Archivi categoria: Tiriticcheide

Balilla Moschettiere

Memorie di un antifascista

di Maurizio Tiriticco

SOMMARIO

Premessa  /  Torino… verso Santa Rita sognando…  /  Roma! Italico Sandro Mussolini  /  Un Sole libero e… giocondo  /  Finalmente l’Impero  /  La guerra di Spagna  /  Nonna Zenaide  /  Ostia, o meglio il Lido di Roma!!!  /  I Navicellari  /  L’agognato ginnasio  /  Il Patto d’Acciaio!  /  Piazza capitan Consalvo  /  Il cursus honorum  /  Il Duce al Lido di Roma!!!  /  Finalmente la guerra!  /  Le prime vittorie  /  I compagni di gioco e… di avventura!!!  /  La prima sigaretta  /  La scoperta del sesso  /  Le reni della Grecia…  /  …ma anche le nostre!!!  /  Finalmente il Giappone  /  ll ‘42, l’anno della svolta  /  Lo scudetto della Roma  /  Due eroi mancati  /  Il ‘43, l’inizio della fine  /  I primi dubbi…  /  …e le prime certezze  /  La tragica estate del ’43  /  I bollettini di guerra: la tragedia annunciata  /  Il bombardamento di San Lorenzo  /  Operazione Badoglio  /  Primi assaggi di libertà  /  Un’estate di attesa  /  Un agosto tremendo…  /  …e io nel pallone!  /  Il bollettino della… sconfitta!!!  /  L’eccidio dei vinti!  /  L’insipienza dei nostri generali!  /  L’occupazione tedesca  /  Fischiano le pallottole  /  La Repubblica sociale!  /  Lo sfollamento  /  Il “Giulio Cesare”  /  Lo zio Lele  /  La guerra! Si ricomincia…  /  Un fantasma si aggira per l’Europa  /  La fine di un anno terribile  /  La miglior vendetta è l’eccidio!  /  Finalmente una casa  /  Lo zio Gino  /  La LIBBERAZZIONEE!!!  /  Il secondo fronte  /  I tre grandi  /  Finalmente… la fine!  /  Il primo anno di pace  /  La democrazia  /  La Repubblica  /  La maturità  /  L’Università  /  La rottura dell’unità nazionale  /  La nuova militanza  /  Da Pattuglia alla Casa della cultura  /  Dalla morte di Stalin a Budapest  /  Un compagno che non demorde

*****************************

Premessa

Oggi non tutti sanno, purtroppo, quanto sia preziosa la democrazia! E spesso arricciano il naso! E si lamentano… sempre… e di tutto! E non sanno! Se sapessero! E se sapessero quant’è difficile passare da un regime dittatoriale a una società democratica! Soprattutto per chi è nato ed è stato educato – si fa per dire – in una società autoritaria e si trova poi sbalzato all’improvviso, senza capirne il perché e il come, in una società che ne è esattamente il contrario. E’ un passaggio faticoso e difficile! Ti trovi con il perdere a un tratto tutti i tuoi punti fermi e ti ritrovi a dover ricostruire tutto da capo. Quando sei nato in una società dittatoriale, chiusa, autoreferenziale, non hai scelto nulla: perché tutto è stato scelto per te! Qualcuno ha deciso per te!

Quando poi, nel corso di una notte – era il 25 luglio del 1943 – ti trovi sbalzato in una società diversa, aperta, in cui sei tu a dovere scegliere, la fatica è tremenda. Chi nasce qui e oggi, in una società democratica, regolata da una Costituzione che è una delle più belle del mondo – ma in pochi lo sanno – apprende da subito che dovrà fare le sue scelte, e poi opterà per il bene o per il male, per l’impegno civile o la mazzetta, e potrà anche cambiare le sue scelte, in corso d’opera, nel lungo corso della sua vita. Ma chi è nato là e allora, in una società fortemente autoritaria, in cui quel poco che ti è dato è il Tutto ed è quel Tutto che riempie completamente la tua coscienza, le cose sono ben diverse.

E la cosa più significativa è che tu ne sei felice! E sei felice perché non hai altra possibilità di scelta. Com’è oggi in chissà quanti Paesi del mondo! Tutto ti è dato! Nel bene e nel male! Ovviamente più nel male! Un Tutto che è veramente ben Poco! Ma che riempie totalmente la tua vita, i tuoi desideri, le tue aspirazioni! E sei anche felice! E non tanto  perché sei un bambino, ma perché sei un Balilla, un Balillaaa con la B maiuscola, un bambino speciale e privilegiato, il Meglio che ci possa essere sulla faccia della Terra!

E quanto è faticoso rinascere – o nascere? – il 25 luglio del ’43. In effetti sono nato due volte!

Su questa fatica ho voluto riflettere e l’ho voluta raccontare! Perché tutti sappiano quanto sia prezioso il bene della democrazia e della libertà, anche Oggi e Ora, in cui le tante impasticciate Cose del mondo ci appaiono più difficili che mai! Ma i problemi in cui tutti ci troviamo coinvolti li risolveremo, perché siamo Liberi di farlo, se vogliamo veramente essere Liberi. La Libertà  non è un dono, anche se è un garanzia che deriva dalla nostra Costituzione, ma è l’unica strada da percorrere, se vogliamo costruire un mondo migliore, come si suol dire, e come si deve dire senza alcuna enfasi.

Comincio dall’inizio, da un vagito molto lontano, di cui non ricordo nulla! Fortunatamente c’è la mia carta di identità che indica un luogo e una data di nascita! Fatidica! Certamente, perché quando un nuovo nato comincia a frignare, l’evento è più che importante! L’universo comincia a dispiegarsi su un paio di occhi di un esserino che dovrà viverlo, leggerlo, interpretarlo: il miracolo della vita!

Misurare e Valutare

Misurare e Valutare

di Maurizio Tiriticco

Nei principali documenti normativi relativi alla valutazione degli alunni – si vedano, ad esempio, il decreto legge 137/2008, la legge 169/2008 e il dpr 122/2009 – si esprimono e si scrivono concetti molto interessanti a proposito della valutazione degli alunni. Copio fedelmente passim dal citato dpr: “La valutazione è espressione dell’autonomia professionale propria della funzione docente, nella sua dimensione sia individuale che collegiale, nonché dell’autonomia didattica delle istituzioni scolastiche. Ogni alunno ha diritto ad una valutazione trasparente e tempestiva… La valutazione ha per oggetto il processo di apprendimento, il comportamento e il rendimento scolastico complessivo degli alunni… Le verifiche intermedie e le valutazioni periodiche e finali sul rendimento scolastico devono essere coerenti con gli obiettivi di apprendimento previsti dal piano dell’offerta formativa… Il collegio dei docenti definisce modalità e criteri per assicurare omogeneità, equità e trasparenza della valutazione, nel rispetto del principio della libertà di insegnamento…”.

E si ribadisce, ormai da sempre, fin dai tempi dall’Unità nazionale. che la valutazione è espressa in decimi! E per numeri interi! Purtroppo quasi tutti i nostri insegnanti – e gli stessi dirigenti – non lo sanno, per cui… mai un insegnante attribuirà uno o dieci ad un compito o ad una prestazione, ma abbonderà in più, in meno, financo in meno meno, ed anche in mezzi! I tre quarti non sono gettonati! Menomale!

Mi chiedo spesso: è possibile che dieci posizioni non siano sufficienti per valutare una prestazione? Ed ancora! Parole e parole appesantiscono i documenti ministeriali sulla valutazione, ma… mai una parola sulla misurazione! MISURAZIONE? Ma che cos’è la misurazione? Qualche esempio banale. Vedo in vetrina una BELLA camicia o un BEL paio di scarpe: ovviamente a mio vedere! Ma per la mia compagna sono orrende! Vorrei acquistarle, ma… manca il mio “numero”. Al supermercato si verificano le medesime situazioni: ottime arance di Sicilia (valutazione), ma costano troppo (misurazione: ovviamente pe le mie tasche)! Per non dire poi della stagione dei saldi! Cappotti acquistati in piena primavera scontati del 50%! Una vera cuccagna! Insomma, MISURIAMO tutto ciò che concerne un prodotto, soprattutto il rapporto qualità/prezzo! E VALUTIAMO anche non solo la bontà del prodotto, a nostro avviso, ma anchequanto possiamo spendere in ordine al nostro bisogno e al nostro potere di acquisto! E lo valutiamo anche in ordine alla sua qualità, che a volte è anche debitamente certificata. In effetti, si tratta di due operazioni, misurare e valutare, oggettivamente distinte, ma che nel nostro pensare quotidiano sono quasi sempre, se così di può dire, agglutinate.

Nella scuola si verificano quotidianamente analoghe situazioni! Quante volte un insegnante dice a un alunno: “Possibile che non ci sia neanche un errore in questo compito in classe? Dimmi: da dove l’hai copiato?”. Oppure: “Mi aspettavo un compito migliore da te! Come mai tanti errori?” E così via! Si tratta di due semplici espressioni, che in effetti tradiscono due precisi atteggiamenti: quello del contare, MISURARE gli errori attesi o meno, e quello del VALUTARE il compito e lo studente che l’ha eseguito. La MISURAZIONE, quindi, riguarda l’esito numerico – possiamo dire – del compito eseguito (in genere, gli “errori commessi”, qualunque sia il tipo di prova, orale, scritta, pratica); la VALUTAZIONE riguarda il valore, appunto, che gli viene attribuito.

Altro esempio, banalissimo, ma sempre ricorrente alla fine di ogni anno scolastico: l’alunno Rossi ha buoni voti e una buona media, ma un cinque in una singola materia; il consiglio di classe discute se attribuirgli un debito oppure soprassedere; si opta per la seconda tesi e, nel momento in cui il cinque “passa a sei” – in genere si dice e si verbalizza così – si è passati letteralmente e concettualmente da un’operazione MISURATIVA (il fatto che l’esito oggettivo è cinque) ad un’operazione VALUTATIVA (il fatto dell’attribuzione concordata del sei).

Tutto OK, in verità, ma sarebbe sempre opportuno che le due operazioni, mentali prima ed esecutive dopo, fossero debitamente distinte. Quindi MISURARE e VALUTARE sono due operazioni assolutamente diverse, ma… il fatto è che, sia nella norma che nelle consuetudini degli insegnanti, le due operazioni spesso non vengono chiaramente identificate e distinte. Pertanto, va ribadito che “portare un cinque a un sei” – come in genere si dice, e non solo in sede di consiglio, ma anche nella quotidianità del lavoro di un insegnante – non è solo un “regalo”, ma in primo luogo l’esito di due operazioni mentali assolutamente diverse: la prima come esito di una MISURAZIONE OGGETTIVA(l’esito della prova o di una serie di prove); la seconda come esito di una OPERAZIONE VALUTATIVA (le operazioni “altre” che l’insegnante o il consiglio di classe fanno in considerazione di fattori “altri”, anche non inerenti al compito). Le considerazioni sin qui condotte circa la distinzione concettuale che occorre sempre fare tra il MISURARE e il VALUTARE sono note al docimologo, ma non sono sufficientemente note al Miur quando legifera e non sempre agli insegnanti quando operano. Ed allora? Damose da fa’! Come diciamo a Roma.

Apprendere per competenze

Apprendere per competenze

di Maurizio Tiriticco

Il nostro sistema di istruzione ha subito profonde modifiche nel corso di questi nostri 150 anni di storia patria. Quando demmo vita per la prima volta ad una scuola elementare generalizzata su tutto il territorio del Regno, per altro obbligatoria per i primi due anni, la prima preoccupazione fu quella di insegnare il minimo delle abilità di base linguistiche e aritmetiche perché i nostri cittadini, da secoli esclusi da ogni forma di istruzione generalizzata e assolutamente analfabeti, acquisissero gli strumenti culturali elementari per accedere al mondo del lavoro e ad un contesto sociopolitico ormai ben diverso rispetto a quello ereditato nei secoli. In quel tipo di scuola non si andava troppo per il sottile e i colpi di bacchetta sulle mani erano all’ordine del giorno. In altri termini, ciò che si insegnava doveva essere appreso ed anche al più presto, e la memoria faceva aggio sulle conoscenze apprese. Per decenni il nostro sistema scolastico fu essenzialmente centrato sulla acquisizione di conoscenze e la valutazione decimale era funzionale a questo modello di insegnamento: chi sa, va avanti; chi non sa, è sonoramente bocciato. Il lavoro manuale non mancava e forse un’attenzione scrupolosa nei confronti dell’alunno, delle sue motivazioni, dei suoi ritmi e stili di apprendimento sarebbe stato un inutile dispendio di risorse e di energie! Ciò che la ricerca pedagogica allora suggeriva, solo raramente diventava riferimento certo nella pratica scolastica.

Con il trascorre degli anni, anzi dei decenni, le cose sono andate cambiando profondamente. Un benessere più diffuso tra le due guerre e poi, dopo la funesta parentesi del fascismo e della seconda guerra mondiale, l’avvio di una reale e partecipata democrazia, il boom economico degli anni Cinquanta hanno provocato anche una forte domanda di cultura e di istruzione. Nel 1962 venne innalzato l’obbligo di istruzione fino ai 14 anni e nel giro di poche stagioni la nostra scuola media unificata venne letteralmente invasa da migliaia di undicenni bisognosi di sapere, sostenuti anche da famiglie che per la prima volta nella storia cominciavano ad avvertire il valore della scuola e della cultura come fattori di riscatto sociale.

