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Nazistelli senza storia!

Nazistelli senza storia!

di Maurizio Tiriticco

Stephan Ballet, l’attentatore di Halle, non è affatto un “lupo solitario”, come viene definito nella fotina pubblicata da “la Repubblica” di oggi. In effetti neonazi e neofasci sono abbastanza numerosi! Ancora oggi? Sì, purtroppo! Mah! Finché nelle scuole dei Paesi dell’UE non si insegna correttamente e diffusamente che cosa è stato il nazismo, nella sua reale natura, fatti di questo genere si ripeteranno! Non vorrei che certi insegnanti – dato che si tratta di una “storia difficile” – glissassero su quelle terribili vicende di cui i nazisti tedeschi e i fascisti nostrani sono stati responsabili!

Nel Mein Kamps – che, per certi versi, è anche una lettura doverosa, per capire certi fenomeni – Hitler, fin dal 1925, ha espresso fino in fondo il suo dissennato programma! Sostiene che l’umanità è divisa in “razze” e che di queste l’unica considerata pura è quella bianca! E che è quella destinata a governare il mondo! Ovviamente mente! E non so se in buona o mala fede! Perché in effetti, esiste solo una “razza” umana, distinta in più “etnie” Ma per Hitler esiste soltanto quella pura degli uomini bianchi, soprattutto se alti e biondi! E forse anche un po’ pallidoni! Anche se in carne!Ovviamente, anche le donne sono pure, ovviamente se bionde e bene in carne! Le altre? Solo schifezza! Lo sappiamo! Il piano scellerato di Hitler era quello di annientare tutte le razze “impure”, perché solo quella “pura” era da lui considerata degna di governare il mondo. E chiamava a testimonianza tutte le leggende dei Germani antichi, Sigfrido, i Nibelunghi, le Valchirie, il Walhalla! I miti greci e romani? Roba di quart’ordine! Pertanto, i nostri concittadini meridionali, dai capelli nerissimi e dalla carnagione per nulla pallida, pur se fascistoni sfegatati, avrebbero fatto una brutta fine! La stessa che avrebbero fatta gli “alleati” giapponesi!

E va sottolineato che il programma di sterminio non fu solo quello attuato nei campi di concentramento, a tutti noti, Buchenwald, Dachau, e i tanti altri! Fin dalla presa del potere, Hitler cominciò a sterminare tutti i suoi concittadini che noi oggi chiamiamo handicappati. In Germania, fin dal1933, l’anno dell’ascesa al potere di Hitler, ebbero inizio le grandi stragi! Furono uccisi – con medici compiacenti, in barba ad Ippocrate – tutti i bambini disabili, considerati un limite e un peso per lo Stato tedesco! In effetti, era di norma che un vero cittadino tedesco, puro ariano, non potesse sopportare il peso di persone disabili. I soldati alti, belli e biondi che erano arruolati d’imperio nelle SS, erano tenuti di norma ad accoppiarsi solo con giovani tedesche altrettanto bionde e belle, in modo da incrementare così la “pura razza ariana”.

Vennero anche prodotti dei film ad hoc. Ad esempio “Opfer der Vergangenhait”, “Aktion T4”, “Das Erbe”, tutti finalizzati a propagandare la necessità di eliminare tutti coloro che non fossero di pura razza ariana e che avrebbero compromesso l’egemonia del popolo tedesco sul mondo intero! Che orrore! Le vittime accertate del piano di eliminazione dei “deboli” sono state 80.000 fra il 1940 e il 1941. Ma lo sterminio continuò negli anni successivi! In effetti, per il tedesco medio nazista, cose di questo genere non solo erano tollerate. Ma anche di fatto approvate! In funzione della grandezza del Terzo Reich!

Copio dal web. “””Il film “Opfer der Vergangenheit” (Vittima del passato), del 1937, metteva a confronto il popolo ‘sano’con scene tratte dalle corsie degli istituti psichiatrici, popolate di esseri ‘deformi’ e ‘degenerati’ e concludeva che ciò era dovuto ad una violazione delle regole della selezione naturale, a cui si sarebbe dovuto porre rimedio ripristinandole con “metodi umani”. La prima del film si tenne a Berlino, introdotta dal leader dei medici del Reich, Wagner, e successivamente proiettato a lungo in 5300 centri cinematografici, dislocati in tutta la Germania”””. I crimini nazisti furono tremendi e numerosi, tutti contro le cosiddette “razze inferiori” e contro i disabili tutti, che lo Stato nazista non si poteva permettere di tenere in vita,perché era destinato a dominare il mondo intero e non poteva gettare i marchi in quisquiglie! Mah! Mi chiedo: i tanti nazistelli e fascistelli che tuttora purtroppo popolano e a volte anche numerosi i Paesi dell’Unione Europea,conoscono fino in fondo la storia a cui si ispirano? Se no, la studiassero! Se sì, sappiano che la democrazia è vincente sulle loro ignobili attese!

Di qui l’estrema necessità che la storia del Novecento, ma proprio tutta e fino ai nostri giorni, sia oggetto di studio nelle nostre scuole! Se un alunno dice che le Guerre Puniche sono state due o che le Guerre d’Indipendenza – quelle che hanno permesso al nostro Paese di giungere all’Unità nazionale – sono state quattro, l’insegnante potrebbe anche glissare! Ma guai a quell’insegnante che non giunge ai cosiddetti nostri giorni: E’ notorio che molti dei nostri ragazzi vivono “sdraiati” – c’è anche un bel libro di Michele Serra in proposito – sull’eterno presente di spesso inutili e ridondanti messaggini. Per cui, ciò che è accaduto ieri e ciò che potrà accadere domani, in fondo, interessa poco! Nooo!!! E’dovere di tutti gli insegnati delle scuole europee insegnare ad apprendere la nostra storia recente! E contemporanea! Perché il rischio di certi tremendi ritorni è sempre dietro l’angolo.

I giovani hanno bisogno di storia!

I giovani hanno bisogno di storia!

di Maurizio Tiriticco

La “lettera di Corrado Augias” pubblicata quotidianamente su “la Repubblica”, oggi 5 ottobre alla pagina 37, ha come titolo ”Solo una cultura più diffusa può soffocare il fascismo” e costituisce una produttiva risposta ad Anna Maria Pica di Roma, la quale, tra l’altro, scrive: “La scuola deve avere un suo ruolo, mettendo certi temi al centro dell’attenzione dei ragazzi. Una proposta: far leggere in classe alle medie (come si fa alle superiori con Manzoni) Primo Levi. Non solo ‘Se questo è un uomo’, ma anche il bellissimo saggio ‘I sommersi e i salvati’. E’ italiano uno dei più grandi testimoni (sul piano umano e letterario) dell’olocausto. Facciamolo conoscere ai nostri ragazzi”.

Sullo stesso quotidiano, a pag. 42, leggo un pezzo firmato da s. fidal titolo “Ripristinare il tema di storia. Il ministro ci sta pensando”. Il che mi ha sollecitato un grande piacere ed interesse. Premetto qualche considerazione sugli esami che ancora insistiamo a chiamare di maturità e che di maturità non sono! O dovrebbero non esserlo! Faccio un po’di storia! Fu il Ministro dell’Istruzione pro tempore Luigi Berlinguer a dar nuovo corpo e nuova veste ad un esame che necessitava di una profonda riforma. Soprattutto per dare una risposta ai tempi cambiati! Andiamo con ordine! Con la legge di riforma 425 del 1997 (ministro pro tempore, appunto, Luigi Berlinguer) si afferma che gli esami conclusivi degli studi secondari superiori “hanno come fine la verifica della preparazione di ciascun candidato in relazione agli OBIETTIVI generali e specifici propri di ciascun indirizzo di studi” (art. 1, comma1). E la legge recita anche che la CERTIFICAZIONE rilasciata deve “dare trasparenza alle COMPETENZE, CONOSCENZE e CAPACITA’ acquisite secondo il piano di studi seguito, tenendo conto delle esigenze di circolazione dei titoli di studio nell’ambito dell’Unione Europea” (art. 6). I caratteri maiuscoli non sono casuali! Intendono sottolineare su quali concetti insisteva l’innovazione.

Si intendeva così abbandonare e superare contenuti e forme di quegli esami che da sempre erano chiamati di maturità. I quali erano stati ridisciplinati dalla legge 119 del 1969 che così recitava: “L’esame di maturità ha come fine la valutazione globale della personalità del candidato” (art. 5), e “a conclusione dell’esame di maturità viene formulato, per ciascun candidato, un motivato giudizio, sulla base delle risultanze tratte dall’esito dell’esame, dal curriculum degli studi e da ogni altro elemento posto a disposizione della commissione” (art. 8). Quindi, con la riforma del 1997 si intendeva passare da un esame centrato su una genericaMATURITA’ ad un esame che, invece, accertasse il conseguimento, da parte dello studente, di concrete, misurabili e valutabili COMPETENZE, CONOSCENZE e CAPACITA’. In effetti, valeva il principio che un soggetto può essere “maturo”, ma “non competente”. O meglio, maturo come persona, ma ignorante in materia di determinate conoscenze! Quelle che di fatto costituiscono la materia prima di ogni competenza.

Pertanto, stante la vaghezza del concetto stesso di “maturità”, ciò che dovrebbe contare – e conta effettivamente – è ciò che il soggetto sa e sa fare. In quanto un fare presuppone sempre un sapere! E non è affatto un caso che oggi tanti nostri giovani sono fin troppo maturi, o meglio “se la sanno cavare”, indipendentemente dalla scuola; ma invece sono assolutamente incompetenti a fronte di un mondo del lavoro sempre più complesso e che richiede CONOSCENZE di base mirate, articolate e complesse.

Il cambiamento proposto nel lontano 1997 – sono trascorsi più di venti anni – avrebbe dovuto essere epocale, ma, caduto il ministropro tempore, è caduta anche, di fatto, la sua riforma! O meglio, lo spirito che l’animava. Peccato! Per la nostra scuola e, soprattutto per i nostri giovani! Eppure, se andiamo a leggere le “Linee guida” varate nell’ormai lontano 2010 – sia quelle relative agli istituti tecniciche quelle relative agli istituti professionali, le terminalità di ciascun percorso di studi sono indicate e descritte, appunto, in date COMPETENZE, risultanti, appunto, dall’interazione produttiva e responsabile di date CONOSCENZE e di date ABILITA’. Le “Indicazioni Nazionali” relative ai licei, invece, glissano fortemente sulla interazione tra conoscenze abilità e competenze. Come se gli studi liceali conducessero ad una sorta di “cultura altra”! Se non, addirittura, “alta”! Indipendente dal “sapere” e dal “fare”! Insomma…un Gentile sempre resistente!? Pertanto, i “risultati di apprendimento comuni a tutti i percorsi liceali” risultano agglutinati in sei aree: metodologica; logico-argomentativa; linguistica e comunicativa; storico-umanistica; scientifica, matematica e tecnologica. Ovviamente, in materia di linguaggio innovativo – se mi è concessa questa espressione – la declinazione in opportuni e mirati obiettivi di apprendimento non è affatto carente, ma – come si suol dire – almeno a mio avviso, rimangono sollecitazioni che – sempre a mio avviso – scarsamente incidono sul concreto insegnare ad apprendere nelle singole aule liceali giorno dopo giorno. Le eccezioni, indubbiamente, non mancano, ma temo che si contino sulle punte delle dita! Di ambedue le mani!

