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Un 5 maggio ricco di storia/e

Un 5 maggio ricco di storia/e

di Maurizio Tiriticco

Oggi è il 5 maggio ed ecco una prima importante ricorrenza. —- 1821 – E’ riportata nell’incipit de IL 5 MAGGIO, la famosa ode di ALESSANDRO MANZONI che tutti a scuola abbiamo imparato a memoria! Allora! Oggi le poesie sì e no si leggono e basta! Almeno penso. —- “Ei fu. Siccome immobile, dato il mortal sospiro, stette la spoglia immemore orba di tanto spiro, così percossa, attonita, la terra al nunzio sta, muta pensando all’ultima ora dell’uom fatale; nésa quando una simile orma di pie’ mortale la sua cruenta polvere a calpestar verrà…” —– Quante volte, nel mio insegnamento di lettere, ho avuto a che fare con questa celeberrima ode. E quante volte “mi sono arrabbiato”, quando l’alunno, alla “recitazione”, ovviamente a memoria – quando molte poesie si imparavano a memoria – dopo lo “sta” si arrestava. E dicevo insistendo: “””dopo lo “sta” c’è una virgola, una pausa, non un punto”””. Ma niente da fare! Comunque, torniamo a noi. La notizia della morte di Napoleone Bonaparte, confinato in quella sperduta isola di Sant‘Elena, in pieno Oceano Atlantico, giunse in Europa molti mesi dopo l’evento. Il fatto che Napoleone, al momento della sua morte, si trovasse prigioniero sull’isola di Sant’Elena, l’isola più lontana e irraggiungibile dell’Impero Britannico, di certo non rese semplice la rapida diffusione della notizia, in quanto le uniche navi che potevano giungere su quell’isola erano quelle della flotta britannica. E ciò comportò che la notizia della morte di Napoleone dovette prima raggiungere Londra e poi da lì poté diffondersi in tutto il mondo. De facto, erano passati più di settanta giorni tra la morte dell’ex imperatore, avvenuta il 5 maggio 1821 sull’isola di Sant’Elena, e la “scoperta” della sua morte da parte di Manzoni. Infatti la notizia venne pubblicata, e neanche senza tanto risalto, tra le pagine della Gazzetta di Milano solo il 16 luglio del 1821.

Ma oggi, 5 maggio 2021, vi sono altre due importanti ricorrenze. La prima: 1860 – Parte da Quarto (Genova) la famosa spedizione dei Mille guidata da Giuseppe Garibaldi. E, dopo lo sbarco a Marsala, ha inizio la risalita dei garibaldini per tutta la Sicilia, poi lo sbarco in Calabria ed infine l’arrivo a Napoli il 7 settembre. Garibaldi, precedendo il suo esercito, viaggiò su di un treno che da Torre Annunziata dovette procedere lentamente per non travolgere le ali di folla festante. Sarà cronaca vera? Le truppe borboniche, ancora presenti numerose e acquartierate nei castelli vicini, non offrirono alcuna resistenza e si arresero poco dopo. Ebbe così l’ingloriosa fine del borbonico Regno delle Due Sicilie. Il 6 settembre il Re Francesco II aveva abbandonatoNapoli e si era imbarcato con la famiglia sul vapore “Messaggero”, cercando di riorganizzare il suo l’esercito fra la fortezza di Gaeta e quella di Capua, con al centro il fiume Volturno. Ma proprio su questo fiume ebbe luogo la battaglia che pose fine al Regno borbonico. E poi l’incontro di Teano: un Re Sabaudo, Vittorio Emanuele II, corso in fretta e furia da Torino per evitare che la dittatura garibaldina durasse troppo nel tempo. Un re passato alla storia ufficiale come “re galantuomo”! Ma quella non ufficiale parlava di un re “dalla cintola in su”, perché sempre desideroso di… censura! E non è un caso che a Roma fece dono alla “bella Rosina” di una meravigliosa villa, Villa Mirafiori.Tornando a Teano, le cronache ci raccontano di un Garibaldi rispettoso ed ossequiente: “Saluto il Re d’Italia!”. Ma poi ritenne opportuno defilarsi e tornò a Caprera portando con sé un sacco di fagioli. Troppo ingombrante per un Savia ambizioso!

Ed ecco un altro ricordo, molto più vicino nel tempo. Era il 1936. Ed Il 5 maggio, dopo una guerra di conquista durata circa sette mesi, le truppe italiane entrano in Addis Abeba, capitale del Regno d’Etiopia, detronizzando il legittimo sovrano, il Negus AilèSelassiè. Nasceva così l’Africa Orientale Italiana. E Benito Mussolini dal balcone del Palazzo di Piazza Venezia annunciò solennemente al popolo festante: “Camicie nere della Rivoluzione! Uomini e Donne di tutta Italia! Ascoltate! Il maresciallo Badoglio mi telegrafa: “Oggi 5 maggio alle ore 16 alla testa delle truppe vittoriose sono entrato in Addis Abeba”! Tripudio di evviva e di applausi!!! Tutti felici! Avevamo ricostituito l’Impero! Sì! Quello degli Antichi Romani! Sapevo benissimo che con gli imperatori Traiano e Adriano avevamo occupato quasi tutto il mondo allora conosciuto… e solo perché Colombo, un Italiano con la I maiuscola, non aveva ancora scoperto l’America! Altrimenti… E il 9 maggio ci fu la solenne celebrazione! Il nostro Re era diventato anche Imperatoreee! Da non credereee! E nel nostro calendario si aggiunse un nuovo numero romano: anno I° dell’Impero. Così Somalia, Eritrea ed Etiopia costituirono l’AOI, o meglio l’Africa Orientale Italiana! Io impazzivo letteralmente di gioia, anche i miei compagni, ma a casa… su fronte famigliare… nulla di nuovo, azi silenzio…

In effetti io ragazzino balilla moschettiere fervente e credente impazzivo letteralmente; ed anche i miei compagni, ma….a casa… sul fronte famigliare… un silenzio più che eloquente! Ma non per me! Parlare male del regime era pericoloso! Perché le mura dei palazzi avevano mille orecchie! Ed io capivo e non capivo le ragioni di quel silenzio! Eppure la mamma aveva anche lei donato la sua fede alla Patria! Quando, in seguito alla guerra di aggressione contro l’Etiopia, la Società delle Nazioni (grosso modo, era l’ONU dell’epoca) lanciò sanzioni economiche durissime contro l’Italia fascista. E così ciascun cittadino dovette donare alla patria qualcosa. E le donne donarono con gioia – si fa per dire – le fedi d’oro nuziali. Ricordo cha mia madre tornò a casa con una fede di ferro, dopo il dono di quella d’oro! Ed è bene ricordare che, dopo la caduta del fascismo – 25 luglio 1943 – molte fedi d’oro vennero ritrovate delle case dei gerarchi fascisti, datisi alla macchia a gambe levate. Ma torniamo a quel 5 maggio del 1936! Pensavo: me coioni, come diciamo a Roma! Avevamo un impero!!! Che sarebbe diventato sempre più grande, come quello di Traiano! Enormi lastre di marmo bianco sulla Via dell’Impero, a Roma, ne segnavavo estensione e confini! Ed io un balilla moschettiere pieno di orgoglio! Mio padre qualche giorno dopo tornò a casa con un librone grosso cosìed altrettanto pesante, un dono dell’ufficio: Giacomo Vaccaro, Africa Orientale Italiana. Tante pagine, tante fotografie del nostro impero e tante negrette…e a seni nudi… per me fu una scoperta! Comunque l’Impero in casa mia non suscitava molto entusiasmo… anche perché… le cose andarono diversamente da come credevo. Ma questa è un’altra storia!

Giorgia e la Resistenza

Giorgia e la Resistenza

di Maurizio Tiriticco

Mi chiedo: Giorgia Meloni oggi, 25 aprile 2021, ricorrenza del 25 aprile 1945, giorno che segnò la sconfitta definitiva del nazifascismo nel nostro Paese e la nascita della nuova Italia, dichiaratamente antifascista, quell’Italia che il 2 giugno del 1946, con un referendum popolare, scelse la forma istituzionale repubblicana, oggi – riscrivo – 25 aprile 2021, Giorgia Meloni come celebra questa ricorrenza? Credo certamente che non possa celebrarla! Per Giorgia questa è una data funesta! Perché? Occorre andare un po’ indietro e chiederci: chi è Giorgia Meloni? Nasce a Roma, quartiere Garbatella, nel 1997, e ben presto diventa una convinta militante neofascista! Giovanissima, diviene allieva e pupilla di Giorgio Almirante, dirigente del Movimento Sociale Italiano, un partito dichiaratamente neofascista, che nella nostra Repubblica democratica poté nascere ed inviare anche deputati al Parlamento, liberamente eletti da parte degli Italiani.

Come non ricordare, invece, quale fine fecero i partiti democratici, quando il fascismo prese il potere ed instaurò la sua violenta dittatura? E’ noto che, in un Paese democratico, c’è posto anche per coloro che la democrazia la affosserebbero! Pertanto anche per coloro che, “ai tempi del Duce”, avevano distrutto la democrazia ed instaurato una violenta dittatura! E’ doveroso anche ricordare che negli anni della dittatura fascista, forse anche su sollecitazione della Germania di Hitler, ed esattamente il 14 luglio del 1938 (in quel giorno io compivo dieci anni), venne pubblicato il “Manifesto della razza”, purtroppo firmato anche da alcuni scienziati italiani. Era il documento costitutivo del fondamento ideologica e scientifico – si fa per dire – della politica razziale e razzista dell’Italia fascista. Seguì la pubblicazione della rivista antisemita “La difesa della razza”. Ne fu direttore fino al 1943 Telesio Interlandi; e vicedirettore il giovane Giorgio Almirante. Sì, proprio il padrino spirituale e politico di Giorgia!

Fino al 1943! Perché? Perché il 25 luglio di quell’anno il Re liquidò il governo fascista, imprigionò Mussolini ed ebbe così fine la dittatura fascista. Veniva restaurata la democrazia, ma la guerra, purtroppo continuava. Come dichiarò un laconico comunicato letto alla radio! Quella sera l’Eiar (Ente italiano audizioni radiofoniche) interruppe le trasmissioni e uno speaker, con voce fredda e stentorea, calma e glaciale, diffuse il seguente comunicato: “Sua Maestà il Re e Imperatore ha accettato le dimissioni dalla carica di Capo del Governo, Primo ministro, Segretario di Stato, di Sua Eccellenza il Cavaliere Benito Mussolini, e ha nominato Capo del Governo, Primo ministro, Segretario di Stato, il Cavaliere, Maresciallo d’Italia, Pietro Badoglio”. I titoli onorifici contavano ancora! Al comunicato, laconico quanto mai, seguì la lettura di due proclami del re e di Badoglio. Ricordo le ultime parole: “La guerra continua. L’Italia duramente colpita nelle sue Provincie invase, nelle sue città distrutte, mantiene fede alla parola data, gelosa custode delle sue millenarie tradizioni…”! La guerra continuava, sì, ma, sotto sotto, in gran segreto, si trattavano le condizioni dell’armistizio! Reso pubblico la sera dell’otto settembre! Quando l’intero Paese, la popolazione e l’esercito in guerra vennero lasciati al loro destino! E il Re… d’Italia e d’Albania e Imperatore d’Etiopia… questi i suoi titoli… e la sua corte fuggivano da Roma! Quale vergogna! Un re che abbandona e tradisce i suoi sudditi! E l’Italia intera – quella parte ancora non liberata – divenne preda della feroce dominazione nazista

In seguito, durante la “Repubblica Sociale Italiana”, con capitale a Salò, sul lago di Garda, nata ufficialmente il 23 settembre 1943, la cosiddetta “Repubblica di Salò”, alla quale ovviamente aveva aderito con entusiasmo, Giorgio Almirante si arruolò nella “Guardia Nazionale Repubblicana”. E il 30 aprile 1944 fu addirittura nominato capo gabinetto del Ministero della Cultura Popolare, presieduto da Fernando Mezzasoma. Dopo la guerra e la caduta del fascismo, Almirante, in forza della democrazia che aveva contribuito a distruggere, fu tra i più autorevoli e convinti fondatori del Movimento Sociale Italiano, di chiara ispirazione neofascista, tollerato e addirittura riconosciuto dalla nostra Repubblica democratica. Almirante fu anche tra i fondatori del Fronte della Gioventù, organizzazione giovanile del Movimento Sociale Italiano.

Ed al Fronte la nostra Giorgia Meloni aderisce nel 1992, a soli 15 anni, con convinto entusiasmo. Nel 1996 diviene responsabile nazionale di Azione Studentesca, il movimento studentesco di Alleanza Nazionale, che rappresenta anche al Forum delle associazioni studentesche istituito l’11 luglio 2002 dal Ministero dell’Istruzione (Ministro pro tempore Letizia Moratti). Il cursus honorum della nostra Giorgia si svolge rapidamente! E’ intelligente e capace. Entra in Parlamento. A soli 31 anni diventa Ministro per la Gioventù: e dura esattamente dall’ 8 maggio 2008 al 16 novembre 2011. E poi, e poi… giungiamo alla fondazione dei “Fratelli d’Italia”. Copio dal web: “Fratelli d’Italia è un partito politico italiano, guidato dal 2014 da Giorgia Meloni in qualità di Presidente. Fondato il 21 dicembre 2012, ha assunto nel 2014 la denominazione di Fratelli d’Italia filiazione di Alleanza Nazionale, mantenuta fino al 3 dicembre 2017. Attualmente Giorgia Meloni dirige dal 2014 il partito denominato Fratelli d’Italia, filiazione di Alleanza Nazionale”.

Cara Giorgia! Come festeggi questa giornata? Penso che ti pacerebbe molto festeggiare un’altra giornata, il 28 ottobre, anniversario della “marcia su Roma”, magari affacciata dallo “storico balcone” di Piazza Venezia, acclamata da una folla plaudente, ed osannante al grido di Duce Duce Duce Giorgia Giorgia Giorgia. Mah! E tra qualche tempo verrà un’altra data! Il due giugno! Un’altra festa! Festa di noi Italiani tutti che in quel giorno del lontano 1946 votammo per la Repubblica! Che farai in quel giorno? Festeggerai la Repubblica nata dalla Resistenza, anche se nel tuo cuore festeggeresti con calore ed ardore la Repubblica Sociale Italiana! Che, purtroppo per te, non c’è più!

Roma, Ricorrenza della Liberazione 2021

Il mio 25 aprile!!!

Il mio 25 aprile!!!

di Maurizio Tiriticco

Per molti dei miei amici il 25 APRILE è una felice ricorrenza! Sono brutte giornate di pandemia! Ma oggi splende un magnifico sole! Ma per me non è solo una ricorrenza! E’ vita vissuta! Roma, dove io vivevo in quegli anni, e vivo tuttora, era stata liberata nella notte del 4/5 giugno 1944! Era stata una grande festa! La fine un incubo! Ed infine, in quel 25 aprile dell’anno successivo, la “grande festa” fu per gli Italiani tutti! Finivano i lunghi anni di una dittatura feroce e gli anni di una guerra assurda, che solo menti malate ed esaltate, come quelle di due pazzi  dittatori, potevano pensare di vincere! E menomale che non l’anno vinta! Altrimenti l’Europa intera sarebbe diventata un enorme campo di sterminio! Fu una grande festa! MI piace allora riportare i ricordi vivi e vissuti di quella giornata, ricopiando quanto ho scritto anni fa nel mio “BALILLA MOSCHETTIERE”.

“””…Comunque gli alleati stavano picchiando sodo. Con le campagne del ’44 gran parte dell’Italia centrale era stata liberata e i tedeschi si erano attestati su una nuova linea difensiva, la Linea Gotica, che si estendeva più o meno da Massa Carrara a Pesaro scavalcando l’Appennino. Nel mese di aprile si ebbe la svolta tanto attesa: lo sfondamento della Linea Gotica! E poi l’avanzata ormai inarrestabile delle armate alleate sull’intera Pianura padana. La lotta partigiana raggiunge il suo acme e il 25 aprile del ’45 il comando del Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia, CLNAI, impartisce l’ordine dell’insurrezione. Seguono i giorni della Liberazione.

Le vicende sono note. Mussolini viene catturato insieme alla sua compagna Claretta Petacci, poi la fucilazione, poi l’esposizione dei cadaveri in Piazzale Loreto insieme ad altri gerarchi egualmente giustiziati, tra cui i più noti Pavolini, Barracu, Mezzasoma, Bombacci, Marcello Petacci, fratello di Claretta. Fu una cosa orrenda, condannata anche dai comandi militari del CLNAI. E non era affatto sufficiente la giustificazione: che l’anno precedente in quella piazza erano stati esposti i cadaveri di 15 partigiani fucilati dai militi della legione Ettore Muti! Non potevamo gareggiare con i nazifascisti in crudeltà! Perché il CLNAI si era arrogato il diritto di uccidere Mussolini? Gli interrogativi erano tanti! E si parlava pure di un ordine che veniva da lontano, da Churchill in persona, preoccupato di un certo carteggio di lettere compromettenti scambiate con il Mussolini della prima ora. E poi un’altra storia, l’oro di Dongo! Sei valigie piene di chissaccheccosa trasferite al Comune di Dongo e poi… sparite! Per sempre! E le mille versioni sull’uccisione di Mussolini. E ancora oggi i misteri di quelle tragiche giornate non sono stati svelati!

