Archivi categoria: Tiriticcheide

Un compito arduo per la scuola!

Un compito arduo per la scuola!

di Maurizio Tiriticco

Fatti recenti di cronaca in cui ragazzi uccidono altri ragazzi fanno veramente pensare! Che cosa sta accadendo nel nostro Paese? Ed i nostri ragazzi vivono tutti nello sballo delle discoteche, delle droghe, degli insulti, delle botte e degli accoltellamenti? Un Paese allo sbando? Una generazione di giovani nostri concittadini allo sfascio? No! Non voglio crederci! Non dobbiamo crederci, ma…

Penso che oggi purtroppo viviamo in una società incapace di esprimere dei valori. Penso che siamo tutti schiacciati sull’oggi consumistico, sdraiati sul presente, scarsamente informati anche sulle cose del mondo e sulla natura e sulla storia della nostra Repubblica. Penso che molti nei nostri concittadini non hanno mai letto, quindi mai potuto condividere con piena convinzione, gli articoli 1-12 della nostra bella Costituzione, quelli che riguardano i “principi fondamentali” che ispirano e governano – e lo dovrebbero – il nostro stare insieme come cittadini e il nostro produrre come lavoratori.

E non è un caso che il primo articolo della Costituzione repubblicana, il primo dei dodici che riguardano i “principi fondamentali” che caratterizzano la nostra convivenza, così recita: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.” E’ anche opportuno sottolineare che la nostra Costituzione non ce l’ha regalata nessuno! E’ nata dalla lotta contro il fascismo e dalla Resistenza. Ed ha sostituto il cosiddetto Statuto Albertino, quello “graziosamente” promulgato dal Re Carlo Alberto di Savoia a Torino, capitale del Regno di Sardegna il 4 marzo 1848, in seguito ai primi moti rivoluzionari che, com’è noto, interessarono l’Italia intera e gran parte delle monarchie europee.

Penso che sia anche opportuno ricordare che quelli Statuto non venne mai formalmente modificato dalla dittatura instaurata dal regime fascista, anche se in effetti non ne tenne alcun conto nell’esercizio dei suoi poteri! E ciò con la complicità stessa del Re Vittorio Emanuele III che, invece, avrebbe dovuto esserne il garante! Ma quale garanzia? Quel re che nel 1922 aveva consegnato letteralmente il suo “amato” popolo alla dittatura fascista? Quel re che poi Mussolini ricompensò lautamente, quando, a seguito di dissennate campagne militari, gli donò la corona di Imperatore d’Etiopia, il 9 maggio del 1936, e di Re d’Albania nel 1939? Quel re che poi, con tutta la sua corte, fuggì letteralmente da Roma nella notte dell’8 settembre del 1943, dopo che il maresciallo Badoglio aveva comunicato al Paese la cessazione delle ostilità contro le truppe angloamericane che già erano sbarcate in Sicilia e si accingevano a risalire la penisola per liberarci dalla feroce occupazione nazista.

Sono trascorsi decenni da quegli anni! Ed oggi viviamo in un Paese libero e democratico! In cui però alcuni nostri concittadini pensano che tutto sia loro dato e donato e che tutto possono! Con quell’arroganza che è tipica dell’ignoranza e dell’inciviltà. In tale contesto/scenario, il nostro sistema di Educazione, Formazione ed Istruzione ha un compito arduo! Oggi, purtroppo, reso ancora più difficile da questo maledetto corona virus! A volte sorrido quando si discute come, quando e perché debba essere insegnata l’’Educazione Civica”! Come se questa tipologia di educazione fosse una materia!Ogni materia, se bene insegnata, è un fattore di educazione civica! Democratica! Allo “stare insieme” in modo cooperativo e produttivo.

Occorre, comunque, ricordare che come materia venne già considerata e adottata, tanti anni fa. Infatti, con il dpr 585 del lontano 1958 vennero varati i cosiddetti “programmi per l’insegnamento dell’educazione civica negli istituti e scuole di istruzione secondaria e artistica”. Si tratta di un dpr lungo e articolato, ma… nessuna indicazione sulla valutazione! E nella nostra scuola, se una materia non si valuta, che si insegna a fare? Tale materia di traversie ne ha subite tante. Basta accedere al bel libro curato da Luciano Corradini e Giuseppe Refrigeri nel lontano 1999 per i tipi de “il Mulino”. E penso che comunque sia tuttora una cenerentola! Comunque, bando alle chiacchiere! In effetti una buona scuola e buoni insegnanti, qualunque cosa insegnino, costituiscono il clou di un’educazione di per sé anche civile e democratica! Ed in tale contesto è ancheopportuno far conoscere ai nostri studenti quelle otto competenze chiave per un apprendimento efficace e produttivo, di cui alla Raccomandazione del Consiglio europeo relativa alle competenze chiave per l’apprendimento permanente del 23 maggio 2018.Occorre sempre considerare che siamo anche europei!

8 Settembre 1943

8 Settembre 1943

di Maurizio Tiriticco

Ostia, o Lido di Roma, come il Duce l’aveva ribattezzata, estate 1943 —- I giorni passavano, ci si avviava verso la fine di quel mese di agosto, che sarebbe stato lungo quanto non mai. Poi si sarebbero riaperte le scuole… e tutto sarebbe stato come prima! Come prima? Come sempre? Possibile che questo armistizio non si faceva mai? Anche il colonnello Stivens, che tutte le sere ascoltavamo su Radio Londra, ovviamente a bassissimo volume,su questa cosa non diceva nulla, o molto poco. Ci incoraggiava solo il fatto che i messaggi speciali erano sempre più numerosi e più cervellotici. Erano inviati alla resistenza, così ci diceva il colonnello… ma dove fossero e chi fossero questi resistenti non si sapeva nulla… io almeno non sapevo nulla. Di quei messaggi ne ricordo alcuni: La raganella non canta, Felice non è felice. Ad Hitler fa male il Reno. A Mussolini fa male il Po. Le scarpe mi stanno strette. La mucca non dà latte. Un po’ si rideva, ma… sapevo che ad ogni messaggio corrispondeva un’azione, ma quale? E dove? E quando? La Resistenza, quella con la R maiuscola era un fenomeno che ancora non conoscevo. Ed era difficile interpretarli, perché erano messaggi in codice: così mi aveva detto mio padre.

E poi giunse settembre e ancora nulla! Mussolini era stato incarcerato, ma nessuno sapeva dove; dei fascisti neanche l’ombra, ma… la guerra continuava. Il bollettino della sconfitta – ironizzavamo pensando al Bollettino della Vittoria, quella della prima guerra mondiale, che sapevo a memoria, ovviamente – alla radio alle ore venti non veniva mai letto. Contavamo i giorni! Mia madre stava perdendo ogni speranza. Le comunicazioni con mio padre, in servizio all’Aquila, erano sempre più difficili! La posta non veniva più distribuita! Le comunicazioni erano quelle che erano… le telefonate interurbane ormai pressoché impossibili. E sull’Aquila non piovevano bombe… fortunatamente… almeno i giornalieri bollettini di guerra non lo dicevano.

Ma poi finalmente… il bollettino tanto atteso venne! Era la sera dell’8 settembre, una sera come tante, calda, tranquilla, il profumo del mare! Anzi, non fu un bollettino! Non erano ancora le venti e stavo in strada, per l’esattezza in Piazza Anco Marzio, dove sostavamo e chiacchieravamo, gli amici di sempre! Era la radio di un bar, anzi di un caffè! Bar era un nome inglese ed era stato cancellato dal nostro vocabolario: ma forse i fascisti non sapevano che viene dal latino barra, il piano di servizio del termopolio, insomma il bar dei Romani antichi. Ma io lo sapevo, avviato agli studi classici!!!

A un certo momento si interrompono le trasmissioni e… un annuncio solenne! «Attenzione! Attenzione! Sua Eccellenza il Capo del governo e Maresciallo d’Italia Pietro Badoglio rivolgerà un proclama alla nazione!» Era la voce di Arnoldo Foà, come seppi a guerra finita. Seguirono le parole di Badoglio, sì, proprio del Maresciallo Badoglio in persona, quindi la notizia doveva essere più che importante! Eravamo tutto sospesi! E poi… delle parole secche, stentoree, scandite, anche con una voce un po’ chioccia…. non era uno speaker: «Il governo italiano, riconosciuta la impossibilità di continuare la impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione, ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate anglo-americane. La richiesta è stata accolta. Conseguentemente, ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza». E, nella grande gioia, tutti ci chiedevamo: ma, se la guerra è finita, chi altro dovrebbe attaccarci? E perché? Quale ingenuità!

COMUNQUE… ERA FINITA! CHETTRIPUDIODIGGIOIAAA!!! Difficilmente ho vissuto emozioni più intense, momenti più felici! In piazza c’erano anche dei soldati in libera uscita! Berretti e giberne venivano lanciate in aria insieme a grida di giubilo: «E’ finita! E’finita! Tutti a casa! Tutti a casa! Finalmente! Era ora…» CHETTRIPUDIODIGGIOIAAA!!! Ci abbracciavamo tutti e tutti eravamo convinti che tutto fosse finito, veramente e per sempre! «Da domani non più tessete annonarie», gridava una donna, malmessa ma ridente, una madre di famiglia, una delle tante… mi abbracciò e mi disse: «Figlio mio, figlio mio»! Anch’io la abbracciai! Ci abbracciavamo tutti. Ci baciavamo tutti! TUTTO era ormai finito! FINITOOO… PER SEMPREEE… Invece, il TUTTO, anzi il peggio del peggio, doveva ancora cominciare!

