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La scuola come missione?

La scuola come missione?

di Maurizio Tiriticco

Il Rapporto Italia 2020 dell’Eurispes afferma tra l’altro che dal 2004 ad oggi il numero degli Italiani che ritiene che la Shoah non sia mai avvenuta è aumentato dal 2,7 al 15,6 per cento. Semplicemente DRAMMATICO! Italiani sempre più ignoranti? Ma facciamo un passo indietro. Il dpr 275/99 istitutivo dell’autonomia delle istituzioni scolastiche recita tra l’altro che questa “si sostanzia nella progettazione e nella realizzazione di interventi di EDUCAZIONE, FORMAZIONE e ISTRUZIONE mirati allo sviluppo della persona umana”. In altre parole, scuole ed insegnanti non devono più limitarsi ad ISTRUIRE il loro alunni in termini di progressiva acquisizione di date CONOSCENZE: il che costituisce la vocazione primaria di una scuola da sempre. Ma devono anche adoperarsi per FORMARLI in quanto uomini e donne ed EDUCARLI in quanto cittadini e cittadine. Stando a quanto sancito, va rilevato che è in gioco una grande responsabilità della nostra scuola e dei nostri insegnanti. Ma, se questo è vero, abbiamo bisogno di una amministrazione scolastica forte, autorevole e duratura. Non abbiamo bisogno di un Ministro, o Ministra dell’Istruzione. che sia di passaggio, come purtroppo invece avviene ormai da anni. Perché di fatto ministri “tocca e fuggi” combinano ben poco. E ciò è grave! Perché dimostra ciò che oggi la scuola rappresenta nel mondo della politica attuale, o meglio dei nostri attuali politici: ben poca cosa!

Insomma, che cos’è la scuola? Quel che si dice: un grande carrozzone; nulla o poco più; e che costa pure tanto. Per non dire degli insegnanti. Sempre a chieder soldi! Ma è proprio così? La nostra scuola è veramente ben amministrata? In realtà il ministro all’Istruzione è quasi sempre il politico che arriva finalmente a varcare la soglia di un dicastero. Informazioni sulla scuola ne ha? Zero o poco più! Il quale politico, per altro, non vede l’ora di passare ad un dicastero considerato più appagante e più importante. Ma i ministri DC di un tempo? Ad ogni nuovo ministro un’infornata di nuovi bidelli! Pardon! Di personale ausiliario! Insomma una cassaforte di voti sicuri! Allora, i ministri all’Istruzione? Quasi sempre toccata e fuga!

Ma andiamo un po’ indietro. Mi piace ricordare che, durante il ventennio fascista, due ministri che vararono importanti riforme ebbero lunga vita a Viale Trastevere. Giovanni Gentile fu ministro dal 30 dicembre 1922 al primo luglio 1924; Giuseppe Bottai dal 15 marzo 1936 al 5 febbraio 1943. Costoro legarono il loro nome a riforme che, tra l’altro, non sembra che l’Italia democratica e repubblicana abbia del tutto smontato. Forse la più significativa, all’inizio degli anni sessanta, fu quella con cui si cancellarono i tre anni di scuola media e, in parallelo, i tre anni di avviamento al lavoro istituiti dalla “riforma Bottai” del 1939, per dar vita ai tre anni della scuola media unica, tuttora vigenti. Si veda la legge1859/62.

Occorre ricordare che il fascismo doveva fare gli italiani tutti fascisti! E bisognava cominciare da piccoli! Di qui la grande importanza della scuola. Non a caso fin dal 1926 – quattro anni dopo la Marcia su Roma – venne istituita l’Opera Nazionale Maternità e Infanzia. E i bambini, appena in grado di fare due passi, diventavano “Figli della Lupa”, con tanto di divisa e con una grande M sul petto. Ma era solo l’inizio. Dall’8° al 12° anno di età i bambini diventavano Balilla escursionisti, dotati di corda e di moschettone. Poi, dal 12° al 14° anno diventavano Balilla moschettieri, armati di moschetto modello ’91 ridotto. Erano organizzati nell’Opera Nazionale Balilla, fondata nel 1926. Che nel 1937 divenne Gioventù Italiana del Littorio. I giovani poi, dal 14° al 16° anno, diventavano Avanguardisti moschettieri, armati di pugnale e moschetto modello ’91 ordinario. Dal 16° al 18° diventavano Avanguardisti mitraglieri, armati di pugnale, moschetto e mitragliatrice leggera (ma non sempre). Successivamente diventavano Giovani fascisti… armati di tutto! Gli universitari erano tutti iscritti d’autorità ai GUF: Gruppi Universitari Fascisti. Alla maggiore età diventavano fascisti a tutto tondo… pronti a combattere!!!

Percorso analogo riguardava le femmine: da Piccole Italiane a Giovani Italiane e a Donne Fasciste. E si giurava. Tutti giuravano. E come. In tutte le ricorrenze della Patria e del Regime: il 4 novembre, la ricorrenza della Vittoria; il 28 ottobre, la ricorrenza della Marcia su Roma; il 23 marzo, la ricorrenza dell’istituzione dei Fasci di Combattimento, avvenuta a Milano in Piazza San Sepolcro nel 1919, il 21 aprile, la ricorrenza della Fondazione di Roma Caput Mundi. Era il lontano 753 a. C., quando Romolo sul Colle Palatino tracciò il solco della Roma Quadrata e quello scemo di Remo osò saltarci sopra! Non l’avesse mai fatto”! Lo pagò con la vita!

Il giuramento fascista lo ricordo a memoria per quante volte l’ho pronunciato: “Nel nome di Dio e dell’Italia, giuro di eseguire senza discutere gli ordini del Duce e di servire con tutte le mie forze e, se è necessario, col mio sangue la causa della Rivoluzione Fascista”. Insomma l’Italia era stata completamente fascistizzata e militarizzata. Il Duce era anche convinto della grande missione che avremmo dovuto compiere e che con otto milioni di baionette avremmo conquistato il mondo. Lo disse in un famoso discorso del 1936. E il popolo beveva, purtroppo! Mentre gli antifascisti erano in galera o a Ventotene o in esilio all’estero o combattevano in Spagna contro i falangisti del Generale Franco.

Mah! Un periodo di grandi illusioni popolari! Come non ricordare quelle splendide immagini di “Una giornata particolare”, quel meraviglioso film di Ettore Scola, con due grandi attori, Sophia Loren e Marcello Mastroianni. Giungeva Hitler a Roma. Era il 3 maggio del 1938. Il Duce aveva fatto costruire per l’occasione una stazione nuova nel quartiere Ostiense di Roma, ricca di marmi e di mosaici. Perché la vecchia stazione centrale Termini era troppo modesta. E tutti i Romani, ovviamente tutti fascisti e tutti in camicia nera, corsero alla Via dell’Impero – costruita dal Duce dopo gli sventramenti delle case che si affacciavano sulla Via Alessandrina – ad applaudire i due grandi che avrebbero rinnovato l’Europa e il mondo intero. Ma tutte le giornate dovevano essere particolari per noi italiani tutti. Soprattutto i sabati! Gli inglesi avevano il sabato inglese? Dedicato al the e alla conversazione? E noi non potevamo essere da meno. Venne istituito il sabato fascista! A scuola tutti in divisa, alunni e insegnanti, e al pomeriggio… adunata!!! Grandi sfilate per le vie delle città. I Balilla moschettieri sempre in testa. Avanti il mazziere, seguito dai balilla trombettieri e dai balilla tamburini: e poi i balilla moschettieri. La perla del regìme fascista! Si cantava Giovinezza marciando! Cantavamo anche l’Inno al Sole, però fermi e sull’attenti. Che divenne l’inno di tutto il popolo italiano. Ecco il ritornello: “Sole che sorgi libero e giocondo, sui colli nostri i tuoi cavali doma! Tu non vedrai nessuna cosa al mondo maggior di Roma”! Era stato composto nel 1919: testo di Fausto Salvatori, musica di Giacomo Puccini. Riprendeva i versi del Carmen Saeculare di Orazio: “Alme Sol, curru nitido diem qui promis et celas aliusque et idem nasceris, possis nihil urbe Roma visere maius”.

E gli inni si concludevano sempre con i “saluto al Duce” seguiti da tanti eia eia eia alalà. Ma Re Pippetto non voleva essere da meno e pretese il suo inno, molto marziale. Altro che la marcia reale! Che era una marcetta in confronto. Ecco il nuovo inno “Salve o Re, Imperator! Nuova legge il Duce diè! Al mondo e a Roma il nuovo Imper! Fecondato dal lavor, legionario orgoglio avrai del tuo imper! Popolo fedel! Col sangue lo creò! Credere e obbedir, combattere saprà! Vittoriose leverà fulgide le insegne della Patria al sol”.

Insomma! Noi balilla ne avevano di canzoni da imparare. Per non dire poi di tutte quelle del tempo di guerra. Quella dei sommergibilisti: “Sfiorano l’onde nere nella fitta oscurità, dalle torrette fiere ogni sguardo attento sta. Taciti ed invisibili partono i sommergibili! Cuori e motori d’assaltatori contro l’immensità!” E quella dei Battaglioni Emme. “Battaglioni del Duce battaglioni, della morte, creati per la vita! A primavera inizia la partita! I continenti fanno fiammi e fior…”. E poi quella più nota: “Vincere vincere vincere e vinceremo in cielo in terra e in mare! E’ una parola d’ordine di una suprema volontà…”. Per concludere, di primavere, a partire dal 10 giugno del 1940 – l’Italia fascista dichiara la guerra alla Francia e alla Gran Bretagna – al 25 aprile del 1945 ne sono passate quattro e tutte disastrose.

A fronte di tante illusioni, pazzie, prese per i fondelli, rovine e massacri, ancora girano per l’Europa gruppi di ignorantelli che scrivono croci uncinate, spesso sbagliate, a proposito della rotazione dei raggi. Poco o nulla sanno di storia, di quella vera, e si autoalimentano di memorie tanto scorrette quanto idiote e soprattutto pericolose. La scuola – e non solo quella italiana, ma anche quella dei Paesi europei – ha una grande missione oggi. Lo dice anche la nostra legge: a) ISTRUIRE, perché leggere, scrivere e far di sconto è importante, e c’è il rischio che queste fondamentali abilità diventino un’emergenza: gli ultimi dati Ocse in merito sono preoccupanti; b) FORMARE persone capaci di orientarsi in un mondo che produce conoscenze in misura sempre maggiore e di saperle selezionare; c) EDUCARE cittadini capaci di riconoscersi come tali, depositari di diritti ma anche responsabili in materia dei tanti doveri che una società complessa richiede ed esige.

La scuola va intesa non solo come uno spazio fisico in cui si apprende e si produce cultura, ma anche come un luogo civico in cui si cresce come lavoratori e come cittadini responsabili. Insomma la scuola ha sempre svolto una sua peculiare missione. Ma oggi la missione è ben più alta e più impegnativa. E non è una parola grossa!

Imparare la storia!

Imparare la storia!

di Maurizio Tiriticco

Ciò che è accaduto in questi giorni, in coincidenza con le “giornate della memoria”, è assolutamente riprovevole! Sono apparse su muri e porte delle nostre città scritte contro gli ebrei e svastiche naziste! A volte disegnate anche in modo scorretto, rispetto alla svastica adottata da Hitler, che è quella negativa: una croce rotante da destra a sinistra. La svastica positiva, invece, di certe popolazioni indoeuropee, ruota da sinistra a destra: in senso orario, diremmo. Così i nostri nazistelli ignorantelli spesso disegnano la svastica positiva! Studiassero meglio la storia! Anche perché in effetti “imparare la storia è un diritto”: così si intitola un bell’articolo di Nicoletta Fiori su “la Repubblica” di oggi, 28 gennaio. Ma penso che per i nostri nazistelli studiare la storia sarebbe anche un dovere!

Un anno fa, esattamente il 25 aprile 1919, lo storico Andrea Giardina, la senatrice Liliana Segre e lo scrittore Andrea Camilleri lanciarono un manifesto al fine di restituire alla storia la dignità di materia di studio autonoma nelle nostre scuole. Il manifesto raccolse migliaia di adesioni. Questo è il testo: “La storia è un bene comune. La sua conoscenza è un principio di democrazia e di uguaglianza tra i cittadini. È un sapere critico non uniforme, non omogeneo, che rifiuta il conformismo e vive nel dialogo. Lo storico ha le proprie idee politiche ma deve sottoporle alle prove dei documenti e del dibattito, confrontandole con le idee altrui e impegnandosi nella loro diffusione. Ci appelliamo a tutti i cittadini e alle loro rappresentanze politiche e istituzionali per la difesa e il progresso della ricerca storica in un momento di grave pericolo per la sopravvivenza stessa della conoscenza critica del passato e delle esperienze che la storia fornisce al presente e al futuro del nostro Paese”.

In effetti, lo studio sistematico della storia – come del resto lo studio della lingua italiana – fu una delle prime preoccupazioni dei governi dell’Italia postunitaria! “Fatta l’Italia, bisogna fare gli Italiani”! E’ un’esclamazione attribuita a Massimo D’Azeglio, e stava a significare quante culture, tradizioni, lingue e dialetti fossero presenti in un Paese che fin dall’ormai lontana caduta dell’Impero Romano – eravamo al 476 d. C.  – aveva perduto la sua unità. E che era necessario ricostriore.

