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Della valutazione e dintorni

Della valutazione e dintorni

di Maurizio Tiriticco

Su FB il prof. Alessandro racconta che nel suo istituto i colleghi gli raccomandano di non assegnare mai nel primo trimestre voti superiori al 7! E ciò senza una particolare e plausibile giustificazione. Forse – penso – per non rischiare di creare attese da parte degli alunni! Mah! Che dire? La cosa mi ha stupito e mi ha indignato! Mi chiedo: ma questo è il livello di professionalità di alcuni nostri insegnanti? Pertanto mi sono sentito in dovere di scrivere quanto segue…. e farlo conoscere ad Alessandro.

La prova/prestazione di un alunno, orale, scritta o pratica, è quella che è in ogni periodo dell’anno scolastico e va valutata per quello che è! La scelta effettuata dai colleghi di Alessandro mi meraviglia, mi stupisce e… mi indigna anche! Pertanto non possofare a meno di dimostrare ad Alessandro la mia stima per aver rappresentato pubblicamente su FB i suoi dubbi circa la raccomandazione -cosiddetta – deicolleghi: E spero che non sia anche del suo DS! Caro Alessandro! Nel nostro ordinamento i voti sono dieci e vanno utilizzati sempre TUTTI e SOLO PER INTERO! Lo zero non va mai utilizzato! Perché la scala è decimale! E va anche sottolineato che le ordinanze ministeriali in merito alla valutazione degli alunni non fanno mai alcun cenno ai più, ai meno, ai meno meno, ai mezzi e a tutte le altre amenità che in genere sprovveduti insegnanti sono soliti adottare. I quali,pertanto, adottano spesso criteri arbitrari ed assolutamente EXTRA LEGEM!

Caro Alessandro! Quando i tuoi colleghi ti fanno notare che i tuoi voti sono troppo alti e che, almeno per il primo quadrimestre, dovresti assegnare (non “mettere”) come voto massimo 7, sono assolutamente ancora EXTRA LEGEM! Se un alunno non è incorso in nessun errore, perché non dovresti dargli 10? Ed ancora! Il dpr 275/99, che reca “norme in materia di autonomia delle istituzioni scolastiche”, all’articolo 4, punto 4, prevede tra l’altro che, all’inizio di ciascun anno scolastico, “le istituzioni scolastiche… individuano inoltre le modalità e i criteri di valutazione degli alunni nel rispetto della normativa nazionale…”. Ciò perché insegnare e valutare in un liceo classico di un quartiere “bene” è ben diverso dall’insegnare e valutare in una scuola dell’obbligo di borgata, spesso frequentata anche da alunni stranieri. Ma ciò non significa che la scala decimale venga di fatto manipolata1

Aggiungo anche che occorre sempre fare una opportuna differenza tra il MISURARE la prestazione di un alunno (di fatto, la conta degli errori) ed il VALUTARLA con l’attribuzione di un giudizio espresso anche con un voto. Esempio banale: tre errori commessi in un elaborato di tre righe non sono equiparabili con tre errori commessi in un elaborato di tre pagine. Buon lavoro, carissimo! E di’ ai tuoi colleghi di leggere attentamente le norme – e non solo relative alla valutazione – e di applicarle correttamente! Anche perché, dopo il MISURARE le conoscenze acquisite ed il VALUTARE le abilità dimostrate nel loro uso, segue anche il CERTIFICARE le competenze che un alunno ha maturato al termine di un percorso di studi. Ecco un esempio, banale, ma chiaro: l’alunno Antonio CONOSCE la sequenza numerica e le quattro operazioni aritmetiche; è ABILE nell’acquisto di un quotidiano; è COMPETENTE quando, dovendo fare importanti compere al supermercato, sa considerare e valutare sia il rapporto prodotto/prezzo dei beni che le possibilità di acquisto, nonché quanto può spendere in ordine ai soldi di cui dispone. E tutti questi adempimenti non sono sempre semplici! Pertanto, se l’alunno x realizza il tutto con successo, il voto che gli si dovrebbe attribuire è dieci! Senza ingiustificabili sconti Caro Alessandro! Scusami della sintesi, ma FB non consente lunghi saggi!

Lettera a Mimmo

Lettera a Mimmo

di Maurizio Tiriticco

Grande Mimmo! Alias, il DS Domenico Ciccone! Ottimo il tuo ultimo pezzo su edscuola! Interessante anche il richiamo all’articolo 4 del dpr 275/99 – in effetti largamente ignorato dai più – per quanto concerne le indicazioni e le opportunità innovative che offre alle nostre ISA, Istituzioni Scolastiche Autonome. E, di conseguenza, a DS e docenti. Mi piace riportare integralmente le forme di “flessibilità” che le scuole possono – o potrebbero – adottare: a) articolazione modulare del monte ore di ciascuna disciplina (ma, dico io, che cos’è un modulo? Boh!); b) definizione di unità di insegnamento non coincidenti con l’unità oraria della lezione; c) attivazione di percorsi didattici individualizzati; d) articolazione modulare di gruppi di alunni provenienti dalla stessa classe o da diverse classi o da diversi anni di corso; e) aggregazione delle discipline in aree e ambiti disciplinari

Te le ho ricordate tutte, più per il lettore, perché tu le conosci benissimo! Ma voglio anche ricordarti/mi che quell’articolato – in effetti era un dpr, non una legge) non nacque dal caso o da strane velleità riformatrici, bensì da una legge delega, per l’esattezza, dalla Legge 15 marzo 1997, n. 59, che così recita: “Delega al Governo per il conferimento di funzioni e compiti alle regioni ed enti locali, per la riforma della Pubblica Amministrazione e per la semplificazione amministrativa”. Per maggiore chiarezza, è opportuno ricordare che a quella legge si era giunti dopo un lungo periodo di riflessioni e di dibattiti, che riguardavano la possibilità di “andare incontro” a processi di democratizzazione dell’intero apparato statale, della funzione pubblica e della erogazione dei pubblici servizi, nonché, ovviamente della erogazione del servizio scolastico.

Insomma, non sto a ricordarti che, con l’avvio del nuovo secolo, si intendeva dar vita anche ad un Paese più libero ed aperto, e responsabile, in materia di servizi pubblici nonché di scuola, servizio pubblico per e di eccellenza! Qualche anno prima, esattamente nell’ottobre del 1995, nel corso del dibattito che precedette il varo delle “autonomie” – il discorso, in effetti, non riguardava solo la scuola – io e l‘amico Sergio Auriemma scrivemmo per i tipi della Tecnodid un aureo libretto, “Carta dei Servizi e Progetto d’Istituto”. Si trattava in effetti di un guida per – copio dalla copertina – organizzare le attività preliminari; rilevare i dati-base necessari; individuare i fattori di qualità; definire standard e indicatori; formulare i documenti; attivare il monitoraggio; valutare il servizio scolastico erogato; curare la revisione periodica.

Insomma, in quegli anni di fine secolo, il fermento per costruire un apparato statale diverso – e quindi anche una diversa organizzazione scolastica – più attento ai bisogni reali delle persone che alla corrispondenza con le la “norma vigente” era molto forte. Il fatto è che l’apparato statale obbediva forse più a quella dello Stato sabaudo di sempre – per non dire nulla di quello fascista – che non allo Stato della nostra Repubblica, la cui Carta costituzionale nei suoi enunciati ribalta enunciati e procedure dello Stato precedente. E fu in questo clima di novità e di rinnovamento che si giunse al varo di quelle “Modifiche al Titolo Quinto della Parte Seconda della Costituzione”, concernente le Regioni, le Provincie e i Comuni, di cui alla Legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3. E, come ricorderai, la legge non solo fu approvata dal Parlamento l’8 marzo del 2001, ma anche dagli Italiani che, con il referendum del 7 ottobre 2001, la confermarono con il 64,4% di Si’. Comunque, non intendo dire nulla circa l’eterna querelle riguardante la corretta lettura/interpretazione del “riscritto” articolo 117 della Costituzione, che a tutt’oggi crea spesso grossi grattacapi per quanto concerne i rapporti tra Stato e Regioni.

Ma qui mi fermo! E ti ringrazio del prezzzioso contributo! E grazie anche per esserti ricordato di quelle tre C (Classe, Cattedra, Campanella), di cui parlo e scrivo da sempre – e da sempre inascoltato e non letto – la cui rigidità di fatto fa a pugni con il dettato del citato articolo 4 del dpr 275/99 e delle quali da sempre parlo e scrivo! Repetita iuvant. E grazie per avere individuato una quarta C! Ecco quanto scrivi al proposito: “Dal Ministero non mancano sollecitazioni a mettere a frutto le disposizioni del Regolamento 275/99, in particolare gli articoli 4 e 5, che consentirebbero di superare parecchie aporie, finite peraltro per diventare voluminose falle concettuali, in ordine all’organizzazione della scuola in tempo di pandemia e di emergenza. A ben vedere, però, accanto al richiamo apparente, rispunta concretamente la quarta C, quella più pericolosa: la circolare!”