Ma che diavolo era successo in Italia, da quel 25 luglio, quando il Duce era stato imprigionato dal Re, fino all’8 settembre? NULLA! ASSOLUTAMENTE NULLA DI NUOVO, stando alle dichiarazioni ufficiali. Però tutti ci chiedevamo dove fosse quella restaurata democrazia! E poi ogni giorno battaglie, ogni giorno cadaveri! La guerra continuava, e come! Ma finalmente venne l’agognato armistizio! E, nel giro di una notte, i nemici diventarono i tedeschi. Sul fronte, però, quel 25 luglio non aveva prodotto nulla di nuovo! “La guerra continua”: ci aveva detto Badoglio! Lo stesso Maresciallo d’Italia – a quei tempi i titoli onorifici non mancavano – che, con il Re Pippetto e la sua corte, il successivo 8 settembre sarebbe scappato da Roma! Per raggiungere Pescara ed imbarcarsi sulla corvetta Baionetta per riparare a Brindisi, che già era stata liberata dagli Alleati.

Ma l’ironia volle che lo stesso 8 settembre 1943 venissepubblicato l’ultimo bollettino di guerra (tali bollettini venivano pubblicati quotidianamente in tarda serata), nel quale nulla di nulla si diceva a proposito dell’armistizio! Ecco il testo: “Bollettino di guerra n. 1201 dell’8 settembre 1943 — Sul fronte calabro reparti italiani e germanici ritardano in combattimenti locali l’avanzata delle truppe britanniche. L’aviazione italo-tedesca ha gravemente danneggiato nel porto di Biserta 5 navi da trasporto per complessive 28 mila tonnellate; nei pressi dell’isola di Favignana un piroscafo da 15 mila tonnellate è stato colpito con siluro da un nostro aereo. Formazioni avversarie hanno bombardato Salerno, Benevento e alcune località delle provincie di Salerno e di Bari perdendo complessivamente 10 velivoli: 3 abbattuti dalla caccia italo-germanica e 7 dall’artiglieria contraerea”.

Ci sarebbe da ridere se non di trattasse, invece, dell’ultimo anodino atto formale di una immane tragedia. Insomma, dal 3 settembre del 1943 civili e militari continuavamo a morire, anche se il Paese non era più in guerra! Formalmente! Perché la guerra, non dichiarata, ma più tremenda, contro i civili, fu quella condotta successivamente dai soldati di Hitler contro una popolazione inerme! Lunga e sanguinosa! Fino a quel 25 aprile del 1945!

Estratto, con alcune modifiche, dal mio “BALILLA MOSCHETTIERE” – Roma, 8 settembre 2020

Il Paese del Brutto No

Il Paese del Brutto No

di Maurizio Tiriticco

Eravamo il Paese dove il Bel Sì suona! Che emozione quando al liceo scoprii che la nostra bella lingua ha una lunga e bella storia! E’ nata nel 960 d. C! Lo testimonia la famosa Carta Capuana! Che costituisce il primo documento di un volgare che ormai, fin da quei lontani anni, si avviava a diventare il nostro italiano. Ecco il testo, ripetuto più volte, quanti sono i testimoni che rendono tale dichiarazione. Si tratta del notissimo “Sao ko kelle terre, per kelle fini que ki contene, trenta anni le possette parte Sancti Benedicti”. Si tratta di quattro testimonianze giurateche riguardano l’appartenenza di certe terre ai monasteri benedettini di Capua, Sessa Aurunca e Teano; sono scritte in un linguaggio che vuole e deveessere ufficiale. La nostra è quindi una lingua che ha più di mille anni!

E ne 1960 il millenario della nostra lingua è stato solennemente celebrato! Una lingua, un popolo, un Paese! E, con un pizzico di retorica, potremmo anche dire: una Patria! Comunque è una lingua che viene da lontano e che quindi possiede un vocabolario molto ricco di parole ed una grammatica altrettanto ricca di norme e modalità espressive. Scienziati, poeti, scrittori nel corso dei secoli hanno lavorato, prodotto, scritto e tramandato ai posteri le loro scoperte e loro invenzioni utilizzando, appunto, la nostra bella lingua. Che, ovviamente cambia nel corso dei secoli: la lingua del Convivio non è quella del Principe o del Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo o dei Promessi Sposi o della Coscienza di Zeno! Per non dire della lingua narrativa di un Camilleri, di una Maraini. E le citazioni non avrebbero mai fine. Che bello! Abbiamo alle spalle secoli di cultura e di produzione linguistica! Di una lingua, peraltro, ricca di costrutti, di espressioni, di vocaboli! Cosi è! Oppure così dovrebbe essere!? Una esclamazione di stupore. Un interrogativo di perplessità! Perché?

Secondo il report Perils of Perception di IPSOS Mori sull’ignoranza dei popoli, l’Italia risulta essere la dodicesima al mondo e, in questa speciale classifica, la PRIMA IN EUROPA. In effetti, non ero in trepida attesa del rapporto IPSOS! Perché l’ignoranza dei nostri concittadini si tocca con mano, anzi con occhio e con orecchio (lo scritto e il parlato) e ciò mi preoccupa! Eppure nell’immediato dopoguerra avviammo una grande campagna di alfabetizzazione! Penso all’abolizione dell’avviamento al lavoro ed all’istituzione della scuola media unica obbligatoria per tutti! Erano gli anni Sessanta ed io ricordo con piacere e un pizzico di onore – se si può dire così – di essere stato protagonista di tale importantissimainnovazione. Come insegnante! Anche se l’alunno Bomba – anno scolastico 1963/64, scuola media della Borgata Ottavia di Roma – figlio di un fornaio – ma penso di averlo già scritto – mi contestava perché io professore toglievo al forno del padre due braccia preziose.

I primi anni Sessanta! Quindi, non solo quelli del boom economico! Anche quelli dell’innalzamento dell’obbligo di istruzione per i nuovi nati e delle grandi campagne di alfabetizzazione degli adulti, soprattutto nelle Regioni del Sud! Ne feci parte attiva, con il Movimento di Collaborazione Civica! Magistralmente diretto da Ebe Flamini, di cui facevano parte persone di grande spessore: Raffaele Laporta, Augusto Frassineti, Cecrope Barilli, Ettore Gelpi, Filippo Maria De Sanctis Per non dire poi del grande contributo della ricerca e della concreta azione nel campo del parlare, leggere e scrivere dato da Tullio De Mauro! Come non ricordare il suo “Nuovo vocabolario di base della lingua italiana”? La prima versione fu pubblicata come appendice in un libro che ebbe una certa fortuna, dal titolo “Guida all’uso delle parole. Parlare e scrivere semplice e preciso per capire e farsi capire”, edito dagli Editori Riuniti di Roma nel 1980.

Insomma, il miracolo degli anni Sessanta e seguenti non fu solo economico, ma anche culturale e civile.Anni stupendi che… non vorrei scriverlo, ma lo penso… via via siamo andanti sempre più dimenticando. E non so se chiudere questo periodo con un punto esclamativo – perché è proprio così – od un punto interrogativo – perché forse non è così! E mi chiedo e chiedo: che cosa sta accadendo nel nostro Paese, per quanto riguarda il senso civico? E la padronanza linguistica e quella culturale? Non sono interrogativi di comodo. In effetti mi sembra di constatare con stupore che il progressivo incremento dell’ignoranza – mi si perdoni la goffa espressione –sia inversamente proporzionale con l’incremento dei mezzi di scrittura e di lettura! Penso all’enorme offerta che viene dal web! Da Facebook, ad esempio! Ma le piattaforme sono infinite! Per non dire poi dei cellulari! Leggere e scrivere non sono più a portata di penna, ma di dita!

E allora? Non so, ma mi sembra che l’implemento dei mezzi del leggere/scrivere, nonché del parlare/ascoltare sia direttamente proporzionale con un progressivo implemento dell’ignoranza, civica e culturale! Vorrei sbagliarmi! E mi si corregga, ma… mi sembra che oggi quello che una volta era il Paese del Bel Sì, o, se si vuole, “Il Bel Paese, Conversazioni sulle bellezze naturali, la geologia e la geografia fisica d’Italia”, per citare il titolo di un bel libro pubblicato nel lontano 1876 dall’abate Antonio Stoppani, stia diventando sempre più il Paese del Brutto no!

