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La scuola del vietato toccarsi

La scuola del vietato toccarsi

di Maurizio Tiriticco

A volte, a fronte di tante tristi vicende che lacerano il nostro Paese – la cronaca quotidiana ne è piena – e che sono testimonianze di profonda inciviltà, viene da chiedermi: ma molti dei miei concittadini si meritano una Divina Commedia, una Cappella Sistina, una Fontana di Trevi, una Ginestra? Quanto entusiasmo, da parte mia, quando da studente scoprii «Sao ko kelle terre, per kelle fini que ki contene, trenta anni le possette parte Sancti Benedicti»! Si tratta della cosiddetta Carta Capuana. O, se volete, del Placito Cassinese. Siamo nel 960 d. C! Com’è noto, il documento è giunto sino a noi, preziosamente conservato nell’archivio di Montecassino. E primo a pubblicarlo, nel 1734, fu un monaco cassinese, don Erasmo Gattola, il quale era rimasto giustamente sorpreso da “queste parole della balbettante lingua italiana, mescolata alla latinità barbarica”. Scoprii che una lingua nasce, si sviluppa, cambia! E a volte muore!

In realtà, la nascita di una lingua è anche la nascita di una nazione! Non a caso, la radice di nascita e di nazione è la stessa. Ma per noi italiani non è stato così. Perché la nostra penisola purtroppo è stata più terra di invasione e di conquista che terra di inclusione! Al contrario di quanto è avvenuto in altre parti d’Europa, dove determinate nazioni sono nate attorno ad una cultura, ad una lingua, ad una dinastia. Quanti lunghi secoli, invece, è durata la nostra complessa storia patria! E quanta fatica l’affermazione della nostra bella lingua, fecondata – se si può dire così – e alimentata da una cultura antica: il mondo greco e quello romano. Orazio non esitò a dire in una sua Epistola: “Graecia capta ferum victorem cepit”. A sottolineare l’unitarietà dei due mondi.

E l’ammirazione per la Grecia e della Roma antiche ha connotato tutta la nostra cultura. Però quella dei dotti! Mi vengono in mente quei versi dell’Inferno dantesco, o meglio del limbo, canto terzo: “ Poi che la voce fu restata e queta, vidi quattro grand’ombre a noi venire: sembianz’avevan né trista né lieta. Lo buon maestro cominciò a dire: Mira colui con quella spada in mano, che vien dinanzi ai tre sì come sire: quelli è Omero poeta sovrano; l’altro è Orazio satiro che vene; Ovidio è ’l terzo, e l’ultimo Lucano ”. La spada di Omero! In effetti, queste sono le armi… pacifiche da preferire! Quando una lingua e una cultura si affermano! Ed è grazie a loro che un tale scrisse una Commedia e un altro tale il “Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo”.

Mah! Quanti lunghi anni la nostra storia patria! E la nostra bella lingua, fecondata da una cultura antica, quella del mondo greco e del mondo romano. Ma quanta fatica per imporsi sull’intera penisola! Un tale – e siamo negli anni venti del 1800 – dovette sciacquare i panni in Arno per tentare di darci una lingua che tutti gli italiani, dalle Alpi al Lilibeo, potessero comprendere e utilizzare. E non è un caso che i Promessi Sposi per decenni sono stati una lettura obbligatoria nelle nostre scuole. Ed occorsero la leva obbligatoria e la scuola obbligatoria – e siamo negli anni sessanta del 1800 – perché il siciliano e il lombardo cominciassero a comprendersi. Come disse Cesare D’Azeglio, “fatta l’Italia, occorreva fare gli Italiani”.

Ora a volte viene da chiedermi: ma gli Italiani sono stati fatti o sono ancora da farsi? Per quanto mi riguarda, le cose che ho appreso da bravi insegnanti, ho cercato anch’io di insegnare! Altri tempi! Non so, ma… pensiamo all’oggi! Confesso che sono molto preoccupato per la prossima riapertura delle nostre scuole! Spero che il terrore del contagio del male non provochi anche la paura del contagio del bene, della nostra bella lingua, della nostra storia, della nostra cultura! Spero che non sia un avvio all’insegna della paura! A ciascun alunno la sua mascherina, la sua postazione e… guai a toccarsi! Temo che il linguaggio del corpo, quello che è fatto del toccarsi, dello spingersi, dell’abbracciarsi, del litigare anche, tutto ciò che precede e sostiene il linguaggio simbolico, delle emozioni, delle conoscenze, possa essere umiliato e offeso! Un pezzo della crescita/sviluppo, dello scontro/incontro, e di tante altre attività cooperative dovrà essere volutamente evitato! Uno per uno, sì! E soltanto! Uno per tutti, no! Con quali conseguenze? Non lo so! Pensiamoci!

La scuola del Grande Fratello?

La scuola del Grande Fratello?

di Maurizio Tiriticco

Quando leggo sui quotidiani delle modalità di riapertura del prossimo anno scolastico, o meglio della concreta organizzazione dell’aula, confesso che sono molto preoccupato. Aule trasformate in camere di ospedale??? In effetti – copio dal web – “nelle camere di degenza la superficie del pavimento non deve essere inferiore a 7 mq. per letto nelle camere a letti plurimi e a 9 mq. per letto nelle camere ad un letto. In ogni camera di degenza non possono essere collocati più di 4 letti e sempre che la superficie del pavimento sia di 7 mq. per posto letto; diversamente il numero dei letti da collocare deve essere proporzionato a tale superficie…”. Ed analoghe previsioni dovranno valereper le nostre aule scolastiche? Insomma: ciò che conterà sarà solo un puntiglioso rispetto di adeguate distanze interpersonali, mascherine e non so quali altre diavolerie?Pertanto, tutto ciò che da sempre è una classe di alunni attiva in un’aula scolastica verrà deliberatamente e – direi – violentemente cancellato! Addio alla disciplina, anche se avolte di facciata! Addio al parlarsi sotto il banco mentre l’insegnate spiega, addio a pizzicotti, spintoni! Addio allecorse in corridoio dopo la campanella che segna l’attesa ricreazione! Tutti/e ubbidienti soldatini/e mascherati/e!

Ma non è finita qui! “La distanza di un metro da bocca a bocca sarà statico o sarà dinamico?”: si chiede Antonello Giannelli presidente dell’Associazione Nazionale Presidi. Ma è un interrogativo che – con molti altri – avanzano anche i DS dell’Associazione Nazionale Dirigenti Scolastici. Ma anche gli stessi insegnanti! Mah! Sarà il trionfo dell’immobilità e del silenzio? Purtroppo, a mio vedere, sarà anche la fine di tanti anni di ricerca pedagogica e di tante esperienze didattiche! Addio a Makarenko e al suo “Poema pedagogico”! Addio a Freinet che ha introdotto nell’aula il lavoro cooperativo e la “tecnica della tipografia”. Addio alla Montessori, a Piaget e alla sua polemica con Vigotskij: viene prima la Persona o la Società? Addio a Dewey, a Bloom e a Bruner! Addio a Don Milani! Insomma a decenni di ricerca pedagogica! Di entusiasmi pedagogici! Di tanti preziosi suggerimenti didattici! Di tante fruttuose sperimentazioni!

Non vorrei che a breve nelle nostre scuole si cancellassero addirittura, per necessità e per legge, i naturali rapporti interpersonali, quelli che costituiscono la radice prima dello sviluppo dei rapporti sociali. E si imponessero, invece, i “non” rapporti, di cui al “Big Brother”, creato da George Orwell per il suo “1984”. Nello Stato assoluto e totalitario di Oceania ciascun fratello – quale ironia – è costantemente controllato, anzi spiato, dall’Autorità. E non gode di alcuna autonomia. Perchéciascuno è perseguitato dallo slogan “Il Grande Fratello vi guarda”!

E questa dovrebbe essere la realtà del nostro vivere quotidiano? Si comincia dalla scuola, per passare poi al contesto sociale? E non solo! Forse avremmo bisogno di un novello Hitler! Lui sì che sapeva tutto di come organizzare la vita delle persone! Dei nuovi nati si salvavano solo i biondi in ottima salute! Gli altri? Allo scarico! Ora… “a parte ischerzi” – come diiimo a Roma – pare che ‘sto Covid19, e poi 20, 21 e così via, sia il segno distintivo della civiltà del Terzo Millennio! Civiltà? E siamo solo ai primi anni venti…

Che, però, mi ricordano altri anni venti. Quando nel 1927 Fritz Lang diresse Metropolis, uno stupendo film muto. Vi si immagina il futuro del prossimo 2026. Ci siamo vicini: un mondo in cui pochi ricchi impongono a milioni di poveri di lavorare per loro in un clima di assoluta tirannia. Si tratta di un film magistrale. E il web ci dice che film è tra le opere simbolo del cinema espressionista ed è universalmente riconosciuto come modello di gran parte del cinema di fantascienza.

