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Pittoni “torna titolarità su scuola” addio ambito, ecco come

da Orizzontescuola

Pittoni “torna titolarità su scuola” addio ambito, ecco come
di redazione

Pubblichiamo il chiarimento del Sen. Pittoni (Lega) dopo la fake news sulle assegnazioni provvisorie, creato da una errata interpretazione di alcuni siti web del DDL sull’abolizione della chiamata diretta.

“Con il ddl “Abolizione della chiamata diretta dei docenti” – afferma il Sen. Pittoni – il comma 73 della legge 107 resta in vigore per quanto attiene al 1° e al 2° periodo.

Il 3° e il 4° periodo (che comunque hanno esplicato i loro effetti per gli anni scolastici 2016/2017, 2017/2018 e, in parte, 2018/2019) non possono essere abrogati, se non a prezzo di vedere annullati i movimenti e le nomine in ruolo degli ultimi tre anni scolastici, con effetti a dir poco catastrofici sull’intero sistema istruzione.

La strada presa dal ddl è invece quella del loro superamento al 100% a decorrere da data certa (31 dicembre 2018) con l’abolizione della titolarità d’ambito e il ripristino della titolarità di istituto.

Quanto alla questione della concreta acquisizione/riacquisizione della titolarità di istituto in luogo di quella su ambito, è evidente che per “ultima sede di servizio” si deve intendere quella “entro l’ambito di titolarità”, non potendosi in alcun caso ipotizzare una titolarità (che per definizione è connessa al concetto di organico di diritto) che vada a cadere su una scuola fuori dall’ambito in cui il docente, in forza della disposizione di legge che si intende abrogare, è divenuto titolare.

Non è pertanto un refuso l’utilizzo della “o” (invece della “e”) perché la prima fattispecie si riferisce a quei casi, non pochi statisticamente, in cui il docente ha prestato servizio in una scuola compresa nell’ambito di titolarità, ma presso la quale non ha stipulato il contratto di incarico previsto dalla legge 107 per tre anni.”

Lo stesso chiarimento era già stato fornito anche dalla nostra redazione

Ripristino titolarità su scuola: ruoli regionali e nuove regole mobilità. Chiarimenti

da Orizzontescuola

Ripristino titolarità su scuola: ruoli regionali e nuove regole mobilità. Chiarimenti
di redazione

Il DDL presentato dal Sen. Pittoni (Lega) per l’abolizione della chiamata diretta e il ripristino per tutti i docenti della titolarità su scuola continua a far discutere.

No titolarità su scuola di assegnazione provvisoria

Ieri siamo intervenuti per smentire alcune fake news fatte circolare in rete sulla possibilità che il DDL aprisse alla possibilità di far acquisire ai docenti in assegnazione provvisoria per l’a.s. 2018/19 la titolarità nell’attuale scuola di servizio. Un’ipotesi che non trovava alcun fondamento nè giuridico né realistico, ma che purtroppo ha scatenato una serie di allarmismi. Lo stesso Senatore ha voluto precisare i termini della questione.

Titolarità su scuola e ruoli regionali

Maddalena Gissi, segretaria generale CISL Scuola è intervenuta in merito, sottolineando come il provvedimento avrebbe dovuto contenere il ripristino dei ruoli provinciali e non regionali come finora assegnati dalla legge 107/2015.

Su questo punto risponde puntualmente il Sen. Pittoni “Sulla suddivisione del ruolo del personale docente su base territoriale: ogni nuova valutazione è opportuno sia lasciata a un prossimo atto legislativo, in quanto entrano in gioco fattori diversi da quelli inerenti alla titolarità. Il ripristino dei ruoli provinciali (e non più regionali, come previsto dalla legge 107) deve infatti confrontarsi con il diverso valore istituzionale recentemente assunto dalla Provincia come soggetto di diritto pubblico e come ente locale. D’altra parte è anche opportuno considerare che, a normativa vigente, i ruoli del personale della scuola non sono regolati omogeneamente: quelli dei docenti sono su base regionale, quelli degli ATA su base provinciale, quelli degli IRC su base diocesana rapportata all’ambito regionale”

Titolarità su scuola e mobilità a.s. 2019/20

Un’altra perplessità avanzata dalla Gissi riguardava il prossimo contratto mobilità ”

Non convince del tutto la modalità con cui si prevede l’acquisizione della titolarità su scuola, facendo riferimento a quella di attuale servizio e facendo di questo passaggio un oggetto del provvedimento di legge. Noi siamo convinti che affidare la regolazione di questo passaggio alla contrattazione sarebbe più giusto e più opportuno. Sicuramente più rispettoso delle prerogative su una materia come la mobilità del personale, tipicamente sindacale; ma siamo anche convinti che la contrattazione si rivelerebbe molto più efficace nell’affrontare in modo puntuale, trovando soluzioni adeguate, la varietà di situazioni che di fatto si sono determinate in questi anni di applicazione della legge 107.

Si tratta in realtà di un falso problema in quanto è evidente – come ci ha confermato il Sen. Pittoni – che la norma fissa solo il concetto generale e astratto (abrogazione della titolarità d’ambito e della chiamata diretta); la contrattazione con le parti sociali stabilirà autonomamente le modalità per il conseguimento del fine stabilito dalla legge.

