Libri accessibili per i ciechi, ma senza copyright: l’Unione europea accelera

Libri accessibili per i ciechi, ma senza copyright: l’Unione europea accelera

La Commissione chiede la delega ai paesi membri per ratificare il trattato di Marrakesh. Forse entro il 2014 la firma che permetterebbe di allargare la disponibilità di libri per i non vedenti senza sottostare alle leggi sul diritto d’autore

da Redattore Sociale
06 gennaio 2014

BRUXELLES – Un piccolo passo verso una grande rivoluzione per la distribuzione di libri accessibili per non vedenti in tutto il mondo è stata fatto in questi giorni, con la richiesta – da parte della Commissione Europea – della delega dei ventotto Stati membri per votare il Trattato di Marrakech sulle eccezioni al copyright per i ciechi.

Attualmente, i non vedenti hanno accesso a una percentuale di libri stimata fra l’1 e il 5% di quelli presenti sul mercato, e circa duecentocinquanta milioni di persone, a livello globale, potrebbero avere grandi benefici in termini di occupazione e di istruzione se tutti i libri che vengono pubblicati fossero disponibili in Braille, in formato elettronico e a caratteri ingranditi.

Ma andiamo per ordine: cos’è e cosa prevede il Trattato di Marrakech? Si tratta di un documento approvato dall’Organizzazione Mondiale per la Proprietà Intellettuale (Ompi) a giugno del 2012, che stabilisce che le organizzazioni che rappresentano gli interessi dei non vedenti possano scambiarsi i libri non disponibili sul mercato in versione accessibile senza sottostare alle leggi sul copyright. Per fare un esempio pratico, che è da prendere solo a scopo esplicativo, se io scrivessi un libro e questo libro, pubblicato in Italia, non fosse distribuito in versione accessibile, se un’organizzazione di non vedenti inglesi volesse registrare il libro su formato elettronico o stamparlo in Braille, non dovrebbe sottostare alle leggi sul copyright e quindi pagare a me e alla casa editrice i diritti d’autore per la versione accessibile. Se invece il libro fosse prodotto in versione accessibile, allora le leggi sul copyright varrebbero come per qualsiasi altro prodotto editoriale.

Il punto importante del trattato, è che quest’ultimo dovrebbe incoraggiare le case editrici a produrre un numero sempre maggiore di testi accessibili, perché in questo modo non perderebbero i loro diritti d’autore. Per entrare in vigore, il Trattato di Marrakech ha bisogno della ratifica di almeno venti paesi, ma ovviamente più paesi firmeranno e ratificheranno l’accordo, più questo avrà efficacia.

E qual è la novità di oggi? La novità è che oggi la Commissione Europea ha adottato uno strumento che le permetterà di chiedere la delega ai ventotto Stati membri per firmare il trattato senza dover passare dalle consultazioni nazionali, risparmiando così – almeno si spera – un po’ di tempo. Per Pierre Delsaux, vice direttore generale della Direzione Mercato Interno della Commissione, intervenuto a una tavola rotonda sull’argomento, questo significa che ci sono buone speranze che il trattato venga firmato dall’Unione Europea entro ottobre 2014, mese in cui scadrà il mandato dell’attuale esecutivo di Bruxelles. Dopo la firma, però, ci sarà ancora bisogno della ratifica da parte dei singoli Stati membri, che si spera possa avvenire per una gran parte di essi nel 2015.

Un altro aspetto da sottolineare è come, per bocca dello stesso Delsaux, la Commissione ha rassicurato le organizzazioni dei non vedenti sul fatto che non teme che la lotta dei ciechi per libri accessibili rappresenti un cavallo di troia per minare le leggi europee sul copyright. La revisione di tali leggi è prevista nei prossimi anni, e fino a ora l’UE si era dimostrata restia a combattere questa battaglia che i non vedenti definiscono civile e in favore di un diritto fondamentale delle persone, quello alla cultura e all’istruzione, proprio perché da Bruxelles si temeva che la scusa di testi in formato accessibile potesse essere utilizzata per affrontare un argomento molto più vasto e molto scottante quale quello della difesa della proprietà intellettuale.

Ma come prendono le associazioni di non vedenti questo passo avanti della Commissione? Dan Pescod, dell’inglese Royal National Institute for the Blind (RNIB), che ha lavorato all’accordo per il Trattato di Marrakech, spiega a Redattore Sociale: “Sembra assurdo che ci siano voluti sei mesi alla Commissione per fare una richiesta simile agli Stati membri. Il passato non lo possiamo cambiare, però ora chiediamo a Bruxelles che faccia tutto quanto in suo potere per velocizzare il processo di firma e poi di ratifica del trattato. A parte tutti gli aspetti legali, su cui comunque ci riserviamo di chiedere un’opinione formale al Parlamento europeo – continua Pescod – è importante che sia l’UE che gli Stati membri mostrino la volontà politica di agire. Se c’è questa, i progressi saranno rapidi”.

“Se vogliamo trovare qualcosa di positivo – conclude – l’iniziativa della Commissione di chiedere la delega agli stati membri è incoraggiante, così come è positivo che il commissario al Mercato Interno Michel Barnier abbia detto che il problema va affrontato con la massima urgenza, ma in termini pratici ancora non abbiamo visto nessun risultato concreto”. (Maurizio Molinari)

Le prestazioni aggiuntive oltre le 40 ore devono essere sempre retribuite

Le prestazioni aggiuntive oltre le 40 ore, previste dall’art. 29 contratto comparto scuola, devono essere sempre retribuite. Transazione positiva davanti al Tribunale di Catanzaro della RSU del sindacato SAB.

 

L’art. 29 – attività funzionali all’insegnamento – del Contratto Nazionale di Lavoro 29/11/07 comparto scuola prevede, per i docenti, al comma 3 lett. a), la partecipazione alle riunioni del Collegio Docenti, ivi compresa l’attività di programmazione e verifica di inizio e fine anno e l’informazione alle famiglie sui risultati degli scrutini trimestrali, quadrimestrali e finali e sull’andamento delle attività educative nelle scuole materne e nelle istituzioni educative, fino a 40 ore annuali.