In tale contesto/scenario, l’enfasi sulle competenze può condurre certamente ad una forte sottolineatura delle cose dell’OGGI e del DOMANi, ma anche a far perdere di vista ciò che è accaduto IERI! Ma gli accadimenti di ieri, vicini o lontani, sono fondanti per comprendere quelli di oggi e per pensare a quelli di domani! Occorre forse rinnovare l’accorato appello di Ugo Foscolo: “Italiani! Io vi esorto alle istorie!” Siamo all’Università di Padova; è il 22 gennaio 1809. Foscolo pronuncia la sua orazione inaugurale dal titolo “Dell’origine e dell’ufficio della letteratura”. Voglio ricordare una precedente accorata affermazione di Ugo Foscolo, l’incipit delle “Ultime lettere di Jacopo Ortis”: “Dai Colli Euganei, 17 ottobre 1997. Il sacrificio della Patria nostra è consumato. Tutto è perduto! E la vita, se pure ci sarà concessa, non ci resterà che per piangere le nostre sciagure e le nostre infamie”. E’ evidente come nel giro di pochi anni la visione del Foscolo si sia rovesciata! Nell’ottobre del 1997 viene firmato il ”Trattato di Campoformio”! Mentre il 17 marzo del 1805 viene creato il Regno d’Italia di cui, due mesi dopo, Napoleone fu incoronato Re! Insomma da un Italia occupata (“Soldats! Vous etes nus et mal nourris! Je vais vous conduire dansle plus fertiles plaines du mond”: così Napoleone aveva esortato le sue truppe sul Passo del Moncenisio, lanciando la “campagna d’italia”) si passò ad un Italia Regno! E qui mi fermo!

Io non sono Foscolo, ma anch’io vi esorto alla storia! Al suo studio! In realtà, la sua conoscenza, o meglio dei fatti vicini e lontani nel tempo, è fondante per comprendere l’oggi e per progettare il futuro. Ma la storia si svolge non solo nel tempo, ma anche nello spazio! Pertanto Storia e Geografia non sono soltanto materie di studio scolastico, ma alimento quotidiano di ciascuno di noi, se vuole essere e vivere come un cittadino attivo e responsabile della nostra bella Repubblica! Che dobbiamo rendere ancora più bella!

Un Miur allo sbando?

Un Miur allo sbando?

di Maurizio Tiriticco

Premetto che non ho letto altri commenti, quindi potrei anche sbagliarmi, ma… a me sembra che con la lettera – non è una CM, almeno pare – avente per oggetto: “Venerdì 27 settembre, Partecipazione degli studenti al 3° Global Strike For Future sul tema dei cambiamenti climatici”, firmata dal Capo Dipartimento Carmela Palumbo, il Miur si stia cacciando – come si suol dire – in un bell’impiccio! Di cui non so quanto sia consapevole. Ma so che il Miur, comunque, trasferisce – per non dire “scarica” – allaresponsabilità dei Collegi dei Docenti una bella grana!

In altre parole, il Ministro “esprime l’auspicio che le scuole, nella propria autonomia, possano considerare l’assenza degli studenti per la giornata del 27 p.v. motivata dalla partecipazione alla manifestazione, utilizzando le ordinarie modalità di giustificazione delle assenze adottate dalle stesse scuole”.

E non solo! “Si invitano, inoltre, i Collegi dei docenti a valutare la possibilità che tale giornata non incida sul numero massimo delle assenze consentite dal monte ore personalizzato degli studenti, stante il valore civico che la partecipazione riveste”.

Mah! Esprimo i miei dubbi, stante anche la mia lunga esperienza di dirigente tecnico. Com’è noto, un alunno, di fatto un minore, viene affidato ad un certo orario ad una data istituzione scolastica, che ne è responsabile fino al suono della campanella di uscita. Sta di fatto, e di diritto, che l’istituzione scolastica è responsabile dell’alunno dall’ora di INGRESSO in istituto all’ora di USCITA.

Com’è noto, esistono particolari “uscite” – ad esempio, la visita ad un museo cittadino – ed i cosiddetti “viaggi di istruzione”. In tali casi la responsabilità della vigilanza è affidata sempre agli insegnanti accompagnatori, che devono rispondere della condotta e dello status di ogni singolo alunno, anche – se del caso – 24 ore su 24.

Stando alla lettera della CM, i Collegi dei Docenti – di fatto ogni singolo insegnante – POTREBBERO eDOVREBBERO AUTORIZZARE l’assenza di ogni alunno del loro istituto per il venerdì 27 p,v.

Ma mi chiedo, e se lo chiederebbe qualunque genitore: la VIGILILANZA che la scuola e i suoi insegnanti DEVONO GARANTIRE a ciascun alunno CHE FINE FA? In realtà, che cosa ne sa un insegnante se il suo alunno x partecipa o meno alla manifestazione del 3° Global Strike For Future? E se, invece, va altrove? Per non dire poi che un alunno potrebbe incorrere in un qualsiasi incidente, possibile anche se la manifestazione sarà totalmente pacifica!

E allora io personalmente – e me ne assumo la responsabilità – consiglierei ai Collegi dei Docenti e ai singoli insegnanti di pensarci mille volte prima di autorizzare gli studenti a partecipare ad un evento sul quale e del quale,di diritto (stante la formulazione assurda della CM) e di fatto,NON POSSONO AVERE alcun controllo. E penso che anche qualsiasi genitore sarebbe preoccupato di sapere che suo figlio partecipa ad una manifestazione senza che gli insegnanti a cui lo ha affidato possa esercitare la dovuta vigilanza.

Lettera a un’amica di sempre

Lettera a un’amica di sempre

di Maurizio Tiriticco

Cara Barbara! Da tempo abbiamo tante perplessità per come questo PD “fa politica”! Spesso altalenante! La dichiarazione di un leader viene poi smentita da un altro leader! A volte penso che si tratti più di un movimento di opinione che di un movimento – o addirittura – un partito. Ormai di Renzi e delle sue mosse politiche c’è solo da preoccuparsi! A volte mi chiedo: ma esiste una sinistra nel nostro Paese? Lo so! I tempi cambiano e certe categorie di far politica, valide qualche decennio fa, cambiano anch’esse. Tutto lecito e comprensibile… ma, mi sai dire quante sinistre oggi ci sono? Mi sembra che il PD sia prolifico di figli, figliastri e trovatelli! Delle destre, invece, sappiamo tutto! Il triangolo Berlusconi, Meloni, Salvini! Bello solido, almeno fino ad oggi! Purtroppo mi sembra che ormai, in quanto a organizzazioni politiche di sinistra – o di centro-sinistra – c’è solo un gran polverone, che vola di qua e di là a seconda di come tirano i venti! Quindi, per capirci qualcosa, forse ci dovremmo affidare alle “previsioni del tempo”! Previsioni, appunto, perché i venti obbediscono a leggi planetarie! Invece i venticelli delle politiche nostrane viaggiano extra legem!

Che tristezza e che delusione! Noi due – e tanti come noi – veniamo da un’Italia diversa! Dove la politica era una cosa seria. Berlinguer era Berlinguer! Moro era Moro. Guidavano due grandi partiti popolari, avversari, ma sempre e comunque alla ricerca di punti in comune, anche di un compromesso, ma dignitoso, e che fosse “storico”, appunto. I politicastri di oggi di storia non sanno nulla e, per quanto riguarda il domani… campa cavallo, perché l’erba cresce! Mah! Mi sai dire qual’è la Pandora dei giorni nostri che ha aperto il vaso donatogli da Zeus con la raccomandazione di custodirlo gelosamente? So già che non potrai rispondermi, perché in effetti sono centinaia le Pandore che si sono date da fare per aprirlo! E adesso non sanno come controllare la bufera che hanno provocato!

E un Paese nella bufera politica, civica, civile e culturale anche, prima o poi collassa! Campano bene solo i telegiornali! Perché i giornali non li compra più nessuno! Perché leggere – e comprendere, soprattutto – costa fatica! E il tasso di alfabetizzazione funzionale dei nostri concittadini – tutti, comunque, cellularizzati – cade sempre più. E, purtroppo, è proprio in forza di questa caduta che le sillabazioni elementari di Salvini hanno avuto successo! Per di più sostenute dalle migliaia di selfie che astutamente rilasciava a tanti nostri connazionali impazzi per lui e per la sua dialettica elementare! Ma, per certi versi, efficace! Sostenuta dalla esibizione di rosari, crocifissi e madonnine, accarezzati e baciati!

Che tristezza, carissima! Oggi le nostre istituzioni scolastiche e i nostri insegnanti hanno un gran da fare! E i nostri concittadini alunni non dovranno più imparare soltanto a leggere, scrivere e far di conto, ma dovranno anche essere educati “civicamente”! Siamo un Paese, una Repubblica, un Popolo che possono vantare di avere scritto tanti anni fa, dopo una dittatura e una guerra perduta – per non dire anche dopo di una monarchia traditrice – una delle Costituzioni Democratiche più belle del mondo. Ebbene, parta immediatamente l’insegnamento dell’Educazione Civica, o meglio si insegni ai nostri ragazzi e ragazze come e perché si possa e si debba esercitare una cittadinanza attiva e responsabile! Ed oggi, non solo in chiave nazionale, ma anche europea!

Lo so! Non c’è ancora la norma “perfetta”: firmata dal Presidente della Repubblica e pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale Ma, per educare civilmente i nostri ragazzi e ragazze non è necessario aspettare una firma e una pubblicazione! La scuola stessa – in un Paese democratico – è di per sé laboratorio di convivenza e di educazione civile Concetti e comportamenti che nella scuola si vivono e che la scuola devono partire! La scuola, la prima piccola comunità di cittadini. Piccoli, ma pur sempre cittadini a tutto tondo! L’aula, dunque, intesa certamente come un piccolo ambiente, nel quale, però, si impara anche, per l’intero lungo periodo scolastico, a come di deve vivere nell’ambiente Paese.