Anagrafe studenti 2018/19, aggiornamento dati frequenza alunni

da Orizzontescuola

Anagrafe studenti 2018/19, aggiornamento dati frequenza alunni
di redazione

Il Miur ha inviato un messaggio alle scuole, relativo all’aggiornamento dell’Anagrafe nazionale degli studenti a.s. 2018/19.
L’amministrazione comunica che sono disponibili le funzioni per aggiornare i dati di frequenza degli alunni sul SIDI, a partire dal 20 settembre 2018.

Fiducia nei docenti, due italiani su tre ce l’hanno

da La Tecnica della Scuola

Fiducia nei docenti, due italiani su tre ce l’hanno
Di Alessandro Giuliani

La scuola è nel cuore degli italiani: la fiducia che i nostri cittadini riscuotono verso il sistema d’istruzione, malgrado tutti i problemi che lo caratterizza e le crescenti lamentele, che in alcuni casi sfociano in aggressioni verso il corpo docente e dirigente, rimane alta. Addirittura, rispetto agli ultimi tredici anni è più che raddoppiato: tanto che a credere alla scuola e alla sua efficacia sono due italiani su tre.

Oggi, se si guarda alle altre istituzioni, la scuola si colloca dopo le forze armate che sono al primo posto e prima della Chiesa Cattolica.

Il gradimento, che pone la scuola tra le istituzioni più care agli italiani, è stato quantificato attraverso un’indagine on line, un sondaggio, realizzata da Termometropolitico.

La scarsa considerazione per i partiti

In fondo al gradimento, invece, risultano i partiti, anche se negli ultimi dodici mesi hanno fatto registrato un deciso incremento di fiducia di dieci punti percentuali.

Secondo Pino Turi, leader della Uil Scuola, la fiducia che gli italiani riscuotono verso le forze armate e l’istruzione, fanno riferimento a “due aspetti di una stessa società che da un lato rivendica sicurezza nel presente, ma contemporaneamente crede nel ruolo di mediazione, di coesione, di sviluppo della scuola che proietta la voglia di progresso civile ed economico nel futuro. Abbiamo necessità di far tornare la scuola ad essere un ascensore sociale”.

“No al liberismo applicato alla scuola”

“Gli insegnanti e tutto il personale della scuola – continua il sindacalista – godono di considerazione e rispetto da parte della società, e con questo sondaggio mostrano di avere fiducia nel modello di scuola costituzionale che svolge il delicato compito di educare cittadini liberi, anche in controtendenza con analisi e proposte di uffici studi che vorrebbero interpretare in senso neo liberista quello che, invece, rappresenta la scuola italiana, che vuole essere comunità libera e democratica”.

La politica non sembra però capirlo

“Il momento che stiamo attraversando ha necessità di solide fondamenta su cui far ripartire la crescita: quelle fondamenta sono il sistema nazionale di istruzione che ha bisogno di attenzione ed investimenti e la politica ne dovrà tenere conto”, conclude Turi.

Insomma, la fiducia non appare ripagata nei fatti: l’inversione di tendenza, che vorrebbe vedere attuati investimenti maggiori per l’istruzione rispetto al Pil, viene sempre infatti rimandata a tempi migliori per le casse dello Stato.

Ecco che, allora, più che verso il sistema scolastico, nel suo complesso, la fiducia che due italiani su tre hanno è probabilmente indirizzata verso il corpo docente e il personale Ata a cui vengono affidati i nostri figli.

Legge di bilancio: non si parla di stipendi dei docenti

da La Tecnica della Scuola

Legge di bilancio: non si parla di stipendi dei docenti
Di Reginaldo Palermo

Nel dibattito che si sta avviando sulla legge di bilancio per il 2019, sulle risorse necessarie e sulle principali voci di spesa è del tutto assente, almeno per ora, la questione dei contratti pubblici.

Contratti pubblici dimenticati, per ora

La “dimenticanza” colpisce non poco anche perchè la spesa in gioco non è affatto modesta ma anzi appare significativa tanto quanto altre di cui si sta molto parlando.
Restando fermi al comparto scuola, se si parlasse anche solo di 100 euro lordi per ciascun dipendente il conto ammonterebbe alla non disprezzabile cifra di quasi un miliardo e mezzo di euro.
Ma 100 euro lordi mensili sarebbero solo il punto di partenza, perchè in campagna elettorale il M5S ha parlato di ben altri importi (c’è chi si è spinto fino al raddoppio degli stipendi attuali, ipotesi ovviamente del tutto improponibile in quanto richiederebbe investimenti stratosferici, nell’ordine di 40 miliardi di euro).

Bussetti: i docenti guadagnano poco

Di recente lo stesso ministro Bussetti ha ammesso che gli stipendi attuale dei docenti sono modesti e non corrispondono affatto alla professionalità e all’impegno che vengono oggi richiesti agli insegnanti.
Eppure solo un paio di giorni fa, nel corso di una intervista radiofonica, il Ministro ha tranquillizzato tutti asserendo che nella scuola non ci saranno tagli di spesa: affermazione che sta di fatto a significare che non solo non ci saranno risorse aggiuntive per la scuola ma che ci sarà da gioire se non ci sarà una riduzione di spesa.
D’altra parte è davvero improbabile che la legge di bilancio preveda novità sul trattamento economico del personale della scuola. Gli stessi sindacati del comparto sarebbero quasi certamente contrari ad aumenti riservati alla scuola e non estesi a tutto il pubblico impiego.
E siccome i pubblici dipendenti sono poco meno di 3 milioni è facile capire per quale motivo non sarà facile che la legge di bilancio affronti questo modo. Per garantire a tutto il personale un aumento medio di 1.000 euro annui, che al netto si ridurrebbero a meno di 50 euro mensili, servirebbero all’incirca 3 miliardi di euro.