Va ricordato che dopo l’Unità quei primi maestri, e maestre, di scuola, se da un lato cercavano di estirpare la mal’erba dialettale, dall’altro facevano leggere i nostri poeti ed anche Dante, quel tale che di una lingua volgare aveva fatto una lingua che tutti potevano leggere perché trasversale – potremmo dire – a tutti i dialetti di un giovane Paese alla ricerca di una sua identità. E facevano leggere anche il Foscolo, che non solo aveva tratto Dante dal dimenticatoio di secoli, in quanto considerato “oscuro e barbaro” dai vari saccenti di turno, ma aveva anche parlato tra i primi di patria… però non ditelo ai leghisti! E aveva scritto: “Il sacrificio della Patria nostra è consumato: tutto è perduto; e la vita, seppure ne verrà concessa, non ci resterà che per piangere le nostre sciagure e la nostra infamia”. Chi non ricorda l’incipit dello Jacopo Ortis?

Ugo Foscolo, ottenuta la cattedra di eloquenza all’Università di Pavia (precedentemente era stata di Vincenzo Monti), il 22 gennaio 1809 pronunciava l’orazione inaugurale “Dell’origine e dell’ufficio della letteratura”. Ecco l’inizio: “O Italiani, io vi esorto alle storie, perché niun popolo più di voi può mostrare né più calamità da compiangere, né più errori da evitare, né più virtù che vi facciano rispettare, né più grandi anime degne di essere liberate dalla obblivione da chiunque di noi sa che si deve amare e difendere ed onorare la terra che fu nutrice ai nostri padri ed a noi, e che darà pace e memoria alle nostre ceneri. Io vi esorto alle storie, perché angusta è l’arena degli oratori…”. Ma va anche ricordato che l’esperienza accademica del Nostro durò solo per poche lezioni perché Napoleone, ormai sospettoso di ogni libero pensiero, gli soppresse la cattedra.

Mi piace ricordare un altro nobile discorso! Quello che Concetto Marchesi tenne all’inaugurazione dell’Anno Accademico dell’Università di Padova il 9 novembre 1943, in uno dei periodi più oscuri della nostra storia. Occorre ricordare che il 25 luglio era caduto il regime fascista; e che poi, il 23 settembre, era stata istituita nell’Italia occupata dai tedeschi la cosiddetta “Repubblica Sociale Italiana”, meglio nota come Repubblica di Salò, perché a Salò ebbe sede il governo repubblichino.

MI piace riportare l’excipit di quel discorso: “Signori, in queste ore di angoscia, tra le rovine di una guerra implacata, si riapre l’anno accademico della nostra Università. In nessuno di noi manchi, o giovani, lo spirito della salvazione; quando questo ci sia, tutto risorgerà, quello che fu malamente distrutto, tutto si compirà, quello che fu giustamente sperato. Giovani, confidate nell’Italia. Confidate nella sua fortuna se sarà sorretta dalla vostra disciplina e dal vostro coraggio: confidate nell’Italia che deve vivere per la gioia e il decoro del mondo, nell’Italia che non può cadere in servitù senza che si oscuri la civiltà delle genti. In questo giorno 9 novembre dell’anno 1943 in nome di questa Italia dei lavoratori, degli artisti, degli scienziati, io dichiaro aperto l’anno 722° dell’Università padovana.”

La conoscenza, la lingua, la cultura, la storia! Sono gli assi portanti di un Paese che abbia consapevolezza e coscienza della sua identità. Andrea Giardina afferma tra l’altro, nella citata intervista: “Bisogna avvicinare la storia ai ragazzi. E lo si può fare solo rispondendo alle domande di una società multiculturale. Mi piace che questo elemento del pluralismo sia sottolineato dalla Ministra Azzolina. Sostiene il sociologo tedesco Ulrich Beck che il problema è nel divorzio tra la dimensione cosmopolitica in cui viviamo e la nostra  reale consapevolezza di questo respiro internazionale”.

Insegnare latino

Insegnare latino…

di Maurizio Tiriticco

…o meglio, come si deve adoperare un insegnante perché i suoi alunni apprendano un po’ di latino anche piacevolmente! Non dico in modo divertente, ma… in effetti, tutto dipende dall’insegnante e dal metodo di lavoro che sceglierà. Una volta si diceva che il latino è importante perché insegna a ragionare! Io non ci ho mai creduto! Perché non c’è disciplina di studio che non imponga di fatto a ragionare. Qualsiasi materia di studio richiede attenzione, applicazione, sacrificio anche! Comunque, repetita iuvant! E allora, avanti con il latino! Ma… ecco che emerge la questione del metodo: o meglio, che diavolo deve fare l’insegnante per rendere interessante, accettabile, piacevole anche, una materia di studio? In realtà ci sono materie il cui studio è direttamente legato alla vita quotidiana. Se non so parlare, non posso dichiarare il mio amore a una bella fanciulla e neppure litigare con la suocera! Se non so leggere né fare qualche conto, non posso fare neanche fare un minimo di spesa al supermercato!

Però c’è una materia di studio che ancora resiste disperatamente in qualche nostro grado di scuola, che affligge gli studenti costretti ad apprenderla ed i docenti costretti ad insegnarla: il latino! O meglio, “lingua e cultura latina”, come recitano le Indicazioni nazionali per i nostri quattro percorsi liceali: classico, scientifico, linguistico e delle scienze umane.

Ed allora, come fare indorare la pillola, per dirla volgarmente? O meglio, per rendere fruibile questo studio? Mi sovvengono i versi del Tasso, nell’incipit della Gerusalemme Liberata: “Così all’egro fanciul porgiamo aspersi di soavi licor gli orli del vaso: succhi amari, ingannato, intanto ei beve; e dall’inganno suo vita riceve”.

In altre parole, la questione è del metodo! Ci chiediamo cioè: come proporre lo studio di una lingua che “non serve”, come potrebbe essere, invece, l’inglese, a ragazzi, quelli di oggi soprattutto, che sono in tutt’altre faccende affaccendati? So che esiste un metodo cosiddetto naturale, il cosiddetto “metodo Ørberg”, dal nome del latinista danese Hans Henning Ørberg (1920-2010). Non lo conosco e non voglio andare oltre! Ma so che è adottato con successo in alcuni nostri licei.

A mio avviso, penso che, al di là di proporre ai nostri studenti lunghi e difficili insegnamenti linguistici, si potrebbe tentare di coinvolgerli in qualche misura proponendo loro testi latini accessibili e che che possano suscitare curiosità interesse, e a volte anche ilarità! Il mondo dei nostri antenati non era poi del tutto così austero. In effetti pensiamo sempre ai nostri classici, o almeno a quelli che ci hanno proposto ed imposto a scuola! Penso a Virgilio, a Orazio, a Cicerone! Forse con Cesare e Cornelio Nepote le “cose” andavano un po’ meglio! Si trattava di testi che per noi poveri studentelli erano più accessibili che altri. E poi si trattava di guerre, per cui… Ma è opportuno che i nostri studenti sappiano che i nostri grandi non erano sempre così seriosi! Spesso gettavano il pallium o la toga e sapevano ridere e come! Magari annaffiando il tutto con un buon bicchiere di vino! Il falerno sembra che fosse quello preferito. O forse nella “Cena di Trimalcione” il nostro Petronio ne avrà indicati altri! Non ricordo! E questi nostri antenati scrivevano anche “cose” altre”, non perfettamente classiche, anzi volutamente volgari! Si tratta di testi che – come si suol dire – vanno molto al di là di quello che a livello esplicito dicono e che contengono elementi di cultura e di civiltà a volte non immediatamente evidenti, ma che un attento lavoro di analisi guidato dagli insegnanti potrà mettere alla luce.

Mi piace cominciare con l’Apokolokýntosis (Ἀποκολοκύντωσις), ovvero Ludus de morte Claudii o ancora Divi Claudii apotheosis per saturam (Satira sulla morte di Claudio). Si tratta dell’unico testo di carattere satirico attribuito a Lucio Anneo Seneca, il grande scrittore e filosofo latino, morto suicida per ordine, appunto, dell’imperatore Nerone, insieme ad altri romani accusati di avere preparato una congiura (la cosiddetta congiura dei Pisoni, da Gaio Calpurnio Pisone, il capo dei congiurati) per “far fuori” Nerone, appunto. La parola Apokolokýntosis è un neologismo confezionato per l’occasione da Seneca e deriva dalla crasi, ovvero dall’unione, dei termini Κολόκυνθα, che significa zucca, e αποθέωση, che significa deificazione/glorificazione. Quindi “La zucchificazione di Claudio”. Com’ è noto, gli imperatori romani, una volta morti, salivano nel pantheon degli dei! Pertanto, zucchificare un imperatore deve essere stato, allora. qualcosa di tremendo! Ma altrettanto tremendo doveva essere stato Claudio! Si tratta di un testo totalmente godibile!

Ma procediamo con altri testi. E cominciamo da lontano.

Dindia Macolnia fileai dedit. Novios Plautius med Romai fecid, dalla cista Ficoroni ritrovata in Preneste. Una madre, una figlia un artigiano, un portaoggetti di bronzo in una città del Lazio: uno spaccato di vita cinquecento anni (?) prima di Cristo.

Si membrum rupsit, ni cum eo pacit, talio esto, dalle Leggi delle XII Tavole; uno stimolo per un discorso sul diritto antico, sul taglione, su una primitiva amministrazione della giustizia.

Virum mihi Camena insece versutum... L’incipit del poema di Livio Andronìco in versi saturni. L’Odysseus dell’Andra moi ennepe Mousa polutropon (l’incipit dell’Odissea omerica) diventa il nostro Ulixes. E, ad abundantiam, potremmo anche richiamare un altro incipit, quello del nostro neoclassicismo: Musa quell’uom dal multiforme ingegno

Quasi pila in coro ludens datatim dat se et communem facit… E’ il noto frammento della Tarentilla di Nevio: la donna che si offre a tutti, uno lo bacia, a un altro “fa il piedino”… ma il tutto senza alcuna palese volgarità.

Fato Metelli Romae consules fiunt, così si scaglia Nevio contro la famiglia dei Metelli; sullo sfondo le guerre puniche ed il primo teatro romano. Ma la risposta della grande famiglia non si fa attendere: Malum dabunt Metelli Naevio poetae.

E non possiamo non ricordare quello struggente frammento neviano, tratto dal Bellum Poenicum, ancora in versi saturni, in cui il poeta, rievocando le origini leggendarie di Roma, rappresenta la fuga da Troia delle mogli di Anchise e di Enea: Amborum uxores / noctu Troiad exibant capitibus opertis / flentes ambae, abeuntes lacrinis cum multis.

Musae, quae pedibus magnum pulsatis Olumpum, un altro incipit, questa voltain esametri: sono gli Annales di Ennio, l’alter Homerus della poesia latina. La lingua fa un passo in avanti, Ennio amplia il discorso di Nevio e vuole celebrare Roma al di là della vicenda punica.

Ed ora qualche esempio del tardo latino, quando la lingua dei classici comincia a cambiare, a corrompersi, diranno alcuni, ma… esiste una lingua migliore di un’altra? Questo già può costituire un interessante spunto di discussione.

Adriano è stato l’imperatore esteta e viaggiatore per eccellenza, e l’amico Floro così lo riprende: “Ego nolo Caesar esse, ambulare per Britannos, latitare per Germanos, Scythicas pati pruinas“. Ma Adriano prontamente gli risponde e lo riprende: “Ego nolo Florus esse, ambulare per tabernas, latitare per popinas, culices pati rotundos“.

E come non ricordare quella “Animula vagula blandula hospes comesque corporis, quae nunc abibis in loca pallidula, rigida, nudula, nec, ut soles, dabis iocos… è un frammento dolcissimo, che Adriano, colto, curioso, raffinato, avrebbe scritto, stando al suo biografo, poco prima di morire.

Di tutt’altra pasta sono i primi apologisti cristiani. Come non ricordare la veemenza di un Tertulliano (II-III secolo) contro l’impero e contro i persecutori! Evviva il martirio: Semen est sanguis Christianorum! E i pericoli che possono venire dalle donne! La donna è, secondo Tertulliano, un essere che Dio ha voluto inferiore; essa è diaboli ianua, porta del demonio: tu, donna, hai con tanta facilità infranto l’immagine di Dio che è l’uomo. A causa del tuo castigo, cioè la morte, anche il figlio di Dio è dovuto morire; e tu hai in mente di adornarti al di sopra delle tuniche che ti coprono la pelle? I suoi libelli famosi: De exhortatione castitatis, De virginibus velandis, De cultu feminarum: è bene che le donne portino il velo sempre, per non dare scandalo in pubblico. Del resto anche Ambrogio (IV secolo) si preoccupò di raccomandare alla sorella Marcellina (De virginibus) l’osservanza di casti costumi! E che dire di quel Giovanni di Antiochia (IV secolo) detto Crisostomo, χρυσόστομος, il Boccadoro, che così si esprimeva: “Che altro è una donna se non un nemico dell’amicizia, una punizione inevitabile, un male necessario, una tentazione naturale, una calamità desiderabile, un pericolo domestico, un danno dilettevole, un malanno di natura dipinto di buoni colori?”.Insomma, un buon materiale per un dibattito sulle pari opportunità!

