Nulla sai se non lo fai

Nulla sai se non lo fai

di Umberto Tenuta

Verum et factum convertuntur
(G.B. VICO)

Nulla sai se non lo fai!

Lo disse un grande filosofo, un grande pedagogista. Giambattista Vico, sulla scia di Socrate, il primo grande dimenticato Maestro.

Sai come si beve il latte solo se lo bevi alla tazza, prima che qualcuno ti abbia elencato tutte le operazioni che devi fare: avvicinare la tazza alla bocca, aprire la bocca, poggiare l’orlo della tazza sulle labbra…

Oddio, se te le dico tutte, il latte ti cadrà tutto per terra, e la mamma ti sgriderà.

Puoi imparare a prendere gli oggetti, prendendoli.

Puoi imparare a saltare, saltando!

Puoi imparare a cantare, cantando!

Puoi imparare ad amare amando!

Puoi imparare tutto quel che ti piace, facendolo…

Sì, ma a scuola mica le cose si fanno? Là stanno scritte già sul libro di testo, basta leggere il libro, rileggere, trileggere, quadrileggere, pentaleggere… insomma leggere tante e tante volte.. finché nella memoria tua non le avrai impresse!

Ma non aveva scritto J.S. BRUNER <<Se è vero che l’abituale decorso dello sviluppo íntellettuale procede dalla rappresentazione attiva, attraverso quella iconica, alla rappresentazione simbolica della realtà, è probabile che la migliore progressione possibile seguirà la stessa direzione>>[1].

E, ancora, non aveva scritto Tommaso D’Aquino:

<<Vi è un doppio modo di acquistare la scienza: uno quando la ragione naturale da se stessa giunge alla conoscenza di cose ignote, e questo modo si chiama invenzione; l’altro quando la ragione naturale viene aiutata da qualcuno dall’esterno, e questa maniera si chiama dottrina (insegnamento).

In ciò in vero che viene prodotto dalla natura e dall’arte, l’arte procede allo stesso modo e con gli stessi mezzi che la natura. Come infatti la natura guarirebbe riscaldando chi soffre di frigidezza, così fa pure il medico; per cui si dice che l’arte imita la natura.

Il simile accade anche nell’acquisto della scienza: il docente cioè conduce altri alla scienza di cose ignote allo stesso modo che uno, scoprendo, conduce se stesso alla conoscenza di ciò che ignora>>[2].
Ordunque, riposiamoci, o Docenti!

Riposiamoci, facciamo lavorare gli studenti che ne hanno tanta voglia, se non altro, per non stare seduti, immobili e in assoluto silenzio, nei banchi che li imprigionano impedendo qualsiasi movimento.

Sì, i giovani hanno bisogno di muoversi, di correre, di saltare, come mio nipote sul letto grande, rimbalzando fino al soffitto, cadendo e rimbalzando ancora sul posteriore.

Facciamoli lavorare, facciamoli scoprire, riscoprire, inventare, reinventare, costruire, ricostruire, col sudore della loro fronte, come Adamo ed Eva, scacciati dal Paradiso Terrestre, Paradiso perduto!

Assieme, vicini, intorno ai tavoli a quattro posti, dialogando tra di loro, sottovoce!

Trionfanti, ci mostreranno i risultati delle loro scoperte:

-Maestra, abbiamo dipinto la pietra tutta, sopra, sotto e di lato, su tutte le sue facce belle, su tutta la sua superficie!

È vero, Maestra, si chiama faccia, faccia di sopra, superficie (superfacies).

Ma che bravi, bambini cari! Sapete, io l’ho capito solo quando frequentavo la Scuola Media.

Oh tempi moderni!

E, ancora, Maestra, abbiamo fatto il gioco suo, quando invitava le sue quattro amiche a casa sua.

Lei preparava le sue squisite pizzette al pomodoro e le lasciava nel forno, così le sue amate amiche le avrebbero mangiate calde calde.

E, infatti, arrivano le sue uniche e lei le fa accomodare nel salotto buono, sulle poltrone di velluto rosso.

Come stai? Come state? Come stiamo?

Bene, benissimo, un po’ di sciatica, un po’ di insonnia… ma, tutto sommato, ringraziamo Papa Francesco, bene, sai, poi, alla nostra età, qualcosa cambia!

Bene, amiche care, ora vi farò vedere, no, pardon, guardare, no, assaporare le mie nuove pizzette, quelle al pomodoro fresco col basilico!

E va in cucina, la Maestra, apre il fornello e su un vassoio mette cinque pizzette, una per lei ed una per ciascuna delle sue quattro amiche.