Rischio calo stipendi da gennaio

Senza poi considerare che, anche solo per mantenere gli attuali livelli stipendiali, nella legge di bilancio andrebbe inserito uno stanziamento di poco meno di un miliardo di euro per l’intero comparto pubblico: i contratti firmati nei mesi scorsi, infatti, prevedono il ben noto “elemento perequativo” per gli stipendi più bassi, elemento che cesserà di essere erogato a partire dal prossimo mese di gennaio.
E quindi senza risorse adeguate a gennaio prossimo una parte considerevole di dipendenti pubblici potrebbero ricevere uno stipendio ridotto: nella scuola il problema riguarderà tutto il personale ausiliario e amministrativo e tutti i docenti con meno di 15 anni di servizio.
Insomma il rischio è che mentre le forze di governo si confrontano (e magari litigano) su flat tax, pensioni e reddito di cittadinanza, gli stipendi dei docenti restino ancora al palo e anzi arretrino un po’.

Terremoto: 3,6 milioni per le scuole del Molise

Terremoto, Bussetti: 3,6 milioni per le scuole del Molise

“La sicurezza delle nostre scuole rappresenta una priorità. E voglio dimostrarlo con i fatti. Ho firmato in queste ore un decreto che stanzia 3,6 milioni per mettere in sicurezza gli edifici di tre istituti scolastici dichiarati inagibili dopo le scosse di terremoto che hanno il colpito il Molise ad agosto”. Lo dichiara il Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, Marco Bussetti.

“Stiamo lavorando velocemente per dare una risposta ai ragazzi, alle loro famiglie, alle comunità scolastiche – prosegue il Ministro -. La scuola è per i nostri studenti una seconda casa. Devono sentirsi protetti al suo interno e devono poter tornare alla normalità quanto prima. Siamo al fianco degli Enti locali, della Regione, del nostro Ufficio scolastico: continueremo a dare il supporto necessario e a collaborare con loro. Per la ripartenza del territorio. E per il futuro dei nostri giovani”.

Alternanza e chiamata diretta

Alternanza e chiamata diretta: perché gli interventi del Ministro Bussetti non cambieranno la sostanza

Il ministro dell’istruzione Bussetti è nuovamente intervenuto sull’Alternanza Scuola Lavoro, facendo chiaramente intendere che questo istituto verrà ridotto nella durata minima e spingendosi a dire che saranno le scuole a definire la durata dell’Alternanza. Ci rendiamo conto che queste dichiarazioni, insieme all’abolizione della chiamata diretta, facciano tirare un sospiro di sollievo a tutti i docenti, perché si tratta del depotenziamento di due tra gli aspetti più odiosi e impattanti della Legge 107.

Un sindacato però non può e non deve fermarsi alle dichiarazioni e ha il dovere di comprendere e spiegare il senso delle scelte di un Ministro che non crediamo affatto voglia distanziarsi dalle politiche seguite negli ultimi 20 anni da tutti i Ministri che si sono succeduti al dicastero dell’Istruzione. Politiche che vanno verso un impoverimento della scuola statale, uno svuotamento dei saperi, un sistema di istruzione e formazione piegato al mercato del lavoro e alle esigenze di impresa.

Pare che il Ministro abbia dichiarato durante il question time che non si può “ignorare che la realtà italiana è molto variegata e mancano in alcune zone strutture ospitanti adeguate [per svolgere l’Alternanza]”. Questo, unito al fatto che le scuole avranno il potere sì di ridurre, ma anche, eventualmente di aumentare le ore di alternanza, ci fa pensare che lo scopo sia mantenerla e al limite potenziarla, lì dove le aziende richiedono manodopera possibilmente gratuita, lì dove le aziende o gli enti hanno la possibilità di elaborare progetti che preparino i quadri intermedi e dirigenti del futuro. In queste dichiarazioni si legge chiaramente, ancora una volta l’intenzione di mettere la scuola al servizio delle aziende, però lì dove le aziende producono e l’economia ancora funziona. Si profila un allargamento della forbice tra aree che produttivamente tengono ed aree depresse, tra aree metropolitane sempre più al centro della produzione di valore, ed aree periferiche che restano escluse dal processo e diventano funzionali solo come serbatoio di forza lavoro. Questa dinamica non fa che riattivare la faglia storica dello sviluppo economico e sociale di questo paese, la questione meridionale che ne costituisce il carattere originale e che oggi si approfondisce e modifica dentro un processo ancora più ampio, quello della costruzione europea. A questo punto ci domandiamo: che ne è della scuola delle pari opportunità? Della scuola dell’emancipazione delle classi popolari? Della scuola del dettato costituzionale?

La soluzione non è adattare l’alternanza alle reali esigenze delle imprese, ma tornare a fare scuola per formare culturalmente, umanamente e civicamente i bambini e i ragazzi; è ripensare un sistema di istruzione e formazione che metta al centro gli interessi dei soggetti in formazione e non del mercato. Questo deve valere sia per i Licei che per i tecnici e i professionali, perché pare evidente che le trasformazioni dell’Alternanza, unite alla riforma dei professionali, mirino a impoverire ancora di più la formazione culturale in quelle scuole, che in questo modello devono fornire manodopera a basso costo. Di questo non vediamo traccia nelle intenzioni di questo Ministro e di questo Governo, perché significherebbe avere davvero la volontà di staccarsi dalle politiche europee che da decenni impoveriscono l’Italia e la condannano a un ruolo subordinato di fornitore di manodopera a basso costo nel contento europeo.

