13 novembre Wireless a Scuola

Il Decreto ministeriale 9 ottobre 2013, n. 804 (vd. Nota 13 novembre 2013, Prot. n. 2806 ed Avviso 12 novembre 2013, Prot. n. 2800), alla luce dell’art. 11 del decreto legge 12 settembre 2013, n. 104, convertito nella Legge 8 novembre 2013, n.128, prevede il finanziamento di 15 milioni di euro (5 per il 2013 e 10 per il 2014) per progetti, presentabili dalle Istituzioni scolastiche secondarie, per la realizzazione o il potenziamento di servizi di connettività wireless, finalizzati all’accesso a materiali didattici e contenuti digitali.

Scuola, 15 milioni per il wireless: Ministro firma decreto, ecco come si accede ai finanziamenti
Carrozza: “Tappa importante per garantire accesso a Internet agli studenti”

(Roma, 13 novembre 2013) Il Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, Maria Chiara Carrozza, ha firmato il decreto che spiega alle scuole come accedere al finanziamento di 15 milioni di euro (5 per il 2013 e 10 per il 2014) previsto dal decreto legge ‘L’Istruzione riparte’ per il potenziamento delle loro connessioni wireless. Prosegue, dunque, il lavoro del Miur sui provvedimenti attuativi del pacchetto Scuola.

“La connessione internet delle aule delle nostre scuole rappresenta una tappa importante nel percorso verso una scuola digitale per offrire pari opportunità di accesso alla Rete agli studenti italiani – sottolinea il Ministro Carrozza – Sono contenta di aver creato questa opportunità di progresso nel decreto ‘L’Istruzione riparte’ insieme agli interventi sull’edilizia scolastica. Stiamo percorrendo passi avanti sulle infrastrutture delle nostre scuole”.

I fondi serviranno per realizzare o ampliare infrastrutture di rete. L’obiettivo principale dello stanziamento è incrementare l’uso di contenuti digitali in aula da parte degli insegnanti e, soprattutto, degli studenti per innovare e rendere più interattiva la didattica. Potranno candidarsi al finanziamento tutte le scuole secondarie statali. Sarà data la priorità nell’assegnazione dei fondi a quelle di II grado.

Gli Istituti potranno mettersi in rete fra loro per ottenere risorse. Sarà possibile candidarsi al finanziamento di una delle seguenti tipologie di progetto: ampliamento dei punti di accesso alla rete WiFi, potenziamento del cablaggio fisico, realizzazione o adeguamento dell’infrastruttura di rete (Lan/Wlan) di edificio o campus.

ll finanziamento sarà proporzionato al tipo di progetto presentato, come spiega nel dettaglio l’Avviso pubblicato sul sito del Miur in contemporanea con il decreto ministeriale. Ogni scuola potrà presentare un solo progetto. Le istituzioni scolastiche interessate potranno presentare la loro domanda di partecipazione, con progetto allegato, esclusivamente on line dal 6 dicembre 2013 al 16 dicembre 2013.

Perchè nessuno si perda

“Perchè nessuno si perda”
Appello per la formazione professionale

Acli, Compagnia delle Opere e Salesiani Don Bosco

Sulla scuola statale si fa sempre cassa

Carrozza come Gelmini: sulla scuola statale si fa sempre cassa.

Il Ministro dell’Istruzione Carrozza (Partito Democratico) prosegue nell’opera di smantellamento del sistema d’istruzione statale in perfetta linea con i suoi predecessori, Gelmini e Profumo.

Siamo sinceri, ci aspettavamo poco dal Governo Letta, ma non che avrebbe continuato a fare cassa sulla scuola.

La nostra speranza non era tanto alimentata dalle promesse d’investimenti sentite in campagna elettorale da parte del Partito Democratico, quanto piuttosto dalla certezza dell’imponenza dei numeri matematici: 10 miliardi sottratti alla scuola statale dal 2008 a oggi. Una mezza finanziaria!

Evidentemente questi numeri non sono sufficienti neppure al nuovo Governo.

Per ora sappiamo con certezza che il contratto dei lavoratori della scuola, scaduto nel 2009, sarà bloccato per altri due anni, che le progressioni di carriera sono perse dal 2011 a oggi e che ci è stata tolta la vacanza contrattuale. Ma i più massacrati siamo sicuramente noi precari.

Quasi duemila esuberi saranno ricollocati sui posti di sostegno adesso occupati dai precari, diversi docenti che lavorano da graduatoria d’istituto non hanno ancora ricevuto alcun compenso, ci viene negato il pagamento delle ferie non godute (con conseguente abbassamento della tredicesima) nonostante le ferie siano un diritto costituzionale e, quando e se saremo assunti a tempo indeterminato, avremo un salario d’ingresso per 9 anni.

Ma non basta. Proprio in questi giorni il Ministro Carrozza ha aperto alla sperimentazione dei 4 anni di scuola superiore, giusto per abbassare ulteriormente il livello di preparazione degli studenti e licenziare altri 40.000 lavoratori precari, e un collegato alla legge di stabilità ha delegato il Governo a intervenire su alcune questioni che riguardano il sistema di reclutamento.

Stiamo parlando dei concorsi gestiti dalle scuole, cioè la CHIAMATA DIRETTA DEI DOCENTI da parte dei dirigenti scolastici. Un’ipotesi che il Partito Democratico aveva ostacolato con forza quando a governare era il PDL e che si sta cercando di fare passare attraverso l’utilizzo dell’organico funzionale tanto richiesto dai sindacati firmatari di contratto. Questo provvedimento, se approvato, potrebbe introdurre la corruzione e il nepotismo anche nella scuola.

Chiediamo al Partito Democratico, al Popolo delle Libertà a Scelta Civica per l’Italia di investire in istruzione, di abbandonare la pericolosa strada della chiamata diretta dei docenti da parte dei dirigenti scolastici e di assumere i lavoratori nel rispetto della normativa europea. Ricordiamo, infatti, che sono già due le procedure d’infrazione aperte contro l’Italia per reiterazione abusiva di contratti a tempo determinato nella scuola e su quest’aspetto tra giugno e settembre 2014 si pronuncerà la Corte di Giustizia Europea.