E nell’ambiente Unione Europa

R. Maragliano, Scrivere – Zona franca

Roberto Maragliano, uno più uno

di Maurizio Tiriticco

“Scrivere” e “Zona franca” sono le due ultime pubblicazioni di Roberto Maragliano, che insieme potrebbero avere come titolo “le nuove grammatiche della scrittura”, nonché, ovviamente, anche “le nuove grammatiche della lettura”. Maragliano è noto per avere insegnato per ben quarant’anni nelle Università di Sassari, Firenze, Salento, Sapienza e Roma Tre! Oggi è felicemente pensionato! Almeno così è formalmente, ma… un cervello pensante e una penna scrivente – per non dire anche di “dita battenti”, dato che la tastiera è ormai una sorta di silenziosa “penna/carta” – difficilmente vanno in pensione, oggi soprattutto, quando è in atto una rivoluzione delle penne e, forse, delle stesse tastiere! Anche perché, tra gli artefici più convinti e produttivi di questa odierna rivoluzione, Maragliano è uno dei più convinti e attivi protagonisti. E di una rivoluzione che in effetti non ha mai fine! Stante il fatto che il progress delle “diavolerie scrittorie” marcia al cubo o, come si suol dire, alla potenza di tre… e domani forse di quattro o di cinque…
Insomma, oggi si scrive e si legge dal mattino alla sera e ovunque! Sulla metropolitana i miei conviaggiatori non fanno altro che smanettare sui cellulari! Mi chiedo: ma che mai avranno da dirsi? Insomma, dal Paese di analfabeti che eravamo al tempo dell’Unità nazionale, ora siamo tutti diventati infaticabili scrittori/lettori. Il web mi dice che, “all’indomani dell’unificazione, nel 1861, l’Italia contava una media del 78% di analfabeti con punte massime del 91% in Sardegna e del 90% in Calabria e Sicilia, bilanciata dai valori minimi del 57% in Piemonte e del 60% in Lombardia”. Oggi invece il 100% degli Italiani – o poco meno – sa leggere e scrivere! Comunque, che cosa scriva e che cosa legga è un altro conto! E di questo si preoccupava il compianto Tullio De Mauro. Il web, il World Wide Web, questa sterminata rete scrittoria mondiale, consente tutto! Quindi, benedetto sia il web, che non mi costringe a cercare fonti e informazioni sulle centinaia di volumi affastellati nella mia libreria! E quando penso che un Dante o un Galileo hanno scritto quelle “cose eccezionali”, penso anche che disponevano senz’altro di un web personale, di una memoria fondante come parte costitutiva della loro intelligenza e della loro competenza produttiva.
Forse, l’assenza del web sollecitava ed esigeva competenze mnemoniche! Ma oggi? Maragliano ci dice che il possesso di una scrittura ricca e complessa è tuttora patrimonio di pochi e che la società non riesce a garantirne un effettivo allargamento (p. 26). Infatti, se pensiamo alle nostre scuole e alle nostre università, “vediamo che sono frequenti, e quasi rituali … le lamentele nei confronti di giovani che, approdando agli studi accademici, e collocandosi dunque, almeno formalmente, nella fascia alta della stratificazione culturale, mostrano una palese, drammatica incapacità di produrre testi di una qualche complessità”. Eppure – dico io – smanettano dal mattino alla sera sui loro cellulari per scambiarsi messaggini. “Messaggini”, appunto, molto ini e con tanto di virgolette. Si tratta di quegli atti comunicativi che Jakobson ha definito tanti anni fa, fàtici, di contatto, appunto: “Io ci sono e tu?” “Ci sono anch’io!”. E così all’infinito, per tutta la giornata e tutti i giorni a seguire! E mai atti – sempre per dirla con Jakobson – metalinguistici e referenziali! Ricchi di informazioni e di significati! Insomma – a mio avviso – è come se l’estrema possibilità comunicativa arricchisca lo strumento ma impoverisca il messaggio.
Pertanto, a mio avviso, quel “verba volant, scripta manent” del buon tempo antico, ricordato anche da Maragliano (p. 53), non ha più senso perché oggi volano sia le parole dette che quelle scritte! E non solo! Con un “canc” tutto sparisce! E chi di noi, “scrittori tecnologici” non ricorda quante volte ha cancellato tutto, solo per un errore di digitazione? Insomma, oggi avanza una strana scrittura! Che rivoluziona tutte le precedenti, quelle che alla fine hanno portato alla “carta/penna”! Prodotti materiali! La gran parte dei quali è giunta fino i nostri giorni! E che, forse, durerà! Oggi prevalgono e dominano prodotti virtuali. Che vivono e muoiono con un click! Afferma Maragliano in una presentazione in ppt reperita sul web: “A seconda della logica di riferimento, il contenuto di ordine e disordine cambia. Scrivere una lettera come una email è disordine, dentro la logica testuale. Scrivere una email come una lettera è disordine, dentro la logica reticolare. Occorre dunque maturare una concezione anfibia della scrittura, dove il rapporto fra ordine e disordine sia costantemente messo in gioco. Occorre accettare e capire che ‘scrivere’ è un verbo transitivo. Insomma, occorre essere ad un tempo testuali e reticolari”.

Ciò che ho scritto fin qui riguarda “Scrivere. Formarsi e formare dentro gli ambienti della comunicazione digitale” (Luca Sossella editore, editore). Ma a questo volume si lega direttamente il secondo volume citato all’inizio: “Zona franca, per una scuola inclusiva del digitale” (Armando editore). Pertanto: quali ricadute sul “fare scuola” provoca questa rivoluzione digitale? Copio dalla quarta di copertina: “Il modello di scuola centrata sul ‘leggere, scrivere, far di conto’, definito nel passaggio tra Ottocento e Novecento in ambito europeo e che attraverso varie vicissitudini si è affermato a livello mondiale, sta mostrando a suo tempo i suoi limiti. E’ entrata definitivamente in crisi la scuola del libro e della scrittura, ove la ricezione agisce attraverso il ricorso esclusivo alla lettura dei testi via via più complessi e la produzione di documenti scritti via via più articolati”.
Il volume è agile, come è nello stile di Maragliano, e ricco di suggestioni e di indicazioni per gli insegnanti. “La proposta che faccio ora è dunque che, con molta modestia, ci si attrezzi (mentalmente soprattutto) al fine di sperimentare un approccio ‘indisciplinato’ al sapere. Si tratta di accettare (e lavorare su) l’idea che la conoscenza si presenta a noi tutti sotto forma di frammenti, alla stregua di mattoncini di esperienza e conoscenza utilizzando i quali, servendoci di modelli, noi andremmo a costituire e costruire il sapere… L’ordinamento disciplinare è un modello di sapere. Su di esso si è edificata la scuola che noi conosciamo e che in buona parte pratichiamo” (p. 87). Mi sovviene la mia considerazione di sempre: il fatto che il nostro fare scuola è strettamente legato al “triangolo delle tre C”… che dovrebbe essere equilatero. A meno che non sia un triangolo delle Bermuda, dove tutto affonda e tutto si perde! Detto in termini scolastici, esiste la Cattedra, su cui siede il depositario di quei saperi che l’in/segnante, con le sue lezioni, “segna”, appunto, sulla testa dell’“alunno”, il soggetto che deve “essere alimentato”, appunto. Esiste la Classe, ovvero un insieme di alunni, e tutti della medesima età, perché si suppone che tutti crescano e apprendano, in ordine all’età, nozioni dopo nozioni, dalla più facile alla più difficile, dalla più semplice alla più complessa. Esiste la Campanella che inesorabilmente scandisce, ora dopo ora, i tempi eguali per tutti, alunni e insegnanti del medesimo edificio scolastico! Per cui, come dicevamo da studenti, tutti attendevamo con ansia l’ultimo frizzante suono perché, “cum campanella sonat, tota canaglia scappat”.
In effetti abbiamo costruito in un passato forse ormai lontano – e in tutto il mondo colto e civile, credo – saperi di cui abbiamo fatto buon uso, fatta eccezione di quell’energia atomica che ha dissolto due città giapponesi nell’ormai lontano 1945. Il fatto è che il sapere non ha una morale! Ed è proprio il sapere di ieri che è messo in discussione. Che era fatti di oggetti sempre nuovi, “accumulati” l’uno dopo l’altro. L’Enciclopedia Treccani, con cui nel lontano 1925 Giovanni Treccani e Giovanni Gentile pensarono do offrire agli italiani lo scibile umano, necessitò ben presto di più volumi aggiuntivi. Perché i saperi aumentano e, appunto, si accumulano. Ma oggi i saperi non si accumulano più! Perché non sono oggetti fisici, ma virtuali. Sullo schermo del mio PC può apparire lo scibile mondiale di oggi e di ieri! La biblioteca di Alessandria di ieri e la biblioteca del Congresso degli Stati Uniti di Washington di oggi “mi fanno un baffo”, per dirla alla romana.
In tale ricco, complesso e stimolante scenario di saperi sempre nuovi, il compito primo e primario della scuola è quello di sapersi costituire, appunto, come una zona franca, inclusiva in primo luogo del digitale. Purtroppo “il digitale è pericoloso per la scuola stessa. Per questa scuola, ovviamente. Ma siamo capaci di pensarne un’altra?” (p. 46). E la scuola è legata ancora alle tre C di sempre! In realtà ancora oggi ogni acquisizione di sapere è misurato fisicamente e temporalmente e la misurazione, fatta di orari e di verifiche e di pagine da studiare, rappresenta la condizione stessa di quelle acquisizioni. Insomma sostiene Maragliano, “il digitale porta rotture su tutti questi fronti, dunque dà fastidio. A meno che non lo si subordini a quell’assetto, rinunciando alle sue prerogative. A meno che non lo si addomestichi”. Insomma il digitale arricchisce. “Con il digitale si è pienamente affermata l’integrazione dei codici, e sono saltati i presupposti della divisione tra mass media scritturali (sapere di scuola) e mass madia audiovisuali (sapere di intrattenimento). Sta, di conseguenza, venendo alla luce una logica di pensiero diversa da quella che abbiamo sempre considerato dominante (il che era giusto) ed esclusiva (il che era sbagliato)” (p. 49).
Ne consegue che le nostre istituzioni scolastiche hanno dinanzi a sé un infinito universo da affrontare e da percorrere, e con successo! Quando, invece, sembrano dimostrare una sorta di “risentimento nei confronti di un mondo visto come opaco, pericoloso, ostile. Ed è proprio qui, su questo modo di essere che dovrebbero lavorare delegittimandone i presupposti non solo con iniziative dal basso, ma anche con una coraggiosa presa di coscienza del problema, da far maturare ai livelli più alti della cultura e della politica” (p. 50). Insomma, è estremamente necessario che nelle scuole si comprenda che oggi non esiste un solo codice per apprendere, conoscere, produrre, ma codici altri che già quotidianamente gli alunni “percorrono” e che la scuola, invece, sembra loro precludere!
Insomma, la scuola deve essere oggi una zona franca, assolutamente inclusiva del digitale!