L’altro punto chiave su cui sta puntando il Ministro Bussetti è l’abolizione della chiamata diretta e non possiamo che esserne contenti: chiunque lavori nella scuola sa che è uno strumento di controllo della libertà dei docenti, di asservimento dei docenti più giovani ai voleri del dirigente e, nei casi più gravi, di nepotismo, il tutto nascosto sotto il velo sottile del “merito”, parola che copre da molti anni ogni vergogna del sistema di istruzione italiano. Ma se la chiamata diretta, che peraltro non ha mai funzionato, essendo un corpo estraneo nel modello di organizzazione della scuola statale, viene abolita, perché non vengono aboliti gli ambiti? Due ci sembrano le motivazioni più probabili, la prima di gestione spicciola del lavoro scolastico, è quella di scaricare sulle segreterie un lavoro immane che prima veniva svolto dagli uffici scolastici territoriali: essi sono sotto organico, ma altrettanto lo sono le segreterie. La soluzione non è certo scaricare da un pezzo all’altro dell’amministrazione il peso di un lavoro enorme. La soluzione è assumere personale, retribuirlo in modo adeguato e tornare a ritmi di lavoro sostenibili. Di questo nei progetti del ministero non vi è traccia e come potrebbe esserci se viviamo nell’Italia del pareggio di bilancio, dove la spesa pubblica è bloccata e tagliata?

La seconda motivazione per questa scelta ci sembra possa essere ancora più pericolosa e sposarsi con l’intenzione che la lega manifesta da tempo di “trattenere” chi entra in ruolo al nord, nel Nord Italia. Ma il problema della scuola non sono i docenti del Sud che, una volta entrati in ruolo, tentano giustamente di tornare a casa, dalle famiglie, dai figli. Il problema è che non si investe nella scuola, si prosegue, anzi si accentua, una politica di sviluppo diseguale, nel disperato tentativo di tenere il Nord del paese agganciato alle politiche economiche europee e di scaricare quel Sud che mai è stato oggetto di vere politiche di sviluppo, dall’Unità ad oggi.

USB crede che gli occhi vadano tenuti ben aperti e che non si debba pensare che ritocchi alla Buona Scuola, comunque funzionali al progetto di smantellamento della scuola statale e della sua funzione costituzionale, possano bastare, o essere addirittura la soluzione che ci permetta di tornare sereni nelle aule. La 107 va smantellata come le riforme precedenti, che dagli anni 2000 – a dire il vero dalla famigerata autonomia scolastica –  snaturano la scuola e la impoveriscono, la scuola deve tornare realmente al centro del discorso, come luogo formativo ed educativo, non come fornitrice di lavoratori flessibili e sfruttabili.

Miti del rancore, miti per la crescita: verso un immaginario collettivo per lo sviluppo

alle ore 10:30 del 26/09/2018

Miti del rancore, miti per la crescita: verso un immaginario collettivo per lo sviluppo

Sala Zuccari – Palazzo Giustiniani – Senato della Repubblica – Via della Dogana Vecchia, 29 – Roma

La società del rancore, emersa dall’ultimo «Rapporto sulla situazione sociale del Paese», fa riferimento a un immaginario collettivo regressivo, chiuso, che la rende incerta, impaurita e, per questo motivo, condannata a non crescere. Per analizzare meglio il fenomeno, il Censis, in collaborazione con Conad, ha avviato un progetto che racconta come è cambiato l’immaginario collettivo nell’evoluzione della società italiana ed esplora quali opportunità presenta il futuro.

Presentazione del nuovo progetto di ricerca sull’immaginario collettivo degli italiani:
Francesco MaiettaResponsabile Area Poltiche Sociali Censis

Tavola rotonda:
Luca De BiaseGiornalista
Maurizio FerrarisFilosofo
Francesco PuglieseAmministratore Delegato Conad
Massimiliano ValeriiDirettore Generale Censis

Modera:
Maria LatellaGiornalista

Le opinioni e i contenuti espressi nell’ambito dell’iniziativa sono nell’esclusiva responsabilità dei proponenti e dei relatori e non sono riconducibili in alcun modo al Senato della Repubblica o ad organi del Senato medesimo.
L’accesso alla sala – con abbigliamento consono e, per gli uomini, obbligo di giacca e cravatta – è consentito fino al raggiungimento della capienza massima.
I giornalisti devono accreditarsi secondo le modalità consuete inviando un fax al numero 0667062947.

Per partecipare è necessario inviare una mail all’indirizzo di posta elettronica: nicoletta.nanetti@homina.it.

Vaccini, Tar Piemonte: non entra a scuola la bambina non vaccinata

da Il Sole 24 Ore

Vaccini, Tar Piemonte: non entra a scuola la bambina non vaccinata

Niente scuola per la bimba non vaccinata: è quanto ha stabilito il Tar del Piemonte che ha respinto il ricorso con cui due genitori di Cuneo chiedevano che la loro figlia venisse ammessa alla materna per l’anno scolastico 2017/2018. La coppia, per decisione dei giudici,
dovrà anche versare 2.500 euro per le spese legali.

Come anticipato dalle pagine locali del quotidiano ”La Repubblica”, i genitori, convocati dall’Asl cuneese, avevano accettato il colloquio informativo, al quale si è erano presentati senza la piccola, ma poi non avevano proseguito l’iter vaccinale.

