A. Monda, L’America non esiste

L’anima più dell’America

 di Antonio Stanca

Grande e meritato è il successo che sta riscuotendo ovunque, in ogni paese, il lungo romanzo L’America non esiste di Antonio Monda. Pubblicato a Marzo del 2012 dalla Mondadori si compone di duecentosessantotto pagine e narra delle vicende vissute, nell’America degli anni Cinquanta, da Nicola e Maria, due fratelli che a causa della tragica e improvvisa morte dei genitori emigrano dall’Italia meridionale nel Nuovo Continente poiché affidati alla tutela di uno zio che qui ha fatto fortuna. I due sono molto giovani, hanno appena vent’anni, ma diversi sono nel carattere, nel modo d’intendere e vivere.

Anche Monda era emigrato da giovane in America. Era nato a Velletri nel 1962, era cresciuto a Cisterna di Latina e si era poi trasferito a Roma. Da qui nel 1993 sarebbe partito per New York dove ancora risiede con la famiglia ed è docente di regia presso la New York University. Monda collabora alla pagina culturale de “la Repubblica”, è critico cinematografico per  “La Rivista dei Libri /The New York Review of Books” e cura la rubrica “Central Park West” su “Vanity Fair”.

Arrivato in America a trentuno anni, comincia a conoscere e frequentare ambienti e personaggi del mondo della cultura, dell’arte e dello spettacolo, si applica nel cinema prima come attore, poi come assistente di regia, sceneggiatore, scrittore di film, regista, si  interessa di arte figurativa organizzando retrospettive ed esposizioni, si dedica alla scrittura e produce nel tempo saggi, racconti, un romanzo e un libro intervista. Vasti e vari sono stati gli interessi che ha mostrato finora e tra questi, a cinquant’anni, ha fatto rientrare L’America non esiste. Nel romanzo rivive, tramite quelli dei giovani protagonisti, i sentimenti da lui provati al suo arrivo in America. Tramite il loro ricostruisce il suo incontro con New York ma lo colloca agli inizi degli anni ’50 quando, dopo la fine della seconda guerra mondiale, nell’America dei vincitori si avviavano movimenti, progetti di ogni tipo, in ogni ambito, e tutti erano volti ad ottenere miglioramenti, a far progredire. Esplodeva di promesse, di speranze l’America e in particolare New York dove Nicola e Maria giungono con le loro speranze. Accolti dallo zio lei si sistema a Brooklyn, lui a Manhattan, lei vive del lavoro di sorveglianza e pulizia in un condominio che lo zio le affida e nel quale la fa abitare, lui non si accontenta di poco, aspira, cerca, vuole inserirsi nella grande America, partecipare del suo incessante, frenetico movimento, della sua potenza, della sua ricchezza. Ci riuscirà dopo diverse esperienze mentre Maria che vive d’amore, di sogni d’amore crederà di realizzarli con uno sconosciuto che ha soccorso. Sarà da lui abbandonata ma continuerà a sognare, a sperare anche quando perderà il lavoro, la casa e sarà ospitata da una delle famiglie di condomini.

Neanche Nicola, però, si sente realizzato nonostante la posizione raggiunta. Sono ricomparse in lui le inquietudini, le insoddisfazioni di sempre. Come sempre si scopre alla ricerca di altro da quello ottenuto. Due anni sono trascorsi della vita dei due fratelli in America e il romanzo finisce mostrandoli come prima, come quando vivevano nel loro paese d’origine, nella loro casa, nella loro famiglia. Sospesi sono adesso come allora tra quanto è avvenuto, avviene e quanto vorrebbero che avvenisse, la loro condizione non è cambiata, i loro pensieri sono rimasti uguali.

L’America non esiste, quindi, visto che a niente è servita finora, nessuna speranza di Maria, nessuna aspirazione di Nicola ha fatto realizzare. Ha mostrato, invece, che quella interiore è una vita destinata a rimanere delle persone cui appartiene, che nessun posto può modificarla. Sono state tante le circostanze che nel lungo percorso compiuto dal romanzo i due giovani hanno vissuto, tante le persone che hanno incontrato, i luoghi che hanno conosciuto, tanto varia è una città come New York, la più grande del mondo, tante le sue luci, i suoi colori, i suoi suoni ma sempre, ovunque sono emersi in loro i propri pensieri, sono ricomparsi i propri ricordi, sempre, ovunque sono rimasti sé stessi. Hanno partecipato di quanto avveniva intorno ma nei modi voluti dal loro spirito. I richiami di questo sono stati più forti di ogni altro: è il messaggio che Monda si propone di trasmettere tramite la narrazione e vi è perfettamente riuscito dal momento che un viaggio lungo, interminabile ha fatto egli compiere a quello spirito prima di mostrare che è rimasto inalterato. Per molte strade, piazze, case, quante appunto può contenere New York, lo ha condotto, molte situazioni, molti contatti gli ha procurato prima di riconoscergli una forza superiore a qualunque altra.

E così ricca, sicura, varia, articolata è stata la lingua con la quale il Monda ha narrato da attirare il lettore dall’inizio, coinvolgerlo, tenerlo legato fino a fargli sfuggire ogni altro aspetto dell’opera. Solo alla fine si accorgerà di quanto lo scrittore ha voluto dire ma non cesserà di rimanere ammirato per l’esposizione. Non gli sembrerà di aver letto ma di aver visto, sentito tanta, tutta la vita d’America, quella dei centri e delle periferie, delle case e delle strade, dei grattacieli e delle capanne, dei bianchi e dei negri, degli americani e degli immigrati, degli artisti e dei gangster, delle dive e delle domestiche, dei vincitori e degli sconfitti,  dei ricchi e dei poveri, dei buoni e dei cattivi, di aver assistito, gli sembrerà, alla rappresentazione di un’immensa realtà, di infinite verità, alla proiezione di un lungo film, ad una serie interminabile d’immagini, scene, sequenze, a come vengono preparate, come si fanno attendere, come si svolgono, come non cessano di essere animate.

E’ la tecnica propria del cinema e Monda è professore di regia!

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