I giorni successivi videro un avanzare continuo degli alleati in tutta l’Italia settentrionale, e non solo! Nello stesso 25 aprile americani e sovietici si incontrano sul fiume Elba. Siamo veramente alla fine. E nello stesso 25 aprile i sovietici attaccano Berlino. Saranno giornate sanguinosissime! Finalmente il 30 l’Armata Rossa entra in Berlino e, mentre Hitler si suicida nel suo bunker, conquista il Reichstag e su una delle torri viene issata  la bandiera rossa con la falce e il martello. Qualche tempo prima i marines avevano issato la bandiera a stelle e strisce sulla vetta più alta dell’isola giapponese di Iwo Jima. Due bandiere! Due mondi! Due assetti sociali! Due vittorie… grandi! Siamo alla fine della seconda guerra mondiale. L’8 maggio l’ammiraglio Doenitz, successo a Hitler al governo di quel che restava della Germania e del suo esercito, firma la resa incondizionata della Germania.

Si sperava che la fine fosse ormai prossima, ma i giapponesi resistevano, e come. Sapevamo della loro fedeltà assoluta all’imperatore Hiro Hito, considerato anche un dio; e del fanatismo dei soldati giapponesi che piuttosto che arrendersi preferivano morire od uccidersi! Sapevamo che sarebbe stata dura. In effetti, quanto sarebbe durata la guerra con il Giappone, se non ci fosse stata l’atomica?. La prima bomba nucleare fu sganciata su Hiroscima il 6 agosto; la seconda tre giorni dopo su Nagasaki. Il 2 settembre sul ponte della corazzata americana Missouri nella Baia di Tokio il Giappone firma la resa.

LA SECONDA GUERRA MONDIALE ERA VERAMENTE FINITA!!!

Ricordando Giancarlo

Ricordando Giancarlo

di Maurizio Tiriticco

“Una valutazione a tre dimensioni” — La valutazione è un oggetto pedagogico assai complesso: si presenta infatti come punto di incrocio tra diversi piani di attenzione.

“Una prima prospettiva si riferisce alla valutazione degli alunni, o meglio, all’apprendimento dei loro ‘punti di partenza e di arrivo, dei processi, delle difficoltà riscontrate e degli interventi compensativi attuati’, e quindi degli esiti della formazione scolastica, come sottolineano i programmi didattici nazionali (dpr n. 104 del 10 febbraio 1985). Appartengono a questa dimensione temi cruciali per la scuola di base, quali il concetto di diritto all’educazione (anzi, al successo scolastico), la sostanziale eguaglianza dei risultati (che ‘debbono essere equivalenti qualunque sia l’itinerario metodologico scelto’, dpr 104/85), la prescrittività (cioè l’obbligatorietà) di alcuni traguardi essenziali, l’idea di standard formativi (cioè di livelli di competenza confrontabili).

“Una seconda prospettiva attiene alle modalità di regolazione per controllare, regolare, verificare l’intervento intenzionale delle scuole. L’adulto che in essa opera è un professionista responsabile, attento ai bisogni di relazione dei bambini, ma al contempo impegnato ad organizzare situazioni di apprendimento e capace di riequilibrare i propri interventi in base alla qualità delle risposte che osserva. Affermano chiaramente i programmi: ‘Il complesso delle osservazioni sistematiche effettuate dagli insegnanti nel corso dell’attività didattica costituisce lo strumento privilegiato per la continua regolazione della programmazione, permettendo agli insegnanti di introdurre per tempo quelle modificazioni o integrazioni che risultassero opportune’ (dpr 104/85).

“Infine la valutazione implica un piano alto di riflessione. Ci si riferisce qui alla valutazione della qualità del sistema educativo, cioè a quegli indicatori (sia quantitativi, esprimibili con numeri, sia qualitativi, cioè di tipo descrittivo) che possono portare ad esprimere giudizi di valore su una singola scuola o su ‘categorie’ di scuole (ad esempio le scuole elementari del ‘benessere vitale’ individuate dal Censis nel corso del ‘monitoraggio’ della riforma) o su un intero segmento del sistema formativo (ad esempio, la scuola elementare italiana, vista nell’ambito del contesto europeo  dove – sia detto per inciso e senza falsa modestia – la comparazione ci vede belle posizioni di testa”.

E potrei continuare a copiare. Si tratta dell’incipit del primo paragrafo del primo capitolo “Valutare perché e come”, del volume collettaneo che io e Giancarlo pubblicammo insieme nel lontano 1994 per i tipi della Tecnodid di Napoli. La parte prima riguardava la scuola elementare (allora si chiamava ancora così); la parte seconda, scritta da me, riguardava la scuola media.

E la nostra collaborazione, che in effetti veniva da lontano, continuò. In forme diverse: ad esempio nei tanti convegni organizzati dalla Tecnodid ad Ischia, nel periodo estivo. Convegni, per altro affollatissimi, di insegnanti e dirigenti scolastici! Chi legge penserà: sì ad Ischia! Con tutto quel mare… è vero! Nonostante “tutto quel mare”, al mattino interventi preziosi e stimolanti, e al pomeriggio lavori di gruppo. Ma la Tecnodid non dava tregua né agli insegnanti né ai suoi esperti: in autunno, altri convegni, a Scanno.

E Giancarlo era sempre presente, con i suoi interventi ricchi, articolati: tante carte sul tavolo e le sue mani a farle scorrere, a ritrovare i mille spunti che arricchivano i suoi interventi. Per tutte queste cose, e per mille altre, Giancarlo rimarrà sempre nei nostri ricordi, nella nostra mente e nel nostro cuore.

Sul sito della Tecnodid leggo:

Salutare qualcuno è sempre difficile, ancora di più se dobbiamo salutare una persona a cui vogliamo bene, perché a Giancarlo tutti vogliamo bene. Da ieri sera il mondo della scuola ha perso una delle sue guide più illuminate e lungimiranti, un pedagogista sensibile e attento, un Maestro. Per noi Giancarlo era e resta un amico, con cui abbiamo condiviso un lungo percorso, ricco di intuizioni e di successi, professionali e umani. Il sentimento che assale tutti quelli che hanno avuto la fortuna di incontrarlo è quello della perdita, il vuoto incolmabile di una figura del suo calibro. A noi, però, piace ricordare quello che ci ha lasciato: l’amore per la scuola, la passione per le idee, la cura e l’attenzione per i più piccoli, la caparbietà delle scelte, la fierezza delle posizioni, il rispetto dell’altro, l’onestà intellettuale, la capacità di fare squadra. Ci stringiamo con affetto alla sua famiglia, lo stesso affetto che ci ha fatto sorridere insieme tanto a lungo.

Ciao Giancarlo, resterai sempre con noi.

Una gioventù allo sbando?

Una gioventù allo sbando?

di Maurizio Tiriticco

Ho letto con attenzione l’intervista rilasciata oggi 20 aprile da Vittoria Gallina a “la Repubblica” dal titolo “Salviamo l’Italia dall’ignoranza”. Il sottotitolo è più che eloquente: “Più di undici milioni di cittadini sono analfabeti funzionali: la studiosa Vittoria Gallina spiega perché a rischiare è la democrazia”. Che dire? Mi viene da piangere! Eravamo il Paese dove il Bel Sì suona, ricco di tanti grandi in ogni campo della cultura e della ricerca scientifica, da un Dante Alighieri a un Galileo, a un Marconi, a un Fermi… e a mille altri… ma oggi? Non so… Ed ancora! A fianco dell’intervista è pubblicata una foto in bianco e nero: maschi adulti su dei banchi di scuola – quelli di un tempo, di legno, scomodissimi – intenti a scrivere, ed alla lavagna di ardesia un maestro, anche lui intento a scrivere “il sole illumina…”. E questa è la didascalia: “anni ’50, adulti a lezione in provincia di Cosenza”.

E a questo proposito c’è una mia diretta testimonianza. Proprio in quegli anni, e nei successivi, il Movimento di Collaborazione Civica, con sede a Roma, condusse numerose attività di educazione civica – appunto – in molti centri della Calabria: progettate e dirette dalla sua Presidentessa, EbeFlamini, e condotte da uomini di cultura e docenti universitari, oltre me, con tutta modestia! Qualche nome, Raffaele Laporta, pedagogista, Augusto Frassineti, scrittore (sono suoi i “Misteri dei Ministeri” e “Lo spirito delle leggi”), Filippo Maria De Sanctis, docente di Educazione degli Adulti all’Università di Firenze; animatori culturali, tra cui Cecrope Barilli, fondatore dei CEMEA (Centri di Esercitazione ai Metodi dell’Educazione Attiva), operanti soprattutto nel Mezzogiorno, Saul Megnagi, tra i più attivi: in seguito operante nella produzione culturale della CGIL ed autore di “Cento anni di educazione alla democrazia: il caso CGIL”.

Insomma, in quegli anni Cinquanta e Sessanta la nostra rinnovata scuola democratica è stata attiva ad educare, formare ed istruire i nostri ragazzi e ragazze. Ricordo, ad esempio l’innalzamento dell’obbligo scolastico nella scuola media unica, avviato dall’a.s. 1963-64. E come non ricordare la famosa Lettera che Don Milani inviò nel 1967 a una professoressa, ovviamente di scuola media? Là dove più si bocciava! E dove, invece, più si doveva insistere nello scolarizzare una nuova generazione di italiani! Ed erano attive anche tante associazioni per educare cittadini adulti: mi piace ricordare l’Unla, Unione per la lotta contro l’analfabetismo, diretta da Saverio Avveduto e fortemente animata da Anna Lorenzetto. Quindi tante lotte, tante vicende per dare una cultura agli italiani! Ed una lingua! Ecome non ricordare l’aureo libretto di Tullio De Mauro, “Storia linguistica dell’Italia unita”, pubblicato da Laterza nel 1963.

Insomma, quanto abbiamo lottato, faticato per dare a tutti i nostri concittadini una cultura, un senso di appartenenza, una effettiva cittadinanza! In realtà una larga maggioranza dei nostri ragazzi e ragazze ha conseguito un titolo di studio medio alto. E occorre ricordare che c’è anche l’Educazione Civica – o meglio, l’Educazione alla Cittadinanza – attiva oggi in tutti i nostri percorsi scolastici. E’ una disciplina fondante, che concorre attivamente anche a perseguire quei“17 obiettivi globali necessari al fine di garantire all’intero pianeta uno “sviluppo sostenibile”. Eccoli: 1, sconfiggere la povertà: 2, sconfiggere la fame nel mondo; 3, buona salute; 4, istruzione di qualità; 5, parità di genere; 6, acqua pulita e servizi igienico-sanitari; 7, energia rinnovabile; 8, buona occupazione e crescita economica; 9, innovazione e infrastrutture; 10, ridurre le diseguaglianze; 11, città e comunità sostenibili; 12, consumo responsabile; 13, lotta contro il cambiamento climatico; 14, flora e fauna acquatica; 15, flora e fauna terrestre; 16, pace e giustizia; 17, partnership per gli obiettivi.

Insomma, come si suol dire, la carne al fuoco c’è ed è tanta! E tutte le nostre scuole sono attive in materia di educazione civica, al fine di garantire a tutti un vivere insieme solidale e collaborativo! Ma, mi chiedo; e tutti ce lo chiediamo: che cosa sta succedendo ai nostri ragazzi? Insisto! Ragazzi! Maschi! Che sembrano diventare sempre più cattivi, sempre più aggressivi! Nessuna cultura! Nessun senso civico! Nessun rispetto dell’altro! E soprattutto dell’altra! La cronaca nera è ormai quotidiana! A mia memoria, non ricordo ragazzi così. Con il fascismo, pensavamo solamente al nostro Duce, al “Sole che sorgi libero e giocondo”, alla rinascita della “Roma imperiale”, ad esportare la civiltà romana e, soprattutto, a vincere la guerra! Ma non fu così! Il castello di carte false crollò miseramente! Due date tremende per la nostra storia patria, il 14 luglio e l’8 settembre del nefasto 1943! In quasi due mesi il crollo di un Paese! E l’emergere della dura realtà: la caduta di una dittatura violenta e una guerra perduta! Furono giorni terribili per noi ragazzi! Costretti soltanto a salvare la pelle, a salvarci dalla fame, dalle bombe, dalle retate dei tedeschi.

Ma in tanta sofferenza riuscimmo anche nello studio, nellavoro, nella vita comune, nella vita politica, certi che, per con tante fatiche, stavamo ricostruendo un Paese e costruendo una Repubblica democratica! Orgogliosi poi che in pochissimi anni il nostro Paese si fosse riscattato dall’onta fascista e fosse diventato la quinta potenza industriale al mondo. Tutto questo allora! Ma poi? Poi non so… sarebbe tutta da scrivere la storia della nostra gioventù, dei nostri ragazzi, tanti dei quali oggi si macchiano di crimini orrendi…. e la cosa più grave è che sembrano non rendersene conto. Aggrediscono i più deboli, si ammazzano tra di loro… la droga? No! C’è un’altra droga, la più pericolosa, l’assenza di una coscienza di sé! Incivili, cattivi, bugiardi! Qualcuno, o meglio, qualcuna, mi aiuti a capire…

Anche perché domani, 21 aprile è una grande ricorrenza! 2774 anni fa nasceva Roma! Ed aveva inizio una delle più grandi civiltà!

Un cervello a due piazze

Un cervello a due piazze

di Maurizio Tiriticco

Proprio così! Come il letto a due piazze! Il nostro cervello non è un unicum. Perché nell’emisfero destro c’è la “femminuccia” en quello sinistro il “maschietto”! E’ la coppia che, pur con strategie e modi diversi, dà vita a tutte le nostre operazioni ed azioni, che siano scelte e volute o meno. Comunque, è la coppietta cerebrale che dà senso e finalità alla vita di ciascuno di noi. Per essere più precisi, a tutte le azioni quotidiane, volute o meno. e non solo a quelle diurne, ma anche a quelle notturne, dei nostri sogni! In effetti, quando andiamo a letto, il cervello pensa sospirando: “Finalmente! E mo’ tocca a me! I sogni so’ robba mia! Stanotte posso fare quello che mi pare! Tanto quello – che poi sarei io – sta a dormire”. In effetti, ‘sto cervello non si riposa mai. E poi di notte, libero dal mio controllo e dai miei impegni quotidiani, fa quello che gli pare e ne fa di cotte e di crude.

Ma c’è un suo grande amico! E forse anche un concorrente! Il cuore! Anche lui non si riposa mai: batte e batte e batte! E fortunatamente non lo senti, ma… se ti metti a correre perché stai perdendo il tram, il cuore si mette a battere forte forte. E, dopo un’ora di palestra, è lo stesso! Ma anche se devi affrontare un esame, là davanti alla porta dell’aula in attesa di essere chiamato dal proff, il cuore batte, e come! E batte forte forte anche se t’innamori o se hai una paura fottuta! Mi batteva da ragazzino, quando vedevo Mirella, ma anche quando cadevano le bombe. Questo cuore! Tra parentesi: ma quanto sarebbe bello scriverlo con la Q iniziale, invece che con la C! Come Quaderno, Quadrato, Questo e Quello, Quisquiglie! Comunque lo si scriva, questo cuore vuole la C, come “colpo”, come “calcio”, e a vote anche come “chiodo”. E batte batte batte, anche quando non sei ancora nato! Dentro il ventre materno tu ti succhi il pollice e quello già batte! E continua, continua… dopo la nascita, sempre, fino a quando non si è proprio stufato e la pianta! E ci pianta in asso! Pronti per le,,, assi di una cassa.

Ma adesso pensiamo al cervello! Il cuore va per conto suo; mentre il cervello va per conto… nostro! Almeno così crediamo. In effetti durante il giorno riusciamo a farlo pensare alle “cose nostre”! Ma la notte? Di notte va per conto suo! E si diverte, ora a farci sognare cose belle – e al mattino quanto ci dispiace di essersi svegliati – ora cose brutte. E allora pensiamo: menomale che era solo un sogno! Il cervello è importante! E’ il motore delle nostre azioni e delle nostre scelte. Ci serve per pensare, per conoscere, per scegliere, per fare! A volte tante cose belle e buone! A volte tante cose brutte e cattive! A volte da soli, a volte insieme ad altri! E ciò accade da sempre ed ovunque a ciascun vivente animato. E siamo tutti felici, anche perché Qualcuno ci ha detto che siamo dotati di libero arbitrio! Pare che sia un dono di Dio! Quando siamo nati, Lui, nella sua magnanimità, ci ha dotati di questa facoltà. E ci ha detto: “Tu scegli, poi ci penso io!”: E così è: a volte finiamo all’Inferno; a volte in Paradiso; a volte al Purgatorio, una sorta di prigione a tempo.

