Una proposta per la scuola

Dallo SNALS una proposta per la scuola

Intervista Adnkronos-Labitalia al Segretario Generale del sindacato autonomo, Marco Paolo NIGI

Riportato da  Yahoo Notizie   del 28/10/2013, Adnkronos

Dallo Snals una proposta per la scuola

Intervista al segretario generale del sindacato autonomo, Marco Paolo Nigi.

Prevedere l’intramoenia anche per i docenti, partendo da una diversa articolazione del tempo scuola e del tempo di apertura delle scuole. A lanciare la proposta è il sindacato autonomo SNALS-Confsal

“Noi vorremmo una scuola organizzata su tre momenti: una scuola che si apre la mattina alle 8 e si chiude la sera alle 20, ma divisa esattamente in una parte di istruzione, quindi scuola, nella mattina, con questi docenti e con questo personale. Poi, nel pomeriggio, invece un’attività educativa, formativa, integrativa anche, con altre persone però, con altri docenti, altri educatori e con personale non docente adeguato, con il contributo naturalmente degli enti locali per non gravare sulle spese dello Stato e il contributo importante anche delle famiglie, che in una visione più moderna potrebbero detrarre dalle tasse le spese che verrebbero investite nella scuola del pomeriggio.

Poi  un terzo momento che potrebbe essere una specie di dopo-scuola riservato volontariamente agli alunni che vogliono approfondire o che sono carenti in alcune discipline, e con docenti della scuola volontari che potrebbero, in un regime di ‘intramoenia’, poter fare delle lezioni private, a sostegno e per la preparazione in una visione di una scuola seria e della serietà degli studi e non di scuola-parcheggio come purtroppo sta succedendo ora”.

IL LICEO QUADRIENNALE È TUTT’ALTRO CHE NOZIONISTICO

L’ISTITUTO “OLGA FIORINI” REPLICA AL SINDACATO:

«IL LICEO QUADRIENNALE È TUTT’ALTRO CHE NOZIONISTICO»

 

BUSTO ARSIZIO – In riferimento alle dichiarazioni del segretario regionale lombardo della Flc Cgil, Ezio Brachetti, si precisa che il nuovo liceo quadriennale “Olga Fiorini” è l’espressione di un modello formativo tutt’altro che nozionistico.

Una delle peculiarità del progetto attivato dal nostro istituto, con l’autorizzazione del ministero dell’Istruzione, sta proprio nella metodologia didattica, che intende superare la tradizionale impostazione disciplinare e nozionistica per puntare molto sull’interdisciplinarietà e lo sviluppo di competenze trasversali: lo dimostra la gestione elastica del quadro orario, che permette un’interazione fra le materie dei vari assi culturali e l’apprendimento anche in lingua straniera di parecchie discipline. Ciò contribuisce a sviluppare un’apertura culturale indispensabile nel mondo globale di oggi: non è quindi vero che il nuovo percorso scolastico non lasci spazio alla «costruzione di un pensiero critico e alle capacità di elaborazione», come sostiene invece Brachetti, ma ne fa, al contrario, uno dei suoi pilastri portanti.

La base formativa caratteristica del liceo italiano viene anzi allargata, nel progetto dell’istituto “Fiorini”, grazie alla possibilità di scegliere l’indirizzo al termine del primo biennio, durante il quale gli studenti si cimenteranno nelle materie comuni ai vari percorsi liceali, così da avere una formazione di base solida in tutte le discipline, prima di decidere quale orientamento dare al proprio curriculum scolastico. Nella nostra scuola i ragazzi possono perciò scegliere con una maggior consapevolezza, dopo i primi due anni, fra quattro indirizzi: scientifico, scienze applicate, scienze umane e linguistico. L’apertura interculturale va dunque di pari passo con la struttura di un progetto formativo che si inserisce a pieno titolo nell’ordinamento scolastico italiano.

Il pregio del Liceo internazionale per l’innovazione “Olga Fiorini” risiede pertanto nella qualità dell’insegnamento più che nella durata temporale, anche se, a questo proposito, è importante sottolineare che i ragazzi trascorrono a scuola più ore rispetto a quelle previste nell’ordinamento scolastico attuale: nel primo biennio sono infatti programmate 34 ore settimanali, con un incremento non da poco rispetto alle 27 del liceo tradizionale, mentre sono 35 anziché 30 quelle del secondo biennio. Invitiamo quindi le organizzazioni sindacali a tenere conto anche di questo maggior carico orario, prima di quantificare, in maniera molto sommaria, una riduzione dei posti di lavoro.

È inoltre inesatta l’affermazione di Brachetti secondo cui la decisione di sperimentare la riduzione della durata degli studi superiori sarebbe stata calata dall’alto, senza  consultare «coloro che la scuola la fanno e la vivono». Il nostro progetto, infatti, è stato elaborato dall’istituto stesso, che ha messo in campo tutte le migliori competenze di cui dispone, insieme a una lunga esperienza nell’ambito dell’istruzione secondaria di secondo grado.

Sempre in quest’ottica, si segnala che la nostra scuola è stata pioniera anche per quanto riguarda l’attivazione di altri percorsi scolastici, come il liceo dello sport “Marco Pantani”, che ha rappresentato il modello cui si è ispirata la commissione ministeriale incaricata di elaborare il curriculum del nuovo liceo scientifico sportivo, in aggiunta agli altri indirizzi scolastici introdotti con la riforma Gelmini.

L’istituto “Olga Fiorini” è da sempre all’avanguardia anche nel campo dell’istruzione e formazione professionale: ambito nel quale ha portato avanti diversi progetti sperimentali innovativi nei settori della moda e della grafica.

 

L’Ufficio Stampa degli Istituti scolastici superiori “Olga Fiorini”

SULLA SPERIMENTAZIONE DEL PERCORSO DI STUDI NEI LICEI

SULLA SPERIMENTAZIONE DEL PERCORSO DI STUDI NEI LICEI

 

L’ANDIS,  in merito alla  sperimentazione avviata dalla ministra Carrozza, finalizzata a ridurre di un anno la durata del percorso di studi della scuola secondaria di secondo grado, che coinvolge scuole pubbliche e paritarie di alcune regioni, ritiene necessario  esprimere alcune osservazioni e avanzare alcune proposte.

In primo luogo, non si può non osservare come sia positivo il fatto che tale sperimentazione riguardi anche scuole statali e non solo paritarie come in un primo tempo era stato previsto: se si tratta, come indubbiamente è, di un esperimento di grande interesse che si inquadra in un contesto europeo che già da tempo si muove in questa direzione, è opportuno e necessario che esso non si risolva in una operazione promozionale a vantaggio di un solo settore della scuola pubblica, quello partitario.