Ma vi sono anche i poeti cristiani meno “arrabbiati”, se si può dir così. Ricordiamo quell’inno al mattino di Prudenzio (alcuni vi vedono l’Orazio dei cristiani), un linguaggio facile e pulito in dimetri giambici: Nox et tenebrae et nubila, / confusa mundi et turbida, / lux intrat, albescit polus, / Christus venit, discedite! Caligo terrae scinditu / percussa solis spiculo, / rebusque iam color redit / vultu nitentis sideris.

E alla fine del IV secolo incontriamo Eutropio con il suo Breviarium ab urbe condita, commissionatogli dall’imperatore Valente: un testo facile, senza pretese critiche, destinato ad un pubblico senza troppe esigenze. E’ utile per un approccio semplice e facile alla lingua latina.

Fecisti patriam diversis gentibus unam; / profuit iniustis te dominante capi; / dumque offers victis proprii consortia iuris. / Urbem fecisti, quod prius orbis erat. Siamo nel V secolo d. C. e Rutilio Namaziano, il gallo-romano, decisamente anticristiano si esalta alla missione dell’impero e non avverte che il 476 è alle porte!

E non può mancare Agostino, il numida. Siamo alla fine del IV secolo e Agostino in un giardino milanese, forse forte per la predicazione di Ambrogio, vive un momento intensissimo del suo itinerario spirituale: Et ecce audio vocem de vicina domo cum cantu dicentis et crebro repetentis quasi pueri an puellae nescio: “Tolle lege, tolle lege” (ed ecco all’improvviso dalla casa vicina il canto di una voce come di bambino, o di bambina forse, una cantilena: “Prendi e leggi, prendi e leggi”). E Agostino apre il Vangelo e legge a caso: “Non più bagordi e gozzoviglie, letti e lascivie, contese e invidie, ma rivestitevi del Signore Gesù Cristo e non fate caso alla carne e ai suoi desideri”. E’ un passo dell’Epistola ai Romani.

Il cristianesimo, dunque, avanza. Ma quanta commozione possiamo nutrire per gli sconfitti! Giuliano, l’imperatore che è nipote di Costantino, vuole restaurare il paganesimo! E per questo porterà sempre con sé il marchio della apostasia. Ferito a morte in battaglia contro i Persiani (363), affida agli astanti il suo testamento. Ecco l’incipit del racconto che ne fa Ammiano Marcellino, un soldato di Antiochia, nel suo Rerum gestarum libri: Quae dum ita aguntur, Iulianus in tabernaculum iacens, circumstantes allocutus est demissos et tristes: “Advenit o soci nunc abeundi tempus e vita impendio tempestivum, quam reposcenti naturae, ut debitor bonae fidei redditurus, exulto…”. Qualche anno dopo (378) Teodosio proclamerà il cristianesimo religione di Stato!

Ma è sempre bene ricordare che con il passar del tempo (VI e VII secolo) la latinità si afferma anche in Europa. A Siviglia c’è Isidoro, in Gallia c’è Gregorio, in Bretagna c’è Beda il Venerabile, noto anche per aver profetizzato che, quando fosse caduto il Colosseo, sarebbe caduta Roma e con essa sarebbe caduto il mondo! “Quamdiu stabit Colyseus / Stabit et Roma; / Quando cadet Colyseus / Cadet et Roma; / Quando cadet Roma / Cadet et mundus”. Anche se sembra che il Colyseus di Beda fosse in realtà la colossale statua di Nerone, posta tra l’Anfiteatro flavio e il Tempio di Venere.

Si diffondono anche i Vangeli, che portano la buona novella della pace, della giustizia, dell’amore: Vade, vende omnia quae habes, da pauperibus et habebis thesaurum in caelis (Matteo, 19, 21). La loro lettura è assai agevole, semplice e lineare perché i destinatari sono tutte le popolazioni del mondo antico! Scritti in greco, poi in siriaco, in arabo, ed anche in latino, grazie alla Vulgata di san Gerolamo, forse come lingua franca per tutte le popolazioni dell’Impero!

E perché, poi, non andare a quei testi di un “primitivo” volgare, laddove è possibile cogliere quelle trasformazioni che pian piano hanno condotto da un latino certamente non classico e parlato da tutti a quella lingua che poi Dante ha nobilitato nel De vulgari eloquentia? La scritta murale Falite dereto co lo palo Cervoncelle / Albertel trai / Fili de le pute traite. Si tratta della iscrizione della basilica di San Clemente in Roma.

E poi c’è il cosiddetto indovinello veronese (da un codice della Biblioteca Capitolare): Se pareba boves / alba pratalia araba / et albo versorio teneba / et negro semen seminaba,

E poi c’è la più nota Carta capuana. E’ databile al 960 e costituirebbe il primo documento di un volgare che ormai si avvia a diventare il nostro italiano. Ecco il testo, ripetuto più volte quanti sono i testimoni che rendono tale dichiarazione. E’ il notissimo Sao ko kelle terre, per kelle fini que ki contene, trenta anni le possette parte Sancti Benedicti.

Ciò che abbiamo rappresentato sono delle pure e semplici spigolature alla ricerca di testi né “aulici” né “paludati”, che poi sono quelli che hanno sempre terrorizzato i poveri studenti e che, in un certo senso, fanno tremare le vene e i polsi! L’origine della nostra lingua, della nostra civiltà! Sono spunti di testi che – lo ribadiamo – se opportunamente contestualizzati, possono costituire numerosi motivi di “imparare facendo” e, oseremmo dire, anche “divertendosi”!

Solo in seconda battuta, a nostro avviso, dovremmo giungere a proposte più impegnative. Con l’autonomia le scuole potranno adottare percorsi curricolari e soluzioni didattiche diverse, pur nel rispetto degli standard indicati dal sistema nazionale di istruzione. Per quello che riguarda il latino, il greco e la cultura classica, potrebbero effettuarsi due scelte. La prima potrebbe essere una scelta di base, comune a tutti gli alunni – crediamo ad un latino per tutti! – senza però ricadere nell’errore di quella indicazione dell’articolo 2, commi 3 e 4, della Legge 1859/62 con la quale, per contentare sia i conservatori del latino che gli abolizionisti, si misero in seria crisi insegnanti e alunni. Il testo recita testualmente: “Nella seconda classe l’insegnamento dell’italiano viene integrato da elementari conoscenze di latino, che consentano di dare all’alunno una prima idea delle affinità e differenze tra le due lingue. Come materia autonoma, l’insegnamento del latino ha inizio in terza classe: tale materia è facoltativa”. Le conseguenze furono che gli alunni non impararono più né il latino né l’italiano! Negli anni successivi si corse ai ripari e i due commi vennero abrogati.

M. e C. Giovannetti, Dall’acqua alla luce

Dall’acqua alla luce

di Maurizio Tiriticco

Maurizio e Cristiana Giovannetti hanno voluto raccontare in un volume dal titolo “Dall’acqua alla luce, Ante Supuk moderno visionario”, edito nel 2019 dalla Rotostampa di Roma, “le origini, la vita, la famiglia, lo spirito imprenditoriale e il pensiero del loro trisnonno Ante Supuk, dando così la possibilità di conoscerlo ai propri figli e nipoti e, in ogni caso, a chi fosse interessato alla storia di Sebenico nella seconda metà dell’Ottocento e alle ‘imprese’ del suo Podestà” (p. 85).

Il volume è l’esito di una ricerca lunga e minuziosa, condotta su molteplici fonti (nella bibliografia ne figurano ben trentuno), e le più diverse: articoli, saggi, volumi, informazioni tratte da anagrafi, archivi di Stato (Sebenico, Spalato, Zara). Per ben due volte ricorre anche Niccolò Tommaseo. Ne consegue che le informazioni sono tante, e su un “pezzo di storia” poco noto! Gli storici in genere si interessano di “cose di grandi dimensioni”, spesso dimenticando che anche le vicende cosiddette piccole fanno la storia. Dobbiamo sempre ricordare quanto ci dice BertoltBrecht ne “Le domande di un lettore operaio”: “Il giovane Alessandro conquistò l’India. Lui solo? Cesare sconfisse i Galli. Non aveva con sé nemmeno un cuoco? … Ogni pagina una vittoria. Chi cucinò la cena della vittoria? Ogni dieci anni un grande uomo.Chi ne pagò le spese? Tante vicende. Tante domande”.

In effetti, oltre alla grande storia, quella dei grandi generali e dei grandi politici, c’è anche la piccola storia, quella che tocca la gente comune, i servi, i sudditi, i cittadini, i poveri soldati! Nella battaglia di Waterloo, tra amici e nemici, morirono circa 50.000 uomini! Molti di più, tra amici e nemici, persero la vita nella “campagna di Russia”! Ma i generali non muoiono mai! O quasi! A mia memoria solo un comandante, l’ammiraglio Horatio Nelson, trovò la morte nella battaglia navale di Trafalgar nel 1805! Per non dire poi che i nostri italici generali salvarono tutti la pelle quando, dopo la proclamazione dell’armistizio, l’8 settembre del ’43, scapparono da Roma per raggiungere Pescara, da dove si sarebbero imbarcati sulla corvetta Baionetta per raggiungere Brindisi! Già liberata dagli Angloamericani!

Ma c’è anche la piccola storia, che non si trova né sulle ricerche mirate né sui libri per le scuole! Quella che, purtroppo, riguarda solo le madri, le spose e le figlie dei caduti; e dei tanti civili caduti forse senza sapere bene il perché. E c’è anche la piccola storia quotidiana sulla quale nessuno storico si cimenta! Ma sulla quale c’è la testimonianza orale dei civili, delle persone comuni, le quali sono più spesso vittime della storia che protagonisti. Ma vi sono anche protagonisti attivi, che non fanno Storia, quella con la iniziale maiuscola, ma fanno tanto di quella bella storia minuscola, che è quella che conta di più! Vissuta! Goduta e sofferta!

Ed è il caso di Ante Supuk, né Giulio Cesare né Napoleone, ma un uomo come tanti, nato il 21 agosto del 1838 a Borgo di Terra (Varos), in quel di Sebenico nel Regno di Dalmazia, allora parte dell’Impero Austriaco. Ed ivi deceduto nel 1904. Nel volume molte pagine sono dedicate a Sebenico e alla sua storia, le cui origini risalgono all’Alto Medioevo e si intrecciano con la storia di Venezia, il cui dominio durò fino al 1797. Sono secoli nel corso dei quali a Sebenico vengono costruiti monumenti di grande importanza, la Cattedrale di San Giacomo, il Palazzo Divnic, il Palazzo Foscolo, il Palazzo Rossini. E sulle sue alture si erge maestosa la Fortezza di San Michele. Di fatto Sebenico costituiva una sorta di fortezza difensiva sul mare: un baluardo europeo – se vogliamo usare questa espressione – contro le minacce e gli attacchi continui dei Turchi. Dopo alterne vicende – va ricordato che per alcuni anni Sebenico fu anche sotto il dominio napoleonico – Sebenico e l’intera Dalmazia passano sotto la dominazione austriaca, che durerà fino al 1918. Ovviamente non mancarono i movimenti rivoluzionari ed irredentisti. Infine, “nella Dieta del 1870 i Nazionalisti ottengono la maggioranza con 25 seggi contro16, e la manterranno per sempre fino all’ultima votazione avvenuta nel 1908. Tra gli eletti si distingue Ante Supuk” (p. 43).

Da giovane Ante aveva magistralmente amministrato i possedimenti della famiglia sia nella Regione del Konjevrate, dove aveva una fattoria, che lungo le cascate del Krka, a Stradinski Buk, dove aveva dei mulini impiegati per macinare il piretro, un insetticida naturale. Ma Supuk ha una grande attenzione anche per la sua città. E’ infatti grazie all’impiego civico di Supuk che Sebenico conosce un grande sviluppo. Vengono asfaltate le strade, nascono la rete idrica e quella fognaria. Vengono rafforzate le strutture portuali e nasce la prima linea ferroviaria, la Siveric-Spalato. Attende alla costruzione di edifici pubblici: il Tribunal Circolare e l’Ufficio Postale; crea i primi impianti industriali moderni e fa erigere la statua di Niccolò Tommaseo. Vede anche la luce il primo parco cittadino. Ante attende anche alla costruzione del Teatro Mazzoleni, in onore dell’omonimo cantante lirico sebenicense.

