A. Camilleri , La targa

Ancora Camilleri…

di Antonio Stanca

Recentemente è stato ristampato, per conto della Rizzoli di Milano, il breve romanzo La targa, che Andrea Camilleri scrisse nel 2015, quando aveva novant’anni e dopo quella lunghissima serie di romanzi polizieschi che lo hanno reso famoso in tutto il mondo.

Camilleri è nato in Sicilia nel 1925 ed ha cominciato a scrivere, poesie e racconti, quando era molto giovane. Ha poi abbandonato la scrittura per dedicarsi alla regia teatrale e televisiva, alla sceneggiatura. Alla fine degli anni ’70, però, quando era ormai maturo e da tempo viveva a Roma, sarebbe tornato alla scrittura con romanzi di genere realista, ambientati nella sua Sicilia e tendenti a rappresentare casi di vita complicati, intrecciati, ad essere percorsi da una vena umoristica. Nel 1994 avrebbe pubblicato La forma dell’acqua, il romanzo col quale sarebbe iniziata la serie di polizieschi che sarebbe durata fino ai giorni nostri. Sarebbe stata ambientata nell’immaginaria cittadina siciliana di Vigàta, avrebbe avuto come protagonista il commissario Salvo Montalbano e sarebbe stata espressa con un linguaggio sapientemente composto di italiano e dialetto siciliano. A questi romanzi, rappresentati pure in televisione, Camilleri ha legato e da molto tempo il suo nome e la sua fama. Scrittore ampiamente conosciuto in ambito nazionale e straniero, scrittore molto tradotto è ormai e a novantadue anni non ha ancora smesso di pensare alla sua attività, di farsi sentire, d’intervenire quando le circostanze lo richiedono.

Nella narrativa di Camilleri le vicende, le situazioni presentate sono inventate, immaginate ma i luoghi, i tempi, la storia, la vita, la gente, la lingua sono quelli della sua Sicilia: è stata questa la realtà con la quale lo scrittore ha sempre combinato la sua fantasia al punto da far riuscire difficile distinguere tra i due aspetti delle sue opere. E’ tanto capace Camilleri di far procedere insieme quello che pensa possa avvenire in un ambiente come il siciliano e quello che in verità ad esso appartiene che tutto in lui diventa reale, tutto vero. Da qui l’interesse per i suoi romanzi, da qui il numero incalcolabile di lettori: mentre s’impegnano a seguire gli sviluppi del “caso” rappresentato vengono a sapere di luoghi rimasti per tanto tempo sconosciuti, di tradizioni, usi, costumi remoti che ancora valgono e che lo scrittore fa apparire come il necessario, naturale contorno di quanto sta immaginando. Verità e invenzione si amalgamano così bene in Camilleri da attirare, coinvolgere chi legge fin dall’inizio di ogni narrazione, da non finire mai di sorprenderlo.

E’ questo il motivo comune a tutta la sua produzione narrativa, è la maniera con la quale va identificato lo scrittore Camilleri, è la spiegazione del suo successo.

Anche ne La targa ritorna questo aspetto essenziale del suo narrare. Qui manca il commissario Montalbano e le indagini circa il “caso” immaginato vengono condotte da più persone, della polizia o private. Le vie percorse sono numerose, fanno aumentare le scoperte, le rivelazioni e rendono l’opera più interessante.

Ne La targa succede che nell’eterna Vigàta ci si trovi nell’anno 1940, quando in Italia il fascismo è al potere e nella città ci sono molti rappresentanti del regime, il Podestà, il Federale e i militari al loro servizio. Tra gli abitanti i fascisti sono in maggior numero e tra questi si fa spesso notare il nobiluomo don Emanuele Persico che ha novantasei anni e vanta di essere stato squadrista, di aver partecipato alla marcia su Roma, di aver conosciuto Mussolini e di essersi adoperato in molte azioni gradite al regime.

Don Emanuele si troverà, però, in una particolare situazione e pubblicamente, nella piazza di Vigàta, gli sarà insinuato di aver avuto prima della militanza fascista delle esperienze completamente diverse. Il nobiluomo rimarrà esterrefatto, subirà un colpo apoplettico, morirà. I funerali saranno solenni, a lui si penserà d’intitolare una strada importante del paese, alla giovane e bellissima moglie di assegnare una pensione e intanto gli squadristi vogliono condannare a morte il pubblico accusatore. Ma ci si astiene da ogni decisione per permettere che siano svolte le indagini sul “caso Persico” anche se contro la volontà dei capi fascisti. Le indagini, alle quali prenderanno parte privati cittadini, saranno lunghe, produrranno verità sempre parziali che faranno continuamente discutere sul tipo di pena per chi ha accusato don Emanuele, sull’assegnazione o meno della pensione alla moglie e sulle parole da usare nella “targa” che dovrebbe essere apposta alla strada da intitolargli.

Sarà questo l’aspetto comico della vicenda, quello che percorrerà l’intera narrazione la quale si concluderà con le gravi verità che uno studioso del posto rivelerà.

Si saprà che da ragazzo don Emanuele era stato maldestro, aveva rubato e sciupato i soldi che con una colletta erano stati raccolti per aiutare una chiesa, aveva assalito una ragazza per ottenere i propri piaceri. Da giovane poi era passato al fascismo per nascondere di aver sparato e ucciso, lui socialista, un fascista.

Tutto, delle iniziative in corso, si fermerà, il romanzo si concluderà e Camilleri ancora una volta mostrerà di essere riuscito a fare di una vicenda immaginata una storia vera, di non aver permesso a chi legge di distinguere tra quanto veniva dalla sua fantasia e quanto dalla realtà. Mostrerà che a muoverlo in ogni romanzo alla ricerca della verità tramite il suo Montalbano o altri è un’esigenza umana, morale, è un bisogno del suo spirito, quello che vuole lottare contro le apparenze in un mondo che vive soprattutto di queste. Soggiacciono questi motivi ad ogni suo scritto ma sono i più importanti.

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