La CIRCOLARE! La quarta C che – se non da sempre – assai spesso manda a gambe all’aria quelle tre C che dirigenti scolastici bravi come te con tanta fatica realizzano! Perché in verità il MI (oggi non è più MIUR) è sempre poco attento alle fatiche dei DS! Soprattutto di quelli come te, che tentano di innovare, ogni giorno! E con quotidiana fatica! Un forte abbraccio! Maurizio, alias Mastro Ticchio.

Le ragioni di una scelta

Le ragioni di una scelta

di Maurizio Tiriticco

Ho fatto la mia scelta: io sono con i democratici vincitori, JOE BIDEN e KAMALA HARRIS! Ecco le motivazioni. Ritengo che negli USA la visione dei democratici, “il partito dell’asinello” rivolta al sociale è sempre di un estremo interesse: molto più attenta rispetto a quella dei repubblicani, “il partito dell’elefantino”. Potremmo anche dire: progressisti i primi e conservatori i secondi. Biden poi, in materia di educazione, intende rafforzare i college pubblici e le università: soprattutto quelle istituzioni storicamente frequentate da afroamericani. Sembra che sia previsto un piano di 70 miliardi di dollari a favore di queste istituzioni per far avanzare ed espandere strutture, infrastrutture educative e tecnologiche, e migliorare anche la stessa accessibilità finanziaria. Biden vuole anche abolire le tasse scolastiche per le famiglie che guadagnano meno di 125.000 dollari. E intende permettere a tutti di frequentare due anni di “community college” e programmi di formazione senza il pagamento delle consuete tasse scolastiche.

E’ bene ricordare che la grande tradizione democratica USA, in materia di educazione e di scuola, ha un padre illustre, John Dewey (Burlington1859 – New York, 1952). Mi piace riportare dal suo notissimo “Democrazia e Educazione” queste parole (pag. 13): “Una società trasforma esseri non iniziati e apparentemente estranei, in validi depositari delle sue risorse ed ideali, per mezzo di varie istituzioni, espressamente e non, designate a tal fine. L’educazione è perciò un processo di nutrizione, di allevamento, di coltivazione. Tutte queste parole significano che essa implica attenzione alle condizioni della crescita. Parliamo anche di allevare, far crescere, tirare su, parole che esprimono la differenza di livello che l’educazione tende a eliminare. Etimologicamente la parola educazione significa precisamente un processo di guidare, o tirare su. Se teniamo dinanzi alla mente il risultato del processo, per educazione intendiamo un’attività che modella, che forma, che plasma, cioè che modella nella forma normale dell’attività sociale In questo capitolo ci occuperemo di come in generale un gruppo sociale alleva i suoi membri immaturi fino a condurli alla propria forma sociale”.

Ed è opportuno sottolineare che “Democrazia e Educazione”, o meglio “Democracy and Education”, fu pubblicato a New York nel lontano 1916, ma venne pubblicato in Italia, tradotto da Enzo Enriques Agnoletti e Paolo Paduano, soltanto nel 1949, in Firenze per i tipi de “La Nuova Italia”. E perché ben 33 anni dopo? Ovviamente perché la scelta educativa adottata dalla dittatura fascista andava in una direzione totalmente opposta da quella di cui alle indicazioni di un Dewey. E potrei aggiungere di un Piaget e di un Vygotskij, anche a prescindere, ovviamente, dalla vivace polemica che corse tra i due illustri pedagogisti europei. Il fascismo, infatti, scelse, com’è noto, di educare tutti i bambini italiani al solo “credo fascista”. E non fu un caso che nel 1929 il “Ministero della Pubblica Istruzione” venne ridenominato “Ministero dell’Educazione Nazionale”! E’ noto, infatti, che l’istruzione attende alle conoscenze, l’educazione ai valori! Pertanto educare è un’attività ben più significativa rispetto all’istruire. Ed allora occorreva educare soltanto ai valori fascisti! E non fu neanche un caso che tra gli slogan dei fascismo figuravano parole d’ordine di questo tipo: “i bimbi d’Italia son tutti Balilla”; “libro e moschetto, fascista perfetto”; ”vivere pericolosamente”; “credere obbedire combattere” “il Duce ha sempre ragione” e mille altri! Che, da bravo balilla moschettiere quale sono stato, ricordo a memoria.

Tornando a bomba, come si suol dire, penso che veramente la nuova amministrazione statunitense possa segnare una svolta importante anche e soprattutto in materia di politica estera. In un mondo in cui l’Europa, da grande che è stata, si è fatta piccola piccola! E nel quale ad est e ad ovest primeggiano due grandi nuove potenze, gli Stati Uniti e la Cina! La politica di Trump, con la sua mania di grandeur, ha sempre guardato all’Europa, o meglio all’Unione Europea con estrema sufficienza. E la stessa UE, almeno a mio modesto vedere, ha le sue responsabilità. Sembra infatti che le visioni di Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni, che nel lontano 1941 – anno in cui le forze dell’Asse sembravano avere la meglio nei confronti di un’Europa libera – sull’isola di Ventotene, dove erano stati confinati dal regime fascista, scrissero quel Manifesto che allora aveva più l’aria di un sogno che di una realtà possibile, siano oggi abbastanza scolorite!

Forse a causa della politica di alcuni Paesi dell’Europa orientale che all’Unione Europea, di cui sono membri, di fatto credono assai poco. E forse anche a causa di tante formazioni politiche di destrai dell’Europa occidentale che oggi piangono per avere perduto il loro migliore alleato di oltreoceano! Insomma, OGGI la scacchiera mondiale è più aperta che mai ed è il caso di dire che les jeux non sono affatto fatti, ma… sono tutti aperti! Ancora!

Misurando, valutando, certificando

Misurando, valutando, certificando

di Maurizio Tiriticco

Alcune riflessioni sulla valutazione… e dintorni condotte dall’amica Silvia Mion su FB mi sollecitano ad intervenire su una materia sulla quale corrono spesso luoghi comuni e ricorrono forse più spesso marchiani errori. Potrei dire che, in materia di VALUTAZIONE, da secoli – si fa per dire – la nostra amministrazione “legifera” soltanto in senso lato e non considera mai che questa operazione in aula – ma anche fuori, ovviamente – deve essere sempre preceduta, concettualmente e, di conseguenza operativamente, da un’altra, quella della MISURAZIONE. Pertanto in genere i nostri insegnanti da sempre compiono una errata commistione tra due operazioni che, invece, devono essere distinte, perché diverse e finalizzate a diversi scopi.

Ricorro ad un esempio banale. Rilevare due errori di grammatica (morfologia o sintassi) in un testo di tre righe o rilevarli in un testo di dieci pagine, come esito di due misurazioni – cioè la “conta degli errori” – nonsono la stessa cosa! Lo sono solo dal punto di vista numerico!. Quindi il giudizio valutativo finale non può essere il medesimo. Altro esempio banale, ma concreto. L’alunna CINZIA, sempre bravissima, in un elaborato di italiano ha commesso un sacco di errori. L’insegnante le dice: “Cinzia mia, che hai combinato? Tutti questi errori! Ti devo mettere quattro”. L’alunno MAURIZIO, invece, notoriamente somarello, nel medesimo elaborato non ha commesso alcun errore. E l’insegnante gli dice: “Maurizio! Possibile che tu non abbia commesso neanche un errore? Sii sincero! Dimmelo! Da chi hai copiato”? Come si noterà, nelle considerazioni dell’insegnante sono “agglutinate” – se si può dir così – due operazioni che, invece, sono diverse: la prima è la CONTA degli errori: la seconda è il GIUDIZIO.

Ecco un altro esempio, altrettanto banale, che più volte ha riguardato anche me, prima che cominciassi ad occuparmi di questioni docimologiche (grazie al sodalizio pedagogico con Raffaele Laporta). Siamo alla fine dall’anno scolastico: è in atto il consiglio di classe conclusivo. L’alunno x ha conseguito ottimi voti in tutte le materie, ma in una è presentato dall’insegnate con il cinque. Il Consiglio di Classe decide di “portare” – letterale!!! – il cinque a sei! In quel “portare” in effetti sono agglutinate due operazioni: quella della pregressa MISURAZIONEoperata dall’insegnante, che ha condotto al cinque, e quella della VALUTAZIONE del CdC, che conduce al sei.