Nell’a.s. 2010/11 c/o un Istituto d’Istruzione Superiore di Catanzaro, il prof. P.B., anche in qualità di RSU del SAB e responsabile dell’ufficio contenzioso della sede sindacale di Catanzaro, in fase di contrattazione, aveva avvisato il dirigente scolastico che, in quell’ istituto, si stavano superando le 40 ore per attività a carattere collegiale anche perché, era abitudine tenere collegi fiume, riunioni di dipartimenti, incontri scuola famiglia, ecc..

Di riscontro il dirigente si era impegnato a retribuire, con il fondo d’istituto, le ore eccedenti le 40, tant’è che fece distribuire, fra i docenti, dei moduli-richiesta di tutte le attività svolte. In data 8/8/2011 forniva alle RSU informativa successiva sulla ripartizione del fondo d’istituto e, stranamente, non vi era nessuna voce che andava a coprire la liquidazione delle predette ore in eccedenza.

A nuova richiesta della RSU, il dirigente giustificava la mancata liquidazione di dette ore con la mancanza di fondi, da qui il ricorso davanti al Giudice del Lavoro del Tribunale di Catanzaro che, nell’udienza del 5/7/2013 sollecitava le parti convenute a una bonaria definizione della vicenda rinviando la causa al 27/9/2013.

Nel merito interveniva anche l’Avvocatura Distrettuale dello Stato di Catanzaro la quale chiedeva l’acquisizione della documentazione riguardante il giudizio al fine di rendere parere di congruità, dato dopo in senso positivo per il pagamento della somma di 393,75 euro oltre interessi legali.

A seguito della definizione bonaria, l’ATP di Catanzaro procedeva all’accredito di dette somme al prof. P.B. a titolo di prestazioni aggiuntive svolte nell’a.s. 2010/11 ed interessi, nonché per il versamento di contributi ed imposte a carico dell’amministrazione, per la complessiva somma di 540,99 euro accreditata in data 16/12/2013.

Il SAB, tramite il segretario generale prof. Francesco Sola, non può che esprimere soddisfazione per l’esito della vicenda sollevata, portata avanti e conclusa positivamente dal prof. P.B. che ricopre anche il ruolo di RSU nel proprio istituto; nel merito fa rilevare che le prestazioni dovute da contratto per attività funzionali all’insegnamento previste dal comma 3 lett. a) e lett. b), prevedono un impegno massimo di ore fino a 40 per ciascuna delle predette lettere e che le eccedenze, se prestate, anche se non dovute, vanno sempre retribuite.

Infine, è il caso di richiamare l’art. 28 – attività d’insegnamento – del predetto contratto che obbliga i dirigenti scolastici, prima dell’inizio delle lezioni, a predisporre il piano annuale delle attività e i conseguenti impegni del personale docente, che sono conferiti in forma scritta e che possono prevedere attività aggiuntive.

Detto piano è deliberato dal Collegio dei Docenti nell’ambito della programmazione dell’azione didattico – educativa e con la stessa procedura (nuova delibera del Collegio) è modificato nel corso dell’anno scolastico per far fronte a nuove esigenze e non come spesso avviene: convocazioni straordinarie o d’urgenza generiche senza sussistenza di dette condizioni che autorizzano il dirigente scolastico a travalicare la sovranità collegiale sulla modifica del piano.