Al fine di illustrare meglio quanto Supuk ha fatto per il suo Paese, è doveroso ricordare la testimonianza di Giuseppe Modrich, riportata su “La Dalmazia romano-veneta-moderna: note e ricordi di viaggio”, del 1892: “Idolo, nume, profeta dei subenzani è il loro podestà, Antonio Supuk, deputato del Parlamento di Vienna. Ad un suo cenno, sarebbero capaci di sacrificare la vita e le sostanze, di incendiare la città… La sua casa da anni è aperta in permanenza a chiunque, povero o ricco, cittadino o paesano. Alla mancanza di istruzione supplisce con una straordinaria prontezza di intuizione, con una bontà di cuore infinito, con un senso squisito per le miserie del popolino…” 

Occorre ricordare che nell’aprile del 1875 Sebenico riceve la visita dell’Imperatore Francesco Giuseppe, giuntovi a bordo del Miramar. E in tale occasione a Skrandinski Buk, la più grande cascata del Krka, viene costruito un ampio e panoramico belvedere che si affaccia sulla città. Insomma, è l’intera regione che acquista rinomanza e prestigio, ma…

…le cose non sono affatto finite! Verso la fine del secolo, ed esattamente nel maggio del 1888, il croato Nikola Tesla, fisico e ingegnere elettrico, tiene una conferenza nel municipio di Zagabria, cercando di convincere i cittadini a costruire una centrale elettrica. La cosa non era sfuggita ad Ante che, con il figlio Marco, si reca a Francoforte per visitarne l’esposizione, le innovazioni presentate e conoscere il valore delle proposte di Tesla. Di ritorno a Sebenico, Ante si adopera perché anche nella sua regione venga costruita una simile centrale! La sua proposta e la sua tenacia hanno successo. Dopo sedici mesi di lavori, nel 1895, con la costruzione della Centrale idroelettrica sul Skradinski Buk, grazie all’aiuto dell’ingegnare Vjekoslav Meichsner, ebbe inizio la distribuzione dell’energia elettrica in tutta la regione. E Sebenico, ovviamente, ne usufruì in modo particolare. In seguito lungo il fiume Krka vennero costruite altre centrali elettriche!

Nel 1895 Ante – con l’aiuto del figlio Marko e dell’ingegnere Vjekoslav Meichsner – procedette alla costruzione della centrale idroelettrica “Jaruga” alle cascate della Cherca. La centrale fu in grado di distribuire energia elettrica per l’intera città di Sebenico: vennero così alimentati il centro industriale e le strade cittadine. Si trattò del primo impianto idroelettrico dell’intera Dalmazia.

Nel 1904, l’11 maggio, Ante Supuk muore. La stampa dell’epoca riporta che “il funerale del 13 maggio è stato magnifico. Hanno partecipato i cittadini di Sebenico e i rappresentanti di molti Comuni della Croazia”. Il 4 giugno 1903 la posta croata ha voluto ricordarlo con l’emissione di un francobollo celebrativo del centenario della messa in funzione della Centrale elettrica di Jaruga. E nello scorso 2018 l’Archivio di Stato di Sibemik e il Museo della città di Sebenico hanno inaugurato una mostra dedicata ad Ante Supuk, “moderno visionario, politico e imprenditore di Sibenik, che ha usato le sue conoscenze e il suo potere per sostenere il progresso sotto ogni aspetto”.

L’ultrafilosofia eroica

L’ULTRAFILOSOFIA EROICA

di Tommaso Montemagno

Nell’ottica leopardiana l’esperienza poetica è un’esperienza universale, in cui il soggetto, cioè l’Io, attua una riflessione sul dolore comune a tutti gli uomini e una meditazione sull’impossibilità di conseguire la felicità. Di fatto, la poesia di Leopardi viene considerata altissima forma di conoscenza, perché salda perfettamente il momento riflessivo con il momento lirico-immaginativo. La sua poesia si attua, quindi, in un connubio perfetto tra il linguaggio poetico e il linguaggio filosofico-riflessivo, alimentato dal sentimento e dall’immaginazione.

Egli propone un modello di pensiero che si allontana da una riflessione meramente filosofica realizzando una poesia basata sul rapporto tra la ragione e il sentimento. Egli contrappone alla fredda disamina della natura un modello di pensiero in cui la ragione è completata dall’immaginazione e dal sentimento. In questo senso egli dà vita ad una sorta di ultrafilosofia. E questa assumerà una forte tensione all’eroismo negli ultimi anni di vita del poeta, ai quali giungerà alla fine d’un processo di riflessione filosofica che avrà contrassegnato tutte le varie fasi della sua vita. Per definire la componente eroica della sua poesia è, dunque, necessario enunciare prima le diverse fasi del suo pensiero.

Innanzitutto, l’intero pensiero leopardiano parte dall’analisi critica dei principali concetti della cultura Illuministica, i quali ruotano attorno alla superiorità della Scienza rispetto alle altre forme di conoscenza. Di fatto il Settecento aveva attribuito alla ragione il ruolo di mediatrice privilegiata dell’esperienza umana e di rivelatrice di verità. In questo modo, il regno del fantastico della poesia, intesa in senso lato, che comprende il sentimento e l’immaginazione, veniva bandito dalla sfera del mondo letterario. In reazione a quest’impostazione, Leopardi assume un atteggiamento critico nei confronti del mondo moderno, tanto da arrivare a mettere in discussione il mito della perfettibilità del genere umano. Egli, infatti, crede che ciò che i moderni considerano “Progresso” non è altro che un processo di modificazione dell’uomo, nel tentativo di adeguarsi alle diverse situazioni storico-culturali, che non contiene in sé un perfezionamento della specie.

Possiamo dire che Leopardi assume una posizione che si trova all’incrocio tra Illuminismo e Romanticismo. Rispetto al primo, infatti, da una parte accoglie la funzione di analisi critica della ragione Illuministica, dall’altra è convinto che la mera conoscenza scientifica non sia sufficiente per cogliere appieno il senso della vita; sull’altro fronte, egli accetta la sfida romantica di realizzare una poesia che sia allo stesso tempo soggettiva e universale, quindi una poesia che abbracci varie discipline, ma si allontani definitivamente dall’ottimismo, dallo spiritualismo e dall’idealismo romantico, dal momento che rivendica la necessità d’uno sguardo critico sul presente volto a svelarne la reale condizione.

Prima di giungere alla poetica carica d’eroismo degli ultimi anni, la prima fase del suo pensiero è contraddistinta dalla definizione di una Natura benigna e benevola. Infatti il poeta, se pur consapevole della condizione illusoria della felicità, crede che la Natura abbia donato all’uomo delle illusioni, figlie dell’immaginazione, per alleviarne le pene. Ma il Progresso e l’attitudine crescente di considerare la conoscenza scientifica come principale chiave d’interpretazione della realtà hanno incrinato l’incanto del mondo antico, distruggendo le illusioni e rivelandone la natura ingannevole.

In questo terreno si attua la superiorità degli antichi rispetto ai moderni. Gli antichi, grazie alle illusioni, erano in grado di “velare di speranza” la condizione umana, impegnandosi in azioni eroiche e magnanime e conducendo una vita intensa perché in armonia con la natura. Quest’ultima oggi invece non è più in grado di soddisfare i bisogni nuovi e accresciuti dell’uomo moderno, il quale si allontana da essa nel nome del progresso. L’io moderno sente, quindi, il bisogno di credere in un ordine artificiale, da cui deriva un senso d’insoddisfazione e tormento. Prende così forma il cosiddetto “Pessimismo Storico”. A seguito della conversione filosofica di Leopardi, avvenuta nel 1819, e del suo successivo avvicinamento alle tesi del materialismo meccanicistico e alle tesi sensistiche, entra in crisi l’immagine d’una natura benigna. In questo modo, viene definito un sistema della natura intesa come macchina regolata da leggi immutabile deterministiche e dal principio di conservazione delle specie e dell’ordine cosmico. Si tratta quindi di una natura capace di sacrificare il bene dell’individuo per l’equilibrio del tutto. Una natura indifferente ai mali dell’uomo e che si configura come principale responsabile della sua infelicità.

In questo modo il poeta giunge al cosiddetto “Pessimismo Cosmico”. Ed è proprio dopo aver constatato la natura ingannevole delle illusioni, dopo aver scardinato le certezze e i falsi miti che velano di speranza la condizione dell’uomo e dopo aver accertato la perenne condizione d’infelicità dell’uomo causata involontariamente da una natura indifferente e cieca, che la sua poesia assume una virtuosa tensione eroica, mirata ad un preciso intento pedagogico.

Massima espressione di tale tendenza e aspirazione all’eroismo è il canto della “Ginestra”, il cui tema fondamentale è la contrapposizione tra la potenza distruttiva della natura e la fragilità dell’uomo e delle sue costruzioni. Il canto è caratterizzato, inoltre, da una profonda contrapposizione tra la natura che egli identifica con il Vesuvio, strumento di una natura distruttiva, e il fiore della ginestra che osserva la rovina intorno a sé, proiezione fisica del nulla dell’esistenza. La ginestra accetta la verità e non le si sottrarre, pur essendo consapevole della propria fragilità. Dopo un’invettiva al proprio secolo, e un appello agli uomini, invitati ad abbandonare il loro infondato orgoglio e ad unirsi in una “Social Catena” contro la Natura, Leopardi giunge alsuperamento dell’”antropocentrismo”, causato dalla totale indifferenza della Natura.

Leopardi, quindi, indica come unica soluzione a tale condizione drammatica dell’uomo l’esile resistenza della ginestra che cosparge il deserto col proprio profumo, pur consapevole del momento in cui verrà travolta. La Natura è forse una metafora dello stesso Leopardi che costruì il suo stesso pensiero e la propria riflessione, sempre consapevole della fugacità di ogni ideologia, di ogni corrente nell’eterno deserto delle idee.

Educazione Civica in aula

Educazione Civica in aula…

di Maurizio Tiriticco

…costantemente e sempre! Ma perché? Cerco di rispondere. Ho sempre guardato con sospetto, anche quando insegnavo, all’insegnamento, tout court, dell’Educazione Civica. Infatti, non c’è nulla di peggio di un insegnante cattedratico e direttivo che dice agli alunni: “Ora vi insegno l’Educazione Civica”! In realtà, invece, non c’è nulla di meglio quando un insegnante con i suoi alunni legge e commenta la nostra bella Carta Costituzionale. Tullio De Mauro a suo tempo constatò che la Costituzione è comprensibile da tutti. Ha affermato infatti che, anche se il testo è costituito di 9369 parole (circa 30 cartelle), le singole frasi non superano in media le 20 parole e i lemmi utilizzati sono 1357, di cui 1002, cioè il 92,13 per cento del testo, appartengono al vocabolario di base della lingua italiana. In altre parole, i Padri e le Madri Costituenti si preoccuparono del fatto che gli Italiani tutti – nell’immediato dopoguerra l’analfabetismo era ancora presente – potessero leggere e far proprio quel Patto costituzionale del tutto nuovo rispetto a quello Statuto Albertino, risalente al lontano 1848, di cui il fascismo per altro aveva fatto strame!

In effetti, anche semanticamente c’è un pasticcio: insegnare l’“Educazione Civica”! Mah Semmai educare al senso civico! Oppure insegnare i principi fondanti di una società democratica. Comunque, a parte il pasticcio semantico, torniamo al nocciolo della questione. Non vorrei che, stante il futuro obbligo dell’insegnamento dell’Educazione Civica, o meglio all’esercizio concreto, in aula e per la vita, di una Cittadinanza Attiva, questa diventasse un’ulteriore noiosa materia di studio, eventualmente resa ancora più noiosa da un insegnante demotivato e che ritiene che il “nuovo insegnamento” toglie tempi e spazi preziosi – come spesso si suol dire – alla “propria disciplina”. Ho sempre pensato e scritto – ed anche attuato, quando insegnavo, almeno penso – che il miglior modo di insegnare qualcosa a qualcuno è quello di coinvolgere questo qualcuno e, se si vuole, renderlo addirittura complice dell’operazione! In realtà, a monte di tutto c’è sempre la concreta metodologia che un insegnante adotta quando entra in aula e sa di avere a che fare con soggetti che a tutto pensano, fuorché al prestare attenzione a ciò che dirà! Ed è proprio in questo verbo “dire” la chiave di tutto! Perché in realtà per un insegnante il dire è il “fare lezione”, dire cose a lui note, ma assolutamente nuove per la platea che è tenuta ad ascoltarlo.

E non c’è nulla di peggio di un rapporto tra umani fondato solo sul dire. Perché gli umani intessono i loro rapporti essenzialmente sul fare. Pertanto, ho sempre tentato di sostituire al “dire” il “fare”, o meglio al fare insieme. E ciò valeva non solo per le mie discipline di insegnamento – le cinque materie cosiddette di base, italiano, latino, greco, storia e geografia! Ahimè! Il ginnasio di un tempo! – ma anche per l’educazione civica! O cosiddetta tale! In effetti non è un’espressione che susciti un immediato entusiasmo! Ma, se la leghiamo alla concreta realtà dell’imparare a “stare insieme” in quelle lunghe ore di aula, allora le cose cambiano. Occorre cercare di “stare insieme”, insegnanti ed alunni, nel modo più produttivo possibile, quindi in primo luogo cercare di attenuare, se non di rompere, quel diaframma che da sempre vede da un lato una persona che sa e parla e dall’altro altre persone, nel nostro caso adolescenti, che invece non sanno e devono invece ascoltare e apprendere. Ovviamente il diaframma concettualmente resta, ma fattivamente può e deve essere superato. Il segreto per far ciò è quello di rendere protagonisti attivi i soggetti che sono tenuti ad apprendere.

La questione è quindi di metodo! Ed il metodo migliore è quello di avviare, condurre e realizzare una didattica attiva, coinvolgente: una didattica laboratoriale. Chi legge può trovare sul web tutte le definizioni che si possono dare di questa tipologia didattica, la quale per altro è anche suggerita e consigliata sia dalle Indicazioni Nazionali (istruzione obbligatoria e licei) che dalle Linee Guida (istruzione tecnica ed istruzione professionale) recentemente pubblicate dal Ministero dell’Istruzione.