In secondo luogo, occorre ribadire che solo una sperimentazione concreta, autorizzata in situazioni specificamente motivate, può fornire indicazioni sulle soluzioni da dare ai problemi concreti, di natura didattica e organizzativa, relativi all’utilizzo dell’organico, alla mappatura e alla certificazione delle competenze di profilo dello studente in uscita, al rapporto con l’Università, in una logica di massima flessibilità. Proprio su questo ultimo aspetto è necessario che la sperimentazione dia indicazioni sull’utilizzo del personale da reimpiegare, perché il” risparmio” di personale deve essere reinvestito nella scuola per garantire spazi di opzionalità in un modello in cui gli studenti diventino protagonisti almeno di una parte di scelte formative, impossibili con un organico blindato sulle cattedre. Per poter sperimentare anche questa opportunità è indispensabile un aumento di organico che  “simuli” l’organico disponibile a regime dopo 4 anni.

I risultati di questa sperimentazione, che con tutta evidenza ha un valore strategico per tutto il sistema del secondo ciclo, devono costituire la base per una discussione  aperta ed approfondita tesa al rinnovamento delle strutture organizzative e a una revisione dell’utilizzo dell’organico che deve realmente essere reso funzionale alla didattica laboratoriale  e integrata con il territorio, così come delineata nelle Linee guida per l’istruzione tecnica e professionale e, parzialmente, nelle Indicazioni nazionali per i Licei.

Per questa ragione è necessario che l’iniziativa di sperimentazione venga progressivamente allargata a un numero più ampio di scuole rispetto a quello, necessariamente ristretto, oggi coinvolto, veda il coinvolgimento dell’associazionismo professionale, particolarmente quello dei dirigenti, e si apra alle organizzazioni sindacali per quanto riguarda gli aspetti di modifica dell’organizzazione del lavoro che si renderanno necessari.

 

L’ANDIS dichiara fin da ora la propria disponibilità in questo senso e propone l’apertura, nelle regioni coinvolte dalla sperimentazione, di un tavolo di lavoro specifico che segua attentamente gli sviluppi, le problematiche e le soluzioni individuate nelle scuole sperimentatrici.

Fuori binario

Fuori binario
sull’intervento del direttore della Fondazione “Agnelli”

di Cosimo De Nitto

Con il suo intervento su Tuttoscuola ancora una volta il dr. Gavosto dimostra quanto distanti siano le sue posizioni dalla realtà dei processi, delle strutture e dei soggetti che caratterizzano la scuola in Italia. E più in generale non mi pare abbia idee chiare su ciò che significa apprendimento e lavoro docente.

Intanto dire la propria su singoli punti senza dichiarare la visione d’insieme che li sorregge non è una dimostrazione di onestà intellettuale, a meno che non si abbia una visione d’insieme e allora il discorso cambia, tutto diviene piccola cosa assolutamente inadeguata e non all’altezza dei problemi che ci troviamo di fronte. Ben diversamente si potrebbe rendere utile la Fondazione Agnelli, non certamente con qualche ricettina fast food da Mc Donald’s globale come fa in questo caso.

Ma prendiamo pure in considerazione i due punti che mi sembrano come la particella di sodio della famosa pubblicità di un’acqua minerale.

1) “..una scuola aperta al pomeriggio e nei mesi in cui ora è chiusa come strumento in primo luogo (ma non solo) per combattere la dispersione scolastica”

E dove sta scritto, quali riscontri scientifici il dr. Gavosto può portare a dimostrazione del fatto che basta allungare il tempo della permanenza a scuola perché con certezza matematica sia sconfitta la dispersione?

L’approccio è completamente fuori binario perché è “quantitativo”, come se l’aumentato del tempo scuola automaticamente fosse in grado di determinare cambiamenti “qualitativi”, (apprendimento significativo, imparare ad imparare, strategie metacognitive, senso di attribuzione, autostima, colmature delle dissonanze cognitive, recupero di conoscenze pregresse, metodo di studio, clima relazionale, modo di lavorare insieme, metodo di insegnamento ecc.) i soli capaci di prevenire i fattori che spesso determinano la dispersione scolastica.

Non serve allungare il tempo scuola se poi si fanno le stesse cose; il doposcuola, come il dopolavoro, senza progetto che cambi la scuola, o il lavoro, non serve a niente. Puro badantato e luogo di socializzazione più o meno assistita.

La dispersione si annida nel sociale, nelle condizioni socio-economico-culturali, e nella scuola, nel suo modo di funzionare, o, per meglio dire, nel modo in cui è fatta (dis)funzionare dalle politiche sciagurate del governo spesso mal consigliato da lobbies, come le Fondazioni, associazioni ecc. ecc. Il governo e le galassie che lo contornano non fanno niente per rimuovere le condizioni socio-economico-culturali (la crisi, il Sud, disoccupazione, territorio, politiche giovanili, educazione degli adulti ecc.) che tanta responsabilità hanno nell’essere fattori e cause di dispersione. Il governo e i vari consiglieri del Principe con il loro approccio economicistico, quantitativo, di pura spesa, non solo non risolvono ma aggravano le condizioni soggettive ed oggettive che sarebbero fondamentali in un’azione di sana prevenzione e lotta contro la dispersione scolastica.

2) “Gli insegnanti che desiderano impegnarsi di più e guadagnare di più devono poter scegliere … l’opzione del tempo pieno, fino alle normali 40 ore… (oppure ndr.)

chi lo vuole – ecco il secondo binario – potrà mantenere l’orario attuale, sapendo che, in cambio del maggior tempo libero, lo stipendio rimarrà basso e non ci saranno prospettive di avanzamento.”

Ancora una volta un approccio da fuori binario, o da binario morto. Ciò che contraddistingue questo mantra che Fondazione “Agnelli” (e non solo) ci ripete ossessivamente è, anche qui, la corrispondenza automatica tra “quantità” numerica di ore passate a scuola e “qualità” dell’impegno didattico del docente. Un approccio tipicamente aziendalista e fordista che si rivela subito come ideologico e contraddittorio. Anche le pietre sanno ormai che il lavoro intellettuale (ma forse non è tale il lavoro degli insegnanti secondo il dr. Gavosto) non accetta come criterio di valutazione e di retribuzione l’orario segnato sul cartellino che va dal timbro d’entrata a quello d’uscita del dipendente. Sarebbe offensivo enumerare esempi di lavori e lavoratori “intellettuali”, on site o ovunque svolti (anche a casa propria), che si avvicinano di più e possono essere paragonati in qualche modo al lavoro docente.