F.to Prof. Francesco Sola

Segretario Generale SAB

LA CORTE DI GIUSTIZIA EUROPEA RITIENE ILLEGITTIMA LA NORMATIVA ITALIANA SUI PRECARI

da IMGPress

LA CORTE DI GIUSTIZIA EUROPEA RITIENE ILLEGITTIMA LA NORMATIVA ITALIANA SUI PRECARI
(05/01/2014)E’ ancora emergenza precariato: il Governo deve trovare le risorse per sbloccare il turn-over e procedere a un massiccio piano di immissioni in ruolo nella pubblica amministrazione a partire proprio dalla scuola. I 67.000 posti previsti dall’ultima legge che ha convertito il decreto legge n. 104/13 per il prossimo triennio non coprono neanche i pensionamenti mentre altri 138.000 sono stati assunti a tempo determinato quest’anno per far funzionare le scuole.
L’Italia non rispetta le norme comunitarie sui dipendenti pubblici a tempo determinato. E deve prepararsi ad assumere i 250mila precari con contratti a termine che operano nella pubblica amministrazione – stima fornita di recente dallo stesso ministro della Pubblica amministrazione e semplificazione, Gianpiero D’Alia, nel corso di un’audizione alla Camera – , di cui circa 133 mila nella scuola, 30 mila nella sanità e 70-80 mila tra Regioni ed Enti locali: a confermarlo è la Corte di Giustizia Europea, che con due provvedimenti coordinati, del 12 dicembre scorso, ha bocciato senza appello la legislazione italiana in materia di negazione delle tutele effettive contro gli abusi nell’utilizzazione dei contratti a tempo determinato alle dipendenze di pubbliche amministrazioni.
Si tratta di due sentenze che indicano chiaramente allo Stato italiano la necessità impellente di rivedere le norme e la prassi in materia.
Con la prima ordinanza, la “Carratù”, la Corte di Lussemburgo ha bocciato la sanzione introdotta dall’art.32, comma 5, della legge n. 183/2010 con effetti retroattivi sui processi in corso di Poste italiane: confermando la tesi del Tribunale di Napoli, la Corte dell’UE sostiene che Poste è Stato e non un’impresa privata. E che allo Stato si applica soltanto il decreto legislativo n.368 del 2001 e non le norme successive approvate “abilmente” dal legislatore italiano per aggirare la sua adozione.
Allo stesso modo, con la seconda ordinanza, la “Papalia”, la Corte Europea si è espressa sulla questione sollevata dal Tribunale di Aosta di compatibilità comunitaria dell’art. 36, comma 5, D.Lgs. n.165/2001, norma dichiarata in palese contrasto con la direttiva 1999/70/CE sul lavoro a tempo determinato: per i giudici europei, dunque, il decreto italiano n.165/2001 rende estremamente difficile o addirittura impossibile al lavoratore la prova del risarcimento del danno senza costituzione del rapporto. Di conseguenza non è misura idonea a prevenire gli abusi nella successione dei contratti a termine nel pubblico impiego.
“La sentenza ‘Papalia’ riguarda il Comune di Aosta, ma puo’ per analogia essere sicuramente estesa a tutto il territorio nazionale – sostiene Marcello Pacifico, presidente Anief e segretario organizzativo Confedir – semplicemente perché il caso esaminato è equiparabile a quello dei 250 mila dipendenti ‘storici’ della pubblica amministrazione che hanno già svolto almeno 36 mesi di servizio. Ad iniziare dalla scuola, dove soltanto per l’ordnario funzionamento per quest’anno sono stati assunti a tempo determinato almeno 137 mila supplenti”.
Il sindacalista Anief-Confedir, inoltre, ricorda che “nella scorsa estate il Governo italiano, proprio per rispondere alle pressioni dell’UE sulla necessità di interrompere l’abuso di utilizzo del precariato nella PA, dopo aver vietato la stabilizzazione dei precari della scuola e della sanità per legge – tanto da essere nuovamente chiamato in giudizio alla corte europea di Lussemburgo – ha dato la possibilità alle amministrazioni pubbliche di bandire concorsi con riserva di posti (massimo il 50%) per chi, alla data di pubblicazione del bando, abbia maturato almeno tre anni di contratti a termine negli ultimi dieci anni. Ma si tratta di un tentativo del tutto inutile di sfuggire alle perentorie regole comunitarie, perché è destinato ad infrangersi di fronte alle espressioni dei tribunali di giustizia. I quali stanno ripetutamente confermando che le ragioni finanziarie non possono essere assunte come giustificazioni per aggirare le norme sovranazionali”.
“Quei concorsi riservati, indetti dal Governo, non hanno alcun senso: semplicemente perché – continua Pacifico – i lavoratori precari ‘storici’ non debbono essere più sottoposti ad alcuna nuova selezione. Hanno i titoli per essere assunti nei ruoli dello Stato. Quello stesso Stato che non può utilizzarli a suo piacimento, quando ne ha bisogno, licenziarli e poi richiamarli per un numero imprecisato di volte”.
Urge una riforma complessiva del mercato del lavoro e del sistema previdenziale che deve essere espressione di riflessione attenta del Parlamento a partire proprio dalle norme comunitarie come impone l’art. 117 della Costituzione. La proroga dei contratti o i concorsi riservati pensati ultimamente non bastano perchè l’Italia è l’unico Stato che ha utilizzato sistematicamente come modello organizzativo per esigenze di risparmio di cassa l’assunzione a tempo determinato dei suoi dipendenti in maniera prolungata. Nella sola scuola per non pagare le mensilità estive e gli scatti di anzianità, per vent’anni, il 15% dell’organico è stato utilizzato come supplente. E ora risulta necessario sbloccare il turn-over per liberare i posti ed evitare sanzioni dalla Commissione UE e dai tribunali di giustizia europei e nazionali, ma senza bloccare gli stipendi per dieci anni come si è fatto ancora nella scuola dal 2011 perchè sarebbe un’altra violazione della norma comunitaria facilmente rinvenibile dai giudici.
A tal proposito, va ricordato che la scorsa estate, con ordinanza n. 207/13, la Corte Costituzionale ha rinviato alla Corte di Giustizia Europea la questione sulla compatibilità della normativa italiana (avallata con la Legge 106/2011) proprio rispetto alla direttiva comunitaria in tema di reiterazione dei contratti a termine e assenza di risarcimento del danno per docenti, amministrativi, tecnici ed ausiliari precari della scuola con almeno tre anni di supplenze alle spalle.
Ora, secondo l’avvocato Vincenzo De Michele che insieme agli avvocati Sergio Galleano, Fabio Ganci e Walter Miceli ha seguito per Anief il contenzioso sul precariato scolastico nei giudizi in Corte costituzionale e che ha partecipato alla discussione della causa Carratù in Corte di giustizia all’udienza del 5 giugno 2013, “le due importantissime decisioni della Corte Europea prendono atto della ormai certificata incapacità del legislatore nazionale di regolamentare la disciplina delle tutele contro i ripetuti abusi commessi dallo Stato e dalle imprese pubbliche statali sui contratti flessibili anche con norme retroattive”.
“La sentenza Carratù e l’ordinanza Papalia – continua l’avvocato De Michele – rendono sicuramente effettiva la riqualificazione in contratti a tempo indeterminato di tutti i rapporti a termine successivi con lo stesso datore di lavoro pubblico dopo trentasei mesi anche non continuativi di servizio precario, come previsto dall’art.5, comma 4-bis, dello stesso decreto 368. Una espressione inequivocabile che – conclude il legale – dovrà essere applicata immediatamente in particolare nei settori della scuola, della sanità e della ricerca, disapplicando le norme che impediscono la tutela effettiva”.

Istituti tecnico-professionali: Gelmini riforma, il Tar annulla. E adesso?

da Il Fatto Quotidiano

Istituti tecnico-professionali: Gelmini riforma, il Tar annulla. E adesso?

di Marina Boscaino

È nota la vicenda delle sentenze del Tar (e persino del Consiglio di Stato) che hanno dichiarato illegittime le circolari sugli organici per l’a.s. 2011/12; sentenze che non hanno portato alcuna modifica dei tagli conseguenti alle circolari stesse (Gelmini), anche a causa dell’irresponsabile comportamento delle regioni “amiche”, quelle di centro sinistra; che – dopo una serie di penosi minuetti (in particolare da parte della Puglia, ma anche del Lazio) – non si sono costituite ad adiuvandum, pur essendo parte lesa di quegli atti ministeriali: l’opportunità politica non è stata ravvisata. E in questo tempo melmoso, si sa, essa prevale decisamente rispetto al ripristino di condizioni di diritto e legalità. Del resto nemmeno la recente sentenza della Corte Costituzionale non è stata presa in alcuna considerazione.