Lettera al Presidente Sergio Mattarella

Lettera al Presidente Sergio Mattarella

Gentile Presidente! Ho ascoltato con l’attenzione che sempre dedico alle Sue parole le Sue considerazioni a proposito della necessità della adozione del “libro di testo” nelle istituzioni scolastiche. Mi permetto di avanzarLe alcune considerazioni. IERI il libro di testo e la lezione dell’insegnante erano le due uniche fonti di conoscenza e di apprendimento: nonché depositarie esclusive dei contenuti dei diversi saperi! OGGI il web offre tutte le fonti e le informazioni possibili! Non a caso il web è letteralmente un’enciclopedia universale mondiale, per di più offerta gratuitamente in tutte le lingue! E che si arricchisce giorno dopo giorno! Ed offre informazioni che, comunque, vanno sempre controllate! E con grande attenzione! Perché le cosiddette fac news sono sempre dietro l’angolo! Di conseguenza, penso che il ruolo dell’insegnante – soprattutto OGGI. a fronte di un mondo virtuale ricco di informazioni – deve cambiare! Da DEPOSITARIO del sapere dovrebbe diventare CONTROLLORE e MEDIATORE dei saperi!
Ne consegue la primazia della didattica! Ed ovviamente, di una didattica inclusiva: quella che oggi chiamiamo e pratichiamo nelle scuole – almeno da parte degli insegnanti più motivati ed avanzati – la cosiddetta “didattica laboratoriale”! La “lezione frontale” aveva forse un senso in una società in cui l’istituzione scolastica e i suoi insegnanti erano, per così dire, i “depositari del sapere”, ma oggi il sapere è a portata di mano! Anzi di dita! Ovviamente occorre saperlo cercare ed accedervi con pazienza, cura e intelligenza. Necessitiamo quindi di insegnanti che in primo luogo sappiano guidare ed orientare i nostri studenti in questo immenso mare dei saperi!
Va anche sottolineato che, ormai da alcuni anni, sia le Indicazioni Nazionali (relative all’istruzione obbligatoria e ai licei) che le Linee Guida (relative all’istruzione tecnica e all’istruzione professionale) sottolineano appunto l’esigenza di una didattica capace di liquidare quella fondata sulla lezione frontale: si tratta della cosiddetta “didattica laboratoriale”. Che di fatto è estremamente necessaria, se si vuole veramente EDUCARE, FORMARE ed ISTRUIRE i nostri alunni in modo tale che ciascuno possa raggiungere il suo personale SUCCESSO FORMATIVO. Si tratta di una didattica che non implica la presenza di un laboratorio in senso stretto (scientifico, linguistico informatico, ecc.), ma che affida all’insegnante il compito di orientare, dirigere coinvolgere gli alunni dell’aula a ricercare e produrre: ovviamente più sul WEB, in quanto a ricerca, e più sul PC in quanto a prodotto. Ne consegue che – potremmo dire – “il libro non si legge, ma si scrive”!
Si tratta di attività, impegni ed obiettivi che implicitamente abbiamo assunto con il varo dell’“autonomia delle istituzioni scolastiche”. Il referente normativo è il comma 2 dell’articolo 1 del dPR 275 dell’8 marzo 1999. Si tratta del “Regolamento recante norme in materia di autonomia delle istituzioni scolastiche, redatto ai sensi dell’articolo 21 della legge 15 marzo1997, n. 59”. Va aggiunto, inoltre che oggi i nostri insegnanti sono impegnati a far raggiungere ai loro alunni non solo CONOSCENZE – come nelle scuole di sempre – ma anche ABILITA’ e COMPETENZE. In effetti, non c’è un “sapere” che non implichi e che non si debba esprimere e tradurre in un “saper fare”.
Mi corre anche l’obbligo di ricordarLe che ormai il nostro sistema di istruzione è tenuto a coordinarsi con i sistemi scolastici dei 28 Paesi dell’Unione Europea. E Le ricordo anche che il 22 maggio del 2018 il Consiglio dell’Unione Europea ha adottato una nuova Raccomandazione sulle competenze chiave per l’apprendimento permanente che tutti i cittadini dell’Unione sono tenuti a conseguire. E’ un documento che pone l’accento non solo sui saperi, ma anche sul valore della complessità e dello sviluppo sostenibile. Le competenze sono le seguenti: 1)• competenza alfabetica funzionale; 2• competenza multilinguistica; 3• competenza matematica e competenza in scienze, tecnologie e ingegneria; 4• competenza digitale; 5• competenza personale, sociale e capacità di imparare ad imparare; 6• competenza in materia di cittadinanza; 7• competenza imprenditoriale; 8• competenza in materia di consapevolezza ed espressione culturali.
So bene che questa citazione ha poco a che fare con il “libro di testo sì o no”! Ma – almeno a mio vedere – ha molto a che fare con le modalità nuove, molto intriganti, ovviamente, nonché interagenti, con cui oggi i nostri ragazzi possono accedere alle informazioni. Di qui un nuovo ruolo dell’insegnante: animatore di attività di ricerca, conduttore di attività laboratoriali! E, in tale contesto/scenario, la lezione di un tempo, coadiuvata e sostenuta dalle informazioni contenute sul “libro di testo” poco ha a che fare con la scuola di oggi! E di domani! Almeno a mio vedere!

Distinti saluti!
Maurizio Tiriticco

Per una informazione diffusa

Per una informazione diffusa

di Maurizio Tiriticco

Sono abbastanza vecchio per poter formulare le riflessioni che seguono! A proposito delle informazioni, della scuola, dei libri di testo e del libro in genere. Il tutto mi viene suggerito da un interessante intervento, pubblicato oggi dal Corsera, di Maria Berlinguer, dal titolo “Scuola tutta da rifare; analfabeta funzionale un adolescente su tre”. Scrive la Berlinguer: “Tra dieci anni saranno un milione e trecentomila gli studenti che diserteranno l’appello del primo giorno di scuola. Il trend demografico parla chiaro. In due lustri il turnover riguarderà il 40% degli insegnanti, che ancora incidono per il 90% sul bilancio del Miur. Un’occasione d’oro per cambiare il volto del sistema formativo a parità di spesa. È la sfida che lancia alla politica Tuttoscuola, la rivista specializzata che a poche ore del gong della campanella di inizio anno pubblica un report che è anche un appello al mondo politico perché la smetta di affrontare a suon di tweet e di like un tema dal quale dipende in buona sostanza il futuro del Paese” E riporta una riflessione di Giovanni Vinciguerra, direttore di Tuttolibri, che scrive: “L’emergenza educativa e la formazione culturale delle nuove generazioni dovrebbe essere al centro del dibattito politico. Eppure il grande assente anche in questa crisi di governo è la scuola, probabilmente perché non è spendibile nell’immediato e va affrontato nell’ottica del medio e lungo periodo e non in previsione di elezioni ravvicinate”.
I dati riportati dalla Berlinguer e da Vinciguerra parlano chiaro. L’analfabetismo funzionale è in aumento. In realtà tutti ormai sono in grado di leggere e scrivere, stante anche la diffusione massiccia dei cellulari, ma… in generale si tratta soltanto di competenze alfabetiche strumentali, e funzionali soltanto alla formulazione e comprensione di messaggi informativi e formativi di primo livello, potremmo dire, cioè: Come stai? Che fai? Quando ci vediamo? Hai sentito Giuseppe? Hai visto Antonietta? Ieri è stata una bella serata! Che piacere averti conosciuto/a! Una messaggistica che in effetti ha anche la sua importanza! Il marito al supermercato ha dimenticato che cosa deve acquistare e contatta la moglie per…. La ragazza al termine di una festa contatta il papà perché la vada a prendere! Per non dire poi di tutte le diavolerie possibili per poter smanettare con il cellulare sotto il banco di scuola per accedere a tutte le informazioni necessarie a determinati bisogni: un’interrogazione; una versione da Cicerone! Insomma, il web è la nostra enciclopedia portatile! Nonché la possibilità di risolvere mille problemi! Anche il turista oggi accede ai monumenti e ai musei sempre lasciandosi guidare dal cellulare!
Io stesso, di poca memoria, ho esultato quando il web mi ha permesso di non ricercare più, e con quale fatica, il testo x nella mia libreria al fine di una citazione, di una nota. Se poi ripenso ai miei anni di scuola… solo libri di testo… tutto il sapere era lì, e forse anche per l’insegnante… e poi quante formule di rito: per giovedì da pagina 5 a pagina 10! Venerdì compito in classe! E in tante famiglie – la grande maggioranza – spesso il libro di testo del figlio era l’unico libro che entrava in casa. E l’ignoranza – quella cosa che riguarda le conoscenze, non il costume, la cultura in senso lato – toccava livelli molto alti.
Insomma oggi l’offerta informativa erogata dal web non manca e si arricchisce sempre più. Ovviamente non mancano le informazioni non esatte, e neppure le bufale, ma un ricercatore scaltro – non disco esperto, che è altra cosa – conosce tutti i modi per incrociare le informazioni e non cadere in errore. Ed ancora! Se l’offerta non manca e diviene sempre più ricca, è la domanda che, invece, è carente. Si suole dire che l’incolto spesso non sa di esserlo; quindi non è in grado di formulare domande e, quindi, di darsi o ricercare risposte. L’incolto in una biblioteca si perde e basta! Pertanto la massiccia cascata di informazioni che oggi cade – o può cadere – su ciascuno di noi, per molti è solo acqua fresca, come una pioggia primaverile: è un po’ noiosa, ma poi passa!
Insomma, potremmo dire che l’informazione una volta era oro. Sono gli scribi che ci hanno trasmesso i saperi e i valori dell’antica Grecia e dell’antica Roma! Sono i frati amanuensi medioevali che nei loro conventi copiavano e copiavano quei testi classici che, invece, si sarebbero inesorabilmente perduti. Poi è venuto un certo Gutenberg che in una certa Magonza ha inventato i caratteri mobili! E la stampa! Così tutti avrebbero potuto leggere da soli, senza l’intermediazione del prete di Roma, la Bibbia!
Insomma, quanta fatica nel corso dei secoli per la costruzione, la diffusione, la moltiplicazione della cultura. Spesso privilegio di pochi! A questo proposito giova, però, ricordare Comenio, che in pieno Seicento, con la sua “Didactica Magna”, sostenne e dimostrò che il leggere e scrivere non può e non deve essere un privilegio di pochi e che bisogna invece, “insegnare tutto a tutti”. Ipotizzava l’istruzione obbligatoria! Una conquista recente! E ricordiamoci sempre che oggi c’è il web, questa enciclopedia universale a cui tutti possono accedere! Un’enciclopedia in cui, com’è noto, non mancano le bufale, ma dalle quali ci possiamo guardare e difendere! Purché gli strumenti fondanti del leggere e scrivere, produrre e comprendere, impariamo a conoscerli e ad usarli… per crescere e diventare migliori! E non per… imbufalirci!