Sostanzialmente si tratta di cancellare, e non solo visivamente, quel diaframma che da sempre divide chi insegna da chi apprende, cioè la cattedra, che in genere è anche sostenuta da una pedana, la quale da sempre intende sottolineare l’autorità di chi sa nei confronti di coloro che non sanno e che sono disposti su dei banchi, spesso scomodi, o disadorni tavolini. Dove sono disposti gli alunni, che devono essere “alimentati” – questo è il significato latino del termine – e che, in genere, sono disposti in modo tale che uno di loro debba per un intero anno scolastico vedere la nuca del compagno davanti. Ma a questo proposito ci sovviene la prossemica, quella disciplina che studia come e perché le posizioni spaziali condizionino i rapporti interpersonali. Maestro ed alunni, cattedre e banchi! Disposizione spaziale studiata da sempre per giustificare la lezione cattedratica.

Rompere uno schema spaziale per costruirne un altro è essenziale per rompere una tipologia di rapporti interpersonali in favore di un’altra. E va aggiunto che si tratta di uno schema che deve essere rotto! E proprio oggi perché l’insegnante e il libro di testo non sono più i depositari unici del sapere. Oggi è sufficiente un click sul cellulare per accedere ad ogni tipologia di informazioni e di conoscenze. L’importante è sapere come, quando e perché usare quel click. A fronte di tale fenomenologia, il sapere stesso dell’insegnante viene messo a dura prova. Il sapere certamente, ma anche la metodologia. In altri termini dovremmo essere passati dall’insegnante inteso come fonte del sapere all’insegnante inteso, invece, come mediatore dei saperi. Pertanto, sotto il profilo spaziale, nulla di meglio che gli alunni possano essere posti in cerchio, o comunque in modo tale che possano vedersi vicendevolmente negli occhi.

Si tratta di un contesto/scenario non solo fisico! Perché oggi l’insegnante è più un metodologo, un amministratore dei saperi – se mi è concessa questa espressione – che un incontestabile depositario di conoscenze. Ovviamente, la cultura disciplinare deve sempre essere forte, nonché quella pluri- ed interdisciplinare. Ma è soprattutto il metodo a farla da padrone! Ed oggi una corretta gestione della dinamica di gruppo, o meglio la già ricordata didattica laboratoriale è quella necessaria e vincente. E’ una didattica con cui si apprende a stare insieme, a lavorare insieme, a studiare insieme, a produrre insieme. Ed è sotto questo profilo che va letta e, quindi, correttamente realizzata quell’Educazione alla Cittadinanza attiva a cui ci richiama una recente normativa. Pertanto, occorre sottolineare con forza il fatto che ciascun insegnante, qualunque materia insegni, è pur sempre anche- e forse soprattutto – un educatore civico!

Lettera a una professoressa

Lettera a una professoressa

di Maurizio Tiriticco

Gentile Professoressa, Lei si lamenta da tempo della fatica dell’insegnare oggi! Purtroppo, ciò che Lei mi dice non lo so direttamente, perché da decenni ormai “non salgo in cattedra”! E non ho il polso di una classe di alunni/e di oggi! Conosco però la passione e l’impegno con cui Lei esercita oggi la sua professione! Anche perché la Sua esperienza di valida docente di lettere la conosco bene! E constato, purtroppo, che, con il declino del nostro Paese, sta declinando anche la scuola! Anni fa non era così. Ho frequentato scuole in cui non ti regalavano nienteee!!! Se io oggi so ancora – almeno penso – leggere comprendere… ed anche scrivere, lo devo anche a tante letture a cui “mi hanno costretto” nei primi cinque anni del vecchio ginnasio! Gli anni del liceo in confronto sono stati una passeggiata. Eppure era il Liceo classico “Giulio Cesare” di Roma! Si doveva studiare! E come! E c’erano anche la fame e la guerra!!! Nonché la paura di noi ragazzi di essere rapiti letteralmente dai tedeschi per andare a scavare trincee sul fronte di Anzio!

Al ginnasio abbiamo letto numerosissimi passi dell’Odissea, dell’Iliade, dell’Eneide (questa anche in latino e con lettura metrica), dell’Orlando Furioso e della Gerusalemme Liberata, molti dei quali a memoria… e che in larga misura ancora ricordo… cito casualmente… Sic fatur lacrimans, classique immittithabenas… Ettor Scamandrio lo chiamava e il volgo tutto Astianatte perché era dell’alta Troia il difensore… e non di dico dell’Addio ai monti… e poi Canto l’arme pietose, e il capitano che il gran sepolcro liberò di Cristo, molto egli oprò col senno e con la mano… Ed al liceo nulla è cambiato! Tutto ammemoroaaa!!! Tityre, tu patulae recubans sub tegmine fagi e poi Aeneadum genetrìx, hominum divumque voluptas! Per non dirLe poi del greco! Dareiu cai Paerisatidespaides duo ghignontai… lo scrivo con le nostre lettere! Ed ora traduco: “Da Dario e da Parisatidenacquero due figli: il maggiore Artaserse, il minore Ciro… E’ l’incipit dell’Anabasis di Senofonte!

E la Professoressa – ricordo – insisteva nel dire che il titolo vero avrebbe dovuto essere Katàbasis, perché in effetti si trattava di un ritorno e non di un’andata!Siamo nel IV secolo a. C. E Senofonte era uno dei “diecimila”, un’armata di mercenari assoldata da Ciro il Giovane, il cui scopo era quello di usurpare il trono di Persia al fratello Artaserse II. Ma tutto finì male e i “diecimila” o quanti ne restavano dovettero tornare indietro! Una “pizza” allora per noi ragazzi! Ma un pezzo di cultura in più!

Le risparmio Dante… quali colombe dal disio chiamate con l’ali alzate e ferme… la bocca sollevò dal fiero pasto… e la visione di Dio, nel Paradiso… Questa una vera e propria meraviglia! Che allora mi stupì! E che mi stupisce ancora oggi: “Ne la profonda e chiara sussistenza de l’alto lume parvermi tre giri di tre colori e d’una contenenza”. I tre colori sono il rosso, il verde e il blu. Lo dico io! Dante non lo dice! Ma lo dice Gioachino da Fiore, che Dante qui non nomina. Ma ne ha parlato nel canto XII… “e lucemidallato il calavrese abate Giovacchino di spirito profetico dotato”. E – penso – neanche i commentatori dicono quali colori siano E, guarda caso, sono proprio i tre colori che io adotto quando, leggendo il comma 2 dell’articolo 1 del dpr 275/99, vedo l’istruzione di colore blu, la formazione di colore verde, l’educazione di colore rosso.

Il blu è un colore freddo: perché una conoscenza è quella che è! E per tutti! Indiscutibile: tre per tre dà nove! Il verde, invece, è un colore semifreddo, se si può adottare questo aggettivo: è quello degli interrogativi, della discussione, delle diverse analisi su una qualsiasi vicenda. E’ anche quello delle azioni concrete: il camminare, l’afferrare, ecc. Il rosso poi è quello delle emozioni, del “mi piace” o “non mi piace”. Un film per me stupendo è invece una schifezza per un altro. Per non dire degli innamoramenti! Tutto rosso, quando si ha il colpo di fulmine!

Ma, torniamo a noi! Lei si lamenta, e giustamente, perché i suoi studenti scalpitano! Il latino, il greco, e pure la Divina Commedia! Mi dice cha ha voluto provare a far leggere ai suoi studenti il canto XXXIII del Paradiso per giungere a quei versi in cui Dante si imbatte nella Luce di Dio! “Oh abbondante grazia ond’io presunsi ficcar lo viso per la luce etterna, tanto che la veduta vi consunsi! Nel suo profondo vidi che s’interna, legato con amore in un volume, ciò che per l’universo si squaderna: sustanze e accidenti e lor costume quasi conflati insieme, per tal modo che ciò ch’i’ dico è un semplice lume”. Mi dice soltanto che ci ha provato! Ma ha dovuto constatare che l’ansia da cellulare è molto più forte di qualsiasi altra curiosità! E proiettarsi in un mondo in cui lo spazio non sia fortemente contrassegnato dal tempo di oggi, anzi del qui e subito, è semplicemente impossibile! E’ il trionfo di un eterno presente!

Maturità 2020

Maturità 2020

di Maurizio Tiriticco

Alla romana! Chepppalle co’ ‘sta maturità ballerina! Ariva ‘n’antro ministro e se cambia! Ma che ve cambiate! Ma lassate perde! Anche perché ‘st’esame de maturità nun c’è piùùù… e da ‘n sacco d’anni! Ma che ministri siete? Ma le leggete le leggi? Allora ve le ricordo io! Anche quella che tanti anni fa ha mannato a quel paese l’esame de maturità!!!

Allora, andiamo con ordine!

N 1) – La legge 5 aprile 1969 n.119 prevedeva che “l’esame di MATURITA’ ha come fine la valutazione globale della personalità del candidato (art. 5)” e che “a conclusione dell’esame di maturità viene formulato, per ciascun candidato, un motivato giudizio, sulla base delle risultanze tratte dall’esito dell’esame, dal curriculum degli studi e da ogni altro elemento posto a disposizione della commissione”.

N. 2) – La legge 10 dicembre 1997 n. 425, all’articolo 6, dal titolo “Certificazioni”, così recita: “Il rilascio e il contenuto delle certificazioni di promozione, di idoneità e di superamento dell’esame di Stato sono ridisciplinati in armonia con le nuove disposizioni al fine di dare trasparenza alle COMPETENZE, CONOSCENZE e CAPACITA’ acquisite, secondo il piano di studi seguito, tenendo conto delle esigenze di circolazione dei titoli di studio nell’ambito dell’Unione europea”.

In effetti, nel giro di una trentina di anni, si è passati dal concetto di MATURITA’ a quello di COMPETENZA. Una vera e propria rivoluzione! Almeno sulla carta e nelle intenzioni dei governanti! Si è trattato di un passaggio non privo di significati – e di conseguenze – profondamente innovativi! Comunque, non saprei fino a che punto abbiano inciso!

In altre parole, il discorso era – ed è tuttora – il seguente: A) – Secondo la “filosofia” del vecchio esame di maturità, un soggetto – nel nostro caso uno studente di 19 anni – può considerarsi “maturo”, anche se non possiede in modo compiuto conoscenze date. E questa era la “filosofia” del vecchio esame di maturità; B) Secondo la “filosofia” del nuovo esame conclusivo dei percorsi di istruzione secondaria di secondo grado, un soggetto – sempre il nostro diciannovenne – deve dimostrare di avere conseguito date CONOSCENZE, CAPACITA’/ABILITA’ e COMPETENZE. Le quali di fatto sono strumenti che, se concretamente posseduti, implicano la maturità di un soggetto. Nonché le sue attitudini ad operare date scelte.

Ed è forse opportuno ricordare che ormai, anche a livello sovranazionale, “si parla” di competenze, che sono soprattutto utili e necessarie per l’esercizio della cosiddetta cittadinanza attiva! Si tratta delle otto competenze necessarie per l’apprendimento permanente, adottate dal Consiglio dell’Unione Europea il 22 maggio 2018. Eccole: 1. competenza alfabetica funzionale; 2. competenza multilinguistica; 3. competenza matematica e competenza in scienze, tecnologie e ingegneria;4. competenza personale, sociale e capacità di imparare ad imparare; 5) competenza personale, sociale e capacità di imparare ad imparare; 6. competenza in materia di cittadinanza;7. competenza imprenditoriale; 8. competenza in materia di consapevolezza ed espressione culturali.

Se questo è il contesto/scenario in cui un giovane OGGI affronta l’ultimo esame della sua carriera scolastica, discutere di storia sì o storia no, di buste e/o… bustarelle, non solo è inutile, ozioso, e improduttivo, ma dimostra l’incapacità operativa della nostra amministrazione scolastica.

Il fatto è che un nostro concittadino qui ed oggi non può non possedere gli strumenti di base per orientarsi in un Paese e in mondo complessi! Anche perché si tratta di una complessitàche tende a crescere, anche per l’incremento di tecnologie sempre più avanzate e, per certi versi, anche meno fruibili e più pericolose! E ciò non riguarda solo il nostro Paese!

Pertanto occorre chiedersi: quali sono le conoscenze minime e fondanti – nonché le competenze – di cui oggi un qualsiasi cittadino – e non solo italiano – deve disporre? A mio giudizio, essenzialmente tre: la padronanza linguistica, quella matematica e l’orientamento spazio/temporale. Ma, che cosa significa sapersi orientare nello SPAZIO e nel TEMPO, ovvero QUI ed ORA? Significa che è assolutamente doveroso conoscere e comprendere che cosa accade “qui ed ora” – eforse anche “un po’ prima” – nel nostro Paese, nella nostra Europa, nel nostro mondo, in questo faticoso e difficile inizio del Terzo Millennio. Anche e soprattutto per comprendere che cosa potrebbe succedere DOPO! Pertanto, è su questi terreni che la scuola oggi deve insistere e misurarsi. E sui quali i nostri diciannovenni devono essere “esaminati”!

Insisto e concludo: sapere LEGGERE e SCRIVERE in modo corretto, compiuto e finalizzato, sapere DOVE e ORA si vive e si opera non sono soltanto i contenuti di QUATTRO MATERIE di studio – quindi di qualsiasi esame finale – ma le quattro conoscenze/abilità/competenze indispensabili per poterci misurare oggi in un mondo difficile che tutti dobbiamo cambiare! In meglio!

