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Pillole pedagogiche

Pillole pedagogiche

di Maurizio Tiriticco

In questo triste periodo del tutti a casa e dell’insegnamento a distanza, non è male riandare a quanto illustri pedagogisti ci hanno ricordato anni fa.

PREMESSA – “L’atto di imparare o di studiare è artificiale e inefficace nella misura in cui agli allievi viene semplicemente assegnata una lezione da imparare. Lo studio è efficace nella misura in cui l’allievo capisce il ruolo che la verità numerica di cui si occupa ricopre in relazione alla messa a profitto di attività a cui è interessato. Questo legame di un oggetto e di un argomento con la promozione di un’attività tendente ad un fine, è la prima e l’ultima parola di una teoria genuina dell’interesse nell’educazione”. Sono parole di John Dewey, in “Democrazia e Educazione”, La Nuova Italia, Firenze, 1949, pag.173. Attenzione! “Democracy and Education” fu pubblicato a New York nel 1916. Fu tradotto in Italia soltanto nel secondo dopoguerra: nel 1949, tradotto da Enzo Enriques Agnoletti e Paolo Paduano per i tipi de “La Nuova Italia”, di Firenze. La “pedagogia fascista” mirava ad indottrinare i giovani, non a liberarne il pensiero e la creatività. Non a caso il Ministero della Pubblica Istruzione era stato ridenominato Ministero dell’Educazione Nazionale. Ma educare a che cosa? Solamente al “credo fascista”! Tutti gli Italiani, piccoli e grandi, furono tenuti a giurare secondo la seguente formula: “Nel nome di Dio e dell’Italia, giuro di eseguire senza discutere gli ordini del Duce e di servire con tutte le mie forze e, se è necessario, col mio sangue la causa della Rivoluzione Fascista”. A mia memoria – nato nel 1928 – chissà quanto volte avrò giurato! All’inizio dell’anno scolastico e a tutte le ricorrenze del Regime! In primis il 28 ottobre anniversario della “marcia su Roma”.

UNO – Jerome Seymour Bruner ci ricorda ne “La sfida pedagogia americana”, Armando, Roma, 1973, pag. 47, i cinque principi educativi formulati da John Dewey: 1) tutta l’istruzione è frutto della progressiva partecipazione dell’individuo alle cognizioni possedute in comune dal genere umano; 2) poiché l’istruzione è, in tal modo, un processo sociale, la scuola non è che quell’aspetto della vita sociale in cui si accentrano i fattori meglio adatti a favorire quella partecipazione e a far sì che il fanciullo utilizzi le proprie facoltà per fini sociali. L’istruzione è, quindi, un processo inerente alla vita, e non già una fase preparatoria a un successivo periodo di essa; 3) il vero centro dei programmi di insegnamento non è pertanto questa o quelle materia specifica, bensì l’insieme delle attività del fanciullo nel quadro sociale, quadro efficacemente rappresentato, come già detto, dalla scuola; 4) il concetto informatore dell’insegnamento dev’essere fondato sulla natura stessa del fanciullo, caratterizzata dal predominio del suo aspetto attivo su quello passivo, cioè dal fatto che la vita cosciente tende a tradursi in azione; 5) l’istruzione è il metodo fondamentale del progresso e della riforma sociale”.

DUE – Robert Frank Mager in “Come sviluppare l’atteggiamento ad apprendere”, Giunti e Lisciani Editori, Teramo, 1983, a pagina 74 ci ricorda che “l’onestà con cui lo studente risponde alle domande che gli vengono postedipende in parte dalla fiducia che egli ha in che gli rivolge la domanda. Se lo studente ha poca fiducia, farà del suo meglio per dare quelle risposte che ritiene opportune, cioè risposte che lo possano danneggiare il meno possibile. Se ha molta fiducia, ritiene che non sia necessario nascondere quello che pensa realmente e, con molta probabilità, risponderà alle domande più accuratamente”.

TRE – Raffaele Laporta in “Insegnanti come e perché”, Giunti e Lisciani Editori, Teramo, 1984, pag. 25: “L’insegnante nella scuola di massa. L’insegnante oggi ha a che fare con una professionalità molto differente dal passato. Potremmo limitarci a ricordare che l’insegnante della tradizione scolastica non solo italiana, ma occidentale, era – quanto ai contenuti del proprio lavoro – un interprete della cultura consolidata nella sua società, quanto ai metodi, un autodidatta molto empirico, quanto ai rapporti con la realtà sociale quotidiana… L’insegnante di questo nostro tempo non può più mantenere caratteri così ‘chiusi’. Le sue prestazioni professionali devono oggi realizzarsi in una realtà che ha poche consegne da dargli, ma ha in compenso molte cose sa chiedergli. Le richieste hanno luogo quasi sempre in forme poco esplicite: hanno la forma di pressioni e conflitti politici, di stimolazioni culturali (di una cultura ormai così cronicamente in crisi, da far pensare che la crisi sia un suo carattere necessario), di suggestioni scientifico-educative”.

QUATTRO – Mauro Laeng in “Educazione alla libertà”, Giunti e Lisciani Editori, Teramo, 1980, pag. 39. “La libertà che si esprime nelle diverse visioni del mondo è per altro un punto di arrivo più che un punto di partenza. Pretendere che i ragazzi capiscano al volo cose come la tolleranza religiosa o la lotta di classe, per fare due esempi, vuol dire solo che gli stessi insegnanti ne hanno capito ben poco. Ciò non significa che in concreto i ragazzi non capiscano invece che cosa vuol dire rispettare le credenze di un compagno di un’altra confessione o comprendere anche i motivi di uno sciopero. E’ proprio le percezione concreta e vissuta che deve essere valorizzata; ciò vuol dire anche, però, evitarneogni interpretazione esclusivamente unilaterale”.

CINQUE – Benjamin Samuel Bloom, David Reading Krathwohl, Bertram B. Masia, in “Tassonomia degli obiettivi educativi, la classificazione delle mete dell’educazione, volume secondo: area affettiva”, Giunti e Lisciani Editori, Teramo, 1984, pag. 95. “Tassonomia del dominio affettivo: 1. Ricezione: consapevolezza, disposizione a ricevere, attenzione controllata o selezionata; 2. Risposta: acquiescenza, disposizione, soddisfazione; 3. Valutazione: accettazione, preferenza, impegno; 4. Organizzazione: concettualizzazione di un valore; organizzazione di un sistema di valori; 5: Caratterizzazione: tendenza, caratterizzazione.

SEI – Aldo Visalberghi, “Pedagogia e Scienze dell’Educazione”, con la collaborazione di Roberto Maragliano e Benedetto Vertecchi, Oscar Studio Mondadori, Milano, 1978.

SETTE – Benedetto Vertecchi in “Manuale della valutazione”, Editori Riuniti, Roma, 1984. Contiene una serie di indicazioni per gli insegnanti quando conducono una interrogazione: stimolo aperto e risposta aperta; stimolo aperto e risposta chiusa; stimolo chiuso e risposta aperta; stimolo chiuso e risposta chiusa.

Mah! Solo una serie di appunti! In relazione a cose scritte ieri! Ma che sembrano scritte oggi!

Apprendere a distanza

Apprendere a distanza

di Maurizio Tiriticco

Oggi si fa un gran parlare di didattica a distanza! Cosa assolutamente nuova per la scuola italiana, ma assolutamente “vecchia” per chi si occupa di ISTRUZIONE e, volendo, anche di FORMAZIONE ed EDUCAZIONE, che, comunque, sono “cose” diverse. Ricordo, ad esempio, che materiali di istruzione a distanza furono prodotti nei primi anni di vita dell’Unione Sovietica, quando occorreva trasformare – e rapidamente – un Paese di tradizione agricola in un Paese industriale! Come raggiungere migliaia di “nuovi” operai in un territorio così vasto come l’Urss? Soprattutto con l’istruzione a distanza, appunto. E con l’invio di materiali di studio e l’individuazione dei necessari mediatori culturali. Ma non mancano esperienze italiane: ad esempio, la “Scuola RadioElettra di Torino”, attiva fin dal 1951.

Per non dire poi di Accademia di Roma, oggi non più attiva, per cui ho lavorato per un certo periodo. Ricordo la fatica anche fisica in quegli anni lontani di dover spedire per posta dispense, a cui erano allegate le relative prove di verifica: in genere un certo numero di item (proposizioni) a quattro uscite, di cui una sola corretta. Poi il ritorno delle prove eseguite ed il rinvio delle correzioni; e sempre via posta. Quindi tempi molto lunghi sia per insegnare che per apprendere! In effetti, forse era più la fatica fisica che quella intellettuale. E non c’erano ancora i “computer da casa”! Questi apparvero in Italia solo alla fine degli anni sessanta: erano composti in più parti, con dischetti da inserire e disinserire, e occupavano a volte un’intera scrivania. Oggi con i pc e l’ausilio del web, di google, della email e di tante altre diavolerie, possiamo dire di vivere in un altro mondo.

Tornando a noi, il problema dell’istruzione a distanza non è solo e tanto quello di produrre materiali ad hoc, quanto quello di produrre conseguentemente le necessarie prove di verifica. Ed ecco i famigerati test! Perché famigerati? Perché i test, o meglio determinate prove di verifica oggettive, sono da sempre considerati dalla nostra scuola come un qualcosa di estraneo! Il vero e il falso sembrano concetti eccessivamente poveri per gestire processi di apprendimento. Ma non è così. E non è un caso che le prove Invalsi, che ormai da qualche anno “si abbattono” sulle nostre scuole, in genere sono considerate dai nostri insegnanti come una vera e propria “invalsione” sulle loro quotidiane attività. In effetti va detto che le prove Invalsi, come del resto tutte le prove oggettive, hanno un limite profondo: valutano “conoscenze”, ma non sono in grado di valutare alcun livello di creatività. Mi spiego meglio: un soggetto, indipendentemente dall’età, può essere “ignorante” in materia di grammatica (fonologia, morfologia e sintassi), ma “originale” e “creativo” quando si esprime, anche se scorrettamente, sotto il profilo grammaticale. Pertanto un alunno può “fallire” nelle prove Invalsi, anche se di fatto è, appunto, “originale” e “creativo” e, a volte, non solo nel linguaggio o nella matematizzazione.

Mi piace ricordare che su queste questioni ci sono ricerche interessanti,  a volte anche datate, nelle quali le prove oggettive sono analizzate e considerate per quello che sono e per ciò che valgono. Ecco quindi: ALDO VISALBERGHI, “Misurazione e valutazione nel processo educativo”, Milano, Edizioni di Comunità, 1955; MARIO GATTULLO, “Didattica e docimologia, misurazione e valutazione nella scuola”, Roma, Armando, 1967; BENEDETTO VERTECCHI; “Manuale della valutazione, analisi degli apprendimenti”, Editori Riuniti, Roma, 1984. E mi piace anche ricordare una serie di fascicoli dal titolo “Prove strutturate e semistrutturate di verifica finale dell’apprendimento per il biennio della scuola secondaria superiore”, esito di una serie di seminari condotti con insegnanti e coordinati dal Prof. Gaetano Domenici, a cui partecipai anch’io come ispettore coordinatore: era la fine degli anni novanta. Possiamo dire, quindi, che la didattica a distanza non solo non nasce oggi, ma ha anche autori illustri.