Ritorna nel salotto, si siede e mangiano le cinque pizzette.  Che buone, Agnese, sei proprio brava!

Oh, ma no, ma sì…… la ricetta in fondo non è mia, è di Silvia che me l’ha dettata al cellulare.

Le amiche si leccano le labbra, le amiche ed anche a lei, che  le cinque pizzette s’erano pappate.

Ora, incoraggiata, va un’altra volta in cucina e, come prima, ancora cinque pizzette calde calde mette nel vassoio.

Torna… si ripete la scena per la seconda volta!

E, poi, per la terza volta!

È, poi, per la quarta volta.

Finite sono le pizzette  e contente sono le colleghe, e anche Agnese.

Ma, Agnese, quante pizzette avevi preparato?

Oddio, che sciocche maestre siamo, meno male che non ci sono i nostri alunni: cinque pizzette per ognuno dei quattro viaggi, il conto è presto fatto!

Tavola pitagorica del quattro: cinque per quattro volte fa venti!

Oddio, Agnese cara, ma ti rendi conto che oggi ci hai dato una bella lezione di didattica?

Domani faremo fare ai nostri amati giovani studenti lo stesso gioco, magari con pizzette vere, e così capiranno, scopriranno, impareranno finalmente cosa è la moltiplicazione: tante pizzette per tante, quante volte?

Un gioco, un gioco direbbe Giovanni Pascoli: Al gioco seri al pari di un lavoro!

Lavoro di apprendere, lavoro di comprendere, lavoro di capire, lavoro di scoprire, da soli, da soli, solo con qualche piccolo piccolo piccolo suggerimento della maestra Agnese!

 



[1] BRUNER J.S., Verso una teoria dell’ístruzione, Arnando, Roma, 1967, p. 85.

[2] TOMMASO D’AQUINO (a cura di M. Casotti), De magistro, La Scuola, Brescia, 1957, p 28.

DISCRIMINAZIONE DI GENERE NELLA COMPOSIZIONE DELL’ORGANICO DEL PERSONALE EDUCATIVO

LUIGI GALLO M5S: DISCRIMINAZIONE DI GENERE NELLA COMPOSIZIONE DELL’ORGANICO DEL PERSONALE EDUCATIVO NELLE ATTIVITA’ CONVITTUALI E SEMICONVITTUALI DELLE SCUOLE

ROMA, 16 feb – Presentata  interrogazione al ministro dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca da parte di Luigi Gallo, cittadino portavoce del MoVimento 5 Stelle alla Camera per sapere “quali interventi il Ministro intende attuare al fine di evitare discriminazioni di genere in palese violazione di costituzione e legge nella composizione dell’organico del personale educativo nelle attività convittuali e semiconvittuali delle scuole”.

La normativa che regola la materia, mentre da un lato sottolinea il carattere di unicità della graduatoria da cui attingere per l’assunzione di questo tipo di personale educativo, dall’altro viola il principio di uguaglianza e discrimina l’affidamento degli alunni convittori e delle alunne convittrici, attribuendolo a personale educativo rispettivamente maschile e femminile. In virtù di tale passaggio della norma, “considerando che le alunne convittrici iscritte risultano in numero inferiore rispetto agli alunni convittori, se ne deduce che le assunzioni di personale educativo femminile risultano inferiori rispetto alle assunzioni di personale educatore maschile”.

La questione risulta nota da tempo agli addetti ai lavori, fattispecie riscontrabile anche dalle numerose pagine che in internet sono dedicate all’argomento, ed il deputato Gallo chiede in questa interrogazione  “com’è possibile che nonostante le numerose segnalazioni pervenute al ministero dell’Istruzione, il Ministro non abbia mostrato interessamento alcuno alla soluzione della vicenda”.

L’eredità di Barbiana

L’eredità di Barbiana[1]

1. Il patrimonio formativo di Don Milani

Ripercorrere a distanza di oltre cinquant’anni l’esperienza educativa proposta da don Milani e guardarla con gli occhi di chi entra in classe tutti i giorni, per insegnare, potrebbe sembrare un’operazione pedagogica ardita o un anacronistico esercizio politically correct.

Noi non pensiamo sia così!

Pensiamo, piuttosto, che la riflessione che ci accingiamo a condividere – attraverso queste poche righe – ci possa invogliare ad immergerci in alcuni aspetti del patrimonio formativo lasciatoci da don Milani, ancora non del tutto acquisiti. Tra le altre cose, ognuno potrà farsi un’idea sul perché alcune delle esperienze proposte nella scuola di Barbiana siano penetrare con decisione nel nostro modus operandi di docenti o altre, invece, perché siano rimaste sulla carta o elevate al rango di citazioni di illustri pedagogisti o psicologi. Ribadiamo, quindi, di affiancare alla riflessione testé proposta anche la convinzione che la “lezione di Barbania” non sia stata del tutto appresa, nonostante il fatto che la “Lettera ad una professoressa” abbia rappresentato un’eclatante denuncia.