La scuola, percome da sempre era organizzata, non fu in grado di rispondere immediatamente a questi nuovi bisogni e fu salutare l’intervento di Don Lorenzo Milani che nel ’67, con la sua Lettera a una professoressa, denunciò come e perché la scuola tradizionale, arroccata su una didattica fondata sulla erogazione di contenuti e la trasmissione di conoscenze, non sarebbe mai stata in grado di dare risposte adeguate ad una domanda di istruzione che si faceva sempre più massiccia e mirata. In quegli anni il contributo della ricerca pedagogica, o meglio di tutte le cosiddette scienze dell’educazione, fu salutare e comprendemmo che non erano tanto importanti le conoscenze acquisite, quanto il loro uso corretto da parte degli alunni nella vita di tutti i giorni. Centrammo allora l’attenzione sulle abilità, sui saper fare minimi e adottammo una nuova strategia dell’insegnare/apprendere, quella della programmazione educativa e didattica. Divenne fondamentale che l’alunno raggiungesse determinati obiettivi operativi, per i quali le conoscenze erano senz’altro fondamentali, ma non nei loro repertori contenutistici ereditati dalla scuola del passato. La didattica per obiettivi comportava anche un’altra scelta in campo valutativo, per cui venne adottata la cosiddetta valutazione di criterio, che teneva conto non tanto delle conoscenze memorizzate quanto del loro corretto uso nell’esercizio delle abilità, o meglio nelle quotidiane attività pratiche. E con la legge 517 del ’77 vennero, appunto, abolite le pagelle e i voti e sostituite con le schede di valutazione e i giudizi. Purtroppo, l’innovazione riguardò solo la scuola dell’obbligo e interessò solo marginalmente la scuola secondaria superiore solo in forza di una serie di sperimentazioni.

Da allora sono passati quasi cinquant’anni; e il processo di scolarizzazione si è esteso e per certi versi consolidato, anche se le sacche degli abbandoni nel nostro Paese sono ancora molto alte. Siamo entrati in un rapporto diretto con i sistemi di istruzione di altri Paesi europei che, ormai, dopo la creazione dell’Unione europea, a partire dagli anni Novanta, ci sono più vicini che mai. Si sta ricercando un rapporto sempre più marcato tra istruzione e lavoro e ci si rende sempre più conto che conoscenze e abilità non possono più costituire gi obiettivi finali dei sistemi di istruzione. Una volta le tappe della vita di ciascuno di noi erano ben segnate: c’era l’età della scuola, poi quella del lavoro, poi quella della pensione. Oggi non è più così: siamo tenuti ad apprendere per tutta la vita, perché le conoscenze aumentano giorno dopo giorno, investono i processi lavorativi e impongono a ciascuno di noi un continuo aggiornamento di quanto abbiamo imparato. Le tre tappe si sono confuse e la scuola è così chiamata a compiere un successivo salto in avanti, se non vuole essere tagliata fuori dal mondo delle conoscenze, che si fanno sempre più numerose, e dal mondo del lavoro, che diventa sempre più difficile e impegnativo. Ed è per queste ragioni che la scuola è chiamata a compiere un terzo passo, oltre le conoscenze, oltre le abilità, per raggiungere un terreno ancora più concreto e impegnativo, quello delle competenze. Ma, che cosa è una competenza? E’ bene cercare di definire anche che cosa è una conoscenza e che cosa è un’abilità:

Conoscenze – insieme organizzato di dati e informazioni relative a oggetti, eventi, principi, teorie, tecniche, regole che il soggetto ap-prende, com-prende, archivia e utilizza in situazioni operative procedurali e problematiche; Giorgio è un dato; bicicletta è un dato; “Giorgio va in bicicletta” è un’informazione. Attenzione! Un grido di aiuto o di gioia à un dato, ma è anche un’informazione.

Abilità – atti concreti singoli che il soggetto compie utilizzando date conoscenze; di fatto un’abilità è un segmento di competenza in quanto sono sempre più conoscenze e più abilità insieme coordinate che contribuiscono alla costruzione e alla manifestazione di una competenza;

Competenza – la capacità dimostrata da un soggetto di saper utilizzare le conoscenze, le abilità e le attitudini (atteggiamenti, motivazioni, attese) personali, sociali (sociocollaborative) e/o metodologiche in situazioni di lavoro o di studio e nello sviluppo professionale e/o personale. Nel Quadro Europeo delle Qualifiche (si veda la Raccomandazione del Parlamento europeo e del Consiglio del 23 aprile 2008) le competenze sono descritte anche in termini di responsabilità e di autonomia. O meglio una competenza si manifesta quando un soggetto ha raggiunto un alto livello di autonomia (sapere che cosa si vuol fare e perché, quali sono le condizioni e i limiti per operare) e di responsabilità (sapere quali effetti produce l’esercizio di quella data competenza).

Una competenza è, quindi, un operare mirato in un contesto di responsabilità al fine della produzione di un dato cambiamento: un chirurgo che opera, un architetto che progetta, un cuoco che cucina, un sarto che taglia e cuce, un docente che insegna e così via. Nel campo scolastico è agevole parlare di competenze, se l’obiettivo è il conseguimento di una qualifica o di un titolo direttamente spendibile nel mondo del lavoro. E’ meno agevole, se il titolo è propedeutico a titoli qualificanti successivi; in questo caso sono determinanti competenze di carattere civico e di carattere culturale. La nuova disciplina Cittadinanza e Costituzione riguarda la prima istanza, le altre discipline la seconda. In ogni caso è sempre molto difficile individuare discipline rigidamente monodisciplinari: in effetti, anche se la disciplina è una, gli sconfinamenti in altre discipline sono sempre evidenti e a volte anche molto marcati. Cittadinanza e Costituzione non può fare a meno della geostoria; la fisica non può prescindere dalla matematica; e la stessa matematica coinvolge anche la lingua per tutto ciò che concerne i processi logici che essa governa.

Per quanto riguarda il nostro sistema di istruzione e di formazione, di competenze si è sempre parlato ovviamente in tutti i campi dei percorsi professionalizzanti; oggi, invece, il discorso sulle competenze riguarda tutti i gradi dell’istruzione secondo la seguente progressione:

– nella scuola dell’infanzia (Orientamenti del ’91 [1]) si parla di sviluppo della competenza e si afferma che questa scuola “consolida nel bambino le abilità sensoriali, percettive, motorie, linguistiche e intellettive, impegnandolo nelle prime forme di riorganizzazione dell’esperienza e di esplorazione e ricostruzione della realtà”;

– nelle Indicazioni per il curricolo per la scuola dell’infanzia e per il primo ciclo di istruzione, di cui al dm 31 luglio 2007, per ciascuna delle dieci discipline di studio si individuano alcuni “traguardi per lo sviluppo delle competenze” al termine sia della scuola primaria che della scuola secondaria. Al termine della classe quinta primaria e dell’esame di licenza media è prescritto che siano certificate le competenze raggiunte dagli alunni, ma l’individuazione di tali competenze è affidata ai consigli di classe e alle[2] commissioni d’esame. In effetti, sarebbe invece necessario che le competenze avessero riferimenti a livello nazionale, anche per dare un minimo di omogeneità alla terminalità dei percorsi;

– al termine dell’istruzione obbligatoria decennale i consigli di classe sono tenuti a certificare competenze che, in questo caso, sono state dettate opportunamente dal Miur [3].

– al termine dei cicli quinquennali dei licei e degli istituti tecnici e professionali, gli esami di Stato dovrebbero certificare le competenze raggiunte dagli studenti, come recita la legge di riforma 425/97 [4], legge la cui corretta applicazione in materia fino ad ora è rimasta assolutamente inevasa. E’ da augurarsi che nell’attuazione completa del riordino dei cicli avviato dalla presente Amministrazione, le competenze terminali da certificare vengano debitamente individuate, definite e descritte.

Pertanto, a tutt’oggi, l’unica operazione certificativa certa è quella che riguarda la conclusione dell’obbligo di istruzione. Sono state definite le competenze sia di cittadinanza, curvate da quelle adottate dalla Raccomandazione del Parlamento europeo e del Consiglio il 18 dicembre 2006, sia quelle culturali che sono state raggruppate in quattro assi pluridisciplinari, quello dei linguaggi, quello matematico, quello scientifico-tecnologico e quello storico-sociale. E si è giustamente sottolineato che i saperi e le competenze devono assicurare l’equivalenza formativa di tutti i percorsi, nonostante le loro diverse finalità (dm 139/07): ciò per garantire a tutti gli alunni una parità di trattamento a prescindere dal percorso scelto. Comunque, verranno certificate solo le competenze culturali: si veda il dm 9/10 con cui viene adottato un modello di certificazione valido per tutte le scuole.

La certificazione delle competenze richiede operazioni diverse rispetto a quelle a cui noi siamo abituati per la valutazione degli apprendimenti, che richiedono prove periodiche, scritte, orali, pratiche, a ciascuna delle quali viene attribuito un voto, nonché, quando è il caso, esami conclusivi. Si tratta di procedure insufficienti ai fini dell’accertamento e della certificazione di una competenza. Nello stesso mondo del lavoro si pratica il cosiddetto bilancio di competenze: consiste nell’avvio di un rapporto dialettico tra un soggetto e un gruppo di osservazione, che ha la durata di alcuni giorni, in cui il soggetto produce i suoi crediti, li discute e viene sottoposto a prove e a colloqui. Il tutto si svolge non in un clima di esame investigativo dell’”errore”, ma di un vero e proprio accertamento del peso di ciò che il soggetto produce e quale valore abbia qualora dovesse essere utilizzato nel mondo del lavoro. Ricorrono al bilancio di competenze soggetti in cerca di un primo o di un secondo lavoro. Sarebbe opportuno che criteri simili venissero adottati per la verifica e certificazione delle competenze di fine obbligo.

In altri termini, mutatis mutandis, dovrebbe “pesare” nella valutazione certificativa non tanto l’esito di una prova finale – che è assolutamente da scartare – o di più prove effettuate nell’ultimo periodo di scuola, bensì, invece, l’esito di una continua attenzione posta dagli insegnanti rispetto allo sviluppo/crescita dell’alunno e del suo apprendimento: un’attenzione adottata in ordine a più indicatori e relativi descrittori fin dall’inizio del primo anno del biennio. Ad esempio occorrerebbe considerare la frequenza attenta e attiva dello studente alle lezioni, il livello di partecipazione, l’attenzione, l’impegno; occorre osservare come e quando e perché interviene nel corso del dialogo docenti/alunni; se e come avverte le intersezioni che corrono tra una disciplina e un’altra; qual è il grado di collaborazione con i compagni, quale attenzione ha nei confronti del mondo esterno, del mondo del lavoro; che cosa pensa del suo futuro; se avverte la necessità di continuare ad imparare, di progettare il suo futuro; quale tipo di curiosità ha nei confronti di ciò che lo circonda, quali interessi manifesta, indipendentemente da quelli indotti dalla scuola… e così via!

Sulla ricerca e definizione di tali indicatori si dovrebbe operare fin dai primi giorni del biennio a livello strettamente collegiale per evitare che ciascun docente assuma implicitamente indicatori diversi e non condivisi. Tale operazione è, forse, più importante della stessa attività di progettazione educativa e didattica, la quale, comunque, diventa indispensabile a fronte del fatto che al termine del biennio si devono certificare competenze alle quali noi insegnanti non abbiamo ancora alcuna abitudine. In effetti, l’insegnante del biennio, fino ad oggi (o meglio fino al varo della normativa concernente l’innalzamento dell’obbligo di istruzione) ha sempre operato in termini di quinquennio nella piena consapevolezza che la frequenza dei cinque anni non sono obbligatori per nessun alunno.

Ora non è più così: egli dovrà operare anche in termini di biennio obbligatorio, nella consapevolezza che, se l’alunno è obbligato alla frequenza, l’insegnante è obbligato ad adoperarsi perché questa frequenza sia produttiva. Dovrà quindi adottare tutte quelle strategie, del resto già note agli insegnanti della scuola primaria e media, utili soprattutto a quello che possiamo chiamare di recupero precoce. Sarà estremamente necessaria una puntuale programmazione collegiale pluridisciplinare, anche fruendo dei suggerimenti offerti dai dipartimenti opportunamente istituiti: una programmazione in cui siano adottati tempi, mezzi e strumenti, contenuti e obiettivi di insegnamento, tutti convergenti in primo luogo alla sollecitazione di quelle competenze che dovranno essere certificate al termine del biennio. L’autonomia consente una serie di possibilità che vanno indubbiamente utilizzate.

Anche perché è stato anche il passaggio da una scuola eterodiretta ad una scuola autonoma, ma non autoreferenziale, che ha favorito la scelta di passare dalla scuola delle conoscenze e delle abilità alla scuola delle competenze: una sfida non da poco!

Giova ricordare che nella scuola di ieri, fortemente selettiva, non si avvertiva nessuna necessità di adottare didattiche finalizzate a promuovere veramente gli alunni sia sotto il profilo culturale che sotto quello civile: il sistema del promuovere/bocciare era la regola, tranne qualche rara eccezione in atto nei primissimi anni della scuola elementare. Inoltre gli insegnamenti erano finalizzati ad apprendere determinati contenuti, di cui ai programmi ministeriali, e solo la conoscenza di quei contenuti costituiva il lasciapassare per la vita attiva. Solo nel secondo dopoguerra – come abbiamo precedentemente ricordato – si avvertì la necessità di un cambiamento.

Oggi le cose sono ancora profondamente cambiate: lo sviluppo sempre più impetuoso delle tecnologie e i processi di globalizzazione impongono scelte ulteriori a tutti i sistemi di istruzione e formazione. Quelle competenze che in genere venivano acquisite o nel concreto mondo del lavoro o in percorsi postscolastici, oggi, invece, vanno perseguite e acquisite anche all’interno dei percorsi formativi. E va anche considerato che le stesse competenze sono soggette a continue sollecitazioni, cambiamenti, arricchimenti. Apprendere per tutta la vita non è uno slogan, ma una realtà della vita contemporanea: chi non assume atteggiamenti e comportamenti di questo tipo è condannato all’emarginazione, culturale e lavorativa. Insomma, a fronte di una società che si fa sempre più complessa e difficile, alla scuola vengono richiesti e attribuiti compiti del tutto nuovi: si tratta di una sfida assolutamente non da poco! Ecco perché oggi bisogna insegnare per le competenze, e non solo per le conoscenze e per le abilità.