Mah! Speriamo che la nostra scuola non diventi una cosa fantascientifica!

Pillola europea

Pillola europea

di Maurizio Tiriticco

Stamane su RaiTvUno si è discusso della necessità di una concreta e fattiva Educazione Civica nelle nostre istituzioni scolastiche, che sarebbe meglio definire, a mio vedere, “Educazione alla Cittadinanza Attiva”. Protagonista la Senatrice Flavia Piccoli Nardelli, del Partito Democratico. E’ indubbio – almeno a mio parere – che un insegnamento attivo e partecipato è di per sé il migliore insegnamento civico! Alludo alla “didattica laboratoriale”, che virgoletto perché è invocata sia dalle Linee guida che dalle Indicazioni nazionali che riguardano i diversi ordini e gradi del nostro sistema scolastico.

E’ bene, comunque, ricordare la distinzione che corre tra l’EDUCAZIONE, che attiene, appunto, allo sviluppo della convivenza civile e democratica, la FORMAZIONE, attinente allo sviluppo della persona ed alla consapevolezza del Sé, e l’ISTRUZIONE, che riguarda nello specifico lo studio e la padronanza dei diversi saperi disciplinari e pluridisciplinari. Si tratta di tre “parole magiche” che ricorrono anche nel comma 2 dell’articolo 1 del dpr 275/99, concernente l’avvio dell’autonomia delle istituzioni scolastiche.

A mio vedere, almeno tre sono gli assi che, scanditi ovviamente lungo l’arco dei dieci anni dell’istruzione obbligatoria, dovrebbero costituire la matrice dell’ECA: 1) la Costituzione repubblicana, le vicende storiche e sociali che ne hanno costituito le fondamenta ed il nostro ordinamento istituzionale; 2) l’Unione Europea, status e cenni storici, con particolare riguardo al Manifesto di Ventotene, del 1944, ed al Trattato di Maastricht, del 1992, in forza del quale una semplice CEE, Comunità Economica Europea, istituita nel lontano 1957 con i Trattati di Roma, costituita di appena sei Paesi, Italia Francia, Germania, Belgio, Olanda e Lussemburgo, oggi è diventata un organismo più forte ed autorevole e ne conta ben ventisette; 3); l’Agenda Onu 2030, contenente i 17 obiettivi necessari per realizzare, a livello mondiale, uno sviluppo sostenibile. Ritengo opportuno ricordare il quarto obiettivo, che riguarda uno dei compiti più importanti delle istituzioni scolastiche europee e che così recita: “Fornire un’educazione di qualità, equa ed inclusiva, e opportunità di apprendimento per tutti”.

L’auspicio è che una scuola di qualità sia in grado di raggiungere tutti i bambini del pianeta. Cosa che così non è, com’è purtroppo noto. In troppe zone – che sarebbe anche difficile definire Paesi – il lavoro, anzi lo sfruttamento minorile è largamente diffuso. Ed in altre abbiamo anche il fenomeno dei bambini soldato, che vengono educati – se così si può dire – non solo all’uso precoce delle armi, ma anche e soprattutto alle crudeltà che ne conseguono. Paesi in cui più di educazione civica sarebbe opportuno parlare di educazione ai più elementari sentimenti che dovrebbero caratterizzare i rapporti interpersonali: l’ascolto e il rispetto! Mah! La difficoltà di costruire un mondo migliore!

Fare come e perchè

Fare come e perchè

di Maurizio Tiriticco

Antonio Fundarò in un articolo dal titolo “Didattica a distanza, come rimodulare la progettazione delle attività didattiche”, pubblicato recentemente da edscuola.it, commentando la CM del MI del 17 marzo 2020, avente per oggetto “emergenza sanitaria da nuovo Coronavirus”, afferma tra l’altro quanto segue: “La didattica a distanza, molto più di quella in presenza a scuola, implica un coinvolgimento attivo individuale importante, sul quale i docenti non hanno possibilità di intervenire se non riprogettando e riadattando competenze, abilità e conoscenze anche se, per lo più, le competenze dovrebbero rimanere invariate mentre le abilità e le conoscenze potrebbero essere diverse. Si ricorda, infatti, che al dovere della scuola di attivare le modalità di didattica a distanza, modificando, talvolta profondamente la progettazione approvata ad inizio anno, corrisponde il dovere di partecipazione per gli studenti che sarà tanto maggiore quanto più adeguato sarà la rimodulata azione educativa-formativa”.

Non so quale vantaggio tragga il lettore insegnante da queste considerazioni. L’attività didattica – sia in presenza che a distanza – va sempre e comunque progettata. Mi piace ricordare il primo avvio della “progettazione educativa e didattica”, di cui al dm 9 febbraio 1979 relativo alle attività didattiche della scuola media. Ed è anche opportuno, quando sia il caso, riprogettarla: ad esempio, nel caso in cui dati obiettivi (ovvero le performance richieste ad ogni singolo alunno) si dimostrino troppo ambiziosi. Mi chiedo però che cosa significa affermare che “le competenze dovrebbero rimanere invariate mentre le abilità e le conoscenze potrebbero essere diverse”. In realtà, in un’operazione finalizzata – semplice o complessa che sia – si realizza sempre uno stretto rapporto in crescendo – potremmo dire – che lega e sviluppa conoscenze, abilità e competenze. Un esempio banale: l’alunno “sa contare” (conoscenza), quindi è capace di acquistare un quotidiano (abilità). Poi, chiamato a svolgere una ricerca sul covid19, ovviamente eseguirà operazioni complesse e competenti, fondate  sulla ricerca delle fonti opportune.

In altri termini, un’azione competente è un insieme di attività strettamente connesse e a volte complesse, mirate ad un preciso scopo. Quando faccio la spesa al supermercato, si intrecciano tra loro molte operazioni: quali prodotti acquistare e perché; quali sono le disponibilità di danaro; quanti sono i membri della famiglia; quanto tempo dovranno durare; e mille altre variabili che non sto a dire. Sono esempi banali, lo so! Ma esistono attività lavorative professionali che richiedono progettazioni molto attente: il piastrellista, l’architetto, il medico, l’insegnante e tanti altri lavoratori devono conoscere bene il da farsi al fine di raggiungere un dato obiettivo, e devono valutare opportunamente tempi, modi, costi, eventuali difficoltà ed imprevisti. Pertanto CONOSCONO il da farsi, sono ABILI nel fare, COMPETENTI nel raggiungere l’obiettivo.

Ritorno alla citata considerazione di Fundarò: “le competenze dovrebbero rimanere invariate mentre le abilità e le conoscenze potrebbero essere diverse”. Non ne capisco il senso. In realtà, ciascuna operazione finalizzata si intenda compiere, il rapporto che corre tra il conoscere, il fare (abilità) e il realizzare (competenza) un dato obiettivo atteso è molto stretto. In effetti, anche andare in pizzeria con gli amici richiede operazioni organizzative! Che, ovviamente, non sono quelle che attendono alla costruzione di un ponte! Ma alla gestione di una qualsiasi attività didattica, sì!

I bambini penalizzati

I bambini penalizzati

di Maurizio Tiriticco

Questo maledetto corona virus!!! Dal prossimo a.s. i nostri ragazzi a scuola, tra distanziamenti spaziotemporali, mascherine ed altre stravaganti misure atte ad evitare contatti e contagi, saranno come tanti soldatini, ubbidienti e allineati. Chetttristezzzaaa!!! Pare che le terribili visioni di Fritz Lang e di George Orwell si avverino! Autori che avevano previsto inimmaginabili, allora, situazioni difficili, anzi catastrofiche! E gli effetti funesti! I più vari! Tranne la pandemia del covid 19. Inimmaginabile!

Copio dal web — METROPOLIS è uno stupendo film muto del 1927, diretto da Fritz Lang, e considerato il suo capolavoro. Il regista ambienta il film in un futuro distopico (nel 2026, esattamente a 100 anni di distanza da quello di produzione del film, presentato in prima assoluta il 10 gennaio 1927), in cui le divisioni classiste sembrano accentuarsi. L’umanità è divisa in due classi: quella degli schiavi, che lavorano in fabbriche avanzatissime, ma sono costretti a vivere nel sottosuolo. Il film è tra le opere simbolo del cinema espressionista ed è universalmente riconosciuto come modello di gran parte del cinema di fantascienza moderno, avendo ispirato pellicole quali Blade Runner e Guerre stellari.— 1984, NINETEEN EIGTHY-FOUR è uno dei più celebri romanzi di George Orwell, pubblicato nel 1949, ma iniziato a scrivere nel 1948 (anno da cui deriva il titolo, ottenuto appunto dall’inversione delle ultime due cifre). Le Monde lo posiziona al 22 posto della classifica dei 100 migliori libri mai scritti.