C’è stato un tempo ormai abbastanza lontano (eravamo durante il governo Prodi) quando si pensò di dover procedere con un forte intervento di valorizzazione dell’istruzione tecnico-professionale. Sulla scia di quando – in un tempo ancora più lontano, si trattava degli anni ’60 – quel segmento della scuola superiore era risultato fondamentale nel dare gambe allo sviluppo economico. Ai tempi di Prodi, purtroppo però, il trand determinato da una visione scellerata della scuola era già partito, sebbene non avesse ancora raggiunto i suoi vertici più sciagurati: finto innalzamento dell’obbligo scolastico, che infatti si chiamò e si chiama di istruzione; primi rigurgiti della tendenza alla privatizzazione.

Poi arrivò Gelmini, che parlò indecentemente di “riforma”: in un taglio del 10% del monte ore globale del percorso di istruzione, quella tecnico professionale fu la più penalizzata; e la più scempiata – di conseguenza – dai tagli dei docenti disciplinari e dei tecnico-pratici, gli ITP. Si decretava in quel modo – definitivamente, a quanto pare, considerati gli esiti di quell’operazione – che i percorsi di istruzione superiore erano almeno a 2 marce, quello liceale e quello tecnico professionale. E che la scuola aveva definitivamente perso la sua funzione di “ascensore sociale”, dal momento che nella seconda andavano fisiologicamente a confluire i figli di un dio minore, rei di essere nati in famiglie meno acculturate, meno solide economicamente, caratterizzate da condizioni sociali più precarie.

Nel corso degli ultimi anni l’operazione di disseccamento della risorsa dell’istruzione tecnico professionale si è tradotta in una diminuzione massiccia delle iscrizioni, che accolgono oggi meno studenti che in passato, accomunati spesso da provenienze sociali problematiche. Quest’anno, come ci indica l’archivio statistico del Miur, gli studenti dei licei erano il 46,8%, quelli dei tecnici il 32,1%, quelli dei professionali il 21,2%. La somma degli studenti coinvolti nell’istruzione tecnico-professionale è comunque superiore a quelli dei licei.

Su ricorso dello Snals, la cosiddetta “riforma Gelmini” dei tecnici e dei professionali è stata dichiarata ancora una volta illegittima. Due sono i punti determinanti in questo senso: il coinvolgimento delle classi intermedie nel taglio delle ore curricolari. In sostanza, i genitori che avevano iscritto i propri figli ad un corso di studi tecnico e professionale nell’anno scolastico 2009-10 (prima della “riforma” Gelmini), si sono visti cambiare i quadri orari, il numero di ore per materia, i corsi di studi in corso d’opera, rispettivamente nel 2010-11 e 2011-12. Come comprare il biglietto per vedere un film, che però cambia dopo l’intervallo. Protestereste?

In secondo luogo, sono state tagliate del 20% dell’orario di insegnamento materie con non meno di 99 ore annue, stabilendo peraltro un criterio del tutto discrezionale. In questo modo, la riforma interviene “sulle discipline caratterizzanti i corsi, in maniera per di più indiscriminata, senza individuare le discipline sulle quali incidere”. Ciò per cui si è determinata la scelta per uno specifico corso di studio (le materie caratterizzanti) viene cambiato per i già iscritti, modificato in maniera illogica dal punto di vista del diritto all’apprendimento, perché motivata esclusivamente da ragioni “di cassa” per gli iscritti al primo anno.

Si tratta di una sentenza che non ammette repliche: le due disposizioni regolamentari più che recare norme per la “ridefinizione dei curricoli vigenti nei diversi ordini di scuola anche attraverso la razionalizzazione dei piani di studio e dei relativi quadri orari” portano “sic et simpliciter il taglio degli orari”.

Tuttavia, nella giungla delle infrazioni che si sono succedute sulla testa della scuola pubblica e degli interventi giuridici volti al ripristino del diritto, ristabilire la norma sembra particolarmente difficoltoso. Si può realisticamente pensare ad una marcia indietro, con ripristino di orari e monte ore e – di conseguenza – di posti di lavoro? Si può davvero provare ad intervenire su una macchina che, attraverso azioni simili a queste, ha succhiato alla scuola pubblica più di 8 miliardi di euro e ridotto diritti al lavoro (-140 mila posti) e all’apprendimento? Si può ritenere che la sentenza del Tar non rimanga una pura affermazione di diritto e legalità e si trasformi in interventi concreti che diritto e legalità ripristinino effettivamente?

“Lo Snals-Confsal auspica che il ministro rispetti la decisione del Tar. In caso contrario, il sindacato continuerà a portare avanti le proprie iniziative a tutela degli insegnanti, degli studenti e delle loro famiglie”, così Marco Paolo Nigi, segretario generale del sindacato. Pena: l’abbassamento ulteriore della nostra soglia di rassegnazione allo sfacelo della scuola sapientemente costruito negli anni e per nulla ostacolato oggi.

Cosa fanno – davanti a queste palesi violazioni del diritto da parte dei ministri berlusconiani – la lettiana Carrozza e il renziano neo responsabile scuola del Pd, Faraone? Finora né fatti né parole.