Siamo convinti  che, al di là di ogni possibile strumentalizzazione, la ricchezza del paradigma educativo utilizzato da don Milani possa ancora rappresentare “per gli addetti ai lavori” un ottimo strumento per orientarsi verso la costruzione di buone pratiche. Per corroborare tale convinzione, baseremo l’impianto delle nostre riflessioni seguendo una direttrice di lettura che tende ad attualizzare ciò che, per alcuni, fa parte di un modello di scuola (quello di Barbiana) ormai non più equivalente o sovrapponibile alla temperie di una nuova epoca, ma che può rappresentare comunque un orizzonte a cui poter fare riferimento alla bisogna o come fondamenta.

 

2. Abilità sociali e apprendimenti

Evidenziamo subito alcuni spunti di riflessione, partendo dall’affermazione di Edoardo Martinelli, ex allievo di Don Milani:

“L’attenzione era data ai bisogni degli allievi e all’apprendimento. Le abilità sociali nella nostra scuola avevano pari dignità delle discipline”[2].

Se tale affermazione, oggi, appare perfettamente aderente ai principi psicopedagogici più recenti che spostano l’asse delle strategie e delle metodologie didattiche sul fronte dell’apprendimento cooperativo e della metacognizione, si può solo immaginare quanto potesse apparire rivoluzionaria quando, come un diverso paradigma pedagogico,  andava a confrontarsi con un sistema chiuso e fortemente ancorato alla sola centralità del processo di insegnamento, per di più di tipo trasmissivo e classista.

Nell’esperienza della scuola di Barbiana, connotata dalla profonda frattura del sistema tradizionale di fare scuola, l’attenzione e la centralità dei bisogni dei ragazzi era riservata a quella fascia di alunni che la società del tempo “marchiava” e “riconosceva” come gli “ultimi”, vale a dire come coloro che erano predestinati – fin dalla nascita – ad occupare i gradini più bassi di una scala sociale gerarchizzata e, tendenzialmente, caratterizzata dall’immobilità. La società del tempo, d’altronde, considerava tali alunni come elementi “invisibili”, da relegare ai margini della società anche riproducendo e consolidando le diseguaglianze socioeconomiche e culturali presenti al suo interno ed impedendo, di fatto e anche attraverso un adeguato sostegno, quella mobilità sociale che avrebbe permesso un più generale miglioramento delle condizioni di vita delle classi più svantaggiate.

Dall’esperienza degli anni Sessanta ad oggi, molte cose sono mutate e,  pur se la garanzia della mobilità sociale e dell’equità degli esiti è chiaramente sostenuta anche in ambito europeo ed internazionale, continuiamo ad interrogarci su come e con quali strumenti sia possibile assicurare ad ognuno il diritto all’educazione e al successo formativo. Barbiana non è la scuola di una minoranza, dei poveri o dei derelitti, è la scuola di tutti.  Il discorso della centralità dei bisogni degli alunni, ad esempio, nella traduzione in prassi condivise viene sempre più accostato a specifiche modalità operative che consistono anche “nel prendersi cura” dell’alunno e nello sviluppo del suo personale progetto di vita… e, allora, come non ricordare che il motto della scuola di Barbiana si concentra nell’espressione “I care”?

Certo, nella scuola dei nostri giorni l’attenzione alla centralità dei bisogni degli alunni è meglio “sponsorizzata” di quanto non lo fosse all’epoca della “scuola privata” di don Milani e, proprio tali bisogni, hanno assunto un pieno riconoscimento anche grazie ad un processo di legittimazione che si nutre di una corposa serie di sigle. Lì, a Barbiana, c’erano semplicemente “gli ultimi”, mentre qui, nella nostra scuola, ci sono i B.E.S., i D.S.A., gli alunni stranieri e tanto altro per dire, in altri termini, che quell’alunno è diverso da un altro alunno. A ben guardare, però, nell’uno e nell’altro caso possiamo recuperare la distanza tra i vari soggetti proprio riferendoci  alla centralità del processo di apprendimento e, anche in questo caso, ci troviamo perfettamente in linea con il paradigma proposto dalla scuola di Barbiana.

Tra gli avvicinamenti e le distanze che entrano in gioco in questa riflessione, occorre evidenziare che la centralità del processo di apprendimento proposta da Don Milani è nettamente differente da come la intendiamo adesso, soprattutto, se  tale discorso  si lega alle modalità relazionali, ai tempi e agli spazi ove si compie il “rito” dell’insegnamento e si sviluppano i processi di apprendimento.