Insomma, la letteratura non ci risparmia visioni catastrofiche. La stessa cosa ritroviamo in testi lontani del nostro passato. Zoroastro e lo Zendavesta prevedono che la fine del mondo avverrà in seguito ad un incendio disastroso! E la stessa cosa ci dice Pietro nella sua epistola. Insomma, dopo il diluvio universale l’incendio universale. Dall’acqua al fuoco! E lo annunciano anche autori latini: Cicerone, Lucrezio, Vilrgilio, Ovidio! Insomma avremo un finale pirotecnico! Mah! Se questi annunci hanno un minimo di credibilità, viene da pormi questo interrogativo: è forse possibile che l’umanità sia condannata a vivere in un prossimo futuro secondo regole di comportamento che ne altereranno la sua originale natura? Forse, per la mancanza di contatti interpersonali, in un futuro non lontano avremo figli solo in provetta? E andremo forse verso un nuovo “peccato originale”? Sempreché ci siano alberi di mele! E sperando che una novella Lilith non voglia fare nuovamente le scarpe ad Eva!

Ma torno con i piedi per terra e penso ai nostri bambini e ai loro giochi! Con questo maledetto corona virus potranno ancora giocare? Perché in effetti, è vero che si può giocare da soli, ma il gioco quello vero è sempre in compagnia! Lo stesso saltatore olimpionico salta da solo, ma deve superare il salto dell’avversario! Non si gioca da soli! Solo io lo faccio, costretto a casa con i miei solitari di carte al PC!!! Ed il GIOCO, singolo e/o a due e in gruppo, per un bambino che cresce, è un passaggio importante, anzi determinante, ai fini della “costruzione del sé”. E non lo dico io! Ce lo ha insegnato Piaget, che ha costruito le sue ricerche osservando quotidianamente i figli e i loro compagni di gioco, non solo con l’occhio del genitore, ma anche con quello dello scienziato. Ed ha scoperto che lo sviluppo/crescita del nuovo nato si svolge lungo quattro fasi: 1) fisico/senso/motoria; 2) emotivo/affettiva; 3) cognitiva; 4) sociocollaborativa. E poi, in forza dell’epigenesi, l’area successiva ingloba quella precedente.

Ovviamente rinvio ai testi dell’autore l’esplicitazione del tutto e delle sue particolarità. In questa sede voglio solo sottolineare che la seconda fase piagetiana è una delle più importanti per la “presa di coscienza del sé”, in quanto anche e soprattutto “differenziazione dall’altro”. Ed è ciò che accade in un’aula/sezione della scuola per l’infanzia. Qui, con l’aiuto e la guida esperta della/e maestra/e, Antonio “prende consapevolezza di sé”, di ciò che sa fare ed imparare a conoscere per fare, “misurandosi con l’altro e con gli altri”. Basti pensare al girotondo! Quante cose avvengono! I bambini si contano; cooperano; tirano e mollano; destra/sinistra; avanti e indietro; su e giù; maschio e femmina;  alto e basso; movimento e ritmo; canto e comandi! E non so quante altre “cose” ancora!

Il gioco, pertanto, è presa di coscienza, consapevolezza e conoscenza di sé. In effetti “il sé” ha senso e consistenza solo in quanto esiste l’“altro da sé”. Lo stesso padreterno ha costruito l’universo per prendere coscienza di sé e del suo potere! Da solo… sai che noia!

Ora mi chiedo… e chiedo a chi ne sa più di me, alle maestre della scuola per l’infanzia: che accade se, grazie a questo stramaledetto corona virus – e lo chiamano anche corona! – in una sezione di scuola per l’infanzia, in un’aula scolastica i bambini devono essere distanti l’uno dall’altro non so quanti centimetri? E non possono neanche toccarsi? Su di loro, a mio vedere, di fatto si eserciterà una vera e propria violenza: ed il loro personale sviluppo/crescita ne risentirà! Ma forse dovrei chiudere con un interrogativo più che con un esclamativo! E chiedo a chi ne sa più di me di correggermi.

Cara Mastrocola!

Cara Mastrocola!

 di Maurizio Tiriticco

Stamane su Radio 24 quante chiacchiere della ineffabile Paola Mastrocola a proposito dell’educazione civica nelle nostre istituzioni scolastiche!!! Educazione civica nelle scuole per l’infanzia??? Orrore! Secondo la nostra autorevole scrittrice! Il fatto è che l’Educazione alla Cittadinanza attiva – che investe le scuole di tutta l’Unione Europea, ovviamente con tutte le differenze del caso – non significa tout court insegnare a bambini di tre anni com’è organizzato il nostro Stato democratico, su quali principi costituzionali si fondi e quali rapporti abbia con l’UE, ma ad aiutarli ad interiorizzare come e perché fondare i propri primi interpersonali rapporti. Il gioco e le sue infinite tipologie – sulle quali peraltro ho scritto tanto – è lo strumento primario perché i nostri piccoli alunni costruiscano, con la consapevolezza del Sé, sia corretti rapporti di reciprocità e di aiuto che l’apprendimento/costruzione del linguaggio. L’educazione civica – chiamiamola così – in effetti non è una cosa altra rispetto allo sviluppo/apprendimento del nuovo nato in un Paese autenticamente democratico. Laddove, ovviamente, i tre poteri di Montesqiueu siano veramente tra loro indipendenti L’educazione alla cittadinanza attiva e cooperativa costituisce la sostanza stessa dell’imparare a crescere, non solo da soli, ma anche e soprattutto anche con gli altri. Il che costituisce un forte punto di arrivo della ricerca educativa universalmente riconosciuto.

Copio dal web: “La Carta Europea sulla Educazione per la Cittadinanza Democratica e l’Educazione ai Diritti Umani, adottata l’11 maggio 2010 dal Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa con Raccomandazione CM/Rec (2010), segna una tappa importante lungo il percorso che mira a ricapitolare all’interno di un approccio globale i vari filoni educativi: dall’educazione all’interculturalità all’educazione all’eguaglianza, dall’educazione allo sviluppo sostenibile all’educazione alla pace. Questi mantengono la loro specificità ma dentro un contesto di più ampio e integrato Sapere che pone al centro il principio del rispetto della dignità di ‘tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti, eguali e inalienabili’, come recita la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani”.

Voglio anche ricordare alla nostra Mastrocola che nel settembre 2015 più di 150 leader internazionali si sono incontrati alle Nazioni Unite per contribuire a conoscere e sostenere il cosiddetto “sviluppo globale”, promuovere il benessere umano e proteggere l’ambiente. La comunità degli Stati ha approvato l’Agenda 2030 per uno sviluppo sostenibile, i cui elementi essenziali sono i 17 obiettivi di sviluppo sostenibile (OSS/SDGs, Sustainable Development Goals) e i 169 sotto-obiettivi, i quali mirano a porre fine alla povertà, a lottare contro l’ineguaglianza e allo sviluppo sociale ed economico. Inoltre riprendono aspetti di fondamentale importanza per lo sviluppo sostenibile quali l’affrontare i cambiamenti climatici e costruire società pacifiche entro l’anno 2030. Gli OSS hanno validità universale, vale a dire che tutti i Paesi devono fornire un contributo per raggiungere gli obiettivi in base alle loro capacità. Mi piace anche ricordare l’espressione adottata anni fa da Laurence Lentin relativa al cosiddetto “bagno linguistico” in cui si ritrova immediatamente il nuovo nato. Ovvero: dopo nove mesi di costruzione del Primo Se’ in assoluta solitudine, si trova proiettato sulla Terra ed a vedersela anche con lo spazio infinito del nostro Universo. O Multiverso, come ad alcuni piace definirlo.

Ma su queste questioni ho già scritto molto tempo fa. Si veda, ad esempio, “Una lingua non si insegna”, su edscuola.it.

La DAD secondo Recalcati

La DAD secondo Recalcati

di Maurizio Tiriticco

Un articolo inutile e non corretto quello di Massimo Recalcati su “la Repubblica” di oggi. L’autore afferma che la relazione è “la condizione di ogni didattica”: da ciò deduce che “non esiste didattica a distanza”. Su tale questione ho scritto tanto (si veda edscuola.it) ed ho ricordato che la DAD esiste da sempre, ed anche nella nostra scuola: i compiti a casa!!! A fronte dei quali si oppone la “didattica laboratoriale”, ovvero del “tutto in aula”, che molti insegnanti praticano e non da oggi. E liberano così genitori e figli dal flagello – in molti casi – dei compiti pomeridiani.

Recalcati afferma anche che occorre favorire l’interdisciplinarietà! Un vocabolo che, invece – come soleva ricordare Mario Alighiero Manacorda – è una vera e propria “volgarietà”. In effetti, chi se ne intende parla di interdisciplinarità, ed anche di pluridisciplinarità, multidisciplinarità, transdisciplinarità. Vocaboli che alludono ad attività di insegnamento/apprendimento diverse e non omologabili. E che sono note ai nostri migliori insegnanti. Ed ancora Recalcati insiste sulla necessità di “abolire definitivamente un uso solo sadicamente numerologico della valutazione ancora oggi tristemente diffusa anche nei licei più rinomati del nostro Paese”. E perché non anche nei meno rinomati – stando al suo pensiero – istituti tecnici e professionali?