Carrozza: “Lancio referendum sul web. Ora diteci che scuola volete”

da Repubblica.it

Carrozza: “Lancio referendum sul web. Ora diteci che scuola volete”

Il ministro dell’Istruzione: “Vogliamo aprire un dibattito su dieci temi cardine, dalla valutazione degli istituti all’autonomia”. “Dovremo affrontare la diffusione del digitale e investire fondi su laboratori, biblioteche e palestre

Nella pasticceria Salza, Borgo Stretto di Pisa, praticamente casa sua, il ministro Maria Chiara Carrozza spiega davanti a un tè caldo il 2014 della scuola e dell’università italiane. Fuori piove. Come da tweet di fine anno, inizia dalla Costituente della scuola.

Ministro, che cosa sarà?
“La Costituente della scuola sarà la più grande domanda, e mi auguro la più grande risposta, sulla scuola italiana contemporanea. Non parliamo di un convegno né di stati generali, non sarà neppure una consultazione tra addetti ai lavori. Vogliamo aprire un dibattito in tutto il paese su questo bene primario che è la scuola. Cosa ne pensano, e come la vorrebbero, presidi, insegnanti, studenti, genitori, partiti, fondazioni, associazioni. Domande semplici su dieci temi. Non si è mai fatto prima”.

Si rischia di scrivere il più grande libro dei sogni mai scritto.
“Vorrei capire, confesso che su alcuni temi non so come gli italiani la pensino. La valutazione, per esempio. I genitori vogliono che le scuole frequentate dai loro figli siano valutate secondo standard internazionali? E con le scuole, gli insegnanti? O ritengono la valutazione una violazione della privacy, un metodo poco significativo? E l’autonomia scolastica è un bene, un’opportunità, un disastro? Da ministro ho le mie idee, ma se non capisco quelle del paese non posso elaborare l’ultima riforma della riforma della riforma. Vorrei fare insieme agli italiani la grande e giusta riforma della scuola italiana”.

Che tempi si è data per capire? Davanti a sé al massimo ha un anno e mezzo.
“Ci siamo messi al lavoro subito dopo Natale, in queste ore stiamo scegliendo i dieci temi cardine. Invieremo il questionario e chiunque, fino a maggio, potrà intervenire: risposte sul sito del ministero che resteranno anonime. A giugno renderemo pubblici i risultati, a settembre diremo quali indicazioni il ministero ha recepito”.

Ha detto che le idee, lei, se le è formate. Sull’autonomia scolastica, per esempio?
“Oggi la scuola italiana è fortemente centralizzata, ma il funzionamento dei singoli istituti dipende dai singoli presidi. Se sono capaci, le loro scuole funzionano. È così, ma non saprei dire perché: le consultazioni mi aiuteranno”.

Scusi il cambio di passo, ma ha letto che abbiamo gli adolescenti più pigri d’Europa? Ultimi in Europa per pratica sportiva.
“Ho intenzione di dirottare fondi europei sull’attività fisica. So quanto serve, da studente sono stata una buona praticante: sci, tennis, basket”.

Perché le scuole italiane non sono quasi mai aperte il pomeriggio e mai in estate?
“Sono molto favorevole all’apertura prolungata, ma il punto è il solito: trovare i soldi per garantirla. Si può pensare ad aperture senza costi con affidamenti, per sport e cultura, a soggetti esterni”.

In Italia, e forse solo in Italia, si tengono aperte per 15 anni graduatorie per le classifiche degli insegnanti che devono entrare in cattedra. L’ex ministro Profumò annunciò un lavoro di pulizia di queste graduatorie: c’è chi si è sistemato altrove, chi non vuole più fare l’insegnante.
“Profumo aveva ragione, ma il lavoro non si è fatto. Dobbiamo riprenderlo in mano”.

Gli istituti tecnici superiori, gli Its riservati a chi ha un diploma tecnico e vuole aggiungere due anni di alta specializzazione, sono stati un successo: il 59 per dei diplomati ha trovato subito un lavoro.
“Vogliamo estenderli. Le autorizzazioni spettano alle Regioni ma penso che l’anno prossimo nasceranno una quindicina di nuovi Its, soprattutto in Toscana e Lombardia. Gli istituti tecnici e professionali, superiori e no, riguardano il 40 per cento dei nostri studenti e durante il semestre europeo a guida italiana l’istruzione professionale sarà al centro del dibattito continentale”.

Non c’è troppo poca storia dell’arte negli orari scolastici?
“Sì e noi faremo un investimento sulla storia dell’arte, anche qui attingendo a fondi europei. I due semestri Ue, Grecia e poi Italia, rilanceranno la cultura umanistica”.

Alla fine che cosa manca alla scuola italiana?
“La diffusione del digitale e un investimento su laboratori, biblioteche, palestre”.

L’università continua a perdere finanziamenti: 6,2 miliardi contro i 6,5 del 2012.
“Sono i tagli del governo Monti. Nel 2014 riporteremo a casa 191 milioni e cambieremo il modo di distribuire le risorse. Finanziamento generale, premi e assunzioni vanno fatti insieme, all’inizio dell’anno accademico”.

Il segretario del Pd, Renzi, sostiene che metà delle università italiane devono essere cancellate, servono solo ai baroni.
“Io credo che non si debba cancellarne neppure una: oggi laureiamo pochi giovani. Agli atenei che hanno usato male i soldi, fanno poca ricerca e non richiamano i professori migliori il ministero deve solo togliere autonomia”.

Finanzierà ancora le università tematiche non statali?

“Certo. Scienze gastronomiche di Pollenzo è stato un successo e vedrei con favore università tematiche destinate allo studio energetico e alla biomedicina”.

Lo sa che a due anni dall’introduzione dei prestiti d’onore 19 milioni non sono stati ancora toccati? Solo 500 studenti hanno chiesto

il prestito.
“Il prestito d’onore non mi piace, in America ha creato un mare di guai. Preferirei introdurre l’education bond, un prestito privato non vincolante: lo studente lo restituirà solo se sarà in condizioni di farlo, senza rischiare nulla”.

È sicura che il prossimo test di ammissione a Medicina sarà nazionale?
“Combatto per quello, anche se le pressioni nei miei confronti sono fortissime”.