Un’ultima considerazione. La norma recita, fin dai tempi della Legge Casati, che la valutazione decimale si esercita con voti che vanno da uno a dieci! E che vanno usati per intero! Riscrivo: per intero!!! E, in effetti, dieci voti per misurare e poi valutare una prova– a mio giudizio – sono anche troppi. Non basterebbero cinque, come negli Stati Uniti? O addirittura tre! Male, Bene, Ottimo! In effetti, si tratta di scale DISPARI, che pertanto consentono una posizione intermedia, cioè quella di una matematica e reale sufficienza. Il fatto è che una scala PARI – come quella adottata dalla nostra scuola – non permette situazioni intermedie! E in effetti le preoccupazioni, le discussioni – o i “litigi” – di fine anno scolastico, che ben conosciamo, nascono in larga misura proprio dall’uso di una scala pari.

Ma la fantasia dei nostri insegnanti “costruisce” di fatto scale ben più ricche, quando si ricorre ai più, ai meno, ai meno meno, e perfino ai mezzi voti!Operazioni che, quando prestavo servizio come ispettore tecnico – non mi è mai piaciuto “fare l’ispettore” – cercavo sempre di scongiurare! Ma sempre inascoltato! La forza delle abitudini dei nostri insegnanti, ormai secolari, è sempre vincente! Altro discorso riguarda l’uso dei voti bassi. Ebbene, par alcuni insegnanti nonché DS sono voti da non usare per non scoraggiare l’alunno. A volte si giunge anche ad una delibera adottata dal Collegio dei Docenti all’inizio dell’anno scolastico! Una delibera fuori legge! E che andrebbe puntualmente sanzionata! Ma il servizio ispettivo attuale, per le competenze di cui dispone, sembra latitante in materia.

Concludo pensando che oggi, con l’adozione della DAD, un discorso nuovo sulla MISURAZIONE e sulla VALUTAZIONE delle prove dei nostri alunni potrebbe avviarsi! In effetti, per quando riguarda la produzione degli elaborati e/o delle prove da parte degli alunni con una strumentazione inedita e assolutamente nuova, altrettanto nuove dovrebbero essere le relative misurazioni e valutazioni. Pensando, poi, che, alla fine di tutto questo bailamme, c’è la CERTIFICAZIONE finale. Ma qui si apre un orizzonte sull’infinito…

La terza guerra mondiale

La terza guerra mondiale

di Maurizio Tiriticco

Durante la seconda guerra mondiale, tutte le sere alle ore 20 ascoltavamo il quotidiano bollettino di guerra! E sembrava che vincessimo sempre! Questo agli inizi, ma… poi? Cominciammo a nutrire qualche dubbio. Dopo un paio d’anni di presunte vittorie, il bollettino cominciò a dirci sempre più spesso che le nostre truppe “si attestavano sulle postazioni prestabilite”! Sic! Il che significava – siccome, anche se debitamente fascistizzati, fessi non eravamo – che in realtà ci stavamo ritirando. Però in effetti, stando ai nostri bollettini, sembrava che la guerra la vincessimo giorno dopo giorno.

Leggetevi l’ultimo bollettino di guerra, diramato dopo lunghi anni di sofferenza, da quell’infausto 10 giugno del 1940 a quel terribile 8 settembre del 1943, prima che Re Pippetto e la sua corte piantassero i loro amati sudditi e fuggissero a Pescara per imbarcarsi sull’incrociatore Baionetta per riparare a Brindisi, che era già stata liberata dalle truppe alleate. Eccolo: BOLLETTINO n. 1201 – 8 settembre 1943 – “Sul fronte calabro reparti italiani e germanici ritardano, in combattimenti locali, l’avanzata delle truppe britanniche. L’aviazione italo-tedesca ha gravemente danneggiato nel porto di Biserta 5 navi da trasporto per complessive 28 mila tonnellate; nei pressi dell’isola di Favignana un piroscafo da 15 mila tonnellate è stato colpito con siluro da un nostro aereo. Formazioni avversarie hanno bombardato Salerno, Benevento e alcune località delle provincie di Salerno e di Bari perdendo complessivamente 10 velivoli: 3 abbattuti dalla caccia italo-germanica e 7 dall’artiglieria contraerea”. Sembrava che la guerra continuasse con la sua consueta micidiale normalità. Invece…

Che mascalzoni! Il nostro governo aveva già firmato l’armistizio a Cassibile, in Sicilia il 3 settembre! E la sera dell’8 settembre, alla radio, dopo la lettura del bollettino, anodino quanto mai, ci danno la comunicazione dell’armistizio! Eccola: «Attenzione! Attenzione! Sua Eccellenza il Capo del governo e Maresciallo d’Italia Pietro Badoglio rivolgerà un proclama alla nazione!» Era la voce di Arnoldo Foà, come seppi a guerra finita. Seguirono le parole di Badoglio, sì, proprio del Maresciallo Badoglio in persona, quindi la notizia doveva essere più che importante! Eravamo tutto sospesi! E poi seguirono delle parole secche, stentoree, scandite, anche con una voce un po’ chioccia… non era uno speaker: «Il governo italiano, riconosciuta la impossibilità di continuare la impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione, ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate anglo-americane. La richiesta è stata accolta. Conseguentemente, ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza».

Che scellerati! Secondo il bollettino tutto era normale! Dalla guerra alla pace! In uno schiocco di dita! Inveceee!!! Che scellerati!!! In effetti, la verità ce la diceva tutte le sere il colonnello Stevens, da Radio Londra, introdotto dalle prime quattro note della Quinta Sinfonia di Beethoven, tatatataaa, tatataaa, che ascoltavamo la sera tardi alla radio con il volume il più basso possibile, per evitare che qualche vicino di casa ci sentisse. Ogni palazzo aveva il suo “capofabbricato”, fascistissimo, che aveva il compito di sorvegliare i suoi coinquilini: insomma, lo spione! Tempi durissimi! Per noi cittadini, fame e bombardamenti! E bugie a tutto spiano! Ma torniamo a bomba! La tragedia dell’8 settembre! Quei mascalzoni dei nostri governanti il 3 settembre avevano già firmato la resa alle truppe angloamericane che stavano risalendo la penisola e a noi, amati sudditi, con il loro bollettini continuavano a prenderci in giro. La guerra continuava! E siccome il Duce il10 giugno del 1940 dallo “storico balcone” di Piazza Venezia, informando il suo popolo di avere già consegnato la dichiarazione di guerra agli ambasciatori di Francia ed Inghilterra, ci aveva detto che la parola d’ordine era “vincere”, eravamo tutti sicuri che avremmo vinto! Beh! Proprio tutti, no!

Ma perché questi ricordi? Perché oggi – come allora – stiamo tutti incollati alla TV per ascoltare i quotidiani bollettini di questa nuova guerra mondiale. Una sola grande differenza: il nemico non è un uomo come noi! E’ invisibile e impalpabile! In effetti, sembra di assistere ad uno di quei brutti film di fantascienza tanto in voga qualche decennio fa! Ma c’è una differenza: di questo film odierno siamo tutti attori, ma purtroppo non protagonisti! Anzi, comparse! Perché il protagonista è un ignoto, invisibile e subdolo nemico: che nessuno intercetta, perché la nostra avanzatissima ricerca scientifica, a livello mondiale – come diciamo a Roma – nun ce capisce ‘na m….!

E allora? Non ci resta che attendere! Perché la speranza è sempre dura a morire!

Per una didattica efficace

Per una didattica efficace

di Patricia Tozzi

Fare una riflessione su cosa si intende per didattica efficace è molto stimolante. Una buona didattica deve guardare oltre le pareti dell’aula. Oltre a implementare le conoscenze degli alunni, una didattica efficace deve, infatti, mirare allaformazione integrale della persona, aiutarla a costruire un consapevole progetto di vita, sviluppare pensiero critico e creatività.

Oggi al docente sono richieste doti di flessibilità, adattabilità, resilienza, positività verso ogni innovazione, perché deve fare i conti con i saperi che si trasformano, i lavori che cambiano, letecnologie che evolvono rapidamente.

L’emergenza dovuta alla pandemia in atto ha costretto la scuola e gli insegnanti a ripensare il modo di fare scuola, il modo di approcciarsi agli alunni, di sperimentare nuove strategie, di condividere nuovi strumenti, metodologie, organizzazione. La scuola non si è fermata, ma forse qualchestudente non ce l’ha fatta a sentirsi incluso e lo abbiamo perso.

Una didattica efficace deve garantire a ciascuno il suo successo formativo e deve riuscire ad includere tutti, a prescindere dai vari tipi di intelligenza e dai vari stili di apprendimento. E, poiché un alunno che apprende facendo,ristruttura e implementa le proprie conoscenze e impiegastrategie di pensiero più efficaci, le didattiche di tipo laboratoriale possono veramente includere tutti e personalizzare gli apprendimenti; ed essere quindi didattiche efficaci.

Una didattica efficace è spesso anche digitale, perché èvicina al sistema comunicativo emozionale degli alunni; li educa, se ben gestita, ad andare oltre la superficie e ad evitare approssimazioni.