Per quanto ci riguarda, abbiamo già inviato alla Commissione Europea e a tutti gli organi preposti in Europa la nostra petizione con le 2750 firme raccolte al fine di chiedere giustizia e la nostra stabilizzazione

Test Ocse-pisa, dubbi sui presidi italiani: risposte sospette

da Repubblica.it

Test Ocse-pisa, dubbi sui presidi italiani: risposte sospette

Lo sostiene uno studio condotto da due professori universitari: i dirigenti scolastici del nostro Paese forniscono informazioni “semplificative” o ripetitive, cosa statisticamente poco probabile, per dare un’immagine migliore. Ne deriverebbero dati falsati

Presidi italiani sul banco degli imputati. “Possiamo fidarci dei dati del sondaggio Ocse-Pisa?”. E’ questo il titolo, dal tenore decisamente provocatorio, di uno studio sui risultati del sondaggio Ocse-Pisa del 2009 condotto da due professori universitari: Jörg Blasius, professore di sociologia presso l’università di Bonn, e Victor Thiessen, professore emerito di sociologia alla Dalhousie University in Canada. Uno studio che fa discutere prima ancora di vedere la luce. Perché questa volta il dito viene puntato contro i dirigenti scolastici italiani che vengono accusati di avere “fabbricato i dati col copia/incolla” o di essere stati superficiali nel dare le risposte. “Non ci sono dubbi sui dati”, afferma Blasius.

Il test promosso ogni tre anni dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico è conosciuto in Italia per le carenze evidenziate dai quindicenni nostrani in italiano, matematica e scienze e per il divario con i coetanei di tantissimi Paesi, europei e non. Quello che pochi sanno è che, oltre ai questionari per saggiare le competenze degli adolescenti di 72 nazioni sparse in tutti e cinque i continenti, in occasione del test, vengono forniti anche tre questionari – studenti, genitori e scuola – che servono all’Ocse per contestualizzare le performance dei ragazzi. Uno di questi questionari – quello relativo alla Scuola – viene compilato dal dirigente scolastico e raccoglie informazioni sulla struttura e l’organizzazione dell’istituto, sugli studenti e sul corpo docente, sulle risorse. Ma anche sulla didattica, sul clima scolastico e le politiche seguite.

Tutte informazioni che “servono – spiegano da Parigi – ad illustrare gli aspetti comuni e le differenze fra gruppi di scuole per chiarire meglio il contesto nel quale si colloca il rendimento degli studenti nelle prove”. Per valutare la qualità statistica delle risposte fornite dagli oltre mille presidi che hanno partecipato alla tornata 2009, i due studiosi hanno individuato due indicatori: il numero di risposte “semplificative” e le sequenze che si ripetono. Il fatto è che il questionario è strutturato con domande relative a tre ambiti – risorse della scuola, clima scolastico, politiche e pratiche dell’istituto – che prevedono più risposte standard per le quali sono previsti quattro livelli di giudizio.

E’ statisticamente improbabile, sostengono i due professori universitari, che alcune risposte possano ripetersi. Basta fare un esempio per comprenderlo. “Nella sua scuola, in che misura la didattica risente delle seguenti carenze?”, recita una domanda sulle risorse di cui dispone l’istituto. Alla quale è possibile rispondere in 13 diversi modi – “Carenza di insegnanti di scienze qualificati” o “Carenza o inadeguatezza di attrezzature nei laboratori di scienze”, per citarne soltanto due – con quattro livelli di giudizio: “Per niente”, “Molto poco”, “In una certa misura”, “Molto”. Eppure in Italia, Slovenia e Emirati arabi uniti si verificano “strane” sequenze di risposte ripetute che secondo la statistica hanno pochissime probabilità di verificarsi.

Nel nostro Paese, su 67 milioni di combinazioni possibili alla domanda 11, una sequenza si verifica tre volte e tredici addirittura due volte. Una coincidenza che la statica non ammetterebbe.

Altra anomalia riscontrata è quella delle risposte che gli studiosi definiscono “semplificative”: risposte “per niente” o “molto poco” a tutte le opzioni possibili. Una circostanza che non appare statisticamente

possibile e che denoterebbe l’intenzione da parte dei dirigenti scolastici di far apparire la loro scuola in una situazione migliore di quella reale o che i capi d’istituto hanno fornito risposte automatiche senza leggere le opzioni. Tutte situazione che falserebbero i dati Ocse-Pisa e che potrebbero portare i governi a decisioni sbagliate, visto che l’indagine Pisa (Programme for International Student Assessment) è una delle più seguite in ambito internazionale.

Future Forum: “Serve una rivoluzione del sapere”

da La Stampa

Future Forum: “Serve una rivoluzione del sapere”

udine

Mettere in campo una rivoluzione degli strumenti del sapere e della didattica in particolare. Innanzitutto, facendo leva su un mix fra cultura scientifica e cultura umanistica, non eccedendo nell’iperspecializzazione ma invece mescolando queste due grandi tradizioni che si sono invece avversate o comunque hanno proceduto su binari paralleli per decenni. Ma anche considerando la struttura scolastica come un sistema unitario, che va innovato non solo in campo universitario, bensì in tutto il suo percorso, per creare nuovo sviluppo e maggiore aderenza a una realtà in continua trasformazione.

Il sociologo e saggista Alberto Abruzzese, con il vicepresidente per l’Education di Confindustria nazionale Ivanhoe Lo Bello, hanno portato questa riflessione al Future Forum, rassegna dedicata al futuro e all’innovazione  intesi in senso ampio, dalla tecnologia a  tutti gli aspetti del vivere, nella società, nell’economia e anche nella formazione.