«Si tratta – dichiara all’Ansa l’avvocato Vittorio Barosio, che con la collega Serena Dentico ha patrocinato l’asilo – di una sentenza pilota. Una sentenza molto secca che ribadisce i principi cardine della legge Lorenzin e da un segnale preciso: per frequentare la scuola devi avere la documentazione di vaccinazione o una richiesta di appuntamento all’Asl per venire immunizzato. La richiesta di colloquio informativo non basta: non dimostra la volontà di vaccinare i figli».

Regioni, ripartiti 224 milioni per l’educazione da 0 a 6 anni

da Il Sole 24 Ore

Regioni, ripartiti 224 milioni per l’educazione da 0 a 6 anni

«C’è il via libera delle Regioni al riparto 2018 del fondo nazionale per il sistema integrato di educazione e di istruzione per le bambine e i bambini in età compresa dalla nascita sino a sei anni per un totale di 224 milioni». lo ha reso noto il presidente della Conferenza delle
Regioni e delle Province autonome, Stefano Bonaccini, preannunciando l’intesa in Conferenza Unificata.

«Si tratta di risorse importanti per andare avanti nell’ampliamento e nell’accessibilità dei servizi educativi per l’infanzia, anche con l’obiettivo di recuperare determinati divari territoriali. I fondi sono stati attribuiti alle Regioni che assicureranno per l’anno 2018 un finanziamento ulteriore pari almeno al 20% delle risorse assicurate dallo Stato. Poi – ha concluso Bonaccini – sulla base della programmazione regionale saranno erogate direttamente ai Comuni».

 

La vita impossibile dei presidi-trottola “Così gestiamo le scuole dall’auto”

da la Repubblica

La vita impossibile dei presidi-trottola “Così gestiamo le scuole dall’auto”

A un dirigente su quattro si chiede di coordinare più istituti, spesso lontani fra loro, con migliaia di studenti

Corrado Zunino

Vanno per calli, a Venezia, poi raggiungono isole nel resto della Laguna.

Guidano per le strade provinciali della Grande Torino. I quattrocento euro netti che trovano in busta paga li bruciano per la benzina, l’abbonamento al traghetto: li restituirebbero volentieri. «Dateci una scuola sola, da curare e far crescere». Scavallano, spesso, la provincia d’appartenenza, e tornano a casa frustrati.

Sono i dirigenti scolastici in reggenza, patologia grave della scuola italiana che dal 2011, ultimo concorso per presidi conosciuto, colpisce il cerebro dei plessi: i presidi, appunto. Affiancandosi a un altro portato della Riforma Gelmini — l’accorpamento degli istituti per numero di studenti, avviato negli stessi mesi —, ha trasformato i presidi in equilibristi dell’istruzione, tappabuchi senza quiete: «Siamo immersi nelle scartoffie e alcuni istituti, lontani chilometri e chilometri, non li vediamo mai. Ci affidiamo a segreterie di fiducia, poi ci facciamo il segno della croce».

I dirigenti di scuola in Italia sono 6.400, con un’età media avanzata.

A uno ogni quattro — erano 1.233 nell’anno chiuso, ma in questa stagione si va verso quota 1.700 — il ministero dell’Istruzione ha chiesto di gestire almeno un altro istituto. Quando Mariapia Veladiano, collaboratrice di “Repubblica” e dirigente scolastica in un liceo artistico di Vicenza, ha ricevuto la lettera del provveditorato che le chiedeva di andare a coprire una seconda scuola nelle montagne venete (altri otto plessi e seicento alunni), ha fatto ricorso al giudice del lavoro. Ora ottiene solidarietà diffusa tra i colleghi erranti.

Dal suo ufficio nell’Istituto comprensivo di Azeglio, 1.271 abitanti da censimento in provincia di Torino, Guido Gastaldo, 52 anni, preside pentito, conta le scuole che segue: «Otto d’infanzia solo nel mio paese e nei dintorni, poi sette elementari e tre medie. L’anno scorso in area Strambino si sono aggiunte cinque infanzia, tre primarie e una media inferiore». Sono ventisette strutture, oltre duemila alunni.

«Ho partecipato al concorso per presidi con un atto di incoscienza e oggi pago tutto. Mi manca il rapporto con gli studenti, ero un professore di Lettere alle medie, e vivo sommerso dalle carte da firmare. Non mi occupo di didattica, progetti. Sono continuamente al telefono, perlopiù con gli uffici dei ventisette comuni che gravitano attorno ai ventisette plessi. E sono preoccupato per il potenziale rischio degli edifici che mi sono stati assegnanti. Dicono che non hanno problemi, ma io non lo so.

Non li ho visti». Nel Torinese ogni preside ha una reggenza: «In provincia siamo pochissimi». E una scuola in reggenza non è mai come quella dove c’è un preside stanziale: «Le cose, nelle altre, o le deleghi o non le fai». Alla fine dell’anno orribile delle reggenze — mai così tante dal 2008 ad oggi, prima di allora i doppioni non esistevano — c’è la luce di un concorso per dirigenti in itinere.

È stato fissato lo scritto, il prossimo 18 ottobre, l’età media dei candidati è 49 anni e alla fine arriveranno 2.425 nuovi presidi: «Se non accorciano il procedimento, anche a settembre 2019 non vedremo nessuno».