Ma non può essere la riproposizione di una didattica frontale.Una didattica efficace è una didattica per competenze, spesso naturale ed inconsapevole. Non trasmette nozioni o definizioni da imparare a memoria, ma mette l’alunno al centro, lo rendecapace di IMPARARE AD IMPARARE in modo autonomo e responsabile, di fare ricerca, di fare ipotesi, di collaborare, affrontare e risolvere problemi, aiutare e farsi aiutare e imparare a gestire i conflitti imparando a lavorare insieme.

Una didattica efficace è quindi quella che fa discutere, fa confrontare e argomentare, mettendo così tutte le discipline in grado di “agire” anche quelle COMPETENZE DI CITTADINANZA che l’Europa chiede ai suoi futuri cittadini per dare un senso ai saperi di base ed educare alla partecipazione consapevole, alla vita sociale, ai valori di libertà, solidarietà e tolleranza.

Una didattica efficace aumenta la curiosità e la creatività e può essere gestita attraverso un brainstorming iniziale che conduce a brevi lezioni frontali, fa prendere appunti, costruire mappe concettuali, fare domande e risolvere problemi.

Una didattica efficace rende l’alunno consapevole dei suoi errori e lo mette in grado di apprendere sbagliando, lo aiuta a correggerli e lo guida nella comprensione dei progressieffettuati.

Una didattica efficace mette l’alunno in grado di capire che cosa ci si aspetta da lui, fornisce continui feedback sulla qualità del suo lavoro, fornisce consigli su come migliorare, lo fa sentire responsabile e coinvolto.

Una didattica efficace è basata su un compito da realizzare, nel quale l’alunno opera da protagonista in una dimensione concreta. E c’è un prodotto da realizzare, ma soprattutto c’è un processo da percorrere, valutare e certificare!!! È una didattica nella quale il sapere si collega anche al saper fare.

Una didattica efficace ha alla base un curricolo d’istituto essenzializzato e pensato perché ciascun alunno cerchi e trovi la sua strada, quella più adatta al suo stile di apprendimento e al tipo di intelligenza che possiede.

Una didattica efficace distingue il MISURARE dal VALUTARE e dal CERTIFICARE.

Una didattica efficace usa anche prove oggettive, i test,consapevole che una pratica in cui i test dovessero assumere eccessiva importanza rischierebbe di dare minor attenzione agli aspetti fondamentali per la formazione del pensiero critico, agli alunni con BES, alla personalizzazione, alla formazione delcittadino.

Una didattica efficace usa la VALUTAZIONE FORMATIVA per restituire continui feedback, non premia né punisce e osserva un processo di non breve periodo, «non fa parti uguali fra disuguali» (Don Milani), mette in grado gli alunni di valutarsi e comprendere il senso di quello che fanno (Castoldi).

In una didattica efficace la valutazione è quindi una valutazione autentica, che controlla quello che lo studente sa fare con quello che sa, usa rubriche, schede guidate, diari di bordo per stimolare all’autovalutazione.

L’enfasi è sulla riflessione, sulla metacognizione, sulla comprensione e autocorrezione degli errori e rende l’alunno consapevole del proprio percorso.

È importante far conoscere il significato della valutazione agli alunni per trasformarla in un momento di crescita responsabile.

In una didattica efficace non si valuta l’apprendimento, ma si valuta per l’apprendimento, per fornire una direzione all’apprendimento.

Una didattica efficace fa apprendere nel benessere, senza ansia.

Ogni insegnante può usare un suo metodo o mescolare con saggia professionalità tanti metodi, ma. perché la didattica siaefficace, deve rivedere eventuali strategie, se non risultano efficaci.

Perché la didattica sia efficace, è importante capire che l’apprendimento scolastico non si dimostra con l’accumulo di nozioni.

È allora opportuno organizzare lo svolgimento di compiti autentici o di unità di apprendimento che prevedano attività laboratoriale, ricerca, confronto, comunicazione.

Occorre osservare come l’alunno organizza e struttura le fasi di un lavoro, tenendo conto che la valutazione riguarderà tutto il processo messo in atto per arrivare ad un eventuale prodotto finale, valutare la rielaborazione e ricostruzione dei contenuti, la capacità di comunicarli. E in questo modo possiamo arrivare a certificare una serie di competenze previste nel nostro progetto.E favoriamo l’autovalutazione.

Una didattica efficace userà le tecnologie per motivare, per interrompere la routine scolastica, per dare regole, per includere, per personalizzare senza ridurre gli obiettivi!!!

La didattica è efficace se l’insegnante ha chiaro l’obiettivo da raggiungere, costruisce e gestisce un curricolo sintetico e chiaro e lo condivide con gli alunni, comunica all’inizio di ogni lezione gli obiettivi formativi e didattici che si intendono perseguire e riflette con loro ogni fine settimana, ogni 15 giorni ma anche una volta al mese, sui contenuti trattati, sulle competenze agite, sugli obiettivi raggiunti.

È importante, in conclusione, tenere presente che un apprendimento significativo ed efficace parte da bisogni reali e da una valida motivazione e curiosità e che tutte le conoscenze nascono dall’esperienza, dall’alternarsi di prove ed errori; quindi occorre dare sempre, quindi, valore all’errore come nuovopunto di partenza.

Ultima ma non meno importante osservazione: una didattica efficace, qualunque sia la materia, veicola agli alunni l’importanza di uno sviluppo sostenibile per costruire un futuro migliore per le persone cui è stata negata la possibilità di condurre una vita decente e dignitosa e fa comprendere che potremmo essere la prima generazione che pone fine alla povertà e l’ultima ad avere la possibilità di salvare il pianeta!

La “crociata” antiBergoglio

La “crociata” antiBergoglio

di Maurizio Tiriticco

Copio dal quotidiano “Libero” di alcuni mesi fa: “””Nella mattinata di Pasqua, domenica 12 aprile, piove su twitter la ferocissima critica di Alessandro Meluzzi nei confronti di Papa Francesco. Un attacco il cui timing non è certo casuale, per quanto sia noto quanto Meluzzi non condivida granché del pontificato di Bergoglio, che finisce spesso nel suo mirino. L’affondo sta tutto in un meme, nel quale campeggia la foto di Papa Francesco con sguardo corrucciato. Sopra, il commento: Si rifiuta di ricevere Salvini. E ancora: “I musulmani li riceve e gli lava i piedi. I cristiani no”. Dunque, si passa alla conclusione, che non lascia grandi spazi all’ambiguità: “Per me è il peggior Papa della storia”. Un pensiero che con chiara evidenza Alessandro Meluzzi condivide al cento per cento”””.

Ma non finisce qui! L’ira funesta del signor Meluzzi continua, e diventa sempre più pesante. Leggo sul web che addirittura “il signor Alessandro Meluzzi ha accusato il signor Jorge Mario Bergoglio, attualmente Pontefice della Chiesa cattolica, di essere un comunista… post litteram”. E, secondo il Meluzzi, il comunismo, come movimento e come dottrina politica, sembra che sia ancora vivo e vegeto. Da parte mia, ritengo che la scelta effettuata da un neoeletto Papa di volersi chiamare Francesco – un nome proprio che la Chiesa ufficiale di sempre in effetti non ha mai amato – voglia significare qualcosa di importante e di impegnativo contro l’attuale società capitalistica (la Russia e la Cina, anche se figlie di due grandi rivoluzioni, quella leninista e quella maoista, di comunismo oggi hanno poco o niente): l’esaltazione della povertà. A mio vedere, una scelta significativa e positiva: un Papa che sembra avere ripreso in mano quella bandiera che, per tante vicende che non sto a ricordare, i Pontefici precedenti sembravano avere dispersa nel dimenticatoio.

Ma andiamo ai fatti recenti! Il titolo del documento “incriminato” dal Meluzzi è la “Lettera enciclica “FRATELLI TUTTI, del Santo Padre Francesco sulla fraternità e l’amicizia sociale”. Di cui questo è l’incipit: “Fratelli tutti, così scriveva San Francesco d’Assisi per rivolgersi a tutti i fratelli e le sorelle e proporre loro una forma di vita dal sapore di Vangelo. Tra i suoi consigli voglio evidenziarne uno, nel quale invita a un amore che va al di là delle barriere della geografia e dello spazio. Qui egli dichiara beato colui che ama l’altro «quando fosse lontano da lui, quanto se fosse accanto a lui». Con queste poche e semplici parole ha spiegato l’essenziale di una fraternità aperta, che permette di riconoscere, apprezzare e amare ogni persona al di là della vicinanza fisica, al di là del luogo del mondo dove è nata o dove abita. Questo Santo dell’amore fraterno, della semplicità e della gioia, che mi ha ispirato a scrivere l’Enciclica “Laudato si’, nuovamente mi motiva a dedicare questa nuova Enciclica alla fraternità e all’amicizia sociale. Infatti San Francesco, che si sentiva fratello del sole, del mare e del vento, sapeva di essere ancora più unito a quelli che erano della sua stessa carne. Dappertutto seminò pace e camminò accanto ai poveri, agli abbandonati, ai malati, agli scartati, agli ultimi”.