Dell’antifascismo e dintorni

Dell’antifascismo e dintorni

di Maurizio Tiriticco

Antifascisti, sì! Ma non virtuali! Effettivi! L’antifascismo convinto dovrebbe essere il legame che unisce tutti gli Italiani! Ma non credo che sia così! La storia a volte insegna poco! E lo studio della storia, insegna anche di meno! Perché – penso – la storia nelle scuole si insegna poco e male! E’ considerata una materia secondaria! In genere si pensa e si dice: basta leggere, imparare e ripetere!!! Ci rifletto da molti anni! E mi chiedo anche: ma la nostra scuola insegna anche e soprattutto allo sviluppo ed alla acquisizione di una coscienza civica ed alla convivenza civile? E non credo che possa e debba valere una disciplina specifica, l’Educazione Civica, o meglio l’insegnamento all’esercizio di una Cittadinanza attiva! Dovrebbe essere il particolare clima che l’insegnante instaura nell’aula con i suoi alunni il collante dell’imparare al vivere insieme e produttivo in un regime democratico!

Il fascismo insegnava ed imponeva a vivere secondo i princìpi del suo regime! E come! Appena nascevi, eri già figlio della lupa, poi balilla escursionista, poi balilla moschettiere, poi avanguardista, poi giovane fascista e infine fascista. Analogo percorso valeva per le femmine. Era la cosiddetta “leva fascista”. Ed ogni anno, il 21 aprile, Natale di Roma, quella Roma Immortale, dai Sette Colli baciati dal Sole, cantavamo tutti in coro: “Sole che sorgi libero e giocondo, sui colli nostri i tuoi cavali doma! Tu non vedrai nessuna cosa al mondo maggior di Roma”! La traduzione del Carmen Saeculare di Orazio. E in tutte le piazze d’Italia si celebrava la cerimonia della leva fascista, cioè il passaggio delle consegne! Ad esempio, il balilla moschettiere consegnava il moschetto al balilla escursionista; l’avanguardista consegnava il pugnale al balilla moschettiere! E così via anche per le femmine!

E poi basta pensare che il Duce aveva pure pensato di far nascere una nuova Era! Concorrente con quella cristiana! E noi sui compiti di scuola dovevamo indicare sempre i due anni. ad esempio 1932, anno X° dell'”Era Fascista”: perché erano trascorsi dieci anni dalla “marcia su Roma”! Quella marcia che aveva slavato l’Italia dall’anarchia e dal comunismo! Oibò!

Per non dire poi della guerra! “Mi basta un migliaio di morti per sedere al tavolo della pace”! Così aveva detto ai suoi gerarchi il Duce quando, in quel maledetto 10 giugno del 1940, dal balcone di Palazzo Venezia, esordì con queste parole: “Combattenti di terra, di mare e dell’aria! Camicie nere della rivoluzione e delle legioni! Uomini e donne d’Italia, dell’Impero e del regno d’Albania! Ascoltate! Un’ora segnata dal destino batte nel cielo della nostra patria. L’ora delle decisioni irrevocabili. La dichiarazione di guerra è già stata consegnata agli ambasciatori di Gran Bretagna e di Francia. Scendiamo in campo contro le democrazie plutocratiche e reazionarie dell’Occidente, che, in ogni tempo, hanno ostacolato la marcia, e spesso insidiato l’esistenza medesima del popolo italiano. Alcuni lustri della storia più recente si possono riassumere in queste frasi: promesse, minacce, ricatti e, alla fine, quale coronamento dell’edificio, l’ignobile assedio societario di cinquantadue Stati. La nostra coscienza è assolutamente tranquilla. Con voi il mondo intero è testimone che l’Italia del Littorio ha fatto quanto era umanamente possibile per evitare la tormenta che sconvolge l’Europa; ma tutto fu vano. Bastava rivedere i trattati per adeguarli alle mutevoli esigenze della vita delle nazioni e non considerarli intangibili per l’eternità; bastava non iniziare la stolta politica delle garanzie, che si è palesata soprattutto micidiale per coloro che la hanno accettate; bastava non respingere la proposta che il Führer fece il 6 ottobre dell’anno scorso, dopo finita la campagna di Polonia. Oramai tutto ciò appartiene al passato. Se noi oggi siamo decisi ad affrontare i rischi e i sacrifici di una guerra, è perché l’onore, gli interessi, l’avvenire fermamente lo impongono, perché un grande popolo è veramente tale se considera sacri i suoi impegni e se non evade dalle prove supreme che determinano il corso della storia….”… ecc. ecc. ecc. Ho voluto riportarlo in gran parte. E debbo aggiungere che, dopo ogni pausa – il Duce sapeva bene come parlare al suo popolo – una folla esultante.

Ma poi sappiamo com’è finita! Spesso mi chiedo: ma come fanno alcuni miei concittadini ad essere “nostalgici”? Nostalgici di un regime che ci ha condotti ad una guerra inutile, assurda e, per di più, perduta in partenza! Italia e Germania – e dopo anche il Giappone – contro il resto del mondo? Ma i fascistelli di oggi a scuola che cosa hanno imparato? O meglio… o peggio: a scuola che cosa hanno loro insegnato?

L’ispettore al tempo del covid

L’ispettore al tempo del covid

di Maurizio Tiriticco

Sono un ispettore! Ebbene, sì! Anche se in quiescenza – che brutta espressione! Come se uno fosse condannato a “dormire” in attesa di una morte, sperabilmente serena… e la più lontana possibile. O forse sono un dirigente tecnico,un’espressione che dice poco, ma che tanti anni fa ci ha permesso di fare un balzo, piccolino, ovviamente, ma significativo. nello “sviluppo di carriera”: si dice così! La dirigenza! Tanto attesa, tanti anni fa, da direttori didattici e presidi! Vuoi mettere la differenza che correre tra un direttore o un preside e un dirigente? Questione nominalistica? No! Di soldi!

Mai avrei pensato che avrei fatto l’ispettore! Perché la figura dell’ispettore, quello che va a fare le pulci all’insegnante, e ad ostentare il suo potere – che poi non esiste – mi è sempre piaciuta poco! Ciò quand’ero studente e quando ero insegnante E poi… un comunista ispettore? Maiii!!! E neanche preside! Però allora, tanti anni fa! Ma poi, un bel giorno di tanti altri anni fa ebbi modo di leggere nel decreto delegato n. 417/1974 come veniva delineata la nuova “funzione ispettiva”! Per la miseria! Le mie titubanze cominciarono a cadere! E decisi invece per il Sì!

Ecco il testo di quel decreto: “La funzione ispettiva concorre, secondo le direttive del Ministro per la pubblica istruzione, e nel quadro delle norme generali sull’istruzione, alla realizzazione delle finalità di istruzione e di formazione, affidate alle istituzioni scolastiche ed educative. Essa è esercitata da ispettori tecnici centrali e periferici. Gli ispettori tecnici centrali operano in campo nazionale e gli ispettori tecnici periferici in campo regionale o provinciale. Gli ispettori tecnici contribuiscono a promuovere e coordinare le attività di aggiornamento del personale direttivo e docente delle scuole di ogni ordine e grado; formulano proposte e pareri in merito ai programmi di insegnamento e di esame e al loro adeguamento, all’impiego dei sussidi didattici e delle tecnologie di apprendimento, nonché alle iniziative di sperimentazione di cui curano il coordinamento: possono essere sentiti dai consigli scolastici provinciali in relazione alla loro funzione; svolgono attività di assistenza tecnico-didattica a favore delle istituzioni scolastiche ed attendono alle ispezioni disposte dal Ministro per la pubblica istruzione o dal provveditore agli studi”. E non è finita! “Gli ispettori tecnici svolgono altresì attività di studio, di ricerca e di consulenza tecnica per il Ministro, i Direttori Generali, i Capi dei Servizi Centrali, i Soprintendenti Scolastici e i Provveditori agli Studi”.

Insomma! Hai voglia allora a pensare, a progettare, a decidere, a scrivere, a fare. Si prospetta una serie di attività molto interessanti! Ed allora io, forte della mia decennale esperienza pedagogica alla Terza Università di Roma con Raffaele Laporta, dei miei frequenti interventi nelle scuole – con lucidi, fotocopie a iosa, lavagne luminose, dibattiti costruttivi – mi dissi: “Ma questo sono io”! E concorsi! E vinsi! La sede? La Soprintendenza Scolastica del Lazio. Abito a Roma. Che cosa potevo volere di più? E così fu! E poi passai – o meglio passammo tutti, noi periferici – a Viale Trastevere. E divenni ispettore centrale!

E si lavorava sodo! Sperimentazioni, soprattutto! Con molte scuole medie. Ma soprattutto con il Direttore Generale Giuseppe Martinez, che guidava l’Istruzione Professionale, una Direzione Generale all’avanguardia. Infatti Martinez era riuscito in pochi anni a far compiere all’Istruzione Professionale un grande salto di qualità! C’era stato anni prima il boom economico e il nostro Paese, da essenzialmente agricolo, era diventato un Paese industriale,tra i primi al mondo! E l’Istruzione Professionale fu in larga misura la gamba portante di questo balzo in avanti

Ma poi poi poi… dovetti andare in pensione! Era il settembre del 1995. Ma non era cosa per me. E il lavoro così è continuato… ed ancora va! Nel senso che ancora sgambetto nelle scuole – salvo questo periodo infame di covid 19 – quando un DS e/o un collegio docenti ha bisogno di… e allora via con la valutazione… molto gettonata! E ricordo sempre ai docenti che prima occorre misurare, ma il MI non sa nulla di misurazione e nei suoi dpr nulla dice in proposito. E così gli insegnanti sono sempre nel dubbio! Come posso “portare” – notare il verbo – questo cinque a sei? Ma i dubbi sono tanti. Per non dire, infatti, di quella sorte di trimurti indiana che lega insieme, in un indissolubile crescendo, conoscenze, abilità e competenze! Mamma mia! E le capacità dove le metto? Più dubbi che certezze!