Ma torniamo a questo nostro umano cervello. Il web mi dice che è “l’organo principale del sistema nervoso centrale ed è presente nei vertebrati e in tutti gli animali a simmetria bilaterale, compreso l’uomo”. Simmetria bilaterale? Detto alla carlona, possiamo dire che ‘sto cervello è diviso in due parti, una a destra, una a sinistra, distinte, ma legate insieme da un “corpo calloso”: ma questo cos’è? Nulla a che vedere con i calli dei piedi o delle mani! E allora copio ancora dal web: “E’ una commissura interemisferica del cervellopresente nei mammiferi placentati. Si tratta di un fascio di assoni che interconnette i due emisferi cerebrali. È la commissura più importante del cervello, poiché collega tra loro i quattro lobi: frontale, temporale, parietale e occipitale”.

Le due parti, pur distinte, sono comunque legate insieme: ad una competono dati compiti, all’altra altri compiti. Eccoli. L’emisfero SINISTRO presiede alle operazioni lineari, discrete, sequenziali, diacroniche. Si tratta delle OPERAZIONI CONVERGENTI, comuni a tutti i soggetti e da tutti condivisibili. 3 x 3 = 9 sempre e comunque per tutti. L’emisfero DESTRO presiede alle operazioni spaziali, continue, reticolari, sincroniche. Si tratta delle OPERAZIONI DIVERGENTI, che caratterizzano un soggetto e lo distinguono da un altro. Qualche esempio. Posso dire che 3 x 3 = 10, o 11 o 1000 o che so io! Sulla stessa ragazza più maschietti esprimono giudizi diversi. il medesimo film, libro, pietanza, vicenda od altra cosa, ad una persona piace, ad un’altra no. Gli OGGETTi con cui si ha a che fare sono gli stessi; ma le persone, i SOGGETTI esprimono sensazioni, emozioni, giudizi diversi.

Esiste una corrispondenza tra i due emisferi del cervello e le nostre mani, gli “strumenti” che operano per gran parte delle nostre azioni. Ma è una corrispondenza ad X. L’emisfero SINISTRO, quello del CONTARE, delle operazioni logiche, interagisce con la mano DESTRA. L’emisfero DESTRO, quello del RACCONTARE, delle emozioni, del “mi piace” o “non mi piace” interagisce con la mano SINISTRA. Per i necessari approfondimenti, rinvio a quel bel saggio di Jerome Bruner, “Il conoscere, saggi per la mano sinistra”, pubblicato da Armando nel lontano 1990.

Possiamo allora grosso modo dire che l’operazione aritmetica e la ricerca scientifica sono competenza del cervello sinistro, e che la produzione artistica è frutto del cervello destro. Insomma, noi umani sappiamo bene che 3 X 3 = 9, ma possiamo anche dire che è eguale a 10, a 1000, al gatto di casa. Possiamo dire cose vere, ma possiamo anche dire tonnellate di bugie, pur di raggiungere un dato risultato. Il maschietto traditore non dirà mai alla nuova “conquista” di avere moglie e figli! Mentre l’eroe griderà sempre “viva l’Italia” di fronte al plotone d’esecuzione. Ma c’è un’ulteriore considerazione da fare. E’ noto che per millenni il maschietto ha rivendicato un ruolo primario, concedendo graziosamente alla femminuccia un ruolo secondario. Lo dice anche la Bibbia: tutta colpa di quella curiosona e golosa di Eva, che ha infranto gli ordini del Capo e ha colto e la mela dall’albero della conoscenza e se l’è mangiata avidamente. Forse nascondendosi dietro un cespuglio. Ma il Signore, che tutto sa e tutto vede, si è incazzato come una bestia e l’ha condannata: “Tu sarai addetta al parto! E quello scemo di tuo marito, che non è stato capace di controllarti, lavorerà per tutta vita!”. E così, addio Paradiso! Ne conseguirebbe che il cervello della femminuccia è solo curiosità e imprudenza, mentre quello del maschietto è laboriosità e assennatezza! Furbo il maschietto! Che ha scritto la Bibbia a suo uso e consumo! E si è inventato pure un dio maschietto! Solo in certe tradizioni esiste una “magna mater”, una “mater matuta”, dotata per altro di mille seni. Ma i maschietti queste divinità femminili le hanno cancellate in tutta fretta. O sono subordinate! Chi governa l’Olimpo è un gran maschietto! Pronto a mille travestimenti e mutazioni pur di farsi una femmina! Che sia dea o comune mortale!

In conclusione, possiamo dire che le conseguenze di questo “doppio cervello” sono nel vivere quotidiano di tutti noi, nei mille “vorrei, ma non posso”, nei mille desideri irraggiungibili! Beata la stagione dell’infanzia in cui tutto è vero. La fata turchina la sogniamo di notte! E certe madri ci “tengono buoni”, altrimenti l’uomo nero ci porta via! E a volte l’uomo nero c’è veramente! Le guerre! I terremoti e quant’altro. Ed oggi ci affligge un uomo nero invisibile, il covid! Ma ne usciremo! Perché, come dicono i francesi, “tout passe, tout casse, tout lasse”!

Cultura e Natura

Cultura e Natura

di Maurizio Tiriticco

Oggi, giovedì 8 aprile alle ore 17 sul sito FB dell’Irase nazionale, la Professoressa Patricia Tozzi parlerà su “La matematica per tutti, tra tradizione e innovazione”. Penso che quanto segue possa costituire il mio contributo alla discussione che seguirà.

Sono in troppi a pensare che tra il parlare ed il contare ci sia un abisso! Abisso che si replica nella scuola, tra l’alfabeto e le tabelline, tra le ore “lettere” e le ore di “matematica” Anche se, in effetti, la matematica è… anche un linguaggio! Uno dei tanti linguaggi con cui noi umani “vediamo/costruiamo” le cose. Chi pensa/dice che tra la parola e il numero c’è un abisso, penso che abbia capito ben poco. Perché in effetti non bisogna mai pensare/dire: “Nooo!!! Io non sono portato per la matematica” oppure “Nooo!!! Non fatemi scrivere! Le parole sono chiacchiere!”. Ed ancora: “Ho scelto lettere, perché in matematica ero una frana”. O, al contrario: “Ho scelto matematica perché… no no!!! Non fatemi scrivere!”. Strane persone che definirei ad una dimensione!Parafrasando il titolo di un noto libro, “L’uomo ad una dimensione”, che Herbert Marcuse pubblicò nei primi anni sessanta, e che fu anche una sorta di manifesto della “contestazione studentesca” del Sessantotto.

Ma ci sono anche persone, che non si dilungano in simili riflessioni, che ritengono astratte e che invece si definiscono persone molto concrete: “Ciò che conta è il più e il meno, il tanto e il poco. Quando vado al supermercato, so benissimo quanto posso/voglio spendere!”. Oppure:” Per la miseria! Devo rinunciare a un bel viaggio in America perché costa una tombola!”. A parte il fatto che oggi ci si mette pure il covid! Eppure, pensiamoci: una coppia di innamorati è 2! Una famiglia di 10 persone è una famiglia numerosa! La classe prima B è composta di 23 alunni. Lo sviluppo/crescita di un individuo è scandito da numeri: peso e altezza, giorni, mesi ed anni. E, se l’individuo si ammala, ecco i numeri dei gradi di febbre! I numeri del telefono del dottore!

Noi oggi distinguiamo l’alfabeto dalle tabelline, ma… I nostri Grandi – penso a Dante, a Galileo, a Leonardo – erano letterati e anche matematici, financo scienziati. Pensavano, scrivevano, facevano! Punto e basta! In realtà, le cosiddette due culture considerate da molti separate, quella della parola e quella del numero, sono assolutamente contigue. Perché, in effetti, la cultura è una! Però nella scuola c’è l’ora di lettere e c’è l’ora di matematica. Con due insegnanti diversi! Uno che “canta” ed uno che “conta”! E perché? L’interrogativo è una provocazione per riflettere! Insieme! Voglio comunque ricordare che due nostri grandi già ci hanno riflettuto. Alludo ad un volumetto, pubblicato da Laterza nel 2002, a mio vedere, prezioso: “Contare e raccontare. Dialogo sulle due culture”. Ne sono autori Carlo Bernardini, il fisico, e Tullio De Mauro, il linguista. Il diavolo e l’acqua santa! O viceversa! Due grandi che, purtroppo, ci hanno recentemente lasciati. Copio dal web la sintesidel libro: “La cultura scientifica e la cultura umanistica si dividono il sapere dell’uomo fin da quando i primi popoli civili presero a scrivere e a far di conto. A volte alleati, a volte nemici, scienziati e umanisti hanno esercitato la loro influenza nella scuola, nell’università, nei giornali, nella formazione della classe colta e dei cittadini in generale. In questo pamphlet la disputa viene rievocata citando Benedetto Croce come Albert Einstein, Cicerone e Galileo, Darwin e Stevenson in una girandola di aneddoti, ricordi, notazioni. Tantissime le questioni da affrontare, tra cui l’eterno quesito: serve a qualcosa il latino? Ed un altro: i numeri sono più belli delle parole? Come rendere piacevoli le formule matematiche e rigorose le proposizioni discorsive?”. E allora qual è la conclusione? Che tra il contare il raccontare, tra il digitale e l’analogico – come ho avuto occasione di scrivere più volte – c’è una strana contiguità: due facce della stessa moneta: una faccia non potrà mai vedere l’altra, ma la moneta è unica e vale lo stesso!

A volte penso che riflessioni di questo tipo siano l’esito duro dell’idealismo tedesco e dei suoi epigoni italici. Penso sempre a Croce e a Gentile, se ancora oggi si pensa, si parla e si scrive di cultura letteraria e di cultura scientifica. In effetti, in tutta la tradizione colta una simile differenza – se non addirittura contrapposizione – non c’era. Forse l’ho già scritto perché sto a rincoglionire e la memoria non mi assiste, ma certi grandi, Dante, Galileo, Leonardo erano personaggi soprattutto curiosi ed instancabili ricercatori e scrittori. E penso anche che non sapevano affatto se fossero “scienziati” o “letterati”,“ricercatori” o “poeti”. E ancora! L’intero sistema dell’universo descritto dal greco Aristotele nel quarto secolo a.C. è stato ripreso pari pari quattrocento anni dopo da Tolomeo, un altro greco. E tutti e due scrittorie letterati, esperti anche e soprattutto di cose scientifiche. E secoli dopo i due massimi sistemi dell’Universo, quello geocentrico e quello eliocentrico, sono affrontati da Galileo addirittura in un dialogo di grande levatura letteraria.

Del resto, altri secoli dopo, il nostro Leopardi non fu affatto da meno. Sappiamo che nella biblioteca di papà Monaldo non c’erano solo opere letterarie, ma anche di matematica, fisica, chimica, astronomia. Insomma la “natura matrigna” non è solo un adagio poetico, ma l‘esito delle sue attente e mirate ricerche in materie che nulla hanno a che vedere con la letteratura e la poesia. Lo Zibaldone e le Operette Morali sono scritti ricchi di digressioni e di riflessioni che sembrano più quelle di un ricercatore oggettivo che di un impenitente pessimista. In realtà la Natura non è in sé crudele. La Natura è! Crea meravigliose ginestre e poi le uccide con una colata di lava. Perché la Natura non è la Religione: per lei non ci sono cose e fatti buoni o cattivi! Ci sono cose e fatti e basta: senza alcun aggettivo morale. Dice il poeta: “E tu, lenta ginestra, che di selve odorate queste campagne dispogliate adorni, anche tu presto alla crudelpossanza soccomberai del sotterraneo foco, che ritornando al loco giá noto, stenderá l’avaro lembo su tue molli foreste. E piegherai sotto il fascio mortal non renitente il tuo capo innocente…”. Ma è vera poesia? Se mettiamo le parole in fila senza la scansione dei versi poetici, emerge una prosa, e molto amara.

Per concludere, forse la scansione disciplinare serve solo per la scuola: l’ora di italiano, l’ora di matematica, ecc. In effetti, quando vai al supermercato, sei multidisciplinare. Per ogni prodotto, il peso, il prezzo, la provenienza, un minimo di merceologia. Questo non piace al nonno, ma piace alla nonna, questo va bene per il bambino. La natura del prodotto, ciò che è! La cultura del prodotto: piace o non piace; serve o non serve. “Contare e raccontare”: un dialogo che non ha mai fine.

Analogico e digitale

Analogico e digitale

di Maurizio Tiriticco

Leggo fugacemente sul web e non intendo approfondire, almeno per ora, che “nella Finlandia e negli Stati Uniti hanno detto addio alla scrittura incorsivo nella scuola primaria. E tutti in Italia – almeno,penso, le persone di scuola – ci chiediamo: ma possiamo fare davvero a meno dell’insegnamento di questa tipologia di scrittura? Leggo che “sembra che sia una scelta assolutamente pragmatica: perché nella scuola primaria lo stampatello è più veloce e più facile rispetto al corsivo. Ma sono fortissimi i dubbi” Ed il dubbio, ma molto forte, è anche mio!

Un po’ di storia. Ricordo che nella mia prima classe elementare – a. s. 1934-35 – la maestra mi insegnò a compilare pagine di a, e, i, o, u, e poi di consonanti, b, c ecc. Ed in seguito mi insegnò a comporle insieme: ape; eco; oca; uva; eco; inno. Quest’ultima non era una parola “difficile”, perché di inni fascisti era già piena la nostra testa. E, giorno dopo giorno, dalle parole più famigliari, semplici e brevi, si passava a parole più “difficili” e lunghe. Si tratta di un metodo che si basa sull’insegnamento delle singole lettere, vocali e consonanti, che vengono dapprima acquisite e memorizzate; e solo in seguito, pian piano, vengonounite per formare le sillabe. Poi ancora, sempre procedendo per gradi, si formano le parole e, per finire, frasi di senso compiuto.

In seguito, molti anni dopo, nella nostra scuola venne adottato il cosiddetto metodo globale ideato da Ovide Decroly, psicologo e pedagogista belga (1871-1932). Questo metodo prevede che l’insegnamento della lettura e della scrittura avvenga partendo da frasi compiute e non da singole lettere. Al bambino, quindi vengono proposte frasi intere, che solo successivamente vengono sezionate per estrapolarne le sillabe ed infine le singole lettere. E’ il metodo cosiddetto globale: il bambino memorizza una frase compiuta, ne comprende il significato, poi la scompone in sillabe, ed infine le suddivide in lettere. Si parte da un concetto complesso per giungere a concetti più semplici attraverso l’intuito. Concludendo, possiamo definire il primo metodo analitico, il secondo sintetico. Nel primo caso, si passa dal semplice al complesso, nel secondo dal complesso al semplice.

Tornando all’oggi: che differenza corre tra lo stampatello e il corsivo? Con il primo ogni lettera alfabetica “sta a sé”. In effetti io sto scrivendo digitando sulla mia tastiera – e potrei farlo anche con un solo dito – una lettera dopo l’altra, per comporre parole, proposizioni e periodi, intercalati dai segni della punteggiatura. Io non so quanto sia veloce nella mia scrittura né so quanto lo sarei se scrivessi con la penna, ovviamente biro o stilografica. Al proposito, mi piace ricordare che le prime penne che adoperai nella scuola erano quelle dotate di pennino, da intingere in un calamaio, incorporato sul banco. Calamaio che, a date scadenze, il bidello riempiva di inchiostro. Poi,dopo la composizione scritta, il tutto si asciugava con la carta assorbente! E solo gli alunni più bravi riuscivano a scrivere senza sporcarsi né mani négrembiule. Mi viene anche in mente il lavoro delle dattilografe di un tempo: il capo dettava, anche velocemente, e la dattilografa, altrettanto velocemente, scriveva con l’apposita macchina. La dattilografa poteva anche non comprendere il contenuto di ciò che scriveva! Di fatto era anche lei una “macchina”.

Le due pratiche rinviano a due concetti. Lo scrivere lettera dopo lettera, spaziando – come sto facendo ora, e lo spazio mi viene indicato da un puntino tra parola e parola – rinvia al DIGITALE. Se, invece,scrivessi con la penna, oggi una biro, una lettera sarebbe legata ad un’altra al fine di comporre una data singola parola, che – com’è noto – potrebbeessere: un nome, un articolo, un aggettivo, un pronome, un verbo, un avverbio, una preposizione, una congiunzione, una interiezione: la grammatica ci insegna che sono le cosiddette “parti del discorso”: le prime cinque variabili; le altre quattro invariabili. In questo caso, ogni parola significativa è scritta in continuum e rinvia all’ANALOGICO. Voglio essere più chiaro. Se scrivo “Antonio ama Maria”, la sequenza delle parole dà luogo ad un significato. Se, invece, scrivo “Antonio mangiare treno Maria tavolino marmellata”, la sequenza non dà luogo ad alcun significato. Il DIGITALE c’è, ma l’ANALOGICO no. Esiste, però, anche il linguaggio non verbale: una data espressione del volto può significare amore, oppure odio, od ancora, rabbia o stupore. Per non dire, poi, che noi umani siamo bravissimi nella simulazione. Il maschietto potrebbe esprimere non verbalmente un dolcissimo “ti amo” solo per raggiungere un dato risultato. Insomma ogni negoziante indora la merce da vendere.

