Le competenze: tra dramma e realtà!

Le competenze: tra dramma e realtà!

di Maurizio Tiriticco

 

Copio da “ItaliaOggi” del 13 dicembre: “I prof. ammettono: impreparati a certificare le competenze. E intanto spopola l’autovalutazione degli studenti. Il comitato scientifico nazionale proporrà al ministero di estendere la sperimentazione di nuovi strumenti di formazione per rispondere meglio ai cambiamenti che la certificazione delle competenze comporta. È la richiesta che emerge forte e chiara dai docenti nel Rapporto di monitoraggio sul terzo anno di adozione sperimentale dei modelli di certificazione delle competenze nel primo ciclo, realizzato dal Miur tra giugno e luglio 2017 sulle 2.689 scuole statali e paritarie che hanno partecipato alla sperimentazione nel 2016/17, aumentate costantemente dalle prime 1.477 nel 2015/16 passando per le 2.183 del 2016/17”.

Ho già detto e scritto più volte che la competenza è una “cosa seria” e non ci può giocare solo per lanciare nuove mode che, invece di costituire un passo in avanti per le nostre scuole e per i processi di insegnamento/apprendimento, provocano soltanto incertezze, inquietudini ed interrogativi. Chiediamoci: ma fino a qualche anno fa – non saprei fare il conto – le nostre scuole e i nostri insegnanti erano tenuti a certificare competenze? Assolutamente no! In tutta la mia frequentazione di scuole e università, nessuno ha mai certificato se fossi competente o meno! Eppure ho conseguito maturità classica, laurea in lettere e stravinto concorsi! Ma ciò non riguarda soltanto me, ovviamente, ma intere generazioni di cittadini, compresi coloro che poi si sono distinti nei campi più diversi della cultura e della ricerca. Penso che nessuna istituzione scolastica od universitaria abbia mai “certificato le competenze” di un Enrico Fermi o di un Carlo Rubbia o di un Quasimodo o di una Rita Levi Montalcini, o di un Dario Fo, tutti nostri illustri Premi Nobel!

Allora? Perché riempirsi la bocca e riempire carte su carte per certificare competenze non appena un soggetto si svezza dal latte materno? Ma andiamo sul concreto. Sulla competenza ciascun vocabolario, e non solo, può dire la sua, ma… è bene ricorrere alla definizione di competenza che ricaviamo dalla documentazione europea (Raccomandazione del Parlamento europeo e del Consiglio del 7 settembre 2006), che vale per noi e per tutti gli Stati dell’Unione, e che è la seguente: “La competenza indica la comprovata capacità dimostrata da un soggetto di saper utilizzare le conoscenze, le abilità e le attitudini (atteggiamenti) personali (il Sé) sociali (il Sé e gli Altri) e/o metodologiche (il Sé e le Cose, il Fare) in situazioni di lavoro o di studio e nello sviluppo professionale e/o personale. Nel Quadro Europeo delle Qualifiche le competenze sono descritte in termini di responsabilità e autonomia”.

Sottolineo il progress: conoscenza, attività intellettuale, con cui acquisisco dati e informazioni, le archivio e le elaboro al fine di poterle utilizzare successivamente anche e soprattutto in situazioni problematiche; abilità, un dato saper fare, che presuppone una capacità; un esempio: quando, crescendo, la mia mano diventa sempre più capace, divento abile nel maneggiare dati strumenti: che gioia, quando il bambino impara ad imboccarsi da solo; ed infine si raggiunge la competenza, che è il risultato di un insieme coordinato di conoscenze e di abilità complesse. Ad esempio, il bambino, ormai adulto, è diventato un pianista, o un chirurgo e le sue mani hanno acquisito un’alta specializzazione. Si tenga conto che non è sempre facile determinare il confine che separa un’abilità da una competenza: tutti siamo in grado di saltare uno scalino (abilità), ma solo un campione olimpico salta oltre i due metri (competenza).

Da quanto scritto si deduce – e lo ribadisco – che la competenza è una “cosa seria”! E riguarda, pertanto, azioni ed attività di tutto rispetto. In altre parole, potrei forse dire che un bambino è competente quando ha imparato a vestirsi da solo o quando a scuola ha imparato a leggere, scrivere e far di conto (e far di canto, come ama sempre ribadire Luigi Berlinguer)? Assolutamente no! Si tratta di abilità comuni a tutti noi, tranne i casi di ritardi nell’apprendimento o di veri e propri handicap. A meno che il bambino non sia un piccolo Wolfgang Amadeus Mozart, che a quattro anni suonava il clavicordo e componeva minuetti. Ma si tratta di casi eccezionali, che non riguardano la “norma” di uno sviluppo/crescita e apprendimento.

In conclusione, mi chiedo e chiedo: è corretto riempirsi la bocca – o meglio riempire schede di valutazione – di competenze, quando si ha che fare con soggetti ancora in età evolutiva? Insomma, non è il caso di illudere bambini di 11 anni, che escono dalla scuola primaria, o di 14, che escono dalla scuola media, di avere conseguito determinate competenze! Sempreche, ovviamente, non piaccia giocare con le parole e illudere studenti e insegnanti! Resta corretta la dizione di “traguardi per lo sviluppo delle competenze”, di cui alle “Indicazioni nazionali per il primo ciclo di istruzione” del 2012. E non andiamo oltre!

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