Queste parole di Papa Francesco sono assolutamente nuove rispetto a quanto accadeva con i pontificati precedenti! Per di più, mi ricordano intenzioni ed azioni dei cosiddetti “preti operai”, sacerdoti attivi nell’ormai lontano “sessantotto” del secolo scorso, quando a livello planetario la contestazione studentesca mise a dura prova le autorità costituite. Erano preti che esercitavano la loro azione sacerdotale fuori dalle parrocchie, nelle borgate soprattutto. Erano anche gli anni in cui un certo Don Milani diede vita ad una scuola fortemente critica nei confronti di quella statale, in cui una “professoressa” sembrava più preoccupata di bocciare che di promuovere conoscenze, cultura, solidarietà. Erano anche i tempi in cui i giovani di tutto il mondo cantavano “Imagine”, di John Lennon: “Imagine there’s no countries It isn’t hard to do Nothing to kill or die for And no religion, too Imagine all the people Living life in peace”. Che noi tutti del “sessantotto della contestazione” sapevamo a memoria. Tra un collettivo ed un altro! Tra un’occupazione e un’altra.

Per tutte queste ragioni, avere oggi come Papa un gesuita che a un Sant’Ignazio di Loyola preferisce un San Francesco d’Assisi riempie solo di gioia! Anche se un tale Meluzzi è livido di rabbia.

Della valutazione e dintorni

Della valutazione e dintorni

di Maurizio Tiriticco

L’Associazione Nazionale Dirigenti Scolastici, ANDiS, ha organizzato per il pomeriggio del prossimo 7 ottobre un evento dal titolo: “Valutare per formare – formare per valutare – oltre la logica del numero”. Sarà relatore Roberto Fornero. Come non essere d’accordo con una iniziativa del genere? Però! Sollevo qualche perplessità. Devo osservare che il titolo mi sembra un po’ impasticciato! Mi perdonino gli amici Paolino e Roberto, ma in una materia così complessa, quale quella richiamata dal titolo dell’iniziativa, occorre un’estrema chiarezza, fin dal titolo! Pertanto, ritengo opportuno avanzare alcune considerazioni.

Caro Paolino! Il titolo che tu e Roberto avete adottato per l’incontro che avete promosso e rivolto a dirigenti scolastici ed insegnanti non mi convince! Mi spiego ed entro nel merito. La prestazione di un alunno – orale, scritta, pratica – prima SI MISURA: cioè, per farla breve, “si fa la conta degli errori”. Attenzione! Va sempre considerato che due errori commessi in un compito di qualche riga non possono equipararsi a due errori commessi in un compito di dieci o più pagine. Il numero è eguale, ma i contesti a cui si riferisce sono ben diversi. Per questa ragione, alla prima operazione misurativa deve seguire quella valutativa.

E, quando si VALUTA, si devono considerare, oltre agli errori già rilevati, altre variabili. Ad esempio: Antonio, che è sempre “bravo”, ha commesso tanti errori! Come mai? Forse perché quel giorno non si sentiva bene. Oppure: Giuseppe, che è un “gran somarello”, ha superato la prova: probabilmente avrà copiato; o accidentalmente ci ha azzeccato! Sono due casi estremi che, quindi, vanno VALUTATI diversamente. E ancora! E’ bene ricordare che qualche anno fa abbiamo aggiunto una terza operazione valutativa: la CERTIFICAZIONE!

Cito per intero il comma 2 dell’art. 1 del dpr 275/99: “L’autonomia delle istituzioni scolastiche è garanzia di libertà di insegnamento e di pluralismo culturale e si sostanzia nella progettazione e nella realizzazione di interventi di EDUCAZIONE, FORMAZIONE e ISTRUZIONE mirati allo sviluppo della persona umana, adeguati ai diversi contesti, alla domanda delle famiglie e alle caratteristiche specifiche dei soggetti coinvolti, al fine di garantire loro il successo formativo, coerentemente con le finalità e gli obiettivi generali del sistema di istruzione e con l’esigenza di migliorare l’efficacia del processo di INSEGNAMENTO e di APPRENDIMENTO” (le maiuscole sono mie).

In tale contesto/scenario occorre sottolineare che: a) l’ISTRUZIONE attiene alla conoscenza/padronanza che un alunno/persona in ordine a una data disciplina/materia; b) la FORMAZIONE riguarda un corretto sviluppo/crescita dell’alunno in quanto persona che opera; c) l’EDUCAZIONE implica dati valori e riguarda un corretto sviluppo/crescita della persona in quanto soggetto che costruisce positive e produttive relazioni con altri soggetti, in quanto anche cittadino della nostra Repubblica democratica. Pertanto, le tre parole/concetti relativi all’EDUCARE, al FORMARE e all’ISTRUIRE rinviano a concrete operazioni. Ecco un esempio banale: Pierino acquista un quotidiano: dà una banconota da 10 euro e controlla se il resto è corretto: CONOSCE (esito dell’ISTRUZIONE) l’operazione aritmetica ed è ABILE nell’applicarla (esito della FORMAZIONE); poi al termine degli studi diventa un geometra ed esegue calcoli complessi: è COMPETENTE (esito dell’EDUCAZIONE). Lo specchietto che segue indica i legami orizzontali e verticali che corrono tra date OPERAZIONI e relativi OGGETTI.

A questo punto mi sembra necessaria un’annotazione finale. Non a caso Mussolini con Giuseppe Bottai trasformò il MINISTERO DELLA PUBBLICA ISTRUZIONE in MINISTERO DELL’EDUCAZIONE NAZIONALE. Il fatto è che in democrazia lo Stato insiste in primo luogo sull’ISTRUZIONE; in una dittatura lo Stato insiste in primo luogo sull’EDUCAZIONE. Nella scuola che ho frequentato io da adolescente, in primo luogo veniva considerata e sollecitata la mia adesione al regime fascista. Quante volte, ad ogni inizio di anno scolastico o di festa nazionale ho recitato questo giuramento, che so ancora a memoria: “Nel nome di Dio e dell’Italia, giuro di eseguire senza discutere gli ordini del Duce e di servire con tutte le mie forze e se è necessario col mio sangue la causa della Rivoluzione Fascista”. Confesso che poi sono stato uno spergiuro!

Ma qui mi taccio! E vi auguro un buon lavoro!

S. Ferrara, La grande invenzione

S. Ferrara, La grande invenzione

di Maurizio Tiriticco

“La grande invenzione” è il titolo di un bel libro di Silvia Ferrara, recentemente pubblicato da Feltrinelli. Ed è il sottotitolo che ne chiarisce il contenuto: “Storia del mondo in nove scritture misteriose”. Pertanto, quando ti aggiri in libreria compulsando volumi, come fai a non prendere in mano questo libro, dal titolo così accattivante e, per certi versi, anche di per sé un po’ misterioso? E come fai a non sfogliarlo? Anche perché credevo, da ignorantello quale sono, che in materia di linguistica, dopo le ricerche di qualche decennio fa, ormai il discorso fosse esaurito.

E poi vai subito ai risguardi di copertina: “Silvia Ferrara è professoressa ordinaria di Civiltà egee all’Università di Bologna. Ha studiato all’University College di Londra e all’Università di Oxford e, dopo diversi anni come ricercatrice i Archeologia e Linguistica a Oxford, è tornata in Italia. Nel 2017 il suo progetto di ricerca ha vinto il Consolidator Grant dell’Europaean Research Coincil”. Acquisto immediato! Poi, più curioso che mai, tornato a casa, vado sul Web per vedere che cos’è questo Consolidator Grant ecc…, e leggo che Il Consiglio europeo della ricerca è la prima agenzia dell’Unione europea dedicata al supporto della ricerca scientifica di frontiera incentrata sul ruolo del ricercatore investigator. Nonché, aggiungerei, navigator! Ed ovviamente non si supportano ricerche che non abbiano un solido fondamento scientifico e finalità innovative. Insomma, la nostra giovane Silvia dispone di tutte le carte in regola per “dire la sua” in una materia interessante, quale – come ci dice la stessa Silvia – “la scoperta delle scritture inventate dal nulla e di quelle rimaste indecifrate fino ad oggi, non solo tra i segreti della storia, ma anche nei meandri della nostra mente”.