Chi ora mi legge, può guardare l’orologio che ha al polso. Potrebbe essere ANALOGICO: ma le lancette che si muovono costantemente, anche se molto lentamente, non “diranno” mai l’ora precisa! Se, invece, è DIGITALE, quel minuto scritto è preciso! E dopo solo sessanta secondi appare il minuto successivo. Pertanto, è bene che gli insegnanti della scuola primaria dedichino molta attenzione a come gli alunni apprendono a scrivere, a come prendono la matita o la penna. Che va presa con un dato criterio, con l’incrocio delle prime tre dita, pollice, indice e medio. E devono assolutamente insistere che scrivano in corsivo e non in stampatello. Constato anche – e mi si smentisca se sbaglio – che a scuola le femmine tendono a scrivere con calligrafie tondeggianti; mentre i maschietti sembrano insofferenti alla scrittura manuale e tendono all’uso dello stampatello.

Qualcuno, o meglio il Prof. Gustavo Charmet,psichiatra e psicoanalista dell’infanzia e dell’adolescenza, ha detto che la scrittura è lo specchio dell’anima! Perché “mette in relazione la parte più profonda di noi con il segno che appare sulla pagina. Quante cose si capiscono dalla scrittura di un bambino. Il computer non esclude la penna o viceversa; i linguaggi convivono, non si annullano. E i bambini sono felici di imparare a scrivere, adorano matite, penne, colori, vedere i fogli che si riempiono di segni che corrispondono al loro pensiero. La scrittura ha qualcosa di sacro e di istintivo, sviluppa la manualità sottile, bella o brutta che sia, ed è assurdo pensare di non insegnarla più. I ragazzi alla scrittura ci tengono, eccome: basta ricordare quanto gli adolescenti si esercitano sulla loro firma. E vorrei fare un appello al Ministro della Pubblica Istruzione: far tornare a scuola le penne stilografiche. La stilo è un oggetto del desiderio. Anche per i bambini di oggi”.

Concludendo, è bene che il maestro di una prima classe primaria insista perché il bambino impari in primo luogo a prendere correttamente lo strumento per scrivere, matita e/o penna. Come un insegnante di violino insegna in primo luogo come si prendono lo strumento e l’archetto. Perché il violino? Perché è uno degli strumenti più difficili da imparare a suonare: la correttezza del DIGITALE come condizione della bellezza dell’ANALOGICO.

Insegnare latino

Insegnare latino…

di Maurizio Tiriticco

…o meglio, come si deve adoperare un insegnante perché i suoi alunni apprendano un po’ di latino anche piacevolmente! Non dico in modo divertente, ma… in effetti, tutto dipende dall’insegnante e dal metodo di lavoro che sceglierà. Una volta si diceva che il latino è importante perché insegna a ragionare! Io non ci ho mai creduto! Perché non c’è disciplina di studio che non imponga di fatto a ragionare. Qualsiasi materia di studio richiede attenzione, applicazione, sacrificio anche! Comunque, repetita iuvant! E allora, avanti con il latino! Ma… ecco che emerge la questione del metodo: o meglio, che diavolo deve fare l’insegnante per rendere interessante, accettabile, piacevole anche, una materia di studio? In realtà ci sono materie il cui studio è direttamente legato alla vita quotidiana. Se non so parlare, non posso dichiarare il mio amore a una bella fanciulla e neppure litigare con la suocera! Se non so leggere né fare qualche conto, non posso fare neanche fare un minimo di spesa al supermercato!

Però c’è una materia di studio che ancora resiste disperatamente in qualche nostro grado di scuola, che affligge gli studenti costretti ad apprenderla ed i docenti costretti ad insegnarla: il latino! O meglio, “lingua e cultura latina”, come recitano le Indicazioni nazionali per i nostri quattro percorsi liceali: classico, scientifico, linguistico e delle scienze umane.

Ed allora, come fare indorare la pillola, per dirla volgarmente? O meglio, per rendere fruibile questo studio? Mi sovvengono i versi del Tasso, nell’incipit della Gerusalemme Liberata: “Così all’egro fanciul porgiamo aspersi di soavi licor gli orli del vaso: succhi amari, ingannato, intanto ei beve; e dall’inganno suo vita riceve”.

In altre parole, la questione è del metodo! Ci chiediamo cioè: come proporre lo studio di una lingua che “non serve”, come potrebbe essere, invece, l’inglese, a ragazzi, quelli di oggi soprattutto, che sono in tutt’altre faccende affaccendati? So che esiste un metodo cosiddetto naturale, il cosiddetto “metodo Ørberg”, dal nome del latinista danese Hans Henning Ørberg (1920-2010). Non lo conosco e non voglio andare oltre! Ma so che è adottato con successo in alcuni nostri licei.

A mio avviso, penso che, al di là di proporre ai nostri studenti lunghi e difficili insegnamenti linguistici, si potrebbe tentare di coinvolgerli in qualche misura proponendo loro testi latini accessibili e che che possano suscitare curiosità interesse, e a volte anche ilarità! Il mondo dei nostri antenati non era poi del tutto così austero. In effetti pensiamo sempre ai nostri classici, o almeno a quelli che ci hanno proposto ed imposto a scuola! Penso a Virgilio, a Orazio, a Cicerone! Forse con Cesare e Cornelio Nepote le “cose” andavano un po’ meglio! Si trattava di testi che per noi poveri studentelli erano più accessibili che altri. E poi si trattava di guerre, per cui… Ma è opportuno che i nostri studenti sappiano che i nostri grandi non erano sempre così seriosi! Spesso gettavano il pallium o la toga e sapevano ridere e come! Magari annaffiando il tutto con un buon bicchiere di vino! Il falerno sembra che fosse quello preferito. O forse nella “Cena di Trimalcione” il nostro Petronio ne avrà indicati altri! Non ricordo! E questi nostri antenati scrivevano anche “cose” altre”, non perfettamente classiche, anzi volutamente volgari! Si tratta di testi che – come si suol dire – vanno molto al di là di quello che a livello esplicito dicono e che contengono elementi di cultura e di civiltà a volte non immediatamente evidenti, ma che un attento lavoro di analisi guidato dagli insegnanti potrà mettere alla luce.

Mi piace cominciare con l’Apokolokýntosis (Ἀποκολοκύντωσις), ovvero Ludus de morte Claudii o ancora Divi Claudii apotheosis per saturam (Satira sulla morte di Claudio). Si tratta dell’unico testo di carattere satirico attribuito a Lucio Anneo Seneca, il grande scrittore e filosofo latino, morto suicida per ordine, appunto, dell’imperatore Nerone, insieme ad altri romani accusati di avere preparato una congiura (la cosiddetta congiura dei Pisoni, da Gaio Calpurnio Pisone, il capo dei congiurati) per “far fuori” Nerone, appunto. La parola Apokolokýntosis è un neologismo confezionato per l’occasione da Seneca e deriva dalla crasi, ovvero dall’unione, dei termini Κολόκυνθα, che significa zucca, e αποθέωση, che significa deificazione/glorificazione. Quindi “La zucchificazione di Claudio”. Com’ è noto, gli imperatori romani, una volta morti, salivano nel pantheon degli dei! Pertanto, zucchificare un imperatore deve essere stato, allora. qualcosa di tremendo! Ma altrettanto tremendo doveva essere stato Claudio! Si tratta di un testo totalmente godibile!

Ma procediamo con altri testi. E cominciamo da lontano.

Dindia Macolnia fileai dedit. Novios Plautius med Romai fecid, dalla cista Ficoroni ritrovata in Preneste. Una madre, una figlia un artigiano, un portaoggetti di bronzo in una città del Lazio: uno spaccato di vita cinquecento anni (?) prima di Cristo.

Si membrum rupsit, ni cum eo pacit, talio esto, dalle Leggi delle XII Tavole; uno stimolo per un discorso sul diritto antico, sul taglione, su una primitiva amministrazione della giustizia.

Virum mihi Camena insece versutum... L’incipit del poema di Livio Andronìco in versi saturni. L’Odysseus dell’Andra moi ennepe Mousa polutropon (l’incipit dell’Odissea omerica) diventa il nostro Ulixes. E, ad abundantiam, potremmo anche richiamare un altro incipit, quello del nostro neoclassicismo: Musa quell’uom dal multiforme ingegno

Quasi pila in coro ludens datatim dat se et communem facit… E’ il noto frammento della Tarentilla di Nevio: la donna che si offre a tutti, uno lo bacia, a un altro “fa il piedino”… ma il tutto senza alcuna palese volgarità.

Fato Metelli Romae consules fiunt, così si scaglia Nevio contro la famiglia dei Metelli; sullo sfondo le guerre puniche ed il primo teatro romano. Ma la risposta della grande famiglia non si fa attendere: Malum dabunt Metelli Naevio poetae.

E non possiamo non ricordare quello struggente frammento neviano, tratto dal Bellum Poenicum, ancora in versi saturni, in cui il poeta, rievocando le origini leggendarie di Roma, rappresenta la fuga da Troia delle mogli di Anchise e di Enea: Amborum uxores / noctu Troiad exibant capitibus opertis / flentes ambae, abeuntes lacrinis cum multis.

Musae, quae pedibus magnum pulsatis Olumpum, un altro incipit, questa voltain esametri: sono gli Annales di Ennio, l’alter Homerus della poesia latina. La lingua fa un passo in avanti, Ennio amplia il discorso di Nevio e vuole celebrare Roma al di là della vicenda punica.

Ed ora qualche esempio del tardo latino, quando la lingua dei classici comincia a cambiare, a corrompersi, diranno alcuni, ma… esiste una lingua migliore di un’altra? Questo già può costituire un interessante spunto di discussione.

Adriano è stato l’imperatore esteta e viaggiatore per eccellenza, e l’amico Floro così lo riprende: “Ego nolo Caesar esse, ambulare per Britannos, latitare per Germanos, Scythicas pati pruinas“. Ma Adriano prontamente gli risponde e lo riprende: “Ego nolo Florus esse, ambulare per tabernas, latitare per popinas, culices pati rotundos“.

E come non ricordare quella “Animula vagula blandula hospes comesque corporis, quae nunc abibis in loca pallidula, rigida, nudula, nec, ut soles, dabis iocos… è un frammento dolcissimo, che Adriano, colto, curioso, raffinato, avrebbe scritto, stando al suo biografo, poco prima di morire.

Di tutt’altra pasta sono i primi apologisti cristiani. Come non ricordare la veemenza di un Tertulliano (II-III secolo) contro l’impero e contro i persecutori! Evviva il martirio: Semen est sanguis Christianorum! E i pericoli che possono venire dalle donne! La donna è, secondo Tertulliano, un essere che Dio ha voluto inferiore; essa è diaboli ianua, porta del demonio: tu, donna, hai con tanta facilità infranto l’immagine di Dio che è l’uomo. A causa del tuo castigo, cioè la morte, anche il figlio di Dio è dovuto morire; e tu hai in mente di adornarti al di sopra delle tuniche che ti coprono la pelle? I suoi libelli famosi: De exhortatione castitatis, De virginibus velandis, De cultu feminarum: è bene che le donne portino il velo sempre, per non dare scandalo in pubblico. Del resto anche Ambrogio (IV secolo) si preoccupò di raccomandare alla sorella Marcellina (De virginibus) l’osservanza di casti costumi! E che dire di quel Giovanni di Antiochia (IV secolo) detto Crisostomo, χρυσόστομος, il Boccadoro, che così si esprimeva: “Che altro è una donna se non un nemico dell’amicizia, una punizione inevitabile, un male necessario, una tentazione naturale, una calamità desiderabile, un pericolo domestico, un danno dilettevole, un malanno di natura dipinto di buoni colori?”.Insomma, un buon materiale per un dibattito sulle pari opportunità!

Ma vi sono anche i poeti cristiani meno “arrabbiati”, se si può dir così. Ricordiamo quell’inno al mattino di Prudenzio (alcuni vi vedono l’Orazio dei cristiani), un linguaggio facile e pulito in dimetri giambici: Nox et tenebrae et nubila, / confusa mundi et turbida, / lux intrat, albescit polus, / Christus venit, discedite! Caligo terrae scinditu / percussa solis spiculo, / rebusque iam color redit / vultu nitentis sideris.

E alla fine del IV secolo incontriamo Eutropio con il suo Breviarium ab urbe condita, commissionatogli dall’imperatore Valente: un testo facile, senza pretese critiche, destinato ad un pubblico senza troppe esigenze. E’ utile per un approccio semplice e facile alla lingua latina.

Fecisti patriam diversis gentibus unam; / profuit iniustis te dominante capi; / dumque offers victis proprii consortia iuris. / Urbem fecisti, quod prius orbis erat. Siamo nel V secolo d. C. e Rutilio Namaziano, il gallo-romano, decisamente anticristiano si esalta alla missione dell’impero e non avverte che il 476 è alle porte!

E non può mancare Agostino, il numida. Siamo alla fine del IV secolo e Agostino in un giardino milanese, forse forte per la predicazione di Ambrogio, vive un momento intensissimo del suo itinerario spirituale: Et ecce audio vocem de vicina domo cum cantu dicentis et crebro repetentis quasi pueri an puellae nescio: “Tolle lege, tolle lege” (ed ecco all’improvviso dalla casa vicina il canto di una voce come di bambino, o di bambina forse, una cantilena: “Prendi e leggi, prendi e leggi”). E Agostino apre il Vangelo e legge a caso: “Non più bagordi e gozzoviglie, letti e lascivie, contese e invidie, ma rivestitevi del Signore Gesù Cristo e non fate caso alla carne e ai suoi desideri”. E’ un passo dell’Epistola ai Romani.

Il cristianesimo, dunque, avanza. Ma quanta commozione possiamo nutrire per gli sconfitti! Giuliano, l’imperatore che è nipote di Costantino, vuole restaurare il paganesimo! E per questo porterà sempre con sé il marchio della apostasia. Ferito a morte in battaglia contro i Persiani (363), affida agli astanti il suo testamento. Ecco l’incipit del racconto che ne fa Ammiano Marcellino, un soldato di Antiochia, nel suo Rerum gestarum libri: Quae dum ita aguntur, Iulianus in tabernaculum iacens, circumstantes allocutus est demissos et tristes: “Advenit o soci nunc abeundi tempus e vita impendio tempestivum, quam reposcenti naturae, ut debitor bonae fidei redditurus, exulto…”. Qualche anno dopo (378) Teodosio proclamerà il cristianesimo religione di Stato!

Ma è sempre bene ricordare che con il passar del tempo (VI e VII secolo) la latinità si afferma anche in Europa. A Siviglia c’è Isidoro, in Gallia c’è Gregorio, in Bretagna c’è Beda il Venerabile, noto anche per aver profetizzato che, quando fosse caduto il Colosseo, sarebbe caduta Roma e con essa sarebbe caduto il mondo! “Quamdiu stabit Colyseus / Stabit et Roma; / Quando cadet Colyseus / Cadet et Roma; / Quando cadet Roma / Cadet et mundus”. Anche se sembra che il Colyseus di Beda fosse in realtà la colossale statua di Nerone, posta tra l’Anfiteatro flavio e il Tempio di Venere.

Si diffondono anche i Vangeli, che portano la buona novella della pace, della giustizia, dell’amore: Vade, vende omnia quae habes, da pauperibus et habebis thesaurum in caelis (Matteo, 19, 21). La loro lettura è assai agevole, semplice e lineare perché i destinatari sono tutte le popolazioni del mondo antico! Scritti in greco, poi in siriaco, in arabo, ed anche in latino, grazie alla Vulgata di san Gerolamo, forse come lingua franca per tutte le popolazioni dell’Impero!

E perché, poi, non andare a quei testi di un “primitivo” volgare, laddove è possibile cogliere quelle trasformazioni che pian piano hanno condotto da un latino certamente non classico e parlato da tutti a quella lingua che poi Dante ha nobilitato nel De vulgari eloquentia? La scritta murale Falite dereto co lo palo Cervoncelle / Albertel trai / Fili de le pute traite. Si tratta della iscrizione della basilica di San Clemente in Roma.

E poi c’è il cosiddetto indovinello veronese (da un codice della Biblioteca Capitolare): Se pareba boves / alba pratalia araba / et albo versorio teneba / et negro semen seminaba,

E poi c’è la più nota Carta capuana. E’ databile al 960 e costituirebbe il primo documento di un volgare che ormai si avvia a diventare il nostro italiano. Ecco il testo, ripetuto più volte quanti sono i testimoni che rendono tale dichiarazione. E’ il notissimo Sao ko kelle terre, per kelle fini que ki contene, trenta anni le possette parte Sancti Benedicti.

Ciò che abbiamo rappresentato sono delle pure e semplici spigolature alla ricerca di testi né “aulici” né “paludati”, che poi sono quelli che hanno sempre terrorizzato i poveri studenti e che, in un certo senso, fanno tremare le vene e i polsi! L’origine della nostra lingua, della nostra civiltà! Sono spunti di testi che – lo ribadiamo – se opportunamente contestualizzati, possono costituire numerosi motivi di “imparare facendo” e, oseremmo dire, anche “divertendosi”!