Vediamo ora di entrare nel merito di questi concetti con alcuni approfondimenti. Per conoscenza si intende l’insieme di dati e di informazioni che dalla nascita in poi ciascuno di noi acquisisce al fine di conoscere, riconoscere oggetti (la pappa), persone (la mamma), eventi (l’ora della pappa), principi (il mangiare è fondamentale), teorie (dal crudo al cotto), tecniche (accendere il fuoco per cuocere il cibo), regole e norme anche di comportamento sociale (la sera a letto presto, la scuola è obbligatoria), principi (la libertà, l’eguaglianza, la solidarietà). Si tratta di fattori cognitivi e operativi che apprendiamo, comprendiamo, organizziamo e archiviamo nella nostra memoria al fine di poterli utilizzare sia nella vita quotidiana che in attività di più ampio respiro. Si tratta di operazioni per le quali a volte è necessario adottare semplici procedure standardizzate (rientro in casa, prendo le chiavi, apro la porta e così via), ma anche affrontare situazioni in cui la procedura abituale è carente o si è rotta (rientro in casa, ma mi accorgo di avere perduto le chiavi: che fare?) per cui si deve affrontare e risolvere un problema.

Sono le conoscenze che aprono la porta al saper fare, quindi alle semplici abilità e alle più complesse competenze. Quando apro la porta di casa (riconosco la serratura e la chiave, so come si apre, apro), faccio una semplice operazione, do luogo ad una abilità manuale, supportata da una buona vista (però, se è notte e le luci delle scale sono spente, l’abilità visuale viene meno). E’ un’abilità manuale anche quella di formare un numero telefonico, purché si conoscano i numeri, o di usare una posata; ovviamente, per noi usare le bacchette cinesi per mangiare gli spaghetti è un’abilità da acquisire. Anche l’uso della biro per prendere appunti o per scrivere un saggio è un’abilità manuale, ma in tali casi intervengono altri fattori. Prendere appunti richiede non solo una abilità auditiva, ma anche la scelta di cosa scrivere e cosa trascurare: se poi il prendere appunti è finalizzato alla redazione di un verbale, si va oltre l’abilità scrittoria… ed è qui che si effettua il passaggio alla competenza.

Il chirurgo apre la porta di casa come la apre ciascuno di noi ma, quando la sua mano opera, l’abilità manuale si esprime in quanto competenza. Quante e quali conoscenze gli sono necessarie per effettuare l’intervento chirurgico? E in quale misura deve sapere interagire con l’équipe che lo assiste e lo aiuta? Analogo discorso vale per un pianista, per cui l’abilità manuale è specifica, ben diversa da chi il piano non sa suonarlo. Ed anche per un calciatore, per cui le abilità motorie, visive, auditive sono ben diverse e superiori rispetto a quelle cosiddette normali. Anch’io so tirare un calcio al pallone, ma solo il cucchiaio di Totti è micidiale: il perfetto calcolo della distanza, dell’arco della parabola, della velocità della palla, della forza e dell’effetto da imprimere al piede che calcia! Insomma, una competenza richiede un uso particolare di date conoscenze e abilità, in quanto si opera in un ambiente di “lavoro” assolutamente specifico e originale. Il che vale per il cuoco, come per l’avvocato, per il sarto come per l’architetto. Le abilità sono quindi atti concreti, necessari al fine della manifestazione di una competenza, atti concreti singoli che potremmo anche definire come segmenti che, coniugati intelligentemente insieme, danno luogo ad una competenza.

E’ fondamentale considerare, anche sulla scorta della citata Raccomandazione europea del 18 dicembre 2006, due aspetti che connotano sempre una competenza: a) non è affatto una operazione standardizzata, come alcuni pensano, cioè l’insieme di una serie di operazioni ripetitive e tutte eguali come, ad esempio, il far funzionare una macchina utensile; b) ed è valorizzata dall’apporto individuale del soggetto che opera, quindi dalla concorrenza delle sue attese, dei suoi atteggiamenti, delle sue motivazioni, del suo modo stesso di interpretarla: basti l’esempio dei famosi tre tenori Carreras, Domingo e Pavarotti impegnanti in “Nessun dorma”: a ciascuno la sua voce e la sua interpretazione! Una felice riscrittura e una puntualizzazione del concetto di competenza sono state operate nei Piani di Studio della Provincia Autonoma di Trento, dove leggiamo: “Una competenza si manifesta quando un soggetto riesce ad attivare e coordinare conoscenze, abilità e disposizioni interne (come atteggiamenti, valori, motivazioni, ecc.) per affrontare, valorizzando se necessario anche opportune risorse esterne, una tipologia di compiti o problemi da inquadrare e risolvere”. Quindi una competenza non è mai ripetitiva perché, a seconda della situazione in cui opero e con chi opero, sono necessarie tutte le curvature e gli aggiustamenti del caso. Di qui il fatto che la competenza implica sempre la ricaduta verso altri o il concorso con altri. Di qui i due concetti di autonomia e di responsabilità su cui ci siamo precedentemente soffermati.

Per quanto riguarda le competenze che i nostri studenti sono tenuti a conseguire al termine del percorso scolastico obbligatorio decennale, il Miur ha emanato due documenti, uno con l’indicazione delle competenze di cittadinanza e delle competenze culturali pluridisciplinari aggregate in quattro assi (dm 139 del 22 agosto 2007), l’altro contenente il modello di certificazione che i consigli delle classi seconde degli istituti di secondo grado sono tenuti a compilare nei prossimi scrutini di giugno (dm 9 del 27 gennaio 2010). Va considerato che la scadenza di giugno soffre di un grave vulnus: il fatto che, a livello nazionale, non tutti i consigli di classe si sono preoccupati di progettare, fin dal mese di settembre 2007, percorsi curricolari che tenessero conto delle competenze da certificare al termine del biennio 2007/09. Lo stesso può dirsi per la progettazione dei successivi bienni, 2008/10 e 2009/11. Ciò significa che le prossime certificazioni di giugno saranno effettuate in larga misura sulla base di esiti non programmati. Il che, ovviamente, non dovrà più avvenire né per la certificazione di giugno 2012 né per quella del 2013: per quella del 2012 si può programmare dal prossimo mese di settembre nelle seconde classi; per quella del 2013 si programmerà fin dal prossimo settembre, per la prima e la seconda classe. In conclusione, potremmo dire che, in effetti, l’operazione certificazione delle competenze dell’obbligo entrerà a regime secondo le consuete procedure programmatorie solo a partire dalla certificazione del giugno 2013.

Tuttavia, anche considerando questi limiti temporali, possiamo e dobbiamo farci carico sia della certificazione di giugno che delle attività programmatorie di settembre. Per quanto riguarda la certificazione, valgano le seguenti considerazioni. Occorre distinguere che: a) un conto è valutare uno studente ai fini della promozione al terzo anno dell’istituzione in cui è iscritto e nella quale intende proseguire il percorso di studi da lui scelto; b) altro conto è certificare se il medesimo studente ha conseguito quelle competenze civiche e culturali essenziali che sono necessarie ai fini del suo accesso nel sociale. In effetti dovremmo abituarci a distinguere lo studente dal cittadino: il primo è tenuto a proseguire e concludere gli studi intrapresi; il secondo è tenuto ad operare scelte più articolate: Proseguire gli studi intrapresi o scegliere un altro percorso? O inscriversi a un corso di formazione professionale regionale per conseguire una qualifica? [5] Le variabili sono numerose. Potremmo avere uno studente con alcune lacune in date materie, importanti e determinanti ai fini del proseguimento degli studi intrapresi, ma non determinanti ai fini di quelle competenze essenziali che gli consentano di accedere nell’attuale società e di potervi partecipare in quanto cittadino. Ad esempio, il nostro studente potrà raggiungere voti bassissimi in latino e greco, ma potrebbe avere raggiunto un buon livello per le competenze relative all’asse dei linguaggi: lingua italiana, lingua straniera, i linguaggi delle tecnologie. Al limite, potrebbe avere conseguito un debito in matematica per quello specifico corso di studi, ma avere conseguito le competenze previste per l’asse matematico.

Per ciascun raggruppamento delle competenze raggiunte va indicato uno dei tre livelli, di base, intermedio e avanzato. E’ anche previsto che il livello di base per specifiche competenze non sia stato raggiunto. Va tenuto conto di queste considerazioni perché l’indicazione ministeriale, secondo cui “le schede riportano l’attribuzione dei livelli raggiunti, da individuare in coerenza con la valutazione finale degli apprendimenti espressa in decimi, secondo quanto previsto dal Dpr 122/2009, artt. 4, 5 e 8”, va assunta con molta ponderazione. Non è detto che debba esserci una diretta equivalenza o continuità tra i risultati raggiunti dal nostro alunno in quanto studente (i voti relativi alle singole discipline) e in quanto cittadino (le competenze relative agli assi). Pertanto, spetta al consiglio di classe agire di conseguenza e, ovviamente, verbalizzare con estrema cura le ragioni delle scelte effettuate.

Per quanto riguarda la programmazione che avrà luogo a settembre, è importante tener conto delle indicazioni di cui al dm 139/07 e di quelle delle Indicazioni nazionali, se si opera nei licei, o delle Linee guida, se si opera negli istituti tecnici e professionali. Va considerato che, mentre nelle Linee guida le competenze terminali dei bienni, di cui al dm 139/07, sono puntualmente riportate e curvate alle esigenze culturali e didattiche dei singoli percorsi biennali, nelle Indicazioni nazionali il richiamo alle competenze di fine obbligo è sempre molto sfumato. Vengono, comunque, in soccorso le indicazioni circa i risultati di apprendimento terminali, comuni a tutti percorsi liceali, di cui all’allegato A del Regolamento (dpr 89/10), in cui si insiste su alcuni obiettivi descritti e distinti secondo cinque aree: 1) metodologica; 2) logico-argomentativa; 3) linguistica e comunicativa; 4) storico-umanistica; 5) scientifica, matematica e tecnologica.

Sarà opportuno che i dipartimenti diano indicazioni ai singoli consigli di classe su come operare in modo da tracciare percorsi largamente pluridisciplinari nei quali si individuino obiettivi terminali di quinquennio all’interno dei quali recuperare le competenze terminali del biennio obbligatorio. Ovviamente, non sarà un’operazione facile, perché un conto è operare nei confronti di uno studente, per cui è previsto un quinquennio di attività di insegnamento/apprendimento finalizzate ad un diploma che consente in primo luogo l’accesso a studi ulteriori, altro conto è operare nei confronti di un cittadino che al termine del biennio è tenuto a conseguire competenze di cittadinanza e competenze culturali essenziali ad accedere e ad operare nell’attuale contesto sociale. Si tratterà, comunque, di casi estremi, in quanto è augurabile che per ciascun alunno/persona lo studente e il cittadino costituiscano pur sempre un’identità inscindibile.

Un ulteriore spunto di riflessione è il seguente. La certificazione finale di biennio non è l’esito di una prova (non esiste una situazione di esame!), ma di prove continue sollecitate, osservate e valutate nel corso dell’intero biennio grazie ad una serie di indicatori e descrittori che i docenti avranno adottato all’inizio del biennio stesso, anche in ordine agli esiti documentati da parte della scuola media e delle rilevazioni effettuate in sede di valutazione iniziale.

Documenti allegati

Indicazioni per la progettazione nel biennio (foligno programmazione doc word)

Esempi di descrittori relativi alle competenze di cittadinanza (foligno2 doc ppt)

Descrittori relativi alla competenza linguistica ed esempi di obiettivi operativi (foligno competenze literacy)

Quali competenze alla fine della scuola media? (competenze sc media doc ppt)

Bibliografia minima

Ajello A. M., Pontecorvo C., Il curricolo. Teoria e pratica dell’innovazione, La nuova Italia, Milano, 2002.

Bruner J., La cultura dell’educazione, Feltrinelli, Milano, 2000.

De Mauro T., La cultura degli italiani, Laterza, Bari, 2005.

Raccomandazione del Parlamento europeo e del Consiglio del 18 dicembre 2006 concernente competenze chiave per l’apprendimento permanente.

Raccomandazione del Parlamento europeo e del Consiglio del 23 aprile 2008 concernente l’istituzione di un Quadro Europeo delle Qualifiche (EQF) per l’apprendimento permanente.

Tiriticco M. (a cura di), L’obbligo di istruzione decennale – Una svolta e una sfida con l’Europa per l’Europa, Tecnodid, Napoli, 2007.


[1] Si veda il dm 3 giugno 1991, Orientamenti dell’attività educativa nelle scuole materne statali.

[2] Dal dpr122/09, Regolamento recante coordinamento delle norme vigenti per la valutazione degli alunni e ulteriori modalità applicative in materia, ai sensi degli articoli 2 e 3 del decreto-legge 1 settembre 2008, n. 137, convertito, con modificazioni, dalla legge 30 ottobre 2008, n. 169: Art. 8 – Certificazione delle competenze 1. Nel primo ciclo dell’istruzione, le competenze acquisite dagli alunni sono descritte e certificate al termine della scuola primaria e, relativamente al termine della scuola secondaria di primo grado, accompagnate anche da valutazione in decimi.

[3] Si vedano i decreti ministeriali 139/07 e 9/10.