Come ha evidenziato Lo Bello,   «in Italia abbiamo un sistema scolastico che non funziona e si sta cioè creando una rottura molto forte tra due porzioni di società: chi ritiene che l’incertezza sia un gioco favoloso di apertura all’innovazione e al cambiamento e chi invece sta mettendo in campo la società del “rancore sociale” ed è impaurito di fronte al cambiamento. Il compito della politica – che purtroppo tuttora non si assume – è determinante in questo contesto, per porre tutti nelle condizioni di essere dentro il cambiamento».

Lo Bello ha anche rimarcato come il Paese «viva un eterno presente, perciò ci sono grosse difficoltà ad accettare il cambiamento. Tutto ciò che succede oggi, legato al sapere – ha detto –, è frutto di scelte che hanno influito sulle imprese e sul sistema scolastico dagli anni ’70. Il Paese da allora ha spostato l’attenzione dalla posizione della produzione a quella della rendita. È questa la vera malattia del nostro Paese. La rendita determina culturalmente l’importanza di un interesse individuale rispetto all’interesse collettivo. Questo Paese ha coltivato le rendita in maniera irresponsabile, perciò tendiamo a resistere di fronte alla necessità di fare riforme strategiche, perché si difendono posizioni di rendita individuale. Dunque anche l’approccio all’innovazione del sistema scolastico deve tenere conto di fortissime resistenze».

Per Lo Bello, «il futuro non si può analizzare con le categorie di valori del ‘900. Tutto il rinnovamento tecnologico, bene o male, fino a non molti anni fa, poteva essere interpretato in modo comprensibile, accessibile da tutti. Quello che succede oggi è invece che la realtà taglia fuori alcune generazioni: il paradigma dell’innovazione è comprensibile solo da chi sta dentro al futuro e considera il futuro un’occasione. La scuola invece è ancora parametrata al modello fordista del ‘900, non può dunque funzionare, così, oggi». E Abruzzese lo sa bene, essendo stato il primo preside di una facoltà di comunicazione e di una facoltà di turismo in Italia: ha perciò tentato da subito di innovare i modelli formativi.

«Questi ultimi 40 anni – ha evidenziato Abruzzese – potevano fruttare decisamente meglio per innovazione. L’imprenditore, rispetto agli uomini “qualunque”, ha un aspetto straordinario: il coraggio di investire sulla sua pelle. Questa è una cosa fondamentale che il pensiero umanistico tratta poco, e da molti decenni siamo via via arrivati a una crisi radicale di contenuti per la formazione dell’individuo, a partire dalla scuola. Noi abbiamo tradotto il triennio universitario, quanto meno in campo umanistico, in un’accozzaglia di discipline che non formano al lavoro, e ciò è andato di passo con modelli culturali e politici in forte crisi».

Scuola a 5 anni, il no degli esperti

da Corriere della Sera

Scuola a 5 anni, il no degli esperti

«Meglio le classi flessibili». «Ci vuole autonomia nelle scuole»

CARLOTTA DE LEO

Cinque o sei? C’è anche chi dice, addirittura, quattro. Il dibattito su quale sia l’età giusta per iniziare la scuola vera e propria si arricchisce in queste settimane grazie a una lettera aperta pubblicata dal The Daily Telegraph. A firmarla 127 esperti (importanti professori, educatori, psicologi e politici) britannici che si dicono contrari alla proposta di riforma del governo Cameron che vorrebbe anticipare l’entrata in classe già a quattro anni. Ne è nato un vero e proprio movimento, «Save Childhood movement», che chiede addirittura di posticipare l’inizio delle elementari per non creare «profondi danni» allo sviluppo cognitivo ed emotivo del bambino, anche perchè in Gran Bretagna c’è una valutazione rigorosa già all’inizio del percorso scolastico.

SCENARIO VARIABILE – Ci sono però  esperti britannici che guardano con attenzione al Nord, in particolare verso la Finlandia e la Svezia dove i bimbi iniziano l’istruzione formale a sette anni. In Europa, come rilevato dal network Eurydice, lo scenario è variabile: in Irlanda del Nord, per esempio, si entra in classe già a quattro anni e la scuola primaria dura in tutto sette anni. In Gran Bretagna, come a Cipro e Malta, finora si inizia a cinque. Il gruppo più numeroso è quello che ha scelto i sei anni per l’entrata in prima elementare: Francia, Germania, Norvegia, Spagna, Austria, Belgio. E Italia. Ma al di là delle soglie di ingresso, esistono diversi livelli di flessibilità commisurati allo sviluppo del bambino.

GUELFI E GHIBELLINI – In Italia il dibattito è aperto e si attorciglia sull’ipotesi di anticipare l’ingresso a scuola a cinque anni. «Ci dividiamo in guelfi e ghibellini Senza considerare già oggi più del 90% di bambini frequenta l’ultimo anno di materna. E quindi ha un ambiente di apprendimento già conosciuto», spiega il direttore della Fondazione Agnelli, Andrea Gavosto. Ma la questione non riguarda solo l’anno di nascita. «In Gran Bretagna non conta tanto l’età, ma le capacità. Il bambino frequenta classi diverse in base al suo grado di conoscenza: per esempio può essere avanti in matematica e più indietro in inglese. Noi abbiamo un impianto differente: in classe tutti la stessa età e fino alla fine del ciclo di studi – aggiunge Gavosto  – Di certo questa non è la soluzione migliore: ogni bambino apprende con un suo percorso personale che non segue l’età. Inoltre, in linea con la didattica costruttivista di Piaget, l’apprendimento non è solo lezione frontale, ma soprattutto scambio tra compagni». Insomma, rendere tutto omogeneo a livello di unità-classe, impossibile da modificare, è la soluzione più facile ed economica dal punto di vista organizzativo, ma non la più appropriata.