Occorre comunque ricordare, per correttezza non solo formale, che a monte di tutto c’è tutta la scuola del comportamentismo statunitense! Due soli nomi: John B. Watson e Burrhus Skinner, attivi negli anni sessanta e settanta del secolo scorso. Le loro ricerche influenzarono profondamente la didattica, soprattutto per quanto attiene il mondo delle prove di verifica. E non si creda che i suggerimenti d’oltre oceano riguardino solo i test. Non bisogna far torto al grande John Dewey che negli anni venti (il suo “Democracy and Education” è stato pubblicato a New York nel lontano 1916) “fece uscire” – se si può dir così – i problemi educativi dall’ambito puramente scolastico per proporli come un problema sociale di educazione anche e soprattutto civile. Per non dire poi di Jerome Bruner The Process of Education, 1960; traduzione italiana: “Dopo Dewey: il processo di apprendimento nelle due culture”, Roma, Armando, 1966. E Toward a Theory of Instruction, 1966; traduzione italiana “Verso una teoria dell’istruzione”, Roma, Armando, 1982.

Ma ciò che si insegna, ovviamente va appreso. Ed è stranoto che la valutazione degli apprendimenti è un’attività non facile. complessa e complicata. E non è un caso che il nostro Ministero dell’Istruzione ce lo ricorda con opportuni documenti normativi. Se non erro, l’ultimo atto è il dlgs 62/2017, che detta, appunto, “Norme in materia di valutazione e certificazione delle competenze nel primo ciclo ed esami di Stato, a norma dell’articolo 1, commi 180 e 181, lettera i), della legge 13 luglio 2015, n. 107. (17G00070) (GU n.112 del 16-5-2017 – Suppl. Ordinario n. 23)”.

Ora, per quanto mi riguarda, ho scritto più volte che la VALUTAZIONE deve essere sempre preceduta dalla MISURAZIONE. Ad esempio, rilevare cinque errori in un elaborato di una pagina non è la stessa cosa che rilevarli in un prodotto di venti o trenta pagine. Ma sulla misurazione il nostro Ministero tace! E da sempre! Costringendo poi i nostri insegnanti, in sede di uno scrutinio finale, a verbalizzare che il cinque dell’alunno X viene “portato a sei”, testualmente, in considerazione di…. Quando, invece, va detto che il cinque è l’esito di una o più MISURAZIONI di competenza di un insegnante, mentre il sei è l’esito di una VALUTAZIONE adottato responsabilmente da un consiglio di classe.

Voglio ora ricordare che cosa è una prova di verifica oggettiva, o meglio quella più nota che va sotto il nome di test. Un test è costituito di un insieme di item, o meglio di proposizioni – in genere non meno di dieci e non più di trenta – che si concludono in più uscite, in genere quattro, di cui una sola è quella vera. Ecco due esempi: Napoleone è morto a S. Elena il 5 maggio 1821… a Parigi il 7 luglio 1820… all’Isola d’Elba il 14 luglio 1824… ad Ajaccio il 7 agosto 1822. La seconda guerra mondiale è scoppiata nel 1937… nel 1938… nel 1939… nel 1940. Un alunno ben preparato risponde correttamente a tutti i quesiti, però… non è detto che a questo buon livello di “conoscenza” – in effetti può avere un ottimo livello di memorizzazione – corrisponda un livello analogo di “comprensione”. Ciò significa che occorre produrre prove di verifica che abbiano anche un certo grado di complessità. Ed il che, ovviamente, non è sempre facile.

Tutte le “cose” fin qui dette sono OGGI di particolare attualità, in quanto, con la forzata chiusura delle scuole in forza di questo maledetto corona virus, gli insegnanti si trovano a doversi forzatamente misurare con l’istruzione a distanza. Poco o nulla da eccepire in ordine alla “lezione”, o meglio ai contenuti di cui viene proposto l’apprendimento. Si tratta di predisporre dei materiali da proporre agli alunni, ma non in presenza. La questione insorge con la valutazione del’apprendimento: come verificare se l’alunno x “ha studiato”? In larga misura si possono predisporre dei test costruiti su determinati contenuti che gli sono stati offerti precedentemente. Ovviamente la “cosa” è adattissima per le cosiddette materie letterarie: di meno per alcune materie cosiddette scientifiche. Mi si scusi per il “cosiddette”, ma è sempre difficile individuare una separazione netta tra i due ordini di discipline. Basti pensare al fatto che Galieo propose una rivoluzione planetaria – copernicana, di fatto – quando scrisse un’opera che possiamo definire letteraria. Si tratta di quel “Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo”, che, com’è noto, creò mille difficoltà alla Chiesa che da sempre sosteneva il sistema tolemaico geocentrico.

Di fatto, non esiste una separazione netta tra “discipline di ricerca”, che attengono, appunto al mondo della ricerca; ma esiste, invece, tra “discipline di studio”, nelle scuole. Ad esempio, com’è noto, un’ora è dedicata all’italiano, l’ora successiva alla fisica, e poi alla filosofia e poi ancora alla chimica! Il tutto scandito inesorabilmente dal suono della campanella, che disciplina i tempi di un intero edificio scolastico. Tempi che non sempre coincidono con quelli dell’insegnare per apprendere.

Con l’istruzione a distanza i tempi della lezione, dello studio, della misurazione e della valutazione si modificano profondamente e – credo – a favore di chi apprende. Il quale ha più tempo per maturare e produrre una risposta ed anche per “documentarsi”: quella operazione che, se male intesa e mal condotta, può ridursi in genere al semplice copiare! Ma un certo copiare non è affatto un male! Copiamo tutti e sempre, ogni momento, dalla nascita alla morte. Se il nuovo nato non “copiasse” dal linguaggio, dalle abitudini, dalle regole di comportamento dei suoi attanti (i genitori, i famigliari, il gruppo parentale e sociale), non entrerebbe nel “gruppo” e non ne sarebbe in progress partecipe attivo. Ovviamente, ciò vale quando il “copiare” significa “adattarsi” progressivamente alla lingua, alle abitudini, ai costumi, alla cultura del contesto in cui si nasce, si cresce, si apprende, si opera… e si insegna anche. Si pensi in effetti alle difficoltà di apprendimento e di socializzazione di un bambino autistico.

In conclusione, ritengo che insegnare ed apprendere a distanza non è una diminuzione rispetto a ciò che accade nell’insegnamento/apprendimento in presenze! E’ semplicemente una “cosa altra”. Se non, addirittura un qualcosa di più, forse più celato che palese. Ma questa alterità occorre saperla individuare ed utilizzare al meglio. Insomma, siamo tutti di fronte ad una grande occasione per riflettere… sul sistema di istruzione in generale.

Ruolo e funzione dell’insegnante interattivo in una didattica a distanza

di Maurizio Tiriticco

Una lettera non ministeriale

Una lettera non ministeriale

di Maurizio Tiriticco

Nel maggio del 1967 don Milani e i suoi alunni della Scuola di Barbiana pubblicano la “Lettera a una professoressa”. Lamentano il fatto che troppe professoresse, in genere di origine socioculturale piccolo-borghese, insistano nel bocciare molti dei loro alunni. Ed, ovviamente, quelli provenienti da classi sociali disagiate. Si tenga presente che l’avvio della scuola media unica obbligatoria – con conseguente abolizione dei tre anni postelementari dell’avviamento al lavoro – ha avuto inizio con l’anno scolastico 1963-64. Ed i primi della nuova scuola anni furono proprio contrassegnati da un alto numero di bocciature. La “professoressa”, abituata a confrontarsi con alunni provenienti dalle classi borghese e piccolo-borghese, ovviamente “faceva fatica” a confrontarsi con alunni provenienti a volte in larga misura da famiglie scarsamente acculturare ed alfabetizzate.

Va anche detto che molti di quei “nuovi” alunni mal sopportavano di dover frequentare la scuola dopo aver conseguito la licenza elementare. Anche perché intendevano accedere direttamente al mondo del lavoro senza troppe remore e laccioli. In seguito, con il trascorrere degli anni, stante anche il fatto che il mondo del lavoro richiedeva soggetti sempre più acculturati, la frequenza della scuola media unica non fu più avvertita come un’imposizione! Anzi! E occorre ricordare che l’accesso agli istituti secondari, soprattutto tecnici e professionali, divenne con il trascorrere degli anni pressocché “naturale”.

In questi giorni, il non potere accedere alle aule scolastiche, all’istruzione che vi è veicolata, stante le limitazioni imposte dalla lotta contro il corona virus, non è avvertito come un “piacere” da parte dei nostri studenti, perché sanno benissimo che perdere giorni e giorni di scuola pregiudica non tanto l’anno scolastico quanto l’acquisizione di quelle conoscenze, abilità e competenze che oggi ed ancor più domani sono indispensabili per qualsiasi loro scelta futura. E non è avvertito come un “piacere” neanche dai nostri insegnanti, dirigenti e personale tutto della scuola. Perdere “giorni di scuola” oggi è come perdere “giorni del nostro futuro”!

In tale difficile contesto/scenario. oggi, dopo tanti anni, abbiamo una nuova “lettera a una professoressa” – rivolta anzi a tutti i nostri insegnanti, dirigenti, studenti e mondo della scuola tutto – ma in una situazione estremamente diversa rispetto a quella del lontano 1967. Si tratta della lettera che la Ministra delI’Istruzione, Lucia Azzolina, scrive agli studenti e alle loro famiglie, agli insegnanti, agli Italiani tutti. E’ una lettera lunga, argomentata, ricca di considerazioni e di consigli anche! Anche perché oggi – rispetto al lontano 1967 – la scuola può disporre di una strumentazione allora forse neanche immaginabile! Alludo, ovviamente, alle TIC, a quelle Tecnologie dell’Insegnamento e della Comunicazione di cui oggi possiamo disporre in larga misura e con ampie possibilità di successo.

Anche se oggi il vis à vis tecnologico non è pari al vis à vis interpersonale, le risorse che offre. In effetti, sono indubbiamente di ottimo livello ed importanti. Se, date certe condizioni, è possibile oggi il telelavoro, può essere possibile anche il telestudio! Un vocabolo che ora il pc mi segnala in rosso, ma che domani mi riconoscerà come corretto. Mi piace concludere con alcuni passaggi e con le ultime parole della lettera della Ministra Azzolina:

“Sono pienamente consapevole che questo cambiamento repentino non è sempre facile da gestire, che ci sono difficoltà tecniche, logistiche, ma so anche che tutti Voi state facendo il meglio che potete, non solo per portare avanti un programma, ma per trasmettere ai ragazzi, e in generale a tutta la nostra comunità, che si può e si deve guardare avanti, con fiducia, nell’attesa di superare la fase di emergenza.

“La didattica a distanza deve tenere al centro l’esperienza e la sensibilità dei docenti, ed è quello che sta avvenendo ogni giorno in più istituti e territori. Così riscopriamo il valore della comunità educante, del confronto costruttivo, che va oltre umane divisioni e personalismi: la scuola funziona grazie all’unione, cooperazione tra le componenti che lavorano insieme a famiglie, studenti e portatori di interessi sul territorio. Questo è il momento di ricorrere alle nostre migliori risorse, perché l’eccezionalità della situazione lo richiede, e so che lo state facendo. Quando si è alla guida di un istituto, l’imperativo, come sa bene ogni dirigente scolastico, è quello di tenere unite tutte le componenti della scuola, di stare vicino ad ogni dipendente e ad ogni studente per affrontare insieme il dolore e le difficoltà, di far sentire la propria presenza con discrezione e disponibilità

“Vi saluto con l’augurio che presto la nuova comunità educante che nascerà da questa esperienza, con una ritrovata capacità di far bene, possa stringersi attorno alle nostre ragazze e ai nostri ragazzi, mentre la campanella li chiamerà a tornare in classe.