La specificità del lavoro docente fa a pugni col cartellino da timbrare. Capita spesso che si faccia più lavoro a casa (correzione compiti, preparazione della lezione, programmazione, preparazione di ausili multimediali e tecnologico-informatici ecc.), o a un corso di formazione, che in un’attività di sorveglianza degli alunni mentre svolgono un compito in classe, o quando si ascolta un pistolotto noioso di un dirigente che legge circolari e disposizioni che ognuno potrebbe leggere per conto suo, o quando si ascoltano le relazioni sulla sicurezza in una scuola che di sicuro non ha assolutamente niente ecc.

Il “doppio binario” è scriteriato, cioè non ha criterio valido per essere accettato perché “quantitativo”, basato sul tempo registrato e sorvegliato non sulla “qualità” di ciò che è capace di promuovere il docente. E poi, siccome il docente ha dei compiti che sono imprescindibili dalla sua professione e che non svolge a scuola, ma sono ugualmente dovuti (sopra citati alcuni), con l’orario “corto” non dovrebbe più continuare a svolgerli? La differenza tra orario “lungo” e “corto” quale sarebbe? Che il docente-lungo fa a scuola ciò che il docente-corto fa a casa? La differenza si ridurrebbe allora ad un semplice atto di vigilanza e controllo di attività la cui “qualità” sfugge a questi criteri rozzi e da caporale di giornata.

E poi, chi terrebbe aperte le scuole, chi le pulirebbe? Il personale che viene tagliato da anni? E che dire delle mense che non ci sono per trattenere a scuola gli alunni? O dovrebbero fare rientro a casa con immensa gioia e felicità dei genitori? E chi pagherebbe i condizionatori d’estate e il riscaldamento d’inverno? E chi pagherebbe l’adeguamento strutturale delle scuole? E chi pagherebbe i tanti laboratori che occorrerebbero, le palestre che spesso non ci sono o sono inadeguate? Tutti questi soldi che dovrebbero operare una vera e propria rivoluzione copernicana chi li metterebbe a disposizione? La Fondazione “Agnelli” non credo. Il governo neppure. Allora di che parliamo, di quale scuola di quale paese al mondo?

Forse i soldi li metterebbe Babbo Natale che di binari singoli o doppi non ha bisogno, gli basta un po’ di fantasia e la credulità di coloro che si lasciano incantare da questi racconti.

La Farnesina presenta il “Piano di azione sulla Disabilità della Cooperazione Italiana”

Agenzia Aise del 28-10-2013

La Farnesina presenta il “Piano di azione sulla Disabilità della Cooperazione Italiana”

ROMA. Mercoledì, 30 ottobre, alle ore 12.30, il direttore generale per la Cooperazione allo Sviluppo, Giampaolo Cantini, e i rappresentanti della Rete Italiana Disabilità e Sviluppo (RIDS) terranno una conferenza stampa per il lancio del “Piano di Azione sulla disabilità della Cooperazione Italiana”, frutto di un processo partecipativo avviato dal 2011 con il Tavolo di Lavoro MAE/DGCS-RIDS.

L’impegno della Cooperazione Italiana per l’applicazione dei diritti delle persone con disabilità trova il suo fondamento nell’importante tradizione dell’Italia in questo settore. L’Italia è, infatti, considerata fra i paesi più avanzati nel campo dell’affermazione e tutela dei diritti delle persone con disabilità. Il nostro Paese è tra i primi 50 firmatari della “Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità” (CRPD) adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 2006.

Sulla base della Convenzione, nel 2010 la Cooperazione Italiana ha approvato le “Linee Guida sull’inserimento della disabilità nelle politiche e nelle attività della Cooperazione Italiana” che prevede la redazione del Piano di Azione per la loro applicazione.

Il “Piano di azione sulla disabilità della Cooperazione Italiana” è stato redatto dal Tavolo di Lavoro ed è stato arricchito da un processo partecipativo che ha coinvolto 50 soggetti tra istituzioni, associazioni, enti locali, università, centri di ricerca e imprese.

Il documento sancisce il principio dell’inclusione della disabilità in ogni fase dell’ideazione politiche e delle pratiche dello sviluppo, contemplando azioni di promozione delle pari opportunità per le persone con disabilità. Si sofferma in particolare sulle politiche e le strategie, sulla progettazione inclusiva, sull’accessibilità e fruibilità di ambienti, beni e servizi, sugli aiuti umanitari e le situazioni di emergenza, sulla valorizzazione delle esperienze e competenze della società civile e delle imprese. (aise)

CAMBIAMO LA LEGGE DI STABILITÀ

CAMBIAMO LA LEGGE DI STABILITÀ
NO ALLA DOPPIA PENALIZZAZIONE:
BLOCCO DEL CONTRATTO, BLOCCO DELLE PROGRESSIONI ECONOMICHE DI ANZIANITÀ

Esprimiamo netto dissenso sui provvedimenti che prevedono il blocco del contratto, degli scatti di anzianità e dell’indennità di vacanza contrattuale. Ancora una volta si è voluto infliggere a chi lavora nella scuola un’intollerabile penalizzazione, che non si spiega né si giustifica con le difficoltà finanziarie del paese.

È inaccettabile che si prelevino dalle tasche dei lavoratori ulteriori risorse, come avviene rastrellando la quota di economie da reinvestire sulla scuola per la valorizzazione della professionalità; così facendo si indebolisce ancor di più il potere d’acquisto delle retribuzioni, peraltro già basso, mentre mancano per i lavoratori pubblici gli annunciati interventi di riduzione della pressione fiscale.
No a incursioni legislative in materia contrattuale

L’idea di un rinnovo contrattuale che riguardi la sola parte normativa non ci trova disponibili; la contrattazione è una leva importante di miglioramento del sistema che va sostenuta e valorizzata. Occorrono invece più certezze sui diritti contrattuali, messi continuamente in discussione da interventi legislativi, come avviene anche con il decreto legge n. 104/2013.

Servono investimenti e strumenti di intervento

L’esigenza di passare dalla politica dei tagli, che ha indebolito nell’ultimo decennio l’intero settore formativo, a quella degli investimenti non trova ancora adeguata risposta nell’azione del Governo, che risulta sotto questo profilo insufficiente. Il decreto Istruzione, al vaglio dell’approvazione parlamentare, è solo un pallido inizio di un’indispensabile inversione di tendenza.

