Residenze universitarie

In Gazzetta Ufficiale il bando per nuove residenze universitarie
Aumento dei posti, tempi più rapidi, progettazione innovativa,
attenzione per l’ambiente. A disposizione 18 mln annui per il 2016/2018
Fedeli: “Attenzione alle esigenze delle studentesse e degli studenti, meno burocrazia”

Risorse per 18 milioni di euro all’anno, per il triennio 2016/2018, cui si aggiungono le economie recuperate dal Miur sui bandi precedenti; incremento dei posti disponibili; standard innovativi di progettazione che dovranno guardare, fra l’altro, all’integrazione con il tessuto cittadino e alla compatibilità ambientale; tempi più rapidi per la realizzazione degli interventi.

Sulla Gazzetta Ufficiale di oggi è disponibile il quarto bando di gara per la realizzazione di nuove strutture residenziali universitarie, secondo quanto previsto dalla legge 338/2000. Il bando prevede il cofinanziamento da parte dello Stato di interventi per la realizzazione di alloggi e residenze per studentesse e studenti.

“Il nuovo bando – sottolinea la Ministra Valeria Fedeli – pone una maggiore attenzione alle esigenze delle studentesse e degli studenti innalzando gli standard per la realizzazione delle residenze. Nella stessa direzione vanno l’obiettivo di integrare di più le nuove strutture nel tessuto urbano e lo snellimento delle pratiche burocratiche”.

Tra le novità del bando: una nuova linea di cofinanziamento per l’efficientamento energetico delle residenze, la riduzione dei tempi di realizzazione degli interventi, una maggiore attenzione alla localizzazione degli interventi nelle vicinanze delle sedi universitarie.

Insieme al bando, sono stati pubblicati anche un Decreto Ministeriale ed un Decreto Direttoriale. Il primo indica gli standard minimi dimensionali e qualitativi e le linee guida relative ai parametri tecnici ed economici per la realizzazione degli alloggi e delle residenze. Il secondo definisce l’adozione di un modello informatizzato per la formulazione delle richieste di cofinanziamento. Da settembre 2015 ad oggi sono stati investiti 100 milioni di euro per 22 residenze universitarie e un totale di oltre 3.300 posti.

Medicina, la Ministra incontra gli specializzandi

Medicina, la Ministra Fedeli
ha incontrato gli specializzandi

(Roma, 9 febbraio 2017) Si è svolto questa mattina al Miur un incontro tra la Ministra dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, Valeria Fedeli, e i rappresentanti del Comitato nazionale aspiranti specializzandi (Cnas), dell’Associazione italiana giovani medici (Sigm) e dell’Associazione italiana medici (Aim). Durante l’incontro, a cui ha partecipato anche l’On. Filippo Crimì, sono stati affrontati diversi temi riguardanti il percorso formativo per gli aspiranti medici e le specializzazioni di area sanitaria.

In particolare, tra la Ministra e i rappresentanti delle associazioni mediche è stata registrata una convergenza su diversi punti. Tra questi, la necessità di procedere verso un ulteriore miglioramento e semplificazione dell’attuale procedura nazionale di accesso dei medici alle scuole di specializzazione di area sanitaria (procedura già oggetto  – a detta degli stessi partecipanti all’incontro – di profondi e strutturali interventi migliorativi da parte dell’Amministrazione rispetto alla originaria formula); e la necessità di approdare in tempi rapidi all’adozione della “laurea magistrale abilitante” in medicina e chirurgia, in modo da rendere concreta la possibilità per gli studenti di acquisire l’abilitazione all’esercizio della professione di medico chirurgo in tempi più rapidi, in linea con quanto già accade in altri Paesi europei.

Più alternanza e laboratori negli istituti professionali «di domani»

da Il Sole 24 Ore

Più alternanza e laboratori negli istituti professionali «di domani»

di Claudio Tucci

Più alternanza scuola-lavoro (almeno il 50% dell’orario scolastico). Robuste dosi di laboratorio, già a partire dal primo biennio. Percorsi didattici di quattro anni (e non cinque), con una identità “chiara” e “subito pratica”, valorizzando ruolo delle Regioni ed esigenze dei territori (e con la possibilità, per i neo diplomati, di ingresso diretto negli Its, gli istituti tecnici superiori).