 

3. Sapere e saper essere

Oltre al sapere tradizionale, Don Milani ha saputo dare piena cittadinanza a quei saperi che non si imparano sui banchi di scuola, ma stando a contatto con la realtà in cui si vive, osservando gli altri fare e facendo in prima persona. Il sapere tradizionale, quello per intenderci basato su programmi preconfezionati e calati dall’alto attraverso la mediazione di uno o più docenti, nella scuola di Barbiana perde il suo primato per fondersi e con-fondersi con un nuovo modo di concepire l’apprendimento: un apprendimento che dal reale prende lo spunto per far sì che ognuno acquisisca quelle strumentalità di base per potersi riconoscere come un buon cittadino. Se don Milani lascia fuori dalla porta della sua scuola alcuni “totem” della scuola “normale” (vedi, ad esempio, il voto o lo pagella) è perché tali strumenti non descrivono o non sono funzionali a sostenere l’apprendimento degli alunni. Le valutazioni e gli esami nella scuola di Barbiana si svolgono non sul banco di scuola, ma nella realtà concreta che, man mano, gli alunni sperimentano in prima persona e ciò, a nostro avviso, precorre quel concetto di competenza che fonda, pur con le dovute differenze, l’attuale modello psicopedagogico della nostra scuola.

L’alunno di Barbiana è messo costantemente alla prova non tanto per avere un voto o un pezzo di carta quanto piuttosto per capire se il sapere, di volta in volta acquisito, si è trasformato in un saper essere ed in un sapere fare anche per saper interagire con gli altri. Naturalmente, questo tipo di valutazione comporta un processo di apprendimento che si forma e si con-forma sulle attitudini dell’alunno, sul suo stile di apprendimento, sui suoi tempi e su un rapporto alunno-docente che travalica la più classica delle impostazioni. Si dà più spazio alla relazione, al fare concreto, alla sperimentazione diretta della realtà e i tempi dei rapporti umani e sociali si dilatano o si concentrano anche in base alle risposte soggettive ed intersoggettive degli alunni.

Il contatto diretto con la realtà, tra l’altro, presuppone che si infrangano anche limiti spaziali; la scuola di Barbiana è lì in quello spazio angusto, ma è anche fuori di lì: è nell’ambiente più prossimo e, perfino, in quello più remoto. Ciò presuppone una costante e continua differenziazione delle domande, dei percorsi e delle risposte che sembra rispondere in pieno all’attuale logica dell’individualizzazione e della personalizzazione.

Pur nella piena consapevolezza che sarebbe quanto mai anacronistico riproporre tout court il modello della scuola di Barbiana, nulla vieta però che vi sia una rinnovata attenzione all’attualizzazione di tale modello poiché all’interno dello stesso sono facilmente riconoscibili aspetti e valori che continuano ad orientare la nostra scuola e la nostra società, al tempo stesso,  glocali e globali.

 

4. Scuola “in concreto”

La scuola di Barbiana, rispetto alla scuola tradizionale del tempo, rompe gli schemi di riferimento e si propone non tanto come un modello alternativo o parallello, quanto piuttosto come una scuola “diversa”, ove la costruzione della conoscenza avviene a partire dall’alunno concreto e facendo ricorso, già da allora, all’apprendimento di tipo cooperativo costruito su situazioni reali e mai fuori dal contesto.

Per cercare di capire come si svolgeva la giornata scolastica a Barbiana, la nostra attenzione si concentra su quanto ha dichiarato Edoardo Martinelli nell’intervista già richiamata in precedenza. Martinelli, infatti, alla domanda su come era strutturata la giornata scolastica nella scuola di Barbiana, risponde testualmente:

“Farei partire la giornata di Barbiana nel pomeriggio. Verso le 15 arrivava la posta e il giornale. La scuola aveva una grande rete di relazioni che si legava anche ai ragazzi che erano all’estero. Già a 13 o 14 anni stavamo mesi interi in Francia, in Inghilterra, in Germania per imparare le lingue e vivere esperienze concrete anche di lavoro. Era importante diventare autonomi e come si legge nella Lettera a una professoressa i viaggi all’estero equivalevano a esami!”

La ricerca dell’autonomia e l’essere cittadini del mondo erano punti fermi nella scuola di Barbiana e, oggi più di allora, sono obiettivi prioritari se si vuole formare futuri cittadini autonomi e responsabili.