Le risposte che il mondo della scuola e il suo personale attendono devono arrivare con un rinnovo contrattuale adeguato ai bisogni di un mondo della formazione in continua evoluzione; serve un contratto che riconosca e valorizzi il lavoro di docenti, personale educativo, dirigenti e ATA per gli aspetti economici e normativi e potenzi l’autonomia scolastica. Rispetto a ogni ipotesi di rivisitare la struttura salariale, l’anzianità va considerata anche per il futuro uno dei parametri utilizzati per riconoscere e valorizzare la professionalità, come avviene anche negli altri paesi europei.

La contrattazione nazionale e quella di istituto, con regole certe e trasparenti, sono strumenti ineludibili per individuare in maniera condivisa, e quindi rafforzare, i processi di modernizzazione e innovazione del sistema. Anche per questa via è possibile valorizzare, facendo leva sul loro protagonismo, il lavoro di docenti, personale educativo, dirigenti e ATA, di cui per troppo tempo non è stato adeguatamente riconosciuto il ruolo fondamentale che svolgono nell’ambito dell’istruzione e della formazione.
Chiediamo

§   Un piano pluriennale di investimenti, per allineare la spesa per istruzione e formazione alla media europea; le risorse vanno trovate aggredendo la spesa pubblica improduttiva, rendendo meno oneroso l’assetto politico istituzionale, eliminando sprechi contrastando l’utilizzo improprio delle risorse pubbliche combattendo la scandalosa evasione fiscale, intervenendo sulle rendite finanziarie.

§   Il rinnovo del contratto nazionale e il pagamento degli scatti di anzianità, a partire dall’annualità 2012, con il reperimento delle economie appostate nei bilanci del Mef e del Miur.

§   La stabilità degli organici, con l’introduzione dell’organico funzionale e pluriennale.

§   Continuità e prospettiva, a partire dal nuovo piano triennale di assunzioni, ai percorsi di stabilizzazione del personale su tutti i posti disponibili e vacanti per docenti ed ATA.

§   Un piano nazionale di formazione per docenti, personale educativo, ATA e dirigenti, sostenuto da adeguate risorse.

§   Il ripristino delle posizioni economiche orizzontali del personale ATA.

§   La risoluzione delle questioni aperte su inidonei e docenti ITP (C999 e C555) e sui pensionamenti “quota 96”.

§   Garanzia del sostegno agli alunni disabili.

Mobilitazione della categoria

Flc-CGIL, CISL-Scuola, UIL-Scuola, SNALS-Confsal e Gilda-Unams indicono una manifestazione nazionale a Roma per il giorno 30 novembre.

50 anni di scuola media: obiettivo centrato? Per 3 milioni di persone no

da TuttoscuolaFOCUS

50 anni di scuola media: obiettivo centrato? Per 3 milioni di persone no

In attesa di un’eventuale riforma della scuola media, prospettata anche dal ministro Carrozza, è possibile valutare se l’obiettivo dell’innalzamento dell’obbligo e il conseguimento della licenza media, previsti da quella lontana legge del 1963, è stato pienamente conseguito.

Non vi è dubbio che per quegli anni essa costituì una meritoria funzione sociale di riscatto e di equità secondo i principi della Costituzione, ma a distanza di mezzo secolo è legittima una serena valutazione della piena efficacia di quella riforma, considerata anche sotto l’aspetto quantitativo del numero di cittadini che hanno tratto vantaggio da quella legge di innalzamento dell’obbligo scolastico.

In base ai dati ISTAT aggiornati a tutto il primo semestre di quest’anno, sono 39 milioni e 543 mila le persone (tra i 15 e i 64 anni di età) che in questi 50 anni hanno potuto fruire della scuola media, ma, mentre 36 milioni e 436 mila (92,14%) hanno ottenuto la licenza e in buona parte hanno proseguito verso il diploma e la laurea, 3 milioni e 107 mila (7,86%), invece, si sono fermati alla licenza elementare o sono rimasti privi di qualsiasi titolo di studio.

Questo obiettivo mancato del livello minimo del titolo di studio di licenza media riguarda l’intero territorio nazionale, ma, mentre al  Nord su 7 milioni e 753 mila persone in età compresa tra i 15 e il 64 anni di età ve ne sono un milione e 58 mila (5,90%) senza titolo o con la sola licenza elementare (una persona ogni diciassette), nel Mezzogiorno su 13 milioni e 844 mila sono in questa condizione dei senza titolo un milione e 540 mila (11,12%), cioè una persona ogni nove.

Nelle regioni centrali su 7 milioni e 753 mila risultano senza titolo o con la sola scuola elementare in 508 mila, pari al 6,55%, cioè una persona ogni quindici.

Il bilancio di mezzo secolo di storia della scuola media va fatto anche sui numeri. Indubbiamente i meriti sociali e culturali sono stati tanti, ma forse si poteva e si dovrà fare di più, perché – è bene sottolinearlo – quei dati negativi non riguardano soltanto il passato e le generazioni più anziane.

Computer e lavagne con lo sponsor

da Corriere della Sera

CARROZZA: I PRESIDI FACCIANO «FUND RAISING»

Computer e lavagne con lo sponsor

Nella scuola pubblica comincia l’era dei privati

Gianna Fregonara

Alla «Italo Calvino» di Galliate, provincia di Novara, la preside ha trovato una soluzione da rigattiere: per trovare fondi per la sua scuola ha venduto i vecchi banchi, quelli dei nonni con i calamai e tutto l’arredamento inizio Novecento che ha trovato in cantina. A Monza, l’elementare Buonarroti ha chiesto fondi alle aziende locali per finanziare i laboratori teatrali in cambio di pubblicità online e nella bacheca della scuola. È andata meglio al Mamiani: la preside ha fatto un appello pubblico e sono arrivate, da una nota marca di computer, cinquanta postazioni informatiche complete per i ragazzi dello storico liceo classico romano rimasto senza pc proprio alla vigilia dell’annunciata rivoluzione digitale nella scuola italiana. Tre esempi che sicuramente piacerebbero al ministro dell’Istruzione Maria Chiara Carrozza che ha annunciato l’intenzione di promuovere il fund raising nelle scuole pubbliche in crisi di finanziamento statale, puntando anche ad ottenere l’ok dal ministero dell’Economia per defiscalizzare del tutto le donazioni alle scuole (ora è al 19 per cento).