Ma Recalcati non sa che, in materia di valutazione, le istituzioni scolastiche, in forza della loro autonomia, tra le competenze che sono loro riconosciute, “individuano inoltre le modalità e i criteri di valutazione degli alunni nel rispetto della normativa nazionale ed i criteri per la valutazione periodica dei risultati conseguiti dalle istituzioni scolastiche rispetto agli obiettivi prefissati”. Si veda il comma 4 dell’articolo 4 del dPR 275/99 relativo al “Regolamento recante norme in materia delle istituzioni scolastiche ai sensi dell’art. 21 della legge 15 marzo 1997, n. 59”. Ne consegue che l’esercizio della valutazione non è una clava che si abbatte su insegnanti ed alunni, ma una varabile di una serie di attività molto articolate e complesse. Su cui ho scritto tanto!

Ma dirò di più: che, per rendere più attivo, produttivo e appagante l’insegnare ad apprendere, sarebbe anche possibile realizzare in aula con una data classe d’età una vera e propria codocenza! Che dire, ad esempio, di un insegnante di storia, un altro di lettere, un altro di tedesco e/o di francese compresenti, quando con una classe di alunni si affronta il Romanticismo? Su questa materia si veda, ad esempio, “Dalla compresenza alla codocenza”, a cura di Cosimo Scaglioso, Maurizio Tiriticco e Mario Bracci, edito dalla Tipografia. Valdarnese, di S. Giovanni V.no (AR). Si indicano attività in forza delle quali la didattica laboratoriale è più che soddisfatta! Anche per soddisfare il principio del “tutto in aula”. Mah! A volte mi chiedo: perché molte persone parlano e scrivono su tutto e di tutto? Mi piace loro ricordare quel motto latino che recita: “Sutor! Ne ultra crepidam”!

Lettera a Maurizio

Lettera a Maurizio Landini

di Maurizio Tiriticco

Caro Maurizio! I nostri tre sindacati confederali sono nati anni fa in un clima politico e sindacale molto diverso da quello dell’immediato dopoguerra, che invece aveva richiesto una forte unità dei lavoratori ed un’unica confederazione. Ecco un pizzico di storia, che conosci meglio di me! Prima dell’avvento del fascismo esisteva la Confederazione Generale del Lavoro (CGdL), fondata a Milano nel lontano 1906. Che poi fu soppressa dal regime fascista, che dette vita alle cosiddette “corporazioni sindacali” che “dovevano contribuire al conseguimento prioritario dell’interesse nazionale”. Così si legge sui documenti istitutivi che seguirono agli “accordi” di Palazzo Vidoni del 1925. Le quali però, in regime di dittatura sostenevano di fatto gli interessi dei padroni. E non poteva essere diversamente.

In seguito, con la vittoria sul nazifascismo ed il ripristino della democrazia, con il Patto di Roma del 1944, i lavoratori italiani ridettero vita al loro sindacato e costituirono la CGIL, Confederazione Generale Italiana del Lavoro, guidata dal grande Giuseppe Di Vittorio. Con il correre degli anni, il clima politico di grande unità e collaborazione antifascista entrò in crisi. E l’unità confederale si ruppe. E nel 1950 dalla CGIL, considerata troppo vicina al PCI, uscì la corrente – diciamo così – vicina alla DC, e nacque la CISL; nello stesso anno uscì anche la corrente – diciamo così – vicina al Partito Socialista, e nacque l’UIL. Fatti che tu conosci meglio di me, ma… 

Sappiamo che oggi l’orizzonte politico del nostro Paese è profondamente cambiato. DC, PCI e PSI, per non dire dei socialdemocratici, dei liberali, dei repubblicani, che tutti insieme, ai tempi della “Prima Repubblica”, davano luogo al cosiddetto esarcato, non esistono più. Com’è noto, oggi esistono il PD, la Lega, i Ciquestelle, Forza Italia, i Fratelli d’Italia e un Peppe Conte che, pur non eletto da nessuno e che non ha neanche un suo partito, come si suol dire, “comanda”. Una stranezza tipica dell’Italia di oggi? Senz’altro! E i partiti afferibili alle cosiddette grandi ideologie del secolo scorso non esistono più. Lontani anni luce, come i Guelfi e i Ghibellini! Come i patrioti delle Cinque Giornate di Milano e il feldmaresciallo Radetzky!

Ma oggi rilevo – e lo rilevi anche tu – che lo scenario politico che ha condotto alla rottura dell’unità sindacale è profondamente cambiato! Per cui, mi chiedo: stante la situazione socioeconomica del nostro Paese, a fronte delprofondo disagio dei lavoratori e di tanti inoccupati e disoccupati, a fronte di un contesto internazionale assai complesso, non sarebbe opportuno che i tre sindacati ricostituissero la preziosa unità di un tempo? Oppure la cosa è resa difficile perché – come spesso accade in politica ed anche a volte nella politica sindacale – non è facile che tre “poltrone” possano dar luogo ad una sola? In effetti, chi dovrebbe rinunciare alla sua? Tu non credo! E forse neanche Annamaria Furlan e neppore Carmelo Barbagallo.

Eppure, sai meglio di me che mai come oggi, con questo capitalismo sempre più internazionalizzato, aggressivo e subdolo, i lavoratori necessitano di un sindacato forte. E non solo nel nostro Paese! Perché, come dice un vecchio proverbio, è l’unità che fa la forza. Ed una volta c’era pura la testata di un grande partito che ogni mattina ci ricordava la necessità dell’unione continua e attiva di tutti i lavoratori! Il quotidiano “l’Unità”, appunto, fondato nel lontano 1924 da Antonio Gramsci. L’unità! Oggi è solo un ricordo! Ma anche un auspicio!

10 giugno 1940! Finalmente la guerra!

10 giugno 1940! Finalmente la guerra!

di Maurizio Tiriticco

estratto dal mio “Balilla Moschettiere


L’anno 1940 fu un anno importante per me e per tutti noi! Ci meravigliavamo del fatto che ancora non fossimo entrati in guerra! La Francia era lì… e nelle nostre canzoni del sabato pomeriggio: “Se ci viene il mal di pancia, piglieremo anche la Francia”! Adunate e marce! E si cantava! Rivendicavamo “Nizza, Savoia, la Corsica fatal”!!! E poi anche “Tunisi nostra sponda terra e mar”! “Malta baluardo di Romanità”! Ed ancora! “Di Malta lo strazio grida nel cuore d’Italia, l’audacia che irrompe e sfonda, britannici navigli schianterà”. E poi c’era Gibilterra e Suez, l’accesso vietato all’Atlantico e al Mar Rosso e all’Oceano Indiano! A noi era vietato, a noi che con le guerre puniche avevamo affondato non solo una flotta, ma un’intera civiltà – si fa per dire… confronto alla nostra… – Cartagine! E cantavamo: “Va’, gran maestrale! Urla, romba, ruggi con furor: stranier, via! Duce col rostro che Duilio armò, Roma, fedele a Te, trionferà!” L’attesa era snervante e avevamo tutti – noi balilla ovviamente – una gran voglia matta di menar le mani! Che cosa aspettavamo?

Ma l’attesa fu finalmente ripagata!!! Il 10 giugno… che giornata, ragazzi…  adunata a Piazza Venezia! E IO NON C’EROOO!!! E la sera di quel 10 giugno più fatttidddico – le doppie e le triple fanno tanto la cadenza mussoliniana – … grande discorso del Duce dallo storico balcone! Le adunate oceaniche di Piazza Venezia a noi abitanti del Lido di Roma – Ostia, più  modestamente – mancavano tanto! Il Lido di Roma era lontano di fatto, anche se il treno in poco più di mezz’ora ci portava a Porta San Paolo. Ma non era facile organizzare viaggi di manipoli di Balilla e Piccole Italiane dal Lido a Roma e viceversa! Roma per noi e Piazza Venezia, soprattutto, erano solo un sogno! Sapevamo che i balilla della Capitale montavano la guardia a Palazzo Venezia in certe occasioni e noi, balilla di periferia, morivamo di invidia! Ascoltavamo i discorsi del Duce alla radio e poi attendevamo con ansia che al cinema – il Cinema Impero, così si chiamava il cinema del Lido di Roma – giungessero i Giornali Luce!