Ma ora torno a me e mi chiedo: chissà se a settembre potrò rotolare su qualche “unibanco” mobile tra una lavagna di ardesia e una lavagna luminosa con gruppo di insegnanti, rotolanti anch’essi,… sapendo però che prima dovrò contare se tra l’uno e l’altro corra la dovuta distanza… e poi proporre loro quesiti e stimolare risposte… sempreché vi siano ancora insegnanti coraggiosi, pronti più a scoprire nuovi saperi e darsi risposte che a badare alle distanze interpersonali tra uno studente mascherato e un altro. E infine che dire? In genere si dice: così va il mondo! Noi possiamo dire: così va oggi la scuola in Italia! Aspettando settembre! O aspettando Godot? Perché forse il teatro dell’assurdo meglio riflette l’assurdo di questo momento storico, in cui sembra che tutti gli umani siano finalmente solidali e uniti! Sì! Dalle mascherine anticovid!

Quale scuola a settembre?

Quale scuola a settembre?

di Maurizio Tiriticco

A proposito dell’arredo delle aule che l’amministrazione sta progettando per la prossima riapertura delle scuole, l’insegnante Dalia Collevecchio scrive tra l’altro su Facebook: “La seduta monoposto scolastica non ha come problema fondamentale il fatto che venga o non venga prodotta in Italia o che il bando vada deserto. La seduta monoposto richiama una tipologia di scuola che fortunatamente ancora non abbiamo e che ancora non sono riusciti ad imporre al cento per cento: quella smart, senza libri, senza dizionari, senza tavole da disegnare. È la seduta dei test a crocette, delle aule itineranti, delle lezioni brevi, della multimedialità come l’assoluto. Il covid poco ci entra. Ci entra invece la visione della scuola (anche Europea) dove a strutture incantevoli si affianca la scuola intesa come spazio dove stare, come servizio e in cui mancano criticità, studio matto e finanche il compito di italiano e il dizionario cartaceo di latino. Non conta che esso sia già on line perché saper cercare su un dizionario è già questa una grande abilità. Abilità tecnica nel ricercare la parola, critica nel comprendere quale scegliere e sintetica nel mettere del proprio in questo processo. Che è altro rispetto al rivolgersi ad una piattaforma, dare un input e ricevere risposta. Senza alcun tipo di attività pregressa. Insomma è la scuola delle competenze e delle migliaia di lezioni che dicono tutto e niente. Dei quiz e dell’incapacità poi di scrivere e di comprendere un testo o criticarlo. Per intenderci la scuola che da 20 anni vogliono raggiungere. Nel caso della Azzolina non c’è premeditazione. Lei è una di quelle che già votava su piattaforma, che aveva nella rete il mondo. Una di quelle per cui già avere due lauree significa essere competenti. Ahimè, la vedo finita”.

Ed io aggiungo: come non essere d’accordo? A mio avviso, stiamo assistendo ad una decadenza generalizzata di tutto ciò che è cultura: parlo di quella vera! Che è in primo luogo curiosità, piacere di ricercare il nuovo, di scoprirlo, catturarlo e farlo proprio! Il piacere di leggere, anche! Di scoprire nuovi mondi, nuove epoche, nuove esperienze. Da ragazzo leggevo “Topolino”, ovviamente, “l’Avventuroso”, “l’Intrepido”. I settimanali per ragazzi e bambini non mancavano! C’era “il Corriere dei Piccoli”, con tante piccole/grandi avventure americane anche, a cui i fumetti venivano cancellati e sostituiti con dei versi: ottonari a rima baciata. Ricordo Bibì e Bibò – in effetti The KatzenjammerKids – bambini più discoli che mai, che facevano impazzire la Tordella e il Capitan Cocoricò. Ricordo l’italiano signor Buonaventura del nostro Sergio Tofano. Ecco il refren: “Qui comincia l’avventura del signor Buonaventura”. Ne ricordotanti altri che non sto a dire! E c’era anche “Il Balilla”! Ricordo un refrain settimanale, “Per paura della guerra, Re Giorgetto d’Inghilterra chiede aiuto e protezione al ministro Ciurcillone”; e poi seguiva la storiella! Ma “il Balilla” piaceva a pochi! Meglio Dick Fulmine, o l’Uomo Mascherato, o Mandrake!

Ma oggi la pubblicistica settimanale per ragazzi non esiste. Fatta eccezione per “Topolino”, in formato libro piccolo piccolo con storie pressoché assurde, disegni e fumetti piccoli piccoli, spesso anche di difficile comprensione. Insomma, i nostri bambini e i nostri ragazzi non possono leggere una produzione fatta tutta per loro. E non so quanto siano letti oggi Salgari e Verne. E non so se ci siano dei sostituti. E allora? Ma sì! Avanti allora con il PC e con quelle diavolerie offerte dai videogiochi “fortnite”. Inseguimenti, sparatorie, corse sfrenate che non finiscono mai. Immagini troppe, parole nessuna. Che cosa ne consegue? Vedere/ascoltare molto! Ma leggere poco! Scrivere nulla!

Ma c’è un’eccezione: le tonnellate di messaggini sgrammaticati e sempre implementati da faccine strane ed altri emoticon che i nostri ragazzini si scambiano ad ogni piè sospinto. E con un velocissimo girar di pollici sulla microtastiera del cellulare. Emozioni a basso prezzo. Mapoi… a che serve scrivere correttamente? Basta capirsi! Ebbene, occorre rispondere un forte e deciso NO! Perché alungo andare non solo si impoverisce il linguaggio, ma si impoveriscono anche l’intelligenza, la curiosità di cercare, di scoprire, di inventare e di produrre qualcosa. E in effetti, che cosa resta? Lo sballo del sabato sera. Quindi si è VIVI, se ci si sbronza, se si litiga, se si scagliano bottiglie di birra vuote per uno sguardo di troppo, per una parola in più. Perché si è vivi, solo se si sanno menar le mani.

In tale contesto, penso che la triste vicenda dei quattro carabinieri di Piacenza, rei di traffico e spaccio di stupefacenti, ricettazione, estorsione, arresto illegale, tortura, lesioni personali, peculato, abuso d’ufficio e falso ideologico non ci deve sorprendere più di tanto. La ricerca del piacere ad ogni costo, sostenuta da una progressiva caduta di valori. è l’emergenza di questa “società affluente”. Il covid può essere un’occasione per riflettere sulla china in cui stiamo discendendo e i valori che stiamo perdendo.

25 luglio 1943

25 luglio 1943

di Maurizio Tiriticco

Io fino a quel 25 luglio 1943 ero un convinto BALILLA MOSCHETTIERE, fiducioso che Roma, dai suoi sette colli avrebbe dovuto illuminare il mondo con la sua civiltà! INVECE… POI… In effetti io, solo dalla mattina del 26 luglio 1943 ho cominciato a “comprendere e a ragionare”, anche con il conforto dei miei genitori, i quali per tutto il periodo fascista si erano guardati bene dal “parlare di politica” in mia presenza. Sarebbe stato troppo pericoloso! Se io avessi detto in giro: “Papà ha detto che la guerra la perderemo”, oppure “la mamma si lamenta perché quello che compra con le tessere annonarie costa troppo e non basta mai”, che cosa sarebbe successo? I miei sarebbero stati denunciati come disfattisti e antifascisti! Ma in seguito, dopo tre anni di guerrainutile, di battaglie perdute, di ragazzi morti illusi dalla retorica fascista di “fare grande la Patria”, stava per giungere il momento della verità! O della resa dei conti? Perché anche questo fu il 25 luglio! Ma andiamo con ordine.

Per il pomeriggio del 24 era stato convocato il Gran Consiglio del Fascismo! Per noi ragazzi, balilla e avanguardisti, una notizia come un’altra! La stampa non dava mai giustificazione di alcunché! Alla riunione c’erano tutti i gerarchi e in divisa sahariana! Era estate e faceva un caldo boia a Roma! La discussione all’interno del Gran Consiglio fu animatissima! Noi stavamo perdendo su tutti i fronti! E si doveva prendere qualche decisione per evitare un disastro.Dino Grandi, un gerarca di grande rilievo, presentò una mozione che prevedeva addirittura la sfiducia a Mussolini! Il Duce che per più di vent’anni era stato esaltato ed idolatrato! Fatto assolutamente nuovo in un regime in cui il Duce “aveva sempre ragione”! La riunione aveva avuto inizio alle 17,15. E la discussione era stata animatissima. Il Duce sfiduciato? Sì! Dopo un ventennio di dittatura! Dopo vent’anni di lodi sperticate nei suoi confronti! Noi balilla moschettieri cantavamo: “Duce, tu sei la luce, fiamma dei nostri cuori! C’un popolo che dice: Duce, Duce, Duce”. Insomma, che stava succedendo in quella rovente estate del ’43? La guerra si stava perdendo su tutti i fronti! Le nostre città, le vie consolari che portavano a Roma, le ferrovie, i porti erano bombardati quotidianamente. Era nella percezione di tutti che la guerra ormai era perduta!