Ed io che avevo a che fare solo con le scritture – e le lingue parlate, diciamo così – del nostro tempo, e gli studi di Chomsky e De Saussure! Per non tirare in ballo la polemica tra l’intera opera di Piaget e il “Pensiero e linguaggio”, di Wygotskij. Era, in effetti, il grande dilemma di quei lontani anni trenta: la lingua ha un’origine individuale, biologica (Piaget) oppure sociale, collettiva? La visione ufficiale sovietica! E sullo sfondo addirittura la contrapposizione tra due sistemi economico-sociali: capitalismo o socialismo? Oggi possiamo forse sorridere, ma da allora… dopo molti anni… quanto tempo è passato: la caduta di uno storico muro, a Berlino, nell’ormai lontano 1989… un avvenimento epocale, che allora fece crollare, come per magìa, un’intera cortina di confini, che era pure di ferro! Insomma un crollo che allora pose anche un definitivo suggello su quelle polemiche linguistico-culturali, se non addirittura su un intero “pezzo di storia”, socio-economica e culturale.

Ma in materia di linguistica è doveroso ricordare anche i nostri Simone e De Mauro! Per non dire poi dei due linguaggi, quello della parola e quello del numero! Mi piace ricordare due grandi ricercatori a confronto: “Contare e raccontare, dialogo sulle due culture”, pubblicato da Laterza nel 2003. Carlo Bernardini, il matematico, e Tullio De Mauro, il linguista, discutono: perché in effetti il numero e la parola non sono in concorrenza, ma sono le nostre umane chiavi di accesso per comprendere la realtà ed intervenirvi, ovviamente.

Oddio! Tutti ricordi dei tempi di Checco e Nina, se pensiamo a questa giovane Silvia che non solo ci vuole dire qualcosa sulla nascita e lo sviluppo della scrittura, ma addirittura intende cimentarsi con ben nove scritture misteriose, che forse ai nostri classici della ricerca linguistica sono sfuggite! E’ noto che il linguaggio – o meglio un certo tipo di linguaggio, riccamente articolato di suoni, vocali consonanti, pausazioni e tutte le diavolerie che caratterizzano il nostro umano parlare/scrivere e ascoltare/leggere, rigidamente disciplinato dalla grammatica (fonologia, morfologia e sintassi) e/o da più grammatiche – è la caratterizzante comunicativa di noi umani, oggi, ma anche ieri nonché domani! Ed è disciplinato da mille differenti grammatiche, normate da più parlanti in differenti spazi e tempi. Però, mentre il parlato si perde – ovviamente quello precedente alla strumentazione inventata ed arricchita negli ultimi decenni – lo scritto, invece, resta! E, se l’origine, la diffusione e la fine dei tanti mille parlati si perde, quella dei tanti mille lontani scritti rimane, in migliaia di supporti, dal coccio alla pergamena, al papiro, alla carta e non so cos’altro!

MI piace sottolineare quanto ci scrive l’editore a proposito del libro di Silvia: “Parla di un’invenzione ancora avvolta nel mistero: la scrittura. È ormai quasi sicuro che sia stata concepita da zero più volte nella storia. Ma come si è arrivati a questa rivoluzione? Che cosa ci ha portato a scrivere? Per aiutarci a svelare questo arcano, Silvia Ferrara ci guida alla scoperta delle scritture inventate dal nulla e di quelle rimaste indecifrate fino a oggi, non solo tra i segreti della storia, ma anche nei meandri della nostra mente. Cina, Egitto, Messico, Mesopotamia, Cipro e Creta. Gli enigmi delle isole, la grande macchina delle città e degli imperi. Gli esperimenti sulla scrittura e le invenzioni solitarie, i sistemi ancora indecifrati dell’Isola di Pasqua e della Valle dell’Indo, il manoscritto di Voynich, gli oscuri khipu inca, il disco di Festo e tanti altri. Questo libro è un viaggio nella nostra capacità illimitata di creare storie e simboli, fatto di iscrizioni sibilline, di lampi di genio nel passato, della ricerca scientifica di oggi e dell’eco, vaga e imprevedibile, della scrittura del futuro. Insomma, la scrittura è la più grande invenzione del mondo. E questo libro racconta la nostra urgenza di permanere. Dall’alba della civiltà fino a oggi, un viaggio mai raccontato nella nascita della scrittura e nei misteri dei segni indecifrati. Un viaggio che non è ancora finito”.

E il seguito alla… prossima puntata!

Allarme Italia

Allarme Italia

di Maurizio Tiriticco

Una volta insegnare era una professione ambita. Gli insegnanti! Mai pagati tantissimo ma… “A professo’! Je meni pure a mi’ fijo, si nun studia”! Oggi, invece, je menano al professore. A mio vedere è l’intero nostro Paese che è in declino. Una classe politica incolore, oggi, scarsamente competente, ciarliera, pettegola. Abbiamo avuto uomini come De Gasperi e Togliatti, Nenni e Andreotti, Moro e Terracini. Per non dire di Giuseppe Di Vittorio! Il fondatore della CGIL! E donne come Tina Anselmi, Nilde Iotti. Uomini, donne e partiti che pensavano e operavano. Che a date scadenze celebravano congressi, eleggevano comitati centrali, segreterie, stampavano quotidiani e riviste. Nella DC operavano correnti. Nel PCI vigeva il centralismo democratico: una decisione, una volta discussa e assunta, impegnava tutti gli iscritti. Poi, dopo la caduta di uno storico muro, un certo Occhetto, preoccupato non so di che cosa, decise che il Pci si dovesse autocancellare, come se noi comunisti italiani dovessimo stracciarci le vesti per chissà che cosa e chiedere scusa a qualcuno! E, e al posto della falce e martello, adottò una quercia! Che nulla a che fare con fabbriche e campi coltivati. Una pianta che produce ghiande, buone solo per i porci. Boh!

In seguito, un toscanaccio, un inguaribile chiacchierone, sbocciato come un fungo in un prato, ha inaugurato la cosiddetta rottamazione! Che in effetti è piaciuta un po’ a tutti i partiti, che hanno cominciato a rottamare! Aoh! Mannamo a casa i vecchietti e in poltrona ci annamo noi! Che però, gira e tuira – come diciamo a Torino – hanno finito con l’autorottamarsi! Ed oggi abbiamo i grillini che si autoeleggono con una strana piattaforma Rousseau! Un richiamo a quel grande pensatore che con il suo Emilio, buono per natura, ma poi un po’ discolo a causa di una società cattivella, non c’entra proprio niente! Abbiamo poi il leader di un PD, un cuor contento, un simpatico ragazzone, che ride sempre, come il drammatico personaggio di Victor Hugo! Abbiamo un presidente del Consiglio eletto da nessuno, che ieri governava con una maggioranza, oggi con un’altra! Il rimpiattino della politica!

Ma purtroppo abbiamo un Paese che ansima, un’economia che boccheggia. Un’Europa che ci manda un po’ di soldi per farci rifiatare! Ma come li spenderemo? Tutti noi, comunque, grazie alle Stellone Italia, riusciamo a tirare avanti, anche se alla giornata. E oggi, per di più, tutti in maschera e ben distanziati l’uno dall’altro, preoccupati del contagio del Covid. Un vero e proprio… contratto asociale! Altro che il sogno di Rousseau! E purtroppo sembra che non ci accorgiamo che già da tempo siamo contagiati da un’altra malattia, una politica di basso profilo. E da una economia che traccheggia. Osservata a vista da una silenziosa ma palese disistima europea ed internazionale. Mah! Che dire? Che fare? Quando un Salvini fa audience, c’è veramente da preoccuparsi! Ai tempi di De Gasperi e Togliatti, avrebbe celebrato i suoi spettacolini in quei varietà che nei cinema di periferia seguivano la proiezione dei film. Con tanto di gambe al vento di prosperose ballerine! Infatti! Perché oggi è di scena il grande Varietà Italia! E tutto è lecito!

E, purtroppo, siamo solo al primo tempo! Che non si sa quando finisce. Pertanto… hai voglia ad aspettare il secondo tempo! E lo Stellone Italia? C’è il rischio che diventi una piccola stellina, perduta nella nebulosa di Andromeda! Almeno tanti secoli fa un Grande Italiano lamentava una serva Italia! Domani dovremo lamentarci di un’Italia sparita?

Pensieri al vento

Pensieri al vento

di Maurizio Tiriticco

La struttura del nostro intestino in migliaia di anni non è cambiata: è sempre quella di un “animale” granivoro. Nel corso dei millenni, quando forse i frutti degli alberi sono cominciati a scarseggiare, abbiamo assunto la posizione eretta e lasciato le foreste. Le nostre mani posteriori si sono trasformate in piedi, abbiamo perduto la coda non più necessaria, anzi di ostacolo, e siamo diventati, sempre nel corso di millenni, raccoglitori e cacciatori, e poi, sempre millennio dopo millennio, agricoltori e allevatori. Di fatto, abbiamo imparato che certi prodotti della terra potevano essere seminati e che certi animali potevano essere allevati! E così siamo diventati sedentari, agricoltori e allevatori… e poi e poi e poi… insomma per millenni il mondo contadino ha seminato e allevato, raccolto e ucciso. Il contadino “amava” la vacca che poi, ovviamente uccideva! Altrettanto dicasi per il maiale e per la gallina… soprattutto quella vecchia… che fa sempre buon brodo… e poi e poi… Ma oggi è tutto cambiato… seminiamo, piantiamo, raccogliamo verdure e frutti che, però, non hanno più sapori, contaminati dai prodotti chimici che li “difendono” dagli insetti… eabbiamo un’insalata tutta eguale e insapore, ma sempre senza un chicco di terra, mele e pere senza mai un vermicello. Quello che, incece, trovavo quando ero bambino. Ed era sempre una spiacevole sorpresa per la mamma che aveva scelto i frutti uno ad uno sul banco del mercato.