[4] Art. 6, Certificazioni – Il rilascio e il contenuto delle certificazioni di promozione, idoneità e di superamento delle’esame di Stato sono ridisciplinati in armonia con le nuove disposizioni, al fine di dare trasparenza alle competenze, conoscenze e capacità acquisite secondo il piano di studi seguito, tenendo conto delle esigenze di circolazione di titoli di studio nell’ambito dell’Unione europea.

[5] Va ricordato che nessun cittadino/studente può permettersi di non possedere alcun titolo di studio. La legge 53/03, all’articolo 2, comma 1, lettera c, recita: “E’ assicurato a tutti il diritto all’istruzione e alla formazione (professionale, n. d. a.) per almeno dodici anni o, comunque, sino al conseguimento di una qualifica entro il diciottesimo anno di età”. Tale dispositivo va letto contestualmente con quanto afferma il dpr 275/99 (regolamento dell’autonomia delle istituzioni scolastiche) all’articolo 1, comma 2: “L’autonomia delle istituzioni scolastiche è garanzia di libertà di insegnamento e di pluralismo culturale e si sostanzia nella progettazione e nella realizzazione di interventi di educazione, formazione e istruzione mirati allo sviluppo della persona umana, adeguati ai diversi contesti, alla domanda delle famiglie e alle caratteristiche specifiche dei soggetti coinvolti, al fine di garantire loro il successo formativo, coerentemente con le finalità e gli obiettivi generali del sistema di istruzione e con l’esigenza di migliorare l’efficacia del processo di insegnamento e di apprendimento”.

Della DAD e della DIP

Della DAD e della DIP

di Maurizio Tiriticco

Leggo che il Ministro per l’Istruzione lamenta il fallimento della DAD! Ho sempre detto e scritto, in forza della mia diretta esperienza di ricerca e di concrete attività in situazioni altre, anche non scolastiche, che la DAD è tutt’altra altra cosa rispetto alla DIP, la didattica in presenza.Per cui non la si può improvvisare! La mia amica Barbara Accetta ha scritto: “Il Ministro ha fatto la scoperta dell’America! Fin dall’inizio siamo stati in tanti e tante a denunciare i limiti, le criticità, i ritardi nella formazione professionale dei docenti ecc. ecc. Ma niente! Né la Ministra Azzolina né il sottosegretario – oggi Ministro – Bianchihanno preso in considerazione ipotesi alternative alla DAD, tranne i fantasiosi banchi a rotelle! Là dove dirigenti illuminati, o semplicemente capaci di fare il proprio mestiere, hanno scelto di trovare soluzioni alternative, non si è perso neanche un giorno di scuola ‘in presenza’, con buona pace di chi, a torto, voleva le scuole chiuse per sventare il diffondersi dei contagi (che non ci sono stati!).Bisognava, e bisogna ancora intervenire sui trasporti, dimezzare le classi pollaio, differenziare entrate e uscite, inventare e utilizzare spazi alternativi… perché, se qualcuno l’ha fatto, è segno che si può fare!”.

Ed ancora! Su “la Repubblica” di oggi, 15 luglio, a pagina 18, leggiamo: “Disastro DAD sugli studenti – alla maturità uno su due non conosce l’italiano – I risultati dei test invalsi: crollo del rendimento alle medie e alle superiori. Aumenta il divario al Sud, resistono Piemonte e Friuli. Migliora solo Trento. Ed ancora! In un’intervista rilasciata a Giuliano Aluffi da Andreas Schleicher, capo del Direttorato Ocse per l’Istruzione, dal titolo “La realtà è peggiore dei numeri: Mai più scuole chiuse così a lungo”, leggiamo, passim: “L’Italia non è sola. Le chiusure scolastiche hanno danneggiato l’insegnamento in molti Paesi. Facciamo tesoro di questa lezione per ammodernare l’istruzione in Europa… La DAD ha funzionato solo per gli studenti più agiati, che avevano migliore accesso alla tecnologia e buon supporto parentale… Ci sono nazioni che hanno fatto meglio dell’Italia. Come la Francia, che non ha chiuso le scuole o solo per un brevissimo periodo… Poi ci sono nazioni come il Giappone, la Corea o l’Estonia, che hanno fornito buone alternative digitali all’istruzione e ambienti di insegnamento molto innovativi. E le soluzioni digitali più utili si hanno quando buone piattaforme di e-learning gli insegnanti le usano con efficacia… Abbiamo insegnanti che usano la tecnologia per fare le stesse cose che facevano prima, ma con un computer. E non comprendono, invece, il valore aggiunto offerto dalle TIC”.

Per quanto riguarda il nostro Paese, da un grafico che rappresenta gli studenti giunti alla maturità “con competenze inadeguate”, ai primi tre posti risultano la Calabria, la Campania e la Sicilia; agli ultimi posti, la Provincia Autonoma di Trento, la Lombardia, la Valle d’Aosta. Ed ancora: i maturandi che non raggiungono un livello di conoscenza minima dell’italiano sono il 44%; in Sicilia e in Sardegna il 60% degli alunni di terza media ha una preparazione in matematica inadeguata; in Calabria gli studenti di terza media che hanno una preparazione inadeguata in matematica son il 63%; in Campania gli studenti di quinta superiore con un livello di inadeguatezza in matematica sono il 73%.

Di fronte a questo quadro abbastanza desolante, la responsabilità è tutta della DAD? E non anche della DIP? O meglio, di una DIP che viene da lontano, e che è sempre stata la didattica adottata in tutte le nostre scuole? A mio avviso la DAD ha avuto il grande merito – se si può utilizzare questa espressione – di scoperchiare il vaso di Pandora. In effetti sono anni che le classifiche OCSE circa le competenze di base linguistiche ed aritmetiche della nostra popolazione ci collocano sempre in posizioni non edificanti: sempre oltre il ventesimo posto. Nelle prime posizioni si collocano sempre altri Paesi, come, ad esempio, Dei 38 Paesi dell’OCSE, il nostro Paese – o meglio, la nostra popolazione – per quanto concerne sia le competenze linguistiche che quelle matematiche, risulta, nel corso di questi ultimi anni, in genere al ventesimo posto. Il che non è affatto una cosa edificante!

A Roma, quand’uno dice scempiaggini, diciamo che “è nel pallone”! Ma forse è proprio così! Siamo i primi oggi – in Europa, ma non nel mondo – nel gioco che da sempre ci appassiona, ma siamo tra gli ultimi in materia di alfabetizzazione – se si può usare questa espressione – linguistica ed aritmetica. Che fare? La ripresa scolasticasettembrina si troverà di fronte ad una situazione problematica, per quanto concerne conoscenze, abilità e competenze dei nostri studenti in due discipline fondanti: la lingua italiana e l’aritmetica. Sempre che il covid non ci metta del suo e non ci costringa a nuove chiusure, a nuove esperienze di DAD, di cui i nostri insegnanti non sono padroni. Predisporre materiali di apprendimento con le relative prove di verifica costituisce già alcune difficoltàquando si insegna in DIP! Figuriamoci, quando si insegna in DAD! L’amministrazione scolastica non si è affatto preoccupata di insegnare agli insegnanti come si insegna in DAD! Perché è l’amministrazione stessa che di DAD non sa nulla!

Ed allora? Non so! So solo che l’amministrazione dovrebbe darsi una mossa – come diciamo a Roma – di fronte all’eventualità che a settembre si debba insegnare ad apprendere in DAD! Ma con criteri e mezzi concrei e produttivi! So solo che, se l’amministrazione continua ad affidarsi un po’ al buon senso, un po’ all’iniziativa e all’inventiva degli inseganti, tutti i ragni resteranno felici nei loro buchi! Mi chiedo: perché il Ministro dell’Istruzione non organizza – e a breve termie – una conferenza sulla scuola od una qualsiasi altra iniziativa, in cui esperti in materia di “istruzione altra” e/o di DAD possano almeno indicare una rotta? Altrimenti, a settembre tutto sarà come a giugno!

E concludo! Cara Barbara! E tu? Che pensi? Che faresti?

La democrazia in crisi

La democrazia in crisi

di Maurizio Tiriticco

Copio dalla cronaca di Roma de “la Repubblica” di oggi 12 luglio i seguenti titoli: “Verso le elezioni – Sui manifesti spariscono i partiti – La campagna senza simboli dei candidati al Comune tra social e realtà – Dai manifesti agli hashtag – I candidati in campagna fanno a meno dei partiti”. E penso che quest’ultima constatazione non è soltanto dei cronisti de “la Repubblica”, ma è un dato di fatto! Ma vediamo anche alcune parole d’ordine (una volta si diceva cosi): “Comitato per Virginia, avanti con coraggio”; “Roberto Gualtieri Sindaco, Roma. E tutti noi”; “Roma sul serio Carlo Calenda Sindaco”; “Michetti, chi? L’Avvocato Cavaliere al merito della Repubblica Italiana, il Professore di Diritto che assiste gli Enti Locali con la sua Gazzetta Amministrativa”.

Parole parole parole, diceva una bella canzone! E a monte delle parole? Non so! Un tempo, ormai molto lontano ed anche liquidato – a mio vedere molto improvvidamente – a monte delle parole dette e scritte dai candidati c’erano ben altre parole, quelle dette e scritte dai partiti! Sì, dai partiti! E la parola partito viene, com’è noto, dalla parolaparte: quando in un Paese, democratico o meno, una parte della popolazione viene di fatto collocata da una parte! Ed un’altra dall’altra. E di fatto c’erano anche – e a volte ben distinte – le classi sociali. C’erano i contadini, che lavoravano la terra; gli operai, che lavoravano in fabbrica; e il ceto medio, il settore impiegatizio. E gli economisti avevano al proposito individuato i famosi tre stati o settori sociali: il primario, il secondario e il terziario. Ma di fatto è anche sempre esistito un quarto stato, quello così benrappresentato dal celebre dipinto di Giuseppe Pellizza da Volpedo, realizzato alla fine dell’800: “lo stato dei reietti”. E potremmo anche dire, con largo beneficio di inventario, che,nell’Italia e nell’Europa avanzate di oggi, il quarto stato può essere ben rappresentato dalle migliaia di disperati che sbarcano sulle nostre coste meridionali. O meglio, su tutte le coste meridionali dell’Europa.

Nel corso della storia, almeno della nostra storia recente, i partiti si sono a poco a poco liquefatti. Almeno quelli che abbiamo conosciuto – e a cui abbiamo dato vita – prima nel corso della Resistenza antifascista, poi con la restaurazione della libertà. Ed erano, all’origine, i sei partiti che avevano costituito il CLN, ovvero il Comitato di Liberazione Nazionale, che potremmo definire storici: la Democrazia Cristiana, il Partito Comunista, il Partito Socialista, il Partito, Liberale, il Partito d’Azione, il Partito Repubblicano, con i loro leader altrettanto storici. Qualche nome: Ivanoe Bonomi (Democrazia del Lavoro), Mauro Scoccimarro e Giorgio Amendola (PCI), Alcide De Gasperi (DC), Ugo La Malfa e Sergio Fenoaltea (Partito d’Azione), Pietro Nenni e Giuseppe Romita (PSI), Meuccio Ruini (Democrazia del Lavoro), Alessandro Casati (Partito Liberale Italiano).

E questi sei partiti hanno vissuto, operato e, potremmo dire, resistito anche per quasi tutti i decenni della cosiddetta “prima repubblica”. Poi non so! Lasco allo storico l’analisi ed il giudizio su quanto avvenuto. Mi limito solo a constatare che, almeno a partire dalla “caduta del muro di Berlino” – le virgolette sono necessarie perché segnano non solo un fatto ma un’epoca – del 9 novembre 1989, è nata, a mio vedere, almeno in Italia, un’epoca nuova. O, se non nuova, diversa, almeno per quanto riguarda l’assetto ed il contesto dei sei partiti politici, storici, potremmo dire. E’ opportuno ricordare in primo luogo, a mio avviso, la liquidazione del PCI: con la cosiddetta “svolta della Bolognina”, voluta ed imposta da Achille Occhetto. Il PCI viene ridenominato Partito Democratico della Sinistra, come se il PCI dovesse vergognarsi anche di quel nome, adottato da un drappello di scissionisti (parola d’ordine: in Italia come in Russia) a Livorno nel 1921 nel corso del XVII° congresso del Partito Socialista Italiano. Quando poi è stranoto che il PCI, sotto la guida prima di Palmiro Togliatti, poi di Luigi Longo, poi di Enrico Berlinguer, non ha mai costituito – come sempre invece recitato dagli avversari – la longa manus dell’Unione Sovietica in Italia. Anzi! Ma qui il discorso mi porterebbe fuori strada. Mi limito solo ad accennare al “Memoriale di Jalta”, redatto da Palmiro Togliatti nei suoi ultimi giorni di vita durante una vacanza a Jalta, in Crimea nell’agosto del 1964. Va ricordato che in questo scritto Togliatti annota parte della sua teoria sulla via italiana al socialismo nonchésevere critiche nei confronti dell’Unione Sovietica.

E poi e poi… finalmente il nuovo millennio! Ed una sorta di catarsi politica, almeno qui nel nostro Paese! I partiti storici scompaiono a poco a poco e nascono nuove forze e forme politiche, MA… Il MA maiuscolo sta ad indicare che tutta l’organizzazione politica del nostro Paese è “altra cosa” rispetto al secolo scorso. Lega, Cinque Stelle, Forza Italia et al sono tutt’altra cosa rispetto allo ieri! La caduta delle idee o – se si vuole – delle ideologie, ha comportato anche la caduta dei partiti storici! Per cui l’assetto politico si dimostra frammentario e variabile! Ogni leader, reale o presunto, corre a farsi il proprio partitino, crea la sua sigla, che sigla resta e che poco entusiasma il cittadino.