Quel discorso fu memorabile! A memoria lo ricordo! Almeno penso!!! A scuola i discorsi più importanti li imparavamo a memoria! Anzi… ammmemoriaaa! Ma quello fu il più importante di tutti! Lo ascoltammo alla radio, io e i miei! Io sussultavo di gioia, di orgoglio! Sapevamo un po’ tutti che prima o poi saremmo dovuti scendere in campo contro i nemici di sempre! Francia e Inghilterra, che ci avevano imposto la vittoria mutilata! Che avevano mille colonie! Che erano potenze massoniche, giudaiche e plutocratiche… ecc. ecc. Un odio che covavo anch’io, nel mio piccolo! I miei genitori ascoltavano in silenzio, io gioivooo!!! A ogni parola del mio Duce, a ogni applauso, a ogni grido di giubilo della folla di Piazza Venezia! Non la vedevo, ma la immaginavo e la invidiavo! Mancare in quell’occasione, in quell’ora… irrevocabile – l’enfasi ci vuole – era per me molto molto molto doloroso! Che discorso quel discorso! Durò molto a lungo, perché la folla interrompeva in continuazione, applaudiva, era fuori di sé e gridava: Guerra! Guerra! Guerra! Duce! Duce! Duce!  Un discorso netto e chiaro, ma anche irrevocabile e duro… aggettivi che piacevano allora! Ecco il discorso… memorabbbileee!!!  Per intero!!!

“Combattenti di terra, di mare e dell’aria! Camicie nere della rivoluzione e delle legioni! Uomini e donne d’Italia, dell’Impero e del regno d’Albania! Ascoltate! Un’ora segnata dal destino batte nel cielo della nostra patria. L’ora delle decisioni irrevocabili. La dichiarazione di guerra è già stata consegnata agli ambasciatori di Gran Bretagna e di Francia. Scendiamo in campo contro le democrazie plutocratiche e reazionarie dell’Occidente, che, in ogni tempo, hanno ostacolato la marcia, e spesso insidiato l’esistenza medesima del popolo italiano. Alcuni lustri della storia più recente si possono riassumere in queste frasi: promesse, minacce, ricatti e, alla fine, quale coronamento dell’edificio, l’ignobile assedio societario di cinquantadue Stati. La nostra coscienza è assolutamente tranquilla. Con voi il mondo intero è testimone che l’Italia del Littorio ha fatto quanto era umanamente possibile per evitare la tormenta che sconvolge l’Europa; ma tutto fu vano. Bastava rivedere i trattati per adeguarli alle mutevoli esigenze della vita delle nazioni e non considerarli intangibili per l’eternità; bastava non iniziare la stolta politica delle garanzie, che si è palesata soprattutto micidiale per coloro che la hanno accettate; bastava non respingere la proposta che il Führer fece il 6 ottobre dell’anno scorso, dopo finita la campagna di Polonia. Oramai tutto ciò appartiene al passato. Se noi oggi siamo decisi ad affrontare i rischi e i sacrifici di una guerra, è perché l’onore, gli interessi, l’avvenire fermamente lo impongono, perché un grande popolo è veramente tale se considera sacri i suoi impegni e se non evade dalle prove supreme che determinano il corso della storia. Noi impugniamo le armi per risolvere, dopo il problema risolto delle nostre frontiere continentali, il problema delle nostre frontiere marittime; noi vogliamo spezzare le catene di ordine territoriale e militare che ci soffocano nel nostro mare, poiché un popolo di quarantacinque milioni di anime non è veramente libero se non ha libero l’accesso all’Oceano. Questa lotta gigantesca non è che una fase dello sviluppo logico della nostra rivoluzione; è la lotta dei popoli poveri e numerosi di braccia contro gli affamatori che detengono ferocemente il monopolio di tutte le ricchezze e di tutto l’oro della terra; è la lotta dei popoli fecondi e giovani contro i popoli isteriliti e volgenti al tramonto, è la lotta tra due secoli e due idee. Ora che i dadi sono gettati e la nostra volontà ha bruciato alle nostre spalle i vascelli, io dichiaro solennemente che l’Italia non intende trascinare altri popoli nel conflitto con essa confinanti per mare o per terra. Svizzera, Jugoslavia, Grecia, Turchia, Egitto prendano atto di queste mie parole e dipende da loro, soltanto da loro, se esse saranno o no rigorosamente confermate. Italiani! In una memorabile adunata, quella di Berlino, io dissi che, secondo le leggi della morale fascista, quando si ha un amico si marcia con lui sino in fondo. Questo abbiamo fatto e faremo con la Germania, col suo popolo, con le sue meravigliose forze armate. In questa vigilia di un evento di una portata secolare, rivolgiamo il nostro pensiero alla Maestà del Re Imperatore che, come sempre, ha interpretato l’anima della patria. E salutiamo alla voce il Führer , il capo della grande Germania alleata. L’Italia, proletaria e fascista, è per la terza volta in piedi, forte, fiera e compatta come non mai. La parola d’ordine è una sola, categorica e impegnativa per tutti. Essa già trasvola e accende i cuori dalle Alpi all’Oceano Indiano: VINCERE! E VINCEREMO, per dare finalmente un lungo periodo di pace con la giustizia all’Italia, all’Europa, al mondo. Popolo italiano! Corri alle armi, e dimostra la tua tenacia, il tuo coraggio, il tuo valore!”

Ho evitato le interruzioni continue di applausi e grida: Duce, Duce, Duce… Sei tutti noi… Guerra, guerra… Vincere, vinceremo… e via dicendo, anzi, gridando… Ed io avevo il cuore in subbuglio…

Della DAD ed altre amenità

Della DAD ed altre amenità

di Maurizio Tiriticco

La fatica dell’insegnante! E’ bello dire oggi, in forza delle aule scolastiche deserte, che tutto si può insegnare a distanza. E che si tratta, quindi, di una bella esperienza anche per la scuola di domani, quando questo corona virus sarà un ricordo lontano. La DAD! Che bella invenzione! Facciamo tutto da casa! Insegnanti ed alunni. Oggi è possibile, ma grazie alle TIC più avanzate! Qualche decina di anni fa, invece… potevi attaccarti solo al telefono! E non c’era in tutte le famiglie!

Oggi nella scuola in presenza il rapporto interpersonale docente/alunni, o meglio docente/alunno x, y, z, ecc. non è sempre semplice da gestire da parte di un insegnante. Il che comporta una serie di fatiche. Pensiamo al fatto che un gruppo/classe di alunni – ma in effetti qualsiasi gruppo di persone – vede sempre il costituirsi di un mix di molteplici relazioni/interazioni. Pensiamo ad una classe di 20 alunni, cioè di 20 soggetti. In effetti ciò che conta non sono tanto le persone, VISIBILI; quanto le relazioni che intercorrono tra loro, INVISIBILI. in un gruppo di venti persone o alunni, le interazioni sono 20 x 19 = 380. Non lo dico io: lo dice la sociometria, la disciplina inventata dallo psichiatra rumeno Jacob Levi Moreno (1889-1974). Stando alla ricerca sociometrica, due membri (una coppia, o meglio una diade) attivano due relazioni; tre membri ne attivano sei; quattro membri ne attivano dodici! Pertanto, il numero dei membri del gruppo moltiplicato per lo stesso numero meno uno ci dà il cosiddetto “coefficiente relazionale”. Ne consegue che, per un insegnante, attivare, motivare, controllare, dirigere, valutare ed altro ancora, 20 alunni, di fatto equivale a dover gestire un insieme di 380 relazioni! Ed il che non è affatto una cosa semplice. Difficile in un’aula in presenza, ancora più difficile… nell’aria, in un’aula a distanza!

Comunque, non sarei così preoccupato, tanto meno adirato, nei confronti del “nuovo che avanza”, come si suol dire! Il problema è l’utilizzo che se ne fa. La polvere da sparo ha permesso l’invenzione del fucile, per sparare ed uccidere, appunto, ma ci ha anche consentito di scavare gallerie. Non puoi rinunciare al telefono per il pericolo che l’innamorato respinto ti chiami notte e giorno all’infinito! Per certi versi anche il buon Marshall McLuhan ci ha messo in guardia dal fatto che, con una incontrollata proliferazione delle TIC, il mezzo può anche diventare il messaggio… qualunque messaggio, anche il più scellerato. E che dire di Umberto Eco, che ha ironizzato in modo paritario – potremmo dire – sia nei confronti degli apocalittici che degli integrati? Per non riandare a Platone, che temeva che la scrittura irrigidisse la mobilità e la ricchezza del pensiero.