Scuola a pezzi, faremo un questionario on line

da Tecnica della Scuola

Scuola a pezzi, faremo un questionario on line
di Reginaldo Palermo
Mentre i problemi della scuola italiana sono ben noti alla stragrande maggioranza di chi la scuola la vive quotidianamente, il Ministro propone un sondaggio nazionale.
L’idea del questionario on-line sulla scuola del ministro Carrozza è la prova provata che, ormai, chi governa (o meglio dovrebbe governare) il sistema scolastico italiana non sa  più davvero che pesci pigliare. Oltretutto i tempi proposti dal Ministro sono biblici, del tutto lontani dalle necessità reali della scuola italiana. Maria Chiara Carrozza parla di raccogliere i risultati del questionario entro il mese di giugno e di offrire alla scuola risultati e proposte concrete a partire dal mese di settembre. Purtroppo la difficile situazione in cui versa la nostra scuola necessita di tempi rapidi, rapidissimi, aspettare a settembre vuol dire perdere ancora un altro anno. E poi, suvvia, ma davvero c’è bisogno di un sondaggio on line? Ma, il Ministro pensa che alla eventuale domanda “Sei soddisfatto/o delle modalità di pagamento dei supplenti” ci possa essere più del 2% che risponde affermativamente (nei questionari,  anche le risposte più strampalate vanno pur messe nel conto, perché non si devono mai escludere gli errori o altri meccanismi non controllabili a priori). C’è bisogno di mettere in piedi un marchingegno del genere per sapere quali sono le 4-5 cose più urgenti e importanti da fare? Per sapere che il problema del precariato non può essere trascinato all’infinito e che le scuole hanno bisogno di fondi per far funzionare fotocopiatrici e stampanti, per fare la manutenzione dell’hardware o anche solo per comprare candeggina e carta igienica, bisogna chiederlo on line a docenti, dirigenti scolastici, genitori e alunni? Francamente l’idea del questionario ci sembra davvero balzana. Sarebbe come se, fermi  sul ciglio della strada perché siamo rimasti senza benzina, fermassimo gli  automobilisti che passano chiedendo se hanno qualche buona idea su come fare per ripartire. Ci par di ricordare che appena insediata al Ministero, Carrozza disse che avrebbe iniziato a girare l’Italia per parlare con insegnanti e dirigenti e ci risulta che in effetti così abbia fatto. Possibile che dopo più di 6 mesi di pellegrinaggi abbia ancora bisogno di raccogliere idee e proposte? A noi, sinceramente, sembra che questa trovata sia solo una ulteriore perdita di tempo (ma potrebbe essere l’ennesima operazione un po’ demagogica secondo il miglior “made in Italy” della politica) Qualcuno ci darà dei presuntuosi, ma ci permettiamo di offrire un consiglio al ministro Carrozza: legga costantemente la nostra rivista e il nostro sito (e anche altri presenti in rete) e sicuramente potrà farsi un’idea significativa di quali sono i problemi della scuola italiana.

Precari, il Ministro continuerà l’opera di Profumo: le GaE vanno ripulite

da Tecnica della Scuola

Precari, il Ministro continuerà l’opera di Profumo: le GaE vanno ripulite
di A.G.
Interpellato anche sulla piaga del precariato italiano, nel corso dell’intervista pubblicata il 5 gennaio sul quotidiano ‘La Repubblica’, Carrozza ha dato ragione al suo predecessore: ma il lavoro non si è fatto, dobbiamo riprenderlo in mano. Tradotto sul piano pratico significa che chi sta dentro le liste di attesa provinciali verrà gradualmente immesso in ruolo. Gli abilitati dal 2011, invece, non si illudano: le porte rimarranno sigillate.
C’è anche un lieve ma sostanzioso accenno al precariato nella scuola pubblica italiana tra i temi affrontati dal ministro dell’Istruzione, Maria Chiara Carrozza, nel corso dell’intervista pubblicata il 5 gennaio sul quotidiano ‘La Repubblica’. Al cronista che ha chiesto lumi sui motivi per cui “forse solo in Italia, si tengono aperte per 15 anni graduatorie per le classifiche degli insegnanti che devono entrare in cattedra” e su che fine abbia fatto il “lavoro di pulizia di queste graduatorie” da parte dell’ex ministro Profumo (nel frattempo “c’è chi si è sistemato altrove, chi non vuole più fare l’insegnante”, Carrozza ha sfoderato una risposta breve ma pregna di contenuti:“Profumo aveva ragione, ma il lavoro non si è fatto. Dobbiamo riprenderlo in mano”, ha tagliato corto il Ministro.
Se consideriamo le rassicurazioni espresse più volte in passato da parte del responsabile del Miur sui diritti degli oltre 200mila precari che già “alloggiano” nelle graduatorie ad esaurimento, nel senso che verranno gradualmente assorbiti nei ruoli dello Stato andando a coprire il 50% dei posti vacanti individuati di anno in anno per le assunzioni a tempo indeterminato, le parole di Carrozza possono essere interpretate in una duplice prospettiva. Da una parte c’è la necessità di garantire l’immissione in ruolo a chi sta dentro le GaE. Anche perché chi doveva essere tirato via, come i docenti di ruolo, è stato già da tempo escluso (anche se una parte di loro hanno fatto ricorso e il tribunale sta valutando se reinserirli). Gli altri abilitati rimasti, invece, possono uscirne solo in un modo: attraverso l’assunzione a titolo definitivo.
L’aspetto meno piacevole, per decine di migliaia di docenti precari abilitati a partire dal 2011, è che le porte delle GaE continueranno a rimanere chiuse. A triplice mandata. Ma questa non è una novità: un mese fa proprio il Ministro, rispondendo ad un question time alla Camera, aveva già espresso questo concetto a chiare lettere. Insomma, per gli abilitati con i vari Tfa e Pas, ma anche per i vincitori del concorso a cattedra che non riusciranno ad essere immessi in ruolo, si fa davvero dura.