E lo era anche nelle alte sfere! Lì dove occorreva prendere qualche decisione. Atto primo: liberiamoci di Mussolini! Quindi: 24 luglio, ore 17 convocazione del Gran Consiglio del fascismo in Palazzo Venezia, salone del Pappagallo. La discussione fu lunga e accesa. Al termine l’odg Grandi che sfiduciava Mussolini fu votato alle 2:30 del 25 luglio. Diciannove gerarchi votarono a favore, sette furono contrari, unosi astenne. Il resto è noto. Mussolini si recò dal Re perrassegnare le sue dimissioni ed il Re con uno stile puramente fascista – aveva imparato bene la lezione – lo impacchettò! E di lui la pubblica opinione non seppe più nulla! Fino a quando, molto tempo dopo, il 12 settembre, fu liberato dalla prigionia sul Gran Sasso dai paracadutisti tedeschi della seconda Fallschirmjäger e dalle SS del Sicherheitsdienst. Giova ricordare che l’8 settembre, dopo l’annuncio dell’armistizio, dopo la fuga del Re, della sua corte e del suo governo da Roma, le truppe tedesche avevano occupato militarmente l’intero Paese, tranne la Sicilia, perché era già stata liberata dalle truppe alleate che vi erano sbarcate il 9 luglio.

Eppure il Duce aveva assicurato il Paese con un discorso del 5 luglio con queste parole: “Bisogna che non appena questa gente tenterà di sbarcare, sia congelata su questa linea che i marinai chiamano del bagnasciuga”. Intendeva che sarebbero stati bloccati sulla battigia! Ma non andò così!

La sera del 25 luglio l’Eiar (Ente italiano audizioni radiofoniche) interruppe le trasmissioni e lo speaker con voce fredda e stentorea, calma e glaciale, diffuse questo comunicato: “Sua Maestà il Re e Imperatore ha accettato le dimissioni dalla carica di Capo del Governo, Primo ministro, Segretario di Stato, di Sua Eccellenza il Cavaliere Benito Mussolini, e ha nominato Capo del Governo, Primo ministro, Segretario di Stato, il Cavaliere, Maresciallo d’Italia, Pietro Badoglio”. I titoli contavano ancora! Al comunicato, laconico quanto mai, seguì la lettura di due proclami del re e di Badoglio. Ricordo le sue ultime parole: “La guerra continua. L’Italia duramente colpita nelle sue Provincie invase, nelle sue città distrutte, mantiene fede alla parola data, gelosa custode delle sue millenarie tradizioni…”! La retorica era la stessa! Cambiavano i retori!

La caduta di Mussolini venne letta dal popolo come l’imminente fine della guerra! E le manifestazioni contro quel Duce che tre anni prima, il 10 giugno del 1940, era stato applaudito quando, dallo “storico balcone” del Palazzo di Piazza Venezia, aveva annunciato la dichiarazione di guerra contro la Francia e la Gran Bretagna, la Perfida Albione, interessarono le piazze di tutto il Paese. Ma ilmaresciallo Pietro Badoglio, nominato dal re capo del governo lo stesso 25 luglio, si affretta a reprimere gli entusiasmi popolari e annuncia alla nazione che “la guerra continua”.

Ecco il suo discorso: “Italiani! Per ordine di Sua Maestà il Re e Imperatore assumo il Governo militare del Paese, con pieni poteri. La guerra continua. L’Italia, duramente colpita nelle sue provincie invase, nelle sue città distrutte, mantiene fede alla parola data, gelosa custode delle sue millenarie tradizioni. Si serrino le file attorno a Sua Maestà il Re e Imperatore, immagine vivente della Patria, esempio per tutti. La consegna ricevuta è chiara e precisa: sarà scrupolosamente eseguita, e chiunque si illuda di poterne intralciare il normale svolgimento, o tenti turbare l’ordine pubblico, sarà inesorabilmente colpito. Viva l’Italia. Viva il Re”.

Fu festa grande nel Paese! Gli Italiani che tre anni prima, con la dichiarazione di guerra, erano fascistissimi, si ritrovarono tutti antifascisti! Grande festa nelle piazze! E grande festa a casa mia!!! Non ricordo se mamma e papà stappassero o meno una bottiglia, ma ricordo parole di gioia! «Mussolini è caduto! Mussolini non c’è più! Ora possiamo parlare, possiamo dire tutto quello che pensiamo»! Insomma tutti discorsi di questo tipo. Ed io in… felice sofferenza! O in una felicità sofferta! Non so! Ma il turbamento era profondo! Volevo capire, ma non capivo! Mia sorella Pucci era ancora piccola – avrebbe compiuto nove anni il 2 ottobre – e non era partecipe della nostra festa e dei nostri commenti, ma rideva anche lei! Gli ultimi mesi erano stati molto duri per noi tutti. Ricordo i volti sempre scuri dei miei genitori… non ci dicevano nulla… ci risparmiavano delle loro preoccupazioni e dei loro problemi… che poi erano anche i nostri, di tutti… Quella sera invecesi parlò a lungo e non si ebbero particolari preoccupazioni nell’ascoltare Radio Londra e i commenti del colonnello Stevens. A cui seguiva sempre una serie di messaggi speciali destinati alla Resistenza. Avevamo perso la guerra! Non ci restava che costruire la pace!

Che non arrivava mai! E dovemmo attendere fino all’8 settembre. Ma questa è un’altra storia.

Roma, 20 luglio 1943

Roma, 20 luglio 1943

di Maurizio Tiriticco

Dal mio “Balilla Moschettiere” — “””Il bollettino n. 1150 fu assai laconico: “Nel tardo mattino di oggi formazioni di apparecchi avversari hanno sganciato numerose bombe su Roma, causando danni in corso di accertamento”. E quello successivo, n. 1151, del 20 luglio fu più esauriente, a suo modo: “I danni arrecati dalle formazioni americane, che con alcune centinaia di quadrimotori hanno ieri, durante tre ore, attaccato Roma, sono ingenti; risultano, tra gli altri, gravemente colpiti e in parte distrutti, edifici sacri al culto e alla scienza e quartieri di abitazioni operaie: in particolare la basilica di S. Lorenzo, il cimitero del Verano, la Città Universitaria, il complesso ospedaliero del Policlinico, i caseggiati popolari delle zone Prenestina e Latina. Il numero delle vittime civili finora accertate ascende a 166 morti e a 1659 feriti. Durante e dopo l’incursione la popolazione ha dato esempio di disciplina e di calma. Sette velivoli sono stati abbattuti dalle artiglierie contraeree e uno dalla caccia”. Calma e disciplina? Oppure paura e rabbia? E tutti sapevamo del Papa, che era andato a vedere che cosa fosse successo, e che la sua tunica bianca si era sporcata di sangue! E il Duce perché non c’era andato? In quella stessa mattinata Mussolini e Hitler si incontravano a Feltre. E pare che Hitler avesse lamentato i ritardi italiani e le nostre promesse non mantenute. “Due popoli una guerra”: questo lo slogan del patto di Acciaio! Ma pare che il contributo italiano fosse solo di stagno…”””

L’esercito fascista!?!?!? Chiacchiere su chiacchiere! Pochi mezzi! Carri armati che scherzosamente chiamavamo scatolette di tonno! E i fucili? In dotazione c’era il moschetto modello 91, quello della prima guerra mondiale! E il Duce aveva dotato noi balilla moschettieri di un modello analogo. Per non dire dei nostri soldati in Russia – prima il CSIR, Corpo di spedizione italiano in Russia, e poi l’ARMIR, Armata italiana in Russia – con le scarpe di cartone!!!Leggetevi “Il sergente nella neve”, il racconto autobiografico di Mario Rigoni Stern. E i nostri soldati in Africa? Armamenti e sostentamenti insufficienti e scarsi! Eroismo tanto! Significative le parole della Saga di Giarabub”. Eccole!

“Inchiodata sul palmeto veglia immobile la luna. A cavallo della duna sta l’antico minareto. Squilli, macchine, bandiere,scoppi, sangue! Dimmi tu, che succede, cammelliere? È la sagra di Giarabub! Colonnello, non voglio il pane, dammi il piombo del mio moschetto! C’è la terra del mio sacchettoche per oggi mi basterà. Colonnello, non voglio l’acqua,dammi il fuoco distruggitore! Con il sangue di questo cuorela mia sete si spegnerà”.