Mah! Oggi, se mangi un frutto a occhi chiusi, non sai che cosa mangi… non ci sono più né sapori né odori… tutto ordinatamente incellofanato sugli scaffali dei supermercati… fragole grosse come pere e sempre insapori… uova con tanto di timbro, fresche per settimane. Per non dire degli animali, allevati – si fa per dire – perché diventino grandi e grossi al più presto… immobili nei loro recinti… macellati in serie e spesso nei modi più crudeli. Pertanto, sono sane e giustissime oggi le battaglie degli animalisti, ma… non so se le vinceranno… perché la battaglia dovrebbe essere contro un intero sistema, quello capitalistico che, dopo l’ingloriosa fine della “speranza comunista”, ora non ha più avversari! Il capitalismo che ha prodotto negli ultimi secoli miserie ormai continentali, accoppiandosi anche con il colonialismo! E non è un caso che oggi assistiamo a masse di popolazioni in fuga dalle loro sedi di origine – direzione sud-nord – che noi – diventati ormai Paesi cosiddetti civili – accogliamo e sfamiamo… il primo giorno… ma poi? E poi non so!

In realtà, sembra che questo intero sistema transazionale abbia prodotto anche opposizioni transnazionali! Penso all’Isis o ad altre sigle assassine, sempre più armate e minacciose e sostenute da un fanatismo a noi occidentali ormai sconosciuto. Basti pensare a quanto accade agli amici parigini del periodico satirico “Charlie Hebdo”. Certo fanatismo è nato e si alimenta in Paesi in cui tra Stato e Religione non corre alcuna differenza! Quella distinzione che noi in Europa abbiamo imparato ad esercitare dopo migliaia di roghi! Di streghe e di eretici! E il “Trattato sulla Tolleranza” del buon Voltaire segnò una pietra miliare nella battaglia contro l’intolleranza religiosa! E che dire del buon Galileo che dovette ricredersi pubblicamente, anche se tra sé continuava a dirsi: “Eppur si muove”?

Tornando a noi, oggi per mille ragioni la lotta degli animalisti deve fare un balzo in avanti e diventare sempre più autentica e determinata lotta politica! Altrimenti saremo condannati solo a manifestare, a salvare ogni tanto qualche agnellino, ma domani e i giorni seguenti le fabbriche degli animali da macello – perché ormai non sono più le stalle di un tempo – continueranno a produrre carne – o meglio “pezzi di carne” – come fossero cuscinetti a sfera o lampadine. Lotte, però, che oggi sembrano impossibili! Chi le dovrebbe condurre? Un inesistente esercito di massaie?Vado lontano nel tempo! “Uno spettro si aggira per l’Europa: lo spettro del comunismo. Tutte le potenze della vecchia Europa si sono coalizzate in una sacra caccia alle streghe contro questo spettro: il papa e lo zar, Metternich e Guizot, radicali francesi e poliziotti tedeschi”. E’ l’incipit del“Manifesto del Partito Comunista”, scritto, com’è noto, da Carlo Marx e Federico Engels e pubblicato a Londra nel lontano 1848. Un manifesto che promosse consensi e suscitò lotte che interessarono l’intera Europa.

Ma oggi? Non so! Il fatto è che non c’è più una classe operaia né un movimento contadino… Il Quarto Stato, quello stupendo olio su tela dipinto da Giuseppe Pellizza da Volpedo, noto a tutto il mondo… Non so, mi sembra che oggi siamo tutti una sterminata popolazione di ciechi,sempre pronti a sbattagliare, ma… come novelli Don Chisciotte, contro mulini a vento, le cui pale purtroppo continueranno a girare girare girare…girare… appunto! Oggi ci manca un Carlo Marx, capace di analizzare lo status e le contraddizioni di questo odierno capitalismo universale. Perché la Russia e la Cina, anche se nate da due grandi rivoluzioni comuniste, nel 1917 e nel 1948, oggi del comunismo non conoscono neanche l’ombra! Il ferreo governo dello Zar Putin e dell’Imperatore celeste Xi Jinping lo stanno a dimostrare!

Una volta il capitalista era lì, con sigaro, panciotto e bombetta, come nelle vignette di Scalarini, con tanto di nome e cognome… e lo sciopero lo danneggiava realmente. Oggi i grandi scioperi nei grandi complessi delocalizzati e quelli dei pubblici servizi, quando vengono effettuati, spesso finiscono con il danneggiare non il nemico, ma ciascuno di noi… In realtà oggi il nemico è invisibile, senza nomi, macon miliardi di soldi che passano di banca in banca, e di Paese in Paese, sulle nostre teste… Pertanto lotte senza analisi rigorose a monte e senza obiettivi realizzabili a valle servono solo a rafforzare questo neocapitalismo ragnatela che giorno dopo giorno soffoca ciascuno di noi… 

Ancora un mah! Mi sembra che siano soltanto pensierini buttati lì! E che il vento del web domani porterà via!!!

Un compito arduo per la scuola!

Un compito arduo per la scuola!

di Maurizio Tiriticco

Fatti recenti di cronaca in cui ragazzi uccidono altri ragazzi fanno veramente pensare! Che cosa sta accadendo nel nostro Paese? Ed i nostri ragazzi vivono tutti nello sballo delle discoteche, delle droghe, degli insulti, delle botte e degli accoltellamenti? Un Paese allo sbando? Una generazione di giovani nostri concittadini allo sfascio? No! Non voglio crederci! Non dobbiamo crederci, ma…

Penso che oggi purtroppo viviamo in una società incapace di esprimere dei valori. Penso che siamo tutti schiacciati sull’oggi consumistico, sdraiati sul presente, scarsamente informati anche sulle cose del mondo e sulla natura e sulla storia della nostra Repubblica. Penso che molti nei nostri concittadini non hanno mai letto, quindi mai potuto condividere con piena convinzione, gli articoli 1-12 della nostra bella Costituzione, quelli che riguardano i “principi fondamentali” che ispirano e governano – e lo dovrebbero – il nostro stare insieme come cittadini e il nostro produrre come lavoratori.

E non è un caso che il primo articolo della Costituzione repubblicana, il primo dei dodici che riguardano i “principi fondamentali” che caratterizzano la nostra convivenza, così recita: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.” E’ anche opportuno sottolineare che la nostra Costituzione non ce l’ha regalata nessuno! E’ nata dalla lotta contro il fascismo e dalla Resistenza. Ed ha sostituto il cosiddetto Statuto Albertino, quello “graziosamente” promulgato dal Re Carlo Alberto di Savoia a Torino, capitale del Regno di Sardegna il 4 marzo 1848, in seguito ai primi moti rivoluzionari che, com’è noto, interessarono l’Italia intera e gran parte delle monarchie europee.

Penso che sia anche opportuno ricordare che quelli Statuto non venne mai formalmente modificato dalla dittatura instaurata dal regime fascista, anche se in effetti non ne tenne alcun conto nell’esercizio dei suoi poteri! E ciò con la complicità stessa del Re Vittorio Emanuele III che, invece, avrebbe dovuto esserne il garante! Ma quale garanzia? Quel re che nel 1922 aveva consegnato letteralmente il suo “amato” popolo alla dittatura fascista? Quel re che poi Mussolini ricompensò lautamente, quando, a seguito di dissennate campagne militari, gli donò la corona di Imperatore d’Etiopia, il 9 maggio del 1936, e di Re d’Albania nel 1939? Quel re che poi, con tutta la sua corte, fuggì letteralmente da Roma nella notte dell’8 settembre del 1943, dopo che il maresciallo Badoglio aveva comunicato al Paese la cessazione delle ostilità contro le truppe angloamericane che già erano sbarcate in Sicilia e si accingevano a risalire la penisola per liberarci dalla feroce occupazione nazista.

Sono trascorsi decenni da quegli anni! Ed oggi viviamo in un Paese libero e democratico! In cui però alcuni nostri concittadini pensano che tutto sia loro dato e donato e che tutto possono! Con quell’arroganza che è tipica dell’ignoranza e dell’inciviltà. In tale contesto/scenario, il nostro sistema di Educazione, Formazione ed Istruzione ha un compito arduo! Oggi, purtroppo, reso ancora più difficile da questo maledetto corona virus! A volte sorrido quando si discute come, quando e perché debba essere insegnata l’’Educazione Civica”! Come se questa tipologia di educazione fosse una materia!Ogni materia, se bene insegnata, è un fattore di educazione civica! Democratica! Allo “stare insieme” in modo cooperativo e produttivo.