Il discorso attorno all’autonomia è un tema sempre attuale e denso di criticità.  E’ cambiato il contesto, probabilmente ribaltato rispetto ai tempi di don Milani e, spesso, occorre fare i conti con situazioni diametralmente opposte: opulenza, distrazioni di massa, indifferenza giovanile e degli adulti verso la cultura, la parola, la solidarietà. Tutto è attratto dalla forza del profitto.   L’aspettarsi tutto o quasi tutto dagli altri, dai genitori, dallo Stato, è atteggiamento costante. Allo stesso tempo, è cambiata anche la percezione rispetto all’azione della scuola che da ipotetico  “ascensore sociale” (e Barbiana ribaltava gli schemi andando in quella direzione) ora è vista come una delle tante istituzioni, per giunta non sempre la più efficace. Tuttavia, resta immutata l’istanza che la società rivolge alla scuola: formare futuri cittadini, orientati a fare scelte consapevoli e ad assumere responsabilità personali e sociali. Il modello ideale del futuro cittadino non rifugge, pertanto, dal delineare il profilo di una persona autonoma e  critica.

Può la scuola assolvere ancora a tale mandato? E se sì, come?

Partendo dal presupposto che ogni autonomia personale non può dirsi tale se non si “allena” e si “confronta” nel e col sociale, non possiamo fare a meno di pensare alla rete di relazioni che legava fra loro i ragazzi di Barbiana. Attraverso l’in-contro con le differenti realtà di riferimento, il ragazzo di Barbiana veniva posto di fronte ad una serie di problemi reali e concreti la cui soluzione era a portata di mano se, a quello stesso ragazzo, si dava l’opportunità di sperimentare – in prima persona ed insieme agli altri – tutte le possibili soluzioni alle problematiche emergenti, legate anche ai trasferimenti in contesti diversi per imparare, oltre all’italiano, altre lingue e per svolgere finanche un’attività lavorativa.

Per fare ciò, prima del libro di testo, del quaderno e dei compiti tradizionali, l’alunno di Barbiana si sporcava le mani, si spaccava la schiena, si confrontava con i coetanei e gli adulti: provava in prima persona la fatica di imparare! Oggi nella nostra scuola capita poche volte di incontrare alunni che si sporcano le mani, che si spaccano la schiena o che si confrontano con i coetanei e con gli adulti all’interno di una rete di relazioni che manca di uno degli elementi essenziali: l’aderenza con il mondo reale, ossia con  un mondo che non si presenta come un pacchetto di contenuti disciplinari o di saperi preconfezionati da correlare a prove valutative, basate su scale numeriche e  standardizzate.

 

5. Cittadini si diventa

La scuola di don Milani era cooperativa, connessa alla realtà. Attraverso la lettura quotidiana dei giornali, entrava in classe il mondo. Da lì, da aspetti non scontati e talvolta apparentemente casuali, si sviluppavano percorsi di confronto, di approfondimento e di ricerca. Non vi erano programmi preordinati, mentre erano ben chiari al Priore gli aspetti educativi e formativi, le abilità e le competenze da acquisire, che man mano che il lavoro di scuola procedeva, venivano affinate, potenziate, equilibrate e messe alla prova.

Il porsi di fronte ad eventi reali da analizzare, affrontare e gestire – ovviamente – necessita di procedure organizzative e di metodologie incentrate non tanto sugli aspetti disciplinari, quanto e piuttosto su processi interattivi e “rivoluzionari” che richiedono anche l’esercizio di peculiari abilità relazionali e sociali.

Per taluni aspetti, il “ribaltamento” operato da don Milani o il suo dare pari importanza alle abilità sociali e alle discipline, non è stato ben colto dalla “nostra scuola” e (seppur sommersi dalle più buone intenzioni, magari anche suggerite nei Programmi e nelle Indicazioni) si continua a riproporre – anche inconsapevolmente – un meccanismo di selezione orientato dal prevalente peso delle discipline rispetto all’insieme di quelle abilità sociali che, molto spesso, non si apprendono sul banco di scuola ma sul banco della vita.

Le abilità sociali apprese nella scuola rappresentano solo alcuni aspetti delle abilità necessarie ad un cittadino autonomo e consapevole e, se non altro, nella scuola di Barbiana c’è sempre stata una maggiore attenzione a quella parte di educazione ora detta informale e non formale. A ciò va affiancato, come valore aggiunto, la più attenta gestione dei tempi dell’insegnamento, fondati tra l’altro su una maggiore attenzione alle singole individualità degli alunni.