I rilievi delle imprese
Confindustria ha inviato in Parlamento le proprie osservazioni allo schema di Dlgs che riordina l’istruzione professionale dello Stato: «Serve un cambiamento profondo e coraggioso di questo importante segmento formativo – ha spiegato il direttore dell’Area Lavoro, welfare e capitale umano, Pierangelo Albini -. In un mondo in continua evoluzione, e sotto la spinta di Industria 4.0, c’è bisogno che la scuola differenzi l’offerta didattica per formare giovani che sappiano affrontare le nuove sfide, siano essi laureati o diplomati».

I nodi sul tavolo
Oggi i percorsi professionali del secondo ciclo sono costituiti da due ordinamenti distinti: da un lato, ci sono gli Istituti statali (Ip) della durata di cinque anni, gestiti dal Miur. Dall’altro, c’è l’Istruzione e formazione professionale (Iefp) con percorsi di quattro anni (tre per la qualifica, più uno per il diploma) sotto la cabina di regia delle Regioni. La Iefp interessa circa 135mila studenti, e ottiene ottimi risultati occupazionali; l’Ip coinvolge invece circa 550mila alunni e 60mila docenti, e a causa di un approccio molto teorico e “scolasticistico”, è in grave affanno, con elevatissimi tassi di abbandono (38% nei primi due anni).

Il raccordo con l’offerta regionale
Di qui la proposta del governo di una sua riforma: «Che purtroppo però è ancora molto timida – ha incalzato Confindustria -. Il punto è che serve un’istruzione professionale di qualità che garantisca alle imprese un bacino di mestieri e professioni strategiche per l’economia manifatturiera e ai ragazzi competenze spendibili sul lavoro». In quest’ottica il Dlgs all’esame delle Camere è piuttosto carente. Sul piano della didattica, per esempio, conferma un’impostazione per “assi culturali” che non professionalizza, penalizzando le competenze costruite sull’interdisciplinarietà.

Per le imprese, quindi, la strada è puntare su formazione “on the job” e dialogo con i territori per non cannibalizzare i corsi Iefp. «Ragioniamo sull’ armonizzazione degli Ip con l’ offerta regionale – ha risposto il sottosegretario, Gabriele Toccafondi -. Ma bisogna garantire in tutt’Italia percorsi validi per i ragazzi».

Scuola, lezioni on line e tutor per studenti-atleti

da Il Sole 24 Ore

Scuola, lezioni on line e tutor per studenti-atleti

di Alessia Tripodi

 Conciliare l’attività agonistica con lo studio grazie anche a strumenti on line che aiutano a recuperare le lezioni in caso di assenze prolungate. È l’obiettivo del programma di didattica sperimentale, previsto dalla legge sulla Buona Scuola, che ha preso ufficialmente il via quest’anno, coinvolgendo in prima battuta 415 studenti delle scuole superiori. E oggi il ministro dell’Istruzione, Valeria Fedeli, insieme al sottosegretario Miur Gabriele Toccafondi, ha tracciato un primo bilancio dell’iniziativa, nata da un’alleanza tra Miur, Coni, Cip (Comitato italiano paralimpico), Lega Serie A.

Coinvolte 37 federazioni sportive
I primi a partecipare al progetto, spiega il Miur, sono stati 415 ragazzi di 187 scuole superiori distribuite in 17 regioni, con una maggiore concentrazione in Lombardia (23%), Lazio (18%) e Piemonte (11%). Il 73% degli iscritti frequenta un liceo, il 20% un istituto tecnico e il 7% un istituto professionale, in particolare negli ultimi due anni di scuola. Sul piano sportivo, sono 37 le federazioni sportive coinvolte, per un totale di 45 discipline rappresentate: netta predominanza del calcio con 96 ragazzi-atleti, davanti a nuoto (49), atletica (40) e basket (35).

I contenuti del progetto
Gli istituti avranno a disposizione un programma che prevede due modalità di studio: quella base e quella avanzata. Quest’ultima, spiega il ministero, oltre al Programma formativo personalizzato, si avvale anche di una piattaforma digitale di e-learning come strumento integrativo della didattica in caso di assenze prolungate. Realizzata da Alfabook (Società Olivetti del gruppo Tim), la piattaforma viene messa a disposizione dalla Lega Serie A in modo gratuito: al suo interno si possono trovare integrazioni ai libri di testo, prove per l’assegnazione dei compiti e strumenti di valutazione. Ogni ragazzo sarà seguito da un tutor scolastico, 209 quelli a disposizione, e da uno sportivo.