La formazione dei docenti

La formazione dei docenti: think tank, lobby e politica

di Anna Angelucci

Sembra davvero paradossale che tutti, tranne rari docenti, parlino di formazione, specializzazione e concorsi. Sembra, ma non lo è. Perché in realtà il fenomeno rientra nella più generale espropriazione della funzione professionale e intellettuale degli insegnanti, un tempo deputata alla libera trasmissione di un sapere critico anche quando esercitata in attività formative professionalizzanti, oggi depauperata e subordinata alle esigenze produttive del mercato globale anche quando agìta in un contesto non immediatamente orientato al lavoro. Alle politiche dell’istruzione si è sostituita l’economia dell’istruzione e l’insegnante è stato esautorato. Chi è, dunque, che parla di noi e per noi, e a che titolo? Chi detiene oggi il discorso pubblico sulla scuola, tentando di esercitare la propria egemonia? Quali sono i contenuti di questo discorso? A quale ideologia, a quale visione del mondo, questi contenuti afferiscono? E quali sono gli scopi a cui tendono, considerando, come ha dichiarato la ministra Azzolina in una recente intervista al Sole 24 Ore a proposito di assunzioni, “che i docenti formano i cittadini e che in base a come li formano il Paese può cambiare”?

Se vogliamo parlare di formazione in ingresso, modalità di abilitazione, assunzione e formazione in servizio dei docenti, dobbiamo provare a ripercorrere a ritroso le posizioni espresse dall’elenco degli interlocutori indicati nel titolo di questo articolo: dunque, partendo dalla fine, politica, lobby, think tank, università e scuola. Sapendo già, fin da ora, che quando arriveremo ai diretti interessati, maestri e professori, troveremo poche voci in capitolo.

Sembra davvero paradossale che tutti, tranne rari docenti, parlino di formazione, reclutamento, specializzazioni e concorsi. Sembra, ma non lo è. Perché in realtà il fenomeno rientra nella più generale espropriazione della funzione professionale e intellettuale degli insegnanti, un tempo deputata alla trasmissione di un sapere critico-analitico anche quando esercitata in attività formative professionalizzanti, oggi depauperata e subordinata alle esigenze produttive del mercato globale anche quando agìta in un contesto non immediatamente orientato al lavoro. Alle politiche dell’istruzione si è sostituita l’economia dell’istruzione e l’insegnante è stato esautorato. Chi è, dunque, che parla di noi e per noi, e a che titolo? Chi detiene oggi il discorso pubblico sulla scuola, tentando di esercitare la propria egemonia? Quali sono i contenuti di questo discorso? A quale ideologia, a quale visione del mondo, questi contenuti afferiscono? E quali sono gli scopi a cui tendono, considerando, come ha dichiarato la ministra Azzolina in una recente intervista al Sole 24 Ore a proposito di assunzioni, “che i docenti formano i cittadini e che in base a come li formano il Paese può cambiare”?

Cominciamo dalla politica. Così Lucia Azzolina, attuale Ministra dell’Istruzione, nell’intervista al Sole 24 Ore del 16 dicembre scorso:

Penso a una laurea triennale per imparare i fondamenti della disciplina a cui aggiungere una laurea specialistica abilitante per chi decide di insegnare [ … ]. Si tratta di una laurea disciplinare uguale per tutti. Ad esempio, se voglio fare l’insegnante di matematica comincio a prendere una laurea triennale standard come la prendono anche gli studenti che non vogliono insegnare. Nella specialistica abilitante non si continua a studiare la disciplina, ma come la disciplina va insegnata. Perché puoi anche avere delle conoscenze disciplinari ottime ma poi devi essere in grado di trasmetterle agli studenti”.

Per la ministra una laurea triennale è sufficiente per acquisire i contenuti della disciplina che poi si andrà a insegnare nella scuola secondaria di primo e secondo grado. Chiunque conosca minimamente il nostro attuale sistema universitario sa benissimo che una laurea di primo livello è assolutamente insufficiente per acquisire una preparazione disciplinare adeguata all’insegnamento. Anche la laurea conseguita col vecchio ordinamento a mio avviso spesso non bastava e andava integrata, prima del concorso, con ulteriori approfondimenti in corsi di perfezionamento e scuole di specializzazione. Non è un caso che per l’insegnamento nella scuola primaria sia oggi previsto un corso di laurea unico quinquennale in cui il peso dell’insegnamento delle discipline (“i saperi della scuola”, recita il DM 249/2010 che lo ha introdotto) è – giustamente – preponderante. Come ha scritto benissimo Ana Millan Gasca con parole che dovrebbero chiarire in modo definitivo a tutti gli educatori di professione il nesso inscindibile tra apprendimento e insegnamento, “la fisica o la linguistica o la letteratura italiana o la biologia sviluppano dal loro interno riflessioni di tipo storico-epistemologico e didattico che sono cruciali per la formazione di un futuro insegnante di scuola secondaria di primo e secondo grado”.

Sorprende dunque la leggera disinvoltura con cui la Ministra licenzia la sua proposta, un ennesimo 3 + 2 in cui a scarse conoscenze disciplinari si sommerebbero successivamente un po’ di pedagogia e didattica. Ma l’idea piace a molti esponenti delle lobby e dei think tank che in Italia da alcuni anni si occupano di istruzione, attaccando sistematicamente il valore e la funzione dello studio delle discipline, come ci spiegano bene Giovanni Carosotti e Rossella Latempa nei loro approfondimenti. Sono gli stessi che, mentre lamentano a gran voce il declino culturale del Paese, attribuendone la causa agli insegnanti che non si aggiornano a dovere, vagheggiano la riduzione di un anno delle superiori, la marginalizzazione delle conoscenze epistemologicamente fondate in nome di ‘argomenti’ e ‘spunti’ decontestualizzati, la riduzione delle materie umanistiche e la diffusione dell’educazione finanziaria e dell’autoimprenditorialità, l’introduzione del coding alle elementari e la sostituzione dei libri con tablet e pc, o delle lezioni, frontali e laboratoriali, con la flipped classroom, e che, in luogo dei noiosi professori di italiano, matematica o scienze, vorrebbero dei simpatici ‘animatori’, possibilmente digitali.

Perché quello che conta in realtà non è sollevare il nostro Paese dallo stato di barbarie culturale generalizzata in cui si trova incrementando con ogni mezzo la possibilità di un’istruzione di altissima qualità per tutti, intesa come valore in sé nell’alveo di un’educazione capace di ‘umanizzare l’uomo’, ma è invece realizzare attraverso la scuola (così la Fondazione Agnelli nel suo volumetto sulle competenze) nuovi “asset competitivi per le organizzazioni e per gli stessi individui nel passaggio attuale all’economia dell’immateriale, del digitale, dell’informazione”, nuove “disposizioni nell’agire delle persone” incentrati su resilienza e adattività, evidentemente molto più funzionali all’asfittico e necrotico brave new world in cui stiamo vivendo e in cui lo studente, già cliente, è ora “capitale umano” fin dall’asilo.

Leggiamo il Programma pluriennale 2019-22 della Fondazione per la sussidiarietà della Compagnia di San Paolo, in cui si sottolinea che la recente “global employers survey, promossa da BIAC (business and industry advisory committee, attiva presso Ocse), ha indicato una duplice priorità per l’educazione: riformare il curriculum e connetterlo ai bisogni del mercato del lavoro”; ripassiamo la missione di Fondazione Agnelli, che, leggiamo in home page, “dal 2008 ha concentrato attività e risorse sull’educazione (scuola, università, apprendimento permanente) come fattore decisivo per il progresso economico e l’innovazione”; ripercorriamo le finalità di Ocse che, come ci spiega bene il sito della rappresentanza permanente in Italia delle organizzazioni internazionali, “ha come obiettivi la promozione di politiche per realizzare più alti livelli di crescita economica sostenibile e di occupazione nei Paesi membri, favorendo gli investimenti e la competitività e mantenendo la stabilità finanziaria, contribuire allo sviluppo dei Paesi non membri, contribuire all’espansione del commercio mondiale su base non discriminatoria in linea con gli obblighi internazionali”: obiettivi economici fortemente competitivi a cui l’intera operazione di comparazione degli apprendimenti misurati a livello globale è sottomessa[1].

In questo scenario, la posta in gioco non è semplicemente la formazione dei docenti, ma la nostra idea di scuola e società e con essa la nostra idea di ‘persona’, prima ancora che di cittadino e lavoratore. E questa può essere l’occasione per tutti i docenti di riprendere il proprio discorso pubblico sulla scuola, altrimenti destinato ad essere definitivamente colonizzato ed eterodiretto. Le pressioni dei portatori di interessi meramente economici che, come è ormai di tutta evidenza, stanno egemonizzando scuola e università condannandole all’apoptosi, sono fortissime. Non si illudano la ministra e via via giù per li rami che l’interlocuzione con chi, in ossequio alla ‘ragion di mercato’, ha inventato la più grande competizione concorrenziale tra le scuole superiori del paese[2], possa essere qualcosa di diverso dalla mera acquiescenza aziendale.

[1] Paul Morris (2015) Comparative education, PISA, politics and educational reform: a cautionary note, Compare: A Journal of Comparative and International Education, 45:3, 470-474.

[2] Eduscopio 2019, la classifica delle scuole superiori. Trova la tua città. https://www.quotidiano.net/cronaca/eduscopio-2019-1.4872492

La scuola come missione?

La scuola come missione?

di Maurizio Tiriticco

Il Rapporto Italia 2020 dell’Eurispes afferma tra l’altro che dal 2004 ad oggi il numero degli Italiani che ritiene che la Shoah non sia mai avvenuta è aumentato dal 2,7 al 15,6 per cento. Semplicemente DRAMMATICO! Italiani sempre più ignoranti? Ma facciamo un passo indietro. Il dpr 275/99 istitutivo dell’autonomia delle istituzioni scolastiche recita tra l’altro che questa “si sostanzia nella progettazione e nella realizzazione di interventi di EDUCAZIONE, FORMAZIONE e ISTRUZIONE mirati allo sviluppo della persona umana”. In altre parole, scuole ed insegnanti non devono più limitarsi ad ISTRUIRE il loro alunni in termini di progressiva acquisizione di date CONOSCENZE: il che costituisce la vocazione primaria di una scuola da sempre. Ma devono anche adoperarsi per FORMARLI in quanto uomini e donne ed EDUCARLI in quanto cittadini e cittadine. Stando a quanto sancito, va rilevato che è in gioco una grande responsabilità della nostra scuola e dei nostri insegnanti. Ma, se questo è vero, abbiamo bisogno di una amministrazione scolastica forte, autorevole e duratura. Non abbiamo bisogno di un Ministro, o Ministra dell’Istruzione. che sia di passaggio, come purtroppo invece avviene ormai da anni. Perché di fatto ministri “tocca e fuggi” combinano ben poco. E ciò è grave! Perché dimostra ciò che oggi la scuola rappresenta nel mondo della politica attuale, o meglio dei nostri attuali politici: ben poca cosa!

Insomma, che cos’è la scuola? Quel che si dice: un grande carrozzone; nulla o poco più; e che costa pure tanto. Per non dire degli insegnanti. Sempre a chieder soldi! Ma è proprio così? La nostra scuola è veramente ben amministrata? In realtà il ministro all’Istruzione è quasi sempre il politico che arriva finalmente a varcare la soglia di un dicastero. Informazioni sulla scuola ne ha? Zero o poco più! Il quale politico, per altro, non vede l’ora di passare ad un dicastero considerato più appagante e più importante. Ma i ministri DC di un tempo? Ad ogni nuovo ministro un’infornata di nuovi bidelli! Pardon! Di personale ausiliario! Insomma una cassaforte di voti sicuri! Allora, i ministri all’Istruzione? Quasi sempre toccata e fuga!