Solo in seconda battuta, a nostro avviso, dovremmo giungere a proposte più impegnative. Con l’autonomia le scuole potranno adottare percorsi curricolari e soluzioni didattiche diverse, pur nel rispetto degli standard indicati dal sistema nazionale di istruzione.

Per quello che riguarda il latino, il greco e la cultura classica, potrebbero effettuarsi due scelte. La prima potrebbe essere una scelta di base, comune a tutti gli alunni – crediamo ad un latino per tutti! – senza però ricadere nell’errore di quella indicazione dell’articolo 2, commi 3 e 4, della Legge 1859/62 con la quale, per contentare sia i conservatori del latino che gli abolizionisti, si misero in seria crisi insegnanti e alunni. Il testo recita testualmente: “Nella seconda classe l’insegnamento dell’italiano viene integrato da elementari conoscenze di latino, che consentano di dare all’alunno una prima idea delle affinità e differenze tra le due lingue. Come materia autonoma, l’insegnamento del latino ha inizio in terza classe: tale materia è facoltativa”. Le conseguenze furono che gli alunni non impararono più né il latino né l’italiano! Negli anni successivi si corse ai ripari e i due commi vennero abrogati.

Al termine di tutte queste argomentazioni, viene sempre da chiedersi: ma insomma questo latino bisogna studiarlo o no? Ma è vero che è una lingua pressocché matematica, soggetto, predicato, complemento; Proposizione principale e poi proposizioni subordinate e coordinate… potremmo dire una disciplina dello scrivere? Se non addirittura una disciplina che insegna a pensare? In modo ordinato e convincente, in primo luogo per chi scrive… Mah! Gli interrogativi sono tanti. Comunque, se andate sul web, si legge che “lo studio della grammatica latina aumenta la fluidità del proprio italiano ed allarga gli orizzonti linguistici”. Io non lo so, comunque, mi dicono che non scrivo male! Forse perché ho studiato il latino? E l’ho anche insegnato!

Ma insomma, è proprio necessario? Ricordo che un amico di facebook tempo fa mi ha scritto: “lo studio del latino è stato necessario! Un tempo! Quando era una lingua franca! In tutta Europa. Ma oggi la lingua franca è l’inglese. In tutto il mondo! Per cui…, Non so! Possiamo anche ricordare che lo scrivere in lingua latina nel mondo dell’antica Roma in genere era compito degli scribi, che scrivevano sotto dettatura, perché la padronanza linguistica scritta non era considerata un valore per tutti, quale è invece oggi. La lingua latina, comunque, era regolata da una perfetta grammatica (fonologia, morfologia e sintassi). In effetti, il linguaggio parlato e scritto, ovviamente non quello colloquiale del volgo, ma quello della politica, delle leggi, dell’amministrazione della giustizia, della diaristica e della poesia, era regolato da regole precise, che Quintiliano (35-96 d. C.) ci elenca nelle sue Institutiones oratoriae.

Secondo l’illustre grammatico, la produzione linguistica – ovviamente quella finalizzata e colta, dell’oratore in primo luogo si sviluppa lungo i seguenti gradini: inventio, dispositio, memoria, elocutio, actio. Chissà se i nostri tanti politici ciarlatani di oggi ne sanno qualcosa! Non credo! Comunque, ecco la crescete veemenza di un Cicerone che in Senato mette in guardia dal “pericolo catilinario”: – “Quo usque tandem abutere, Catilina, patientia nostra? Quam diu etiam furor iste tuus nos eludet? Quem ad finem sese effrenata iactabitaudacia? Nihilne te nocturnum praesidium Palati, nihil urbis vigiliae, nihil timor populi, nihil concursus bonorum omnium, nihil hic munitissimus habendi senatus locus, nihil horum ora voltusque moverunt? Patere tua consilia non sentis, constrictam iam horum omnium scientia teneri coniurationem tuam non vides? Quid proxima, quid superiore nocte egeris, ubi fueris, quos convocaveris, quid consilii ceperis, quem nostrum ignorare arbitraris? O tempora, o mores”.

E’ un modello di efficacia oratoria, ma… c’è un altro modello, quello di Giulio Cesare, che con la lingua scritta deve raggiungere e convincere il senato e i suoi concittadini della necessità della sua spedizione in Gallia! E ciò a dimostrazione che le sue imprese militari oltre le Alpi non sono uno spreco di danaro pubblico a suo esclusivo vantaggio, ma una assoluta necessità: quella di difendere e rafforzare i confini a nord di Roma e della penisola che la stessa Roma da anni controlla. Giova ricordare che al centro della pianura padana era stato fondato intorno al 590 a. C. un centro abitato, nei pressi di un santuario, forse con il nome di Medhelan (oggi Milano) da una tribù celtica appartenente alla cosiddetta “cultura di Golasecca”, che faceva parte del gruppo degli Insubri. Poi, nel 222, dopo una lunga lotta e un aspro assedio, Medhelan fu conquistata dai Romani, ormai proiettati da tempo oltre Roma e il Lazio. E’ opportuno ricordare che i Romani anni prima già si erano misurati con altri nemici al Sud della penisola: si tratta della “prima guerra punica” che ebbe una lunga durata: dal 264 al 241 a. C.

Insomma i Galli sono al nord quelli che al sud sono i Punici. Pertanto Cesare deve assolutamente convincere il “Senato e il Popolo Romano” della necessità della sua spedizione contro i Galli. Di qui nasce quel Bellum Gallicum che nelle nostre scuole costituisce ancora gioia e dolore di tanti nostri studenti. Ed ecco l’incipit famoso. Almeno per me! Nei miei anni di scuola lo imparavamo a memoria ed ancora lo ricordo (anche se, ovviamente, controllo il testo sul web): “Gallia est omnis divisa in partes tres, quarum unam incolunt Belgae, aliam Aquitani, tertiam qui ipsorum lingua Celtae, nostra Galli appellantur. Hi omnes lingua, institutis, legibus inter se differunt. Gallos ab Aquitanis Garumna flumen, a Belgis Matrona et Sequana dividit. Horum omnium fortissimi sunt Belgae, propterea quod a cultu atque humanitate provinciae longissime absunt, minimeque ad eos mercatores saepe commeant atque ea quae ad effeminandos animos pertinent important, proximique sunt Germanis, qui trans Rhenum incolunt, quibuscum continenter bellum gerunt”.

E via di questo passo! E Cesare dimostra di essere, oltre che un gran generale, anche un valente scrittore. In effetti, nel giro di pochi anni, dal 58 al 50 a. C., conquista vaste regioni europee, quelle che oggi costituiscono parte della Francia, della Svizzera, del Belgio, dei Pesi Bassi, della Germania. Ma delle sue azioni annota tutto, detta tutto! Lo immagino sotto la tenda la sera a dettare! Perché le sue ambizioni sono alte! Con le sue guerre deve conquistare Roma! E ci riesce! Anche se con un bellum civile! In seguito pagherà con la vita, perché il suo potere e il consenso del popolo a molti facevano paura! Ma Il suo scettro viene comunque ereditato da Gaio Giulio Cesare Ottaviano Augusto, suo figlio adottivo.

E con Augusto nasce l’Impero; e con esso nasce tutta un’altra storia!

Della DAD, come e perché

Della DAD, come e perché

di Maurizio Tiriticco

La didattica a distanza, come ho già scritto altre volte, non è una novità. Viene da lontano ed ha una lunga storia. Mi piace rinviare a quanto dice Mario Macaluso in un breve ma essenziale intervento pubblicato sul web (https://www.youtube.com/watch?v=q9ZrytWnK8Y). Io mi limito a un solo accenno. La DAD venne usata a iosaquando, negli anni venti del secolo scorso, in due grandi Paesi confederati, Stati uniti ed Unione Sovietica, si dovevano raggiungere lavoratori della terra e dell’industria impegnati in luoghi lontani dai centri urbani, al fine di istruirli e formarli in ordine a dati processi lavorativi, in larga misura anche innovativi. E venne usata in larga misura anche perché ritenuta più rapida e più efficace – nonché più economica – rispetto ad un insegnamento tradizionale, che avrebbe richiesto la presenza attiva di insegnanti ad hoc.

Ovviamente, le materie affrontate erano di tipo scientifico e tecnico, coerenti con le mansioni che i lavoratori dovevano svolgere; nonché curvate a tematiche specifiche. La strumentazione era semplice, ma efficace. Venivano inviate di volta in volta al lavoratore determinate dispense cartacee, relative a specifici argomenti, coerenti con una data disciplina di studio; ed alla fine del testo venivano somministrati – la parola a molti non piace, ma i fatti erano quelli – test a scelta multipla, ovvero proposizioni a quattro o a cinque uscite, di cui una sola era quella “vera”, mentre le altre erano “false”, cioè errate.

Il lavoratore doveva leggere, comprendere, valutare e poi rispondere semplicemente segnando una x sulla risposta considerata vera. Ecco un esempio più che banale. L’acqua è: a) il primo elemento della tavola periodica; in circostanze normali è un gas incolore ed insapore, formato da molecole diatomiche; b) un liquido prodotto dalla secrezione renale, di color giallo e odore caratteristico, ricco di sostanze organiche e inorganiche; c) un composto chimico di formula molecolare H2O, in cui i due atomi di idrogeno sono legati all’atomo di ossigeno con legame covalente polare; d) una soluzione composta con una data quantità di sali minerali e sostanze organiche disciolte in un insieme composto chimico; e) composto chimico trasparente privo d’odore e di sapore, la cui molecola è composta da tre atomi di idrogeno legati a quattro di ossigeno, ubiquo in natura sotto forma di fumo, liquido e solido. E’ un quesito a cinque uscite: a chi legge la soluzione!

In ordine a quanto ho ricordato, possiamo dire pertanto che oggi nelle nostre scuole… nihil sub sole novi! Ma i problemi veri, che assillano molti operatori scolastici, non sono la natura, la struttura, le finalità di questa modalità di insegnare ad apprendere, ma una sua pretesa scarsa efficacia. O meglio, molti di loro ritengono che si tratti di un insegnare ad apprendere di secondo ordine, di risulta. Lo capisco! La secolare abitudine è quella di pensare che l’insegnare ad apprendere sia unica e sola quella in cui, in presenza, in un’aula, un insegnante insegni – di fatto parli, se non chiacchieri – ed un certo numeri di alunni – di fatto – ascoltino e apprendano. E in perfetto silenzio! In tempi lontani si usava la frusta se un alunno osava distrarsi! Orazio ricorda le frustate infertegli dal “plagosus Orbilius”! I nostri bisnonni – non so se anche i nonni – ricorderanno la bacchetta dei loro maestri!

E a questo proposito mi piace quanto ci racconta Fernando Sparvieri (copio dal web): “Arrivavano certe bacchettate sulle mani!!! Alcuni scolari, per alleviare il dolore, già alla prima bacchettata si mettevano la mano colpita tra le gambe, altri ci soffiavano sopra. Spesso era solo l’inizio del supplizio perché il maestro, per niente impietosito, doveva completare il suo ciclo mentale di bacchettate che aveva stabilito per pena. Altre volte, invece, all’improvviso, da dietro le spalle, a tradimento, il maestro tirava a qualche alunno le orecchie che parevano elasticizzarsi sino al soffitto, per poi tornare, lasciata la presa, al loro posto, restando rosse per ore intere”.

Questo da noi allora! Ma oggi? Assolutamente no! Non avviene così! Ed è arcinoto! Come purtroppo è arcinoto che nelle scuole islamiche le “pene corporali” sono, invece, di norma. E tradotta anche in Italia!’ Copio dal web ciò che è accaduto qualche mese fa: “Seregno, bambini maltrattati alla scuola islamica: bacchettate e castighi, arrestato insegnante. Nel doposcuola frequentato dalla comunità senegalese i piccoli tra i 4 e gli 11 anni avrebbero dovuto imparare l’arabo, ma i due «educatori» usavano metodi punitivi. L’indagine è partita dai lividi sul corpo di un ragazzino”. Purtroppo ciò che avviene nel nostro Paese è norma nelle scuole dei Paesi mussulmani. E, quando si insegna picchiando, si insegna anche che picchiare è normale e legittimo.

Ma torniamo alla DAD. Va detto in primo luogo che oggi questa modalità è supportata ed arricchita dal PC e da tutte le possibilità che offre in materia di corrispondenza tra più persone. Oggi i Consigli Europei si realizzano vis à vis e in contemporanea! Niente più viaggi, tempi lunghi, soggiorni, spese! E ciò vale anche per la corrispondenza tra i “comuni mortali”. Si tratta di esperienze preziose anche per le ricadute che hanno sul quotidiano delle nostre relazioni a distanza! O meglio, una volta a distanza! Ora non più! Pertanto, per tutto questo insieme di ragioni, la DAD non può essere intesa soltanto come un’opportunità del momento, ma come un’occasione preziosa per un cambiamento radicale della didattica tradizionale. Meno ore sui banchi di scuola, più ore ai PC casalinghi.

Non credo di dire sciocchezze: Gli edifici scolastici saranno frequentati per un numero inferiore di giorni e di ore! Ed ancora! Mi sto domandando: che fine faranno quegli enormi e magnifici palazzi costruiti dopo la proclamazione di Roma capitale d’Italia per allocare i Ministeri del Regno? Concludo pensando… e scrivendo, che la DAD non è una “cosa dell’oggi”, che finirà dopo la pandemia. Assolutamente no! La DAD è già un segnale di una scuola “altra”. Non so bene quale sarà né come sarà, ma sarà! Ed a questo dobbiamo prepararci. Ruit hora, dicevano i nostri padri. E i tempi nuovi mandano sempre in soffitta, o in cantina, i tempi vecchi.

Quando la scuola impara

Quando la scuola impara

di Maurizio Tiriticco

Il titolo di questo pezzo rinvia all’omonimo titolo di un bel libro che io ed Anna Armone scrivemmo nel lontano 1998 per i tipi della Tecnodid di Napoli. Eravamo piccoli, come si suol dire. Oggi la dott.ssa Armone, esperta di problemi educativi e scolastici, dirige la rivista trimestrale “Scienza dell’Amministrazione Scolastica”. Sono pubblicati quattro numeri all’anno, sia in cartaceo che in versione on line. La rivista è rivolta ai dirigenti scolastici e ai docenti di staff o meno delle scuole di ogni ordine e grado, e si propone come uno strumento di analisi delle politiche scolastiche. E, a mio giudizio, è molto prezioso. La rivista viene quindi da lontano e anch’io vengo da lontano! Sono un ultranovantenne, dirigente tecnico che dovrebbe essere in quiescenza! Ma è un’espressione che non mi piace affatto!Per cui, cerco di… non quiescere… troppo!

In quarta di copertina del volume citato si legge: “Il cambiamento organizzativo delle istituzioni scolastiche, indotto dalle recenti norme sull’autonomia, richiede che i dirigenti e gli operatori scolastici, ad ogni livello di responsabilità individuale e collegiale, mettano in atto nuove strategie di autoapprendimento che vadano oltre il tradizionale aggiornamento e concorrano a costruire una vera competenza collettiva progettuale nella scuola. Il testo ricostruisce il fenomeno dell’apprendimento adulto nelle organizzazioni, contestualizzandolo nel sistema scuola e analizza le possibilità offerte dai nuovi strumenti di progettazione e programmazione, dalla Carta dei Servizi Scolastici e dal Progetto di Istituto alla elaborazione di modelli formativi”.

In quegli anni nessuno avrebbe potuto prevedere che nel 2021, in forza della pandemia di questo maledetto covid-19, la nostra scuola avrebbe dovuto imparare molto e molto di più rispetto a quanto io ed Anna predicavamo in quel volume. Ma il fatto importante e innovativo è che “le organizzazioni che apprendono sono quelle nelle quali le persone incrementano le loro capacità di raggiungere i veri risultati cui mirano; nelle quali si stimolano nuovi modi di pensare orientati alla crescita; nelle quali si lascia libero sfogo alle aspirazioni collettive, e nelle quali, infine, le persone continuano ad imparare come si apprende insieme”. Così scrive Peter Senge in “The Fith Discipline, the art & practice of the learning organization”, Random House, London, 1990, pag. 3. E Senge è uno dei uno dei massimi esperti in materia.

In ordine a quanto ricordato e scritto, la Didattica ADistanza non è una deminutio, per dirla alla latina, bensì un valore altro, se non addirittura un valore aggiunto per quanto concerne l’apprendimento, purché ovviamente la si sappia gestire! Ed in primo luogo non venga avvertita come una didattica impoverita! Perché, in effetti, è una didattica “altra”. E non sto qui a ricordare – perché penso di averlo già scritto – che la DAD ha ascendenti illustri. Venna largamente adottata nell’Unione Sovietica, dopo la Rivoluzione d’Ottobre, quando occorreva trasformare un Paese di tradizione agricola in un Paese industriale! Come raggiungere migliaia di “nuovi” operai in un territorio così vasto? Con l’istruzione a distanza! Iniziative analoghe si sono avute, sempre agli inizi del Novecento in altri Paesi, sempre di massima espansione, quali il Canada e l’Australia. Ed il tutto era supportato con l’invio di materiali di studio e di verifica dell’apprendimento; e con il sostegno di opportuni mediatori culturali. Non mancano esperienze italiane: ad esempio, la “Scuola RadioElettra di Torino”, attiva fin dal 1951. Ed ancora il Baicr, Cultura della Relazione, di Roma, per cui: ho curato corsi di pedagogia e di lingua e letteratura latina.

