Educazione alla felicità?

Educazione alla felicità?
Dall’obbligo morale alla scelta etica

di Mariacristina Grazioli

 

Il termine felicità implica un equivoco fondamentale: si sa quando si è felici, ma non è chiaro cosa contenga questa parola e quali siano i suoi confini. Non è forse vero che tutti noi siamo ben capaci di percepire i nostri stati d’animo, le nostre sensazioni, gli attimi di serenità e i momenti di durezza, tuttavia non possiamo definire con sistematicità e assolutezza i caratteri della felicità? La felicità intesa come sentimento è differente dalla felicità considerata solo un’emozione o dalla felicità confusa con un mero stato d’animo; in effetti, il soggetto percepisce gioia e talvolta estasi e si sente felice, ma sa distinguere anche l’attitudine alla volatilizzazione e alla dispersione degli attimi percepiti. In senso soggettivo, la felicità è percepita come passeggera e fugace; in ogni caso è definita e circoscritta nel tempo – ora lungo, ora meno – del succedersi degli avvenimenti umani. C’è coincidenza tra il senso di felicità soggettivamente percepito, dal senso di felicità oggettivamente inteso, ove s’innesta il pensiero e, talvolta, il ricordo di ciò che la persona vive e coglie, come fonte di felicità. Goethe amava chiedersi – e lo chiedeva ai suoi lettori- “Quando si è davvero felici?”. E la risposta gli arrivava non sempre semplice ma per certi versi netta: si è felici quando si vuole rivivere la vita nella sua totalità e nella sua interezza. Rivivere nella totalità un’esistenza, con le luci e le ombre del vissuto dei singoli, significa dunque percepire a livello intuitivo che vale la pena riprodurre le sensazioni di benessere acquisite e trasposte in un pensiero unico di “vita felice”. Pur tuttavia non è esaustivo pensare che la felicità combaci con la vita vissuta; anche se la felicità ha a che fare con fattori di spazio e tempo, non si esaurisce nelle vicende esperienziali della vita umana. La felicità ha invece a che fare con ciò che non pare del tutto definibile. Il tasso di ambiguità e nebulosità che evoca il termine, sono elementi che inducono a percepire “stili di vita felici” e “ modelli di mondo felici”: ma è ben vero che la felicità, in senso assoluto, evapora dalla realtà, per volatilizzarsi ed entrare nell’ambito delle “idee”. Non è la realtà che definisce la felicità; anzi, la felicità è indissolubilmente collegata all’idea di critica della realtà. E’ idea romantica di essere felici, che rende insopportabile l’idea di essere “in-felici”. L’infelicità è dunque lo stato d’animo che impone una ricerca ideale ed esperienziale di “rimedio”, per giungere a una “riparazione” delle circostante ostative e per evolvere in un cambiamento migliorativo, con l’idea d’induzione all’azione. L’Uomo ricerca la felicità, perché percepisce il potenziale di benessere, ma non lo conosce e non lo possiede. La felicità è ciò che tutti gli uomini desiderano; è dunque un’aspirazione assoluta a un sogno comune, poiché, in realtà nessuno ” sa dov’è la felicità con certezza, e non si sa chi ne custodisce il segreto”. Il sogno delle felicità uniforma e coinvolge univocamente la volontà umana e di desideri connessi; è l’idea di felicità che dunque unifica l’umanità, in una costante azione verso qualcosa. Andare avanti, spingersi verso, indursi all’azione rappresentano le volontà dell’umanità che ricerca la felicità nel reale, pur sapendo che il desiderio è connesso all’ideale.

Seneca, nel suo DE BREVIATE VITAE, opera una fondamentale distinzione tra la VERA FELICITA’ e la FELICITA’ PRESUNTA o FELICITA’ INGANNEVOLE. La vera felicità arreca piacere, ma non tutti i piaceri arrecano felicità. Il percorso – “ la strada” – verso la felicità è del tutto personale. Il soggetto può tenere conto d’indicazioni e fidarsi di consigli, ma il numero di chi sbaglia strada è altrettanto elevato, pertanto le scelte personali non possono basarsi su modelli predittivi di felicità assoluta. La felicità non può che essere una scelta soggettiva. Affidarsi alla maggioranza non è utile per il raggiungimento degli obiettivi individuali di “vita felice”. Qual è, dunque, il percorso verso la felicità che suggerisce Seneca? “ La vita è brevissima e ansiosissima per quelli che dimenticano il passato, non curano il presente e temono il futuro. Giunti all’ultima ora, tardi comprendono, disgraziati, di essere stati tanto tempo a fare nulla”. Se dunque i piaceri, per Seneca, hanno vita breve, la felicità ha in sé i caratteri della durevolezza. I piaceri tendono a raffreddare l’ansia del loro perseguimento, nel momento stesso in cui il soggetto ne raggiunge l’apice. Ben diversa è la felicità: è il sogno dell’uomo, che di fronte alla fugacità della vita, tenta di fermare l’attimo di benessere assoluto, perché cristallizza il tempo e allontana il vuoto esistenziale. E’ la lotta assoluta contro la morte: l’uomo percorre il sentiero della felicità per fermarsi nella vita. I piaceri concorrono con la morte: abbreviano il tempo della vita e lasciano il vuoto del nulla un volta consumati.