LOGICA MILITARE – L’Italia, da questo punto di vista è ferma a una «logica uniformante, praticamente militare – dice il pedagogo Giuseppe Bertagna – Reclutiamo gli allievi come le leve militari di un tempo, come se fosse prestabilito che tutti i bambini della stessa età abbiano lo stesso livello di maturazione». Alle regole fisse dovrebbe sostituirsi (o affiancarsi) la flessibilità di gruppi di compito, di attività e di soluzione di problemi. «L’insegnante non sarebbe più un caporale, ma un regista che scompone la classe e riunisce bambini di 5 anni e mezzo e 7 anni in base alle attività (linguistiche, matematiche, scientifiche).  Ad esempio – spiega Bertagna – un bambino immigrato di prima generazione, potrà fare l’inglese o il francese con i più grandi. Ma l’italiano, lo imparerà meglio dai bambini più piccoli che non dalla maestra. Così si valorizza il concetto del mutuo apprendimento, fondamentale in pedagogia». E si risolverebbe anche il problema delle classi multiculturali: «Se vuoi insegnare italiano e matematica a tutti gli stranieri nello stesso modo sei destinato a fallire perché “gli stranieri” non esistono: è solo un’etichetta».

CENTRALISMO POLITICO – In teoria, ricorda Bertagna, la flessibilità dovrebbe essere già norma. «La legge 53 del 2003 che è ancora è attiva, ma non è mai stata applicata. Ancora oggi, gli organici vengono stabiliti a Roma e il numero delle classi è stabilito al ministero: tutto è meccanicistico, frutto del centralismo sindacale e politico». Ma non sono proprio gli insegnanti a temere la flessibilità? «Se si smettesse di trattare gli insegnanti come sardine tutti uguali, si darebbe la valorizzazione di loro attitudini, avrebbero una nuova stima sociale – aggiunge il pedagogo di Bergamo – e i genitori li riconoscerebbero anche per la loro attività e la capacità di coinvolgere gli alunni, riconoscerebbero che la flessibilità è una opportunità».

NIENTE COLPI D’ACCETTA – La necessità di una riforma è sottolineata anche dall’ex ministro dell’Istruzione, Tullio De Mauro. «Noi siamo noi siamo affezionati all’idea che un lungo arco di tempo a scuola sia la cosa migliore. In altri Paesi questo è messo in dubbio: e, in effetti, nazioni che iniziano le elementari a 7 anni, hanno risultati eccellenti».  Ogni riforma, aggiunge il linguista, «va affrontata tenendo conto delle condizioni sociali e culturali effettive del Paese»: in Italia, le differenze esistono. «In un ambiente disastrato, dal punto di vista economico e sociale, e sto parlando di povertà non solo relativa ma assoluta, un anticipo dell’entrata in classe può essere utile. Mentre per i bambini dei quartieri buoni di Roma, Firenze, o Milano, paradossalmente la scuola potrebbe iniziare più tardi». Una provocazione che, però, pone l’accento sulla necessità di andare con i piedi di piombo su un argomento come questo. «C’è bisogno di una riforma omogena che dia agli istituti scolastici una maggiore autonomia».

Professori, quella bufala dei tre mesi di ferie

da Corriere della Sera

Professori, quella bufala dei tre mesi di ferie

di La Redazione

Pubblichiamo la lettera di un’insegnante che definisce una «enorme bufala» la questione dei tre mesi di ferie estive di cui godebbrero i professori. *****

Scrivo per puntualizzare una cosa che mi è a cuore e che pubblicamente smentisco. Quei famigerati tremesi di ferie estive di cui godrebbero gli insegnanti sono un’enorme bufala, visto che il nostro contratto è quello di un qualunque dipendente, con 32 giorni di ferie. Chiedo a tutti di informarsi meglio.

Facciamo domanda come tutti, siamo reperibili come tutti anche in periodi di sospensione delle attività didattiche, alla bisogna veniamo chiamati dal preside (a me è successo, più di una volta) e come tutti dobbiamo lasciare numeri di telefono ed indirizzi di dove venirci a cercare, anche di luglio ed agosto.

Se le lezioni finiscono a giugno è perchè nelle scuole, specie le primarie, non esiste aria condizionata.

Non lavoriamo mica in uffici, studi o banche, noi. Cosa vorreste, farci stare di luglio 25 bambini in stanze senza aria condizionata 8 ore al giorno con un caldo che si soffoca?

Inoltre abbiamo un monte ore annuale obbligatorio non retribuito a cui se ne aggiungono altre ( decine) così, per la gloria. Io questa settimana ho 3 riunioni nelle quali farò circa 10 ore oltre il mio orario: questa non è una cosa rara, anzi, rara è la settimana in cui devo fare solo il mio lavoro in classe.

Non paliamo di colloqui con genitori, con gli specialisti che seguono i bambini con problemi,scrutini, corsi di aggiornamento, interclassi tecniche e giuridiche,incontri con esperti di progetti, laboratori, ecc…

Calcolando tutto il tempo in cui lavoriamo senza essere retribuiti ( non parliamo della preparazione e correzione degli elaborati, ore e ore nei weekend) ecco che saltano fuori le 7 settimane di ferie.

E comunque, se pensate che fare l’insegnante sia una così gran pacchia, perchè non lo avete fatto anche voi?

Roma, al via il Salone dello Studente

da La Stampa

Roma, al via il Salone dello Studente

Prenderà il via domani il Salone dello Studente “Campus Orienta” la più importante manifestazione dedicata all’orientamento post-scolastico e universitario organizzata in Italia, da Class Editori.

L’evento rappresenta un’opportunità di incontro unica tra il mondo dei ragazzi e le università, italiane e non solo, che durante la tre giorni (la manifestazione termina venerdì 15 novembre) che si svolge presso la Fiera di Roma potranno presentare la loro offerta formativa, entrando in contatto diretto con le prossime generazioni di universitari. Quelle che, insieme alle loro famiglie, hanno bisogno degli strumenti che gli consentano di scegliere in modo consapevole in un mondo in cui il concetto e le possibilità di professione e lavoro son o in continua evoluzione, con richieste sempre più fuori dagli schemi tradizionali.