Ho scritto tutto questo per convincere i nostri insegnanti – ma molti penso che ne siano già convinti – che l’apprendimento a distanza, una learning organization, non costituisce un limite rispetto a quello in presenza, ma un apprendimento “altro”, che, se è ben gestito e finalizzato, nulla ha da invidiare all’apprendimento in presenza. Peròoccorrerebbe un sostegno, da parte dell’Amministrazione, a scuole, insegnanti e dirigenti circa la gestione di una DAD efficace. Il mio pensiero, ovviamente, non va all’INVALSI, che – come ho scritto più volte – si limita ad “inva.., dere” le scuole imponendo ai nostri studenti prove oggettive: prove che, in genere, non appartengono alla tradizionale didattica dei nostri insegnanti. Ma i compiti dell’INVALSI sono dettati dalla legge: art. 3 della legge 53/2003, meglio nota come “legge Moratti”: e sono quelli che sono.

Ma esiste anche l’INDIRE, acronimo di Istituto Nazionale di Documentazione, Innovazione e Ricerca Educativa. Che, come copio dal web, “è da oltre 90 anni il punto di riferimento per la ricerca educativa in Italia; accompagna l’evoluzione del sistema scolastico italiano investendo in formazione e innovazione e sostenendo i processi di miglioramento della scuola… Sviluppa nuovi modelli didattici, sperimenta l’utilizzo delle nuove tecnologie nei percorsi formativi, promuove la ridefinizione del rapporto fra spazi e tempi dell’apprendimento e dell’insegnamento.L’Istituto vanta una consolidata esperienza nella formazione in servizio del personale docente, amministrativo, tecnico e ausiliario e dei dirigenti scolastici ed è stato protagonista di alcune delle più importanti esperienze di e-learning a livello europeo”. Però, penso che si contino sulle punte delle dita i concreti interventi di aiuto per gli insegnanti.

E allora? Per concludere! Penso che la nostra scuola sia abbastanza sola di fronte a compiti di innovazione importanti e significativi! Che possono anche incrementare la didattica di sempre, quella del vis à vis insegnante/alunno. Un vis a vis che, comunque, oggi non è più in presenza, ma mediato da migliaia di schermi. E’ vero! La scuola sta cambiando! Ma il mondo intero che cambia! E sempre più velocemente! Ed essere al passo, spesso è difficile! Soprattutto per un vegliardo come me!

Etiopia 2001

Etiopia 2001

di Maurizio Tiriticco

Venerdì, 3 agosto 2001, ore 0,30, Aeroporto di Fiumicino: il gruppo dei nove coraggiosi parte alla volta di Addis Abeba. Due cene: gnocchi al self service e lasagne in aereo! Perché il gruppo dei coraggiosi è e sarà sempre affamato. Scalo al Cairo. Si dorme sbragati ovunque e ci si sveglia alle 7 del sabato; un bicchiere di succo di mele. Sopra un gran sole e sotto nuvole. Si vola e si arriva ad Addis Abeba alle ore 9. La città è la capitale dell’Etiopia ed è anche la sua città più grande. La sua storia comincia nel 1878, quando il Re di Shewa, Menelik II, volle spostarsi a sud della vecchia capitale, Ankober. Operazioni di arrivo: io cambio 100mila lire in moneta etiopica. MI sembra di essere Paperon dei Paperoni Poi visita di cortesia e… di sicurezza all’ambasciata italiana. Poi si mangia: patatine e enjera (pane rotondo e spugnoso) con salsa. E si beve: birra e buna (una bevanda vegetale). Gran serata all’Ame Guset House: agnello piccante con ngera e cicoria: tutto con le mani.

Lasciamo poi l’hotel “Lido” e cominciamo a muoverci verso il nord, ovviamente tutti trasportati in più auto con autista presso. Paesaggi nebbiosi e tanti tucul. La prima sosta? Sosta pipì! E soste simili ci accompagneranno per tutto il viaggio. Molto più importanti di quelle culturali! Man mano che ci si allontana dalla capitale, le strade diventano sempre più meno agevoli. Giungiamo al Monastero di Debra Libanos, 13° secolo, ricostruito dopo il bombardamento dell’aviazione fascista (la campagna d’Etiopia – o meglio l’occupazione dell’Etiopia da parte dell’Italia fascista – si svolse dal 3 ottobre 1935 al 5 maggio 1936). E’ un edificio a forma di cubo, sormontato da una cupola Venne fondato nel XIII secolo  dal santo Tecckè Haimanot, capo abate del monastero stesso con la posizione di “Ichege”, la seconda nella gerarchia dopo quella di “Abuna” nel contesto della chiesa ortodossa etiope. Finalmente giungiamo a Djenné: da non confondere con un’altraDjenné, più famosa, del Mali.Ottima cena con enjerae pop corn. Al mattino, prima della partenza… cerimonia del caffè! Altro che i nostri espressi, una bevuta e via! Ci venne servito come fosse chissaccheccosa! Ed infatti era proprio un chissaccheccosa di buono! 

La domenica in marcia verso Bar Dar … ma, a un certo punto una vista mozzafiato: In un’ampia vallata un fiume: il Nilo Azzurro, l’emissario a Sud del Lago Tana, che, comunque, tanto azzurro non era! E poi a piedi verso le cascate, quelle famose che abbiamo studiato sui banchi di scuola! Uno spettacolo stupendo, concorrente con lo spettacolo delle cascate del Niagara! La linea delle cascate si estende per centinaia di metri ed il rumore è veramente assordante.

Poi si pernotta e il giorno seguente giungiamo sulle rive del lago Tana. Una tavola azzurra e tanti pellicani. Sulle rive una vegetazione lussureggiante e dai fiori multicolori. Nonché papiri. Il Tana – superficie di circa 3.600 km2 – è navigabile. Prendiamo un battello “statale” e facciamo sosta all’isola di Dek. Sembra impossibile! In un isolotto così fuori dal mondo esiste un monastero! E’ dedicato a Narga Selassiè E’ costruito con pietre e mattoni ed è circondato da un corridoio con archi. Fu costruita nel 1746 su ordine della regina Mentwab, ultima imperatrice di Gondar, che cercava un luogo solitario per pregare e meditare. All’interno le pareti sono riccamente decorate con affreschi molto belli e ben preservati. I soggetti sono scene della vita di Gesù e dei Santi. Sono dipinti di grande ingenuità, ricchi di tutti colori. Il monaco, un nero alto e carismatico, con un turbante e vesti fino ai piedi tutti di color bianco. Raggiungiamo poi una penisola, dove ha sede il monastero di Ura Kidane Meret, che contiene preziosi dipinti in gran numero, tutti di carattere religioso. Ricordo una stupenda “Dormitio Virginis”, una “Resurrezione di Lazzaro”. In un angolo è conservata una stupenda collezione di corone regali. Figurano anche libri sacri e dipinti preziosi. Sulle rive del lago vedo tra le altre barche una tankua, una barca costruita con foglie di papiro

Il martedì 7 agosto marciamo – ovviamente in auto – verso Gondar. Incontriamo un castello, cosiddetto di Guzzarà; e poi ancora una chiesa, Kiddus Michael. In serata giungiamo alla periferia di Gondar ed alloggiamo all’Hotel Fogeraho: si tratta di bungalow tukul, ma solo di nome: di fatto, sono accoglienti appartamentini circolari.

Mercoledì 8 agosto: raggiungiamo il Castello di Mentawab. Molto ben conservato. Mura di cinta con merli, torrioni ai quattro lati. Accanto a una scritta in etiope una scritta in inglese: “Birhan seghed kuregna iyasu and itege mintiwar castel, 1730-1755”. Neidintorni, rovine di altri castelli. E poi ancora i “bagni di Re Fasilladas”. Sono alimentati da un torrente distante ben 500 km. Nel nostro camminare ci incontriamo spesso con gente del posto. E notiamo che tutti, anche i bambini, tengono nelle mani un bastone, chiamato dula. Cammina cammina, giungiamo al “Felasha Village”, un antico villaggio ebraico.

Il web ci dice che fin dal XV secolo esistono testimonianze storiche e letterarie che parlano di “ebrei neri”. Secondo alcuni storici, essi deriverebbero dalla fusione tra le popolazioni autoctone africane e gli ebrei fuggiti dal proprio paese in Egitto ai tempi della distruzione di Gerusalemme nel 587 a.C. o in successive ondate della diaspora ebraica. Dal punto di vista religioso, sarebbero i frutti dell’unione tra Salomone e la Regina di Saba.

Giovedì 9 agosto; in viaggio per Axum.Pernottamento in hotel. Il salone delle colazioni è riccamente dipinto alle pareti con affreschi illustrati con scritte in inglese: while king fzana travelling by chariot – Makeda travelling by sea – Makeda meets Solomon, and presents him her countiers produce: diamond and gold.

Ed eccoci ad Axum: il grande parco delle stele, ovvero degli obelischi. Ce ne sono tanti, tra cuitroneggia la stele del Re Ezana. Per la cronaca, è bene ricordare che l’obelisco che noi Italiani portammo a Roma ad abbellire il Parco Archeologico dopo l’occupazione dell’Etiopia, venne restituito nel 2008 e rieretto ad Axum il 4 giugno alla presenza di migliaia di persone, delle massime autorità etiopi e della delegazione italiana guidata dal sottosegretario agli Esteri Alfredo Mantica. Tra gli obelischi ce n’era uno a terra spezzato in più parti. Si tratta della Grande Stele, del IV secolo d.C, mai eretta. Ad Axum visitiamo anche il cimitero. Bellissima la tomba “della finta porta”: una porta scolpita. E non manca la chiesa nuova di Hailé Selassié: una grande cupola, sormontata da una croce dorata. E non manca la Cattedrale, dedicata a Santa Maryam Zion. Al suo interno un museo che conserva un tesoro, costituito dalle corone dei re d’Etiopia e una serie di oggetti in oro e argento, tra cui calici, croci processionali e gioielli. Ma il reperto più importante è l’Arca Santa dell’Alleanza, una teca che contiene le Tavole di Mosè. Non la vede nessuno! Neanche il sacerdote guardiano! Indubbiamente Axum è un luogo particolarissimo, la cui sacralità è avvertita anche da un laico come me. Ci allontaniamo dal centro della città e poco distante ci imbattiamo in un ampio bacino idrico, detto, ovviamente, della Regina di Saba. E più in là i resti del palazzo del Re Kaleb (VI sec. d.C.).

Sabato 11 agosto, verso Adua! Sulla strada, a Yeah, il Tempio del Sole. Si tratta di una torre costruita in stile sabeiano e datata, grazie a comparazione con le altre antiche strutture dell’Arabia meridionale, tra l’VIII e il V secolo a.C. Nonostante non sia mai stata effettuata una datazione al carbonio 14, i test effettuati su alcuni campioni raccolti hanno permesso di datare la Grande Torre, e questa datazione è supportata dalle locali iscrizioni. La costruzione e senza malta! Ma poi, ma poi… un terribile temporale si abbatte su di noi: acqua a catinelle! Altro che Tempio del Sole! La vendetta di Giove Pluvio! E poi verso Debra Damo, nonostante una strada interrotta! Ma a noi chi ci ferma? Il monastero risale al VI° secolo ed è molto in alto. Ma Abune Aregawi, cacciato in esilio da Roma, trovò rifugio in Etiopia, venne tirato sul monte da un serpente generoso. Pare che la fondazione del monastero gli fosse stata commissionata dall’imperatore Gebre Mesqel di Axum. Ripartiamo. Breve sosta in un bar (?) sulla strada. Una fame! Mi faccio una facta, piatto tipico con verdure e non so che, e me la difendo dagli artigli dei miei amici. Si riprende la marcia e giungiamo ad Adigrat.

Domenica 12 agosto – le chiese rupestri: San Pietro e San Paolo. E poi fino a un’altra chiesa rupestre, dedicata a San Michele. Ed il richiamo per i credenti? La campana? Un vecchio bidone appeso ad un palo tra due alberi; ed il battacchio? I resti di una bomba. All’interno affreschi multicolori: Madonna col Bambino, Gesù deposto ed altre stupende immagini. Il soffitto? Splendidi bassorilievi geometrici. Altre chiesette; altre arche sante dipinte. Sulla via del viaggio verso Macallè uno splendido imponente sicomoro.

Lunedì 13 agosto, partenza da Macallè, ma viaggio faticoso: strada dissestata dalle piogge, autotreni bloccati… ma infine arrivo alla meta da me tanto agognata, Lalibela!!! Pernottamento all’Hotel Roma! Il giorno dopo ha inizio la visita. Bet Medhane Alem, ovvero Salvatore del Mondo. Di qui venne derubata nel 1997 la Croce di Lalibela, recuperata nel ’99, ma a suon di dollari: 25000! La costruzione del complesso sacro delle chiese rupestri fu iniziata a Lalibela alla fine del XII secolo dal re Gadla che, dopo la presa di Gerusalemme da parte dei musulmani con Saladino, decise di fondare una «seconda Gerusalemme» nella sua capitale, Roha, per dare ai cristiani una meta di pellegrinaggio alternativa rispetto alla vecchia Gerusalemme. Una storia davvero bella! Una Gerusalemme bis! E poi Bet Maryam. E’ una chiesa monolitica scavata nella roccia: fa parte della Chiesa ortodossa etiope di Tewahedo a Lalibela. Fa parte del patrimonio mondiale dell’Unesco. Vi figurano molte finestre. Noto che in una è scolpita la svastica: la croce uncinata, ovvero la croce rotante. Che ruota da sinistra destra, in senso orario, la rotazione positiva. Non è la croce rotante nazista, che ruota all’incontrario: la rotazione negativa, segno della magia nera. Soffitti e pareti di Bet Maryam sono ricchi di affreschi, soprattutto geometrici: abbondano cerchi e stelle; e un San Giorgio che uccide il drago. Monaci a iosa: neri altissimi con turbante e tuniche bianche e un bastone di circa due metri: ieraticissimi, anche nella postura e nel camminare.

Ma la cosa grandiosa di Lalibela ed unica al mondo è la Chiesa Bet Giyorgis E’ un edificio monolitico ipogeo di stile axumita a forma di croce scavato totalmente verticalmente nella roccia. nella roccia. Un edificio rovesciato! E’ una “cosa” unica al mondo. Secondo la leggenda, al Re Lalibela apparvero degli angeli che gli comandarono di far scavare ben undici chiese nella friabile roccia di quelle montagne. Il nostro gruppo vi scende! Una guida etiope – un sacerdote? – totalmente in tunica e copricapo bianco, ci accompagna, ci spiega ed alla fine… porge il palmo della mano destra con un sorriso largo così, di cui si vedono solo i bianchissimi denti. Non tanto per un saluto, bensì in attesa di un lauto birr, la mancia etiopica.

15 agosto, in viaggio per Dessié. Una breve sosta al Lago Hayk. Scorgiamo una penisola su cui sorge un monastero del XIII secolo. Attorno a noi una vegetazione rigogliosissima: piante di euforbia alte così! Ma il nostro viaggio ha un’ultima tappa nell’estremo nord del Paese: Adua! Nella hall dell’hotel ci si presenta… un grande manifesto. Il disegno, guerrieri etiopi che brandisco lance in sella a cavalli in galoppo. La scritta: Adwa – an African Victory – Centenary, 2 marzo, 1996, a cura dell’Ethiopian Tourism Commission. Ma il nostro viaggio è ormai alla fine. Dall’estremo nord si ritorna ad Addis Abeba.

C’è il tempo per una visita al Museo Etnografico, situato nel Geneté Le’Ul (alias giardino principesco) del Negus Hailé Selassié, quello che noi Italiani detronizzammo con la “campagna d’Etiopia”: si trattò di una vera e propria invasione di un Paese straniero. Fu voluta dal Governo fascista con una guerra di aggressione, assolutamente immotivata, che si svolse tra il 3 ottobre 1935 e il 5 maggio 1936. Non dico nulla su questa vicenda che disonorò noi Italiani agli occhi del mondo. E non fu un caso che la Società delle Nazioni (una sorta di Onu di quegli anni, istituita in seguito alla conclusione della prima guerra mondiale)l’11 ottobre del 1935 deliberò le sanzioni contro l’Italia, colpevole di avere aggredito l’Etiopia senza plausibili ragioni. Così per il nostro Paese niente più armi, niente crediti, niente materie prime, niente più importazioni di merci italiane. Il regime fascista dichiarò allora la cosiddetta “autarchia”: ovvero, avremmo dovuto fare tutto da soli. Parola d’ordine: oro e ferro alla patria! Ebbe allora inizio la raccolta di oggetti preziosi e di metalli utili alla causa bellica. Il regime diede il via alla campagna “Oro alla Patria” e fu proclamata la “Giornata della fede”, giorno in cui italiani e italiane diedero vita a una grandemobilitazione, per donare le proprie fedi nuziali e sostenere i costi della guerra. La cerimonia principale si svolse all’Altare della Patria a Roma. La prima a donare la propria fede unitamente a quella del marito fu la Regina Elena del Montenegro, moglie del Re Vittorio Emanuele III. A lei seguirono Rachele Mussolini insieme con numerose donne di Roma. Ricordo che anche mia madre donò la sua fede: ed un cambio ricevette una fede di ferro. Comunque, su quella guerra di aggressione, rinvio al bel libro di Angelo Del Boca, “La guerra di Etiopia, l’ultima impresa del colonialismo”.