Un Paese alla ricerca di sè

Un Paese alla ricerca di sè

di Maurizio Tiriticco

A volte mi chiedo se noi Italiani siamo veramente una Nazione. Infatti, se accedo a wikipedia per trovare una definizione di Nazione, leggo quanto segue: “Una nazione (dal latino natio, in italiano nascita) si riferisce ad una comunità di individui che condividono alcune caratteristiche comuni come la lingua, il luogo geografico, la storia, le tradizioni, la cultura, la religione, l’etnia ed eventualmente un governo”. E non so se una simile definizione possa correttamente adottarsi per quanto riguarda noi Italiani. In realtà siamo un Popolo giovane ed una Nazione altrettanto giovane! L’Unità d’Italia è stata celebrata solo nel 1861, e non certo con il consenso e l’entusiasmo popolare! Nonostante la generosità e il sacrificio di tanti patrioti! Basti pensare ai plebisciti, artatamente pilotati e truccati dal regime savoiardo, e all’esplosione del brigantaggio, cosiddetto, del Mezzogiorno, che altro non era che una forma di resistenza contro un’occupazione considerata straniera.

Comunque, siamo senza dubbio un Paese che nella sua lunga storia, a partire dagli Etruschi, dai Greci (alludo alle colonie dell’Italia meridionale e insulare), fino a quella Romana e poi Latina, e poi ancora Greco-latina (Graecia capta ferum victorem cepit), e poi ancora Longobarda, Bizantina, Germanica e non saprei cos’altro, ha espresso personaggi meravigliosi ed ha costruito cose stupende, nel pensiero, nella scienza e nell’arte in primo luogo. Che tutti gli stranieri ci invidiano!

Su tutti i libri di storia e di letteratura che riguardano il nostro Paese è riportato come e quando ha avuto origine la nostra lingua e, con essa, le prime esperienze letterarie. Si tratta della famosa carta Capuana, del 960 d.C. Avvenne quando, in un giorno di quell’anno così lontano dal nostro, alcuni contadini testimoniarono dinanzi a un giudice quanto segue: “Sao ko kelle terre, per kelle fini que ki contene, trenta anni le possette parte Sancti Benedicti”. Chi di noi non ha studiato a scuola questa prima espressione italiana? Il latino era la lingua dei dotti, allora, com’è noto, ma il volgo parlava un linguaggio, anzi una pluralità di linguaggi totalmente diversi, una pluralità di volgari, molto diversi dal nord al sud della penisola. Poi, dopo secoli, venne un certo Manzoni a sciacquare in Arno i suoi panni! E di lì nacque il primo modello definitivo – se così si può dire – della nostra bella lingua. E non fu un caso che in tutte le scuole del Regno e della Repubblica – almeno della prima – i Promessi Sposi fossero una lettura obbligatoria.

Sembra che i primi e più significativi contributi relativi alla prima costruzione della nostra lingua e della nostra stessa cultura sono stati dati nel nostro Sud, anche se dobbiamo ringraziare Dario Fo per la preziosa ricerca da lui condotta sui dialetti dell’Italia settentrionale. Ed in particolare va segnalato ciò che accadeva alla corte di Federico di Svevia. La Svevia non è in Italia, ma è bene ricordare che il grande Federico II di Hohenstaufen – il casato è originario, appunto, della Svevia – è nato a Jesi nel 1194 ed è morto a Fiorentino di Puglia nel 1250: quindi un regnante italiano a tutto tondo! Un sovrano illuminato, che ha sempre primeggiato nel favorire e sostenere una produzione letteraria, artistica e scientifica, per quei tempi avanzatissima. Con tutto quel mix di magia! Basti pensare al mistero che circonda da sempre Castel del Monte, la cui effigie figura sul nostro centesimo di euro.

In seguito, nonostante tutte le successive invasioni e occupazioni, da Nord a Sud, regni, ducati, granducati, marchesati e quant’altro, ebbene, nonostante tutto (o forse grazie a questo tutto? Non saprei!) il nostro Bel Paese, il giardino d’Europa (Dante, Goethe, Stendhal) ha sempre prodotto “cose” egregie in tutti i campi, dalla prodizione artistica e letteraria a quella scientifica!!!

Ebbene, purtroppo oggi – agosto 2019 – non ritrovo più il mio Bel Paese, là dove ‘l sì suona! Ascoltare certi politicanti da strapazzo sciorinare in TV ovvietà, luoghi comuni, ripetizioni all’infinito degli stessi scontatissimi concetti, mi fa star male! Tutti soggetti che al colloquio della maturità boccerei sonoramente! Immagino la sofferenza del nostro Presidente Sergio Mattarella, quando deve sostenere colloqui con questi soggetti, colloqui da cui, purtroppo, deve nascere proprio in questi giorni quella scelta che determina il destino della Nazione! Non vorrei essere nei suoi panni! Mi chiedo: di che cosa vuoi discutere con i tanti Di Maio e i tanti Salvini? Tutti fotocopie l’uno dell’altro! Penso che il nostro Mattarella sia in grande sofferenza e che veramente in cuor suo li manderebbe a quel paese! Ovviamente dove il sì non suona! Però, chi se li piglierebbe?

Lo so e non ditemelo! La vecchiaia produce brutti effetti! Ti getta in quel brutto pentolone dove tutti i pensieri si rimescolano nel gran brodo del pessimismo! Ma un filo di speranza ce l’ho! Che può diventare un cordone! Quando penso che il nostro Stellone Italia è rinato da tempi ben peggiori: il fasciamo, la guerra, i bombardamenti, gli eccidi nazisti, la disperazione, la morte la fame… per cui non sarà certo questo ignobile triumvirato alla disperata ricerca di una nuova chance a gettarci nell’angolo! Anche perché il mattarello del nostro Presidente si farà sentire! Senz’altro!

Educazione Civica in aula…

Educazione Civica in aula…

di Maurizio Tiriticco

…costantemente e sempre, perché?

Cerco di rispondere. Ho sempre guardato con sospetto, anche quando insegnavo, all’insegnamento, tout court, dell’Educazione Civica. Infatti, non c’è nulla di peggio di un insegnante cattedratico e direttivo che dice agli alunni: “Ora vi insegno l’Educazione Civica”! In realtà, invece, non c’è nulla di meglio quando un insegnante con i suoi alunni legge e commenta la nostra bella Carta Costituzionale. Tullio De Mauro a suo tempo constatò che la Costituzione è comprensibile da tutti. Ha affermato infatti che, anche se il testo è costituito di 9369 parole (circa 30 cartelle), le singole frasi non superano in media le 20 parole e i lemmi utilizzati sono 1357, di cui 1002, cioè il 92,13 per cento del testo, appartengono al vocabolario di base della lingua italiana. In altre parole, i Padri e le Madri Costituenti si preoccuparono del fatto che gli Italiani tutti – nell’immediato dopoguerra l’analfabetismo era ancora presente – potessero leggere e far proprio quel Patto costituzionale del tutto nuovo rispetto a quello Statuto Albertino, risalente al lontano 1848, di cui il fascismo per altro aveva fatto strame!
Scrivo questo perché non vorrei che, stante il futuro obbligo dell’insegnamento dell’Educazione Civica, o meglio all’esercizio concreto, in aula per la vita, di una Cittadinanza Attiva, questa diventasse un’ulteriore noiosa materia di studio, eventualmente resa ancora più noiosa da un insegnante demotivato e che ritiene che il “nuovo insegnamento” toglie tempi e spazi preziosi – come spesso si suol dire – alla “propria disciplina”. Ho sempre pensato e scritto – ed anche attuato, quando insegnavo, almeno penso – che il miglior modo di insegnare qualcosa a qualcuno è quello di coinvolgere questo qualcuno e, se si vuole, renderlo addirittura complice dell’operazione! In realtà, a monte di tutto c’è sempre la concreta metodologia che un insegnante adotta quando entra in aula e sa di avere a che fare con soggetti che a tutto pensano, fuorché al prestare attenzione a ciò che dirà! Ed è proprio in questo verbo “dire” la chiave di tutto! Perché in realtà per un insegnante il dire è il “fare lezione”, dire cose a lui note, ma assolutamente nuove per la platea che è tenuta ad ascoltarlo.
E non c’è nulla di peggio di un rapporto tra umani fondato solo sul dire. Perché gli umani intessono i loro rapporti essenzialmente sul fare. Pertanto, ho sempre tentato di sostituire al “dire” il “fare”, o meglio al fare insieme. E ciò valeva non solo per le mie discipline di insegnamento – le cinque materie cosiddette di base, italiano, latino, greco, storia e geografia! Ahimè! Il ginnasio di un tempo! – ma anche per l’educazione civica! O cosiddetta tale! In effetti non è un’espressione che susciti un immediato entusiasmo! Ma, se la leghiamo alla concreta realtà dell’imparare a “stare insieme” in quelle lunghe ore di aula, allora le cose cambiano. Occorre cercare di “stare insieme”, insegnanti ed alunni, nel modo più produttivo possibile, quindi in primo luogo cercare di attenuare, se non di rompere, quel disframma che da sempre vede da un lato una persona che sa e parla e dall’altro altre persone, nel nostro caso adolescenti, che non sanno e devono ascoltare e apprendere. Ovviamente il diaframma concettualmente resta, ma fattivamente può e deve essere superato. Il segreto per far ciò è quello di rendere protagonisti attivi i soggetti che sono tenuti ad apprendere.
La questione è quindi di metodo! Ed il metodo migliore è quello di avviare, condurre e realizzare una didattica attiva, coinvolgente: una didattica laboratoriale. Chi legge può trovare sul web tutte le definizioni che si possono dare di questa tipologia didattica, la quale per altro è anche suggerita e consigliata sia dalle Indicazioni Nazionali (istruzione obbligatoria e licei) che dalle Linee Guida (istruzione tecnica ed istruzione professionale) recentemente pubblicate dal Ministero dell’Istruzione.
Sostanzialmente si tratta di cancellare, e non solo visivamente, quel diaframma che da sempre divide chi insegna da chi apprende, cioè la cattedra, che in genere è anche sostenuta da una pedana, la quale da sempre intende sottolineare l’autorità di chi sa nei confronti di coloro che non sanno e che sono disposti su dei banchi, spesso scomodi, o disadorni tavolini. Dove sono disposti gli alunni, che devono essere “alimentati”, in genere disposti in modo tale che uno debba per un intero anno scolastico vedere la nuca del compagno davanti. Già a questo proposito ci sovviene la prossemica, quella disciplina che studia come e perché le posizioni spaziali condizionino i rapporti interpersonali. Maestro ed alunni, cattedre e banchi! Disposizione spaziale studiata da sempre per giustificare la lezione cattedratica.
Rompere uno schema spaziale per costruirne un altro è essenziale per rompere una tipologia di rapporti interpersonali in favore di un’altra. E va aggiunto che si tratta di uno schema che deve essere rotto! E proprio oggi perché l’insegnante e il libro di testo non sono più i depositari unici del sapere. Oggi è sufficiente un click sul cellulare per accedere ad ogni tipologia di informazioni e di conoscenze. L’importante è sapere come, quando e perché usare quel click. A fronte di tale fenomenologia, il sapere stesso dell’insegnante viene messo a dura prova. Il sapere certamente, ma anche la metodologia. In altri termini siamo passati dall’insegnante inteso come fonte del sapere all’insegnante inteso, invece, come mediatore dei saperi. Pertanto, sotto il profilo spaziale, nulla di meglio che gli alunni possano essere posti in cerchio, o comunque in modo tale che possano vedersi vicendevolmente negli occhi.
Si tratta di un contesto/scenario non solo fisico! Perché oggi l’insegnante è più un metodologo, amministratore dei saperi – se mi è concessa questa espressione – che un incontestabile depositario di conoscenze. Ovviamente, la cultura disciplinare deve sempre essere forte, nonché quella pluri- ed interdisciplinare. Ma è soprattutto il metodo a farla da padrone! Ed oggi una corretta gestione della dinamica di gruppo, o meglio la già ricordata didattica laboratoriale è quella necessaria e vincente. E’ una didattica con cui si apprende a stare insieme, a lavorare insieme, a studiare insieme, a produrre insieme. Ed è sotto questo profilo che va letta e, quindi correttamente realizzata quell’Educazione alla Cittadinanza attiva a cui ci richiama una recente normativa. Alludo al fatto che la norma relativa all’insegnamento dell’Educazione Civica deve essere pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale e, quando lo sarà, occorreranno 15 giorni perché entri in vigore. Pertanto non è dato sapere se tale disciplina entrerà in vigore con il prossimo anno scolastico. Comunque resta sempre il fatto che ciascun insegnante, qualunque materia insegni, è pur sempre anche un educatore civico! Per cui non è tenuto ad aspettare una legge perché… civicamente non educhi!