A disposizione dei ragazzi e delle loro famiglie ci saranno circa 80 espositori, tra facoltà e università di diverso genere che presentano un ventaglio di opportunità a 360°, 5 aule per gli incontri, di cui 3 aule per la presentazione delle offerte formative (per un totale di 12 sessioni\incontri al giorno), 2 aule con sei sessioni giornaliere per le prove gratuite dei test d’ammissione alle facoltà a numero chiuso, un’occasione da non perdere a disposizione degli studenti che parteciperanno alla tre giorni. E inoltre la possibilità di usufruire, gratuitamente, di servizi di orientamento al lavoro, di preparazione al primo colloquio di lavoro e di counselig psicologico.

Al Salone i ragazzi potranno beneficiare di un servizio messo a disposizione dall’Associazione Italiana Psicologi che gli permetterà di capire quali siano le loro caratteristiche personali e come queste si sposino con la scelta della futura professione.

Molti gli ospiti che si alterneranno sul palco per i diversi dibattiti nel corso dei quali racconteranno le loro esperienze e forniranno ai ragazzi il maggior numero di strumenti possibile per aiutarli nelle loro scelte.

Oltre alla presenza di docenti, giornalisti e professionisti che parleranno degli argomenti che stanno più a cuore ai giovani partecipanti, ci saranno cinque artisti amici di Radio 105, media partner della manifestazioen, che sul palco racconteranno la loro esperienza al di fuori degli schemi (gli attori Alessandro Roja, Gigi Meroni, Enrico Silvestrin, Andrea Sartoretti e Greta e Verdiana di “Amici”).

Andare a letto tardi abbassa il rendimento scolastico

da La Stampa

Andare a letto tardi abbassa il rendimento scolastico

Gli adolescenti che vanno a dormire tardi durante il periodo scolastico saranno più soggetti a scarso rendimento e a difficoltà emozionali, rispetto ai “colleghi” che invece vanno a letto presto.

A dirlo, uno studio della University of California di Berkeley pubblicato sul Journal of Adolescent Health.

Gli scienziati, guidati da Lauren Asarnow, hanno analizzato dati longitudinali relativi a 2.700 adolescenti americani di cui il 30 per cento riferiva di andare a letto oltre le 23:30 durante i giorni di scuola (scuole medie e superiori) e oltre l’1:30 durante l’estate.

Quando hanno affrontato gli esami di maturità, quelli che andavano a letto più tardi ottenevano punteggi inferiori ed erano più vulnerabili rispetto ai problemi emozionali dei ragazzi che invece si addormentavano presto.

«La buona notizia, però, è che il comportamento relativo al sonno è altamente modificabile con il giusto supporto», ha commentato Asarnow.

Gli studiosi hanno comparato le abitudini relative al sonno di teenager di età compresa fra 13 e 18 anni e il loro impatto sullo sviluppo accademico, sociale e emozionale. Andare a letto tardi durante l’estate non sembrava avere effetto sul rendimento scolastico mentre invece era legato a problemi emozionali nella prima età adulta.

“Quota 96”: il censimento Miur smentisce il menzognero Inps e dimostra le furberie della politica