Ma andiamo un po’ indietro. Mi piace ricordare che, durante il ventennio fascista, due ministri che vararono importanti riforme ebbero lunga vita a Viale Trastevere. Giovanni Gentile fu ministro dal 30 dicembre 1922 al primo luglio 1924; Giuseppe Bottai dal 15 marzo 1936 al 5 febbraio 1943. Costoro legarono il loro nome a riforme che, tra l’altro, non sembra che l’Italia democratica e repubblicana abbia del tutto smontato. Forse la più significativa, all’inizio degli anni sessanta, fu quella con cui si cancellarono i tre anni di scuola media e, in parallelo, i tre anni di avviamento al lavoro istituiti dalla “riforma Bottai” del 1939, per dar vita ai tre anni della scuola media unica, tuttora vigenti. Si veda la legge1859/62.

Occorre ricordare che il fascismo doveva fare gli italiani tutti fascisti! E bisognava cominciare da piccoli! Di qui la grande importanza della scuola. Non a caso fin dal 1926 – quattro anni dopo la Marcia su Roma – venne istituita l’Opera Nazionale Maternità e Infanzia. E i bambini, appena in grado di fare due passi, diventavano “Figli della Lupa”, con tanto di divisa e con una grande M sul petto. Ma era solo l’inizio. Dall’8° al 12° anno di età i bambini diventavano Balilla escursionisti, dotati di corda e di moschettone. Poi, dal 12° al 14° anno diventavano Balilla moschettieri, armati di moschetto modello ’91 ridotto. Erano organizzati nell’Opera Nazionale Balilla, fondata nel 1926. Che nel 1937 divenne Gioventù Italiana del Littorio. I giovani poi, dal 14° al 16° anno, diventavano Avanguardisti moschettieri, armati di pugnale e moschetto modello ’91 ordinario. Dal 16° al 18° diventavano Avanguardisti mitraglieri, armati di pugnale, moschetto e mitragliatrice leggera (ma non sempre). Successivamente diventavano Giovani fascisti… armati di tutto! Gli universitari erano tutti iscritti d’autorità ai GUF: Gruppi Universitari Fascisti. Alla maggiore età diventavano fascisti a tutto tondo… pronti a combattere!!!

Percorso analogo riguardava le femmine: da Piccole Italiane a Giovani Italiane e a Donne Fasciste. E si giurava. Tutti giuravano. E come. In tutte le ricorrenze della Patria e del Regime: il 4 novembre, la ricorrenza della Vittoria; il 28 ottobre, la ricorrenza della Marcia su Roma; il 23 marzo, la ricorrenza dell’istituzione dei Fasci di Combattimento, avvenuta a Milano in Piazza San Sepolcro nel 1919, il 21 aprile, la ricorrenza della Fondazione di Roma Caput Mundi. Era il lontano 753 a. C., quando Romolo sul Colle Palatino tracciò il solco della Roma Quadrata e quello scemo di Remo osò saltarci sopra! Non l’avesse mai fatto”! Lo pagò con la vita!

Il giuramento fascista lo ricordo a memoria per quante volte l’ho pronunciato: “Nel nome di Dio e dell’Italia, giuro di eseguire senza discutere gli ordini del Duce e di servire con tutte le mie forze e, se è necessario, col mio sangue la causa della Rivoluzione Fascista”. Insomma l’Italia era stata completamente fascistizzata e militarizzata. Il Duce era anche convinto della grande missione che avremmo dovuto compiere e che con otto milioni di baionette avremmo conquistato il mondo. Lo disse in un famoso discorso del 1936. E il popolo beveva, purtroppo! Mentre gli antifascisti erano in galera o a Ventotene o in esilio all’estero o combattevano in Spagna contro i falangisti del Generale Franco.

Mah! Un periodo di grandi illusioni popolari! Come non ricordare quelle splendide immagini di “Una giornata particolare”, quel meraviglioso film di Ettore Scola, con due grandi attori, Sophia Loren e Marcello Mastroianni. Giungeva Hitler a Roma. Era il 3 maggio del 1938. Il Duce aveva fatto costruire per l’occasione una stazione nuova nel quartiere Ostiense di Roma, ricca di marmi e di mosaici. Perché la vecchia stazione centrale Termini era troppo modesta. E tutti i Romani, ovviamente tutti fascisti e tutti in camicia nera, corsero alla Via dell’Impero – costruita dal Duce dopo gli sventramenti delle case che si affacciavano sulla Via Alessandrina – ad applaudire i due grandi che avrebbero rinnovato l’Europa e il mondo intero. Ma tutte le giornate dovevano essere particolari per noi italiani tutti. Soprattutto i sabati! Gli inglesi avevano il sabato inglese? Dedicato al the e alla conversazione? E noi non potevamo essere da meno. Venne istituito il sabato fascista! A scuola tutti in divisa, alunni e insegnanti, e al pomeriggio… adunata!!! Grandi sfilate per le vie delle città. I Balilla moschettieri sempre in testa. Avanti il mazziere, seguito dai balilla trombettieri e dai balilla tamburini: e poi i balilla moschettieri. La perla del regìme fascista! Si cantava Giovinezza marciando! Cantavamo anche l’Inno al Sole, però fermi e sull’attenti. Che divenne l’inno di tutto il popolo italiano. Ecco il ritornello: “Sole che sorgi libero e giocondo, sui colli nostri i tuoi cavali doma! Tu non vedrai nessuna cosa al mondo maggior di Roma”! Era stato composto nel 1919: testo di Fausto Salvatori, musica di Giacomo Puccini. Riprendeva i versi del Carmen Saeculare di Orazio: “Alme Sol, curru nitido diem qui promis et celas aliusque et idem nasceris, possis nihil urbe Roma visere maius”.

E gli inni si concludevano sempre con i “saluto al Duce” seguiti da tanti eia eia eia alalà. Ma Re Pippetto non voleva essere da meno e pretese il suo inno, molto marziale. Altro che la marcia reale! Che era una marcetta in confronto. Ecco il nuovo inno “Salve o Re, Imperator! Nuova legge il Duce diè! Al mondo e a Roma il nuovo Imper! Fecondato dal lavor, legionario orgoglio avrai del tuo imper! Popolo fedel! Col sangue lo creò! Credere e obbedir, combattere saprà! Vittoriose leverà fulgide le insegne della Patria al sol”.

Insomma! Noi balilla ne avevano di canzoni da imparare. Per non dire poi di tutte quelle del tempo di guerra. Quella dei sommergibilisti: “Sfiorano l’onde nere nella fitta oscurità, dalle torrette fiere ogni sguardo attento sta. Taciti ed invisibili partono i sommergibili! Cuori e motori d’assaltatori contro l’immensità!” E quella dei Battaglioni Emme. “Battaglioni del Duce battaglioni, della morte, creati per la vita! A primavera inizia la partita! I continenti fanno fiammi e fior…”. E poi quella più nota: “Vincere vincere vincere e vinceremo in cielo in terra e in mare! E’ una parola d’ordine di una suprema volontà…”. Per concludere, di primavere, a partire dal 10 giugno del 1940 – l’Italia fascista dichiara la guerra alla Francia e alla Gran Bretagna – al 25 aprile del 1945 ne sono passate quattro e tutte disastrose.

A fronte di tante illusioni, pazzie, prese per i fondelli, rovine e massacri, ancora girano per l’Europa gruppi di ignorantelli che scrivono croci uncinate, spesso sbagliate, a proposito della rotazione dei raggi. Poco o nulla sanno di storia, di quella vera, e si autoalimentano di memorie tanto scorrette quanto idiote e soprattutto pericolose. La scuola – e non solo quella italiana, ma anche quella dei Paesi europei – ha una grande missione oggi. Lo dice anche la nostra legge: a) ISTRUIRE, perché leggere, scrivere e far di sconto è importante, e c’è il rischio che queste fondamentali abilità diventino un’emergenza: gli ultimi dati Ocse in merito sono preoccupanti; b) FORMARE persone capaci di orientarsi in un mondo che produce conoscenze in misura sempre maggiore e di saperle selezionare; c) EDUCARE cittadini capaci di riconoscersi come tali, depositari di diritti ma anche responsabili in materia dei tanti doveri che una società complessa richiede ed esige.

La scuola va intesa non solo come uno spazio fisico in cui si apprende e si produce cultura, ma anche come un luogo civico in cui si cresce come lavoratori e come cittadini responsabili. Insomma la scuola ha sempre svolto una sua peculiare missione. Ma oggi la missione è ben più alta e più impegnativa. E non è una parola grossa!

Imparare la storia!

Imparare la storia!

di Maurizio Tiriticco

Ciò che è accaduto in questi giorni, in coincidenza con le “giornate della memoria”, è assolutamente riprovevole! Sono apparse su muri e porte delle nostre città scritte contro gli ebrei e svastiche naziste! A volte disegnate anche in modo scorretto, rispetto alla svastica adottata da Hitler, che è quella negativa: una croce rotante da destra a sinistra. La svastica positiva, invece, di certe popolazioni indoeuropee, ruota da sinistra a destra: in senso orario, diremmo. Così i nostri nazistelli ignorantelli spesso disegnano la svastica positiva! Studiassero meglio la storia! Anche perché in effetti “imparare la storia è un diritto”: così si intitola un bell’articolo di Nicoletta Fiori su “la Repubblica” di oggi, 28 gennaio. Ma penso che per i nostri nazistelli studiare la storia sarebbe anche un dovere!

Un anno fa, esattamente il 25 aprile 1919, lo storico Andrea Giardina, la senatrice Liliana Segre e lo scrittore Andrea Camilleri lanciarono un manifesto al fine di restituire alla storia la dignità di materia di studio autonoma nelle nostre scuole. Il manifesto raccolse migliaia di adesioni. Questo è il testo: “La storia è un bene comune. La sua conoscenza è un principio di democrazia e di uguaglianza tra i cittadini. È un sapere critico non uniforme, non omogeneo, che rifiuta il conformismo e vive nel dialogo. Lo storico ha le proprie idee politiche ma deve sottoporle alle prove dei documenti e del dibattito, confrontandole con le idee altrui e impegnandosi nella loro diffusione. Ci appelliamo a tutti i cittadini e alle loro rappresentanze politiche e istituzionali per la difesa e il progresso della ricerca storica in un momento di grave pericolo per la sopravvivenza stessa della conoscenza critica del passato e delle esperienze che la storia fornisce al presente e al futuro del nostro Paese”.

In effetti, lo studio sistematico della storia – come del resto lo studio della lingua italiana – fu una delle prime preoccupazioni dei governi dell’Italia postunitaria! “Fatta l’Italia, bisogna fare gli Italiani”! E’ un’esclamazione attribuita a Massimo D’Azeglio, e stava a significare quante culture, tradizioni, lingue e dialetti fossero presenti in un Paese che fin dall’ormai lontana caduta dell’Impero Romano – eravamo al 476 d. C.  – aveva perduto la sua unità. E che era necessario ricostriore.

Va ricordato che dopo l’Unità quei primi maestri, e maestre, di scuola, se da un lato cercavano di estirpare la mal’erba dialettale, dall’altro facevano leggere i nostri poeti ed anche Dante, quel tale che di una lingua volgare aveva fatto una lingua che tutti potevano leggere perché trasversale – potremmo dire – a tutti i dialetti di un giovane Paese alla ricerca di una sua identità. E facevano leggere anche il Foscolo, che non solo aveva tratto Dante dal dimenticatoio di secoli, in quanto considerato “oscuro e barbaro” dai vari saccenti di turno, ma aveva anche parlato tra i primi di patria… però non ditelo ai leghisti! E aveva scritto: “Il sacrificio della Patria nostra è consumato: tutto è perduto; e la vita, seppure ne verrà concessa, non ci resterà che per piangere le nostre sciagure e la nostra infamia”. Chi non ricorda l’incipit dello Jacopo Ortis?