Carrozza: presto un questionario on line su come vorremmo la scuola, possono partecipare tutti

da Tecnica della Scuola

Carrozza: presto un questionario on line su come vorremmo la scuola, possono partecipare tutti
di A.G.
Ci siamo messi al lavoro subito dopo Natale, in queste ore stiamo scegliendo i dieci temi cardine. Invieremo il questionario e chiunque, fino a maggio, potrà intervenire: , insegnanti, studenti, genitori, partiti, fondazioni, associazioni. Le risposte sul sito del Ministero, ma resteranno anonime. A giugno saranno resi pubblici i risultatii, a settembre le indicazioni recepite dal Miur. L’annuncio nel corso di un’intervista a Repubblica.
“La Costituente della scuola sarà la più grande domanda, e mi auguro la più grande risposta, sulla scuola italiana contemporanea”. Il ministro dell’Istruzione, Maria Chiara Carrozza, crede molto nel confronto con i primi “attori” del sistema scolastico. Tanto da diventare l’argomento principale di una lunga intervista, rilasciata a ‘Repubblica’ il 5 gennaio. Al pari del segretario generale del suo partito, Matteo Renzi, il responsabile del Miur dichiara che lei e il suo entourage intendono “aprire un dibattito in tutto il paese su questo bene primario che è la scuola”. Per comprendere “cosa ne pensano, e come la vorrebbero, presidi, insegnanti, studenti, genitori, partiti, fondazioni, associazioni. Domande semplici su dieci temi. Non si è mai fatto prima”, sottolinea Carrozza.
Alle domande potranno rispondere tutti. ”Ci siamo messi al lavoro subito dopo Natale, in queste ore stiamo scegliendo i dieci temi cardine. Invieremo il questionario e chiunque, fino a maggio, potrà intervenire: risposte sul sito del ministero che resteranno anonime”, annuncia ancora il Ministro.
Già decisi i tempi di attuazione del progetto. ”A giugno renderemo pubblici i risultati, a settembre diremo quali indicazioni il ministero ha recepito”. ”I genitori vogliono che le scuole frequentate dai loro figli siano valutate secondo standard internazionali? E con le scuole, gli insegnanti? O ritengono la valutazione una violazione della privacy, un metodo poco significativo? E l’autonomia scolastica è un bene, un’opportunità, un disastro? Da ministro – afferma Carrozza – ho le mie idee, ma se non capisco quelle del paese non posso elaborare l’ultima riforma della riforma della riforma. Vorrei fare insieme agli italiani la grande e giusta riforma della scuola italiana”.
Sempre che gli scricchiolii del Partito Democratico e del Governo e non si tramutino in caduta libera.
Nel corso dell’intervista sono tanti i temi affrontati. Da cui traspare una presa di coscienza dello stato in cui vera la scuola italiana. Perché, ad esempio, le scuole non sono quasi mai aperte il pomeriggio e d’estate? “Sono molto favorevole all’apertura prolungata, ma il punto è il solito: trovare i soldi per garantirla”, risponde molto realisticamente Carrozza. E anche su cosa manca oggi alla scuola italiana, il responsabile del dicastero dell’Istruzione sembra avere le idee chiare: “La diffusione del digitale e un investimento su laboratori, biblioteche, palestre”.

Ma i docenti cosa vogliono? Forse un contratto nuovo

da Tecnica della Scuola

Ma i docenti cosa vogliono? Forse un contratto nuovo
di Lucio Ficara
Ma le prospettive non sono rosee. Per intanto diminuisco i diritti e aumentano i doveri.
Si parla del 2014 come l’anno in cui il ministro dell’istruzione Maria Chiara Carrozza lancia l’idea di una costituente della scuola da avviare entro il prossimo giugno con lo scopo di far sì che i ragazzi si diplomino prima e con competenze maggiori. L’idea non entusiasma molto i docenti che, da loro punto di vista, pensano che le priorità siano altre. Per alcuni docenti la costituente della scuola che il ministro Carrozza intende organizzare nei prossimi mesi è solo un modo per distogliere l’attenzione dai gravi problemi che coinvolgono la categoria degli insegnanti. Altro che costituente della scuola, qui bisogna al più presto porre un rimedio al crescente disagio degli insegnanti che si sentono stressati e fortemente demotivati. Forte è la demotivazione della gran parte delle categoria docente, che si ritrova carichi di lavoro sempre più pressanti e cogenti, ma al contempo una busta paga sempre più esigua che perde, con una continuità temporale impressionante, il suo potere d’acquisto. Il leitmotiv di questi ultimi tempi è quello di abrogare per via legislativa, norme contrattuali, ritenute un privilegio per i docenti, ridisegnando i doveri dei docenti, anche in materia di ferie ed orario di servizio, e i nuovi diritti. Si è persa capacità contrattuale, tanto che il contratto è stato fortemente destrutturato, e la scuola ha assunto una struttura dell’organizzazione del lavoro di tipo verticistico. Le direzioni delle scuole tendono a non  piegarsi più di tanto alle logiche dei contratti e, per ragioni di produttività e di raggiungimento degli obiettivi di azienda, a non restare vincolate agli obblighi di norme e di patti condivisi. È diventata una scuola frenetica, dove l’ossessione del risultato da raggiungere a tutti i costi, ha fatto saltare il tappo dei diritti contrattuali, creando una forte asimmetria tra diritti sottratti e l’introduzione di nuovi doveri. Si tratta di una logica aziendalistica che non funziona e crea un forte disagio ai docenti, ed è quindi fallimentare. Inoltre (cosa non secondaria) questa logica aziendalistica  sostenuta con i soldi pubblici, che tra le altre cose stanno anche diminuendo sensibilmente, non potrà mai funzionare con successo, come invece una certa politica sostiene. Per ridare speranza alla scuola e al suo buon funzionamento, bisognerebbe cambiare rotta, risolvendo il disagio dei docenti e rinnovando sul piano economico e normativo il contratto, ormai scaduto da oltre 4 anni. Ma il timore che esiste tra i lavoratori della scuola, è quello di trovarsi con un rinnovo contrattuale peggiorativo, dove alla diminuzione dei diritti faccia riscontro una proporzionale pretesa dei doveri, senza incrementi stipendiali significativi. D’altronde questa è la logica che ha ispirato quello che a noi piace chiamare la destrutturazione del contratto collettivo di lavoro della scuola. In questi ultimi anni abbiamo infatti assistito alla nascita di leggi volte a derogare in senso più sfavorevole per i lavoratori e soprattutto per i docenti, i patti di natura contrattuale. Se questo governo vuole veramente fare qualcosa di buono per la scuola, deve trovare i soldi, da sottrarre magari alle ingenti spese militari, per finanziare un vero contratto per gli insegnanti, restituendo onorabilità e dignità a questa importante professione.