L’AMERICA – Un modello all’americana, come ha spiegato lei stessa in queste settimane: l’idea del ministro è che, non solo le aziende, ma gli ex allievi, chi ha avuto successo grazie anche ai propri studi, si volti indietro a dare un contributo perché anche le nuove generazioni possano avere le sue stesse opportunità. «A me pare più un modo per eludere il problema vero delle risorse della scuola che non ci sono, non credo che la scuola possa nè debba trasformarsi in un mercato», mette subito le mani avanti Mimmo Pantaleo della Cgil scuola: «Altro sono singoli casi virtuosi di collaborazione che già ci sono». Il tema dei privati nella scuola pubblica non è nuovo, e se ne è molto discusso in questi ultimi anni, fino ad arrivare nel 2012 al ddl Aprea che addirittura prevedeva l’ingresso di soggetti esterni alla scuola nel consiglio di istituto. E se ne parla ad ogni inizio di anno scolastico quando le scuole chiedono i contributi ai genitori. Secondo uno studio di «Tuttoscuola», di qualche anno fa, ammontano a circa cinquecento milioni, mentre secondo una rilevazione della Flc Cgil di quest’anno siamo intorno ai 335 milioni all’anno: «Va benissimo incentivare il contributo della comunità, migliorare il regime fiscale delle donazioni purché sia aggiuntivo rispetto all’impegno dello Stato», spiega Giovanni Vinciguerra di «Tuttoscuola».

FINANZIAMENTI  –  Secondo i dati di Eurostat l’Italia investe solo il 4,4 per cento del Pil per l’istruzione mentre la media europea è del 5,2. «E si vede: lo Stato nei Paesi più evoluti spende molti più soldi per le scuole — insiste l’ex ministro dell’Istruzione Luigi Berlinguer —. Va bene chiedere aiuto anche ai privati purché la gestione sia controllata». Un’idea che in molti hanno già sposato per necessità o convinzione, anche se nel decreto Carrozza sono stati stanziati fondi per wi-fi e scuole dopo anni di tagli. Uno studio sul territorio lodigiano dell’anno scorso, confrontando i dati del Miur sui fondi delle scuole superiori, dimostra che, in epoca in cui servono lavagne multimediali e ebook, non ci sia istituto che non ricorra ai fondi privati. Il Liceo Gandini addirittura ha in bilancio il 60 per cento di soldi che arrivano dai privati e solo il 18 da finanziamenti statali, l’Itis Cesaris di Casalpusterlengo ha il bilancio diviso a metà tra soldi privati e fondi pubblici, che spesso non raggiungono che poche migliaia di euro per ogni istituto .

DL 101 alla stretta finale

da Tecnica della Scuola

DL 101 alla stretta finale
di R.P.
Polemiche per le modifiche apportate dalla Camera. Secondo la Flc-Cgil il provvedimento è stato persino peggiorato,
L’iter parlamentare per la conversione in legge del decreto 101 di fine agosto (il cosiddetto “decreto D’Alia”) è giunto quasi al termine. Nei giorni scorsi è stato approvato dalla Camera che però ha apportato significative modifiche rispetto al testo originario. Modifiche che – va detto – non sono piaciute molto ai sindacati, tanto che la Flc-Cgil sostiene apertamente che “il dibattito alla Camera è riuscito a peggiorare un testo non solo gravemente insufficiente ma dannoso: un coacervo di norme barocche che prescrivono minuziosamente cosa, come e quando le amministrazioni pubbliche dovrebbero fare per comprare una matita”. Ma le norme più contestate del provvedimento sono quelle relative alle assunzioni e al precariato. Intanto la validità delle graduatorie passa dal 31 dicembre 2015 al 31 dicembre 2016, mentre l’autorizzazione a bandire concorsi è subordinata all’assunzione di tutti i vincitori di concorso e degli idonei di graduatorie vigenti e approvate a partire dal 1° gennaio 2007. Inoltre è stata introdotta una disposizione per la quale le amministrazioni saranno vincolate ad assumere da precari gli idonei e i vincitori di concorso. Una modifica riguarda le graduatorie del concorsi per l’accesso all’insegnamento della religione cattolica bandito nel 2004 che vengono trasformate in graduatorie ad esaurimento. Adesso il provvedimento deve tornare nuovamente al Senato che lo dovrà approvare definitivamente entro giovedi 31. In caso contrario il decreto legge decadrà.

Certezza dell’incertezza e l’Ue non c’entra con le pensioni

da Tecnica della Scuola

Certezza dell’incertezza e l’Ue non c’entra con le pensioni
di Pasquale Almirante
Secondo il commissario europeo alla giustizia Viviane Reding, la norma italiana sulle pensioni, in arrivo a gennaio, è in contrasto con l’articolo 157 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea che stabilisce la parità di trattamento tra uomini e donne. L’Italia è messa in mora: che succederà?
E come è noto ormai, soprattutto ai diretti interessati, le disposizioni contenute nella legge 214 del 2011 in base alle quali gli anni minimi di contribuzione per ottenere la pensione prima di arrivare all’età massima, fissati in 41 e 3 mesi per le donne e 42 e 3 mesi per gli uomini, sono in contraddizione con quanto stabilisce l’Ue in omaggio al principio di parità. Questo significa che l’Italia è messa in mora se non provvede a equiparare lo squilibrio uomo-donna, garantendo a tutti parità di trattamento. Tuttavia ora il problema sta nel vedere cosa stabilirà il governo, se cioè si orienterà ad abbassare l’età, per concedere la pensione anche agli uomini, o ad innalzarla alle donne per raggiungere l’equilibrio.  Marialuisa Gnecchi, capogruppo Pd nella commissione Lavoro, si augura che si abbassino i requisiti per gli uomini: “L’esperienza del 2009, quando la Commissione Europea aprì una procedura di infrazione contro l’Italia in difesa delle donne auspicando migliori retribuzioni e migliori pensioni, fu utilizzata dal governo Berlusconi per innalzare l’età della pensione delle donne nella Pubblica amministrazione. Ci auguriamo che questo intervento dell’Unione europea serva a portare anche per gli uomini a 41 gli anni di contribuzione per il pensionamento anticipato e non si trasformi in una ulteriore penalizzazione delle donne”. Un augurio che però per i lavoratori della scuola, che hanno già deciso di andare in pensione il prossimo 1 settembre, significa poco, anzi fa aumentare l’apprensione per il futuro, mentre, se bene si riflette, questa faccenda, riferita soprattutto al personale femminile della “Quota 96”, ha il solo esclusivo valore dello scherzetto di Halloween, considerato che il dolcetto rischia di allontanarsi. E infatti, vogliamo ricordare che le lavoratrici di “Quota 96”, dopo due anni di lotte e di promesse, di lusinghe e oblii, si erano rassegnate, in omaggio al frastagliato ingarbuglio della legge Fornero, a ritirarsi dal lavoro al 31 agosto 2014. Di certo, nelle incertezze forneriane e negli ammiccamenti dei politici ubertosi di promesse per risolvere il caso “Quota 96”, avevano questa sola certezza, almeno: uscirsene, così come la legge garantiva. La loro domanda a questo punto è: e se l’Italia sotto lo scacco dell’infrazione Ue alzasse ancora di un anno alle donne la soglia per andare in pensione? Che non è domanda retorica, ma angoscia per il futuro e consapevolezza che in questa Nazione di naviganti e di eroi, a fare i santi martiri sono rimaste solo le donne. Ma non solo, si confermerebbe ancora una volta che nel nostro Paese non c’è alcuna certezza, né di diritto, né di fatto. Appare ancora peggio di quella nave in gran tempesta e ancora più abominevole di quella donna non di provincia. E appare inoltre crudelmente manifesto che non si possono tenere le persone all’amo per anni, senza concedere loro nemmeno una lieve certezza, che è un diritto perfino delle docenti, femmine; il diritto cullato finora e sul quale hanno contato, sapendo, per giuramento legale di una legge, di potere uscire a 41 anni e 3 mesi di contribuzione. Come si fa, se malauguratamente si decidesse a innalzare l’età contributiva, a frenare la giusta indignazione di queste donne, condannando molte altre a ben più gravi conseguenze? Come è possibile tenere ancora, a distanza di due mesi, nella incertezza una si variegata platea di persone? Ma chiediamo soprattutto: possibile che non ci si renda conto che i cittadini di questa nostra Repubblica debbano vivere giorno per giorno nelle più assoluta incertezza, senza che nessuno si prenda la briga di dare almeno, nel bene e nel male, un tarì di certo diritto?