Ugo Foscolo, ottenuta la cattedra di eloquenza all’Università di Pavia (precedentemente era stata di Vincenzo Monti), il 22 gennaio 1809 pronunciava l’orazione inaugurale “Dell’origine e dell’ufficio della letteratura”. Ecco l’inizio: “O Italiani, io vi esorto alle storie, perché niun popolo più di voi può mostrare né più calamità da compiangere, né più errori da evitare, né più virtù che vi facciano rispettare, né più grandi anime degne di essere liberate dalla obblivione da chiunque di noi sa che si deve amare e difendere ed onorare la terra che fu nutrice ai nostri padri ed a noi, e che darà pace e memoria alle nostre ceneri. Io vi esorto alle storie, perché angusta è l’arena degli oratori…”. Ma va anche ricordato che l’esperienza accademica del Nostro durò solo per poche lezioni perché Napoleone, ormai sospettoso di ogni libero pensiero, gli soppresse la cattedra.

Mi piace ricordare un altro nobile discorso! Quello che Concetto Marchesi tenne all’inaugurazione dell’Anno Accademico dell’Università di Padova il 9 novembre 1943, in uno dei periodi più oscuri della nostra storia. Occorre ricordare che il 25 luglio era caduto il regime fascista; e che poi, il 23 settembre, era stata istituita nell’Italia occupata dai tedeschi la cosiddetta “Repubblica Sociale Italiana”, meglio nota come Repubblica di Salò, perché a Salò ebbe sede il governo repubblichino.

MI piace riportare l’excipit di quel discorso: “Signori, in queste ore di angoscia, tra le rovine di una guerra implacata, si riapre l’anno accademico della nostra Università. In nessuno di noi manchi, o giovani, lo spirito della salvazione; quando questo ci sia, tutto risorgerà, quello che fu malamente distrutto, tutto si compirà, quello che fu giustamente sperato. Giovani, confidate nell’Italia. Confidate nella sua fortuna se sarà sorretta dalla vostra disciplina e dal vostro coraggio: confidate nell’Italia che deve vivere per la gioia e il decoro del mondo, nell’Italia che non può cadere in servitù senza che si oscuri la civiltà delle genti. In questo giorno 9 novembre dell’anno 1943 in nome di questa Italia dei lavoratori, degli artisti, degli scienziati, io dichiaro aperto l’anno 722° dell’Università padovana.”

La conoscenza, la lingua, la cultura, la storia! Sono gli assi portanti di un Paese che abbia consapevolezza e coscienza della sua identità. Andrea Giardina afferma tra l’altro, nella citata intervista: “Bisogna avvicinare la storia ai ragazzi. E lo si può fare solo rispondendo alle domande di una società multiculturale. Mi piace che questo elemento del pluralismo sia sottolineato dalla Ministra Azzolina. Sostiene il sociologo tedesco Ulrich Beck che il problema è nel divorzio tra la dimensione cosmopolitica in cui viviamo e la nostra  reale consapevolezza di questo respiro internazionale”.

Insegnare latino

Insegnare latino…

di Maurizio Tiriticco

…o meglio, come si deve adoperare un insegnante perché i suoi alunni apprendano un po’ di latino anche piacevolmente! Non dico in modo divertente, ma… in effetti, tutto dipende dall’insegnante e dal metodo di lavoro che sceglierà. Una volta si diceva che il latino è importante perché insegna a ragionare! Io non ci ho mai creduto! Perché non c’è disciplina di studio che non imponga di fatto a ragionare. Qualsiasi materia di studio richiede attenzione, applicazione, sacrificio anche! Comunque, repetita iuvant! E allora, avanti con il latino! Ma… ecco che emerge la questione del metodo: o meglio, che diavolo deve fare l’insegnante per rendere interessante, accettabile, piacevole anche, una materia di studio? In realtà ci sono materie il cui studio è direttamente legato alla vita quotidiana. Se non so parlare, non posso dichiarare il mio amore a una bella fanciulla e neppure litigare con la suocera! Se non so leggere né fare qualche conto, non posso fare neanche fare un minimo di spesa al supermercato!

Però c’è una materia di studio che ancora resiste disperatamente in qualche nostro grado di scuola, che affligge gli studenti costretti ad apprenderla ed i docenti costretti ad insegnarla: il latino! O meglio, “lingua e cultura latina”, come recitano le Indicazioni nazionali per i nostri quattro percorsi liceali: classico, scientifico, linguistico e delle scienze umane.

Ed allora, come fare indorare la pillola, per dirla volgarmente? O meglio, per rendere fruibile questo studio? Mi sovvengono i versi del Tasso, nell’incipit della Gerusalemme Liberata: “Così all’egro fanciul porgiamo aspersi di soavi licor gli orli del vaso: succhi amari, ingannato, intanto ei beve; e dall’inganno suo vita riceve”.

In altre parole, la questione è del metodo! Ci chiediamo cioè: come proporre lo studio di una lingua che “non serve”, come potrebbe essere, invece, l’inglese, a ragazzi, quelli di oggi soprattutto, che sono in tutt’altre faccende affaccendati? So che esiste un metodo cosiddetto naturale, il cosiddetto “metodo Ørberg”, dal nome del latinista danese Hans Henning Ørberg (1920-2010). Non lo conosco e non voglio andare oltre! Ma so che è adottato con successo in alcuni nostri licei.

A mio avviso, penso che, al di là di proporre ai nostri studenti lunghi e difficili insegnamenti linguistici, si potrebbe tentare di coinvolgerli in qualche misura proponendo loro testi latini accessibili e che che possano suscitare curiosità interesse, e a volte anche ilarità! Il mondo dei nostri antenati non era poi del tutto così austero. In effetti pensiamo sempre ai nostri classici, o almeno a quelli che ci hanno proposto ed imposto a scuola! Penso a Virgilio, a Orazio, a Cicerone! Forse con Cesare e Cornelio Nepote le “cose” andavano un po’ meglio! Si trattava di testi che per noi poveri studentelli erano più accessibili che altri. E poi si trattava di guerre, per cui… Ma è opportuno che i nostri studenti sappiano che i nostri grandi non erano sempre così seriosi! Spesso gettavano il pallium o la toga e sapevano ridere e come! Magari annaffiando il tutto con un buon bicchiere di vino! Il falerno sembra che fosse quello preferito. O forse nella “Cena di Trimalcione” il nostro Petronio ne avrà indicati altri! Non ricordo! E questi nostri antenati scrivevano anche “cose” altre”, non perfettamente classiche, anzi volutamente volgari! Si tratta di testi che – come si suol dire – vanno molto al di là di quello che a livello esplicito dicono e che contengono elementi di cultura e di civiltà a volte non immediatamente evidenti, ma che un attento lavoro di analisi guidato dagli insegnanti potrà mettere alla luce.

Mi piace cominciare con l’Apokolokýntosis (Ἀποκολοκύντωσις), ovvero Ludus de morte Claudii o ancora Divi Claudii apotheosis per saturam (Satira sulla morte di Claudio). Si tratta dell’unico testo di carattere satirico attribuito a Lucio Anneo Seneca, il grande scrittore e filosofo latino, morto suicida per ordine, appunto, dell’imperatore Nerone, insieme ad altri romani accusati di avere preparato una congiura (la cosiddetta congiura dei Pisoni, da Gaio Calpurnio Pisone, il capo dei congiurati) per “far fuori” Nerone, appunto. La parola Apokolokýntosis è un neologismo confezionato per l’occasione da Seneca e deriva dalla crasi, ovvero dall’unione, dei termini Κολόκυνθα, che significa zucca, e αποθέωση, che significa deificazione/glorificazione. Quindi “La zucchificazione di Claudio”. Com’ è noto, gli imperatori romani, una volta morti, salivano nel pantheon degli dei! Pertanto, zucchificare un imperatore deve essere stato, allora. qualcosa di tremendo! Ma altrettanto tremendo doveva essere stato Claudio! Si tratta di un testo totalmente godibile!

Ma procediamo con altri testi. E cominciamo da lontano.

Dindia Macolnia fileai dedit. Novios Plautius med Romai fecid, dalla cista Ficoroni ritrovata in Preneste. Una madre, una figlia un artigiano, un portaoggetti di bronzo in una città del Lazio: uno spaccato di vita cinquecento anni (?) prima di Cristo.

Si membrum rupsit, ni cum eo pacit, talio esto, dalle Leggi delle XII Tavole; uno stimolo per un discorso sul diritto antico, sul taglione, su una primitiva amministrazione della giustizia.

Virum mihi Camena insece versutum... L’incipit del poema di Livio Andronìco in versi saturni. L’Odysseus dell’Andra moi ennepe Mousa polutropon (l’incipit dell’Odissea omerica) diventa il nostro Ulixes. E, ad abundantiam, potremmo anche richiamare un altro incipit, quello del nostro neoclassicismo: Musa quell’uom dal multiforme ingegno

Quasi pila in coro ludens datatim dat se et communem facit… E’ il noto frammento della Tarentilla di Nevio: la donna che si offre a tutti, uno lo bacia, a un altro “fa il piedino”… ma il tutto senza alcuna palese volgarità.

Fato Metelli Romae consules fiunt, così si scaglia Nevio contro la famiglia dei Metelli; sullo sfondo le guerre puniche ed il primo teatro romano. Ma la risposta della grande famiglia non si fa attendere: Malum dabunt Metelli Naevio poetae.

E non possiamo non ricordare quello struggente frammento neviano, tratto dal Bellum Poenicum, ancora in versi saturni, in cui il poeta, rievocando le origini leggendarie di Roma, rappresenta la fuga da Troia delle mogli di Anchise e di Enea: Amborum uxores / noctu Troiad exibant capitibus opertis / flentes ambae, abeuntes lacrinis cum multis.

Musae, quae pedibus magnum pulsatis Olumpum, un altro incipit, questa voltain esametri: sono gli Annales di Ennio, l’alter Homerus della poesia latina. La lingua fa un passo in avanti, Ennio amplia il discorso di Nevio e vuole celebrare Roma al di là della vicenda punica.

Ed ora qualche esempio del tardo latino, quando la lingua dei classici comincia a cambiare, a corrompersi, diranno alcuni, ma… esiste una lingua migliore di un’altra? Questo già può costituire un interessante spunto di discussione.

Adriano è stato l’imperatore esteta e viaggiatore per eccellenza, e l’amico Floro così lo riprende: “Ego nolo Caesar esse, ambulare per Britannos, latitare per Germanos, Scythicas pati pruinas“. Ma Adriano prontamente gli risponde e lo riprende: “Ego nolo Florus esse, ambulare per tabernas, latitare per popinas, culices pati rotundos“.

E come non ricordare quella “Animula vagula blandula hospes comesque corporis, quae nunc abibis in loca pallidula, rigida, nudula, nec, ut soles, dabis iocos… è un frammento dolcissimo, che Adriano, colto, curioso, raffinato, avrebbe scritto, stando al suo biografo, poco prima di morire.

Di tutt’altra pasta sono i primi apologisti cristiani. Come non ricordare la veemenza di un Tertulliano (II-III secolo) contro l’impero e contro i persecutori! Evviva il martirio: Semen est sanguis Christianorum! E i pericoli che possono venire dalle donne! La donna è, secondo Tertulliano, un essere che Dio ha voluto inferiore; essa è diaboli ianua, porta del demonio: tu, donna, hai con tanta facilità infranto l’immagine di Dio che è l’uomo. A causa del tuo castigo, cioè la morte, anche il figlio di Dio è dovuto morire; e tu hai in mente di adornarti al di sopra delle tuniche che ti coprono la pelle? I suoi libelli famosi: De exhortatione castitatis, De virginibus velandis, De cultu feminarum: è bene che le donne portino il velo sempre, per non dare scandalo in pubblico. Del resto anche Ambrogio (IV secolo) si preoccupò di raccomandare alla sorella Marcellina (De virginibus) l’osservanza di casti costumi! E che dire di quel Giovanni di Antiochia (IV secolo) detto Crisostomo, χρυσόστομος, il Boccadoro, che così si esprimeva: “Che altro è una donna se non un nemico dell’amicizia, una punizione inevitabile, un male necessario, una tentazione naturale, una calamità desiderabile, un pericolo domestico, un danno dilettevole, un malanno di natura dipinto di buoni colori?”.Insomma, un buon materiale per un dibattito sulle pari opportunità!