Il tempo vola, come si suol dire! Ed anche noi volammo, il 17 agosto! Ritorno a Roma! In aereo tutti silenziosi e intenti soltanto a riordinare i ricordi e gli appunti di viaggio! E chi l’avrebbe mai detto che oggi, 19 marzo 2021 su quei ricordi, su quegli appunti, su quelle poche cose riportate, tre statuette, Menelik, la Regina Taitù e il Leone di Giuda, avrei scritto questi ricordi? Grazie al covid, che ci costringe tutti a casa.

L’Unità nazionale

L’Unità nazionale

di Maurizio Tiriticco

Ricorre il 160esimo anniversario della nostra Unità. Propongo un mio scritto di dieci anni fa che non ha affatto perso di attualità.

Nel lontano 10 gennaio 1859, alla vigilia della Seconda guerra di indipendenza, Vittorio Emanuele II, Re del Regno sardo, nel Discorso della Corona pronunciò la celebre frase: “Nel mentre rispettiamo i trattati, non siamo insensibili al grido di dolore che da tanta parte d’Italia si leva verso di noi. Forti per la concordia, fidenti nel nostro buon diritto, aspettiamo prudenti e decisi i decreti della Divina Provvidenza”. Com’è noto, fu un discorso forte sul quale gli stessi suoi ministri e perfino il Conte di Cavour non erano totalmente d’accordo ed avrebbero suggerito una maggiore prudenza.

Il fatto è che la storia, vista con l’occhio del poi, sembra scorrere come un fiume nel suo alveo certo, ma, vista con l’occhio del prima, è un fiume che irrompe impetuoso e che, passo dopo passo, cerca e costruisce il suo alveo.

Ed ancora. Nel successivo Discorso della Corona del 2 aprile 1860 Vittorio Emanuele II ebbe a dire: “Fondata sullo Statuto l’unità politica, militare e finanziaria e la uniformità delle leggi civili e penali, la progressiva libertà amministrativa della Provincia e del Comune, rinnoverà nei popoli italiani quella splendida e vigorosa vita che in altre forme di civiltà e di assetto europeo era il portato delle autonomie dei Municipi, alle quali oggi ripugna la costituzione degli Stati forti ed il genio della Nazione. Nel dar mano agli ordinamenti nuovi, non cercando nei vecchi partiti che la memoria dei servigi resi alla causa comune, noi invitiamo a nobile gara tutte le sincere opinioni per conseguire il sommo fine del benessere del popolo e della grandezza della Patria. La quale non è più l’Italia dei Romani né quella del medio evo; non deve essere più il campo aperto alle competizioni straniere, ma deve essere bensì l’Italia degli Italiani”.

Sono citazioni severe, austere, determinate, che non riflettono, però, tutti i dubbi, le incertezze, le irrequietudini che animavano la corte e il governo sabaudo, presieduto in quegli anni da Cavour. Non si è giunti a quelle scelte, a quelle dichiarazioni ufficiali con un consenso unanime del gruppo dirigente e con il favore indiscriminato del popolo; in effetti il cammino è stato assai accidentato. Lo stesso Cavour era per soluzioni più prudenti che vedessero un forte Regno sabaudo nel Nord, dal Piemonte alla Dalmazia, a fronte di altri Regni nel Centro e nel Sud d’Italia: con grande disappunto del Papa e dei suoi sostenitori, tra cui gli stessi re delle Due Sicilie, Ferdinando II e Francesco II. I prudenti uomini di governo tessevano tele giorno dopo giorno e non si avventuravano tanto nel sogno di un’Italia unita allora e subito, che era più dei mazziniani, dei garibaldini, degli idealisti delle Giovine Italia e della Giovane Europa.

Era Mazzini che vedeva nella Nazione il fondamento ideale, istituzionale e politico della sovranità popolare e dello Stato democratico. E’ noto quanto pensava: “Per Nazione noi intendiamo l’universalità de’ cittadini parlanti la stessa favella, associati, con eguaglianza di diritti politici, all’intento comune di sviluppare e perfezionare progressivamente le forze sociali e l’attività di quelle forze.” Oggi una simile definizione non ci stupisce più di tanto, ma, pronunciata più di 160 anni fa, sollecitò quella forte coesione tra quei patrioti che, provenendo da tutte le parti d’Italia, combatterono e morirono alla difesa della Repubblica Romana e della sua Costituzione. E non è un caso che all’articolo 4 della Carta leggiamo: “La Repubblica riguarda tutti i popoli come fratelli, rispetta ogni nazionalità, propugna l’Italiana”.

In quel conflitto ora latente ora palese tra uomini di governo e patrioti pronti a tutto, Vittorio Emanuele II ebbe il merito di saper coniugare le due istanze. In quegli anni sconfisse, anche se di misura, stando alla pace di Zurigo, per certi versi limitativa rispetto alle speranze della vigilia, sia le preoccupazioni politiche dei Francesi che quelle territoriali degli Austriaci, superando gli stessi consigli alla prudenza costantemente reiterati dai suoi ministri.

Così nell’arco di due anni, dal ’59 al ’61, il fiume della storia che ha condotto alla nostra unificazione nazionale ruppe tutte le barriere fino a quel fatidico 17 marzo del 1861.

Il rapido succedersi degli eventi è il seguente.

Il 27 gennaio 1861 in tutti i territori annessi hanno luogo le prime elezioni politiche per la formazione del primo Parlamento italiano. In effetti, dato che si votava per censo e che le donne erano escluse dal voto, gli aventi diritto erano circa solo il 2% della popolazione residente, e di questi solo la metà si recò alle urne, meno di 300.000 persone! Com’è noto, non votarono gli elettori di stretta osservanza cattolica, in forza della parola d’ordine  né eletti né elettori” – in relazione a quel “non possumus” di Pio IX contro le “usurpazioni” piemontesi – preoccupati delle mire unificatrici del nuovo regno, che di lì a qualche anno avrebbero portato anche alla caduta dello stesso Stato pontificio.

Il Parlamento si riunisce a Torino il 18 febbraio 1861. Il 17 marzo viene approvata la legge che conferisce a Vittorio Emanuele II e ai suoi discendenti il titolo di Re d’Italia. Il 23 marzo è costituito il primo governo italiano e Cavour è il primo Presidente del Consiglio.

Il resto è storia nota. Il processo della unificazione del nuovo regno procede tra mille difficoltà, la rapida industrializzazione al Nord, l’occupazione pressoché militare del Sud, la repressione della resistenza opposta dai cosiddetti briganti ad un corso politico che non considerava più la terra la fonte della ricchezza; ma anche con alcuni successi, una scuola elementare obbligatoria per i primi due anni – il tasso di analfabetismo oscillava intorno all’80% – la leva obbligatoria, l’avvio dell’unificazione linguistica, la presenza italiana sui tavoli internazionali. Una storia, quindi, difficile e complessa. Alcune culture regionali forse vengono conculcate, i dialetti combattuti. Ancora oggi ci si chiede se il prezzo che abbiamo pagato per l’unità nazionale non sia stato troppo alto! Ma che sarebbe successo dei piccoli staterelli della nostra penisola, se questa non avesse ricercato e costruito un’unità più ampia e reale a fronte degli Stati nazionali che ormai sul continente europeo esercitavano una indiscussa egemonia? E’ valsa la pena misurarsi con quelle egemonie nazionali? O avremmo dovuto restare dispersi in una miriade di piccoli Stati, una sorta di specie protetta e condannata ad una dipendenza di fatto da altre ben più poderose nazionalità? Mèta forse di turisti curiosi più che di capitali produttivi! Va detto con forza che l’unità nazionale non avvilisce le autonomie, anzi le esalta perché, lungi dall’isolarle in una possibile e mortificante autoreferenzialità, permette loro di situarsi in un contesto più ampio in cui ciascuna di esse può commisurarsi e crescere.

A questo proposito ci sovviene e ci soccorre il discorso del nostro Presidente, Giorgio Napolitano, quando all’Accademia dei Lincei nel 12 dicembre del 2010 ebbe a dire tra l’altro:

“Con l’avvicinarsi del centocinquantenario si vedono emergere, tra loro strettamente connessi, giudizi sommari e pregiudizi volgari su quel che fu nell’800 il formarsi dell’Italia come Stato unitario, e bilanci approssimativi e tendenziosi, di stampo liquidatorio, del lungo cammino percorso dopo il cruciale 17 marzo 1861. C’è chi afferma con disinvoltura che sempre fragili sono state le basi del comune sentire nazionale, pur alimentato nei secoli da profonde radici di cultura e di lingua; e sempre fragili, comunque, le basi del disegno volto a tradurre elementi riconoscibili di unità culturale in fondamenti di unità politica e statuale. E c’è chi tratteggia il quadro dell’Italia di oggi in termini di così radicale divisione, da ogni punto di vista, da inficiare irrimediabilmente il progetto unitario che trovò il suo compimento nel 1861”.

Napolitano avvertiva il peso e l’importanza che hanno oggi quei movimenti che all’interno dell’Unità ricercano spazi per valorizzare origini lontane che pur fortemente hanno contribuito a promuovere identità locali, particolari, pur sempre forti e interessanti. In un pianeta che oggi sta attraversando profondi cambiamenti, due sono in effetti le linee di tendenza: quella che porta a ricercarci tutti come cittadini del mondo, in un processo che gli economisti chiamano globalizzazione, indotto e prodotto dalle tecnologie della comunicazione, quelle fisiche, i trasporti, e quelle virtuali veicolate dal web, ben più potenti perché incidono direttamente sulle conoscenze, sui saperi, sulle abitudini, sui modi stessi di pensare e di sentire; e quella che porta, in un processo contrario, a ricercare il locale, il particolare, l’origine identitaria di ciascuno di noi. E forse, in questa polarità di processi, il globale e il locale possono essere visti come le due facce della stessa medaglia che più compiutamente alcuni definiscono glocalizzazione.

Se queste considerazioni sono vere, come è, non c’è alcuna contraddizione tra ricordare e celebrare l’unificazione nazionale e nel contempo ricercare e valorizzare tutti i tasselli che costituiscono questa unità e che forse una unificazione troppo accelerata ha portato ad offuscare, se non addirittura in taluni casi a comprimere: la violenta liquidazione di quel movimento di lotta armata che venne bollato come brigantaggio, le bacchettate dei maestri quando un bambino di prima elementare, siciliano o veneto che fosse, persisteva nel linguaggio dei padri e resisteva alla lingua nazionale.

In taluni casi forse si è errato, si è forzata la mano: comunque, era anche necessario correre a costruire ferrovie, strade, ponti, scuole, caserme, ministeri, e tutte le infrastrutture di cui tutti gli Stati europei da decenni erano già largamente forniti. Va anche considerato che poi il regime fascista ha impresso al Paese quella fascistizzazione nazionalistica che grave nocumento ha arrecato a tutte quelle minoranze linguistiche e culturali di confine che dopo la grande guerra erano state annesse al Regno d’Italia. In tale ottica, è comprensibile che oggi la Provincia autonoma di Bolzano dichiari di non potersi associare alle celebrazioni unitarie rivendicando, appunto, una autonomia etnica, culturale e linguistica che ha origini molto lontane nel tempo: di fatto il Sud Tirolo è molto più antico dell’Alto Adige!

E’ anche vero, però, che nello stesso momento in cui celebriamo l’Unità, stiamo marciando verso il federalismo, o meglio verso un assetto politico nuovo in cui le Regioni possano ritrovare le loro origini, rivendicarle anche, pur in un contesto nazionale che non le umilia affatto, anzi le esalta.

Vale forse la pena riandare alla nostra stessa Costituzione. Nell’articolo 5 i nostri Padri costituenti nel 1947 scrissero testualmente: “La Repubblica una e indivisibile riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principi e i metodi della sua legislazione alle esigenze dell’autonomia e del decentramento”. E nell’articolo 114 leggiamo: “La Repubblica si riparte in Regioni, Provincie e Comuni”. I Costituenti hanno prefigurato fin dagli anni Quaranta, nell’immediato dopoguerra, per un Paese sconfitto e umiliato da venti anni di dittatura, uno Stato fortemente unitario ma nel contempo aperto alle autonomie locali e regionali. E nel processo che oggi stiamo attraversando e costruendo, che prende nome di federalismo, ma che più correttamente potremmo definire di progressivo decentramento dei poteri dal centro alla periferia, dallo Stato alle Regioni, si procede proprio verso quella valorizzazione delle identità regionali che forse per tanti anni non sono state debitamente considerate.

E non è un caso che nella riscrittura che è stata fatta, in sede di revisione del Titolo V della Costituzione nel 2001, quell’articolo 114 è stato così riscritto: “La Repubblica è costituita dai Comuni, dalle Province, dalle Città metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato”. Si sottolinea un netto passaggio da uno Stato che potremmo definire accentratore e verticale ad uno Stato, invece, orizzontale e fortemente decentrato sulle sue istituzioni periferiche. Si tratta di un deciso passo in avanti verso una più ampia democratizzazione e partecipazione delle istituzioni e dei singoli cittadini.

A questo proposito, ci soccorrono ancora le parole che il Presidente Napolitano ha pronunciato nel già citato discorso. Negli anni del secondo dopoguerra “non poteva comunque mancare, nei padri costituenti, la consapevolezza di come l’unità della nazione e dello Stato italiano fosse stata appena faticosamente messa al riparo da prove durissime che l’avevano come non mai minacciata. Una consapevolezza che dovrebbe oggi essere seriamente recuperata”. Pertanto, la deriva di vecchi e nuovi luoghi comuni, afferma il Presidente, di umori negativi e calcoli di parte, non deve assolutamente sottovalutarsi.

Per tutte questa serie di ragioni, la data del 17 marzo 2021 non può costituire una semplice ricorrenza di routine, ma invece l’occasione perché nei luoghi di lavoro, nelle scuole, nelle piazze, nelle famiglie, si rifletta sulla nostra storia, senza alcuna retorica, senza squilli di trombe, considerando invece le luci e le ombre del nostro recente passato. E’ un segno di maturità il fatto che un adulto sappia ripensare gli anni della sua giovinezza per meglio comprendere come e perché è giunto a quel punto e come e perché debba procedere oltre. Se un atteggiamento di questo tipo, critico e riflessivo, vale per il singolo, per la persona, vale anche per le persone che insieme vivono come cittadini della nostra Repubblica democratica fondata sul lavoro, dove appunto lavorano, pensano, progettano.

Perché l’essere umano è anche, o soprattutto, un animale sociale, e la vita e il destino del singolo non sono dissociati dalla vita e dal destino di noi tutti. Riflettere almeno per un giorno sul nostro passato significa conoscere meglio il presente e meglio proporsi per l’avvenire.

Irak 1997

Irak 1997: il seguito di “Un Papa a Ninive”

di Maurizio Tiriticco

Era l’agosto del lontano 1997 e, partiti da Amman, dopo un lungo e faticoso viaggio in pullman – lo ricordo! 950 chilometri! – io e il gruppo di amici spericolati e sempre desiderosi del nuovo, giungemmo finalmente a Bagdad. Ma le tappe furono numerose! E non solo per certi bisogni, tutti effettuati a cielo aperto! E con tanti gridolini delle nostre compagne di viaggio: “Non guardate! Voltatevi!”. Ogni tanto un accampamento di beduini! Ma anche soste più che interessanti! Ecco le rovine di Ctesifonte, antica capitale dei Parti: la facciata di un antico palazzo reale! Fondato da Cosroe I, il re più noto della dinastia sassanide, che regnò dal 531 al 579. E’ noto per aver costruito città e palazzi, ripristinato vie commerciali, costruito ponti, canali e dighe. Durante il suo regno, l’arte e la scienza persiane fiorirono e l’impero sasanide raggiunse l’apice della potenza e della prosperità.

Ctesifonte fu fondata sulla riva sinistra del Tigri intorno alla seconda metà del II secolo a.C., esattamente di fronte alla già esistente Seleucia, dall’imperatore Mitridate I di Partia della dinastia degli Arsacidi e scelta dai sovrani partici come residenza invernale. La residenza estiva era la città di Ecbatana, nella regione persiana della Media, la cui data di fondazione è anteriore a quella di Ctesifonte. La città, per la sua posizione su una delle direttrici dell’antica Via della Seta, fu teatro di tante battaglie, e alla fine, nel 637, venne conquistata dagli Arabi. In seguito, quando il califfo abbaside al-Manṣūr decise di fondare Baghdad, Ctesifonte si avviò a un lento declino e alla fine, nel corso dei secoli, si ridusse a un semplice villaggio. Tra ciò che resta, nell’attuale sito archeologico, numerose sono le rovine risalenti alle diverse epoche. Ricordiamo, tra queste, quelle del grande palazzo imperiale di Cosroe I (Tāq-i Kisrā).