Fedeli: «Progetto getta basi per una cittadinanza migliore per tutti»
Il programma testimonia la «qualità delle scelte che facciamo- ha sottolineato il ministro Fedeli- e dare questa possibilità significa certificare un impegno straordinario sia nello studio che nella fatica di una passione. Bisogna fare un applauso a questi ragazzi».
Al progetto «partecipa tutto il tessuto sportivo italiano- ha ricordato il segretario generale del Comitato olimpico, Roberto Fabbricini- perchè parliamo di 37 federazioni. Ma vorrei ricordare anche il ruolo delle società sportive che vivono al fianco dei loro atleti, e alle famiglie che spesso sono i primi dirigenti di un campione».
Lo ha sottolineato anche il presidente del Cip, Luca Pancalli: «Da genitore vedo le difficoltà che si incontrano quando un figlio fa sport – ha detto – e quindi c’è più soddisfazione ancora per il riconoscimento che si dà al mondo che rappresento e che attribuisce valore allo sport come strumento educativo, con un’importanza pari a quella delle altre materie». Numerosi gli studenti-atleti che hanno raccontato la loro esperienza: dal centrocampista della Lazio, Alessandro Murgia, alla karateka Carolina Amato, fino a Mattia Cardia, atleta ipovedente. Il progetto costituirà le basi per una «cittadinanza migliore per tutti- ha concluso il ministro Fedeli- Anche questo è un modo di fare scuola».

Al via un’indagine per «testare» le competenze in inglese degli alunni delle superiori

da Il Sole 24 Ore

Al via un’indagine per «testare» le competenze in inglese degli alunni delle superiori

di Claudio Tucci

Al via un’indagine sul livello di competenza della lingua inglese per studenti del terzo anno delle scuole superiori. L’iniziativa è proposta dal Miur, direzione generale per gli Ordinamenti scolastici e la valutazione, assieme ad EF Education.

L’iniziativa
L’indagine è rivolta alle scuole delle seguenti regioni: Nord Italia: Emilia Romagna, Liguria, Lombardia, Piemonte e Veneto. Centro Italia: Toscana, Lazio e Marche. Sud Italia: Campania, Puglia, Sardegna e Sicilia. Il periodo di effettuazione dell’indagine è stato stabilito dal 15/2/2017 al 30/5/2017.

La partecipazione delle scuole è volontaria e gratuita e vede coinvolti studenti che frequentino il 3° anno di scuole secondarie di secondo grado e che non abbiamo un’età inferiore ai 16 anni di età.

Come si farà l’indagine
Per effettuare questa indagine le scuole dovranno somministrare agli studenti l’EFSET (Education First Standard English Test), un test online standardizzato di inglese creato da EF, che adegua in tempo reale il livello di difficoltà del contenuto della prova in base alle risposte corrette e/o errate fornite dall’esaminando. La durata del test è di 50 minuti (25 minuti Grammatica e Comprensione Scritta + 25 minuti Comprensione Orale).

La partecipazione delle scuole
Le scuole che desiderano partecipare all’indagine, oltre a verificare la strumentazione a disposizione, dovranno inviare la propria adesione entro il 28/2/2017 compilando il modulo al link www.ef.com/efsetmiur. Ogni scuola partecipante riceverà una relazione specifica sui risultati ottenuti dai propri studenti e ogni studente che avrà completato l’EFSET riceverà sia un attestato del livello linguistico registrato dal test in base ai parametri internazionali del Quadro Comune Europeo di Riferimento per le Lingue sia l’offerta gratuita per la frequenza di un corso di inglese online per 4 settimane. Agli studenti partecipanti verrà richiesto di rispondere anche ad un questionario con domande sulle modalità di apprendimento della lingua inglese.