Maurizio Driol, lui all’Istituto comprensivo di Basiliano e Sedegliano (provincia di Udine), detiene il primato conosciuto delle scuole governate in questo Paese: ventinove con 450 insegnanti e 3.200 alunni. «Sono friulano, mai fatto drammi», dice: «Da quarant’anni faccio il maestro e il preside di campagna, ma è arrivato il momento di dire che l’attuale concezione della figura del dirigente scolastico e della scuola in Italia è sconvolgente, dannosa e offensiva». Maurizio Driol passa alla scrivania diverse feste comandate: «Lavoro di nascosto, altrimenti mia moglie se ne va. Non ho alternative». Dice poi: «I presidi erano intellettuali, letterati o scienziati, la crema dell’istruzione. Oggi non abbiamo il tempo per conoscere i frequentatori delle nostre scuole.

Sono responsabile, per ventinove strutture, di didattica, privacy, trasparenza, appalti, supplenze, sicurezza». L’unico obiettivo è il risparmio pubblico: «Un preside di ruolo costa cinquemila euro lordi al mese, un reggente settecento». Nelle scuole italiane servirebbero figure intermedie, vice, vicari. In mancanza, Paola Bellini si sposta in auto tra due province, Cremona e Brescia, e spesso dimentica di pranzare.

Titolare di un istituto a Pontevico con otto plessi, le hanno dato altri tredici edifici in assegnazione provvisoria. Ventuno è la somma.

«Quello che non riesco a fare dal vivo, cerco di risolverlo al telefono: ho una scheda illimitata e un illimitato entusiasmo».

Graduatorie di istituto, su ITP nuove sentenze. Depennamenti da II fascia

da Orizzontescuola

Graduatorie di istituto, su ITP nuove sentenze. Depennamenti da II fascia

di redazione

Ieri sul sito della Giustizia amministrativa sono state pubblicate alcune sentenze relative ai ricorsi. Il Tar ha sancito che il diploma ITP non è abilitante per l’insegnamento, come già indicato dal Consiglio di Stato nelle sentenze n. 4503 e n. 4507 del 2018.

Depennamenti da II fascia delle graduatorie di istituto

Come indicato nella circolare sulle supplenze 2018/19, i docenti destinatari delle sentenze negative devono essere depennati dalla II fascia delle graduatorie di istituto e mantenere l’iscrizione in III.

Le indicazioni della circolare

Chi deve essere escluso, chi può continuare a permanere in II fascia. Dovrà in primo luogo essere disposta l’esclusione dalle seconde fasce delle graduatorie d’istituto dei soli insegnanti tecnico pratici destinatari delle sentenze n. 4503 e n. 4507 del 2018 o di altre analoghe, che erano stati inseriti in II fascia con riserva, per il venir meno dei requisiti presupposti.

L’inserimento dovrà avvenire con riserva nel caso di provvedimenti di carattere cautelare o di sentenze non definitive.

Nei casi di decisioni giudiziali non più impugnabili (sentenze passate in giudicato), si dovrà ovviamente confermare l’inserimento in II fascia delle G.I. “pleno iure”

Nelle fattispecie ancora sub judice, si richiede a codesti Uffici di resistere sempre in giudizio, sulla base dell’interpretazione che il Consiglio di Stato dà con le sentenze nn. 4503 e 4507 del 2018, della legislazione vigente in tema di abilitazione all’insegnamento, oggetto peraltro delle memorie difensive trasmesse a supporto di codesti UU.SS.RR. dall’Ufficio Contenzioso di questa Direzione.

Infine, si dovrà procedere all’inserimento nelle seconde fasce di insegnanti tecnico pratici, solo in esecuzione di eventuali provvedimenti giurisdizionali. Potrà quindi accadere che le istituzioni scolastiche interessate debbano conferire incarichi a tempo determinato agli insegnanti tecnico pratici in questione. In tal caso, occorre che il relativo contratto di lavoro a tempo determinato sia corredato da apposita clausola risolutiva espressa , che lo condiziona alla definizione del giudizio.

Resta ferma, per tutti i restanti insegnanti tecnico pratici, l’iscrizione nelle terze fasce delle graduatorie di circolo e d’istitut o in quanto le richiamate sentenze del Consiglio di Stato hanno confermato la piena legittimità della previsione di cui all’art. 2 del D.M. 374/2017, secondo cui l’inserimento in seconda fascia è riservato agli aspiranti in possesso di abilitazione all’insegnamento.

La circolare sulle supplenze 2018/19

Riforma prove Maturità pronta, a giorni indicazioni da Bussetti

da Orizzontescuola

Riforma prove Maturità pronta, a giorni indicazioni da Bussetti

di redazione

Nell’a.s. 2018/19 entra in vigore il nuovo esame di stato per la scuola secondaria di II grado. Il Ministro Bussetti aveva anticipato l’ìntenzione di comunicare le modifiche entro il mese di settembre e in effetti durante un’intervista all’AGI ha ribadito “stiamo per dare indicazioni precise”.

Alternanza scuola lavoro e Invalsi

Queste sono le modifiche già note. Con il decreto Milleproroghe infatti queste due novità sono state cancellate:

  1. svolgimento della prova Invalsi come requisito di accesso all’esame
  2. obbligo svolgimento alternanza scuola-lavoro come requisito di accesso all’esame.

Questi requisiti sono stati rinviati al 2019/20.

L’alternanza scuola lavoro – ha già avuto modo di precisare il Ministro – non sparirà, ma non sarà centrale nell’esame.

L’intenzione è invece quella di ridare centralità all’esame sulle materie di competenza. Gli studenti infatti arrivano all’esame dopo un percorso di scuola superiore, e quindi devono essere in grado di dimostrare tali competenze.