E, se un certo Gutenberg non avesse inventato la stampa a caratteri mobili, la Bibbia non avrebbe inondato tutti i Paesi del mondo! E dopo la Bibbia furono stampati tanti tanti altri libri, belli e brutti! Il che preoccupò non poco la Chiesa, che volle creare l’”Indice dei libri proibiti”! Vade retro satana! In effetti poi un certo Comenius, grazie alla stampa,pubblicò il primo sillabario, quel gigantesco album a fumetti – scusatemi il paragone un po’ casereccio – intitolato, appunto, “Orbis Pictus”, il mondo ad immagini! Menomale che esiste la stampa! Pensiamoci! Oggi come farebbero i nostri alunni a leggere l’incipit della Commedia? O la “preghiera alla Vergine”? O gli odiati “Promessi Sposi”? Ed io non avrei mai potrei leggere ieri “Le Ricordanze” o i fumetti dell’Uomo Mascherato, di Flash Gordon, di Mandrake. Parole e immagini! Sì quei fumetti che mia madre mi sequestrava puntualmente per tutte le ragioni che si possono immaginare! Solo i romanzi di Salgari e di Verne erano ammessi, ovviamente oltre alla pesantissima antologia e agli altri testi scolastici. Comunque, sempre evviva la stampa! La libera stampa! Che non tutti i Paesi conoscono! Oggi non potrei leggere “la Repubblica”! E neppure Martin Mystère! E Dylan Dog! E, per andare sul classico: Tex!

Ed oggi c’è la DAD! La possibilità di integrare il nostro lavoro di insegnanti con strumenti “altri”! La lavagna di ardesia l’ho utilizzata a iosa da alunno e da insegnante! La Lim mi è mancata! Peccato! Non vado oltre, altrimenti non mi leggete! Dico soltanto che lo strumento conta e serve per l’uso che ne sai fare! Non puoi rinunciare all’automobile per la paura di provocare un incidente! L’importante è saperla guidare.

Insomma, le poste in gioco sono sempre importanti.Riassumo il mio pensiero. La DAD è sempre esistita nella nostra scuola, e non ce ne siamo mai accorti: i “compiti per casa”!!! La quale potrebbe essere produttivamente sostituita dalla “didattica laboratoriale”: o meglio, in forza della DIP, “tutta la didattica in presenza in aula”. Il web e un corretto uso del pc consente oggi forme di apprendimento più produttive. In altri termini, OGGI in molte scuole c’è il cosiddetto laboratorio di informatica! E’ auspicabile che nelle nostre aule ogni alunno possa disporre di un PC. Non penso, ovviamente, ai primi anni dell’istruzione primaria, quando il nostro alunno deve imparare a leggere, scrivere e far di conto, ovviamente con le sue manine. Sapete meglio di me quali rapporti corrono tra cervello, occhio, mano, ai fini di un corretto e produttivo sviluppo/crescita ed uso degli strumenti!

Ed i primi e i più elementari strumenti, ai fini della costruzione di un rapporto efficace e produttivo, sono la carta/matita/pennarello! Quei disegni che sono spia – per chi li sa leggere – dei primi tratti fondanti della sua personalità, delle sue ansie e delle sue aspettative, delle sue paure e delle sue gioie! Mi piace ricordare che Anna Oiliverio Ferraris ha scritto in proposito un bel libro per la Bollati Boringhjeri, dal titolo “Il significato del disegno infantile”. Insomma, i bambini “parlano” sempre e comunque. Siamo noi adulti che, una volta cresciuti, ci siamo dimenticati quel linguaggio!

Ed è grave! Soprattutto per i nuovi genitori e per gli inseganti delle basse fasce di età.

La fatica dell’insegnante

La fatica dell’insegnante

di Maurizio Tiriticco

Che bello oggi, tutto a distanza! La DAD! Che bella invenzione! Facciamo tutto a casa! Insegnanti e alunni! Oggi è possibile, ma grazie alle TIC più avanzate! Qualche decina di anni fa, invece… potevi attaccarti solo al telefono! E non c’era in tutte le famiglie! Oggi nella scuola in presenza – ovviamente in situazioni di normalità – il rapporto interpersonale docente/alunni, o meglio docente/alunno x, y, z, ecc. non è sempre semplice da gestire da parte di un insegnante. Il gruppo/classe – ma in effetti qualsiasi gruppo di persone – vede il costituirsi di un mix di molteplici relazioni/interazioni. Pensiamo ad una classe di 20 alunni, cioè di 20 persone. In effetti ciò che conta non sono tanto le persone, VISIBILI; quanto le relazioni che intercorrono tra loro, INVISIBILI. In un gruppo di venti persone o alunni, le interazioni sono 20 x 19 = 380. Non lo dico io; lo dice la sociometria, la disciplina inventata dallo psichiatra rumeno Jacob Levi Moreno (1889-1974). Stando alla ricerca sociometrica, due membri (una coppia, o meglio una diade) attivano due relazioni; tre membri ne attivano sei; quattro membri ne attivano dodici! Pertanto, il numero dei membri del gruppo moltiplicato per lo stesso numero meno uno ci dà il cosiddetto “coefficiente relazionale”. Ne consegue che, per un insegnante, attivare, motivare, controllare, dirigere, valutare ed altro ancora, 20 alunni, di fatto equivale a dover gestire un insieme di 380 relazioni! Ed il che non è affatto una cosa semplice. Difficile in un’aula in presenza, ancora più difficile… nell’aria, a distanza!

La DAD, appunto! E il grande apporto che può dare la rete! Anzi, che la rete in effetti dà! Perché la rete oggi è una sorta di macroenciclopedia universale! Della quale solo i vecchi come me, forse, avvertono l’enorme importanza! Quando andavo a scuola – anni trenta – l’unico mio supporto era il libro di testo. Qualche libro in casa lo avevamo, libri tecnici di mio padre, qualche romanzo di mia madre! Ma i miei pensavano molto a me! Mi acquistarono tutti i libri per ragazzi della Scala d’Oro della Utet: mi ricordo la storia di Sigfrido e la saga dei Nibelunghi, le tragedie di Shakespeare – che io leggevo com’era scritto, Sachespeare – una ricca enciclopedia per ragazzi, ovvero “Il tesoro del ragazzo italiano”. Leggevo tanto! Non c’era la TV e mia sorella era più piccola di sei anni! Una distanza lunare! Cos mi lessi quasi tutto Salgari, “I Pirati della Malesia”, “Il Corsaro Nero”, “La cattura di Capodirame”, e l’immancabile “Ventimila leghe sotti i mari”, di Giulio Verne! Un autore che mi affascinava! “Viaggio al centro della terra”! “Cinque settimane in pallone”!Mi portava in terre lontane! E poi c’era Salgari, Emilio Salgari! I misteri della jungla nera! Tremal-Naik! Il Corsaro Nero! Ovviamente non mancava “Il Corriere dei Piccoli”! E c’era “L’Avventuroso” E poi “Topolino”! “L’intrepido” e “Il Monello” non mi piacevano tanto! Insomma le edicole in quegli anni erano piene della stampa per bambini e per ragazzi! Oggi invece c’è una sorta di morìa! Il “Topolino” settimanale oggi è un album piccolo piccolo con storie assurde! Mi chiedo: ma i bambini e i ragazzi oggi che cosa leggono, che sia veramente prodotto per loro? Qualche lettore mi risponda! Forse ci saranno dei libri: non so! Con questo maledetto Covid è da quel dì che non vado in libreria!

Mah! I bambini e i giovani d’oggi! Tutto cellulare! Tutto messaggini! E se sono sgrammaticati. poco importa! Tanto ci si capisce lo stesso! Quindi tutte coordinate! Subordinate? Mai oltre il “quando” ed il perché”! Ovviamente non vorrei il “conciossiacosaché”! Quindi, anche di qui la fatica dell’insegnante, oggi! In presenza o a distanza, la differenza è nella, di fatto! La mediazione della “macchina” in realtà c’è sempre! Il registro elettronico! Capo ha cosa fatta! Nessuna mediazione! L’alunno non può nascondere un quattro! E il genitore gode o si indigna. E in questo caso la colpa è sempre dell’insegnante! Le ingenue bugie del bel tempo antico! Ricordo ancora: gli ultimi anni del mio insegnamento nelle scuole, anni sessanta e settanta… il ricevimento dei genitori! “A professo’! Nunglielodicaammamaeappapà che ho preso quattro! Poi rimedio! Glielo prometto!

O tempora! O mores! O, se si vuole, quando la barca va, lasciala andare!

Il mio quattro giugno

Il mio quattro giugno (estratto dal mio “Balilla Moschettiere”)

di Maurizio Tiriticco

…Eravamo vicini, vicini alla fine, all’inizio di un nuovo giorno? Speravamo? Eravamo certi? Era difficile essere ottimisti, e si ascoltava la radio, anche Radio Londra… quei messaggi speciali, di cui non capivamo mai il significato. Poi agli inizi di giugno più nulla… I tedeschi c’erano ancora? Non c’erano più? Era difficile a dirsi. Da un quartiere all’altro della città si incrociavano le telefonate, ma la prudenza era sempre d’obbligo… In tutti i quartieri vigeva solo il silenzio! Niente passi marziali… perché i tedeschi anche in libera uscita marciavano, e sempre con lo stesso passo, a testa alta e con le facce aggrondate. Niente passi marziali, niente tedeschi! Davvero non c’erano più tedeschi a Roma? O stavano chiusi a doppia mandata nelle loro caserme?