Per una didattica labotatoriale

Per una didattica labotatoriale

di Patricia Tozzi

L’organizzazione didattica della scuola moderna prevede il riconoscimento di un solo tipo di differenza: la classe per età. Oggi sappiamo che, in effetti, nemmeno due gemelli omozigoti sono identici e che apprendono in modo diverso: quindi la tanto decantata lezione frontale, che alcuni dei nostri grandi intellettuali rimpiangono, potrebbe, e secondo me è così, essere non più efficace. Questi illustri personaggi, che negli ultimi giorni hanno scritto sui maggiori quotidiani nazionali, mancano dalla scuola da almeno qualche decennio e forse non hanno ben chiaro come sono le scuole e le classi oggi. Non hanno ben chiara la differenza fra nativi digitali e nativi cartacei, e non si rendono conto di come i nostri alunni siano in grado di reperire un contenuto in pochi secondi, con un click, in tutto il mondo del web. E a scuola spesso si annoiano davanti ad un insegnante che parla, a meno che non abbia un carisma ed una cultura straordinaria! Ma anche in quel caso qualcuno si perderà.
Inoltre, a scuola, troppo spesso viene disattesa una corretta formazione delle classi prime, perché di fatto si favoriscono richieste dei genitori e talvolta anche dei docenti, a discapito dei diritti degli alunni. In realtà, questi apprendono meglio nelle classe etorogenee, qualora, nel contempo, vengano introdotti in modo corretto ed equilibrato strumenti non solo compensativi o dispensativi, ma anche percorsi di didattica laboratoriale personalizzanti. Inoltre, la scuola italiana dal 1977 si fa carico di allievi con disabilità e dal 2010 riconosce i cosiddetti Bisogni Educativi Speciali di cui alcuni alunni sono portatori.
E va anche ricordato che non sempre alcuni istituti scolastici hanno modificato la loro organizzazione generale e hanno sfruttato le opportunità che il DPR sull’autonomia, entrata in vigore nel 2000, ha messo a disposizione. Quindi qualche responsabilità la hanno anche i dirigenti scolastici, perché in effetti sono loro a dover guidare l’innovazione, a regolamentare l’introduzione di strumenti digitali, a favorire la personalizzazione degli insegnamenti, a far capire ai docenti che misurare non è valutare e che per certificare competenze ci vogliono attività particolari dalle quali trarre evidenze operative, appunto, certificabili.
Per non dire, poi, di tutte le polemiche in atto sulle competenze! Anche il nostro ministro ora parla di perseguire più attitudini e meno competenze, forse senza riflettere sul fatto che il termine attitudine, usato dall’Ocse nelle sue indagini, trova la sua esatta traduzione nel termine “atteggiamento”. Pertanto, solo attività mirate alla certificazione di competenze di cittadinanza, che di fatto aiutano i ragazzi a vivere la società attuale da cittadini responsabili, ci permettono di osservare atteggiamenti e comportamenti su cui “lavorare” per migliorare anche l’educazione civica dei nostri alunni: ovviamente, utilizzando gli indispensabili contenuti ad hoc. Per non dire poi dell’errori in cui cadono molti docenti, in quali pensano che, se ci si preoccupa di certificare competenze, si trascurano i contenuti! Ma non è così perché “le competenze senza le conoscenze sono cieche”. E va detto che si possono veicolare tutti i contenuti possibili attraverso metodologie più accattivanti che riescano ad interessare l’alunno e ad aiutarlo a “tirare fuori” tutta la sua creatività!
E vorrei anche aggiungere che, come insegnante, pensare che a scuola si debbano dedicare 33 ore all’Educazione Civica, mi ha fatto dapprima sorridere e poi indignare!!! Si, perché io “ho fatto” Educazione Civica in ogni momento della giornata scolastica. Le regole in aula c’erano e andavano rispettate! Si lavorava in gruppo e ci si aiutava attraverso il peer-tutoring, si apprendeva tutto in gruppo e si ricercavano sempre altre informazioni, ovviamente rispettando le fonti, gli autori; e si imparava a scrivere in modo chiaro e sintetico, “imparando facendo” anche la “grammatica della matematica”! Ma tutti insieme, nessuno escluso!
Ovviamente, “un po’” di lezione frontale non mancava: si deve anche apprendere ad ascoltare, a comprendere, a memorizzare. Ma il vero cuore di questa attività era la didattica laboratoriale, in forza della quale ogni alunno dava il suo personale contributo, in base alle sue attitudini (che vanno pur sempre considerate) all’interno di una didattica che altro non era che una didattica laboratoriale per competenze, dove tutti facevano tutto, secondo le loro capacità, e tutti alla fine sapevano tutto.
Non ho mai capito come fanno gli insegnanti che hanno due ore intere a spiegare spiegare e a interrogare interrogare!!! Ma, quando l’insegnante interroga un alunno, che cosa fa la maggior parte degli alunni non interrogati??? Raramente ascoltano partecipi, perché “non è toccato a loro”!!! Quanto tempo viene perso! In realtà penso che ci sia ancora molto da fare nella scuola e per la scuola. Ma resta fondamentale il fatto che, comunque, il mestiere dell’insegnante oggi è faticosissimo! E chi in aula non c’è, non può capirlo nemmeno lontanamente.
Per non dire che poi c’è l’Invalsi! Il che un po’ mi sconvolge! Anche quest’anno l’istituto, con i dati pubblicati, certifica che, nel nostro sistema scolastico, in italiano e in matematica ci sono le solite criticità. Nonché un consistente tra le regioni del Nord, quelle del Centro e quelle del Sud. Vogliamo parlare anche dei risultati dell’apprendimento della lingua inglese? Sono veramente imbarazzanti! Solo uno studente su tre, dopo aver studiato per ben 13 anni questa lingua, riesce, secondo questi dati, a raggiungere livelli appena accettabili!
L’INVALSI continua ogni anno a rappresentare sostanzialmente una stessa fotografia della nostra scuola: grandi differenze tra nord e sud e dove ci sono situazioni socio-economiche difficili i dati rivelano maggiori criticità. A questo punto mi chiedo quale sia l’utilità dell’Invalsi, visto che queste rilevazioni hanno costi esorbitanti e non c’è da ben undici anni di rilevazioni una ricaduta positiva, almeno infinitesimale, sulle scuole. Ma cosa è stato fatto per recuperare la situazione in termini di supporto, investimenti e processi migliorativi?
Le scuole, oberate di lavoro, occupate a riempire carte su carte (PTOF, Curricoli, RAV, PdM, Bilanci sociali e quant’altro), che poi nessuno legge, riescono a riflettere sulla necessità di rivedere strategie didattiche e introdurre qualche cambiamento innovativo finalizzato a migliorare i risultati raggiunti? Oppure i PTOF, i curricoli verticali e quant’altro, sono prodotti soltanto per essere pubblicati sulla “Scuola in Chiaro”, senza che ciò produca alcuna ricaduta effettiva sugli insegnamenti?
Per non dire poi che anche l’Invalsi ha fatto confusione! La sua attività sui prodotti scolastici afferisce alla misurazione o alla valutazione? Si tratta di due attività ben distinte, selle quali però i ricorrenti dpr ministeriali sulla valutazione non dicono nulla. Chiediamoci se queste prove, così come sono organizzate e somministrate, riescano veramente a verificare in tempi stretti le reali capacità, abilità conoscenze, e competenze che inostri studenti sono tenuti a conseguire al termine di un dato periodo scolastico?
Comprendere un testo, argomentare, risolvere problemi, sono percorsi complessi che richiedono tempo e forse ai nostri alunni non viene dato abbastanza tempo per riflettere! Alcune esperienze dimostrano che le stesse prove, utilizzate dagli insegnanti con i loro alunni, dando loro il tempo necessario, possono migliorare la competenza di argomentare e quella di risolvere problemi.
I docenti conducono un lavoro faticoso e di grande responsabilità. E si sentono molto in ansia quando la restituzione capillare dei dati, alla scuola fa ricadere su di loro responsabilità che spesso sono dovute ad altri fattori, quali, ad esempio, una composizione sbagliata delle classi, che non sempre sono omogenee tra loro ed eterogenee al loro interno, oppure un contesto sociale e/o famigliare non sereno.
Insomma, se da ben undici anni si denunciano le stesse criticità e non ci sono miglioramenti – consapevoli che i miglioramenti richiedono tempi lunghi – forse anche l’Invalsi deve farsi qualche domanda! Ed anche i nostri governanti! Una mirata competenza didattica da parte dei nostri insegnanti deve diventare prioritaria! E la formazione in servizio può essere una soluzione per promuovere concretamente processi di miglioramento nella scuola.
Ma, soprattutto, occorre pensare ad una sera riduzione delle “carte” e della “burocrazia”. Il che andrebbe a vantaggio del tempo scuola e dell’energia da impiegare per migliorare i processi di apprendimento degli alunni. Ma occorre motivare gli insegnati all’aggiornamento, o meglio a concrete attività di “formazione continua in servizio”. Anche perché molti sono i cambiamenti in atto nel sociale! E molto sono cambiati alunni!
Concludendo, riflettere su tutto ciò non farebbe male. Perché da una riflessione attenta può nascere una serie di interventi produttivi e mirati!