In effetti abbondavamo di canzoni di guerra, che a scuola imparavamo diligentemente a memoria, e di una propaganda che ci mostrava la vittoria dietro l’angolo, ma… la realtà era ben diversa! Ed io, balilla moschettiere credente, la toccai purtroppo con mano! Dal 25 luglio all’8 settembre del 1943! Quindici giorni di sofferenza! Quindicigiorni per capire che la mia infanzia e la mia adolescenza mi erano state rubate! Dal fascismo e dalla sua dittatura chiacchierona! Questo, e tante altre brutture, è stato il fascismo! Parole ad abundantiam! Fatti pochi e negativi!Sfilate molte, armamenti pochi e poco efficienti! E non dico nulla di quanto avvenne l’8 settembre! Un re fuggitivo! Un esercito senza ordini abbandonato a sé stesso! Così nel giro di una giornata l’intero Paese fu letteralmente occupato dai tedeschi! L’Italia, terra di conquista! Ma questa è un’altra storia.

Il Latino perché

Il Latino perché

di Maurizio Tiriticco

Non ricordo quale amico/a di FB mi abbia proposto la questione della necessità o meno dello studio del latino, per secoli lingua franca in Europa, oggi sostituito dall’inglese! Lo scrivere in lingua latina nel mondo dell’antica Roma in genere era compito degli scribi, che scrivevano sotto dettatura, perché la padronanza linguistica scritta non era considerata un valore per tutti, quale è invece oggi. La lingua latina, comunque, era regolata da una perfetta grammatica (fonologia, morfologia e sintassi). In effetti, il linguaggio parlato e scritto, ovviamente non quello colloquiale del volgo, ma quello della politica, delle leggi, dell’amministrazione della giustizia, della diaristica e della poesia, era regolato da regole precise, che Quintiliano (35-96 d. C.) ci elenca nelle sue Institutiones oratoriae.

Secondo l’illustre grammatico, la produzione linguistica – ovviamente quella finalizzata e colta, dell’oratore in primo luogo – si sviluppa lungo i seguenti gradini: inventio, dispositio, memoria, elocutio, actio. Chissà se i nostri tanti politici ciarlatani di oggi ne sanno qualcosa! Non credo! Comunque, ecco la crescete veemenza di un Cicerone che in Senato mette in guardia dal “pericolo catilinario”: – “Quo usque tandem abutere, Catilina, patientia nostra? Quam diu etiam furor iste tuus nos eludet? Quem ad finem sese effrenata iactabit audacia? Nihilne te nocturnum praesidium Palati, nihil urbis vigiliae, nihil timor populi, nihil concursus bonorum omnium, nihil hic munitissimus habendi senatus locus, nihil horum ora voltusque moverunt? Patere tua consilia non sentis, constrictam iam horum omnium scientia teneri coniurationem tuam non vides? Quid proxima, quid superiore nocte egeris, ubi fueris, quos convocaveris, quid consilii ceperis, quem nostrum ignorare arbitraris? O tempora, o mores”.

E’ un modello di efficacia oratoria, ma… c’è un altro modello, quello di Giulio Cesare, che con la lingua scritta deve raggiungere e convincere il senato e i suoi concittadini della necessità della sua spedizione in Gallia! E ciò a dimostrazione che le sue imprese militari oltre le Alpi non sono uno spreco di danaro pubblico a suo esclusivo vantaggio, ma una assoluta necessità: quella di difendere e rafforzare i confini a nord di Roma e della penisola che la stessa Roma da anni controlla. Giova ricordare che al centro della pianura padana era stato fondato intorno al 590 a. C. un centro abitato, nei pressi di un santuario, forse con il nome di Medhelan (oggi Milano) da una tribù celtica appartenente alla cosiddetta “cultura di Golasecca”, che faceva parte del gruppo degli Insubri. Poi, nel 222, dopo una lunga lotta e un aspro assedio, Medhelan fu conquistata dai Romani, ormai proiettati da tempo oltre Roma e il Lazio. E’ opportuno ricordare che i Romani anni prima già si erano misurati con altri nemici al Sud della penisola: si tratta della “prima guerra punica” che ebbe una lunga durata: dal 264 al 241 a. C.

Insomma i Galli sono al nord quelli che al sud sono i Punici. Pertanto Cesare deve assolutamente convincere il “Senato e il Popolo Romano” della necessità della sua spedizione contro i Galli. Di qui nasce quel Bellum Gallicum che nelle nostre scuole costituisce ancora gioia e dolore di tanti nostri studenti. Ed ecco l’incipit famoso. Almeno per me! Nei miei anni di scuola lo imparavamo a memoria ed ancora lo ricordo (anche se, ovviamente, controllo il testo sul web): “Gallia est omnis divisa in partes tres, quarum unam incolunt Belgae, aliam Aquitani, tertiam qui ipsorum lingua Celtae, nostra Galli appellantur. Hi omnes lingua, institutis, legibus inter se differunt. Gallos ab Aquitanis Garumna flumen, a Belgis Matrona et Sequana dividit. Horum omnium fortissimi sunt Belgae, propterea quod a cultu atque humanitate provinciae longissime absunt, minimeque ad eos mercatores saepe commeant atque ea quae ad effeminandos animos pertinent important, proximique sunt Germanis, qui trans Rhenum incolunt, quibuscum continenter bellum gerunt”.

E via di questo passo! E Cesare dimostra di essere, oltre che un gran generale, anche un valente scrittore. In effetti, nel giro di pochi anni, dal 58 al 50 a. C., conquista vaste regioni europee, quelle che oggi costituiscono parte della Francia, della Svizzera, del Belgio, dei Pesi Bassi, della Germania. Ma delle sue azioni annota tutto, detta tutto! Lo immagino sotto la tenda la sera a dettare! Perché le sue ambizioni sono alte! Con le sue guerre deve conquistare Roma! E ci riesce! Anche se con un bellum civile! In seguitopagherà con la vita, perché il suo potere e il consenso del popolo a molti facevano paura! Ma Il suo scettro viene comunque ereditato da Gaio Giulio Cesare Ottaviano Augusto, suo figlio adottivo.

E con Augusto nasce l’Impero; e con esso nasce tutta un’altra storia!

Una scuola ospedalizzata?

Una scuola ospedalizzata?

di Maurizio Tiriticco

In questi giorni stanno chiudendo teatri e cinema. Il che è molto grave, ma non penso che la responsabilità sia tutta di questo maledetto covid. Comunque i segnali negativi sono numerosi. Tutta la cultura – lo dico in senso lato – è in crisi. I quotidiani si vendono in misura sempre minore. Tanto si leggono anche sul web. Così si dice, ma… la ragione è un’altra: la gente non legge! O legge molto poco! Tanto, per le notizie, c’è la TV! I nuovi nati non leggono: stampa per bambini e per ragazzi non esiste, fatta eccezione per quel Topolino settimanale, le cui improbabili e cervellotiche storie non credo possano appassionare veramente i nostri bambini.

Ai miei tempi – e non ditemi che sono le solite lamentele dei vecchi – i settimanali per bambini e ragazzi erano numerosi. Dominavano il Corriere dei Piccoli e Topolino. Ma uscivano anche settimanalmente L’Avventuroso, L’Intrepido, Il Monello, E venivano pubblicati anche degli album, dal formato rettangolare. Molto gettonati erano quelli di Dick Fulmine, un Carnera “di carta”, che scazzottava sempre con il negro cattivo, Zambo! Perché i negri sono tutti brutti e cattivi. Quante le minacce delle mamme di allora: “Fermo! Se non stai buono, chiamo l’uomo nero”!

I fumetti oggi ci sono, ma, di fatto, sembrano toccare più che altro un pubblico adulto. Penso a Dylan Dog e a Martin Mystere! Per non dire di Zagor e di Nathan Never! Personaggi molto diversi, attivi in mondi diversi. Così l’ampio arco dei gusti è largamente toccato, ma… i lettori? Molto pochi e, in primo luogo, un pubblico adulto. E intanto le edicole sono in crisi! Così sono “costrette” a vendere altre cose, a far fotocopie, ad offrire anche, a volte, sevizi postali! Insomma, la gente – piccoli e grandi – non legge! Non conosco il mercato librario e mi taccio. Però, constato che chiudono teatri e cinema. Chiude la cultura? Non so, ma nutro un’altra preoccupazione, più grave!

Penso alla prossima “riapertura” delle nostre scuole! Là dove si costruisce la cultura di base. Le virgolette non sono casuali! In effetti, quale tipo di riapertura sarà? Andiamo a leggere il dpcm dello scorso 11 giugno! Che detta – scusatemi il burocratese, ma sto copiando – “ulterioridisposizioni attuative del decreto-legge 25 marzo 2020, n. 19, recante misure urgenti per fronteggiare l’emergenza epidemiologica da COVID-19, e del decreto-legge 16 maggio 2020, n. 33, recante ulteriori misure urgenti per fronteggiare l’emergenza epidemiologica da COVID-19. (20A03194)”. Quando una intestazione è così lunga, non c’è da stare allegri! Ed il testo, infatti, è bello lungo: ben18 pagine e caratteri piccoli piccoli della rivista “Notizie della Scuola”, n. 21, edita dalla Tecnodid.

Per quanto riguarda la scuola… “sono sospesi i servizi educativi per l’infanzia di cui all’art. 2 del decreto legislativo 13 aprile 2017, n. 65, e le attività didattiche in presenza nelle scuole di ogni ordine e grado, nonché la frequenza delle attività scolastiche e di formazione superiore, comprese le Università e le Istituzioni di Alta Formazione Artistica, Musicale e Coreutica…”.