Molti, in effetti, potranno osservare che nella nostra scuola si dà comunque ampio spazio allo sviluppo delle abilità sociali e su questo non possiamo che convenire, ma le abilità sociali  richieste nella scuola di Barbiana erano ben altra cosa.  E’ spontaneo, dunque, chiederci a  quale gruppo di abilità sociali facciamo riferimento come educatori così come è spontaneo chiederci a quali modelli di formazione ci ispiriamo quando abbiamo di fronte a noi l’alunno-persona, soprattutto per non cadere nella trappola delle ricette preconfezionate.

Essenzialmente, da una lettura molto critica, che affonda le sue radici nella filosofia strutturalista, anche noi professionisti dell’educazione siamo orientati  a dare ampio spazio a quel gruppo di abilità sociali che meglio ripropone il modello di scuola quale istituzione totale[3]. Di fatto, senza scendere negli articolati meandri della critica filosofica, nel rileggere “Lettera ad una professoressa”, troviamo chiaramente espressa la più appassionata e realistica critica dei ragazzi di Barbiana nei confronti di una  scuola classista e selettiva, riproduttrice di una stratificazione sociale e culturale che non lascia scampo agli “ultimi”.

La scuola, così come appare nella critica dei ragazzi di Barbiana, può anche essere vista come uno strumento di ortopedagogia sociale, al servizio di una società che non accelera processi di mobilità sociale e, anzi, li contrasta tacitamente al fine di riproporre precise posizioni sociali che si riconoscono anche dal possesso o meno di uno specifico capitale culturale[4].

Pur di fronte a molteplici perplessità, siamo convinti che la “nostra scuola” continui ancora ad assolvere al mandato di formare cittadini critici, autonomi e responsabili ma potrebbe farlo meglio se, all’interno di tale mandato,  recuperasse almeno gli elementi essenziali del paradigma della scuola di Barbiana, perché “Non c’è nulla che sia più ingiusto che far parti uguali tra diseguali[5].

 

6. La relazione che non c’è

Negli ultimi anni alcune scelte della politica scolastica non hanno facilitato la realizzazione di una scuola di qualità, ossia di una scuola che nell’erogazione del proprio servizio riesca a soddisfare sia le istanze dei differenti stekeholders che quelle della più vasta società di riferimento. Tuttavia, anche se alcune scelte possono apparire alquanto discutibili, il sistema- scuola, nell’esercizio della propria funzione pubblica, sembra reggere ancora quando ci riferiamo all’espletamento del mandato principale che fa delle istituzioni statali e paritarie i luoghi deputati “(al)la formazione di ogni persona e (al)la crescita civile e sociale del Paese”[6].

Recuperare l’eredità pedagogica della scuola di Barbiana per realizzare tale mandato, a nostro avviso, potrebbe rappresentare una grande opportunità per la scuola italiana. Un’opportunità che però  andrebbe gestita in maniera consapevole e mirata per non correre il rischio di incorrere in derive pedagogiche prive di significato.

Tra le scelte che ultimamente riconnotano l’articolazione del nostro sistema scolastico non possiamo fare a meno di segnalare, ad esempio, l’innalzamento abnorme del numero degli alunni per classe, con buona pace dei tempi distesi e dei rapporti docenti-alunni che rischiano di fare il verso alla macchinetta obliteratrice. Anche l’apoteosi del ritorno al “maestro unico” nella scuola primaria è un segnale che sembra non andare nella direzione della migliore scuola che educa alla collegialità, alla collaborazione e alla diversità dei punti di vista.

Di fronte a segnali di questo tipo, per dirla con le parole di Edoardo Martinelli, occorre

“Ricreare la relazione che non c’è. Per farlo bisogna che gli insegnanti ruotino, come a Barbiana, su più materie e meno ragazzi.”[7]

Ad intenderlo a dovere, Martinelli pone alla nostra attenzione un messaggio forte: bisogna ricreare la relazione che non c’è!

Ma a quale tipo di relazione si riferisce con tale affermazione?

A nostro avviso, sarebbe riduttivo pensare solo alla relazione educativa che nasce dall’interazione alunno-docente: c’è un livello più profondo di attenzione ed analisi che elicita  la necessità di ricreare la relazione che non c’è non solo rispetto al rapporto umano, ma anche rispetto alla relazione con l’ambiente di apprendimento, con il contesto civile e sociale, con la parola e con il sapere che si esprime anche attraverso il pensiero e la competenza.

Leggere, allora, questa “ricreazione” limitata alla sola relazione tra docente e discente non restituisce il pieno significato di un modello pedagogico che fonda sé stesso sull’autenticità del sapere, dell’essere e del fare.