E all’agenzia AGI ribadisce “L’alternanza non sarà requisito di accesso. Non puo’ essere centrale nell’esame finale. Il rinvio sull’Invalsi ci consente di affinare il quadro sulla maturità, di mettere a punto un esame che sia rispettoso della preparazione e del percorso dei ragazzi”.

Duqnue, al netto di queste due modifiche adesso resta da scoprire cosa ne sarà delle altre modifiche.

La terza prova non ci sarà più? Via la tesina? Cambiano i crediti?

Quali modifiche erano previste

CREDITO SCOLASTICO

Il punteggio massimo conseguibile negli ultimi tre anno passa da 25 a 40 punti.

I 40 punti sono così distribuiti: massimo 12 punti per il terzo anno; massimo 13 punti per il quarto anno; massimo 15 per il quinto anno.

PROVA INVALSI

La prova sarà svolta, ma non sarà requisito di accesso all’esame.

COMMISSIONE D’ESAME

La Commissione d’esame non cambia composizione, per cui continua ad essere costituita da: tre membri interni, tre membri esterni e un presidente esterno.

In ogni Istituto viene costituita una commissione ogni due classi.

AMMISSIONE ALL’ESAME

Per essere ammessi all’esame di Stato, gli studenti devono essere in possesso dei seguenti requisiti:

a) frequenza per almeno tre quarti del monte ore annuale personalizzato;

b) partecipazione, durante l’ultimo anno di corso, alla prova Invalsi (eliminata)

c) svolgimento dell’attività di alternanza scuola-lavoro secondo quanto previsto dall’indirizzo di studio nel secondo biennio e nell’ultimo anno di corso (eliminata)

d) aver conseguito la sufficienza (6) in tutte le discipline, fatta salva la possibilità per il Consiglio di classe di ammettere, con adeguata motivazione, chi ha un voto inferiore a sei in una disciplina (o in un gruppo di discipline che insieme esprimono un voto).

e) aver conseguito la sufficienza in condotta.

L’ammissione con l’insufficienza in una disciplina o gruppo di discipline, che insieme esprimono un solo voto, incide sull’attribuzione del credito scolastico.

L’insufficienza nella condotta determina, invece, la non ammissione all’esame.

PROVE

L’esame si articola in due prove scritte (prima e seconda prova) e una orale.

Prima prova: è volta ad accertare la padronanza della lingua italiana o della diversa lingua madre nelle scuole speciali di minoranza linguistica, nonché le capacità espressive, logico linguistiche e critiche del candidato; consiste nella redazione di un elaborato con differenti tipologie testuali in ambito artistico, letterario, filosofico, scientifico, storico, sociale, economico e tecnologico.

Seconda prova: può essere scritta, grafica o scritto-grafica, compositivo/esecutiva musicale e coreutica, verte su una o più discipline caratterizzanti il corso di studio ed è intesa ad accertare le conoscenze, le abilità e le competenze, proprie dell’indirizzo di studio, acquisite dallo studente.

Prova orale: è volta ad accertare il conseguimento delle competenze raggiunte. Gli studenti devono analizzare testi, documenti, esperienze, progetti, problemi affinché la commissione verifichi l’acquisizione dei contenuti e dei metodi propri delle singole discipline, la capacità argomentativa e critica del candidato; devono inoltre esporre, mediante una breve relazione e/o un elaborato multimediale, l’esperienza di alternanza scuola-lavoro. La prova, inoltre, accerta le conoscenze e competenze maturate dallo studente nell’ambito delle attività relative a “Cittadinanza e Costituzione”.

ESITI

Il voto finale resta in centesimi e deriva dalla somma di: credito scolastico (max 40 punti); punteggio prima prova (max 20 punti); punteggio seconda prova (max 20 punti); punteggio colloquio (max 20 punti).

L’esame è superato con una valutazione minima pari a 60/100.

N.B. Attendiamo di conoscere quante di queste modifiche saranno mantenute nel nuovo progetto del Ministro che, come detto, sarà illustrato entro settembre.

Anno di prova, peer to peer: cos’è, cosa prevede e come si articola. Materiale utile

da Orizzontescuola

Anno di prova, peer to peer: cos’è, cosa prevede e come si articola. Materiale utile

di Nino Sabella

La nota Miur n. 35085 del 2 agosto 2018, volta a fornire indicazioni in merito all’anno di formazione e prova a.s. 2018/19, rinvia a tal fine al DM n. 850/2015.

nota Miur 2 agosto 2018 

Tra le attività, previste dal succitato DM, che i neoassunti dovranno svolgere ricordiamo il “peer to peer“. Vediamo in cosa consiste, come si articola, le finalità e la tempistica.

Finalità

Il peer to peer è finalizzato al miglioramento delle pratiche didattiche e alla riflessione sugli aspetti caratterizzanti l’insegnamento.

Nello specifico, esso si pone l’obiettivo di sviluppare, nel docente in anno di formazione e prova, competenze sulla conduzione della classe e sulle attività di insegnamento, sul sostegno alla motivazione degli allievi, sulla costruzione di climi positivi e motivanti e sulle modalità di verifica degli apprendimenti.

Come si articola

Il peer to peer ha una durata complessiva di 12 ore e si articola nelle attività di seguito riportate, a ciascuna delle quali dedicare un preciso numero di ore:

  • progettazione condivisa (tutor/neoassunto) – 3 ore;
  • osservazione del neo assunto nella classe del tutor – 4 ore;
  • osservazione del tutor nella classe del neo assunto – 4 ore;
  • verifica dell’esperienza – 1 ora.