Secoli dopo il pensiero di Seneca, in un percorso irrisolto e ideale di analisi sul senso della felicità, B. Pascal si convinceva che l’uomo, per essere felice, deve smettere di pensare. Attraverso quell’attività disimpegnata e ludica che è il “divertimento”, l’uomo si distoglie dal pensiero delle morte, ed è felice. Non così Seneca: l’uomo deve affrontare il fato e riflettere sulla fugacità della vita, fino a raggiungere, se davvero capace, i valori fondanti della felicità, LA VIRTU’ e LA SAGGEZZA. L’uomo non sarà mai felice se persevera nell’abitudine inutile di voltare le spalle alla realtà del fato ed evita le sfide della realtà esistente. La vita attiva è assai più vicina all’idea di felicità, anziché la mera vita contemplativa. La correlazione tra felicità e immortalità pare a questo punto evidente. La vita vissuta porta ad affrontare le sfide in termini di virtù e saggezza: ha seguito di ciò si giunge alla felicità intesa come privilegio di pochi, ma non di tutti. Nella società antica, l’idea di felicità ha a che fare con il merito e la capacità di perseguire una strada di ricerca attiva, assai dura ma inevitabile. Una strada per pochi eletti, virtuosi e saggi.

La felicità per tutti nasce con l’avvento del Cristianesimo. Durkheim , nella sua razionalizzazione dell’ AGAPE cristiana, osserva che l’individuo che si sottrae alla società , non raggiungerà mai la felicità. E’ nella società che il soggetto ritrova la condizione vera della sua liberazione, nutrendosi della forza degli altri individui che condividono il percorso sociale della protezione condivisa. Adattarsi alle richieste delle società, rende degni e perciò liberi. Il sacrificio e, addirittura il martirio, è il segno di una discendenza aristocratica cui tutti però possono aspirare. Sarà il coraggio delle azioni che fa la differenza. Dunque la finalità di tutte le azioni umane è il perseguimento della felicità? Sembra di sì. E, infatti, il principale sforzo propulsivo di tutte le azioni umane, seppure sviluppato per strade diverse, sta in questo. Se, durante il duro lavoro verso la felicità, l’uomo incontra sofferenza, non può dolersene. La felicità è, in ultima analisi, il potenziale di riconciliazione tra la tensione al benessere individuale e le necessità dell’essere sociale. E la sofferenza, inevitabilmente, è la giusta moneta da pagare con dazio alla tensione umana di ricerca innata della felicità.

Che fare a questo punto dove è chiaro che la ricerca della felicità rappresenta una tensione innata ma complessa? Può esistere un’educazione alla felicità senza una ricerca dolorosa? Il mondo contemporaneo s’interroga sul dubbio esistenziale con sempre maggiore senso di disperazione, senza vedere soluzioni all’orizzonte: il mondo adulto affronta senza garanzie e senza punti di riferimento una navigazione in mare aperto, la vita. Il sentimento preponderante è quello dell’indifferenza che ammorba la speranza delle giovani generazioni. Ecco perché vale la pena lavorare su un’educazione alla felicità come modello di attivazione delle passioni e dei visoni, in contrasto al vuoto culturale e al rischio esistenziale. In questa nostra epoca, definita come “l’età del rischio”, quali modelli culturali si possono offrire ai ragazzi? È ancora possibile tracciare una rotta? Uscire dall’indifferenza? Non riuscendo più a trovare stimoli per costruire il proprio futuro, i giovani si fanno travolgere da un presente statico, alla ricerca di una felicità individuale fine a se stessa 1).

A dire la verità, l’educazione alla felicità, come scelta etica, non è estranea alle azioni educative per gli adulti ” mai si è troppo giovani o troppo vecchi per la conoscenza della felicità. A qualsiasi età è bello occuparsi del benessere dell’animo nostro. Chi sostiene che non è ancora giunto il momento di dedicarsi alla conoscenza di essa, o che oramai è troppo tardi, è come se andasse dicendo che non è ancora il momento di essere felice, o che ormai è passata l’età. Ecco che da giovani come da vecchi è giusto che noi ci dedichiamo a conoscere la felicità. Per sentirci sempre giovani quando saremo avanti con gli anni in virtù del grato ricordo della felicità avuta in passato, e da giovani, irrobustiti in essa, per prepararci a non temere l’avvenire” 2).

La felicità dunque è un processo di conoscenza e potrebbe essere un buon auspicio per le future riforme educative e per il lavoro quotidiano che ci attende nel nuovo 2018.

  • Salvatore Natoli L’educazione alla felicità , ed. Aliberti, 2012
  • Epicuro a cura di Angelo Pellegrino, Lettera sulla felicità, Einaudi, 2012

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