Il cittadino, anche se inconsciamente, esige idee – non parlo di ideali – programmi certi, prospettive per il domani. Ma oggi è costretto ad accontentarsi di poco. Il mercato della politica non va oltre i Renzi, le Meloni, i Salvini, i Conte, i grillini pentastellati e compagnia cantante. I miei concittadini migliori ricordano uomini come Moro, Berlinguer, De Gasperi, Nenni e i tanti altri della ormai lontana Prima Repubblica. I partiti politici e i loro riti, i congressi, i comitati centrali, le correnti, i quotidiani, le riviste, le discussioni infinite, ma necessarie, non esistono più, purtroppo!

Ma perché purtroppo? In effetti, ho avuto occasione di scrivere più volte che questa lenta ma inesorabile liquefazione dei partiti, ormai in atto nel nostro Paese da alcuni anni, costituisce a mio avviso un fenomeno molto preoccupante e da non trascurare. Anzi, da analizzare.Cosa che ho cominciato a fare qualche tempo fa. Si vedano, ad esempio, in Tiriticcheide, “La democrazia in crisi” e “La democrazia sotto attacco”.

Mah! Comunque, domani è un altro giorno!

Un poeta che fa

Un poeta che fa

di Maurizio Tiriticco

Oggi, se pensiamo a un poeta, immaginiamo un uomo solo sperduto tra le nuvole alla ricerca dell’ispirazione! Ma in effetti siamo tutti poeti, quando facciamo! Perché nell’antica Grecia “poièin” significava appunto “fare, produrre”! Quindi, si può essere poeti in mille modi! Chiunque costruisca qualcosa di nuovo, che prima non c’era, è un poeta! Come Dante, Galileo, Renzo Piano!. Ma il “poeta”, quando crea, è solo con la sua immaginazione, che deve diventare una cosa! 

“La mia solitudine / la percorro ogni giorno / come un lungo / corridoio d’ospedale. / Il rumore dei passi / mi segue come una condanna”. Così sente e scrive Francesco Costantino nel suo “Forse potevo, versi e testi scelti”, Edizioni Artemide, Roma, 2018 (p. 78). In effetti, il Nostro non solo può, ma…deve e… soprattutto fa! Costruisce! Dal nulla o dai materiali più disparati! E tutto sempre ad ampio raggio. E con una profonda e attenta ispirazione, mediata da un altrettanto senso del reale. O meglio dal senso delle cose di tutti in giorni, da lui trasformate in oggetti d’arte. Quindi, artigiano e artista nel contempo!

Appunto! Francesco e Costantino! Grandi nomi! Due grandi della nostra storia, politica e religiosa! Quindi, è un uomo del pensare, dello scrivere e, soprattutto, del fare. In quarta di copertina infatti leggiamo: “Sebbene Francesco sia conosciuto soprattutto per la sua capacità di trasformare materiali di poco pregio in vere e proprie composizioni pittoriche, in sculture e oggetti di varia natura, questo volume è principalmente consacrato alla sua produzione poetica. Anche in questo campo Francesco spazia su una gamma variegata di tematiche: dalla poesia lirica alla satira politica, dalla denuncia sociale all’introspezione e alla messa a nudo della propria fragilità di fronte alla società e alla natura, non senza fare, di tanto in tanto, un’incursione sul terreno dell’autoironia. Quest’ultima è proprio la chiave di lettura che abbiamo scelto per dare un titolo a questa raccolta…” E quale migliore rappresentazione grafica del “fare” di Francesco? L’immagine della copertina: due cigni neri? Per niente affatto! E la didascalia recita: “Scissione, palma da datteri”.

Insomma, rivive l’antico adagio per cui “tutto si crea e nulla si distrugge”! Perché, in realtà, ogni cosa si trasforma costantemente! Forse è una rilettura del πάντα ῥεῖ, il “tutto scorre”, l’aforisma attribuito ad Eraclito? Non so! Comunque, questa costante ricostruzione delle cose è la forza e la divisa del nostro Francesco Costantino. E questa abilità di Costantino è anche la gioia di tanti bambini. Con tanti pezzi di canna le mani di Francesco Costantino costruiscono mini aquiloni! Aeroplanini! Girandole! Ed ecco i bambini felici correre per il cortile a far volare i loro giocattoli! Che valgono tanto! Per le loro piccole mani! Quanto non costano per le grandi ed operose mani di Francesco Costantino.

Ecco un altro segnale del fantastico spirito creativodi Francesco Costantino: “Se ti parlo o ti penso / non ti amo / ma se tu fossi /cielo terra mare / ed io uccello erba o mare / t’amerei”. Ed ecco altre due perle: “Parliamo / ci ascoltiamo / ci guardiamo / ma più ci unisce quel che non diciamo”. Mi ricorda l’antico proverbio “la parola è d’argento, il silenzio è d’oro”. Perché il silenzio è dei saggi! Ma, quando i saggi o i poeti parlano, solo allora la parola è d’oro. Ed è per questo che la parola d’oro, quella giusta, è cosa rara! Perché in effetti troppo spesso – come ci ricorda la bella canzone di Chiosso, Del Re e Ferrio, che la grande Mina ha magistralmente interpretato – leparole spesso sono solo parole! Che l’amante infedele intreccia per ingannare l’amata! Era la primavera del 1972. “Parole, parole, parole. Parole parole, parole. Parole, parole, parole. Parole, parole, parole. Parole, parole, parole. Soltanto parole Parole tra noi. Che cosa sei, che cosa sei, che cosa sei Cosa sei Non cambi mai, non cambi mai, non cambi maiProprio mai Nessuno più ti può fermare Chiamami passione dai, hai visto mai. Caramelle non ne voglio più. La luna ed i grilli normalmente mi tengono sveglia…”. Grande Mina, grande canzone, grandi parole!

E con le parole che seguono Saverio Torcasio conclude la sua prefazione al libro di Costantino: “L’intera opera di Francesco Costantino è un melange continuo di parole, immagini, cose, suoni, movimenti. In fondo, c’è un filo conduttore che unifica le varie creazioni artistiche e poetiche di Francesco e che rappresenta un ponte tra scultura, arti figurative e poesia. Ancora una volta è lui stesso che ce lo fornisce indirettamente: ‘Tutto è materia prima: anche le parole’, parole e opere che sembrano sempre sgorgare dalle sue radici contadine”.

Rinvio infine alle numerose immagini che concludono e, per certi versi, illuminano il testo di Francesco Costantino! Peccato che il bianco e nero ci privi della bellezza dei colori che possiamo comunque immaginare. Materiali vari sono trasformati in oggetti d’arte. Ecco alcune didascalie: Girandole, canne e latta; maschere e mascherine in terracotta; i quattro elementi, strisce di canna. E non solo! Con le gomme da masticare Francesco Costantino crea un gruppo di vestali, le tre grazie, figure di donne.

E alla fine del volume Costantino Morosin, pittore e scultore, così scrive tra l’altro: “Francesco Costantino nel 2001 crea contrapponendo ancora l’indice al pollice. E trae da un oggetto morto un piccolo cuore vivo, che mi mostra con gioia girare ancora un attimo: ci distrae come lo zig zag della falena prima di morire di luce. Così con l’antica Arte del nulla misuriamo l’infinito”.

Lettera a Mimmo Ciccone

Lettera a Mimmo Ciccone

di Maurizio Tiriticco

Grande Mimmo! Ovvero, grande DS Domenico Ciccone, che su FB hai scritto un interessante e documentato pezzo sull’esame che ancora ci ostiniamo a definire di maturità, anche se così non dovrebbe essere, ma purtroppo è! Ancora! Fino a quando? E allora ti voglio proporre un pizzico di storia. Siamo nel 1923. Il Ministro dell’Educazione Nazionale (le dittature non vogliono solo ISTRUIRE, ma addirittura EDUCARE le nove generazioni ai valori – o meglio, ai disvalori – che la dittatura stessa impone) Giovanni Gentile introdusse l’esame di maturità, svolto al termine degli studi liceali, che erano gli unici a permettere l’accesso a tutti i corsi di laurea. Le prove scritte erano quattro e l’orale si svolgeva su tutte le materie del corso e sui programmi nazionali degli ultimi tre anni di studio. E’l’esame che affrontai io al termine dell’anno scolastico 1945-46 presso il Liceo Classico Giulio Cesare di Roma. E non ti dico che faticata!!!

Poi le cose cambiarono. Ma vengo a tempi più recenti.Con il varo della legge 119 del lontano 5 aprile 1969 si prevedeva che “l’esame di MATURITA’ ha come fine la valutazione globale della personalità del candidato” (art. 5) e che “a conclusione dell’esame di maturità viene formulato, per ciascun candidato, un motivato giudizio, sulla base delle risultanze tratte dall’esito dell’esame, dal curriculum di studi e da ogni altro elemento posto a disposizione delle commissioni… Il giudizio di maturità è integrato da un voto espresso da tutti i componenti della commissione, ciascuno dei quali può assegnare un voto compreso tra un minimo di 6 e un massimo di 10” (art. 8).

Ma in seguito la legge 425 del 1997 (Ministro PI in carica Luigi Berlinguer) rivoluziona tutta la normativa precedente in materia. Perché ci si chiese: ma che cosa significa maturità? In effetti il concetto stesso di maturità riguarda più la ricerca psicologica che la didattica. Comunque la legge recita che i nuovi esami di Stato conclusivi del secondo ciclo di istruzione “hanno come fine la preparazione di ciascun candidato in relazione agli obiettivi generali e specifici propri di ciascun indirizzo di studi (art. 1, comma 1)” e che la certificazione rilasciata deve dare “trasparenza alle COMPETENZE, CONOSCENZE e CAPACITA’ (le famose tre C) acquisite secondo il piano di studi seguito, tenendo conto delle esigenze di circolazione dei titoli di studio nell’ambito dell’Unione Europea (art. 6)”.

E si intendeva così anche sprovincializzare la nostra scuola ed inserirla in un contesto sovranazionale! Pertanto il concetto stesso di maturità venne definitivamente liquidato. Restava però da definire con chiarezza quale significato condiviso attribuire alle nuove tre parole/concetto. E fu adottato questo quadro di riferimento: COMPETENZA, utilizzazione delle conoscenze acquisite per risolvere situazioni problematiche o produrre nuovi ‘oggetti’; CONOSCENZA, acquisizione di dati contenuti disciplinari e pluridisciplinari, cioè princìpi, teorie, concetti, termini, regole, procedure, metodi, tecniche; CAPACITA’, utilizzazione significativa e responsabile di determinate competenze in situazioni organizzate in cui interagiscono più fattori e/o più soggetti e si debba assumere una decisione. In effetti oggi al termine/concetto di CAPACITA’ si preferisce il termine/concetto di ABILITA’.

Insomma, oggi parlare ancora di MATURITA’ significa non avere ancora compreso ed interiorizzato, dopo decenni, che la maturità attiene – o dovrebbe attenere – solo alle mele e ad altri frutti, non all’esame di Stato di un diciannovenne. Mi chiedo: quando li faremo uscire dalla scuola a 18 anni? Come avviene in tanti altri Paesi? So che ci sono sperimentazioni in atto. Ma ora mi chiedo e ti chiedo: le competenze che gli studenti sono tenuti a raggiungere al termine di un lungo percorso di studi sono realmente individuate, descritte e proposte agli studenti? Mi chiedo: le progettazioni educative e le programmazioni didattiche che gli insegnanti sono tenuti a costruire, descrivere, condurre e realizzare sono veri documenti progettuali o carte riempite perché così vuole la legge? Mah!

Le Linee guida (relative agli istituti tecnici e professionali) e le Indicazioni nazionali (relative ai licei), di cui alla normativa del lontano 2010, descrivono con chiarezza le COMPETENZE, da raggiungere in ordine alla concorrenza di date CONOSCENZE e date ABILITA’. Soprattutto nelle Linee guida. Dove si ricorre alla rappresentazione grafica di un dolmen: date conoscenze e date abilità (i due piedritti) concorrono a produrre date competenze (l’architrave).

Ma infine mi chiedo: queste “benedette competenze” raggiunte dallo studente X vengono veramente certificate? Non credo proprio! Il fatto è che un rinnovamento che avrebbe dovuto essere radicale è rimasto solo sulla carta e nella testa di Berlinguer. E mia! Anche lo stesso colloquio in effetti si sbriciola in tante domandine suggerite – si fa per dire – da una tesina – non so se sia ancora prevista – che vale quello che vale, e che credo che non sia più di casa! Stando così le cose, è ovvio che si continui a parlare di MATURITA’ perché le COMPETENZE, in effetti, sono un’araba fenice: dove sia nessun lo dice, cosa sia nessun lo sa! Eppure i nostri docenti sono tenuti a scrivere tonnellate di carte progettuali oggi Rav, Pdm, Ptof e non so quali altre diavolerie. Pertanto, non è un caso poi che le ricerche dell’OCSE collocano i nostri ragazzi “maturi” in posizioni non davvero esaltanti. Questo insieme di cose in realtà inficia la cultura stessa del nostro Paese, e mina la nostra stessa democrazia! E, per essere cattivelli, questo tutto di banalità consente a un tale Salvini – parole parole parole – di fare il pieno ai suoi comizi! E a un tale Di Maio – esperto in bevande analcoliche – di essere Ministro degli Affari Esteri! Quando le ignoranze si coniugano! Nella Repubblica delle banane! Con un Draghi, “costretto” da un Mattarella a mettere le pezze ai buchi di una politica molto casereccia! Ma ciò riguarda – penso – l’intero Paese. E quanto accade al Comune di Roma, governato da una gentile signora, ma solo gentile, una volta Caput Mundi, è più che eloquente! Quando l’improvvisazione diventa governo!