Ed ancora: “Al fine di mantenere il distanziamento sociale, è da escludersi qualsiasi altra forma di aggregazione alternativa. Le riunioni degli organi collegiali delle istituzioni scolastiche ed educative di ogni ordine e grado possono essere svolte in presenza o a distanza sulla base della possibilità di garantire il distanziamento fisico e, di conseguenza, la sicurezza del personale convocato. Gli enti gestori provvedono ad assicurare la pulizia degli ambienti e gli adempimenti amministrativi e contabili concernenti i servizi educativi per l’infanzia richiamati. Nel periodo di sospensione e nel periodo di chiusura delle scuole, l’ente proprietario dell’immobile può autorizzare, in raccordo con le istituzioni scolastiche, l’ente gestore ad utilizzarne gli spazi per l’organizzazione e lo svolgimento di attività ludiche, ricreative ed educative, non scolastiche né formali, senza pregiudizio alcuno per le attività delle istituzioni scolastiche medesime. Le attività dovranno essere svolte con l’ausilio di personale qualificato, e con obbligo a carico dei gestori di adottare appositi protocolli di sicurezza conformi alle linee guida di cui all’allegato 8 e di procedere alle attività di pulizia e igienizzazione necessarie. Alle medesime condizioni,possono essere utilizzati anche centri sportivi pubblici o privati. I dirigenti scolastici attivano, per tutta la durata dellasospensione delle attività didattiche nelle scuole, modalità dididattica a distanza, avuto anche riguardo alle specifiche esigenze degli studenti con disabilità”.

E via di questo passo! MI chiedo: i nostri ragazzi dovranno andare a scuola o partire per il fronte? E i nostri insegnanti dovranno insegnare o adempiere soltanto a quelle mille operazioni cautelative, che vanno dalla “scannerizzazione” della fronte di ogni studente all’uscita e alla constatazione che ciascuno indossi la mascherina d’ordinanza e non ardisca avvicinarsi troppo al compagno di banco? Mi correggo: il compagno di banco ormai è solo un retaggio di una scuola altra. Ma la didattica è salva! Tutta affidata al PC! E al copio copias dal web! Conosciamo tutti il programma terapeutico della “Scuola in Ospedale”; ma che l’intera nostra scuola venga ospedalizzata è una assoluta novità. In genere si dice che, se son rose, fioriranno! Ma i crisantemi sono destinati solo ad appassire!

La scuola del vietato toccarsi

La scuola del vietato toccarsi

di Maurizio Tiriticco

A volte, a fronte di tante tristi vicende che lacerano il nostro Paese – la cronaca quotidiana ne è piena – e che sono testimonianze di profonda inciviltà, viene da chiedermi: ma molti dei miei concittadini si meritano una Divina Commedia, una Cappella Sistina, una Fontana di Trevi, una Ginestra? Quanto entusiasmo, da parte mia, quando da studente scoprii «Sao ko kelle terre, per kelle fini que ki contene, trenta anni le possette parte Sancti Benedicti»! Si tratta della cosiddetta Carta Capuana. O, se volete, del Placito Cassinese. Siamo nel 960 d. C! Com’è noto, il documento è giunto sino a noi, preziosamente conservato nell’archivio di Montecassino. E primo a pubblicarlo, nel 1734, fu un monaco cassinese, don Erasmo Gattola, il quale era rimasto giustamente sorpreso da “queste parole della balbettante lingua italiana, mescolata alla latinità barbarica”. Scoprii che una lingua nasce, si sviluppa, cambia! E a volte muore!

In realtà, la nascita di una lingua è anche la nascita di una nazione! Non a caso, la radice di nascita e di nazione è la stessa. Ma per noi italiani non è stato così. Perché la nostra penisola purtroppo è stata più terra di invasione e di conquista che terra di inclusione! Al contrario di quanto è avvenuto in altre parti d’Europa, dove determinate nazioni sono nate attorno ad una cultura, ad una lingua, ad una dinastia. Quanti lunghi secoli, invece, è durata la nostra complessa storia patria! E quanta fatica l’affermazione della nostra bella lingua, fecondata – se si può dire così – e alimentata da una cultura antica: il mondo greco e quello romano. Orazio non esitò a dire in una sua Epistola: “Graecia capta ferum victorem cepit”. A sottolineare l’unitarietà dei due mondi.

E l’ammirazione per la Grecia e della Roma antiche ha connotato tutta la nostra cultura. Però quella dei dotti! Mi vengono in mente quei versi dell’Inferno dantesco, o meglio del limbo, canto terzo: “ Poi che la voce fu restata e queta, vidi quattro grand’ombre a noi venire: sembianz’avevan né trista né lieta. Lo buon maestro cominciò a dire: Mira colui con quella spada in mano, che vien dinanzi ai tre sì come sire: quelli è Omero poeta sovrano; l’altro è Orazio satiro che vene; Ovidio è ’l terzo, e l’ultimo Lucano ”. La spada di Omero! In effetti, queste sono le armi… pacifiche da preferire! Quando una lingua e una cultura si affermano! Ed è grazie a loro che un tale scrisse una Commedia e un altro tale il “Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo”.

Mah! Quanti lunghi anni la nostra storia patria! E la nostra bella lingua, fecondata da una cultura antica, quella del mondo greco e del mondo romano. Ma quanta fatica per imporsi sull’intera penisola! Un tale – e siamo negli anni venti del 1800 – dovette sciacquare i panni in Arno per tentare di darci una lingua che tutti gli italiani, dalle Alpi al Lilibeo, potessero comprendere e utilizzare. E non è un caso che i Promessi Sposi per decenni sono stati una lettura obbligatoria nelle nostre scuole. Ed occorsero la leva obbligatoria e la scuola obbligatoria – e siamo negli anni sessanta del 1800 – perché il siciliano e il lombardo cominciassero a comprendersi. Come disse Cesare D’Azeglio, “fatta l’Italia, occorreva fare gli Italiani”.

Ora a volte viene da chiedermi: ma gli Italiani sono stati fatti o sono ancora da farsi? Per quanto mi riguarda, le cose che ho appreso da bravi insegnanti, ho cercato anch’io di insegnare! Altri tempi! Non so, ma… pensiamo all’oggi! Confesso che sono molto preoccupato per la prossima riapertura delle nostre scuole! Spero che il terrore del contagio del male non provochi anche la paura del contagio del bene, della nostra bella lingua, della nostra storia, della nostra cultura! Spero che non sia un avvio all’insegna della paura! A ciascun alunno la sua mascherina, la sua postazione e… guai a toccarsi! Temo che il linguaggio del corpo, quello che è fatto del toccarsi, dello spingersi, dell’abbracciarsi, del litigare anche, tutto ciò che precede e sostiene il linguaggio simbolico, delle emozioni, delle conoscenze, possa essere umiliato e offeso! Un pezzo della crescita/sviluppo, dello scontro/incontro, e di tante altre attività cooperative dovrà essere volutamente evitato! Uno per uno, sì! E soltanto! Uno per tutti, no! Con quali conseguenze? Non lo so! Pensiamoci!

La scuola del Grande Fratello?

La scuola del Grande Fratello?

di Maurizio Tiriticco

Quando leggo sui quotidiani delle modalità di riapertura del prossimo anno scolastico, o meglio della concreta organizzazione dell’aula, confesso che sono molto preoccupato. Aule trasformate in camere di ospedale??? In effetti – copio dal web – “nelle camere di degenza la superficie del pavimento non deve essere inferiore a 7 mq. per letto nelle camere a letti plurimi e a 9 mq. per letto nelle camere ad un letto. In ogni camera di degenza non possono essere collocati più di 4 letti e sempre che la superficie del pavimento sia di 7 mq. per posto letto; diversamente il numero dei letti da collocare deve essere proporzionato a tale superficie…”. Ed analoghe previsioni dovranno valereper le nostre aule scolastiche? Insomma: ciò che conterà sarà solo un puntiglioso rispetto di adeguate distanze interpersonali, mascherine e non so quali altre diavolerie?Pertanto, tutto ciò che da sempre è una classe di alunni attiva in un’aula scolastica verrà deliberatamente e – direi – violentemente cancellato! Addio alla disciplina, anche se avolte di facciata! Addio al parlarsi sotto il banco mentre l’insegnate spiega, addio a pizzicotti, spintoni! Addio allecorse in corridoio dopo la campanella che segna l’attesa ricreazione! Tutti/e ubbidienti soldatini/e mascherati/e!

Ma non è finita qui! “La distanza di un metro da bocca a bocca sarà statico o sarà dinamico?”: si chiede Antonello Giannelli presidente dell’Associazione Nazionale Presidi. Ma è un interrogativo che – con molti altri – avanzano anche i DS dell’Associazione Nazionale Dirigenti Scolastici. Ma anche gli stessi insegnanti! Mah! Sarà il trionfo dell’immobilità e del silenzio? Purtroppo, a mio vedere, sarà anche la fine di tanti anni di ricerca pedagogica e di tante esperienze didattiche! Addio a Makarenko e al suo “Poema pedagogico”! Addio a Freinet che ha introdotto nell’aula il lavoro cooperativo e la “tecnica della tipografia”. Addio alla Montessori, a Piaget e alla sua polemica con Vigotskij: viene prima la Persona o la Società? Addio a Dewey, a Bloom e a Bruner! Addio a Don Milani! Insomma a decenni di ricerca pedagogica! Di entusiasmi pedagogici! Di tanti preziosi suggerimenti didattici! Di tante fruttuose sperimentazioni!