Se appare opportuno qui condividere il senso più profondo del ricreare la relazione che non c’è, non possiamo fare a meno di osservare che, nonostante le contraddizioni prima evidenziate, vi sono segnali incoraggianti che piegano le scelte politico-ministeriali verso approdi di maggior vicinanza ai principi barbianesi. Ad esempio, ci preme evidenziare il richiamo nelle Indicazioni Nazionali all’unitarietà dei processi di apprendimento, al rispetto dell’alunno come persona di cui occorre aver cura soprattutto rispettandone i ritmi di crescita, le peculiarità delle attitudini e degli stili di apprendimento.

Paradossalmente, poi,  uno spazio embrionale di “barbiana” memoria, si può intravedere nella scuola dell’infanzia, laddove nelle Indicazioni per il curricolo  si afferma che il bambino per conoscere la realtà deve sperimentare, osservare, esplorare e rappresentare utilizzando tecniche e strumenti diversi non senza cogliere l’importanza della comunicazione, della relazione e del rispetto delle diversità. Letta così, per certi versi, sembra quasi che la scuola degli “ultimi” sia meglio “ricompresa” nel progetto educativo-didattico della scuola dei “piccoli”! E che dire poi delle costanti sollecitazioni ad utilizzare una didattica collaborativa e cooperativa nella scuola secondaria di secondo grado quando, proprio in riferimento a tale impostazione, va ad incidere sulla metodologia dell’insegnamento di alcune discipline?

Sulla scorta di quanto sin qui detto, ci preme sottolineare che la sfida più grande che la scuola italiana potrebbe cogliere nel ricreare una relazione che non c’è, consisterebbe sia nel recuperare l’eredità della scuola di Barbiana, sia nella possibilità di  realizzare – sulla scorta di tale eredità – una più efficace offerta formativa nei percorsi di alternanza scuola-lavoro, nei percorsi per la  formazione professionale e nei percorsi di formazione per gli adulti.

 

7. Rigore e tecnologie

Il cosmo didattico tracciato da Don Milani si può immaginare come una costellazione ricca di spunti, idee e sollecitazioni tratte dalla vita quotidiana e da ciò che accade nella società, affrontate con la professionalità, con la consapevolezza e con il rigore degli obiettivi disciplinari, fondamentali per conoscere, prendere la parola, dialogare, far valere i propri diritti. Sullo sfondo di tale costellazione appare, di non poca importanza, la corrispondenza tra parola e pensiero che restituisce il senso più autentico della realtà e della stessa relazione educativa.

Già, la parola: l’intuizione, semplice e rivoluzionaria, di far passare la libertà di espressione attraverso al parola. Perché la parola che non si conosce, la parola che suona come un’armonia sconosciuta e incomprensibile, fa paura e le persone che non hanno la parola scappano, scompaiono, sono invisibili. Con la parola, invece, le persone non hanno paura e posseggono l’arma più potente per poter fronteggiare l’invisibilità che deriva anche dalla non libertà di pensiero, dall’incapacità di avere una propria visione sul mondo e sulle cose, dall’impossibilità di potersi sentire cittadini autonomi e responsabili.

L’aderenza tra parola e pensiero è  il messaggio più forte che si intravede nell’eredità della scuola di Barbiana e sarebbe interessante recuperarne, oggi, la sua più intima essenza al fine di

sperimentarne nuovi contesti d’uso.

La domanda che  ci poniamo, in tal senso, di fronte alle caratteristiche che ha assunto la nostra società, è come conciliare il paradigma pedagogico della scuola di Barbiana nell’epoca di un accelerato sviluppo tecnologico e scientifico. Nel tentativo di darci una risposta, proveremo ad operare una “proiezione” per descrivere, a nostro avviso, cosa penserebbero i ragazzi di Barbiana di fronte al fenomeno di Internet e della condivisione globale.

Sicuramente, i ragazzi di Barbiana apprezzerebbero internet e lo vorrebbero piegato al sapere, alla ricerca, alla libertà di espressione e di pensiero; utilizzerebbero le potenzialità di tale strumento per conoscere i segreti delle discipline, delle scelte e delle scoperte concentrando in un click questo nuovo modo per ricercare informazioni e costruire un sapere significativo attraverso il confronto critico con gli altri e con la realtà. Ancor più sicuramente, i ragazzi di Barbiana utilizzerebbero le possibilità offerte dalla “grande rete” per sperimentare nuove modalità di scrittura collettiva, attualizzando in chiave tecnologica quell’esperienza così feconda di produzione dei testi collettivi che coinvolgeva gli alunni dai 15 ai 20 anni. Infine, e di questo siamo quasi certi, dispiegherebbero l’uso di tale strumento anche verso obiettivi di cittadinanza, perché affrontare i problemi e uscirne da soli è avarizia, uscirne tutti insieme è  politica.