Lettera a Barbara

Lettera a Barbara Accetta

di Maurizio Tiriticco

Cara Barbara! Scrivo a te perché so che su “certe cose” siamo sulla stessa lunghezza d’onda. Penso che anche tu abbia visto stasera la fiction – ma che brutta espressione! – su Nilde Iotti. Io ho rivissuto anni di grandi battaglie e di grandi conquiste. Ed io e te ci eravamo! Quanti incontri allora nelle manifestazioni! E nelle discussioni nelle sezioni del PCI. Erano tempi di uomini e di donne politici/he di grande spessore, cultura, determinazione, e con alle spalle grandi storie di studio, di lotte e di sacrifici! E di ideali! E soprattutto legati strettamente ai “bisogni della gente”, come su suol dire. O meglio ai bisogni di una classe operaia di un Paese che si stava rapidamente industrializzando – in pochi anni divenimmo la quinta potenza mondiale – e di contadini che alla zappa andavano sostituendo il trattore. Uomini e donne politici/he di ampie vedute e determinate. Grazie a loro in pochi anni abbiamo creato un Grande Paese, una Grande Repubblica! Allora! E abbiamo scritto una bella Costituzione! Con parole semplici, perché tutti i cittadini e le cittadine potessero leggerla e comprenderla.

Ma… quando penso alla classe politica – si chiama così – di oggi, provo una grande tristezza! E pena! Primeggiano e riscuotono applausi i Salvini, i Di Maio, i Conte, le Meloni e compagnia cantante. E la sinistra purtroppo non esprime uomini e donne, compagni e compagne – parole ora assolutamente desuete – che abbiano un certo rilievo. E poi mi fa una grande tristezza constatare che proprio a sinistra molti dei suoi rappresentanti – cosiddetti – hanno il loro partitino, la loro sigletta, pronti poi ad essere cambiati alla prima folata di vento! Sigle e siglette senza contenuti, se non un nome in cerca di un successo che difficilmente si raggiunge.

Allora la DC, il PCI, il PSI, il PRI, il PLI, il PDL – per ricordare solo le sigle dei sei partiti che avevano animato la Resistenza e che ci avevano condotto al Referendum del 2 giugno 1946 con cui nacque la Repubblica e, di conseguenza, alla scrittura di una Carta Costituzionale che è tra le più belle del mondo – avevano  ciascuno a monte i loro referenti concettuali ed ideali, anche se l’ultimo aggettivo è grosso ed impegnativo: l’Enciclica De Rerum Novarum, il Capitale, Mazzini, Gobetti, Gramsci, Don Sturzo, Bonomi! Per non dire poi della grande eredità che ci è stata lasciata dagli autori del Manifesto di Ventotene!

I politici di oggi – e, penso, di tutti gli schieramenti – mi sembra che non abbiano storia e nulla dietro rispetto a programmi ed attese! Non parlo di ideali, che sono oggi parole vuote. Però – e questa è una triste constatazione – la crisi di una politica è sempre ed anche la crisi di un Paese! E non sono pessimista perché sono vecchio e rincoglionito! Anni fa un certo Renzi raggiunse una certa notorietà come “rottamatore” di un passato considerato come un limite e non come una risorsa! Ed è riuscito nel suo intento, purtroppo! Ed ha finito con il rottamare anche sé stesso. E i risultati di questo lento ed inarrestabile decadere sono sotto gli occhi di tutti! Primeggiano omuncoli! Un Conte e un Grillo, che addirittura attendono a scrivere chissà quale salvifico documento politico. Una cazzosa Meloni, sempre scortata da due corazziere due, che trancia sempre giudizi di fuoco! Un Cavaliere, che ormai offre sempre alla stampa sorrisi… stampati promettendo di fatto aria fritta!

Nonché un arruffapopolo come Salvini, che comunque riesce a riempie la Piazza della Bocca della Verità! Ma la verità, quella vera, di cui noi Italiani abbiamo tutti in gran bisogno, soprattutto ora che – come sembra – stiamo uscendo dalla pandemia – sembra che sia dispersa nel traffico del Lungotevere! O tempora o mores! E’ triste consolarci con i ricordi! Ed essere pessimisti per il futuro! Almeno per me! E’ segno che sono troppo vecchio!

Alba Porcheddu ci ha lasciati

Alba Porcheddu ci ha lasciati

di Maurizio Tiriticco

“Che la comunicazione verbale e non verbale interessi il processo educativo è una considerazione che ha il carattere dell’evidenza. Il rapporto educativo tra due o più persone, particolarmente rilevante quando i suoi termini sono gli adulti da un lato e igiovani dall’altro, può aver luogo, infatti, in modo più o meno programmato, con o senza chiare finalità, con l’aiuto di tecniche raffinate o, al contrario, utilizzando mezzi del tutto empirici: in ogni caso si affida ad una condizione di fondo, ossia ad un processo di comunicazione che trova la sua espressione più esauriente nei suoi aspetti linguistici.

“L’azione educativa, però, non si esaurisce in un semplice comunicare: basti pensare a tutte le implicazioni emotive dei processi di apprendimento, ai problemi inerenti alla scelta e all’organizzazione dei contenuti in dipendenza di scelte altrettanto complesse di finalità e di obiettivi e in ragione delle capacità di differenti età e di differenti origini socioculturali, per rendersi conto di alcuni aspetti (soltanto alcuni) per i quali il fatto educativo specifica ed approfondisce in forme proprie ed originali il rapporto comunicativo.

“Tuttavia, e anzi appunto per questo, è necessario controllare la comunicazione nei suoi aspetti verbali e non verbali. Va a questo proposito sottolineata l’importanza che essa assume nella pratica educativa, in quanto, anche al di fuori della volontà degli insegnanti o di chi intenzionalmente si pone degli obiettivi educativi, può risultare inefficace o utile, o ancora, può venire deformata da significati non desiderati.

“Essere consapevoli della complessità di questa tematica vale a realizzare un avanzamento sia nei confronti dei procedimenti didattici improvvisati, costruiti a volta a volta per prove ed errori sulla base di intuizioni empiriche, sia anche nei confronti di una più matura e critica riflessione sull’educazione.

“Ma un controllo e una consapevolezza di tal genere riportano al problema generale, già accennato, del rapporto tra i singoli campi di ricerca applicati all’educazione – in questo caso tra la ricerca sulla comunicazione verbale e non verbale – e l’organizzazione dei contributi delle differenti discipline in chiave pedagogica”.

Così scriveva Alba Porcheddu, Professoressa Ordinaria di Didattica generale, attiva presso le Università di Cagliari, Siena, Roma , nel suo “Insegnamento e Comunicazione”, pubblicato da Giunti e Lisciani a Teramo nel lontano 1984, pagg.7-8.

Siamo negli anni ottanta, ricchissimi per quanto concerne la ricerca educativa e la riflessione pedagogica, a valle di quegli anni sessanta e settanta, caratterizzati dalle lotte condotte dal Movimento Studentesco e da ampi gruppi di insegnanti, finalizzate ad un rinnovamento profondo del nostro ordinamento scolastico. Già Don Milani aveva detto la sua nel 1967 nella famosa “Lettera a una Professoressa”: e proprio alla vigilia di quel Sessantotto che vedrà gli studenti di tutto il mondo, da Parigi a Berkley, da Roma a Pechino, muoversi contro “la scuola dei padroni”. O meglio per una scuola rinnovata nei suoi obiettivi e nei suoi contenuti, e soprattutto non selettiva e discriminante, ma aperta a tutti e promozionale.

Per quanto riguarda la scuola, in quegli anni ci si batteva perché il rapporto docente/alunno si fondasse in primo luogo su una comunicazione interattiva, efficace e produttiva, ben altra cosa rispetto alla informazione discendente, tipica dell’insegnamento ex cathedra. Quindi gli anni settanta furono ricchissimi per quanto riguarda la ricerca educativa, Nel 1978 Aldo Visalberghi con la collaborazione di Roberto Maragliano e Benedetto Vertecchi, pubblica per Mondadori “Pedagogia e Scienze dell’Educazione”, una summa teologica, se ci è concessa l’espressione, su tutte le problematiche educative. A pagina 21 viene rappresentata schematicamente l’insieme della cosiddetta enciclopedia pedagogica: vengono individuate ben 24 discipline!

Insomma, insegnare non è una cosa semplice. Ed un insegnamento cessa di essere cattedratico, se viene investito e supportato da un insieme di discipline altre, di cui l’insegnante sia ovviamente padrone. Ma il vincolo che le lega è sempre il concreto campo della comunicazione interattiva. Ed è su questo terreno che scende l’esplorazione di Alba Porcheddu. Una esplorazione che si è avventurata su terreni diversi. Basta leggere la ricca bibliografia del volume. Circa 300 testi! Ed in larga misura stranieri e tutti attinenti alle problematiche della comunicazione.

Alba Porcheddu ci ha lasciati! Fisicamente! Ma ci ha lasciato una ricca eredità di ricerca, riflessione e produzione! Che è quanto mai importante e suggestiva oggi, in un’epoca in cui il covid costringe insegnanti e studenti a percorrere strade altre e diverse rispetto a quelle della tradizione, quando lacomunicazione era solo quella veicolata da una cattedra ad un banco! Oggi mediata da una lavagna luminosa e da un PC! E forse non sempre! Anche perché è pur sempre l’atto linguistico, quello umano, o meglio l’insieme degli speech acts, a cui Alba Porcheddu dedica molte pagine, quello che connota i rapporti che docenti e studenti costruiscono in aula! Ed anche fuori di essa!

L’insegnamento di Alba viene da lontano, ma poi si è dispiegato sulle cattedre di tante nostre università ed ha coinvolto centinaia di studenti! Ma anche centinaia di amici, a lei legati da tanto affetto e tanta stima. Per queste ragioni il ricordo di Lei è vivo oggi! Ed anche domani!

Tutta colpa di Eva?

Tutta colpa di Eva?

di Maurizio Tiriticco

La creazione del mondo secondo la Genesi —- Primo Giorno: Dio creò il Cielo e la Terra. E separò la luce dalle tenebre. Secondo Giorno: Dio separò le acque sotto il firmamento da quelle di sopra. E così creò il cielo. Terzo Giorno: Dio divise la terra dalle acque. E ordinò alla terra di produrre erbe e frutti. Quarto Giorno: Dio creò i luminari del cielo, il maggiore per avere il dominio del giorno e il minore della notte. Il Quinto Giorno: Dio disse: “Producano le acque ogni sorta di pesci e volino gli uccelli nel cielo”. Il Sesto Giorno Dio creò gli altri animali poi disse: “Facciamo l’uomo alla nostra immagine”. Adunque creò l’uomo. Con il Settimo Giorno la creazione è ultimata e Dio si riposò contemplando la sua opera perfetta.

Ma poi pensò: “Non è bene che l’uomo sia solo: gli voglio dare un aiuto che gli sia simile”. Allora il Signore Dio plasmò dal suolo ogni sorta di bestie selvatiche e tutti gli uccelli del cielo e li condusse all’uomo, per vedere come li avrebbe chiamati: in qualunque modo l’uomo avesse chiamato ognuno degli esseri viventi, quello doveva essere il suo nome. Così l’uomo impose nomi a tutto il bestiame, a tutti gli uccelli del cielo e a tutte le bestie selvatiche, ma l’uomo non trovò un aiuto che gli fosse simile. Allora il Signore Dio fece scendere un torpore sull’uomo, che si addormentò; gli tolse una delle costole e rinchiuse la carne al suo posto. Il Signore Dio plasmò con la costola, che aveva tolta all’uomo, una donna e la condusse all’uomo.

Allora l’uomo disse: “Questa volta essa è carne dalla mia carne e osso dalle mie ossa”. In altri termini: “E’ roba mia!”. Insomma, un Dio maschio non può creare che un essere maschio! E poi è noto come sono andate le cose! Eva – queste femmine sempre curiose – si lascia tentare dal serpente che le porge la mela. Ma Eva non può mangiare prima del maschietto, per cui porge la mela ad Adamo! Il quale non ci pensa due volte e… gnam! Un bel morso alla mela! Che doveva essere ottima! Prodotta nel Giardino dell’Eden! Un gran supermercato ante litteram! Ma, quando il padreterno se ne accorge: “Disgraziati! Il giardino è mio e lo gestisco io! E mo’ so’ affari vostri! Tu dovrai zappa’ la terra e tu dovrai fare figli! E basta! E nun te mette ‘n testa de fa’ altre cose!”.

Secondo altre tradizioni, Adamo avrebbe avuto come moglie una certa Lilith, precedente ad Eva. Che però doveva avere un caratterino! In effetti fu poi ripudiata da Adamo e cacciata via perché si era rifiutata di obbedirgli. Insomma, pare che le cose non siano proprio come ce le racconta la Bibbia! Ma perché un solo dio? Non è meglio che siano in tanti? Almeno su all’Olimpo chiacchierano e si divertono! Un dio solo nell’alto dei cieli che fa? Non si annoia? In molte popolazioni mesopotamiche vigeva il culto della Grande Madre! Che nelle diverse culture ebbe anche diversi nomi: Cibele, Gea, Mater Matuta, Magna Mater, Bona Dea. Il fatto è che la donna fa figli e l’uomo no! E in certe culture primitive non era facile legare alla procreazione l’atto sessuale! Il discorso sarebbe lungo! Fatto sta che, da quando l‘uomo – o meglio, il maschietto – si è reso conto che lui solo poteva determinare una gravidanza, per la povera femminuccia sono nati tutti i guai! Dal culto della Magna Mater al culto del Magnus Pater! E di un padre anche e soprattutto padrone! Guarda il caso: l’etimo delle due parole è il medesimo! Per non dire poi dell’origine della proprietà privata! Rinvio al classico di Federico Engels, “L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato”. Per non dire poi anche dell’origine delle due parole matrimonio e patrimonio e del loro significato originario. E la prima è sempre funzionale alla seconda. Cara donna! Non ti sposi, se non porti la dote! Comunque, non è sempre facile trovare il legame che corre tra certe parole, certi valori, certi modelli e certi comportamenti, e quale venga prima e quale dopo. In effetti, sarebbe come porci il problema di sempre: se è nato prima l’uovo o la gallina!