Scuola vecchia e scuola nuova

Scuola vecchia e scuola nuova

di Maurizio Tiriticco

Giovanni Pacchiano su “la Repubblica” del 3 agosto pubblica un articolo dal titolo per certi versi accattivante: “Vecchia scuola come eri bella”. E dal sottotitolo ancora più accattivante! “C’era una volta un luogo emotivo fatto di presidi-custodi e lezioni di vita. Con lavagne non multimediali”. Comincio ad avanzare qualche sospetto! Poi vado all’occhiello e leggo: “L’analfabetismo di ritorno”. I sospetti si aggravano! Leggo! E constato che si tratta di tutto un rimpianto per la scuola di un tempo! Ed anch’io, con i miei novant’anni e passa, qualche bel ricordino ce l’ho, e mi scappa pure qualche lacrimuccia. Procedo nella lettura e poi incappo nel passo che segue e che copio:
“E che dire dell’insegnante che deve evitare il più possibile la lezione frontale, ma impegnarsi ad organizzare attività, individuali e collettive, di apprendimento, di ricerca, di scoperta, di organizzazione, di produzione. Un facilitatore e un intrattenitore”. Nessuna obiezione, finora, ma poi segue un’affermazione categorica: “La lezione frontale rimane un momento indispensabile dell’insegnamento”. Dell’insegnamento, appunto! E qui casca l’asino, come si suol dire. Pacchiano sembra dire: Tutte le altre “cosucce” che si possono fare in un’aula, le si facciano pure! I tempi sono cambiati! E pure gli studenti! Quindi… “divertitevi pure”, ma cardine del buon insegnamento resta pur sempre la lezione frontale! Insomma, a detta di Pacchiano, tutte le ricerche, e le pratiche, che sono state condotte in fatto di didattica – la pedagogia è un’altra cosa: è una disciplina di ricerca – in questi ultimi anni, se non decenni, sono acqua fresca! La lezione frontale – secondo Pacchiano – è pur sempre il cardine di una buona e produttiva attività di insegnamento. E forse anche salvifica per una scuola in crisi? Questo non lo so!
Consiglio a Pacchiano di leggere attentamente le Indicazioni Nazionali che disciplinano le attività di apprendimento/insegnamento nell’istruzione obbligatoria e nei Licei; e le Linee guida, che disciplinano le attività di apprendimento/insegnamento negli Istituti Tecnici e negli Istituti professionali. Attenzione: sottolineo l’espressione apprendimento/insegnamento e l’adozione della slash invece del trattino. Il trattino divide; la slash invece sottolinea la contiguità, la continuità. E l’apprendere “viene prima” dell’insegnare! Nei citati documenti ministeriali si indicano didattiche inclusive e motivanti, nonché la didattica laboratoriale, che non riguarda la presenza di un laboratorio in senso stretto, di fisica, chimica od altro. Viene suggerita in quanto didattica che potremmo definire partecipativa, coinvolgente. Che implica anche e soprattutto un insegnante diverso, che non “fa lezione”, ma adotta strategie perché gli alunni siano attivi, pongano domande. Il che, ovviamente, non è cosa facile! Animare e coinvolgere un gruppo implica una particolare competenza e professionalità. Perché dunque la didattica laboratoriale?
Mi piace citare dal web Giovanni Marconato, psicologo e formatore, che così si esprime in proposito: “La didattica laboratoriale è una strategia di insegnamento e di apprendimento nella quale lo studente si appropria della conoscenza nel contesto del suo utilizzo. Questo in contrasto con la didattica convenzionale in cui la conoscenza viene proposta agli studenti in isolamento da ogni suo utilizzo e per le sue caratteristiche generali. La didattica laboratoriale tende a superare due tra le cause principali di un apprendimento superficiale, riproduttivo e che genera un transfer limitato delle conoscenze all’interno e all’esterno della scuola: la separazione dei momenti di costruzione e di utilizzo della conoscenza e la natura decontestualizzata del sapere”.
E qui entra in gioco il ruolo dell’insegnante, il quale, passo dopo passo, costruisce con gli studenti la sua attività. Nei miei numerosi scritti in materia, sempre reperibili sul web, sono sempre ricorso alla grande lezione di Dario Fo! Grande attore nel recitare e nel rappresentarci ampi squarci della cultura di certi periodi nella nostra storia popolare. Come non ricordare il suo “Mistero buffo”? Copio dal web: “Presentato per la prima volta come giullarata popolare nel 1969, è di fatto un insieme di monologhi che descrivono alcuni episodi ad argomento biblico, ispirati ad alcuni brani dei vangeli apocrifi o a racconti popolari sulla vita di Gesù. Ebbe molto successo e fu replicato migliaia di volte. È recitato in una lingua reinventata, una miscela di molti linguaggi fortemente onomatopeica detta grammelot, che assume di volta in volta la cadenza e le parole, in questo caso, delle lingue locali padane”.
Ebbene, la drammatizzazione di quei testi operata dal consumato attore che era Dario Fo, coinvolgeva e fortemente, il suo pubblico. Rendere attuali e vivi testi di tanti anni fa ed assolutamente ostici alla lettura, fu una grande lezione che Fo ci dette! E mi dette personalmente. Come rendere appetibile un canto di Dante od un capitolo dei Malavoglia ad una platea di studenti di oggi, attratti e distratti dai mille messaggi che la società contemporanea veicola in tempi ridottissimi? E’ cosa certa che l’insegnante vagheggiato da Pacchiano, serioso e compos sui, è condannato ad un sicuro fallimento. La vecchia scuola era bella e non può riproporsi oggi. A tempi diversi una scuola diversa! Oggi diversi sono gli studenti e diversi devono essere gli insegnanti. Rimpiangere la vecchia scuola è solo una gran perdita di tempo! Concludendo, è il concreto “comportamento insegnante” in aula, oggi, che determina in negativo o in positivo l’esito della sua attività. Mirata sempre a far raggiungere a ciascun alunno il suo personale “successo formativo” come recita la norma!

Una proposta strana

Una proposta strana

di Maurizio Tiriticco

L’associazione “TreeLLLe, per una società dell’apprendimento permanente (Life Long Learning)”, ha formulato una proposta che definisce forte. Si veda nel sito “www.treellle.orgvedi” la pubblicazione «Il coraggio di ripensare la scuola». Si tratta di una scuola con un ingresso precoce, cioè una scuola obbligatoria dai 3 ai 14 anni a curricolo unico, con un «tempo lungo» per tutti (5 + mensa +3 ore). Per la scuola secondaria superiore (dai 14 ai 19 anni) TreeLLLe propone che le scuole offrano un tempo lungo «opzionale», ma attrattivo grazie all’offerta di un palinsesto di «attività» a largo spettro tra cui i giovani possano scegliere sulla base dei loro bisogni e interessi (arti, musica, sport, alternanza scuola-lavoro, volontariato sociale e ovviamente, dove necessarie, attività di sostegno allo studio).
Mi chiedo: una scuola obbligatoria dai 3 ai 14 anni? Perché? Non capisco! L’obbligo di istruzione oggi in Italia è decennale! Va dai 6 ai 16 anni, ben due anni oltre i 14 proposti da Treelle! Si intende tornare indietro? E poi non mi sembra opportuno “obbligare” i genitori a far frequentare ai figli la scuola dell’infanzia (oggi triennale, 3/6 anni di età). Il che suonerebbe come una sorta d’attacco a quell’istruzione parentale, pur sempre vigente nella nostra legislazione. Il problema, semmai, è un altro: generalizzare il più possibile nel Paese l’offerta di una scuola per l’infanzia.
Un’altra questione riguarda l’uscita degli studenti dal sistema scolastico. Ho sempre detto e scritto che costringere cittadini maggiorenni (18/19 anni di età) su banchi scolastici è assolutamente inopportuno. Per cui l’offerta erogata dal nostro sistema scolastico dovrebbe concludersi con il compimento del 18° anno d’età. Il problema, in effetti, è un altro, rispetto alla proposta avanzata da TreeLLLe! Il fatto, cioè, che la nostra istruzione secondaria è ancora strutturata nei tre percorsi di sempre, licei, istituti tecnici e istituti professionali, “attivati” nel corso della nostra storia patria per rispondere a diverse esigenze, che una volta potevamo considerare rispondenti sia alla “classe sociale” di appartenenza dell’alunno che alle diverse offerte del mondo del lavoro. I licei erano funzionali alle famiglie di un certo livello socioculturale e finalizzati a lavori che potremmo definire intellettuali. Gli istituti tecnici erano funzionali a lavori concettuali “non elevati”, potremmo dire: in effetti, la classica distinzione in “ragionieri” e “geometri”. Gli istituti professionali erano aperti a chi – come si suol dire – “non ha voglia di studiare” e/o “non ce la fa”! Per non dire poi dei “giudizi di orientamento” formulati dagli insegnanti della scuola media! Quante volte ho letto giudizi di questo tenore: “Non si consiglia il proseguimento degli studi, ma l’accesso al mondo del lavoro”. Si aprirebbe un terreno di indagine di estremo interesse, per tutte le implicazioni che ne derivano!
Ma OGGI, alla luce di quanto accade nel mondo del lavoro e della ricerca, ha ancora senso questa rigida tripartizione della nostra istruzione secondaria? A mio avviso, si dovrebbero attivare percorsi largamente unitari – che superino la tradizionale tripartizione culturale, di fatto, classista – in cui siano possibili offerte (da parte dell’istituzione) e opzioni (da parte degli studenti) pluri- ed interdisciplinari non rigide, ma opportunamente articolate. Che peraltro, anno dopo anno potrebbero anche essere modificate senza attendere che l’amministrazione centrale debba procedere con riforme “calate dall’alto”, come si suol dire.
Sembra quindi assolutamente opportuno OGGI attivare percorsi quadriennali (fascia d’età 14/18 anni) non rigidamente tripartiti – ed oggi ancora allocati in edifici scolastici con tanto di insegna… “Liceo classico Giulio Cesare”, “Istituto Tecnico Leonardo da Vinci”, “Istituto Professionale Alberghiero Amerigo Vespucci” – ma progettati, programmati e realizzati in ordine alle richieste sempre nuove del mondo del lavoro ed alle esigenze ed alle opzioni degli studenti. Si tratta di richieste ed esigenze a cui un sistema nazionale di istruzione (e non dimentichiamo, di educazione e formazione anche, come recita la norma, di cui al dpr 275/99) non può assolutamente sottrarsi.
Oggi non esiste più – o non dovrebbe esistere più – un’istruzione secondaria tripartita. Ciascun istituto dovrebbe essere sempre finalizzato ad erogare un servizio di istruzione, formazione ed educazione di alto livello, qualunque sia la sua “ragione sociale”. Un solo esempio. L’Istituto Professionale di Venegono Superiore (Varese) ha adottato questa – potremmo dire – “ragione educativa”: “Ogni essere umano ha il diritto di sbocciare, di rivelare il suo pieno potenziale e di realizzare il suo scopo in questo mondo. Questo è il significato dei Diritti Umani”. La firma è quella di Daisaku Ikeda, uno studioso giapponese, filosofo, educatore, maestro buddhista e molto attivo nel sociale.
Quindi, occorrerebbe muoversi verso un’istruzione secondaria superiore unitaria nelle finalità educative, ma articolata e differenziata negli obiettivi formativi. La questione non è di poco conto! E – come si suol dire – il dibattito è aperto.