da Tecnica della Scuola

“Quota 96”: il censimento Miur smentisce il menzognero Inps e dimostra le furberie della politica
9.000, 3.500 o 6.000? Un balletto di numeri artificiosamente messo in scena per allontanare la risoluzione dei problema del personale di “Quota 96”: il prof Giuseppe Grasso, fra i dirigenti del Comitato civico “Quota 96”, indica responsabilità e giravolte strumentali nella lettera che ci invia e che volentieri pubblichiamo.
Finalmente la ricognizione avviata dal Miur ha dato i suoi frutti: i lavoratori della scuola di Quota 96 che avevano maturato il diritto alla quiescenza entro il 31.12.2012 sono in tutto 3.976 e non già 9.000 come pretendeva subdolamente l’Inps e con lui l’ex sottosegretario Polillo che pure aveva riconosciuto la fondatezza del loro diritto soggettivo. Il re è dunque nudo. Ogni alibi che fosse accampato avrebbe il sapore di un ulteriore e bieco pretesto di circostanza. Circa la platea del personale scolastico realmente coinvolto nel censimento in questione, le stime ufficiali del Miur prefiguravano da oltre un anno 3.000-3.500 beneficiari. Cosa che è stata comprovata oggi dopo tante chiusure aprioristiche e mortificanti. Perché mai si è voluta sbarrare la strada a questi coscienziosi lavoratori? Quale disegno scellerato ha permesso alla politica di temporeggiare per tutto questo tempo spacciando per buoni i dati forniti dall’Inps? Per quale motivi ci si è accaniti vigliaccamente contro di loro anziché sanare dignitosamente un errore che lo stesso Polillo ha sempre confessato? La verità è che questi cittadini, nella loro controversia con lo stato e nei loro rapporti con il potere, sono stati trattati non alla stessa maniera, secondo regole comuni e sulla base di leggi promulgate nell’interesse generale, ma in modo discriminatorio e ghettizzante. La Ragioneria dello Stato, per di più, correa del ministero dell’Economia, ha tenuto in ostaggio pretestuoso il Parlamento avvalorando numeri fasulli, giustificandoli in modo ignominioso e disconoscendo il Miur, unico detentore dei dati reali e certificati. La dietrologia, certo, non paga; ma la verità esige di essere onorata. Sempre. Sotto ogni latitudine e sotto ogni longitudine. Il 12 novembre 2013 deve essere considerato un giorno storicamente e politicamente ragguardevole per questi lavoratori. I più consumati contafrottole o i più tetragoni gabellanti di panzane di questa nostra repubblica, martirizzata da imposture e mistificazioni, possono tranquillamente suonare la ritirata, almeno per quanto riguarda l’aspetto ragionieristico della vicenda, senza più intralciare il cammino della pdl 249, a firma Ghizzoni e Marzana. La verità è che il fabbisogno economico che ha finito per sabotare indegnamente il tragitto del provvedimento sui lavoratori scolastici di Quota 96 era surrettizio e perciò inattendibile, oltraggioso, persecutorio, ideologico. Era cioè svuotato del pathos necessario derivante da un intento di giustezza politico-amministrativa. Quanto attentati sono stati commessi ai danni di questi fedeli educatori dello stato. Troppe reboanti menzogne sono state dette in merito. Quante promesse non mantenute. Quanti impegni presi a vuoto. Quante falsità perpetrate contro il popolo sovrano. Il mondo è stanco, direbbe Cardarelli, di contemplare tanto monotona vicenda. Eppure la base di sessantenni della scuola, come dimostra la vigoria e la pervicacia del Comitato Civico «Quota96», da sempre in prima linea nel contrastare le illogicità e le doppiezze degli ultimi due governi, non ha mai smesso di lottare per il suo diritto. Di questa innegabile «vittoria» politica gli va dato atto e merito perché il Comitato suddetto non ha mai smesso di crederci e di combattere indomitamente. Costi quel che costi. La deputata democratica Manuela Ghizzoni, dal suo sito ufficiale, ha fatto sapere di non avere alcuna intenzione di far festa, oggi, per la buona novella, perché indignata (giustamente) della beffa che in questi quasi due anni hanno dovuto subire i circa 4.000 professionisti della conoscenza interessati. Ora, però, si tratta di vedere se ci sarà la volontà nelle alte sfere di porre fine a questa storia che li ha fatti tanto tribolare e che tanto filo da torcere ha dato, a onor del vero, a questo vischioso mondo della politica. Bisogna smetterla con le discordie litigiose in campo d’Agramante. Il governo Letta/Berlusconi ha il dovere di assumersi, a partire da domani in commissione Lavoro, le sue responsabilità. Crediamo che, a questo punto del percorso, non sia più ammissibile alcuna tecnica dilatoria e che si debba licenziare alla Camera la pdl 249, con tanto di copertura finanziaria, anticipando saggiamente il verdetto della Corte Costituzionale. Bisogna mostrare di voler portare a rapida conclusione l’iter parlamentare di questa proposta di legge. Senza se e senza ma. In occasione del prossimo passaggio alla Camera e al Senato della ‘Legge di Stabilità’, il Parlamento ha l’ultima occasione per sanare definitivamente la grave e ingiusta ferita inferta ai pensionandi della scuola del 1952. Se non lo farà, vorrà dire che nessuno dei politicanti attuali ha le palle per dare un segnale di apertura nella lotta contro le prebende della casta e che ha dimenticato cosa significa l’equità e la giustizia sociale. Ci piace terminare questo breve commento di cronaca con l’emblematico motto del Comitato, tagliente e spassionato nella sua nudità, ripreso dalla filosofa Roberta De Monticelli: «Come per noi, anche per Dio c’è un limite, una soglia, una barriera: non è vero che tutto è permesso. Non è permesso a nessuna volontà ciò che è ingiusto».

Giuseppe Grasso

Usr, polemiche per gli accorpamenti in arrivo

da Tecnica della Scuola

Usr, polemiche per gli accorpamenti in arrivo
di A.G.
Fa discutere il progetto governativo, previsto dalla spending review, di far sparire gli Uffici scolastici regionali di Friuli, Umbria, Basilicata e Molise. Secondo il leghista Pittoni siamo al federalismo alla rovescia: così i costi aumentano, perché si ottimizza la spesa solo conoscendo il territorio.
Sta facendo discutere la decisione, prevista nel testo di legge della spending review, di accorpare alcuni Uffici scolastici regionali: uno al Nord, quello del Friuli Venezia Giulia; uno al Centro, l’Usr dell’Umbria; due al Sud, quali Basilicata e Molise.
Tra le prime reazioni negative, si registra quella piccata di Mario Pittoni, Capogruppo Lega Nord in Commissione Istruzione al Senato nella passata legislatura. Il quale rivendica il mantenimento dell’attuale assetto, con un Usr per regione. “Altro che accorpamento con il Veneto!”, tuona Pittoni. “Il Friuli-Venezia Giulia (ma vale per tutte le Regioni) deve semmai puntare a ottenere la competenza primaria in materia di istruzione e formazione, com’è già per la sanità. Come parlamentare, dal tempo della spending review di Monti ho utilizzato tutti i (pochi) strumenti a disposizione per rallentare, e possibilmente far saltare, un accorpamento che non può che incidere negativamente sul livello qualitativo del nostro sistema scolastico”. Secondo Pittoni non vi sono dubbi: “siamo al federalismo alla rovescia, che i costi li aumenta anziché diminuirli, in quanto si può ottimizzare la spesa solo conoscendo il territorio. Dobbiamo ‘spingere’ sul principio di responsabilità come, per quanto riguarda l’FVG, già avviene nella sanità”.
Il leghista, inoltre, non comprende quale sia stato il criterio di scelta adottato dall’amministrazione per decidere gli accorpamenti. “Qualcuno mi deve poi spiegare perché la Liguria sì e il FVG no. Giusto lasciare autonomia alla Liguria, ma altrettanto corretto mantenerla a una realtà “particolare” come quella del Friuli-Venezia Giulia, con un sistema scolastico che prevede corsi plurilingue in relazione alle tre lingue minoritarie presenti sul territorio, riconosciute e tutelate dalla legge 482 del dicembre 1999. Non vorrei che il trattamento diversificato dipendesse da questioni interne al Pd…”, conclude in modo sibillino l’ex capogruppo al Senato.