Ma torniamo alle scritture bibliche: chi ne è l’autore? O i molti autori? Certamente un maschio! O meglio, molti maschi. I più noti Mosè, Salomone, Davide. Anche perché Dio, con tanto di maiuscola, non può essere che maschio! Solo quei miscredenti dei pagani potevano pensare ad un dio femmina! E poi perché una sola? Il pantheon dei pagani è ricco di dee femmine: Afrodite, la bellezza, Atena, la ragione, Artemide, la caccia e così via. Per non dire della Mater Matuta o della Artemide Efesia, conservata al Museo archeologico di Napoli, straricca di seni! Ma le dee sono solo roba pagana! Dei miscredenti pagani! Che neanche sapevano di essere pagani! Perché furono chiamati pagani quei poveretti cultori degli dei della tradizione e che non se la sentivano di rinunziare a loro per accettare per forza il culto di un solo dio! Per cui erano costretti a rifugiarsi nei pagi, nei centri abitati fuori città. E se lo chiedevano: ma chi sono questi seguaci di un certo Gesù Cristo, che dice di essere figlio di un unico solo dio? Mah! A seconda delle epoche, i pagani fuggono in campagna e i cristiani si rifugiano sotto terra, nelle catacombe.

Un bel giorno l’Imperatore Diocleziano dichiara solennemente chesolo gli dei di sempre sono quelli validi, non uno che si proclama un dio solo ed assoluto. E contro i cristiani vara una serie di editti, dal 297 al 304. E la persecuzione del 303 è una delle più feroci.

Ma poi le cose cambiarono! Quando sul seggio imperiale sedette Costantino! Siamo nel 306 d.C. E Costantino capì che il vento stava cambiando e che i cristiani potevano essergli di aiuto nella sua lotta contro Massenzio. La storia è nota. Alla battaglia di Ponte Milvio contro Massenzio, Costantino vide in cielo una croce con una scritta: “In hoc signo vincies”. E vinse! E come ricompensare i cristiani e la loro chiesa? Con una grande donazione! I domini dell’Impero Romano d’Occidente sarebbero passati alla Chiesa, nella persona del Pontefice pro tempore Silvestro. Ma mille anni dopo lo sfogo rabbioso di Dante: “Ahi, Costantin, di quanto mal fu matre, non la tua conversion, ma quella dote che da te prese il primo ricco patre!” (Inferno C. XIX, vv 115-117).

Con Costantino i cristiani furono finalmente liberi di pregare il loro Dio al di fuori dalle catacombe! E molti anni dopo, l’Imperatore Teodosio varò altri decreti addirittura contro ogni culto pagano. Il primo decreto, Nemo se hostiis polluat, fu emesso a Milano il 24 febbraio del 391 d.C. Venne messo al bando ogni genere di culto e di sacrificio pagano, anche in forma privata Fu vietato l’ingresso nei templi. La pena prevista era di quindici libbre d’oro. Il resto è noto. La progressiva conversione e/o distruzione dei tempi pagani concorreva con la riconversione e/o costruzione di nuove chiese cristiane. E sono visibili oggi nelle grandi basiliche colonne ed altri manufatti dall’origine pagana. E poi e poi… l’inquisizione e la caccia alle streghe! Quanti secoli bui! Quante sofferenze!

Ma tutte queste terribili vicende sono colpa di Eva?

La donna e il monoteismo

La donna e il monoteismo

di Maurizio Tiriticco

L’orribile vicenda della piccolai Saman ha fatto riemergere migliaia di riflessioni sulle condizioni della donna nel mondo mussulmano. Comunque è un dato di fatto che anche da noi occidentali, in larga misura cristiani e cattolici, ed anche civili – cosiddetti – la condizione della donna non è assolutamente migliore. Stando al web, ad oggi quest’anno in Italia i femminicidi sono stati 28! E siamo solo alla metà dell’anno!

Ma il fenomeno del femminicidio, o meglio di questa donna sempre colpevole di qualcosa, quindi sempre punibile, viene da molto lontano! Che cosa ci dice la Bibbia? Che, com’è noto, si tratta dell’insieme di una serie di testi scritti nel corso di 1500 anni! Ma da chi? Da profeti, ovviamente maschi! Non certo da profetesse! Sono circa quaranta autori, e di diversa provenienza. Nella Bibbia leggiamo che Dio, maschio anche Lui, dopo avere creato l’Universo e la Terra nonché il Paradiso terrestre, creò anche l’essere umano, che di questo Paradiso potesse godere: un essere ovviamente maschio, come il suo creatore: e lo chiamò Adamo! E, per di più, a sua immagine e somiglianza. In seguito, per evitare che Adamo si annoiasse, il Padreterno, nella sua infinita bontà, creò la donna! Ma non ex novo, come aveva fatto per Adamo, bensì da una sua costola! Il che è tutto dire! La femmina è una cosa nuova, ma costruita dal maschio! Le vicende poi sono note! Il Signore disse loro: “Carissimi! Godete di questo Paradiso terrestre che è tutto vostro, ma, attenzione! Guai a voi se cogliete i frutti di quell’albero”! Sembra che si trattasse di un melo o di un melograno. Adamo è un maschio obbediente, ma Eva è una femminuccia, capricciosa e curiosa e… che fa? Cede alle lusinghe del serpente – ma che cosa ci faceva il diavolo nel Paradiso terrestre? Mah! – e va a cogliere proprio il frutto proibito! Disgraziatissima! Il Padreterno si incavola di brutto e condanna le sue creature! “Tu, Adamo, che non sei stato capace di controllare Eva, dovrai lavorare con fatica e sudore! E tu Eva dovrai obbedire al tuo uomo e dargli dei figli”.

Per la miseria! Un Dio maschio e maschilista! Ma questo antifemminismo ante litteram riguarda solo il racconto della Bibbia? Niente affatto! Secondo Platone, le donne sarebbero una reincarnazione degli “uomini inferiori”; secondo Aristotele, nient’altro che “maschi menomati”; per sant’Agostino, la donna deve essere sottomessa per ragioni sessuali e corporali; per san Tommaso essa è semplicemente “un maschio mancato”. San Paolo afferma: “Come la Chiesa è sottomessa a Cristo, così anche le mogli ai mariti, in tutto”. Tertulliano descrive la donna come “la porta del diavolo”. La donna è, secondo lui, un essere che Dio ha voluto inferiore; essa è “diaboli ianua”, porta del demonio. “Tu, donna, hai con tanta facilità infranto l’immagine di Dio che è l’uomo. A causa del tuo castigo, cioè la morte, anche il figlio di Dio è dovuto morire; e tu hai in mente di adornarti al di sopra delle tuniche che ti coprono la pelle?”. E sono famosi i libelli di Tertulliano contro le donne! “De exhortatione castitatis”, “De virginibus velandis”, “De cultu feminarum”. Ed in questo afferma che è bene che le donne portino il velo sempre, per non dare scandalo in pubblico. Del resto anche Ambrogio (IV secolo) si preoccupò di raccomandare alla sorella Marcellina (De virginibus) l’osservanza di casti costumi! E che dire di quel Giovanni di Antiochia (IV secolo) detto Crisostomo, χρυσόστομος, il Boccadoro, che così si esprimeva: “Che altro è una donna se non un nemico dell’amicizia, una punizione inevitabile, un male necessario, una tentazione naturale, una calamità desiderabile, un pericolo domestico, un danno dilettevole, un malanno di natura dipinto di buoni colori?”.

E Sant’Ambrogio alla domanda se sia stato più colpevole Adamo o Eva risponde così: “Sicuramente Adamo, perché lei aveva dalla sua la scusante della stupidità”. Sono contro le donne tanto l’Antico testamento quanto Omero e la tragedia greca, il mondo pagano come quello cristiano. Comunque è opportuno ricordare che Gesù è tutt’altra persona! E’ lui che salva la Maddalena, la peccatrice, dal linciaggio. Ed in questa ricca materia misogìna il Corano non è da meno. Vi si afferma che gli uomini occupano una posizione gerarchica superiore, poiché “Allah ha prescelto alcuni esseri sugli altri” (Corano, IV, 34).

Ed ecco altre chicche. Solo l’uomo, non la donna, è ad immagine di Dio. Ogni donna porta su di sé la maledizione di Eva, origine del peccato. La donna è sorgente di tentazione. Presso gli eretici le donne insegnano, disputano, guariscono, e forse battezzano. La testa di una donna deve essere coperta, ma non da una corona, da un velo. E’ meglio per un uomo non sposarsi, perché così non è contaminato dalla concupiscenza.

Eppure, in questo tripudio di maschilismo qualche eccezione c’è. Ma non nel nostro mondo occidentale! Le Isole Trobriand sono un arcipelago del Pacifico sud-occidentale (442 km2 con 20.000 abitanti circa), appartenente alla Papua Nuova Guinea, situato 152 km a SE della Nuova Guinea. Si compone di numerose isole, di natura corallina, di cui la maggiore è Kiriwina, su cui sorge il centro principale del gruppo, Losuia. I Trobriandesi sono noti per gli studi dell’antropologo polacco Bronisław Kasper Malinowski. Sono – o meglio, erano – tradizionalmente orticoltori, allevatori di maiali e pescatori. Ma oggi di fatto producono copra e oggetti di artigianato per i turisti. Ebbene, presso di loro – almeno ai tempi di Malinowski – la parentela non è patrilineare, ma matrilineare. Ed il sistema politico si basa su capi ereditari che hanno però un’autorità molto limitata. Ma infine, se poi vogliamo dirla tutta, che bello l’Olimpo con le sue divinità tutte costruite a misura d’uomo! Dei e dee che fanno a gara per essere come i mortali! Ed a volte più furbi dei mortali! Quante trasformazioni si è scelto Giove per appagare i suoi appetiti? Ora in pioggia, per inzuppare ben bene di sé Danae addormentata e fecondarla. Ora in cigno, per sedurre Leda. Ora in toro, per rapire Europa.

Ma pensiamo ad un’altra grande religione monoteista. Nel Corano si dice chiaramente che gli uomini occupano una posizione gerarchica superiore, poiché “Allah ha prescelto alcuni esseri sugli altri” (Corano, IV, 34). E purtroppo la lunga stagione dell’oscurantismo misogino si perpetua nei secoli. Marsilio da Padova assegna ai cittadini un ruolo fondamentale per il governo, ma con alcune eccezioni: gli schiavi, i bambini e, ovviamente, le donne! E lo stesso Machiavelli, pensatore moderno per eccellenza, paragona la Fortuna a che cosa? A una donna! Per cui, “è necessario, volendola tenere sotto, batterla e urtarla”. Per Montaigne, grande umanista e scienziato, “una donna è già abbastanza istruita quando sa distinguere tra la camicia e la giubba di suo marito”.

Nel 1791, in piena rivoluzione francese, la femminista ante litteram Olympe de Gouges scrive provocatoriamente la “Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina”, che all’articolo X proclama: “Se la donna ha il diritto di salire sul patibolo, deve avere anche quello di salire sulla tribuna”. Ma – guarda caso – due anni dopo sarà ghigliottinata: da un maschietto, ovviamente. L’illuminato Rousseau, saggio maestro del piccolo Emilio – ovviamente non Emilia! – tira in ballo addirittura le “indisposizioni peculiari” femminili, cioè le mestruazioni, e le considera “una ragione sufficiente” per negare alle donne il primato nel governo della famiglia.

E qui mi taccio, ma non per assenza di fonti, ma per non annoiare il lettore! Nonché la lettrice!

6 giugno 1944

6 giugno 1944

di Maurizio Tiriticco

Chi mi legge non era ancora nato, ma io sì!!! E per chi legge questo 6 giugno 2021 potrebbe essere un giorno come un altro! Ma per me no! Troppo vivi sono i ricordi! La guerra, la paura, la fame, i bombardamenti per un ragazzino di 15 anni sono “cose” indimenticabili! Già ho scritto del 4 giugno 1944! Quando da Porta San Giovanni l’esercito alleato comandato dal generale Clark, entrò in Roma accolto dauna folla entusiastica. Ed in quella folla c’ero anch’io, ragazzino di 16 anni, ancora impaurito e affamato dopo nove mesi di durissima occupazione tedesca in Roma.

E poi il 6 giugno di quel meraviglioso 1944! Lo sbarco alleato in Normandia! Il nome in codice era operazione Neptune, parte marittima della più ampia operazione Overlord! Uno sbarco che fu una delle più grandi invasioni anfibie della storia, messa in atto dalle forze alleate durante la seconda guerra mondiale! Il tutto per aprire un terzo fronte in Europa edirigersi verso la Germania nazista e allo stesso tempo alleggerire il fronte orientale, sul quale da tre anni l’Armata Rossa stava sostenendo un aspro conflitto contro i tedeschi. L’invasione iniziò nelle prime ore di martedì 6 giugno 1944 (data conosciuta come D-Day in inglese e Jour-J in francese), quando toccarono terra nella penisola del Cotentin e nella zona di Caen le truppe alleate aviotrasportate, che aprirono la strada alle forze terrestri.