Progettazione attività

L’attività di osservazione, come dispone il DM 850/2015 e come sopra riportato, deve essere precedentemente progettata ai fini dell’individuazione delle situazioni d’apprendimento da osservare.

L’attività può essere circoscritta con l’indicazione di indicatori-descrittori relativi a “cosa fa l’insegnante” , a “cosa fanno gli allievi” e all’efficacia dei risultati attesi.

Osservazione

Le situazioni di apprendimento da osservare possono essere, a titolo esemplificativo:

  • Spiegazione
  • Correzione di un compito scritto
  • Conversazione/Discussione
  • Attività cooperativa
  • Verifica orale

Il tutor, quando è osservato dal neoassunto, esercita l’attività concordata con attenzione ai descrittori previsti. Quando osserva, il tutor annota punti deboli, punti forti, domande da porre e primi consigli da fornire al docente neo-assunto.

Il docente in anno di prova e formazione, quando è osservato dal tutor, esercita l’attività concordata con attenzione ai descrittori previsti. Quando osserva annota gli elementi di qualità a lui ignoti riscontrati nell’attività del tutor, individua o fa ipotesi sul meccanismo che li ha prodotti, annota domande da porre al tutor; in seguito al confronto professionale che si instaura compie un’autovalutazione della propria azione didattica in termini di punti deboli e punti di forza e di livello di soddisfazione.

Verifica dell’esperienza

L’attività di osservazione si conclude con la verifica dell’esperienza, che deve concretizzarsi in una riflessione e mutuo scambio tra colleghi, in relazione alle dimensioni dell’insegnamento: progettuale, relazionale, metodologica, organizzativa e valutativa.

Relazione finale

Terminata la verifica dell’esperienza, è compito del docente in anno di formazione e prova produrre una specifica relazione che confluirà nel portfolio professionale, a sua volta oggetto del colloquio del docente dinnanzi al Comitato di valutazione.

La relazione potrà trattare i seguenti punti:

  • vissuto personale durante l’esperienza di osservazione in classe;
  • livelli di competenza riscontrati in sé e nel tutor nella situazioni di apprendimento (in base ai descrittori stabiliti);
  • pratiche didattiche nuove apprese nei campi professionali previsti dal D. M. 850/2015 (competenze culturali, disciplinari, didattiche e metodologiche, relazionali, organizzative e gestionali);
  • autovalutazione e covalutazione peer to peer delle performance di insegnamento in relazione alla didattica per competenze: conoscenze, abilità, applicazioni, relazioni, responsabilità, autonomia;
  • aree e competenze di miglioramento individuate;
  • bisogni formativi individuati.

Tempistica

L’attività di peer to peer, leggiamo nella CM n. 36617/2015, si svolge a partire dal mese di dicembre.

Materiale utile

I materiali di seguito riportati li abbiamo già pubblicati lo scorso anno scolastico, tuttavia sono ancora utili. Li aggiorneremo nel momento in cui ne verranno predisposti di nuovi.

Ecco quali sono:

Modello progettazione (USR Emilia Romagna)

Orientamenti operativi per le attività di osservazione (USR Emilia Romagna)

Griglia per l’osservazione in classe (USR Emilia Romagna)

Griglia per l’osservazione del docente in anno di prova (‘USR Emilia Romagna)

Griglia per l’osservazione reciproca e orientamenti operativi per le attività di osservazione in classe (USR Emilia Romagna)

Registro per le attività peer to peer (Liceo Gullì)

NB: quanto suddetto riguarda i docenti assunti da GaE e da GM 2016; quanto ai docenti ammessi al III anno FIT, seguono un percorso differente sebbene per certi aspetti simile. La grande differenza consiste che gli ammessi al FIT sono ancora supplenti, entreranno in ruolo al termine del predetto terzo anno, previa valutazione positiva. Approfondisci

Concorso straordinario infanzia e primaria, bozza. Miur chiarisce requisiti servizio

da Orizzontescuola

Concorso straordinario infanzia e primaria, bozza. Miur chiarisce requisiti servizio

di redazione

I sindacati hanno partecipato oggi al secondo incontro sul concorso straordinario per infanzia e primaria, previsto dal Decreto Dignità entrato in vigore l’11 agosto 2018.

Pronto il decreto per disciplinare termini e modalità del bando

L’avvio del concorso straordinario è imminente, considerati però i tempi necessari per decreto + bando.

Il decreto dovrebbe essere pubblicato entro il 10 ottobre.

I requisiti

Al concorso straordinario potranno partecipare diplomati magistrale con titolo acquisito entro l’a.s. 2001/02 e i laureati in Scienze della formazione primaria che possano vantare due annualità di servizio specifiche per il posto richiesto svolti nella scuola statale.

Il Miur ha chiarito, come già anticipato da OrizzonteScuola

  • per due anni di servizio si intendono 180 giorni per a.s. o  servizio continuativo dal 1° febbraio fino agli scrutini finali
  • al concorso per i posti di sostegno accedono i docenti in possesso del titolo di specializzazione. Il servizio però sarà considerato valido anche se svolto prima del conseguimento della specializzazione
  • Con  il termine “specifico”  si intenderà quello prestato rispettivamente nell’ordine dell’infanzia e primaria.
  • il servizio specifico (nella scuola dell’infanzia e primaria) prestato sui posti di sostegno sarà valido ai fini dell’ammissione al concorso per i posti comuni.

Pubblicazione bando

Al momento non ci sono date per la pubblicazione del bando, la bozza deve infatti ancora essere trasmessa al CSPI per il  parere.