Ma vi sono anche i poeti cristiani meno “arrabbiati”, se si può dir così. Ricordiamo quell’inno al mattino di Prudenzio (alcuni vi vedono l’Orazio dei cristiani), un linguaggio facile e pulito in dimetri giambici: Nox et tenebrae et nubila, / confusa mundi et turbida, / lux intrat, albescit polus, / Christus venit, discedite! Caligo terrae scinditu / percussa solis spiculo, / rebusque iam color redit / vultu nitentis sideris.

E alla fine del IV secolo incontriamo Eutropio con il suo Breviarium ab urbe condita, commissionatogli dall’imperatore Valente: un testo facile, senza pretese critiche, destinato ad un pubblico senza troppe esigenze. E’ utile per un approccio semplice e facile alla lingua latina.

Fecisti patriam diversis gentibus unam; / profuit iniustis te dominante capi; / dumque offers victis proprii consortia iuris. / Urbem fecisti, quod prius orbis erat. Siamo nel V secolo d. C. e Rutilio Namaziano, il gallo-romano, decisamente anticristiano si esalta alla missione dell’impero e non avverte che il 476 è alle porte!

E non può mancare Agostino, il numida. Siamo alla fine del IV secolo e Agostino in un giardino milanese, forse forte per la predicazione di Ambrogio, vive un momento intensissimo del suo itinerario spirituale: Et ecce audio vocem de vicina domo cum cantu dicentis et crebro repetentis quasi pueri an puellae nescio: “Tolle lege, tolle lege” (ed ecco all’improvviso dalla casa vicina il canto di una voce come di bambino, o di bambina forse, una cantilena: “Prendi e leggi, prendi e leggi”). E Agostino apre il Vangelo e legge a caso: “Non più bagordi e gozzoviglie, letti e lascivie, contese e invidie, ma rivestitevi del Signore Gesù Cristo e non fate caso alla carne e ai suoi desideri”. E’ un passo dell’Epistola ai Romani.

Il cristianesimo, dunque, avanza. Ma quanta commozione possiamo nutrire per gli sconfitti! Giuliano, l’imperatore che è nipote di Costantino, vuole restaurare il paganesimo! E per questo porterà sempre con sé il marchio della apostasia. Ferito a morte in battaglia contro i Persiani (363), affida agli astanti il suo testamento. Ecco l’incipit del racconto che ne fa Ammiano Marcellino, un soldato di Antiochia, nel suo Rerum gestarum libri: Quae dum ita aguntur, Iulianus in tabernaculum iacens, circumstantes allocutus est demissos et tristes: “Advenit o soci nunc abeundi tempus e vita impendio tempestivum, quam reposcenti naturae, ut debitor bonae fidei redditurus, exulto…”. Qualche anno dopo (378) Teodosio proclamerà il cristianesimo religione di Stato!

Ma è sempre bene ricordare che con il passar del tempo (VI e VII secolo) la latinità si afferma anche in Europa. A Siviglia c’è Isidoro, in Gallia c’è Gregorio, in Bretagna c’è Beda il Venerabile, noto anche per aver profetizzato che, quando fosse caduto il Colosseo, sarebbe caduta Roma e con essa sarebbe caduto il mondo! “Quamdiu stabit Colyseus / Stabit et Roma; / Quando cadet Colyseus / Cadet et Roma; / Quando cadet Roma / Cadet et mundus”. Anche se sembra che il Colyseus di Beda fosse in realtà la colossale statua di Nerone, posta tra l’Anfiteatro flavio e il Tempio di Venere.

Si diffondono anche i Vangeli, che portano la buona novella della pace, della giustizia, dell’amore: Vade, vende omnia quae habes, da pauperibus et habebis thesaurum in caelis (Matteo, 19, 21). La loro lettura è assai agevole, semplice e lineare perché i destinatari sono tutte le popolazioni del mondo antico! Scritti in greco, poi in siriaco, in arabo, ed anche in latino, grazie alla Vulgata di san Gerolamo, forse come lingua franca per tutte le popolazioni dell’Impero!

E perché, poi, non andare a quei testi di un “primitivo” volgare, laddove è possibile cogliere quelle trasformazioni che pian piano hanno condotto da un latino certamente non classico e parlato da tutti a quella lingua che poi Dante ha nobilitato nel De vulgari eloquentia? La scritta murale Falite dereto co lo palo Cervoncelle / Albertel trai / Fili de le pute traite. Si tratta della iscrizione della basilica di San Clemente in Roma.

E poi c’è il cosiddetto indovinello veronese (da un codice della Biblioteca Capitolare): Se pareba boves / alba pratalia araba / et albo versorio teneba / et negro semen seminaba,

E poi c’è la più nota Carta capuana. E’ databile al 960 e costituirebbe il primo documento di un volgare che ormai si avvia a diventare il nostro italiano. Ecco il testo, ripetuto più volte quanti sono i testimoni che rendono tale dichiarazione. E’ il notissimo Sao ko kelle terre, per kelle fini que ki contene, trenta anni le possette parte Sancti Benedicti.

Ciò che abbiamo rappresentato sono delle pure e semplici spigolature alla ricerca di testi né “aulici” né “paludati”, che poi sono quelli che hanno sempre terrorizzato i poveri studenti e che, in un certo senso, fanno tremare le vene e i polsi! L’origine della nostra lingua, della nostra civiltà! Sono spunti di testi che – lo ribadiamo – se opportunamente contestualizzati, possono costituire numerosi motivi di “imparare facendo” e, oseremmo dire, anche “divertendosi”!

Solo in seconda battuta, a nostro avviso, dovremmo giungere a proposte più impegnative. Con l’autonomia le scuole potranno adottare percorsi curricolari e soluzioni didattiche diverse, pur nel rispetto degli standard indicati dal sistema nazionale di istruzione. Per quello che riguarda il latino, il greco e la cultura classica, potrebbero effettuarsi due scelte. La prima potrebbe essere una scelta di base, comune a tutti gli alunni – crediamo ad un latino per tutti! – senza però ricadere nell’errore di quella indicazione dell’articolo 2, commi 3 e 4, della Legge 1859/62 con la quale, per contentare sia i conservatori del latino che gli abolizionisti, si misero in seria crisi insegnanti e alunni. Il testo recita testualmente: “Nella seconda classe l’insegnamento dell’italiano viene integrato da elementari conoscenze di latino, che consentano di dare all’alunno una prima idea delle affinità e differenze tra le due lingue. Come materia autonoma, l’insegnamento del latino ha inizio in terza classe: tale materia è facoltativa”. Le conseguenze furono che gli alunni non impararono più né il latino né l’italiano! Negli anni successivi si corse ai ripari e i due commi vennero abrogati.

M. e C. Giovannetti, Dall’acqua alla luce

Dall’acqua alla luce

di Maurizio Tiriticco

Maurizio e Cristiana Giovannetti hanno voluto raccontare in un volume dal titolo “Dall’acqua alla luce, Ante Supuk moderno visionario”, edito nel 2019 dalla Rotostampa di Roma, “le origini, la vita, la famiglia, lo spirito imprenditoriale e il pensiero del loro trisnonno Ante Supuk, dando così la possibilità di conoscerlo ai propri figli e nipoti e, in ogni caso, a chi fosse interessato alla storia di Sebenico nella seconda metà dell’Ottocento e alle ‘imprese’ del suo Podestà” (p. 85).

Il volume è l’esito di una ricerca lunga e minuziosa, condotta su molteplici fonti (nella bibliografia ne figurano ben trentuno), e le più diverse: articoli, saggi, volumi, informazioni tratte da anagrafi, archivi di Stato (Sebenico, Spalato, Zara). Per ben due volte ricorre anche Niccolò Tommaseo. Ne consegue che le informazioni sono tante, e su un “pezzo di storia” poco noto! Gli storici in genere si interessano di “cose di grandi dimensioni”, spesso dimenticando che anche le vicende cosiddette piccole fanno la storia. Dobbiamo sempre ricordare quanto ci dice BertoltBrecht ne “Le domande di un lettore operaio”: “Il giovane Alessandro conquistò l’India. Lui solo? Cesare sconfisse i Galli. Non aveva con sé nemmeno un cuoco? … Ogni pagina una vittoria. Chi cucinò la cena della vittoria? Ogni dieci anni un grande uomo.Chi ne pagò le spese? Tante vicende. Tante domande”.

In effetti, oltre alla grande storia, quella dei grandi generali e dei grandi politici, c’è anche la piccola storia, quella che tocca la gente comune, i servi, i sudditi, i cittadini, i poveri soldati! Nella battaglia di Waterloo, tra amici e nemici, morirono circa 50.000 uomini! Molti di più, tra amici e nemici, persero la vita nella “campagna di Russia”! Ma i generali non muoiono mai! O quasi! A mia memoria solo un comandante, l’ammiraglio Horatio Nelson, trovò la morte nella battaglia navale di Trafalgar nel 1805! Per non dire poi che i nostri italici generali salvarono tutti la pelle quando, dopo la proclamazione dell’armistizio, l’8 settembre del ’43, scapparono da Roma per raggiungere Pescara, da dove si sarebbero imbarcati sulla corvetta Baionetta per raggiungere Brindisi! Già liberata dagli Angloamericani!

Ma c’è anche la piccola storia, che non si trova né sulle ricerche mirate né sui libri per le scuole! Quella che, purtroppo, riguarda solo le madri, le spose e le figlie dei caduti; e dei tanti civili caduti forse senza sapere bene il perché. E c’è anche la piccola storia quotidiana sulla quale nessuno storico si cimenta! Ma sulla quale c’è la testimonianza orale dei civili, delle persone comuni, le quali sono più spesso vittime della storia che protagonisti. Ma vi sono anche protagonisti attivi, che non fanno Storia, quella con la iniziale maiuscola, ma fanno tanto di quella bella storia minuscola, che è quella che conta di più! Vissuta! Goduta e sofferta!

Ed è il caso di Ante Supuk, né Giulio Cesare né Napoleone, ma un uomo come tanti, nato il 21 agosto del 1838 a Borgo di Terra (Varos), in quel di Sebenico nel Regno di Dalmazia, allora parte dell’Impero Austriaco. Ed ivi deceduto nel 1904. Nel volume molte pagine sono dedicate a Sebenico e alla sua storia, le cui origini risalgono all’Alto Medioevo e si intrecciano con la storia di Venezia, il cui dominio durò fino al 1797. Sono secoli nel corso dei quali a Sebenico vengono costruiti monumenti di grande importanza, la Cattedrale di San Giacomo, il Palazzo Divnic, il Palazzo Foscolo, il Palazzo Rossini. E sulle sue alture si erge maestosa la Fortezza di San Michele. Di fatto Sebenico costituiva una sorta di fortezza difensiva sul mare: un baluardo europeo – se vogliamo usare questa espressione – contro le minacce e gli attacchi continui dei Turchi. Dopo alterne vicende – va ricordato che per alcuni anni Sebenico fu anche sotto il dominio napoleonico – Sebenico e l’intera Dalmazia passano sotto la dominazione austriaca, che durerà fino al 1918. Ovviamente non mancarono i movimenti rivoluzionari ed irredentisti. Infine, “nella Dieta del 1870 i Nazionalisti ottengono la maggioranza con 25 seggi contro16, e la manterranno per sempre fino all’ultima votazione avvenuta nel 1908. Tra gli eletti si distingue Ante Supuk” (p. 43).