Squali e sardine

Squali e sardine

di Maurizio Tiriticco

Ero – e penso ancora di esserlo – un comunista. Lo so! Non ditemi che i tempi sono cambiati e che tanti anni fa c’erano anche i guelfi e i ghibellini, i monarchici e i repubblicani! Esisteva in Italia, fin dai tempi della Rivoluzione di Ottobre e per tutto il ventennio della dittatura fascista, un Partito Comunista d’Italia, in seguito ridenominato Partito Comunista Italiano. E c’era stata anche una Terza Internazionale Comunista! Ed anche una Quarta Internazionale troskista! Poi, dopo anni ed anni e dopo una lunga storia di sacrifici, di lotte e di vittorie, che interessò l’Europa e il nostro Paese – nonché il mondo intero, che si è fatto sempre più piccolo – nel novembre del 1989, con la cosiddetta “svolta della Bolognina”, il mio grande PCI, in forza dell’operazione di un certo Achille Occhetto – in effetti, un modesto Achilletto – venne ridotto ad un PDS, ovvero ad un generico Partito Democratico della Sinistra!

Come se noi, militanti del Partito Comunista Italiano,soprattutto dopo la validissima segreteria di Enrico Berlinguer e la sua rottura con Mosca, ci dovessimo vergognare di essere comunisti! Voglio essere più preciso e ricordare alcuni fatti. Nel giugno del 1969, ad un anno dalla cosiddetta “primavera di Praga”, Enrico Berlinguer intervenne alla Conferenza mondiale dei partiti comunisti, a Mosca, e ribadì l’assoluta indipendenza del PCI dal PCUS, Partito Comunista dell’URSS (Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche). Occorre quindi segnalare che, in effetti, ben vent’anni prima della “svolta della Bolognina” – o meglio, della liquidazione del PCI, della sua storia e della svendita del suo patrimonio di lotte e di ideali – noi comunisti avevamo già fatto i conti con la nostra storia! Ed Occhetto, invece, volle avviare la “sua storia” e, di fatto, del PCI fece una vera e propria svendita! Per cui, noi, comunisti italiani di sempre e da sempre, ci ritrovammo con una quercia, il simbolo del PDS! Forse perché con le sue foglie avremmo dovuto ricoprire le nostre vergogne!Inutile sottolineare cha la falce e il martello simboleggiavano il duro lavoro dei contadini e degli operai! Ed è anche vero che in seguito tecnologie sempre più avanzate hanno pressoché cancellato l’uso manuale di strumenti di lavoro che possiamo considerare obsoleti.

Ma non voglio tirarla per le lunghe! Fatto sta che, anno dopo anno, un intero patrimonio di lotte è stato pressoché svenduto! Infine è salito alla ribalta uno sbarbatello, intento soltanto a “rottamare”definitivamente quel che rimaneva di una nobile storia! E non so quanti sono gli iscritti dell’attuale PD che sanno fino in fondo da quali nobili natali provenga questo nuovo partito e come e quanto, però, li abbia, di fatto dimenticati! Lo so! Cambiano le cose, cambiano le situazioni, cambia la storia, cambia la struttura socioeconomica, cambiano i rapporti internazionali, e il ricorrere ai “miei tempi” è dei vecchietti che hanno difficoltà a comprendere il “nuovo”, ma… a tutto c’è sempre un limite! Pertanto, nel vuoto di idee e di prospettive che da anni ci attanaglia – penso al nostro Paese – penso che finalmente qualcosa di veramente nuovo – e di coagulante anche – sia nato in questi giorni! Alludo alle “Sardine d’Italia”!

Così un titolo in prima pagina su “la Repubblica” di oggi! E questo è il sommario: “Una settimana fa non esistevano. Poi, la notte di Bologna antiSalvini. Da allora, migliaia di adesioni sui social. E le piazze si moltiplicano, da Torino a Sorrento. Niente slogan, organizzati a costo zero. La macchina del fango sui promotori”. E questo è l’incipit di Matteo Pucciarelli: “I creatori della pagina Facebook ‘l’arcipelago delle sardine’, passata da 965 (lunedì) a 46.000 iscritti, ieri si sono chiesti: ‘Non è che la cosa ci sta scappando di mano? Sardine, acciughe, alici, ogni declinazione di pesce azzurro, si trasforma in una chiamata in piazza”. Certamente! La chiamata c’è! Ma ora occorre organizzare la risposta! Anche se, con i mezzi di informazione e di coinvolgimento che abbiamo oggi, la risposta è già in atto! La mia è in queste poche righe! Anche se non può contare molto! Un ultranovantenne azzoppato può fare qualcosa, almeno fino a che non gli si azzoppi anche il cervello!

Le sardine sono un’ottima metafora per indicare l’unità di quei tanti individui che sono troppo piccoli per affrontare da soli le insidie del mondo! Altrettanto vale per le formiche, le api, le vespe, insetti troppo piccoli per affrontare i predatori e le insidie della natura! Per cui hanno imparato che l’unione fa la forza! E sono millenni che sopravvivono! Le nostre povere sardine, invece, difficilmente sopravvivono agli squali che, anch’essi in branchi, fanno di loro pasti succolenti.

Ma le italiche sardine di questi giorni sanno che si devono misurare con un uno squalo soltanto, anche se non meno furbo e pericoloso! E dalle nostre sardine discende, per tutti i partiti e partitini dell’opposizione sempre in polemica gli uni contro gli altri, quell’insegnamento che recita “l’unione fa la forza”!

Irak, 1997

Irak, 1997

di Maurizio Tiriticco

In questi giorni l’Irak è tornato di attualità! La Mesopotamia, il Paese tra i due fiumi – il Tigri e l’Eufrate – nel 2000 a. C espresse una grande civiltà, e noi qui nella nostra penisola eravamo ancora in età neolitica. L’Irak, un grande Paese! Noterelle di un viaggio lontano. Sono stato in Irak – eravamo una decina di amici – dal 13 al 27 agosto del lontano 1997. Era al potere Saddam Hussein ed il Paese – come accade a volte con le dittature – era assolutamente ordinato e pacifico, almeno in apparenza. Non lo raggiungemmo in aereo, per via dell’embargo a cui era costretto, ma in pullman, dalla lontana Giordania, lungo l’autostrada Amman-Bagdad, di ben 950 chilometri. Le tensioni all’interno del Paese indubbiamente c’erano, ma non furono mai avvertite da noi. Per cui, ci siamo potuti muovere liberamente ovunque. Ovviamente, guidati da due irakeni, guide turistiche “per forza”, o meglio ex piloti, ovviamente “a spasso”! Perché i voli aerei erano vietati. Guide che parlavano un ottimo inglese. Ed ancora viaggiammo all’interno del Paese ovviamente lungo un percorso scelto d’autorità.

Prima tappa, Ctesifonte – o meglio le sue rovine – l’antica capitale del Regno dei Parti. Ovviamene c’erano resti di enormi palazzi, colonne e grandi arcate. Sulla via – come del resto su tutte le strade irakene, alcuni villaggi, posti di ristoro e l’immancabile ciai, il the rituale, a volte accompagnato con frutta secca. Sulla strada il centro di Adamiya (Al Kadmia), con una splendida moschea – con più cupole, quelle a cipolla – ed alti minareti, da dove il muezzin nelle ore canoniche lancia la sua preghiera, ovviamente con il sostegno di potenti altoparlanti. Giungemmo infine a Bagdad, ospitati in un hotel centralissimo, il “Babylon”, molto occidentale, dotato di tutti i comfort, ma… ricordo, nella camera una lampadina fulminata… impossibile sostituirla… tutta colpa dell’embargo! Che colpiva anche il commercio più minuto. Ovviamente… ritratti di Saddam ovunque! Dalla mia camera un panorama mozzafiato: il fiume Tigrie la Torre di Saddam.

Copio dal web: “Baghdad fu fondata sulle rive dell’Eufrate tra il 762 e il 767 per volere del califfo Al-Mansur. L’insediamento fu probabilmente realizzato sul sito di un preesistente villaggio persiano. La città sorse nei pressi della più antica  Seleucia”. Il nome della città ha origine incerta: secondo alcuni deriverebbe dal “Dio ha dato”. Un muro circolare sorgeva attorno alla residenza del califfo; così Baghdad divenne conosciuta anche come Città circolare”. Successivamente Baghdad divenne il centro commerciale e culturale dell’epoca d’oro dell’Islam. Al suo acme, superò il milione di abitanti. E’opportuno ricrdare che molte delle storie narrate nelle “Mille e una notte”  sono ambientate nella Baghdad di quel periodo, governata dal Califfo Hārūn al-Rashīd. Fu una città cosmopolita. Vi vivevano musulmani, cristiani, ebrei e zoroastriani provenienti da tutto il Vicino e Medio Oriente nonché dall’Asia Centrale.

Il giorno dopo il nostro arrivo dopo ebbe inizio l’esplorazione di quello splendido paese! Visita alla moschea Kadimain, a pochi chilometri dal centro di Bagdad! Quindi in viaggio verso nord. Prima sosta: lo Zigurrat di Akarkuf. Gli zigurrat sono edifici sacri a base quadrata a forma piramidale, che si elevano molto in altezza e si concludono con una torre ed un sacello. In tempi lontani simboleggiavano l’unione tra la terra e il cielo. Nel viaggio verso nord ci si imbatteva spesso in villaggi poverissimi. E i ragazzini ci correvano dietro. Per loro avevamo acquistato in Italia quaderni, penne e matite, di cui erano bisognosi nonché entusiasti. Non solo! Prendevano con grande cura le bottiglie vuote di plastica di acqua minerale, che portavamo sempre con noi! L’acqua dei loro acquedotti non era affatto raccomandabile. La povertà nei villaggi si toccava con mano.

In serata rientro a Bagdad e il giorno dopo visita al monumento del milite ignoto. Un’enorme conchiglia di cemento armato copre un enorme edificio di un unico piano. E all’interno le tombe degli eroi. Non si dimentichi che la sanguinosissima guerra tra Irak e Iran era stata combattuta tra i due Paesi dal settembre 1980 fino all’agosto del 1988! Diciotto terribili anni di sangue! Ed al mattino, sveglia, colazione sempre abbondante, perché i pranzi ovviamente non erano previsti! Salvo qualche spuntino laddove era possibile. Era molto più importante vedere e i tempi, effettivamente, erano sempre molto stretti Ogni tanto ci di fermava per una sosta, spesso all’ombra di qualche palma e Shaib uno dei due piloti ci dava tutte le informazioni del caso sulle cose viste nonché sulla dolorosa storia del suo Paese! Non diceva nulla su Saddam, ovviamente, ma era ovvio che cosa pensasse della sua dittatura! A volte ci si intratteneva con gli abitanti. Molti giovani si arrangiano molto bene con l’inglese, ovviamente molto meglio di me.

Si esce da Bagdad dalla porta orientale, che si apre su una cinta muraria sulla quale in appositi condotti scorreva l’acqua. E il viaggio continua! Ecco un meraviglioso minareto! Si erge al di sopra della moschea santuario di Jeke Omar al Sawrawardi. All’interno un enorme cortile-giardino. Palme, aiuolo, tanti fiori! Più in là e più in pianura il cimitero del santuario. Centinaia di tombe: parallelepipedi in pietra fitti fitti, l’uno vicinissimo all’altro! Ovviamente, eravamo sempre in viaggio. Più che interessante la visita al sito archeologico di Tell Harmal, , un tempo una fiorente scuola di matematici e di logici. Sono state rinvenute molte tavolette di argilla su cui erano riportate storie della creazione, del diluvio, di Gilgamesh

Il sito è stato scavato dall’archeologo iracheno Taha Baqir del Dipartimento di Antichità e Patrimonio dal 1945 al 1963. Sono state scoperte circa 2000 tavolette contenenti storie sulla creazione del mondo, del diluvio universale. Dell’epopea di Gilgamesh. So che nel 1997/98 il sito è stato studiato da un team dell’Università di Bagdad e dell’Istituto archeologico tedesco guidato da Peter Miglus e Laith Hussein.

E poi l’escursione alla Moschea di Samarra! Un colpo d’occhio formidabile! Una cinta muraria poderosa, scandita ogni una trentina metri, da altrettanti poderosi torrioni. E poi all’interno il minareto “Al Malwiya”, un cono di mattoni che si erge a spirale anch’esso oltre i 30 metri di altezza. Di qui un altro panorama mozzafiato e, sullo sfondo, la moschea dalla cupola d’oro! Ed ancora! I resti del cosiddetto “palazzo dell’amata”… dal Califfo Al-Mu’tadhid. Un complesso monumentale ricchissimo, anche con una grande piscina, ovviamente vuota. La cupola doro… distrutta nel febbraio 2006! Dalla stampa di allora: “Uomini armati hanno fatto esplodere due cariche esplosive contro il mausoleo di Samarra, a 125 km da Bagdad, provocando il crollo di una parte della cupola. Secondo quanto precisato da fonti della polizia, intorno alle 7 locali, un gruppo di uomini armati ha assaltato il mausoleo dell’imam Ali al Hadi e, dopo aver neutralizzato i poliziotti di guardia, ha piazzato due ordigni e li ha fatti esplodere. Secondo gli abitanti locali una parte della cupola, ricoperta d’oro, è crollata in seguito ad esplosioni verificatesi a tre minuti d’intervallo. Gli attentatori sono riusciti a fuggire”.