Il dirigente non può obbligare i docenti a fare parte di una commissione

da Tecnica della Scuola

Il dirigente non può obbligare i docenti a fare parte di una commissione
di Lucio Ficara
In una scuola di Firenze il dirigente scolastico impone ai docenti di completare le 40 ore nella partecipazione alle commissioni di lavoro. Ma è legittimo? Quasi sicuramente no.
Il governo degli Stati Uniti d’America, che è chiamato a governare una popolazione di oltre 300 milioni di persone, lo fa anche attraverso la costituzione di qualche commissione parlamentare. Noi in Italia abbondiamo in tal senso ed abbiamo istituito all’interno dei due rami parlamentari 14 commissioni alla Camera dei deputati e i rispettivi doppioni sono istituiti anche a Palazzo Madama. In Italia siamo proprio campioni nell’istituire commissioni, che proliferano per ogni esigenza e per ogni emergenza. Anche la scuola dell’autonomia non è da meno, ci si inventa qualsiasi tipo di commissione, per apparire efficienti e produttivi. Alcuni dirigenti scolastici arrivano anche all’esagerazione di istituire più di dieci commissioni, per gestire scuole con meno di mille alunni e con un ottantina di docenti. Questa mania di istituire commissioni, spesso inutili e superflue, in un certo Istituto comprensivo di Firenze, ha raggiunto il limite della legittimità. Infatti in questo istituto, la dirigente scolastica, per quanto è dato sapere, avrebbe reso obbligatorio per i docenti di tale scuola, tramite una circolare scritta, l’utilizzo della parte residua delle 40 ore collegiali non impiegate nel piano annuale in partecipazione a talune commissioni istituite per la migliore funzionalità della scuola. Questa circolare a nostro avviso è illegittima, perché invade pesantemente l’art.29 del contratto collettivo della scuola, che nonostante sia scaduto dal 2009, è opportuno ricordarlo, è ancora vigente. Infatti bisognerebbe ricordare cosa è scritto nel comma 3 dell’art. 29 del vigente CCNL scuola, dove troviamo che le attività di carattere collegiale riguardanti tutti i docenti sono costituite dall’obbligo della partecipazione alle riunioni del Collegio dei docenti, ivi compresa l’attività di programmazione e verifica di inizio e fine anno e l’informazione alle famiglie sui risultati degli scrutini trimestrali, quadrimestrali e finali e sull’andamento delle attività educative nelle scuole materne e nelle istituzioni educative, fino a 40 ore annue, nonché la partecipazione alle attività collegiali dei consigli di classe, di interclasse, di intersezione. Gli obblighi relativi a queste attività sono programmati secondo criteri stabiliti dal collegio dei docenti in modo da prevedere un impegno fino a 40 ore annue. Infine rimane ancora l’obbligo da parte del docente di svolgere scrutini ed esami, compresa la compilazione degli atti relativi alla valutazione. Quindi secondo le norme contrattuali non esistono deroghe possibili all’utilizzo delle 40 + 40 ore previste dall’art. 29 su citato, che rimangono obbligatorie ma in riferimento alle attività previste dallo stesso articolo contrattuale. Se nel piano delle attività deliberato dal collegio dei docenti, per qualche docente, dovessero rimanere ore residue al raggiungimento delle 40, in alcun modo queste potrebbero essere dirottate all’obbligo di partecipare a non ben precisate commissioni di lavoro. Inoltre la partecipazione alle commissioni istituite dal dirigente scolastico, non è in alcun modo obbligatoria e comunque non potrebbe rientrare nel computo delle ore riservate all’espletamento degli organi collegiali. Per una maggiore completezza d’informazione, vogliamo ricordare che nel decreto legge n. 104/2013, all’art. 8, si è aperta una breccia, che va nella direzione intrapresa dal dirigente scolastico dell’Istituto comprensivo di Firenze. Infatti in questo art. 8 è scritto che le attività per i percorsi di orientamento per gli studenti delle scuole secondarie di secondo sono ricomprese tra le attività funzionali all’insegnamento non aggiuntive e riguardano l’intero corpo docente. Ma questo, sempre che il decreto legge n. 104/2013, diventi legge riguarda soltanto gli istituti di istruzione secondaria di secondo grado e non gli istituti comprensivi che solitamente raggruppano istituzioni di scuola primaria o secondaria di primo grado. A nostro avviso per fare funzionare bene una scuola, non è necessario istituire decine di commissioni ed obbligare i docenti a vivere a scuola, stressandoli, avvilendoli e distraendoli, ma sarebbe molto più produttivo creare gli spazi e i tempi perché essi possano prepararsi delle buone lezioni, capaci di fare appassionare i propri allievi.