Educare alla cittadinanza? Un dovere civile!

Educare alla cittadinanza? Un dovere civile!

di Maurizio Tiriticco

Penso che il fascismo, o comunque il suo substrato ideologico o, se si vuole, in quanto un’ideologia sempre pronta a lanciare false promesse messianiche, risiede purtroppo nel dna del popolo italiano. Che, di fatto, è un popolo giovane. L’Unità Nazionale è stata raggiunta e celebrata solo nel 1861, purtroppo in seguito ad annessioni forzate e plebisciti falsificati. Un fenomeno tipico tutto nostro, rispetto ad altri Paesi d’Europa, che hanno avuto più lontane – anche se non so quanto nobili – origini, confermate poi da istituzioni monarchiche, molte delle quali, comunque, di tutto rispetto. A fronte di queste, la nostra Casa Savoia, a mezza strada tra la Francia e la penisola italica, era, di fatto, una… Casetta!
Insomma un risorgimento con la erre minuscola! Con tanti contadini del Sud massacrati dai soldati di Bixio e compagni! Comunque da noi, quando qualche dittatore in pectore sventola una bandiera che sembra unificante a dati valori – in genere mai troppo nobili – gli animi dei più si eccitano subito! Ed oggi il grande eccitatore è il nostro Salvini. Chi legge forse non sa come, negli anni venti, alcuni intellettuali fascisti provarono anche a costruire la “mistica fascista”, che divenne anche materia di ricerca e di studio in certe facoltà universitarie. Per non dire poi di tutte quelle nefande iniziative per la “difesa della razza”! Tarcisio Interlandi e Giorgio Almirante furono i direttori dell’omonima mostruosa rivista. Insomma, mutatis mutandis, se è lecito comparare cose grosse con cose piccole, Gianfranco Miglio è stato il padre teorico della Liga Veneta, come Giovanni Gentile il padre del Manifesto degli intellettuali fascisti, pubblicato in quel 21 aprile 1925, Natale di Roma! Anzi, di quella Nuova Roma Imperiale, che avrebbe dovuto esportare la sua civiltà, romana e fascista, al mondo intero, quindi ben oltre i confini euro-afro-asiatici che aveva raggiunto con Traiano. Insomma, com’è noto, è con tutta questa paccottiglia fascista che abbiamo sfidato il mondo e, purtroppo, mandato a picco il Paese!
Menomale che c’è stata quella Resistenza che non è nata negli anni dell’occupazione nazista, ma che veniva da molto lontano! Ricordiamolo! Gramsci, Gobetti, Don Minzoni, Carlo e Nello Rosselli, gli autori del Manifesto di Ventotene e tanti tanti altri! Sono quegli antifascisti che, di fatto, ci hanno permesso di riscattarci agli occhi del mondo e di riallacciare rapporti costruttivi anche con i Paesi che avevamo sfidato! La Francia, la Perfida Albione, come chiamavamo l’Inghilterra, l’Unione Sovietica, dove costringemmo a morire di fame, di freddo e di stenti i soldati del Csir (Corpo di spedizione italiano in Russia) e dell’Armir (Armata italiana in Russia)! E sfidammo perfino gli Stati Uniti d’America! Un insieme di follie assurde! E tutte recitate da quello storico balcone di Piazza Venezia, nella quale una folla plaudente ascoltava gli storici discorsi del Duce! Che poi a scuola dovevamo imparare a memoria! E che ancora ricordo!
Però, mi chiedo: queste tremende lezioni ci hanno insegnato qualcosa? Non so! Purtroppo temo anche che non siano affatto bastate! E penso anche che nelle nostre scuole questi tremendi avvenimenti non sono affrontati come si dovrebbe! Si parla tanto oggi di attivare nelle nostre scuole l’Educazione alla Cittadinanza! Ma non si parla della necessità di fare studiare – e a fondo – la nostra terribile storia degli anni venti, trenta e quaranta. E proprio oggi questo studio è estremamente necessario! Siamo un Paese di cittadini veramente liberi e pensanti? Non so! Comunque, non si può tollerare che tanti tanti nostri concittadini sembrano avere l’unico scopo di farsi un selfie con l’adorato Matteo!
Nulla contro l’illustre nostro Ministro degli Interni? Non so, ma… So di tanti nostri ministri – solo della prima repubblica? – che non facevano incetta di consensi facili, à la carte! Si dovevano misurare con i congressi di partito, dovevano essere eletti, “fare i conti” con gli elettori e con le segreterie di partito, quando si dovessero assumere decisioni! Ed anche con i Consigli dei Ministri! Insomma, non esistevano ducetti da strapazzo a distribuire sorrisi e pacche sulle spalle! Erano le strette di mano che segnavano quei contatti comunicativi tra persona e persona. Immagino quanto debba soffrire il nostro amato Presidente della Repubblica, costretto alle tante immancabili strette di mano e a quei sorrisi che, comunque, comunicano sempre fiducia e serenità. Mutuando da un vecchio adagio di Forza Italia, possiamo dire: menomale che Sergio c’è!

Per una didattica laboratoriale

Per una didattica laboratoriale

di Maurizio Tiriticco

E’ indubbiamente interessante l’articolo di Massimo Recalcati sul “nuovo analfabetismo (“la Repubblica” di oggi, 24 luglio, pag. 29), ma vorrei avanzare alcune considerazioni. Cito un passo della parte finale dell’articolo: “Io sono – anacronisticamente o, se si preferisce, novecentescamente – tra quelli che credono ancora nel modello tradizionale della lectio ex cathedra. E’ solo la testimonianza dell’insegnante e della sua parola che può accendere o spegnere il desiderio di sapere negli allievi. Non c’è educazione alla lettura, non c’è, dunque, educazione in senso ampio, se non c’è la parola di un maestro. Ecco un’altra semplice verità che l’iper-cognitivizzazione attuale del sapere rimuove. Bisognerebbe invece non dimenticarlo mai: Un maestro, un maestro, il mio regno per un maestro!”.
Che dire? Comunque, Recalcati conosce il rischio che ha corso concludendo il suo articolo con le considerazioni pessimistiche di cui sopra. In realtà nella prima parte del suo pezzo Recalcati osserva: “Lo statuto dell’allievo implica lo sforzo di apprendere quello che si ignora. Questo sforzo viene rigettato oggi in nome di un accesso spensierato al mondo. Tuttavia, mentre scrivo, avverto che il rischio di una morale paternalista è qui in agguato”. Ma la morale non è solo in agguato! Va espressa! In primo luogo va detto che la lezione cattedratica non è stata assolutamente cancellata. La questione è un’altra: il fatto che oggi – sottolineo oggi – considerare lo spazio/tempo scuola riempito soltanto con la lezione/ascolto di un tempo, compito per casa, successiva interrogazione e voto, ovviamente segreto, sarebbe assolutamente fuori luogo e fuori tempo. I modi con cui “stare in aula” sono oggi molteplici! E fortunatamente!
E non lo dico io! Lo dice anche la nostra amministrazione. Si vedano – anzi, si leggano con attenzione – le Indicazioni Nazionali (relative all’istruzione obbligatoria e ai licei) e le Linee guida (relative agli istituti tecnici e a quelli professionali). Emergono copiose indicazioni e suggerimenti didattici che non negano la lezione di sempre, ma che implementano la gestione del tempo/spazio dell’aula anche con altre modalità. In realtà, il fatto è che la lezione cattedratica, di cui apprezzo pur sempre la validità, non può più essere l’unico modo con cui l’insegnante costruisce il suo rapporto con gli alunni. In effetti la lezione cattedratica obbliga gli alunni ad un’attenzione mirata alla parola detta, attenzione che esige anche comprensione. Quindi non ho nulla contro tale tipologia di insegnamento, ma penso che occorre essere consapevoli che possono esservi altri modi con cui gli alunni possono accedere a conoscenze, concetti, saperi. E non tiro in ballo le competenze, altrimenti il discorso si allarga… in zone forse pericolose per chi pensa che la lezione di sempre sia il toccasana della complicatissima scuola dei nostri giorni, e non solo del nostro Paese!
Di qui la cosiddetta didattica laboratoriale! Ma di che cosa si tratta? Copio dal web la definizione che ne dà Giovanni Marconato. Si tratta di “una strategia di insegnamento e di apprendimento nella quale e in forza della quale lo studente si appropria della conoscenza nel contesto del suo utilizzo. Questo in contrasto con la didattica convenzionale in cui la conoscenza viene proposta agli studenti in isolamento da ogni suo utilizzo e per le sue caratteristiche generali. Essa tende a superare due tra le cause principali di un apprendimento superficiale, riproduttivo e che genera un transfer limitato delle conoscenze all’interno e all’esterno della scuola: la separazione dei momenti di costruzione e di utilizzo della conoscenza e la natura decontestualizzata del sapere. L’organizzazione della didattica convenzionale si fonda sul presupposto che l’acquisizione e l’utilizzo della conoscenza siano due processi che appartengono a due universi differenti: a scuola si impara la conoscenza, mentre il suo utilizzo avviene una volta terminata la scuola. In questa prospettiva, lo scopo della scuola è di fornire conoscenza corretta, bene organizzata secondo l’epistemologia della disciplina e, cosa importante, presentata in modo neutro rispetto ai possibili utilizzi, perché solo la genericità facilita il suo utilizzo in molti contesti differenti”.
Concludo invitando il lettore ad accedere al sito di Tuttoscuola, in cui troverà una serie di interessanti interventi sulla didattica laboratoriale condotti da una specialista in materia, la Prof.ssa Patricia Tozzi. Insomma, l’insegnante deve gestire la sua classe di discenti oggi, anche e soprattutto scendendo dalla cattedra, motivando e stimolando i suoi alunni, ma non solo collettivamente – come avviene dalla cattedra – ma singolarmente, perché ciascuno di loro è un mondo, da esplorare, da comprendere, da interessare, da motivare. Tutte operazioni che, se il docente occupa perennemente una cattedra come fosse una trincea da cui sferrare l’attacco fatto di nozioni nozioni nozioni, diventano oggi assolutamente impossibili!
La scuola non si rinnova pensando ad un passato non più proponibile, ma guardando all’avvenire! Gli studenti di ieri non sono quelli di oggi! E quelli di domani non saranno quelli di oggi!