Ed ancora: Mossul! A 400 chilometri circa da Bagdad! Che qualche anno dopo – estate 2017 – sarà nota al mondo intero per lo strazio che hanno subito i suoi abitanti, tenuti in ostaggio da miliziani dell’Isis. Ma questa è un’altra storia, terribile! L’Isis, o Stato Islamico, è un progetto di egemonia jihadista salafita che punta a ridisegnare il Medio Oriente, riconducendolo alla cosiddetta originaria purezza dell’Islam. E’ stato guidato per anni da Abu Bakr Al Baghdadi, fino alla sua recente scomparsa.

Mossul, l’antica Ninive, importante centro degli Assiri, fu fondata da Assur nel 2640 a,C. Sotto la moschea moderna resistono al tempo i resti del palazzo di Assurbanipal (681-669). Alle porte della città antica figurano alte sculture di cavalli alati, ovviamente oggi giochi per i bambini. Nostra sosta all’hotel Ninive e splendida vista sul Tigri. Sono visibili anche le rovine di Nimrud: è il nome, attribuito nell’ottavo secolo dagli Arabi, all’antica città assira di Kalhu, a sud di Ninive, sul fiume Tigri. E poi ancora: l’antico monastero cattolico dei martiri Mar Behnam e Marth Sarah: siamo nei pressi del villaggio Khidr Ilyas vicino alla città di Beth Khdeda. Ed ancora: i resti del palazzo di Sennacherib (705-681): ruderi con iscrizioni e rilievi. E poi un bellissimo ponte moderno sul Tigri. Ed ancora, i resti del castello del governatore: con un torrione di mattoni pericolosamente pendente.

E poi ancora l’antica città di Hatra. Di fatto era una città carovaniera opportunamente fortificata. Fiorente soprattutto nel secondo secolo d. C., capitale del mondo arabo, fu distrutta e abbandonata nel terzo secolo. Nei pressi un minareto particolarissimo! A forma di banana! Ed ancora: il tempio di Shamash, protetto da possenti muraglioni. Vi si adorava il Dio Sole. Per non dire poi della fortezza rettangolare di Al-Ukhaidir, eretta nel 775 d.C. in ordine ad uno stile difensivo unico. Di fatto è un enorme costruzione a circa 50 km a sud di Karbala.

E il nostro viaggio continua! Cammina cammina, o meglio corri corri, trasportati tutti su jeepponi più robusti che mai, giungiamo al Monastero dei Martiri Mar Behnam e Marth Sarah. Un monastero cattolico siriaco vicino alla città di Beth Khdeda. Nota a margine – La tomba di Mar Benham è stata gravemente danneggiata il 19 marzo 2015 dai miliziani dello Stato islamico. Ed i murales esterni sono stati profanati in tutti gli edifici del monastero. I lavori di riparazione per ripristinare il monastero e la tomba di Mar Behnam alle condizioni pre-ISIS sono stati completati all’inizio di dicembre 2018.

Dopo una lunga traversata in una zona desertica giungiamo finalmente ad Assur, o meglio a quel che ne resta. Mura semidistrutte ed al centro una sorta di piramide altrettanto semidistrutta. O meglio uno zigurrat: anche questo con piattaforme sovrapposte una sull’altra fino a formare una sorta di piramide. Si tratta di strutture religiose, più precisamente delle piattaforme di pietre e mattoni, sovrapposte, diffuse lungo tutta la Mesopotamia, nonché sull’altopiano iranico.

E poi, via verso Kerbala, a sud ovest di Bagdad, la città sacra agli Sciiti. Il 10 ottobre del 680 fu trucidato con tutta la famiglia e il suo séguito il nipote del profeta Maometto, al-Ḥusayn ibn ʿAlī, secondogenito del quarto califfo ʿAlī ibn Abī Ṭālib e della figlia di Maometto, Fāṭima al-Zahrā. Visitiamo una stupenda moschea. Raffinatissimi mosaici multicolori, lampadari multipli altrettanto stupendi. Non manca il minareto, da dove il muezzin per ben cinque volte, di giorno e di notte, lancia le sue invocazioni e gli inviti alla preghiera. Oggi in tutti i minareti sono installati opportuni altoparlanti! Dimenticarsi di pregare è impossibile!

Ma il nostro viaggio continua, sempre verso sud! Fino alla confluenza del Tigri e dell’Eufrate. E poi Bassora, lo Shet el Arab. Ed il mare! E sul lungomare i monumenti ai tanti caduti nella guerra lunga e sanguinosa con l’Iran. E ciascuna statua di soldato indica in direzione dell’Iran! E là che si trova “l’odiato nemico”! Bassora è una bella piccola città. Graziose costruzioni, molte in legno con caratteristiche balconate.

Quindi il ritorno a nord verso Bagdad. Incontriamo le mura e le rovine dell’antica città di Ur, vicino alla città di Nassiriya, tristemente nota per gli attentati contro i nostri soldati, presenti in Irak per garantire la pace! Ma vittime di azioni di guerra!

Risalendo verso il nord, incontriamo altri meravigliosi “monumenti”! An-Nayaf, la città santa! Una grande stupenda moschea a cui si accede dopo un ampio cortile: eretta nel 790 dal califfo Harun-Ar-Rashid. Nella moschea si trova la tomba di Alì, cugino e figlio adottivo di Maometto.

Ma non poteva mancare Babilonia! O meglio “Bab-lli-qui”, cioè la “porta degli dei”. Costruita, distrutta e ricostruita più volte dal 185° a:C. al 322 d.C.! Quella che noi turisti colti, ma allegri, non abbiamo potuto non chiamare Babyilonyland! ’Porte e mura tutte ricostruite! Un vero e proprio parco dei divertimenti, però senza i “calcinculo”! Vi si accede dalla porta di Ishtar, migliorata ed abbellita da Nabucodonosor nel sesto secolo a.C. Lungo le mura si sviluppa la Via delle Processioni, lunga 900 metri. Con rilievi di animali, buoi, gazzelle, animali mitici. Nonché il toro sacro al dio della tempesta, Adad. Ed il drago a testa di serpente, sacro al dio Marduk. Per non dire poi del leone di Babilonia, scultura in pietra, e del teatro di Bablonia.

Poi, sempre proseguendo verso nord, il tempio di Emakh. Ed il palazzo dei califfi Abassidi. Ma, alla fine del viaggio, basta con le ricerche colte! Bisogna portare i ricordini agli amici! Cosa c’è di meglio del Suk di Bagdad? Mah! Di Paesi mediorientale ed africani ne ho visti tanti, ma mi sembra che i suk siano tutti uguali! Le grida, le corse, i turisti curiosi, le sciocchezze che costano poco o niente, ma… com’è noto, basta il pensiero!

Ma il ricordo di quello splendido viaggio di 18 anni fa e degli splendidi amici con cui ho convissuto, dividendo gioie e fatiche non si cancellerà! Mai!

Invalsi sì/no!

Invalsi sì/no!

di Maurizio Tiriticco

Condivido quanto ha scritto il collega GABRIELE BOSELLI. Ho pensato e scritto da sempre che non avrei nulla in contrario su una oggettiva valutazione su scala nazionale del “prodotto scolastico”, ma… e qui il discorso si farebbe lungo, per cui rinvio alle considerazioni di Boselli.

Per quanto mi riguarda, ho sempre segnalato il profondo scollamento che corre tra la “valutazione” degli alunni che si esercita da sempre e come sempre nelle nostre scuole, e la valutazione esercitata dall’Invalsi. I nostri insegnanti sanno tutto della loro personale “disciplina di insegnamento”, ma sanno poco di come si insegna – perché nessuno glielo ha insegnato – e non sanno nulla di come si valutano le prestazioni degli alunni, perché non sanno nulla di una disciplina che si chiama docimologia e che, invece, andrebbe studiata come si studia la matematica, il greco, l’inglese o qualunque altra disciplina.

So che molti collegi docenti, chiamati all’inizio dell’anno, per norma (dpr 275/99, art. 4, c. 4), a decidere in materia di valutazione, si limitano a decidere di non assegnare mai un voto inferiore al 4 o al 3! E ciò è assolutamente extra legem. La norma prescrive una scala decimale che non può essere alterata! Mentre di fatto viene alterata non solo con la cancellazione di alcuni voti, ma anche con lo stesso uso che se ne fa! Come sappiamo, nella pratica scolastica abbondano i PIU’, i MENO; i MENO MENO (!!!), i mezzi voti, ecc. Tutti CENSURABILI! Perché la norma prevede solo VOTI INTERI, da uno a dieci! E, forse, sono anche troppi! In altri Paesi vigono scale valutative di cinque punti! Che manderebbero in tilt tutti i nostri insegnanti!!!

Ribadisco: non esistono che VOTI INTERI! Un genitore che ricorresse contro un quattro e mezzo o contro un tre meno meno assegnati a suo figlio, avrebbe causa vinta. Ciò su cui i collegi dovrebbero decidere, in forza dell’autonomia delle istituzioni scolastiche, sono le “modalità e i criteri di valutazione degli alunni nel rispetto della normativa nazionale” (copio dal dpr 275/99, art. 4, c. 4). Quindi, non possono decidere di cassare voti a piacimento! Ma SOLO quali criteri adottare nell’uso che ne faranno.

Una seconda questione riguarda le tipologie delle prove di verifica. La scelta adottata dall’Invalsi è quella di somministrare ai nostri alunni in un dato periodo dell’anno scolastico PROVE OGGETTIVE. Sono oggettive perché le risposte attese sono quelle e non altre. E non possono essere che oggettive, se si intende misurare e valutare correttamente ed oggettivamente, appunto, le risposte date. E compararle con altre! E per di più su scala nazionale. E’ una prova oggettiva chiedere ad un alunno di riferire sulle vicende della prima guerra punica o della seconda guerra mondiale. Le risposte sono “quelle e non altre”. Ma la prova è soggettiva se si chiede ad un alunno che cosa pensa della scelta di Napoleone a proposito della campagna di Russia o della scioà o della caduta del muro di Berlino. In effetti, si può riflettere – esprimere giudizi VALUTATIVI – opportunamente e con cognizione di causa solo su CIO’ CHE SI SONOSCE.

Ma torniamo alle prove Invalsi. Tale istituto è stato creato con l’articolo 3 della legge 28 marzo 2003, n. 53, meglio nota come “legge Moratti”. Ed è stato istituito appunto perché attendesse – per la prima volta nella nostra scuola – alla “valutazione degli apprendimenti e della qualità del sistema educativo di istruzione e di formazione”. Un passo in avanti importantissimo per la nostra scuola. Perché non è importante solo insegnare, ma anche conoscere la sua ricaduta, quindi la qualità degli apprendimenti! Pertanto allora, all’Invalsi non abbiamo dato che un benvenuto! Finalmente gli insegnanti sarebbero stati aiutati nella loro difficile azione della valutazione!

Però…questo atteso aiuto non si è verificato affatto! A mio vedere, l’’Invalsi avrebbe dovuto in primo luogo comunicare agli insegnanti quali criteri avrebbe utilizzato nelle sue operazioni! Nonché… insegnare agli insegnanti come si costruisce e come si valuta una prova! Ovviamente, se vogliamo restare nel campo delle prove oggettive! Ma voglio essere più preciso! Occorre conoscere quale differenza corre tra il MISURARE una prova e il VALUTARLA! Un esempio banale: voglio acquistare “quella camicia” che mi piace tantissimo – valutazione – ma non esiste la taglia che fa per me – misurazione. Ma oggi siamo andati oltre! Oggi siparla – e si pratica – di CERTIFICAZIONE delle competenze. Pertanto non occorre soltanto CONOSCERE correttamente, ma essere anche ABILI per saper utilizzare i dati e le informazioni apprese, ed infine anche COMPETENTI per saperle utilizzare con successo per affrontare e superare situazioni nuove. Un bambino è ABILE nel manovrare il volante di un’automobile da fermo, ma non è COMPETENTE se dovesse usarlo in un assetto completodi guida! Una competenza, infatti, richiede ed esige il concorso attivo, mirato e responsabile di operazioni pregresse: negli ambiti delle abilità e delle conoscenze.

Da quanto scritto fin qui consegue che occorre: 1) ISTRUIRE l’ALUNNO in ordine a conoscenze mono- e pluri-disciplinari; e siamo nell’ambito della MISURAZIONE; 2) FORMARE la PERSONA in ordine a date abilità; e siamo nell’ambito della VALUTAZIONE; 3) infine EDUCARE il cittadino in ordine a date competenze (civiche e lavorative); e siamo nell’ambito della CERTIFICAZIONE. Pertanto, un insegnante che pensasse di limitarsi ad insegnare la sua materia e valutarne i relativi apprendimenti, sarebbe un insegnante della scuola che ho frequentata io! Nei lontanianni trenta del secolo scorso!

Quale dovrebbe essere allora il compito primario dell’Invalsi? Non procedere anno dopo anno ad una vera e propria INVALSIONE delle nostre scuole, ma insegnare pazientemente ai nostri insegnanti – ed indirettamente ai loro alunni – come SI MISURA, come SI VALUTA, come si CERTIFICA!

Stay hungry. Stay foolish!