Sostegno, sempre più alunni sempre più prof

da Tecnica della Scuola

Sostegno, sempre più alunni sempre più prof
di Alessandro Giuliani
Dati ufficiali Miur. Gli allievi con problemi di apprendimento iscritti ad una scuola statale italiana sfiorano le 210mila unità: rispetto all’a.s. 2000/01 quelli con disabilità sono aumentati di oltre il 60%. L’incremento maggiore alle superiori. Più iscritti nell’Italia centrale. Il limite intellettivo è il più diffuso. Boom anche di cattedre, che ormai superano le 110mila unità, per un rapporto ormai stabilizzato di 1 a 2.
Continua a crescere, anche sensibilmente, il numero di alunni con disabilità nella scuola statale italiana. E anche quello dei docenti a supporto degli alunni disabili. Con un rapporto che si attesta oramai su 1 (docente) ogni 2 (alunni) . A renderlo noto è stato il ministero dell’Istruzione, che nel pomeriggio del 12 novembre ha pubblicato, sul proprio sito internet, le prime anticipazioni dei dati statistici sugli alunni con disabilità e sul sostegno relativi al 2013-2014 (in attesa della conclusione delle procedure di assunzione in ruolo).
In base al quadro di sintesi del Miur, aggiornato al 26 ottobre 2013, si è passati dai 202.314 del 2012-2013 ai 209.814 di quest’anno scolastico. Con un incremento del 3,7%.
Ma aumenta, come abbiamo già detto, anche il contingente dei docenti di sostegno: dai 101.301 del 2012-2013 si arriva ai 110.216 del 2013-2014 (+8,8%).
La presenza di “personale – si legge nel Focus ministeriale – “è sempre più stabile, grazie anche a quanto previsto nel decreto scuola ‘L’Istruzione riparte'”. Secondo il Miur si tratta di una “risposta concreta alle esigenze di 52.000 alunni che oggi non avevano la garanzia di mantenere lo stesso docente da un anno all’altro”.
Viale Trastevere ha anche pubblicato il Focus ‘L’integrazione scolastica degli alunni con disabilità – dati statistici a.s. 2012-2013’ in cui viene descritto il fenomeno con maggior dettaglio. Per quanto riguarda l’incremento di iscritti, il Ministero fa notare che ci sono tassi differenti nei vari ordini e gradi di scuola: +2,2% nella scuola dell’infanzia, +3,4% nella scuola primaria, +2,4% nella scuola secondaria di I grado e +4,3% nella scuola secondaria di II grado.
Guardando ai numeri della sola scuola statale, dall’anno scolastico 2000-2001 gli alunni con disabilità sono aumentati di oltre il 60%. La crescita è stata differente nelle diverse macroaree del territorio: +90% nel Nord-Ovest, +76% nel Nord-Est, +82% nel Centro, +34% nel Mezzogiorno. Gli alunni con disabilità sono circa il 2,5% sul totale degli alunni (1,3% nella scuola dell’infanzia, 3% nella scuola primaria, 3,7% nella scuola secondaria di I grado e 2% nella scuola secondaria di II grado). Le regioni dell’Italia centrale presentano mediamente una percentuale più elevata di alunni con disabilità. Nelle scuole statali si registra una percentuale di alunni con disabilità, sul totale degli iscritti, pari al 2,7%. In quelle non statali sono l’1,5%.
Per quanto riguarda, infine, i tipi di disabilità, quella intellettiva rappresenta la tipologia più diffusa: oltre 148.700 alunni fra scuola statale e non statale (il 66,7% del totale).
Il Miur ha voluto ricordare che attraverso il decreto Istruzione è stata consentita l’immissione in ruolo in tre anni di 26.674 docenti in più rispetto alla dotazione organica del sostegno: di questi 4.447 saranno appunto stabilizzati già dall’attuale anno scolastico, 13.342 lo saranno nel 2014-2015 e 8.895 nel 2015-2016.

Carrozza: vorrei che nei programmi di studio delle superiori ci fosse l’Economia

da Tecnica della Scuola

Carrozza: vorrei che nei programmi di studio delle superiori ci fosse l’Economia
di A.G.
Ma il Ministro non pensa ad una nuova materia: più efficace agire attraverso idee e progetti trasversali. E potenziando gli insegnamenti tradizionali. Poi fa un esempio: per capire il concetto di Pil vorrei che lo si affrontasse durante le lezioni di matematica. Ma questi prof quanto ne sanno di Finanza?
Introdurre argomenti di Finanza nei programmi di studio degli studenti della scuola superiore. L’idea è del ministro dell’Istruzione, Maria Chiara Carrozza, ed è stata comunicata attraverso un’intervista alla Stampa, nella quale il responsabile del Miur si dice rammaricato del fatto che “quest’anno non ho fatto in tempo, ma è uno dei temi di cultura generale da affrontare nelle scuole”.
Secondo Carrozza “bisogna fare in modo di inserire l’economia e la finanza nei programmi nazionali. Penso anche che la Settimana della cultura scientifica e tecnologica che ogni anno si organizza nelle scuole e nelle università non debba affrontare solo temi teorici ma vada declinata invece su più ambiti. E quindi vorrei al suo interno la Settimana dell’Economia, o quella sulla gestione dei rifiuti per uscire dalla formazione teorica e inserire le nozioni nella vita di tutti i giorni”.
“Non penso che” nuove materie “siano la soluzione”, precisa il ministro. Quindi, non si vuole ripercorrere la strada dell’incremento di un’ora al biennio di Tecnici e Ipsia già intrapresa per Geografia. “Più che caricare gli studenti e i professori con una nuova materia di studio – spiega – penso che sia efficace agire attraverso idee e progetti trasversali. E potenziando gli insegnamenti tradizionali applicandoli a concetti di economia. Mi piacerebbe che per capire il capitalismo si leggesse Dickens: le pagine di “David Copperfield” sono molto più chiare di tanti trattati in materia. Oppure per capire il concetto di Pil vorrei che lo si affrontasse durante le lezioni di matematica”. In tal caso, si dà per scontato che il prof di matematica abbia necessariamente competenze di Economia e Finanza. Ma ne siamo sicuri?