2 giugno… niente, 3 giugno, niente, 4 giugno, niente… No! No! No! SIII!!! In serata una telefonata dal quartiere San Giovanni a un coinquilino: «So’ arivati l’americaniii!!! Ammazzeli, quanti so’!!! Ce so’ carri armati, camion, autoblinde, auto scoperte, piccole,  veloci, tante, tutti in fila… ammazza che sordati… rideno… e salutano pure…». La notizia si diffuse prestissimo, di pianerottolo in pianerottolo, di scala in scala, ma parole solo sussurrate… Il sottovoce era d’obbligo! Era vero? Era uno scherzo? Come mai qui da noi niente? Solo un grande silenzio in una bella notte serena. Con la luna di sempre…

Una notte insonne… avemmo altre conferme sempre dai quartieri di Roma Sud, ma a Roma Est niente, solo un silenzio di piombo, dietro le finestre o sulla grande terrazza del palazzo… e neanche un colpo di fucile… come erano entrati? Roma era città aperta, c’era pure il Papa, ma… con i tedeschi c‘era poco da scherzare…Possibile? Avevano lasciato Roma, così, senza ferire, senza neanche un colpo di fucile?

All’alba uno scoppio tremendo, poi qualche colpo di fucile, una sparatoria, lontana, veniva da Monte Sacro, poi il silenzio. Che era successo? 

Alle prime luci del mattino cominciammo pian piano a mettere il naso fuori della finestra e a uscire di casa, prima due a due, poi sempre di più, alle 8 eravamo tutti fuori casa! La Via Nomentana si animava, si animava sempre di più, e tutti verso Monte Sacro, verso il ponte sull’Aniene, non quello vecchio, quello romano su cui passa la Via Nomentana, quello nuovo, il Ponte Tazio, degli anni Venti, che collega la città alla Città Giardino, un quartiere tutto nuovo, tutte villette e, ovviamente giardini.

Il ponte Tazio si presentava con uno squarcio terribile. Era impraticabile alle auto, non ai pedoni. I tedeschi in fuga avevano tentato di farlo saltare. C’era stato un conflitto a fuoco. Ricordo una jeep – non sapevamo ancora che certi mezzi veloci degli americani si chiamavano così – a fianco sulla strada con il muso sul marciapiede; un gran telone la ricopriva e da un lato fuoriusciva lo stivaletto di un militare. Una piccola folla intorno. Un militare americano ucciso nel conflitto a fuoco dell’alba. Poi giunse un altro mezzo americano e portò via jeep e il soldato morto. LA FINE DELLA GUERRA… tutti pensavamo così! LA FINE DELLA GUERRA, anche quella personale, che ciascuno di noi lì presenti aveva subito.

Quel cinque giugno fu una gran festa! Quale meraviglia! Quali meraviglie! Soldati con divise a noi sconosciute! Tutti in camicia! E che belle stoffe! Niente grigioverde, niente fasce ai polpacci! Niente scarpe chiodate! Scarponcini leggeri, elastici! E poi volti sereni! Bei ragazzi, ridenti, alti, ben nutriti! Con la barba fattaaa!!! Divise semplici, comode, pulite! E sembravano disarmati… E parlavano con noi, volevano parlare e cantavano e volevano che noi cantassimo. Canzoni napoletane e poi “Oi Marì, oi Marì, quante notti ho passato con te”, e “O sole mio…” e distribuivano sigarette e gomme americane, quelle a barretta, incartate, bellissime, non quelle a palline colorate, a cui eravamo abituati e che sembravano biglie.

Passavano e passavano camion militari con le radio accese… ma non erano canzoni di guerra… e i soldati ci lanciavano sigarette tavolette di cioccolato, merendine, ed erano sempre ridenti! Non sembravano soldati in guerra! E c’erano pure soldati negri – allora non dicevamo neri – anche loro ridenti… 

E poi non capivamo chi fossero gli ufficiali e se ci fossero. Erano tutti vestiti allo stesso modo. Mai un saluto militare! Ma chi li comandava? Poi capimmo che i graduati avevano una spilletta particolare sul collo della camicia. E parlavano con i soldati semplici come fossero vecchi amici, senza nessuna di quelle formalità a cui eravamo abituati. Da noi sempre scattare, sempre sbattere i tacchi, sempre sull’attenti di fronte a un graduato, che fosse un caporale o un generale! Noi avevamo altre abitudini! “Heil Hitler”, oppure “Saluto al Duce”! Sempre saluti romani! O militari! I soldati americani non scattavano sull’attenti quando passava un graduato! Cominciavamo a toccare con mano la democrazia… Allestirono un campo nella pinetina tra la Via Nomentana vecchia e Corso Sempione, poi in pochi minuti piazzarono una batteria di cannoni sul pratone costeggiato dall’ansa dell’Aniene,… e cominciarono a sparare in direzione nord contro i tedeschi in fuga. Partivano i proiettili e chissà dove arrivavano….

Roma, 4 giugno 1946/2020

Il mio lontano “due giugno”

Il mio lontano “due giugno”

di Maurizio Tiriticco

Quel 2 giugno del 1946 non potei votare, perché non avevo ancora compiuto 21 anni, la maggiore età di allora. Però mi ero dato un gran da fare, iscritto alla Sezione del PCI “10 Martiri” di Montesacro. Comizi, riunioni, manifesti, volantini! La passione civile, più che quella politica, era molto alta! Dopo anni di guerra, bombardamenti, distruzioni, fame, paure… Oggi, questo 2 giugno 2020 – sono trascorsi 74 anni – è una semplice “ricorrenza”, ovviamente festosa, almeno per la stragrande maggioranza dei miei concittadini, anche se il corona virus impone forti limitazioni alla nostra libertà di festeggiare!

Ma allora fu una giornata straparticolare! Le lunghe file ai seggi! Votavano per la prima volta in Italia anche le donne!!! In effetti, dopo millenni, erano cittadine con tutti i diritti! Eguali a quelli degli uomini! Mia madre – ricordo – era profondamente commossa! Si sentiva prima di tutto persona! Non solo sposa e madre! Persona/cittadina che poteva decidere delle sorti di un Paese che per la prima volta poteva considerare anche SUO! Non più suddita che doveva soltanto obbedire!

Dopo cinque anni di guerra, di fame, di bombardamenti, di occupazione tedesca, legalizzata purtroppo dal Governo della cosiddetta Repubblica di Salò, finalmente ciascun cittadino italiano poteva dire la sua! L’emozione era grande! Mia madre aveva una gran paura di sbagliare! Le dicevo: “No, mamma! E’ semplice! Devi fare un segno di croce sul riquadro della Repubblica. E poi dovrai anche votare per i deputati che all’”Assemblea Costituente” dovranno scrivere la Costituzione!” Finalmente avremmo detto addio allo “Statuto Albertino”, quello che Carlo Alberto, dopo i primi moti rivoluzionari del 1848, aveva concesso ai suoi sudditi – ovvero sottoposti – ai cosiddetti regnicoli! Altro che cittadini!!!

Quello stesso Statuto che in seguito Mussolini, con il consenso di “Re Pippetto” – ovvero Vittorio Emanuele III, quel traditore che l’8 settembre fuggì da Roma con tutta la sua corte per riparare a Brindisi presso gli Alleati che dal Sud stavano liberando il nostro Paese – aveva stracciato di fatto instaurando la sua dittatura! Insomma, quella giornata, che oggi è una ricorrenza festosa, in quel lontano 1946 fu una giornata di passione! Il resto è noto! Vinse la Repubblica! E i nostri deputati costituenti, uomini e donne, di tutti i partiti antifascisti, molti dei quali erano stati nelle galere fasciste o confinati a Ventotene o costretti a riparare all’estero, scrissero la nostra bella Costituzione, una delle più belle del mondo! E non lo dico io! Oggi è una giornata di festa! Ma allora fu una giornata di vera passione! Politica e civile!

Ed in questa ricorrenza mi piace riportare parti del discorso che Piero Calamandrei tenne ai giovani a Milano il 26 gennaio 1955 sull’origine della nostra Costituzione:

“””La politica è una brutta cosa, che me ne importa della politica!” Quando sento fare questo discorso, mi viene sempre in mente la storiella di quei due emigranti che traversavano l’oceano su un piroscafo traballante. Uno di questi dormiva nella stiva e l’altro stava sul ponte e si accorge che c’era una gran burrasca con delle onde altissime e il piroscafo oscillava. Impaurito, domanda a un marinaio: “Ma siamo in pericolo?”, e questo dice: “Se continua questo mare, il bastimento fra mezz’ora affonda”. Allora lui corre nella stiva a svegliare il compagno e dice: “Beppe, Beppe, se continua questo mare, il bastimento fra mezz’ora affonda!”. E Beppe risponde: “Che me ne importa, non è mica mio!” Questo è l’indifferentismo alla politica.