È vero, molti nostri studenti non conoscono l’italiano ma la colpa è anche dell’università

da la Repubblica

È vero, molti nostri studenti non conoscono l’italiano ma la colpa è anche dell’università

Marco Rossi Doria: Una replica alla lettera dei seicento docenti di vari atenei sulle scarse competenze degli iscritti: se la scuola con loro ha fallito, vanno cambiati i corsi di laurea degli insegnanti

Una replica alla lettera dei seicento docenti di vari atenei sulle scarse competenze degli iscritti: se la scuola con loro ha fallito, vanno cambiati i corsi di laurea degli insegnanti

La lettera dei seicento professori ripropone la povertà delle competenze linguistiche — non solo degli studenti universitari — come grande questione nazionale. Tullio De Mauro la chiamava la «de-alfabetizzazione degli italiani». Va affrontata con l’esame di una catena di responsabilità che riguardano ognuno, per favorire un’opera di riparazione comune.

In tanti docenti dedichiamo grandi energie a insegnare a ascoltare, leggere, scrivere correttamente, ad aumentare le parole conosciute e a utilizzarle bene e ad accompagnare a formulare le domande che vengono dal discutere e dall’esplorare il mondo. Era certamente più facile quando nelle famiglie e nelle comunità resisteva il presidio del limite e si poteva contare su un’alleanza educativa tra adulti. È più difficile insegnare lessico e grammatica mentre ci si deve dedicare anche al lessico e alle grammatiche del rispetto e alla ri-creazione dell’attenzione per arte, scienze, letteratura di fronte a fenomeni di desertificazione culturale che hanno carattere generale, non certo attribuibile alla sola scuola.

Poi, è una sfida esaltante ma anche impegnativa fare i conti ogni giorno con media che hanno trasformato gli stessi modi di imparare: organizzazione della memoria, presenza simultanea di molti codici, compresenza di procedure analogiche e logiche, relazione immediata tra produzione costruita e fruita. Questa è la prima generazione di docenti che ha perso il monopolio delle conoscenze e dei mezzi per trasmetterle. E che deve insegnare a distinguere, scegliere, confrontare, in mezzo a un mare di informazioni complesse e contraddittorie, valutando il sapere che i propri alunni hanno acquisito in moltissimi modi, anche lontano dalla scuola. Il cruciale tema posto dalla lettera-appello non può essere separato da tutto questo. Nelle scuole convivono molte cose. Troppo spesso la didattica trasmissiva, senza laboratorio, mortifica la curiosità e le straordinarie potenzialità esplorative ed espressive dei ragazzi minando la motivazione e si sottovaluta il come si parla e si scrive. Al contempo, moltissimi docenti sanno curare — insieme — curiosa ricerca, conoscenze di base solide, metodo di lavoro, padronanza della lingua. Ed è possibile imparare a farlo. Ma per anni la formazione degli insegnanti era passata da diritto-dovere a opzionale. E sia il Ministero che le Università non hanno davvero raccolto la grande lezione sul come si impara a insegnare che veniva da Mario Lodi o Emma Castelnuovo o dalle Dieci tesi per l’educazione linguistica democratica compilate da Tullio De Mauro dopo un grande lavoro cooperativo tra docenti di scuola e di università. Sono prevalse le ricette con la lista degli esercizi o l’elenco dei micro-obiettivi e gli schemi di lezione. E, invece, la vera competenza docente si costruisce come un sapiente artigianato con una ricchezza di strumenti didattici. Ma questo è un processo che implica imparare a prendere la lingua della vita e quella di più arti e discipline, usarne la potenza nel ricco lavoro in classe e curarne, al contempo, le forme, nel ri-conoscimento e nel confronto con la nostra superba tradizione letteraria. Oggi questa cosa è un’opera titanica, che a volte non avviene e altre sì, ben poco riconosciuta.

Per quanto riguarda la scuola di base, le Indicazioni nazionali per il Curricolo hanno ridato importanza all’italiano, proprio nello spirito dell’appello. Infatti, vi è stabilito esattamente ciò che si deve imparare — entro III, V classe primaria e III media — nell’ascolto e nel parlato, nella lettura, nella scrittura, nell’acquisizione ed espansione del lessico ricettivo e produttivo, negli elementi di grammatica esplicita e di riflessione sugli usi della lingua.