All’alba del 6 giugno, precedute da un imponente bombardamento aeronavale, le fanterie sbarcarono su cinque spiagge francesi. Quanti pensieri, quanti ricordi! I documentari Luce che soltanto quattro anni prima, più o meno negli stessi giorni, ci rovesciavano immagini su immagini della rovinosa ritirata degli inglesi a Dunkerque, tra l’entusiasmo generare del pubblico e di noi balilla, cadevano a brandelli dalla mia memoria. Il Führer e il Duce avevano assicurato che le poderose fortificazioni che avevano eretto su tutta la costa francese della Manica avrebbero respinto qualsiasi tentativo di sbarco e di invasione. Che cosa sarebbe successo? Sapevamo dai filmati luce che il Vallo atlantico – così era chiamato l’insieme delle difese delle coste francesi – era un insieme di fortezze inespugnabili! Cemento armato, casematte, cannoni… a non finire!

Avrebbero mai osato gli alleati uno sbarco su quelle coste? Ebbene! Sì! Osarono! Ma il Corriere della Sera del 7 giugno, l’edizione di Milano – capitale della Repubblica Sociale Italiana, o meglio della Repubblica di Salò, dove aveva sede il governo e i ministeri fascisti – così titolava: “Arde la battaglia del Vallo Atlantico – La massa di fuoco della difesa germanica batte le unità ‘alleate’ sulle coste della Normandia – Reparti tedeschi di tutte le specialità immediatamente entrati in azione. Quasi tutte le forze paracadutiste annientate. Gran parte delle truppe sbarcate ricacciate in mare”. Ma ormai alle panzane del fascismo eravamo abituati! Da vent’anni! Eppure circolavano strane voci di armi segrete tedesche! Si diceva che i missili V1 erano armi micidiali, radiocomandati – missile sì, dal latino, arma da getto – che avrebbero distrutto Londra e tutta l’odiata Inghilterra, la Perfida Albione. Ed erano ancora poca cosa rispetto a quello che gli scienziati tedeschi stavano preparando… armi segretissime… circolavano solo voci… ma sul fronte nazifascista erano tutti sicuri! Proprio tutti? Non so! E non credo! Comunque, mentre in Normandia gli alleati avanzavano lentamente, su Londra si abbattevano queste nuovissime micidiali bombe, radiocomandate. Ne furono lanciate più di 10.000!!! Ma la tempra dei londinesi e quella di Winston Churchill era molto dura!E fu premiata!

Ed in quel 6 GIUGNO del 1944 ebbe così inizio la fine di una delle guerre più stupide, assurde, mostruose, che la storia abbia mai conosciuto! Perchéaveva provocato soltanto milioni e milioni di morti! Ai quali il Processo che si celebrò nel Palazzo di Giustizia della città tedesca di Norimberga dal 20 novembre 1945 al 1º ottobre 1946 contro i gerarchi nazisti, responsabili non avrebbe mai potuto dare una giustificazione esauriente ed accettabile! Perché contro gli orrori del nazifascismo c’è solo la condanna, non la comprensione!

Roma 4 giugno 1944

Roma 4 giugno 1944

di Maurizio Tiriticco

Copio dal mio BALILLA MOSCHETTIERE

——— In pochi giorni la V armata americana e l’VIII armata britannica, guidate rispettivamente dai generali Clarck e Montgomery – che memoriaaa!!! Grazie tante! Diventarono i nostri idoli! – risalgono la penisola. I combattenti di Anzio riescono finalmente a rompere quell’assedio a cui truppe tedesche e fasciste li avevano costretti e finalmente, la notte del 4 giugno gli americani…ENTRANO A ROMA; DA PORTA SAN GIOVANNI.

Ma andiamo con ordine! A primavera inoltrata capimmo che ormai si era all’inizio della fine. Soldati tedeschi in giro se ne vedevano sempre di meno. Forse anche loro erano in trepida attesa. Poi ci accorgemmo che cominciavano a lasciare Roma. Di notte si sentiva uno sferragliare di carri. Si era curiosi, ma il coprifuoco ci vietava di uscire. Comunque salimmo sulle terrazze degli stenditoi, al di sopra dell’ultimo piano e vedemmo… in grande silenzio e senza mostrare nulla di noi, se non gli occhi più attenti che mai. Furono più notti! E per ore e ore dal tramonto all’alba passavano cari e carri, cavalli e cavalli, camion e camion e soldati appiedati… tedeschi, in assetto di guerra, ma… nulla di quella fierezza sempre ostentata quando marciavano. Passi lenti dei soldati, uno dietro l’altro, zaini e fucili… per ore e ore tutta la Via Nomentana in quelle ultime notti di maggio era un brulichio di tedeschi in marcia. Non era la marcia trionfale del vincitore, ma la marcia funebre dello sconfitto! E noi in silenzio a guardare di sottecchi e a commentare a bassa voce…

Eravamo vicini, vicini alla fine, all’inizio di un nuovo giorno? Speravamo? Eravamo certi? Era difficile essere ottimisti, e si ascoltava la radio, anche Radio Londra… quei messaggi speciali, di cui non capivamo mai il significato. Poi agli inizi di giugno più nulla… I tedeschi c’erano ancora? Non c’erano più? Era difficile a dirsi. Da un quartiere all’altro della città si incrociavano le telefonate, ma la prudenza era sempre d’obbligo… In tutti i quartieri vigeva solo il silenzio! Niente passi marziali… perché i tedeschi anche in libera uscita marciavano, e sempre con lo stesso passo, a testa alta e con le facce aggrondate. Niente passi marziali, niente tedeschi! Davvero non c’erano più tedeschi a Roma? O stavano chiusi a doppia mandata nelle loro caserme?

2 giugno… niente, 3 giugno, niente, 4 giugno, niente… No! No! No! SIII!!! In serata una telefonata dal quartiere San Giovanni a un coinquilino: «So’ arivati l’americaniii!!! Ammazzeli, quanti so’!!! Ce so’ carri armati, camion, autoblinde, auto scoperte, piccole,  veloci, tante, tutti in fila… ammazza che sordati… rideno… e salutano pure…». La notizia si diffuse prestissimo, di pianerottolo in pianerottolo, di scala in scala, ma parole solo sussurrate… Il sottovoce era d’obbligo! Era vero? Era uno scherzo? Come mai qui da noi niente? Solo un grande silenzio in una bella notte serena. Con la luna di sempre…

Una notte insonne… avemmo altre conferme sempre dai quartieri di Roma Sud, ma a Roma Est niente, solo un silenzio di piombo, dietro le finestre o sulla grande terrazza del palazzo… e neanche un colpo di fucile… come erano entrati? Roma era città aperta, c’era pure il Papa, ma… con i tedeschi c‘era poco da scherzare…Possibile? Avevano lasciato Roma, così, senza ferire, senza neanche un colpo di fucile?

All’alba uno scoppio tremendo, poi qualche colpo di fucile, una sparatoria, lontana, veniva da Monte Sacro, poi il silenzio. Che era successo? 

Alle prime luci del mattino cominciammo pian piano a mettere il naso fuori della finestra e a uscire di casa, prima due a due, poi sempre di più, alle 8 eravamo tutti fuori casa! La Via Nomentana si animava, si animava sempre di più, e tutti verso Monte Sacro, verso il ponte sull’Aniene, non quello vecchio, quello romano su cui passa la Via Nomentana, quello nuovo, il Ponte Tazio, degli anni Venti, che collega la città alla Città Giardino, un quartiere tutto nuovo, tutte villette e, ovviamente giardini.

Il ponte Tazio si presentava con uno squarcio terribile. Era impraticabile alle auto, non ai pedoni. I tedeschi in fuga avevano tentato di farlo saltare. C’era stato un conflitto a fuoco. Ricordo una jeep – non sapevamo ancora che certi mezzi veloci degli americani si chiamavano così – a fianco sulla strada con il muso sul marciapiede; un gran telone la ricopriva e da un lato fuoriusciva lo stivaletto di un militare. Una piccola folla intorno. Un militare americano ucciso nel conflitto a fuoco dell’alba. Poi giunse un altro mezzo americano e portò via jeep e il soldato morto. LA FINE DELLA GUERRA… tutti pensavamo così! LA FINE DELLA GUERRA, anche quella personale, che ciascuno di noi lì presenti aveva subito.

Quel cinque giugno fu una gran festa! Quale meraviglia! Quali meraviglie! Soldati con divise a noi sconosciute! Tutti in camicia! E che belle stoffe! Niente grigioverde, niente fasce ai polpacci! Niente scarpe chiodate! Scarponcini leggeri, elastici! E poi volti sereni! Bei ragazzi, ridenti, alti, ben nutriti! Con la barba fattaaa!!! Divise semplici, comode, pulite! E sembravano disarmati… E parlavano con noi, volevano parlare e cantavano e volevano che noi cantassimo. Canzoni napoletane e poi “Oi Marì, oi Marì, quante notti ho passato con te”, e “O sole mio…” e distribuivano sigarette e gomme americane, quelle a barretta, incartate, bellissime, non quelle a palline colorate, a cui eravamo abituati e che sembravano biglie.

Il broccolo e la rosa

Il broccolo e la rosa

di Maurizio Tiriticco

Qualche tempo fa pubblicai su Edscuola un pezzo intitolato “L’intelligenza del broccolo” e ravvisavo come in natura nulla è casuale, ma tutto nasce, cresce e si sviluppa secondo regole matematiche che potremmo definire perfette e che non vengono mai infrante. E ravvisavo anche quanto dobbiamo al nostro grande matematico Leonardo Pisano, detto Fibonacci (Pisa, settembre 1170 circa, Pisa, 1242 circa).

E non è un caso che ogni 23 novembre celebriamo il cosiddetto “Fibonacci Day”. Ma perché proprio in quel giorno? Beh, perché quella data 11/23 si compone proprio dei primi 4 numeri della famosissima successione di Fibonacci: 1, 1, 2, 3, 5, 8, 13… Leonardo Pisano, detto il Fibonacci (Pisa, 1170 circa, 1242 circa) è stato uno dei più grandi matematici di tutti i tempi. Contribuì alla rinascita delle scienze esatte, dopo la decadenza dell’età tardo-antica e dell’Alto Medioevo. Con lui, in Europa, si promosse l’unione fra i procedimenti della geometria greca euclidea (gli Elementi) e gli strumenti matematici di calcolo elaborati dalla scienza araba. In particolare egli studiò per la parte algebrica il “Liber embadorum” dello studioso ebreo spagnolo Abraham ibn ‛Ezra. In Egitto, il Fibonacci studiò a lungo la Grande Piramide di Giza e notò che gli antichi egizi avevano, forse consapevolmente, integrato la Golden Ratio, ovvero la Sezione Aurea, nella proporzione geometrica della piramide. Molti da allora hanno tentato di penetrare i segreti della Piramide di Giza, che differisce dalle altre piramidi per essere, più che una tomba, un irrisolvibile mosaico. In realtà, la piramide era stata disegnata in maniera tale che l’area di ogni facciata fosse stata uguale al quadrato costruito sulla sua altezza. La base della Piramide di Giza è pari a 783,3 piedi, mentre l’altezza è pari a 484,4 piedi: il rapporto fra le due misure è pari a 1,618, la Golden Ratio, appunto. E ancora: l’altezza della piramide, in pollici, è pari a 5813 (5, 8, 13 sono numeri di Fibonacci). In sostanza, queste osservazioni hanno dato l’impressione della volontà, da parte degli antichi Egizi, di trasferire a noi i frutti delle loro conoscenze avanzate in campo matematico.

Ma il discorso è più ampio. Evidenze della serie di Fibonacci sono presenti in molti fenomeni naturali. I semi del girasole sono disposti su 89 curve, secondo il modello della spirale logaritmica, 55 in una direzione e 34 nell’altra. La struttura della spirale logaritmica (la più bella delle curve matematiche) è inoltre presente nel guscio della lumaca, nella ragnatela costruita da alcune specie di ragno, nella conformazione di alcune galassie, nell’orecchio umano e in tante altre meraviglie della natura. In anatomia, come si vede dall’esempio, l’ombelico è posizionato in corrispondenza del 61,8% dell’altezza totale dell’uomo. E non dico nulla del broccolo, quel vegetale che non è affatto un broccolo, ma un “condensato di precise leggi matematiche”. Allego i link di due minisaggi sul broccolo. Uno è questo: https://www.edscuola.eu/wordpress/?p=112687&print=1. Ecco il secondo: https://www.edscuola.eu/wordpress/?p=112730&print=1. Buona lettura!

Ma non è finita qui! Perché – come mi dice il web – anche la rosa segue le leggi della Matematica. Il numero dei suoi petali è legato ai numeri della celebre successione di Fibonacci che inizia con una coppia di uno e prosegue poi in modo che ogni termine sia uguale alla somma dei due che lo precedono: 1, 1, 2, 3, 5, 8, 13, 21, 34, 55, ecc. John Conway, geniale ed eccentrico matematico della Princeton University, osserva che la Matematica è un argomento eccitante e sensuale. Afferma tra l’altro: “Mi piace, e personalmente ne ricavo più piacere di quanto molta gente non ne tragga dall’arte. Mi sento come un artista. Mi piacciono le cose belle e queste sono già lì. L’uomo non le deve creare, ma soltanto scoprire. Io sono veramente stupefatto dalla bellezza della Natura. E la Matematica è Natura. Nessuno può aver inventato l’Universo matematico che era là e aspettava soltanto di essere scoperto. E’ una cosa pazzesca e straordinaria. La matematica spiega perché i petali della rosa sono sistemati in un certo modo. Io ritengo di provare più piacere di altri nell’osservare una rosa perché conosco queste cose”. E il nuovo libro di Conway, scritto insieme a Richard Guy, matematico canadese dell’università di Calgary, “Il libro dei Numeri”, suggerisce proprio una serie di possibili percorsi alla scoperta della bellezza della Matematica. Eccolo: Iohn H. Conway e Richard K. Guy, “Il libro dei numeri”, Hoepli, 1999.