Occorre, comunque, ricordare che come materia venne già considerata e adottata, tanti anni fa. Infatti, con il dpr 585 del lontano 1958 vennero varati i cosiddetti “programmi per l’insegnamento dell’educazione civica negli istituti e scuole di istruzione secondaria e artistica”. Si tratta di un dpr lungo e articolato, ma… nessuna indicazione sulla valutazione! E nella nostra scuola, se una materia non si valuta, che si insegna a fare? Tale materia di traversie ne ha subite tante. Basta accedere al bel libro curato da Luciano Corradini e Giuseppe Refrigeri nel lontano 1999 per i tipi de “il Mulino”. E penso che comunque sia tuttora una cenerentola! Comunque, bando alle chiacchiere! In effetti una buona scuola e buoni insegnanti, qualunque cosa insegnino, costituiscono il clou di un’educazione di per sé anche civile e democratica! Ed in tale contesto è ancheopportuno far conoscere ai nostri studenti quelle otto competenze chiave per un apprendimento efficace e produttivo, di cui alla Raccomandazione del Consiglio europeo relativa alle competenze chiave per l’apprendimento permanente del 23 maggio 2018.Occorre sempre considerare che siamo anche europei!

8 Settembre 1943

8 Settembre 1943

di Maurizio Tiriticco

Ostia, o Lido di Roma, come il Duce l’aveva ribattezzata, estate 1943 —- I giorni passavano, ci si avviava verso la fine di quel mese di agosto, che sarebbe stato lungo quanto non mai. Poi si sarebbero riaperte le scuole… e tutto sarebbe stato come prima! Come prima? Come sempre? Possibile che questo armistizio non si faceva mai? Anche il colonnello Stivens, che tutte le sere ascoltavamo su Radio Londra, ovviamente a bassissimo volume,su questa cosa non diceva nulla, o molto poco. Ci incoraggiava solo il fatto che i messaggi speciali erano sempre più numerosi e più cervellotici. Erano inviati alla resistenza, così ci diceva il colonnello… ma dove fossero e chi fossero questi resistenti non si sapeva nulla… io almeno non sapevo nulla. Di quei messaggi ne ricordo alcuni: La raganella non canta, Felice non è felice. Ad Hitler fa male il Reno. A Mussolini fa male il Po. Le scarpe mi stanno strette. La mucca non dà latte. Un po’ si rideva, ma… sapevo che ad ogni messaggio corrispondeva un’azione, ma quale? E dove? E quando? La Resistenza, quella con la R maiuscola era un fenomeno che ancora non conoscevo. Ed era difficile interpretarli, perché erano messaggi in codice: così mi aveva detto mio padre.

E poi giunse settembre e ancora nulla! Mussolini era stato incarcerato, ma nessuno sapeva dove; dei fascisti neanche l’ombra, ma… la guerra continuava. Il bollettino della sconfitta – ironizzavamo pensando al Bollettino della Vittoria, quella della prima guerra mondiale, che sapevo a memoria, ovviamente – alla radio alle ore venti non veniva mai letto. Contavamo i giorni! Mia madre stava perdendo ogni speranza. Le comunicazioni con mio padre, in servizio all’Aquila, erano sempre più difficili! La posta non veniva più distribuita! Le comunicazioni erano quelle che erano… le telefonate interurbane ormai pressoché impossibili. E sull’Aquila non piovevano bombe… fortunatamente… almeno i giornalieri bollettini di guerra non lo dicevano.

Ma poi finalmente… il bollettino tanto atteso venne! Era la sera dell’8 settembre, una sera come tante, calda, tranquilla, il profumo del mare! Anzi, non fu un bollettino! Non erano ancora le venti e stavo in strada, per l’esattezza in Piazza Anco Marzio, dove sostavamo e chiacchieravamo, gli amici di sempre! Era la radio di un bar, anzi di un caffè! Bar era un nome inglese ed era stato cancellato dal nostro vocabolario: ma forse i fascisti non sapevano che viene dal latino barra, il piano di servizio del termopolio, insomma il bar dei Romani antichi. Ma io lo sapevo, avviato agli studi classici!!!

A un certo momento si interrompono le trasmissioni e… un annuncio solenne! «Attenzione! Attenzione! Sua Eccellenza il Capo del governo e Maresciallo d’Italia Pietro Badoglio rivolgerà un proclama alla nazione!» Era la voce di Arnoldo Foà, come seppi a guerra finita. Seguirono le parole di Badoglio, sì, proprio del Maresciallo Badoglio in persona, quindi la notizia doveva essere più che importante! Eravamo tutto sospesi! E poi… delle parole secche, stentoree, scandite, anche con una voce un po’ chioccia…. non era uno speaker: «Il governo italiano, riconosciuta la impossibilità di continuare la impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione, ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate anglo-americane. La richiesta è stata accolta. Conseguentemente, ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza». E, nella grande gioia, tutti ci chiedevamo: ma, se la guerra è finita, chi altro dovrebbe attaccarci? E perché? Quale ingenuità!

COMUNQUE… ERA FINITA! CHETTRIPUDIODIGGIOIAAA!!! Difficilmente ho vissuto emozioni più intense, momenti più felici! In piazza c’erano anche dei soldati in libera uscita! Berretti e giberne venivano lanciate in aria insieme a grida di giubilo: «E’ finita! E’finita! Tutti a casa! Tutti a casa! Finalmente! Era ora…» CHETTRIPUDIODIGGIOIAAA!!! Ci abbracciavamo tutti e tutti eravamo convinti che tutto fosse finito, veramente e per sempre! «Da domani non più tessete annonarie», gridava una donna, malmessa ma ridente, una madre di famiglia, una delle tante… mi abbracciò e mi disse: «Figlio mio, figlio mio»! Anch’io la abbracciai! Ci abbracciavamo tutti. Ci baciavamo tutti! TUTTO era ormai finito! FINITOOO… PER SEMPREEE… Invece, il TUTTO, anzi il peggio del peggio, doveva ancora cominciare!

Ma che diavolo era successo in Italia, da quel 25 luglio, quando il Duce era stato imprigionato dal Re, fino all’8 settembre? NULLA! ASSOLUTAMENTE NULLA DI NUOVO, stando alle dichiarazioni ufficiali. Però tutti ci chiedevamo dove fosse quella restaurata democrazia! E poi ogni giorno battaglie, ogni giorno cadaveri! La guerra continuava, e come! Ma finalmente venne l’agognato armistizio! E, nel giro di una notte, i nemici diventarono i tedeschi. Sul fronte, però, quel 25 luglio non aveva prodotto nulla di nuovo! “La guerra continua”: ci aveva detto Badoglio! Lo stesso Maresciallo d’Italia – a quei tempi i titoli onorifici non mancavano – che, con il Re Pippetto e la sua corte, il successivo 8 settembre sarebbe scappato da Roma! Per raggiungere Pescara ed imbarcarsi sulla corvetta Baionetta per riparare a Brindisi, che già era stata liberata dagli Alleati.

Ma l’ironia volle che lo stesso 8 settembre 1943 venissepubblicato l’ultimo bollettino di guerra (tali bollettini venivano pubblicati quotidianamente in tarda serata), nel quale nulla di nulla si diceva a proposito dell’armistizio! Ecco il testo: “Bollettino di guerra n. 1201 dell’8 settembre 1943 — Sul fronte calabro reparti italiani e germanici ritardano in combattimenti locali l’avanzata delle truppe britanniche. L’aviazione italo-tedesca ha gravemente danneggiato nel porto di Biserta 5 navi da trasporto per complessive 28 mila tonnellate; nei pressi dell’isola di Favignana un piroscafo da 15 mila tonnellate è stato colpito con siluro da un nostro aereo. Formazioni avversarie hanno bombardato Salerno, Benevento e alcune località delle provincie di Salerno e di Bari perdendo complessivamente 10 velivoli: 3 abbattuti dalla caccia italo-germanica e 7 dall’artiglieria contraerea”.

Ci sarebbe da ridere se non di trattasse, invece, dell’ultimo anodino atto formale di una immane tragedia. Insomma, dal 3 settembre del 1943 civili e militari continuavamo a morire, anche se il Paese non era più in guerra! Formalmente! Perché la guerra, non dichiarata, ma più tremenda, contro i civili, fu quella condotta successivamente dai soldati di Hitler contro una popolazione inerme! Lunga e sanguinosa! Fino a quel 25 aprile del 1945!

Estratto, con alcune modifiche, dal mio “BALILLA MOSCHETTIERE” – Roma, 8 settembre 2020