Non vorrei che a breve nelle nostre scuole si cancellassero addirittura, per necessità e per legge, i naturali rapporti interpersonali, quelli che costituiscono la radice prima dello sviluppo dei rapporti sociali. E si imponessero, invece, i “non” rapporti, di cui al “Big Brother”, creato da George Orwell per il suo “1984”. Nello Stato assoluto e totalitario di Oceania ciascun fratello – quale ironia – è costantemente controllato, anzi spiato, dall’Autorità. E non gode di alcuna autonomia. Perchéciascuno è perseguitato dallo slogan “Il Grande Fratello vi guarda”!

E questa dovrebbe essere la realtà del nostro vivere quotidiano? Si comincia dalla scuola, per passare poi al contesto sociale? E non solo! Forse avremmo bisogno di un novello Hitler! Lui sì che sapeva tutto di come organizzare la vita delle persone! Dei nuovi nati si salvavano solo i biondi in ottima salute! Gli altri? Allo scarico! Ora… “a parte ischerzi” – come diiimo a Roma – pare che ‘sto Covid19, e poi 20, 21 e così via, sia il segno distintivo della civiltà del Terzo Millennio! Civiltà? E siamo solo ai primi anni venti…

Che, però, mi ricordano altri anni venti. Quando nel 1927 Fritz Lang diresse Metropolis, uno stupendo film muto. Vi si immagina il futuro del prossimo 2026. Ci siamo vicini: un mondo in cui pochi ricchi impongono a milioni di poveri di lavorare per loro in un clima di assoluta tirannia. Si tratta di un film magistrale. E il web ci dice che film è tra le opere simbolo del cinema espressionista ed è universalmente riconosciuto come modello di gran parte del cinema di fantascienza.

Mah! Speriamo che la nostra scuola non diventi una cosa fantascientifica!

Pillola europea

Pillola europea

di Maurizio Tiriticco

Stamane su RaiTvUno si è discusso della necessità di una concreta e fattiva Educazione Civica nelle nostre istituzioni scolastiche, che sarebbe meglio definire, a mio vedere, “Educazione alla Cittadinanza Attiva”. Protagonista la Senatrice Flavia Piccoli Nardelli, del Partito Democratico. E’ indubbio – almeno a mio parere – che un insegnamento attivo e partecipato è di per sé il migliore insegnamento civico! Alludo alla “didattica laboratoriale”, che virgoletto perché è invocata sia dalle Linee guida che dalle Indicazioni nazionali che riguardano i diversi ordini e gradi del nostro sistema scolastico.

E’ bene, comunque, ricordare la distinzione che corre tra l’EDUCAZIONE, che attiene, appunto, allo sviluppo della convivenza civile e democratica, la FORMAZIONE, attinente allo sviluppo della persona ed alla consapevolezza del Sé, e l’ISTRUZIONE, che riguarda nello specifico lo studio e la padronanza dei diversi saperi disciplinari e pluridisciplinari. Si tratta di tre “parole magiche” che ricorrono anche nel comma 2 dell’articolo 1 del dpr 275/99, concernente l’avvio dell’autonomia delle istituzioni scolastiche.

A mio vedere, almeno tre sono gli assi che, scanditi ovviamente lungo l’arco dei dieci anni dell’istruzione obbligatoria, dovrebbero costituire la matrice dell’ECA: 1) la Costituzione repubblicana, le vicende storiche e sociali che ne hanno costituito le fondamenta ed il nostro ordinamento istituzionale; 2) l’Unione Europea, status e cenni storici, con particolare riguardo al Manifesto di Ventotene, del 1944, ed al Trattato di Maastricht, del 1992, in forza del quale una semplice CEE, Comunità Economica Europea, istituita nel lontano 1957 con i Trattati di Roma, costituita di appena sei Paesi, Italia Francia, Germania, Belgio, Olanda e Lussemburgo, oggi è diventata un organismo più forte ed autorevole e ne conta ben ventisette; 3); l’Agenda Onu 2030, contenente i 17 obiettivi necessari per realizzare, a livello mondiale, uno sviluppo sostenibile. Ritengo opportuno ricordare il quarto obiettivo, che riguarda uno dei compiti più importanti delle istituzioni scolastiche europee e che così recita: “Fornire un’educazione di qualità, equa ed inclusiva, e opportunità di apprendimento per tutti”.

L’auspicio è che una scuola di qualità sia in grado di raggiungere tutti i bambini del pianeta. Cosa che così non è, com’è purtroppo noto. In troppe zone – che sarebbe anche difficile definire Paesi – il lavoro, anzi lo sfruttamento minorile è largamente diffuso. Ed in altre abbiamo anche il fenomeno dei bambini soldato, che vengono educati – se così si può dire – non solo all’uso precoce delle armi, ma anche e soprattutto alle crudeltà che ne conseguono. Paesi in cui più di educazione civica sarebbe opportuno parlare di educazione ai più elementari sentimenti che dovrebbero caratterizzare i rapporti interpersonali: l’ascolto e il rispetto! Mah! La difficoltà di costruire un mondo migliore!

Fare come e perchè

Fare come e perchè

di Maurizio Tiriticco

Antonio Fundarò in un articolo dal titolo “Didattica a distanza, come rimodulare la progettazione delle attività didattiche”, pubblicato recentemente da edscuola.it, commentando la CM del MI del 17 marzo 2020, avente per oggetto “emergenza sanitaria da nuovo Coronavirus”, afferma tra l’altro quanto segue: “La didattica a distanza, molto più di quella in presenza a scuola, implica un coinvolgimento attivo individuale importante, sul quale i docenti non hanno possibilità di intervenire se non riprogettando e riadattando competenze, abilità e conoscenze anche se, per lo più, le competenze dovrebbero rimanere invariate mentre le abilità e le conoscenze potrebbero essere diverse. Si ricorda, infatti, che al dovere della scuola di attivare le modalità di didattica a distanza, modificando, talvolta profondamente la progettazione approvata ad inizio anno, corrisponde il dovere di partecipazione per gli studenti che sarà tanto maggiore quanto più adeguato sarà la rimodulata azione educativa-formativa”.

Non so quale vantaggio tragga il lettore insegnante da queste considerazioni. L’attività didattica – sia in presenza che a distanza – va sempre e comunque progettata. Mi piace ricordare il primo avvio della “progettazione educativa e didattica”, di cui al dm 9 febbraio 1979 relativo alle attività didattiche della scuola media. Ed è anche opportuno, quando sia il caso, riprogettarla: ad esempio, nel caso in cui dati obiettivi (ovvero le performance richieste ad ogni singolo alunno) si dimostrino troppo ambiziosi. Mi chiedo però che cosa significa affermare che “le competenze dovrebbero rimanere invariate mentre le abilità e le conoscenze potrebbero essere diverse”. In realtà, in un’operazione finalizzata – semplice o complessa che sia – si realizza sempre uno stretto rapporto in crescendo – potremmo dire – che lega e sviluppa conoscenze, abilità e competenze. Un esempio banale: l’alunno “sa contare” (conoscenza), quindi è capace di acquistare un quotidiano (abilità). Poi, chiamato a svolgere una ricerca sul covid19, ovviamente eseguirà operazioni complesse e competenti, fondate  sulla ricerca delle fonti opportune.

In altri termini, un’azione competente è un insieme di attività strettamente connesse e a volte complesse, mirate ad un preciso scopo. Quando faccio la spesa al supermercato, si intrecciano tra loro molte operazioni: quali prodotti acquistare e perché; quali sono le disponibilità di danaro; quanti sono i membri della famiglia; quanto tempo dovranno durare; e mille altre variabili che non sto a dire. Sono esempi banali, lo so! Ma esistono attività lavorative professionali che richiedono progettazioni molto attente: il piastrellista, l’architetto, il medico, l’insegnante e tanti altri lavoratori devono conoscere bene il da farsi al fine di raggiungere un dato obiettivo, e devono valutare opportunamente tempi, modi, costi, eventuali difficoltà ed imprevisti. Pertanto CONOSCONO il da farsi, sono ABILI nel fare, COMPETENTI nel raggiungere l’obiettivo.

Ritorno alla citata considerazione di Fundarò: “le competenze dovrebbero rimanere invariate mentre le abilità e le conoscenze potrebbero essere diverse”. Non ne capisco il senso. In realtà, ciascuna operazione finalizzata si intenda compiere, il rapporto che corre tra il conoscere, il fare (abilità) e il realizzare (competenza) un dato obiettivo atteso è molto stretto. In effetti, anche andare in pizzeria con gli amici richiede operazioni organizzative! Che, ovviamente, non sono quelle che attendono alla costruzione di un ponte! Ma alla gestione di una qualsiasi attività didattica, sì!