valutativi della scuola – ritenendoli inadeguati e non rispondenti alle autentiche istanze della loro storia e della loro formazione.

Paradossalmente, a fronte di insuccessi espliciti nella scuola (non promozioni, abbandoni, ripetenze, studio controvoglia e disamorato), esistono altri insuccessi – forse più diffusi, anche se meno palesi – di chi pure viene promosso, prosegue negli studi, si interessa con qualche passione all’apprendimento. Questi studenti impegnati ricordano malvolentieri come la scuola ha registrato i progressi, ha sanzionato i limiti, ha marchiato i regressi; e il giudizio negativo può anche non interessare la sostanza della decisione, quanto le modalità e gli effetti. Insomma, l’insuccesso attraversa le fibre della scuola e la Riforma doveva affrontare anche questo delicato argomento, se non voleva limitarsi all’epidermide del cambiamento.

Partiamo, quindi, dall’ambito dell’insuccesso scolastico che normalmente ha due facce: l’alunno non raggiunge i traguardi prefissati e gli obiettivi definiti (insuccesso personale); la scuola non riesce a far raggiungere quei traguardi e registra perdita di popolazione scolastica, di credibilità funzionale, di identità (insuccesso istituzionale).

La famiglia, primo ambito sociale di riferimento – relazionato, da un lato, all’alunno e, dall’altro, alla scuola – partecipa all’insuccesso o come vittima o addirittura come complice.

Nell’individuazione del gradiente di responsabilità è accertato che queste sono distinte e graduate, ma è raro che l’insuccesso dipenda tutto dall’alunno o tutto dalla scuola perché è facile, invece, che si vadano a sommare le carenze dell’uno e dell’altra.

La scuola, nel momento che registra carenze, esprime di solito il cattivo vezzo di “retrodatare” le cause dell’insuccesso, scaricando i limiti registrati dall’alunno sul livello scolastico precedente o su cause esterne.

Quel che occorre sottolineare immediatamente, nel momento in cui si dovrà sanzionare l’insuccesso scolastico di un giovane, è il cumulo di effetti negativi che la sanzione trascina con sé: i pesanti costi individuali e sociali, il ritardo nell’inserimento nel mondo del lavoro, la declassificazione della qualità della formazione di base e poi professionale (chi “abbandona” gli studi raramente recupera il gap formativo) e, infine, la perdita di spessore qualitativo della formazione scolastica.

Su quest’ultimo aspetto occorrerà spendere qualche riflessione, soprattutto con l’attenzione rivolta a chi propone una “selezione” forte e costante: è sicuramente antidemocratico e profondamente ingiusto che l’alunno venga considerato il terminale unico degli esiti di insuccesso (e quindi paghi “in esclusiva” le conseguenze)

Quali, infatti, le cause concomitanti dell’insuccesso dell’alunno (che manifesta disimpegno nello studio, svogliatezza, non apprendimento degli obiettivi minimi, gravi carenze di conoscenze e di abilità)?

La prima causa è da catalogare come inadeguatezza educativa della scuola e della famiglia, che si sostanzia in una serie di limiti vistosi:

  1. L’insufficiente rapporto scuola-famiglia
  2. L’insufficiente relazionalità scuola-alunno-famiglia
  3. L’insufficiente relazionalità scuola-alunno
  4. L’insufficiente relazionalità scuola-scuola (gradi di scolarità)
  5. Il disinteresse o, all’opposto, lo squilibrato interesse dei familiari nel confronti del vissuto scolastico dei figli
  6. La mancanza di una adeguata e specifica programmazione educativa della scuola che superi l’approccio esclusivamente cognitivo (sovrabbondanza dello studio teorico e privazione di motivazioni complessive, a livello “vitale” dell’esperienza scolastica)
  7. La disattenzione dei docenti verso i percorsi individualizzati di insegnamento
  8. Il permanere della concezione giuridico/formale/assistenziale del diritto allo studio.

Come la comunità scolastica si attrezza per porre un argine all’insuccesso scolastico?

  1. Convincendosi, innanzitutto che l’insuccesso è un incontro mancato tra docente ed alunno le cui conseguenze, alla lunga, le paga non solo l’alunno ma anche il docente che risulterà – se sensibile – frustrato negli esiti “negativi” della sua azione didattica (Chi perde troppe battaglie non potrà dire, alla fine, di aver vinto la guerra!);
  2. Rinunciando alla semplificazione e alla cristallizzazione delle “diversità” sul criterio discriminante dei bravi (meritevoli) e dei somari (colpevoli); criterio basato su scale precostituite e meccaniche di giudizio, ad esclusivo privilegio dei docenti che giudicano, mettono i voti;
  3. Fondando una nuova logica didattica che abbandoni le certezze definitive pedagogiche e si incentri sulla capacità di progettare, evitando che il disagio si concluda con una ripetenza o con un abbandono. Ciò presuppone che tutto il lavoro del docente assuma la caratteristica della ricerca e della sperimentazione, non solo sul piano dei contenuti e dei relativi metodi, ma anche sul piano del sistema complessivo di formazione e di relazione educativa. La didattica, allora, diventa il sempre nuovo e disponibile, come cultura della probabilità, continuamente aperta a creativi itinerari, fondata sull’osservazione e sull’esperienza, con profonda coerenza tra gli obiettivi e i sistemi di valutazione.
  4. Impostando un rigoroso sistema di orientamento che è scolastico se è complessivamente orientamento alla vita, alle sue regole e alle sue prospettive.
  5. Educando i giovani alla positività delle esperienze, sapendo godere del successo non come dato formale – di risposta alle richieste “fredde” degli esiti scolastici, ma come riscontro diretto e personale alla crescita della propria personalità. Il che è come dirsi: “Ce l’ho fatta; sono in gamba; e la scuola me lo dichiara e me lo dimostra!”

Politica scolastica per combattere l’insuccesso formativo

Molti hanno dimenticato (o non hanno mai letto) la risoluzione dei Ministri dell’Istruzione, in sede di Consiglio d’Europa, concernente la lotta contro l’insuccesso scolastico (90/C 27/01) del 14 dicembre 1989.

La sintetizziamo perché riemergano alcuni capisaldi, ancora oggi di scottante attualità:

l’aumento del livello generale di formazione è una delle principali condizioni dello sviluppo economico, sociale e culturale, nonché dell’esercizio dell’autentica democrazia e che una buona formazione debba consentire a tutti di accedere all’autonomia e alla pratica della cittadinanza e di trovare gli sbocchi per il proprio inserimento sociale e professionale.

Occorre, quindi:

  1. approfondire la conoscenza del fenomeno e delle sue cause
  2. diversificare le strategie e i metodi proposti
  3. adattare il sistema scolastico
  4. rafforzare la presa in considerazione, da parte delle scuola, del contesto culturale, sociale, economico
  5. organizzare la complementarità tra attività scolastica e attività parascolastica, tenendo conto, in particolar modo, dei fattori che influiscono sui risultati scolastici
  6. attuare o rafforzare la formazione specifica delle persone coinvolte

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