Sindacati sul piede di guerra: pronti allo sciopero

da Tecnica della Scuola

Sindacati sul piede di guerra: pronti allo sciopero
di Alessandro Giuliani
La manifestazione a Roma del 28 ottobre servirà a confrontare le idee degli organismi dirigenti di Flc Cgil, Cisl e Uil Scuola, Snals e Gilda. Ma il malcontento cresce, soprattutto per il blocco del contratto e degli scatti di anzianità. Oltre che per l’annoso problema dei precari. Pantaleo (Cgil): se non si torna a investire nella scuola già pensiamo ad una manifestazione nazionale in piazza entro un mese. Nigi (Snals): è un declino voluto, non escludiamo lo sciopero.
I sindacati della scuola Flc Cgil, Cisl scuola, Uil scuola, Snals Confsal e Gilda confermano la manifestazione a Roma, già annunciata nei giorni scorsi, che si svolgerà lunedì 28, dalle ore 11 alle ore 13,30, presso il Centro Congressi Cavour: l’obiettivo dell’iniziativa è esprimere “netto dissenso sulla politica del Governo in merito alla scuola e per avanzare le proprie richieste rispettivamente sullo sblocco del contratto, la corresponsione degli scatti di anzianità e la soluzione del problema del precariato scolastico”.
Alla manifestazione parteciperanno gli organismi dirigenti di tutti i sindacati della scuola. Che si confronteranno sulle modalità di opposizione alle ultime decisioni prese dal Governo. In particolare per dire no a blocco del contratto e degli scatti di anzianità, oltre che la mancata assunzione del problema del precariato scolastico.
Il malcontento tra i lavoratori è alto. E i sindacati lo sanno bene. Domenico Pantaleo, segretario generale della Federazione Lavoratori della Conoscenza della Cgil non si nasconde dietro a un dito. Anzi, dichiara che “non escludiamo una manifestazione nazionale (stavolta in piazza n.d.r.) entro fine novembre“. Il sindacalista della Cgil di comparto riassume anche i punti al centro dell’attenzione dei sindacati: la riconquista del contratto nazionale “sia nella parte economica che normativa“, il pagamento ed il ripristino degli scatti di anzianità e la necessità di “tornare a investire nella scuola, iniziando con il risolvere il problema del precariato“.
Che la misura sia colma lo dimostrano anche le parole di Marco Paolo Nigi, segretario generale Snals, solitamente tra i leader di comparto più pacati e dediti al confronto: “Ci troviamo di fronte a una sostanziale disattenzione della classe politica verso i reali problemi della scuola, dei giovani e del Paese, a una presa in giro di cui hanno responsabilità tutti i partiti e una parte degli apparati dello Stato. A questo punto dobbiamo dire che il declino cui assistiamo è voluto e non casuale. La mobilitazione – conclude Nigi – è dichiarata e non escludiamo lo sciopero“. E se lo dice lui, dobbiamo credere che non si tratta solamente di una minaccia.

È partita l’era dei privati nella scuola?

da Tecnica della Scuola

È partita l’era dei privati nella scuola?
di P.A.
In una scuola in provincia di Novara, per trovare soldi, si vendono i vecchi banchi, con i calamai e porta pennino, e a Monza si chiedono fondi alle aziende per finanziare i laboratori teatrali in cambio di pubblicità, mentre a Roma una azienda di computer ha fornito 50 postazioni informatiche
Il Corriere della Sera pubblica una piccola inchiesta dopo quanto ha dichiarato la ministra Carrozza in merito alla promozione del “fund raising” nelle scuole pubbliche, in crisi di finanziamento statale, e puntando anche ad ottenere l’ok dal ministero dell’Economia per defiscalizzare del tutto le donazioni alle scuole. Un modello all’americana, insomma, con cui non solo le aziende, ma gli ex allievi, chi ha avuto successo grazie anche ai propri studi, si volti indietro a dare un contributo perché anche le nuove generazioni possano avere le sue stesse opportunità.
 Il tema dei finanziamenti dei privati nella scuola pubblica non è nuovo, mentre secondo una rilevazione della Flc Cgil di quest’anno ammonterebbe intorno a 335 milioni all’anno i contributi delle famiglie alle scuole, a cui si aggiungono i dati di Eurostat l’Italia per la quale lo Stato investe solo il 4,4 per cento del Pil per l’istruzione mentre la media europea è del 5,2. Dice l’ex ministro dell’Istruzione Luigi Berlinguer: “Va bene chiedere aiuto anche ai privati purché la gestione sia controllata”. Un’idea che in molti hanno già sposato per necessità o convinzione, anche se nel decreto Carrozza sono stati stanziati fondi per wi-fi e scuole dopo anni di tagli. Uno studio sul territorio lodigiano, scrive sempre il Corriere, dell’anno scorso, confrontando i dati del Miur sui fondi delle scuole superiori, dimostra che, in epoca in cui servono lavagne multimediali e ebook, non ci sia istituto che non ricorra ai fondi privati. Il Liceo Gandini addirittura ha in bilancio il 60 per cento di soldi che arrivano dai privati e solo il 18 da finanziamenti statali, l’Itis Cesaris di Casalpusterlengo ha il bilancio diviso a metà tra soldi privati e fondi pubblici, che spesso non raggiungono che poche migliaia di euro per ogni istituto

Licei di quattro anni. Meglio tardi che mai

da TuttoscuolaFOCUS

Licei di quattro anni. Meglio tardi che mai

La notizia che tre scuole secondarie superiori della Lombardia (tutte e tre paritarie) sono state autorizzate dal ministro dell’istruzione Carrozza a sperimentare la riduzione di un anno della durata del percorso liceale, dando seguito concreto a un progetto dell’ex ministro Profumo, ha suscitato l’immediata opposizione dei sindacati della scuola che – al di là delle obiezioni di carattere socio-pedagogico che alcuni di essi hanno mosso – si sono trovati uniti su un punto: il rifiuto di un modello di scuola secondaria superiore (i licei farebbero da apripista) che ridurrebbe l’organico degli insegnanti di un quinto, circa 40.000 posti.

Il ministro Carrozza ha però difeso con forza la sua iniziativa, auspicandone l’estensione alle scuole statali e dicendo che se da giovane avesse avuto l’opportunità di fare il liceo in quattro anni anziché in cinque lei l’avrebbe certamente colta.

Ora, se per una serie di ragioni – politiche, sindacali, organizzative, di necessaria riprogettazione curricolare – sembra assai improbabile che la sperimentazione si generalizzi fino a tradursi in una riforma (che comunque richiederebbe una legge), non c’è motivo perché essa debba essere criticata a priori.

Quello dell’allineamento della durata dell’istruzione scolastica in Italia ai 12 anni di quasi tutti i più importanti Paesi del mondo (USA, Cina, Russia, Giappone, Corea, quasi tutta l’Europa) è un nodo cruciale da approfondire, trattandosi di una questione strategica, di sistema-Paese.

E’ bene che se ne parli con spirito costruttivo. L’Italia è anche su questo piano in grave ritardo. Ma meglio tardi che mai.