“Quando io leggo nell’art. 2, “l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”, o quando leggo, nell’art. 11, “l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli”, la patria italiana in mezzo alle alte patrie, dico: ma questo è MAZZINI! Quando io leggo, nell’art. 8, “tutte le confessioni religiose sono ugualmente libere davanti alla legge”, ma questo è CAVOUR! Quando io leggo, nell’art. 5, “la Repubblica una e indivisibile riconosce e promuove le autonomie locali”, ma questo è CATTANEO! Quando, nell’art. 52, io leggo, a proposito delle forze armate, “l’ordinamento delle forze armate si informa allo spirito democratico della Repubblica” esercito di popolo, ma questo è GARIBALDI!   E quando leggo, all’art. 27, “non è ammessa la pena di morte”, ma questo, o studenti milanesi, è BECCARIA! Grandi voci lontane, grandi nomi lontani. Ma ci sono anche umili nomi, voci recenti. Quanto sangue e quanto dolore per arrivare a questa Costituzione! Dietro a ogni articolo di questa Costituzione, o giovani, voi dovete vedere giovani come voi, caduti combattendo, fucilati, impiccati, torturati, morti di fame nei campi di concentramento, morti in Russia, morti in Africa, morti per le strade di Milano, per le strade di Firenze, che hanno dato la vita perché la libertà e la giustizia potessero essere scritte su questa Carta”””.

Roma! Festa della Repubblica 2020

Nihil sub sole novum!

Didattica a distanza? Nihil sub sole novum!

di Maurizio Tiriticco

Oggi si discute tanto di didattica a distanza, ma… di fatto la nostra SCUOLA DEL MATTINO l’ha sempre esercitata, per legge! E non ce ne siamo mai accorti! Eppure da sempre la nostra scuola si è caratterizzata per i cosiddetti compiti a casa: o per casa. Assegnati sui diari degli alunni e puntualmente registrati sui diari di classe. E da svolgersi, ovviamente, al POMERIGGIO, a distanza temporale: dopo il TEMPO SCUOLA del mattino! Ansie e dolori! A volte anche per i genitori. Fortunati gli alunni con i genitori “dottori”! Meno fortunati gli alunni con i genitori “normali”! Fortunati i Pierini! Sfortunati i Gianni! Per dirla con Don Milani. Quindi una didattica “ingiusta”: una didattica che, di fatto, ha sempre completato – non dico “arricchito” – la didattica in presenza, cioè quella condotta vis a vis docente/alunno in aula al MATTINO. E che continua ad esistere: anzi, a resistere. Ovviamente in attesa della riapertura delle scuole! A quando? Chissà!

Mi chiedo, e non penso di essere il solo: come superare questa didattica tradizionale, che di fatto fa scivolare l’“aula scolastica” fin dentro le “case” degli alunni? Occorre considerare che l’aula scolastica ha sempre un pregio: rende “eguali” alunni che in effetti sono “diversi” per censo – come si suol dire – o meglio, per condizioni socioeconomiche famigliari. I grembiuli di una volta, azzurri e neri, con tanto di fiocco bianco al collo sottolineavano l’uguaglianza di tutti… ma solo nelle aule scolastiche.Purtroppo! Pierino ha sempre una madre pronta a soccorrerlo; Gianni, invece, a volte deve soccorrere la madre, adoperarsi per contribuire a sostenere l’economia familiare. E il Libro Cuore, che nessuno oggi più legge, è pieno di queste situazioni e vicende “strappacuore”! Il Maestro Perboni la Maestrina dalla penna rossa, e gli alunni: Franti, il malvagio; Garrone, il buono, testa grossa, spalle larghe; Derossi il primo della classe. Non personaggi, ma “persone vere”! Ed anche cittadini – o meglio sudditi – diun Paese cha da poco aveva ritrovato la sua Unità nazionale. O gli era stata imposta? Non entriamo nel merito dei fatti! Per carità di Patria, appunto!

Torniamo a noi! Mi sembra doveroso dire che, a fronte di questa “didattica tradizionale”, si oppone la “didattica laboratoriale”, scoperta dal nostro Ministero soltanto con i provvedimenti di riforma dell’inizio degli alunni 2000. Alludo alle “Indicazioni nazionali”, quelle relative alla scuola dell’obbligo e quelle relative ai licei. Ed alle “Linee guida”, quelle relative agli istituti tecnici e quelle relative agli istituti professionali. Si tratta di una didattica che, se correttamente applicata, prevede una sorta di “tutto in aula”! Nonché la fine, od una larghissima attenuazione, dei “famigerati” compiti a casa: “croce e delizia”, e non solo, “al cor”!

Entro nel merito. Con una corretta e produttiva “didattica laboratoriale”, condotta di fatto in aula, si può romperedefinitivamente la modalità della lezione/ascolto e realizzare, invece, una didattica attiva, collaborativa: si ha l’insegnante che guida al lavoro! Pertanto, “tutti si lavora” o,meglio ancora, si scopre, si produce! Da parte degli alunni, ovviamente, singolarmente ed insieme. Di qui la metafora dell’”insegnante muto”! Che ho adottata in tanti miei scritti: un insegnante che “non parla”, ma “fa parlare”. L’insegnate animatore! O animattore! Non entro nel merito; basta cliccare sul web: ci sono tanti miei scritti in merito. In forza di tale metodologia, gli alunni sono attivi, individualmente e/o in piccoli gruppi: che poi non sono sempre gli stessi! A volte sono gli alunni che si scelgono; a volte gli insegnanti che li costituiscono. E si ha così un’aula in cui non si è attenti all’ascolto di una lezione, ma al lavoro che è assegnato e, soprattutto, condiviso. Ciò non significa che la lezione viene abolita tout court! Nella vita si è spesso esposti ad informazioni cosiddette discendenti, orali e scritte; si pensi al discorso di un politico, o alla noiosissima relazione dell’amministratore di un condominio. Quindi tenere una tantum una lezione e far prendere appunti è necessario e importante! Ed è anche importante vedere insieme alcuni degli appunti presi. Per Pierino è stata significativa una “cosa”; per Gianni un’altra!

Insomma, è bene che una “classe” di alunni sia divisa in “gruppi” con diverse motivazioni ed attese, via via ricostituiti. E tutti “lavorano”, ricercano, discutono, copiano/incollano anche, ma con un crescente spirito critico, con intelligenza. Ed oggi è più che possibile! Per il grande aiuto del web, del pc e la possibilità di accedere ad informazioni di ogni tipo. C’erano una volta – e ci sono ancora – le biblioteche scolastiche alle quali, però si accedeva ogni morte di papa. Comunque le informazioni assunte dal web non sono mai da prendere per oro colato, ma con le molle, come si suoldire, e tante. Perché tante sono la fake news che girano. Pertanto è importante imparare anche a considerare il peso,il valore, l’autenticità di una informazione: di una data, un nome, un fatto, e di tante altre “cose” ancora!

Si viene così a rompere definitivamente la sacralità del “libro di testo”! O meglio di quella ghiotta merce da vendere: ghiotta per autori ed editori. Sono volumi che di anno in anno diventano sempre più pesanti: straricchi di immagini, letture, note, prove di verifica. Tutte “cose” spesso inutili e che fanno perdere di vista la realtà sostanziale di un fatto, di una informazione: ma non le tasche di autori ed editori.Oggi, con gli strumenti informatici di cui disponiamo, il “libro di testo” non si compra, non si studia a casa da pagina tot a pagina tot! Si costruisce, invece, in aula. Ed alla fine dell’anno, gli alunni della classe x hanno prodotto il loro “libro”, o meglio gli esiti delle loro ricerche. Da conservare e mostrare anche ai loro genitori. Ma su questa complessa materia, la “didattica laboratoriale”, mi piace rinviare ad un webinar, prodotto per Tuttoscuola dalla Professoressa Patricia Tozzi, maestra in materia! Basta un click!

In conclusione una didattica autentica – mi piace questo aggettivo – è sempre una didattica laboratoriale. Il fatto che oggi – non ieri – sia sollecitata in presenza o a distanza cambia poco. Oggi disponiamo, a portata di un click, di molte delle informazioni di cui necessitiamo. Ovviamente non tutto lo scibile, non tutto ciò che si è prodotto in ambito scientifico e letterario è sul web, ma molte delle informazioni di cui necessitiamo sono reperibili. Per quanto mi riguarda, ricordo la grande fatica che dovevo fare io, con scarsa memoria, per accedere a una fonte, a un dato a una data, scavandola – letteralmente – tra i volumi della mia libreria! Ora la mia libreria è sul web! O anche sul web! E così potremmo essere tutti più ricchi di dati, informazioni, conoscenze! Solo se lo volessimo!