E poi finalmente verso Bagdad! Ma prima una sosta in un villaggio di poche case. E il ciai, obbligatorio! O meglio, il the pressocché rituale! E poi dei fichi secchi! Perfidi! Infine a Bagdadl! L’Hotel Babylon, il più gande e più bello della città: almeno, allora! Una grande accoglienza! Ovviamente! Eravamo gli unici ospiti. Lamentai che una lampadina nella mia camera era fulminata. La risposta fu: “Non ne abbiamo; le importavamo ed ora con l’embargo che ci è stato imposto, non ne abbiamo più”. Comunque, avevo una magnifica vista sull’Eufrate! E il giorno seguente l’incontro con le nostre due guide. Due piloti che, con l’embargo, avevano perso il lavoro. Ovviamente conoscevano bene il Paese e parlavano un ottimo inglese. Nei giorni seguenti, visita alla città. La moschea Adamiyya (Al Kadmia): enorme, con un ampio patio, due cupole, con la caratteristica forma di cipolla e due minareti. Quindi un’altra splendida moschea, la Kaoimain.

E nei giorni seguenti tutti in viaggio per tutto il Paese! Ma prima la rituale visita al suk di Bagdad: non molto diverso dagli altri suk che ho avuto occasione di vedere. Con le due guide e… di volta in volta, con gendarmi in moto che ci precedevano: per la nostra sicurezza – la curiosità degli irakeni verso noi strani stranieri era tanta – ma anche perché non fossimo troppo curiosi e/o facessimo troppe domande. Con Saddam non si scherzava. Ed ecco la Zigurrat di Akarkuf. Il web mi dice che le zigurrat sono delle torri templari dell’antica Mesopotamia, costruite a gradini, con un sacello alla sommità e una gradinata d’accesso esterna; simboleggiavano la comunicazione tra il cielo e la terra. Qua e là sulle mura dello zigurrat si notavano delle aperture: operate nei secoli dai cacciatori di tesori! Ed uno dei due piloti/guida, Shaib, ci tenne al proposito una dotta lezione, a noi sudati all’ombra di un palmeto. Un po’ di storia del loro Paese e della sua grandezza! Il termometro segnava a volte 40 gradi e più, ma stranamente non avvertivamo un eccessivo calore. Ed ovviamente viaggiavamo sempre con provviste di acqua minerale.

Di ritorno a Bagdad, visitammo il monumento al milite ignoto, particolarmente importante per gli Iracheni, che da poco erano usciti dalla lunga guerra con l’Iran. Che fu combattuta tra i due Paesi dal settembre 1980 all’agosto 1988. Il monumento era sovrastato da una specie di enorme conchiglia, in effetti un po’ bruttina. In seguito visitammo il santuario-moschea di Jeke Omar Al Sawaawardi: un minareto possente. E più in là un altro minareto, a forma di cono, particolarissimo. Dal santuario era visibile, in un’ampia pianura, un enorme cimitero, con tante tombe, quasi tutte a forma di parallelepipedo. E all’interno del santuario tanti mosaici e tante scritte. Com’è noto, i mussulmani non rappresentano mai Dio, come invece avviene nella nostra cultura! Per cui, padreterni, madonne e santi sovrabbondano nelle nostre chiese! E molti affreschi, ritratti e statue, com’è noto, sono di grande valore, artistico, religioso e storico. Nelle moschee invece non apparendo ritratti, le scritte sono dominanti e costituiscono anche, di fatto, per la particolare grafia,un prezioso abbellimento.

Bagdad era una volta circondata da poderose mura e molti tratti ne restano. In alcuni resti delle mura della porta orientale della città sono evidenti tracce di canali per il trasporto dell’acqua. Ma pare che fosse poco raccomandabile circa la potabilità. Poco lontano raggiungiamo Tell Harmal, ovvero Shaduppum, un importante sito archeologico: era sede di un’importante scuola di matematici e logici. E dopo giungiamo a Samarra, una località con una moschea gigantesca, Al Mutawakkil, circondata da altrettanto gigantesche mura. E sempre a Samarra si erge il minareto a spirale Al Malwiya. Dall’alto del minareto vediamo in lontananza la cupola della Moschea d’oro, una delle più importanti della regione. E in vicinanza non mancano i resti dell’amata del califfo: non ricordo quale fosse, ma lui si chiamava ovviamente Al Mutawakkil! Raggiungiamo i resti di un altro palazzo, di cui non ricordo il nome, ma… ricordo che c’era una grandiosa piscina! C’era! Oggi senza un goccio d’acqua.

Finalmente giungiamo a Samarra, oggi poco più che un villaggio, ma allora? O, per lo meno, splendente come l’oro! Dominava – e in parte domina ancora – una moschea con due imponenti minareti ed una cupola… d’oro!!! Più in là un’altra moschea e un’altra cupola: tutta intarsiata con mattonelle che formano meravigliosi disegni geometrici multicolori. E’ la Grande Moschea di Samarra, risalente al IX secolo d.C. Purtroppo, in un maledetto giorno del 2006, uomini armati fecero esplodere due cariche esplosive contro l’edificio, provocando il crollo di una parte della cupola. Di essa sopravvive di fatto il solo minareto, chiamato Malwiyya, quello dalla particolare conformazione conica a spirale, che imitava la presunta struttura della Torre di Babele.

Ovviamente, in quel soggiorno iracheno, non mancò la visita a Mossul, il nome che gli Arabi mussulmani dettero all’antica Ninive, capitale dell’Impero Assiro. Si tratta, appunto, di un antico centro degli Assiri, fondato da Assur nel lontano 2640 a.C. Alle porte di ingresso due enormi tori in pietra accolgono gli ospiti. Allora! Oggi non so! A Mossul si conservano ancora i resti del Palazzo di Assarahadon (681-679), visibili sotto la moschea moderna. E chi avrebbe mai pensato, in quei giorni dell’agosto del 1997, che la città sarebbe stato teatro di una lunga e drammatica battaglia (2016-2017), quando le forze del governo iracheno, milizie alleate, soldati del Governo Regionale del Kurdistan e forze internazionali dovettero battersi per sottrarla all’occupazione del cosiddetto Stato Islamico del Levante, che l’aveva conquistata nel giugno del 2014?! A Mossul sostammo all’Hotel Ninive, e di lì la bella vista del fiume Tigri.

Ma le nostre escursioni non avevano mai sosta! Raggiungemmo Il Monastero di Mar Benham, che era stato completamente rinnovato nel 1968. Era meta di pellegrinaggi musulmani e cristiani, per pregare il principe assiro Mar Benham martire e sua sorella Sarah, convertitisi al cristianesimo insieme a 40 loro seguaci. Quando il padre, il re Sennacherib, seppe della conversione, ordinò di ucciderli tutti. Ma, dopo averli fatti uccidere, volle costruire il monastero come segno di penitenza. Il monastero è stato sotto la cura della Chiesa Ortodossa Siriana, e le sculture che vi erano presenti mostravano ristrutturazioni effettuate nel XII e nel XIII secolo, e testimoniavano anche i momenti di difficoltà, in particolare negli anni dal 1743 al 1790, a causa degli attacchi di Nader Shah, il leader persiano di religione musulmana.

Il monastero in seguito cadde sotto il controllo dell’ISIS nel giugno 2014. Le truppe islamiste avevano rimosso le croci dal monastero, minacciato i monaci di morte e poi cacciati gli stessi monaci, ai quali era stato autorizzato di portare con sé niente altro che i vestiti. La tomba di San Benham – cui è intitolato il monastero – fu bruciata. Ma il 20 novembre 2016, dopo più di due anni di occupazione, il monastero fu liberato dalle forze irachene. E’ bello ricordare che Padre Joseph, uno dei frati, saputo dell’avvicinarsi degli islamisti, raccolse i preziosi manoscritti dalla biblioteca, li chiuse in barili di ferro e li nascose in una nicchia dietro un corridoio del monastero, chiusi da un cancello. Così, nonostante i due anni di saccheggio continuo del monastero, e addirittura la distruzione del monastero stesso il 19 marzo 2015, i libri si sono salvati. Si tratta di antichi testi in siriaco, per lo più di autore anonimo, quasi tutti di natura spirituale, ma non solo: ci sono testi di astronomia, matematica e altre scienze antiche.

Per non dire poi dei resti del Palazzo di Sennacherib (705-681). Vi figurano iscrizioni da noi ancora leggibili e bassorilievi di ottima fattura! Ci sono anche i ruderi del castello del governatore: è interessante una torre che pende, ma che non crolla, dato che, sulla vetta, poggia su poderose mura. Giungemmo ad Hatra (al-Ḥaḍr), un’antica città del Governatorato di Ninawa, nella regione della Jazira, a 80 km a Sud di Mosul. Che fu anche capitale del regno arabo. Oggi vi sono resti di splendidi edifici, con archi e colonne: il tutto in buono stato di conservazione. Ed infine ad Assur! E’ conosciuta anche come Qal’at Shirqat ed è stata la prima capitale dell’Assiria. Le rovine sono situate sulla riva occidentale del Tigri, a nord della confluenza con il tributario Zab. Giova ricordare che il sito di Assur è stato dichiarato patrimonio dell’umanità dalle Nazioni Unite; ma nel 2003 è stato anche inserito nella lista dei siti in pericolo, a causa della guerra allora in corso in Medio Oriente e per la proposta di costruzione di una diga che potrebbe distruggere l’intera località.

Ed ecco le splendide mura di Ukhaidir, ottimamente conservate. La fortezza di Al-Ukhaidir, ovvero il palazzo abbaside di Ukhaider, si trova a circa 50 km a sud di Karbala. È una grande fortezza rettangolare eretta nel 775 d.C. con uno stile difensivo unico: archi all’interno, torrioni all’esterno. E poi ancora sempre in cammino, sulla via per Kerbala, città sacra agli Sciiti. Qui la grande moschea di Hussein: minareti, archi a sesto acuto, portici, mosaici multicolori di grande splendore. E poi la moschea di Abbas! Ed ancora, archi e mosaici.

E non poteva mancare una sosta a Najaf, una città a circa 160 km a sud di Baghdad, capoluogo del Governatorato omonimo. Ha una popolazione di poco più di un milione di abitanti ed è una delle città più sacre dell’Islam sciita e il centro del potere politico della Shīʿa in Iraq. E la moschea dell’Imām ʿAlī, nota anche come Masjid ʿAlī o moschea di ʿAlī, sita a Najaf è considerata dai circa 200 milioni di sciiti del mondo, il terzo luogo santo dell’islam di Medina.  Vi è sepolto ʿAlī ibn Abī Ṭālib, cugino e genero di Maometto, quarto califfo ortodosso per i sunniti e primo Imam per gli sciiti.

Insomma, viaggia che ti viaggia, cammina e cammina, eccoci giunti all’estremo Sud del Paese, a Bassora, là dove il Tigri, che proviene da Nord-Est, e l’Eufrate, che proviene da Nord-Ovest, si incontrano. E poi, lungo il lungomare si alternano le statue dei soldati caduti nella guerra contro l’Iran, che additano ad ovest l’Eterno Nemico! Eterno? Mah! Comunque, si trattò di un conflitto armato che aveva aviuto inizio con l’invasione dell’Iran da parte dell’Irak il 22 settembre 1980 e che oppose in armi i due Paesi affacciati sul Golfo Persico tra il 1980 e il 1988. Fu un conflitto devastante per ambedue i Paesi. Ad Abu Asib, all’estremo sud di Bassora, l’Irak e l’Iran “si toccano”. Notammo che Bassora è una città diversa rispetto alle altre dell’Irak. Forse perché tutte le città che si affacciano sul mare godono spesso di altri apporti e di altri stili, che le rendono uniche.

Ma in questo viaggio stupendo non poteva mancare Babilonia! O meglio “Bab lli qui”, eguale “Porta degli dei”, che conduceva all’interno di una città viva e attiva, dal 1850 a.C. al 322 d.C. Era già stata distrutta nel 539 a.C. Ciro II di Persia, ma poi risorse a nuova vita. Che però non ebbe lunga durata! Le rovine di Babilonia coincidono oggi con la città di Al Hillah, nella Provincia di Babilonia, in Irak, a circa 80 km a sud di Baghdad. Esistono in larga parte le poderose mura, ornate con bassorilievi di animali: il drago con la testa di serpente, sacro al Dio Marduk; il toro, sacro al dio delle tempeste: il leone. Sono ancora in piedi le mura di un castello e il palazzo dei Califfi Abassidi. Lungo le mura, per 900 metri, corre la Via delle processioni.

E poi il ritorno a Bagdad, in hotel stanchi e felici! Pronti a tornare a Roma, ma… sempre pronti a nuove avventure!

Un Papa a Ninive

Un Papa a Ninive

di Maurizio Tiriticco

Oggi, 7 marzo 2021, un Papa ad Erbil! Una città come un’altra! Ma, se pensiamo a ieri, ma uno ieri molto lontano, Erbil era l’antica Ninive! Posta sulla riva sinistra del Tigri, nel nord della Mesopotamia, la terra “tra i due fiumi”, il Tigri e l’Eufrate. E fu capitale del potente Regno Assiro! Su cui regnò un grande re, Sennacherib, vissuto dal 704 al 681 avanti Cristo! Che costruì un impero ricco e potente! E tutto ciò mentre da noi nell’antico Lazio in quegli anni – la storia ci dice nel 753 a.C. – poco lontano dal corso di un fiume, su di un colle un poco più in alto, due fratelli scavavano un solco quadrato che delimitava il terreno dove avrebbero fondato una città. Si fa per dire! In effetti si trattò di un villaggio! E di sole capanne! La città – si fa per dire – si chiamò Roma! Ma in seguito avrebbe divenne Roma e poi sottomise il Lazio, e poi la penisola e poi ancora – un decennio dopo l’atro – tutte le terre che si affacciano sul Mediterraneo, il Mare Nostrum! Ma il tutto, allora, nel 753, a.C., era ancora da venire! E ci vollero secoli. Infatti, solo con l’Imperatore Traiano l’impero romano avrebbe raggiunto la sua massima espansione. E in una ventina di anni: dal 98 al 117 dopo Cristo: perché tanto durò l’impero di Traiano.

In seguito Erbil fu ampliata e abbellita, soprattutto da Assurbanipal (668-626 a.C.), con cui raggiunse l’apice del suo splendore. Il web mi dice che le sue mura si estendevano per 12 chilometri su un’area di 750 ettari. Ma mi dice anche che la sua distruzione, operata nel 612 a.C. dai Medi e dai Caldei, segnò anche la fine del grande Regno Assiro. Nell’area di Ninive si distinguevano due zone rispettivamente a nord e a sud del fiume Khosr, Kuyunjiq e Nebi Yunus,dominate dalla massa di due tell omonimi, ovvero terrapieni artificiali generati dalle rovine di antiche costruzioni. Nella Bibbia, nel Libro di Giona, la missione del profeta è ambientata proprio a Ninive.

Oggi Erbil si trova nell’estremo nord dell’Irak, a pochi chilometri dal confine turco e a pochi chilometri da Mossul, tristemente nota per vicende recenti. Nel giugno del 2014 la città cadde in mano ai miliziani del cosiddetto “Stato Islamico”, che distrussero i suoi più importanti monumenti storici e religiosi. Ricordo la moschea dedicata al profeta Giona, del XIII secolo, la grande moschea di al-Nuri,, le millenarie mura di Ninive, i numerosi manoscritti e documenti della biblioteca, una delle più antiche dell’Iraq e di grande rilevanza storica. Distrussero anche a colpi di piccone numerose statue e reperti risalenti all’Impero assiro, gelosamente conservati nel Museo della città. Ma Erbil poi si è ripresa ed oggi sta faticosamente ricostruendo il suo antico splendore. E può anche permettersi di ospitare un Papa, nella massima sicurezza e con tutti gli onori che sono dovuti ad un Grande della Terra.

Io sono stato in Irak e ne ho uno splendido ricordo, nonché delle sue città e dei suoi abitanti. Era l’agosto del 1997. C’era il regime di Saddam Hussein! Ed era difficile andare in Irak. Perché, in seguito alla “prima guerra del Golfo” (1990-91), l’Onu aveva imposto al regime irakeno un embargo internazionale, perché si era reso responsabile di avere aggredito l’Emirato del Kuwait, uno Stato piccolo e indifeso, ma ricco di petrolio. Pertanto, in seguito alla imposizione dell’Onu, l’Irak non poteva più avere rapporti politici ed economici con altri Paesi. Era una sorta di condanna ad un progressivo impoverimento, per un Paese che molti prodotti, soprattutto industriali, doveva importarli dall’estero.

Così l’Irak era raggiungibile solo per via terra. E noi, turisti un po’ curiosi e un po’ spericolati, per raggiungere Bagdad, dovemmo raggiungere in aereo Amman, capitale della Giordania e di lì raggiungere l’Irak. Un’autostrada libera e veloce, da Amman a Bagdad, in pullman: 950 chilometri e tutti in pieno assolato deserto. E poi e poi… al prossimo pezzo…