Gazzetta ufficiale – Serie Generale n. 253

Gazzetta Ufficiale

Serie Generale
n. 253 del 28-10-2013

Sommario

DECRETI, DELIBERE E ORDINANZE MINISTERIALI

MINISTERO DELLA SALUTE

 


DECRETO 29 luglio 2013


Autorizzazione all’immissione in commercio del prodotto fitosanitario
denominato «Aficionado». (13A08550)

 

 

Pag. 1

 

 

 


DECRETO 29 luglio 2013


Autorizzazione all’immissione in commercio del prodotto fitosanitario
«Cruzado-R». (13A08551)

 

 

Pag. 6

 

 

 


DECRETO 29 luglio 2013


Autorizzazione all’immissione in commercio del prodotto fitosanitario
«Funghi Stop Rtu». (13A08553)

 

 

Pag. 10

 

 

 


DECRETO 5 agosto 2013


Autorizzazione all’immissione in commercio del prodotto fitosanitario
«Gladiator». (13A08552)

 

 

Pag. 13

 

 

MINISTERO DELLE POLITICHE AGRICOLE ALIMENTARI E FORESTALI

 


DECRETO 8 ottobre 2013


Modifica del disciplinare di produzione della IGT dei vini «Colli
Trevigiani», concernente l’inserimento della deroga per effettuare la
vinificazione in una zona ubicata in un’area amministrativa
limitrofa, conformemente all’art. 6, par. 4, del Reg. CE n. 607/2009.
(13A08530)

 

 

Pag. 16

 

 

 


DECRETO 8 ottobre 2013


Modifica del disciplinare di produzione della IGT dei vini «Venezia
Giulia», concernente l’inserimento della deroga per effettuare la
vinificazione in una zona ubicata in un’area amministrativa
limitrofa, conformemente all’art. 6, par. 4, lett. b) del Reg. CE n.
607/2009. (13A08531)

 

 

Pag. 17

 

 

 


DECRETO 8 ottobre 2013


Modifica del disciplinare di produzione della IGT dei vini
«Vallagarina», concernente l’inserimento della deroga per effettuare
la vinificazione in una zona ubicata in un’area amministrativa
limitrofa, conformemente all’art. 6, par. 4, lett. b) del Reg. CE n.
607/2009. (13A08532)

 

 

Pag. 19

 

 

MINISTERO DELLO SVILUPPO ECONOMICO

 


DECRETO 30 settembre 2013


Liquidazione coatta amministrativa della «Eris societa’ cooperativa»,
in Torino e nomina del commissario liquidatore. (13A08562)

 

 

Pag. 21

 

 

 


DECRETO 30 settembre 2013


Liquidazione coatta amministrativa della «Metropolitans Torino coop
in liquidazione», in Torino e nomina del commissario liquidatore.
(13A08563)

 

 

Pag. 21

 

 

 


DECRETO 8 ottobre 2013


Scioglimento della «Il Sagittario societa’ cooperativa», in Napoli e
nomina del commissario liquidatore. (13A08561)

 

 

Pag. 22

 

 

 


DECRETO 14 ottobre 2013


Scioglimento di 108 societa’ cooperative aventi sede nella regione
Puglia. (13A08569)

 

 

Pag. 23

 

 

PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI DIPARTIMENTO DELLA PROTEZIONE CIVILE

 


ORDINANZA DEL CAPO DIPARTIMENTO DELLA PROTEZIONE CIVILE 17 ottobre 2013


Ordinanza di protezione civile per favorire e regolare il subentro
della Regione Toscana nelle iniziative finalizzate al superamento
della situazione di criticita’ determinatasi a seguito degli eventi
alluvionali che nei giorni dal 10 al 13 novembre 2012 e nei giorni 27
e 28 novembre 2012 hanno colpito alcuni comuni delle province di
Arezzo, Grosseto, Lucca, Massa Carrara, Pisa, Pistoia e Siena.
(Ordinanza n. 119). (13A08624)

 

 

Pag. 28

 

 

DECRETI E DELIBERE DI ALTRE AUTORITA’

AGENZIA ITALIANA DEL FARMACO

 


DETERMINA 14 ottobre 2013


Classificazione, ai sensi dell’art. 12, comma 5, della legge 8
novembre 2012, n. 189, del medicinale per uso umano «Amyvid» –
approvato con procedura centralizzata. (Determina n. 888/2013).
(13A08641)

 

 

Pag. 29

 

 

 


DETERMINA 25 ottobre 2013


Proroga smaltimento scorte del medicinale «Maricrio» in seguito alla
determinazione di rinnovo dell’autorizzazione all’immissione in
commercio secondo procedura Nazionale con conseguente modifica
stampati. (Determina n. FV/266/2013). (13A08715)

 

 

Pag. 31

 

 

ESTRATTI, SUNTI E COMUNICATI

 


COMUNICATO


Autorizzazione all’immissione in commercio del medicinale per uso
umano «Gaviscon bruciore e indigestione». (13A08603)

 

 

Pag. 32

 

 

 


COMUNICATO


Autorizzazione all’immissione in commercio del medicinale per uso
umano «Acido Zoledronico Chiesi». (13A08604)

 

 

Pag. 32

 

 

 


COMUNICATO


Autorizzazione all’immissione in commercio del medicinale per uso
umano «Telmisartan EG». (13A08605)

 

 

Pag. 34

 

 

 


COMUNICATO


Autorizzazione all’immissione in commercio del medicinale per uso
umano «Claritromicina Teva». (13A08606)

 

 

Pag. 34

 

 

 


COMUNICATO


Sospensione dell’autorizzazione alla produzione di medicinali per uso
umano, rilasciata alla societa’ Farve S.r.l. (13A08644)

 

 

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MINISTERO DELL’ECONOMIA E DELLE FINANZE

 


COMUNICATO


Cambi di riferimento rilevati a titolo indicativo del giorno 17
ottobre 2013 (13A08689)

 

 

Pag. 35

 

 

 


COMUNICATO


Cambi di riferimento rilevati a titolo indicativo del giorno 18
ottobre 2013 (13A08690)

 

 

Pag. 35

 

 

 


COMUNICATO


Cambi di riferimento rilevati a titolo indicativo del giorno 21
ottobre 2013 (13A08691)

 

 

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MINISTERO DEL LAVORO E DELLE POLITICHE SOCIALI

 


COMUNICATO


Linee di indirizzo per la presentazione di progetti sperimentali di
volontariato finanziati con il Fondo per il volontariato – Direttiva
anno 2013. (13A08645)

 

 

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