Dunque, non è «necessario rivedere le indicazioni nazionali» come, invece, sostengono i seicento firmatari. Per convincersene basta leggerle. E proprio a partire dalle Indicazioni si può convenire su compiti comuni. La competenza sofisticata dei docenti va posta nuovamente al centro dell’attenzione politica. Con esami obbligatori di lingua e grammatica all’università per chi insegnerà e con adeguati investimenti a sostegno della formazione dei docenti. Le verifiche delle conoscenze degli alunni vanno rese rituali. La riflessione sulle competenze linguistiche va posta come questione di tutte le discipline. E va potenziata l’analisi di ciò che fanno le scuole che ottengono buoni risultati nella lingua: il loro successo è la più importante lezione per battere la de-alfabetizzazione. Francesco Sabatini, da presidente dell’Accademia della Crusca, ci regalò parole importanti: «Non ci stancheremo mai di ripetere che se alla scuola dobbiamo attribuire tanta responsabilità specifica in questo campo, sarebbe vuoto esercizio retorico o, peggio, modo di oscurare molteplici altre responsabilità il continuare a non vedere la catena che lega allo stesso carro almeno altri due soggetti comprimari: l’università e i governi… Alla prima spetta con assoluta evidenza il compito di preparare in modo appropriato la classe degli insegnanti; ai secondi spettano i compiti, ineludibili ma troppo spesso elusi di assicurare una decorosa condizione socio-economica ai docenti e, fatto per nulla secondario, di verificare la rispondenza della formazione degli aspiranti insegnanti alle funzioni che li attendono nelle aule. Per quanto riguarda l’insegnamento dell’italiano, bisogna dirlo francamente, si ignora il fatto che la preparazione universitaria degli insegnanti nell’area specifica della linguistica italiana è stata, per lungo tempo, del tutto assente e poi ha continuato ad essere assai limitata».

Quel salto tra paura e fiducia nel futuro

da la Repubblica

Quel salto tra paura e fiducia nel futuro

Maria Pia Veladiano

Il LICEO: bene-rifugio? Investimento? Status symbol? Il liceo è per sua natura una scuola che investe nel futuro. Il titolo di studio non è immediatamente “professionalizzante”, come si dice. Dopo bisogna pensare all’università. Per cui il dato del Miur che registra la crescita di iscrizioni nei licei può restituirci uno sguardo di fiducia nel mondo che verrà, ed è una buona cosa.

Potrebbe, però, raccontare anche una paura. La paura di un mondo in cui nessun lavoro oggi immaginabile è ragionevolmente abbastanza sicuro e allora conviene scommettere (impegnare le proprie energie giovani) in una preparazione larga e flessibile, un liceo che lasci aperte tante possibilità, dopo. Anche questa è una buona cosa, se è vera.

Chi lavora nella scuola però sa che il liceo è un poco anche un marchio. Una firma. Le scuole registrano un pellegrinaggio dallo scientifico tradizionale, o anche dal classico, verso lo scientifico delle scienze applicate, che è il liceo “senza il latino”, come si dice in modo un po’ grossolano. E allora l’aumento dei licei light (soprattutto delle scienze applicate e sportivo, +0,4% insieme) potrebbe essere uno degli indicatori di quella deriva dell’apparire che affligge il nostro tempo. Mio figlio deve fare un liceo purchessia. E questa non sarebbe una buona cosa.

Sempre restando bene aderenti ai dati del Miur e cercando di interpretarli, un poco preoccupa il fatto che i licei siano scelti dalle regioni in cui di più batte la crisi del lavoro mentre Veneto, Emilia Romagna e Friuli Venezia Giulia sono le regioni in cui i ragazzi ancora scelgono gli istituti tecnici. In queste regioni i tecnici offrono ancora una buona possibilità di impiego dopo il diploma, e sceglierli vuol dire tenere aperte entrambe le strade dopo la maturità: l’università e la professione.

Il calo dei professionali invece è un vero disastro. È il risultato di una scelta politica dissennata fatta quando si è deciso di snaturarli, togliendo quel rassicurante step intermedio che era la qualifica professionale dopo il terzo anno, rassicurante per chi temeva di non poter fare un tecnico di cinque anni e insieme trampolino per chi scopriva che invece ogni passaggio di scuola è una nuova possibilità e che si può essere migliori di come ci si immaginava.

Chi ci ha lavorato sa che gli istituti professionali sono stati il laboratorio di tante buonissime pratiche poi diventate riforme. E ascensore sociale e ammortizzatore sociale e molto altro.

Il liceo non può essere né un bene rifugio né uno status symbol. Deve essere la buona scelta di chi il greco, il latino, la matematica, le scienze li sceglie per passione.