Stay hungry. Stay foolish!
Conversando con Rudy

di Maurizio Tiriticco

L’amico Rudy Janes mi scrive — “Quanta frustrazione da parte degli insegnanti. Quanta arroganza da parte di alunni e genitori. Ma nelle riforme non si è mai affrontato il problema della formazione degli insegnanti e non è mai stato reso obbligatorio l’aggiornamento. Si è abbandonata la scuola a se stessa prosciugando le poche risorse economiche che aveva fino agli anni ottanta. Ti pago poco e ti lascio tranquillo. All’inizio funzionava, ma poi la scuola è stata oberata di impegni e aspettative sempre maggiori da parte della società in rapido mutamento e così si è scavato un solco che sta creando stress e talvolta depressione nel personale scolastico. Con l’ottimismo della ragione, credo fermamente che si possa ancora dare una bella sterzata”.

Caro Rudy! Parole sante, purtroppo, le tue! Io ancora GIRO nelle scuole – quando mi chiamano, ovviamente – a svolgere attività di FORMIS – ovvero, di formazione continua insegnanti in servizio – e constato quanto è più che difficile OGGI il loro lavoro di insegnare. Le cause sono più di una: a) il fatto che cambia la società, cambiano i giovani, ma la scuola è sempre quella che abbiamo frequentato noi due, pur in tempi molto diversi; b) la conseguente forte demotivazione degli alunni; c) il fatto che i docenti, nonostante le nuove – cosiddette – Indicazioni Nazionali e Linee guida – pagine e pagine, peraltro anche interessanti – hanno estrema difficoltà ad attuarle perché l’organizzazione delle concrete attività in aula è quella di sempre! Si tratta delle tre C di cui scrivo da anni; Cattedre, Campanelle e Classi d’età: immutabili! Due esempi banali: a) hai una Ferrari, ma per andare da Roma a Milano hai le strade dei primi del Novecento; b) hai le autostrade più avanzate, ma possiedi una vecchia Topolino. Come tu dici, cambia la società, cambiano i saperi e le concrete competenze lavorative, cambiano i giovani, i loro linguaggi, le loro aspettative, i loro stessi modi di parlare, leggere, interessarsi, interagire tra loro, apprendere, socializzare… e il discorso non avrebbe mai fine, ma la scuola di oggi non riesce a motivarli.

Di che cosa avremmo bisogno? O avrebbero bisogno i nostri ragazzi? E ragazze, ovviamente? Non di un qualunque Ministro PI, che considera quel dicastero solo come il primo passo per accedere a dicasteri più appaganti. Ma di un intero governo – o meglio, di una classe dirigente – che ascoltasse e sapesse recepire quali sono OGGI i saperi necessari per un “nuovo nato” che cresce, si sviluppa e apprende in una società che non solo è profondamente cambiata da qualche decina di anni questa parte, ma che è tuttora in profondo e quotidiano cambiamento. E, se il cambiamento non si comprende, non si può neanche governare! La scuola in primis è un luogo di socializzazione tra pari ed in seconda istanza un luogo in cui si dovrebbe apprendere ciò che “serve” a crescere e ad integrarsi in una società che si fa, giorno dopo giorno, sempre più complessa! In ordine ai saperi! Ma anche in ordine ai valori!

Ciò che scrivo non lo penso soltanto io, e neppure soltanto tu! Penso che possa essere condiviso e condivisibile da chiunque oggi svolga l’attività di insegnante. Chiediamoci: quali gratificazioni ha l’insegnante oggi? In primo luogo è fortemente umiliato dall’amministrazione, che lo ricompensa MALISSIMO! E non solo in quanto a stipendio! In secondo luogo in termini di riconoscimento sociale! Ricordo, quando ero piccolo, che un professore di liceo godeva di una larga stima! E, se lo si incontrava per strada, insomma… un briciolo di attenzione lo riscuoteva sempre! Oggi è considerato un vinto, costretto a scegliere di insegnare perché incapace di fare altro! Per non dire poi del processo di femminilizzazione degli insegnanti, che ha cause molto diverse ed anche difficili da ricercare! Sai meglio di me quanto nel rapporto alunno/insegnante – ed alunno/adulto in genere – giochi il processo di identificazione. Pertanto, per un soggetto in età evolutiva, rapportarsi con adulti solo dello stesso genere – in questo caso, il femminile – non è un fattore positivo. In realtà un soggetto che cresce necessita, in famiglia come nel sociale, della presenza costante ed attiva dei due generi.

E il discorso potrebbe continuare: in effetti è la cultura nel suo insieme che, in una società come quella attuale, non appaga, rende poco e male! Le vie per “far soldi” sono molto più rapide e più facili. Anche se un po’ pericolose, ma il gioco vale sempre la candela! In realtà sembrava chissà che cosa quando – decenni fa, anche in seguito a certi film di successo – si cominciò a parlare di “gioventù bruciata”! Un’espressione assolutamente nuova in un mondo in cui i giovani ancora “andavano a scuola” temendo le bocciature e sapendo che prima o poi il “pezzo di carta” li avrebbe aiutati nella ricerca di un lavoro.

Ma oggi sembra che il “pezzo di carta” sia necessario ad… altri usi, lontani mille miglia dal far soldi con un pizzico di coraggio e una buona dose di cinismo. In certe periferie delle nostre città spacciare droga rende molto e subito. E con pochi rischi. Perché andare a scuola in vista di un avvenire che promette poco o niente? E méttici anche questa poco rasserenante prospettiva di un pianeta che è alla viglia della sua fine! Pensa agli incendi della California che fanno il buono – si fa per dire – e il cattivo tempo! O allo scioglimento dei ghiacciai! E allora, come ci ha insegnato qualcuno, tanti secoli fa, “Carpe diem, quam minimum credula postero”! Così ci insegnava Orazio! Di qui anche la necessità di cogliere l‘attimo fuggente! Ricordi “Dead Poets Society”, quel bel film di tanti anni fa diretto da Peter Weir e che aveva come protagonista Robin William?

Ma voglio chiudere con un richiamo alla follia, ma… alla follia positiva! Quella che ci ha ricordato l’accorato appello di Steve Jobs del 2005: “Stay hungry. Stay foolish! Cogliete l’attimo ragazzi, rendete straordinaria la vostra vita! L’unico modo di fare un ottimo lavoro è amare quello che fai. Se non hai ancora trovato ciò che fa per te, continua a cercare, non fermarti, come capita per le faccende di cuore, saprai di averlo trovato non appena ce l’avrai davanti. E, come le grandi storie d’amore, diventerà sempre meglio col passare degli anni. Quindi continua a cercare finché non lo troverai. Non accontentarti. Sii affamato. Sii folle”.

Del web e del linguaggio

Del web e del linguaggio

di Maurizio Tiriticco

Voglio esprimere un grosso GRAZIE al web! O meglio, al World Wide Web! A questa grande opportunità di poter accedere con un semplice click ad informazioni sempre nuove! Ho sempre scritto articoli e saggi; e ricordo la fatica di un tempo lontano, per rintracciare riferimenti, fonti, nomi, testi, date. Poi è venuto il web! E penso e scrivo con maggiore rapidità e sicurezza! Sempre all’erta, per guardarmi dall’eventualità di imbattermi in una di quelle subdole e menzognere fake news! Oggi il web costituisce, comunque, un grande strumento per crescere! Ma è proprio così? Purtroppo me lo devo – e lo devo – chiedere! Perché in effetti sembra che il web oggi sia più che altro il grande megafono per lanciare e moltiplicare ANCHE e – mi sembra – SOPRATTUTTO, insulti e parolacce! E’allora uno strumento che ci rende più incivili? Gutenberg ci ha regalato la stampa; Meucci il telefono; Marconi la radio; John LogieBaird la televisione! “STRUMENTI” stupendi!

E Marshall McLuhan, tanti anni fa, quando i mass media si stavano moltiplicando, ci ha ricordato che il mezzo è il messaggio! Sembrava un’annotazione, un suggerimento, oltre che una provocazione! E forse lo era! In effetti, riconduceva tutta la nostra attenzione, centrata allora – e con gioia – sulla rapidissima moltiplicazione dei MEZZI e sulla diffusione dei MESSAGGI, sulla necessità di non dimenticare, PERO’, la natura dei messaggi che avremmo potuto veicolare! Mi viene da pensare che il buon dio – o l’evoluzione… non so – “ha donato” all’essere umano il pollice opponibile! Da allora ai giorni nostri l’evoluzione della nostra specie ha fatto passi da gigante! E ciò grazie alla continua interazione mano/cervello! Eppure anche i piedi hanno avuto la loro parte! E non è un caso che le loro dita, belle lunghe quanto saltavamo da un ramo ad un altro, si sono ridotte ad un insieme di piccole estremità, delle quali ci ricordiamo soltanto dopo una lunga camminata o quando dobbiamo tagliarci le unghie! E poi sembra che tutto ciò riguardi solo noi umani! Mentre invece gli altri esseri animati – o animali che siano – in realtà sono sempre gli stessi! La rana di Esopo e quella di oggi sono le stesse! Come il lupo e l’agnello, la volpe e l’uva! Sì, ed anche i prodotti della terra! A meno che non intervenga la mano dell’uomo, capace di produrre le uve migliori per ottimi vini! Oppure capace di intervenire su semplici ginepri e ciliegi per produrre graziosi bonsai!

La stessa considerazione vale per tutte le specie animali! I leoni del Colosseo e quelli dei nostri circhi – animali catturati, soggiogati e sfruttati per il cosiddetto nostro piacere – sono quelli di sempre! E il topo di campagna sempre pronto ad arraffare nei granai è anch’esso quello di sempre! Pare che solo noi umani abbiamo fatto passi da gigante! Dallo scheggiare la pietra a cacciare, e ad arare la terra, ad addomesticare gli animali, fino ad oggi, a conquistare lo spazio, i passi sono stati molteplici! Uno sempre più avanti dell’altro! Però… ricordiamolo, con la pietra, oggi, in certi Paesi,possiamo anche “giustiziare” l’adultera! E con l’energia atomica sterminare città intere! Mah! Spesso la mente va troppo avanti rispetto al cuore e spesso, se non sempre, lo travalica! Quanta sapienza abbiamo utilizzato sia per inventare il cannocchiale che per costruire i campi di sterminio! Ed allora, viene da chiedersi: la nostra “società della conoscenza” avrà uno sviluppo vincente?

Chi non ricorda l’ottimismo degli anni Novanta dello scorso secolo? Il Rapporto Faure! Le quattro grande sfide: imparare a conoscere; imparare a fare; imparare a vivere insieme; imparare ad essere! E come non ricordare i “sette saperi per il futuro” di Edgar Morin! Ne voglio ricordare solo due: – insegnare a cogliere le relazioni che corrono tra le parti e il tutto in un mondo complesso; – insegnare a navigare in un oceano di incertezze attraverso arcipelaghi di certezze. E’ un richiamo forte alla necessità di sapere che il Sapere – e non è un gioco di parole! – oggi è un sistema complesso! Di cui non possiamo fare a meno! Perché non è una somma di nozioni, ma un’interazione costante e viva di conoscenze! E perché una conoscenza è a sua volta una interazione viva di dati e informazioni. Occorre ricordarlo: “Antonio”è un dato; “bicicletta” è un altro dato. Ma il fatto che “Antonio vada in bicicletta” costituisce una informazione. Comunque, conoscenze sempre necessarie per produrre poi abilità e poi competenze!

Quando insegnavo, mi piaceva rappresentare ai miei alunni il fatto – immaginario – che noi umani disponiamo di due borse, una in una mano e l’altra nell’altra. Nella prima sono contenuti i dati: di fatto è “il” VOCABOLARIO. Nella seconda sono contenute le regole per legare i dati gli uni con gli altri per costruire le informazioni: di fatto è “la” GRAMMATICA. Ma le due borse alla nostra nascita sono vuote! Quando il neonato dice “pappa” o dice “mamma”, pronuncia dei semplici DATI. Quando è un po’ più grande, articola un pensiero costruito secondo le regole della grammatica e dice: “mamma voglio pappa”. E poi ancora: “mamma, ho fame, voglio mangiare”! Questo ultimo insieme di parole, costruito secondo una prima semplice regola, costituisce una INFORMAZIONE. E così, giorno dopo giorno il bambino costruisce ciò che NESSUN altro essere vivente è in grado di fare: un linguaggio sempre più ricco e sempre più articolato. Anche gli animali – e le stesse piante – dispongono di un linguaggio: ma è di un’estrema semplicità e finalizzato solo alla sopravvivenza! E alla riproduzione!

Le caratteristiche discriminanti del linguaggio umano sono la sua articolazione e la sua riflessività. Che sono poi le condizioni per un suo costante sviluppo. In realtà, non è sempre facile comprendere testi lontani secoli da noi. Penso al Convivio o al Principe, o alle Operette Morali! O alle stravaganze di una “fontana malata”: “Clofclop cloch cloffete, cloppete, clocchete, chchch E’ giù nel cortile la povera fontana malata; che spasimo! Sentirla tossire…”. Invece, il belato della pecora e il ruggito del leone sono quelli di ieri, di oggi e di domani! Il nostro umano “produrre linguaggio” è in continua evoluzione! E penso che il web costituisca oggi e domani unindispensabile e potente strumento di crescita e di arricchimento! Ma – e ciò mi addolora – non per tutti! Le ragioni – quelle più evidenti – sono sotto gli occhi di tutti. Dai un megafono all’ignorante! E sarà felice di urlare al vento le sue parolacce!