Da giovane Ante aveva magistralmente amministrato i possedimenti della famiglia sia nella Regione del Konjevrate, dove aveva una fattoria, che lungo le cascate del Krka, a Stradinski Buk, dove aveva dei mulini impiegati per macinare il piretro, un insetticida naturale. Ma Supuk ha una grande attenzione anche per la sua città. E’ infatti grazie all’impiego civico di Supuk che Sebenico conosce un grande sviluppo. Vengono asfaltate le strade, nascono la rete idrica e quella fognaria. Vengono rafforzate le strutture portuali e nasce la prima linea ferroviaria, la Siveric-Spalato. Attende alla costruzione di edifici pubblici: il Tribunal Circolare e l’Ufficio Postale; crea i primi impianti industriali moderni e fa erigere la statua di Niccolò Tommaseo. Vede anche la luce il primo parco cittadino. Ante attende anche alla costruzione del Teatro Mazzoleni, in onore dell’omonimo cantante lirico sebenicense.

Al fine di illustrare meglio quanto Supuk ha fatto per il suo Paese, è doveroso ricordare la testimonianza di Giuseppe Modrich, riportata su “La Dalmazia romano-veneta-moderna: note e ricordi di viaggio”, del 1892: “Idolo, nume, profeta dei subenzani è il loro podestà, Antonio Supuk, deputato del Parlamento di Vienna. Ad un suo cenno, sarebbero capaci di sacrificare la vita e le sostanze, di incendiare la città… La sua casa da anni è aperta in permanenza a chiunque, povero o ricco, cittadino o paesano. Alla mancanza di istruzione supplisce con una straordinaria prontezza di intuizione, con una bontà di cuore infinito, con un senso squisito per le miserie del popolino…” 

Occorre ricordare che nell’aprile del 1875 Sebenico riceve la visita dell’Imperatore Francesco Giuseppe, giuntovi a bordo del Miramar. E in tale occasione a Skrandinski Buk, la più grande cascata del Krka, viene costruito un ampio e panoramico belvedere che si affaccia sulla città. Insomma, è l’intera regione che acquista rinomanza e prestigio, ma…

…le cose non sono affatto finite! Verso la fine del secolo, ed esattamente nel maggio del 1888, il croato Nikola Tesla, fisico e ingegnere elettrico, tiene una conferenza nel municipio di Zagabria, cercando di convincere i cittadini a costruire una centrale elettrica. La cosa non era sfuggita ad Ante che, con il figlio Marco, si reca a Francoforte per visitarne l’esposizione, le innovazioni presentate e conoscere il valore delle proposte di Tesla. Di ritorno a Sebenico, Ante si adopera perché anche nella sua regione venga costruita una simile centrale! La sua proposta e la sua tenacia hanno successo. Dopo sedici mesi di lavori, nel 1895, con la costruzione della Centrale idroelettrica sul Skradinski Buk, grazie all’aiuto dell’ingegnare Vjekoslav Meichsner, ebbe inizio la distribuzione dell’energia elettrica in tutta la regione. E Sebenico, ovviamente, ne usufruì in modo particolare. In seguito lungo il fiume Krka vennero costruite altre centrali elettriche!

Nel 1895 Ante – con l’aiuto del figlio Marko e dell’ingegnere Vjekoslav Meichsner – procedette alla costruzione della centrale idroelettrica “Jaruga” alle cascate della Cherca. La centrale fu in grado di distribuire energia elettrica per l’intera città di Sebenico: vennero così alimentati il centro industriale e le strade cittadine. Si trattò del primo impianto idroelettrico dell’intera Dalmazia.

Nel 1904, l’11 maggio, Ante Supuk muore. La stampa dell’epoca riporta che “il funerale del 13 maggio è stato magnifico. Hanno partecipato i cittadini di Sebenico e i rappresentanti di molti Comuni della Croazia”. Il 4 giugno 1903 la posta croata ha voluto ricordarlo con l’emissione di un francobollo celebrativo del centenario della messa in funzione della Centrale elettrica di Jaruga. E nello scorso 2018 l’Archivio di Stato di Sibemik e il Museo della città di Sebenico hanno inaugurato una mostra dedicata ad Ante Supuk, “moderno visionario, politico e imprenditore di Sibenik, che ha usato le sue conoscenze e il suo potere per sostenere il progresso sotto ogni aspetto”.

L’ultrafilosofia eroica

L’ULTRAFILOSOFIA EROICA

di Tommaso Montemagno

Nell’ottica leopardiana l’esperienza poetica è un’esperienza universale, in cui il soggetto, cioè l’Io, attua una riflessione sul dolore comune a tutti gli uomini e una meditazione sull’impossibilità di conseguire la felicità. Di fatto, la poesia di Leopardi viene considerata altissima forma di conoscenza, perché salda perfettamente il momento riflessivo con il momento lirico-immaginativo. La sua poesia si attua, quindi, in un connubio perfetto tra il linguaggio poetico e il linguaggio filosofico-riflessivo, alimentato dal sentimento e dall’immaginazione.

Egli propone un modello di pensiero che si allontana da una riflessione meramente filosofica realizzando una poesia basata sul rapporto tra la ragione e il sentimento. Egli contrappone alla fredda disamina della natura un modello di pensiero in cui la ragione è completata dall’immaginazione e dal sentimento. In questo senso egli dà vita ad una sorta di ultrafilosofia. E questa assumerà una forte tensione all’eroismo negli ultimi anni di vita del poeta, ai quali giungerà alla fine d’un processo di riflessione filosofica che avrà contrassegnato tutte le varie fasi della sua vita. Per definire la componente eroica della sua poesia è, dunque, necessario enunciare prima le diverse fasi del suo pensiero.

Innanzitutto, l’intero pensiero leopardiano parte dall’analisi critica dei principali concetti della cultura Illuministica, i quali ruotano attorno alla superiorità della Scienza rispetto alle altre forme di conoscenza. Di fatto il Settecento aveva attribuito alla ragione il ruolo di mediatrice privilegiata dell’esperienza umana e di rivelatrice di verità. In questo modo, il regno del fantastico della poesia, intesa in senso lato, che comprende il sentimento e l’immaginazione, veniva bandito dalla sfera del mondo letterario. In reazione a quest’impostazione, Leopardi assume un atteggiamento critico nei confronti del mondo moderno, tanto da arrivare a mettere in discussione il mito della perfettibilità del genere umano. Egli, infatti, crede che ciò che i moderni considerano “Progresso” non è altro che un processo di modificazione dell’uomo, nel tentativo di adeguarsi alle diverse situazioni storico-culturali, che non contiene in sé un perfezionamento della specie.

Possiamo dire che Leopardi assume una posizione che si trova all’incrocio tra Illuminismo e Romanticismo. Rispetto al primo, infatti, da una parte accoglie la funzione di analisi critica della ragione Illuministica, dall’altra è convinto che la mera conoscenza scientifica non sia sufficiente per cogliere appieno il senso della vita; sull’altro fronte, egli accetta la sfida romantica di realizzare una poesia che sia allo stesso tempo soggettiva e universale, quindi una poesia che abbracci varie discipline, ma si allontani definitivamente dall’ottimismo, dallo spiritualismo e dall’idealismo romantico, dal momento che rivendica la necessità d’uno sguardo critico sul presente volto a svelarne la reale condizione.

Prima di giungere alla poetica carica d’eroismo degli ultimi anni, la prima fase del suo pensiero è contraddistinta dalla definizione di una Natura benigna e benevola. Infatti il poeta, se pur consapevole della condizione illusoria della felicità, crede che la Natura abbia donato all’uomo delle illusioni, figlie dell’immaginazione, per alleviarne le pene. Ma il Progresso e l’attitudine crescente di considerare la conoscenza scientifica come principale chiave d’interpretazione della realtà hanno incrinato l’incanto del mondo antico, distruggendo le illusioni e rivelandone la natura ingannevole.

In questo terreno si attua la superiorità degli antichi rispetto ai moderni. Gli antichi, grazie alle illusioni, erano in grado di “velare di speranza” la condizione umana, impegnandosi in azioni eroiche e magnanime e conducendo una vita intensa perché in armonia con la natura. Quest’ultima oggi invece non è più in grado di soddisfare i bisogni nuovi e accresciuti dell’uomo moderno, il quale si allontana da essa nel nome del progresso. L’io moderno sente, quindi, il bisogno di credere in un ordine artificiale, da cui deriva un senso d’insoddisfazione e tormento. Prende così forma il cosiddetto “Pessimismo Storico”. A seguito della conversione filosofica di Leopardi, avvenuta nel 1819, e del suo successivo avvicinamento alle tesi del materialismo meccanicistico e alle tesi sensistiche, entra in crisi l’immagine d’una natura benigna. In questo modo, viene definito un sistema della natura intesa come macchina regolata da leggi immutabile deterministiche e dal principio di conservazione delle specie e dell’ordine cosmico. Si tratta quindi di una natura capace di sacrificare il bene dell’individuo per l’equilibrio del tutto. Una natura indifferente ai mali dell’uomo e che si configura come principale responsabile della sua infelicità.

In questo modo il poeta giunge al cosiddetto “Pessimismo Cosmico”. Ed è proprio dopo aver constatato la natura ingannevole delle illusioni, dopo aver scardinato le certezze e i falsi miti che velano di speranza la condizione dell’uomo e dopo aver accertato la perenne condizione d’infelicità dell’uomo causata involontariamente da una natura indifferente e cieca, che la sua poesia assume una virtuosa tensione eroica, mirata ad un preciso intento pedagogico.

Massima espressione di tale tendenza e aspirazione all’eroismo è il canto della “Ginestra”, il cui tema fondamentale è la contrapposizione tra la potenza distruttiva della natura e la fragilità dell’uomo e delle sue costruzioni. Il canto è caratterizzato, inoltre, da una profonda contrapposizione tra la natura che egli identifica con il Vesuvio, strumento di una natura distruttiva, e il fiore della ginestra che osserva la rovina intorno a sé, proiezione fisica del nulla dell’esistenza. La ginestra accetta la verità e non le si sottrarre, pur essendo consapevole della propria fragilità. Dopo un’invettiva al proprio secolo, e un appello agli uomini, invitati ad abbandonare il loro infondato orgoglio e ad unirsi in una “Social Catena” contro la Natura, Leopardi giunge alsuperamento dell’”antropocentrismo”, causato dalla totale indifferenza della Natura.

Leopardi, quindi, indica come unica soluzione a tale condizione drammatica dell’uomo l’esile resistenza della ginestra che cosparge il deserto col proprio profumo, pur consapevole del momento in cui verrà travolta. La Natura è forse una metafora dello stesso Leopardi che costruì il suo stesso pensiero e la propria riflessione, sempre consapevole della fugacità di ogni ideologia, di ogni corrente nell’eterno deserto delle idee.

Educazione Civica in aula

Educazione Civica in aula…

di Maurizio Tiriticco

…costantemente e sempre! Ma perché? Cerco di rispondere. Ho sempre guardato con sospetto, anche quando insegnavo, all’insegnamento, tout court, dell’Educazione Civica. Infatti, non c’è nulla di peggio di un insegnante cattedratico e direttivo che dice agli alunni: “Ora vi insegno l’Educazione Civica”! In realtà, invece, non c’è nulla di meglio quando un insegnante con i suoi alunni legge e commenta la nostra bella Carta Costituzionale. Tullio De Mauro a suo tempo constatò che la Costituzione è comprensibile da tutti. Ha affermato infatti che, anche se il testo è costituito di 9369 parole (circa 30 cartelle), le singole frasi non superano in media le 20 parole e i lemmi utilizzati sono 1357, di cui 1002, cioè il 92,13 per cento del testo, appartengono al vocabolario di base della lingua italiana. In altre parole, i Padri e le Madri Costituenti si preoccuparono del fatto che gli Italiani tutti – nell’immediato dopoguerra l’analfabetismo era ancora presente – potessero leggere e far proprio quel Patto costituzionale del tutto nuovo rispetto a quello Statuto Albertino, risalente al lontano 1848, di cui il fascismo per altro aveva fatto strame!