Fioroni: “La scuola paritaria è in crisi”

da Tecnica della Scuola

Fioroni: “La scuola paritaria è in crisi”
di R.P.
E aggiunge: “Se non si affronta seriamente la questione per un terzo dei bambini in età pre-scolare è a rischio un diritto costituzionale”. L’esponente del PD invita il Governo a fare qualcosa al più presto.
Il sottosegretario Toccafondi non è il solo ad essere preoccupato per le difficoltà in cui versano le scuole paritarie e quelle dell’infanzia in particolare. E’ di queste ore, infatti, l’allarme lanciato da Beppe Fioroni (PD, ministro dal 2006 al 2008) che ha “twittato”: “Nell’indifferenza generale rischiano di chiudere le scuole materne paritarie, con un terzo di bambini senza diritto costituzionale” Questo, spiega Fioroni, sarebbe “un dramma per le famiglie. Non esiste una risposta immediata, forse questa emergenza educativa il Pd deve affrontarla. Serve una risposta sulle tasse e i contributi o domani le famiglie di tutti i tipi avranno i bambini in strada. Questa è una vergogna”. La scuola materna paritaria accoglie in Italia poco meno di 500mila bambini pari appunto a un terzo del totale (i bambini delle scuole statali sono circa un milione) distribuiti in almeno 8mila scuole. La maggior diffusione di paritarie dell’infanzia si ha nel Veneto dove le scuole non statali accolgono quasi il 70% dei bambini. L’interesse di Fioroni nei confronti della scuola del’infanzia paritaria non è una novità. Fu proprio lui, a cavallo fra il 2006 e il 2007, ad emanare disposizioni innovative in materia di iscrizioni alle scuole dell’infanzia: nella circolare che regolava le modalità di iscrizione per il 2007/2008, infatti, Fioroni aveva precisato che in caso di liste d’attesa i dirigenti scolastici devono assumere gli opportuni accordi con i gestori delle paritarie per distribuire in altre scuole le iscrizioni non accolte nelle scuole statali. La disposizione, è bene precisarlo, è tuttora in vigore e risulta quindi applicabile anche alle operazioni di iscrizione per il 2014/2015.

Licei sportivi: 5 in Calabria

da Tecnica della Scuola

Licei sportivi: 5 in Calabria
di Lucio Ficara
Uno per provincia, come da accordo fra Miur e Regione.
E’ l’assessore alla Cultura della Regione Calabria  Mario Caligiuri a diffondere la notizia che la Regione, a conclusione delle procedure svolte dalle rispettive province, ha indicato all’ Ufficio Scolastico Regionale i cinque licei scientifici, uno per provincia, ove si potrà attivare l’indirizzo sportivo a partire dall’anno scolastico 2014/15. Così come disposto dal MIUR, le scuole individuate sono complessivamente cinque, cioè una per provincia, e gli indirizzi sportivi sono stati attivati nell’ambito dei licei scientifici, come appunto prevede la normativa. Nello specifico i licei scientifici individuati per l’assegnazione dei licei sportivi sono: il liceo “Valentini” di Castrolibero, il  liceo “Fermi” Catanzaro, il liceo “Filolao” di Crotone, il liceo “Berto” di Vibo e il liceo “Volta” di Reggio Calabria. L’assessore Mario Caligiuri ha affermato che “con queste individuazioni aumentano le opportunità formative per i giovani calabresi, in un settore di elevato significato civile e anche occupazionale”, ricordando l’impegno del Presidente Scopelliti per lo sviluppo delle attività sportive della regione. Dal canto suo, il Dirigente vicario dell’Ufficio Scolastico Regionale Giuseppe Mirarchi ha dichiarato che “questa nuova offerta formativa consente agli studenti calabresi scelte più ampie, al pari di quanto accade nelle altre regioni italiane”

AIMC, Desideri confermato presidente

da tuttoscuola.com

AIMC, Desideri confermato presidente

Giuseppe Desideri è stato confermato presidente nazionale dell’Associazione italiana Maestri Cattolici (AIMC) al termine della tre giorni del XX Congresso nazionale sul tema “Salviamo la scuola. L’impegno di tutti per il futuro del Paese” che si è svolto a Roma dal 3 al 5 gennaio. Desideri è al secondo mandato consecutivo e rappresenterà per altri quattro anni l’AIMC.

Oltre 300 delegati dell’Associazione hanno, inoltre, voluto ringraziare stamane Papa Francesco partecipando numerosi all’Angelus in Piazza San Pietro e portando il saluto di 10 mila Maestri Cattolici. «Saluto con affetto voi, cari pellegrini presenti oggi, – ha risposto il Pontefice – in particolare l’Associazione Italiana Maestri Cattolici: vi incoraggio nel vostro lavoro educativo, è molto importante».

«Ripartiamo da questo Congresso – ha dichiarato Desideri – che mi ha affidato la guida dell’Associazione, ancora più convinti, come ci ha ricordato Papa Francesco, che il nostro è un compito ancora più importante».