Ma siamo sicuri che con il DL istruzione si sia invertita la rotta?

da Tecnica della Scuola

Ma siamo sicuri che con il DL istruzione si sia invertita la rotta?
di Lucio Ficara
Dopo essersi battuto per anni contro l’articolo 64 della legge 133/08 (e averne annunciato la cancellazione in campagna elettorale) il PD parla di questo decreto come di un provvedimento epocale. Ma, nella scuola, pochi ne sono convinti.
Una cosa sono i toni trionfalistici e forse anche propagandistici di chi fa politica, e vanta, con particolare enfasi,  la propria azione legislativa, altra cosa è, invece, la realtà dei fatti. Sul decreto istruzione, approvato a pieni voti e in tempi rapidissimi dal Senato, senza che ci fosse un’opposizione politica di una certa consistenza, infatti i voti contrari al provvedimento sono stati soltanto 15; si addensano i sospetti che, la tanto sbandierata inversione di rotta sulla politica che riguarda la scuola, non ci sia stata realmente. Il decreto legge 104/2013, convertito in legge n.128 il giorno 8 novembre 2013, ed in particolare l’art. 15, riferito al personale scolastico, è definito un piano triennale per l’assunzione a tempo indeterminato di personale docente, educativo e Ata, per gli anni 2014-2016, tenuto conto dei posti vacanti e disponibili in ciascun anno, delle relative cessazioni del predetto personale e degli effetti del processo di riforma previsto dall’articolo 64 del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n.133. In detto articolo di legge si conferisce anche il maggior grado possibile di certezza nella pianificazione degli organici della scuola, condizionando ciò ad una specifica sessione negoziale concernente interventi in materia contrattuale per il personale della scuola, che assicuri l’invarianza finanziaria, con decreto del Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca, di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze e con il Ministro per la pubblica amministrazione e la semplificazione, nel rispetto degli obiettivi programmati dei saldi di finanza pubblica. Siamo alle solite, tutto resta come è sempre stato, non esiste nessuna inversione di rotta. Il partito democratico, di cui il ministro dell’Istruzione Maria Chiara Carrozza fa parte, ha sempre criticato, anche con toni aspri, l’art. 64 della legge 133/2008, esprimendo pareri alternativi e contrari a questo provvedimento, visto come una norma di tagli dannosi per la scuola pubblica. Ebbene adesso il partito democratico annuncia, con proclami di giubilo, il piano di assunzioni in tre anni di 16mila Ata e di 69mila nuovi insegnati, di cui 27mila solo nel sostegno, dimenticando di dire che queste assunzioni sono condizionate dagli effetti negativi del tanto bistrattato art. 64 della legge 133/2008. L’enfasi dei proclami sulle 69mila assunzioni  è nella realtà smorzata dall’obbligo di rispettare, perché queste assunzioni si materializzino effettivamente, l’invarianza finanziaria, che dovrà essere certificata tramite un decreto interministeriale. Parlare su queste basi di inversione di rotta, ci sembra audace. Sarebbe stato un buon segnale di inversione di tendenza, avere risolto il problema del pensionamento dei quota 96, ed invece su tale problema tutto tace. Anche sulla sicurezza delle scuole, il decreto sembra avere partorito un topolino. Molti francamente non comprendono i toni trionfalistici del ministro Carrozza, sull’approvazione di questo decreto. Piuttosto negli ambienti di scuola, si è allarmati per i prossimi provvedimenti che il ministro vuole portare avanti, che rappresenterebbero il tentativo di fare crollare alcuni tabù, così il responsabile del Miur li definisce, che regnano sovrani nelle scuole? Ma quali sarebbero questi tabù? Si parla della sperimentazione di abbreviare di un anno il percorso della scuola secondaria di secondo grado, di superare il sistema degli scatti di anzianità con l’introduzione di un avanzamento di carriera basato sulla produttività e sulla valutazione della qualità del servizio, e per ultimo dell’aumento dell’orario settimanale di servizio per i docenti della scuola secondaria. A noi sembra che più che fare crollare le barriere dei diritti contrattuali, ci sia il tentativo di portare avanti una politica germano-centrica, che del bene della scuola pubblica importa veramente poco.

I giovani hanno ancora fiducia nella scuola

da Tecnica della Scuola

I giovani hanno ancora fiducia nella scuola
di P.A.
Di fronte all’implosione povera della politica e alla sua incapacità di affrontare i problemi più rilevanti: dalla legge elettorale al taglio dei suoi costi, rimane la speranza dei giovani nella scuola
Il Rapporto Giovani 2013, realizzato dall’Istituto Toniolo e pubblicato da Il Mulino, afferma che “verso le nuove tecnologie i giovani hanno un atteggiamento sempre meno ingenuo, riconoscendone limiti e rischi da non sottovalutare. E sono scettici, soprattutto nel contesto italiano, rispetto alla possibilità che i nuovi linguaggi e la rete, strumento che essi usano e gestiscono in modo maggiore e più competente rispetto al resto della popolazione, siano finora riusciti a diventare un mezzo di cambiamento vero e a far contare di più le nuove generazioni”. Ma il dato più significativo del rapporto sta nel fatto che ai livelli più bassi della fiducia dei giovani si trovano i partiti politici, il Parlamento e il Governo, mentre ad ottenere un voto positivo sono le forze dell’ordine e la scuola. Questo vuol dire, viene spiegato nello rapporto, che i giovani tendono ad avere fiducia nelle istituzioni “solo quando vi trovano all’interno una coerenza esemplare e quando, soprattutto, riescono a costruire con le persone che le rappresentano un rapporto positivo”. Resta dunque fondamentale l’interscambio personale, partendo proprio dal sistema dell’istruzione con la fiducia dei giovani nella scuola che non dovrebbe essere delusa. Un compito che i docenti hanno e che non è di surroga alla scadente immagine della politica, ma di supporto alla tenuta delle istituzione insieme alla voglia di partecipare e di dare speranza affinchè la politica si rinnovi