In effetti, anche semanticamente c’è un pasticcio: insegnare l’“Educazione Civica”! Mah Semmai educare al senso civico! Oppure insegnare i principi fondanti di una società democratica. Comunque, a parte il pasticcio semantico, torniamo al nocciolo della questione. Non vorrei che, stante il futuro obbligo dell’insegnamento dell’Educazione Civica, o meglio all’esercizio concreto, in aula e per la vita, di una Cittadinanza Attiva, questa diventasse un’ulteriore noiosa materia di studio, eventualmente resa ancora più noiosa da un insegnante demotivato e che ritiene che il “nuovo insegnamento” toglie tempi e spazi preziosi – come spesso si suol dire – alla “propria disciplina”. Ho sempre pensato e scritto – ed anche attuato, quando insegnavo, almeno penso – che il miglior modo di insegnare qualcosa a qualcuno è quello di coinvolgere questo qualcuno e, se si vuole, renderlo addirittura complice dell’operazione! In realtà, a monte di tutto c’è sempre la concreta metodologia che un insegnante adotta quando entra in aula e sa di avere a che fare con soggetti che a tutto pensano, fuorché al prestare attenzione a ciò che dirà! Ed è proprio in questo verbo “dire” la chiave di tutto! Perché in realtà per un insegnante il dire è il “fare lezione”, dire cose a lui note, ma assolutamente nuove per la platea che è tenuta ad ascoltarlo.

E non c’è nulla di peggio di un rapporto tra umani fondato solo sul dire. Perché gli umani intessono i loro rapporti essenzialmente sul fare. Pertanto, ho sempre tentato di sostituire al “dire” il “fare”, o meglio al fare insieme. E ciò valeva non solo per le mie discipline di insegnamento – le cinque materie cosiddette di base, italiano, latino, greco, storia e geografia! Ahimè! Il ginnasio di un tempo! – ma anche per l’educazione civica! O cosiddetta tale! In effetti non è un’espressione che susciti un immediato entusiasmo! Ma, se la leghiamo alla concreta realtà dell’imparare a “stare insieme” in quelle lunghe ore di aula, allora le cose cambiano. Occorre cercare di “stare insieme”, insegnanti ed alunni, nel modo più produttivo possibile, quindi in primo luogo cercare di attenuare, se non di rompere, quel diaframma che da sempre vede da un lato una persona che sa e parla e dall’altro altre persone, nel nostro caso adolescenti, che invece non sanno e devono invece ascoltare e apprendere. Ovviamente il diaframma concettualmente resta, ma fattivamente può e deve essere superato. Il segreto per far ciò è quello di rendere protagonisti attivi i soggetti che sono tenuti ad apprendere.

La questione è quindi di metodo! Ed il metodo migliore è quello di avviare, condurre e realizzare una didattica attiva, coinvolgente: una didattica laboratoriale. Chi legge può trovare sul web tutte le definizioni che si possono dare di questa tipologia didattica, la quale per altro è anche suggerita e consigliata sia dalle Indicazioni Nazionali (istruzione obbligatoria e licei) che dalle Linee Guida (istruzione tecnica ed istruzione professionale) recentemente pubblicate dal Ministero dell’Istruzione.

Sostanzialmente si tratta di cancellare, e non solo visivamente, quel diaframma che da sempre divide chi insegna da chi apprende, cioè la cattedra, che in genere è anche sostenuta da una pedana, la quale da sempre intende sottolineare l’autorità di chi sa nei confronti di coloro che non sanno e che sono disposti su dei banchi, spesso scomodi, o disadorni tavolini. Dove sono disposti gli alunni, che devono essere “alimentati” – questo è il significato latino del termine – e che, in genere, sono disposti in modo tale che uno di loro debba per un intero anno scolastico vedere la nuca del compagno davanti. Ma a questo proposito ci sovviene la prossemica, quella disciplina che studia come e perché le posizioni spaziali condizionino i rapporti interpersonali. Maestro ed alunni, cattedre e banchi! Disposizione spaziale studiata da sempre per giustificare la lezione cattedratica.

Rompere uno schema spaziale per costruirne un altro è essenziale per rompere una tipologia di rapporti interpersonali in favore di un’altra. E va aggiunto che si tratta di uno schema che deve essere rotto! E proprio oggi perché l’insegnante e il libro di testo non sono più i depositari unici del sapere. Oggi è sufficiente un click sul cellulare per accedere ad ogni tipologia di informazioni e di conoscenze. L’importante è sapere come, quando e perché usare quel click. A fronte di tale fenomenologia, il sapere stesso dell’insegnante viene messo a dura prova. Il sapere certamente, ma anche la metodologia. In altri termini dovremmo essere passati dall’insegnante inteso come fonte del sapere all’insegnante inteso, invece, come mediatore dei saperi. Pertanto, sotto il profilo spaziale, nulla di meglio che gli alunni possano essere posti in cerchio, o comunque in modo tale che possano vedersi vicendevolmente negli occhi.

Si tratta di un contesto/scenario non solo fisico! Perché oggi l’insegnante è più un metodologo, un amministratore dei saperi – se mi è concessa questa espressione – che un incontestabile depositario di conoscenze. Ovviamente, la cultura disciplinare deve sempre essere forte, nonché quella pluri- ed interdisciplinare. Ma è soprattutto il metodo a farla da padrone! Ed oggi una corretta gestione della dinamica di gruppo, o meglio la già ricordata didattica laboratoriale è quella necessaria e vincente. E’ una didattica con cui si apprende a stare insieme, a lavorare insieme, a studiare insieme, a produrre insieme. Ed è sotto questo profilo che va letta e, quindi, correttamente realizzata quell’Educazione alla Cittadinanza attiva a cui ci richiama una recente normativa. Pertanto, occorre sottolineare con forza il fatto che ciascun insegnante, qualunque materia insegni, è pur sempre anche- e forse soprattutto – un educatore civico!

Lettera a una professoressa

Lettera a una professoressa

di Maurizio Tiriticco

Gentile Professoressa, Lei si lamenta da tempo della fatica dell’insegnare oggi! Purtroppo, ciò che Lei mi dice non lo so direttamente, perché da decenni ormai “non salgo in cattedra”! E non ho il polso di una classe di alunni/e di oggi! Conosco però la passione e l’impegno con cui Lei esercita oggi la sua professione! Anche perché la Sua esperienza di valida docente di lettere la conosco bene! E constato, purtroppo, che, con il declino del nostro Paese, sta declinando anche la scuola! Anni fa non era così. Ho frequentato scuole in cui non ti regalavano nienteee!!! Se io oggi so ancora – almeno penso – leggere comprendere… ed anche scrivere, lo devo anche a tante letture a cui “mi hanno costretto” nei primi cinque anni del vecchio ginnasio! Gli anni del liceo in confronto sono stati una passeggiata. Eppure era il Liceo classico “Giulio Cesare” di Roma! Si doveva studiare! E come! E c’erano anche la fame e la guerra!!! Nonché la paura di noi ragazzi di essere rapiti letteralmente dai tedeschi per andare a scavare trincee sul fronte di Anzio!

Al ginnasio abbiamo letto numerosissimi passi dell’Odissea, dell’Iliade, dell’Eneide (questa anche in latino e con lettura metrica), dell’Orlando Furioso e della Gerusalemme Liberata, molti dei quali a memoria… e che in larga misura ancora ricordo… cito casualmente… Sic fatur lacrimans, classique immittithabenas… Ettor Scamandrio lo chiamava e il volgo tutto Astianatte perché era dell’alta Troia il difensore… e non di dico dell’Addio ai monti… e poi Canto l’arme pietose, e il capitano che il gran sepolcro liberò di Cristo, molto egli oprò col senno e con la mano… Ed al liceo nulla è cambiato! Tutto ammemoroaaa!!! Tityre, tu patulae recubans sub tegmine fagi e poi Aeneadum genetrìx, hominum divumque voluptas! Per non dirLe poi del greco! Dareiu cai Paerisatidespaides duo ghignontai… lo scrivo con le nostre lettere! Ed ora traduco: “Da Dario e da Parisatidenacquero due figli: il maggiore Artaserse, il minore Ciro… E’ l’incipit dell’Anabasis di Senofonte!

E la Professoressa – ricordo – insisteva nel dire che il titolo vero avrebbe dovuto essere Katàbasis, perché in effetti si trattava di un ritorno e non di un’andata!Siamo nel IV secolo a. C. E Senofonte era uno dei “diecimila”, un’armata di mercenari assoldata da Ciro il Giovane, il cui scopo era quello di usurpare il trono di Persia al fratello Artaserse II. Ma tutto finì male e i “diecimila” o quanti ne restavano dovettero tornare indietro! Una “pizza” allora per noi ragazzi! Ma un pezzo di cultura in più!

Le risparmio Dante… quali colombe dal disio chiamate con l’ali alzate e ferme… la bocca sollevò dal fiero pasto… e la visione di Dio, nel Paradiso… Questa una vera e propria meraviglia! Che allora mi stupì! E che mi stupisce ancora oggi: “Ne la profonda e chiara sussistenza de l’alto lume parvermi tre giri di tre colori e d’una contenenza”. I tre colori sono il rosso, il verde e il blu. Lo dico io! Dante non lo dice! Ma lo dice Gioachino da Fiore, che Dante qui non nomina. Ma ne ha parlato nel canto XII… “e lucemidallato il calavrese abate Giovacchino di spirito profetico dotato”. E – penso – neanche i commentatori dicono quali colori siano E, guarda caso, sono proprio i tre colori che io adotto quando, leggendo il comma 2 dell’articolo 1 del dpr 275/99, vedo l’istruzione di colore blu, la formazione di colore verde, l’educazione di colore rosso.

Il blu è un colore freddo: perché una conoscenza è quella che è! E per tutti! Indiscutibile: tre per tre dà nove! Il verde, invece, è un colore semifreddo, se si può adottare questo aggettivo: è quello degli interrogativi, della discussione, delle diverse analisi su una qualsiasi vicenda. E’ anche quello delle azioni concrete: il camminare, l’afferrare, ecc. Il rosso poi è quello delle emozioni, del “mi piace” o “non mi piace”. Un film per me stupendo è invece una schifezza per un altro. Per non dire degli innamoramenti! Tutto rosso, quando si ha il colpo di fulmine!

Ma, torniamo a noi! Lei si lamenta, e giustamente, perché i suoi studenti scalpitano! Il latino, il greco, e pure la Divina Commedia! Mi dice cha ha voluto provare a far leggere ai suoi studenti il canto XXXIII del Paradiso per giungere a quei versi in cui Dante si imbatte nella Luce di Dio! “Oh abbondante grazia ond’io presunsi ficcar lo viso per la luce etterna, tanto che la veduta vi consunsi! Nel suo profondo vidi che s’interna, legato con amore in un volume, ciò che per l’universo si squaderna: sustanze e accidenti e lor costume quasi conflati insieme, per tal modo che ciò ch’i’ dico è un semplice lume”. Mi dice soltanto che ci ha provato! Ma ha dovuto constatare che l’ansia da cellulare è molto più forte di qualsiasi altra curiosità! E proiettarsi in un mondo in cui lo spazio non sia fortemente contrassegnato dal tempo di oggi, anzi del qui e subito, è semplicemente impossibile! E’ il trionfo di un eterno presente!