Tra avarizia e politica, così come insegna don Milani, noi preferiamo la politica: un tipo di politica che si fonda sull’autenticità delle relazioni e sulla cooperazione per raggiungere il bene sociale e civile.

 

8. La scrittura collettiva.

Tra le metodologie applicate a Barbiana occupa un posto centrale la “scrittura collettiva”. E’ una tecnica sperimentata all’interno della scuola di Barbiana al fine di produrre testi condivisi e, l’esempio più eclatante della portata di tale tipo di scrittura, è rappresentato nel testo che diventerà l’emblema stesso di quella piccola scuola, fuori dal mondo. In “Lettera ad una professoressa” emerge, infatti, tutta la portata innovativa “dell’arte umile della scrittura collettiva”.

Don Milani utilizzerà questo tipo di scrittura come una vera e propria arte ed offrirà ai suoi studenti occasioni di incontro e confronto per utilizzare in maniera differente le logiche che presiedono i processi cognitivi collegati alla produzione di messaggi comunicativi efficaci. Il metodo della sua scrittura collettiva,  sostanzialmente, parte dal dialogo fra docenti ed allievi e in tale incontro vengono create le condizioni affinché si possa:

–  arricchire il patrimonio linguistico;

–  attivare il confronto intersoggettivo facendo circolare le idee;

–  negoziare i significati e i contenuti;

– operare confronti e sintesi per giungere solo alla fine e, dopo ampie discussioni, alla produzione di un testo collettivo.

Ovviamente, ciò che più colpisce “nell’umile arte della scrittura” così proposta, è la riflessione sulla lingua e, dunque, sulle parole e sui significati che richiede sì tempi distesi, ma che porta, comunque, all’elaborazione di testi anche di una certa complessità in cui tutti i “coautori” hanno avuto la possibilità di negoziare la miglior sintesi possibile.

Per ovvie ragioni, non potendo qui fare un discorso più lungo ed approfondito, ci teniamo a ribadire che proprio la scrittura collettiva rappresenta uno degli elementi portanti del paradigma pedagogico di don Milani e, pertanto, invitiamo coloro che ci leggono a prendere visione di uno dei frammenti più significativi di quella che, giustamente,  riteniamo il “gioiello più prezioso” dell’eredità di Barbiana (www.barbiana.it/LODI-MILANI.html).

La portata pedagogica della scrittura collettiva così interpretata, giustifica anche le affermazioni che  Martinelli fa a proposito del tempo scuola quando afferma che:

Il tempo scuola va recuperato in tempo di attenzione e questo può avvenire solo se l’educatore usa strategie in apprendimento cooperativo. In un tempo rallentato che consente l’attenzione e la riflessione.”

Non a caso, riteniamo che quanto detto da Martinelli possa assumere un significato più pregnante solo se si tiene conto di quanto scrive don Milani il 2 novembre 1963 per descrive il metodo ad un maestro di una piccola scuola di Vho di Piadena. Il maestro in questione è Mario Lodi e la lettera inviata contiene il seguente passo:

Le descrivo come abbiamo proceduto. Primo giorno: un intero pomeriggio (5 ore) a disposizione per comporre liberamente una lettera a voi sul tema: “ Perché vengo a scuola ”.  Secondo giorno: un altro pomeriggio a leggere a alta voce i lavori appuntando via via su dei foglietti tutte le idee, le frasi, le espressioni particolarmente felici. Terzo giorno: una mattinata a riordinare questi foglietti su un grande tavolo per dar loro un ordine logico. Dopo di che si stabilisce che lo schema del lavoro sarà il seguente:  sul principio: noi – i nostri genitori; ora: scoperta degli ideali di questa scuola. Nostra risposta parziale per: debolezza nostra – pressione: dei genitori – del mondo. Quarto giorno: un intero pomeriggio (5 ore) per rifare ognuno da sé la lettera seguendo però obbligatoriamente lo schema fissato in comune.  Quinto giorno: mattina e sera. Tutti insieme. Ognuno legge a alta voce la sua soluzione per il primo punto dello schema. Dopo di che si stabilisce il testo comune composto sulle migliori espressioni d’ognuno. E così per gli altri punti dello schema. Questo testo risulta di 1128 vocaboli. Sesto giorno: si detta il testo accettato perché ognuno ne abbia una copia davanti. Un intero pomeriggio (5 ore) in cui ognuno annota in margine (s’è scritto su mezza pagina) le proposte di correzioni, tagli, esemplificazioni, aggiunte di concetti trascurati ecc.  Settimo giorno: mattina e sera. Ottavo giorno: mattina e sera. Nono giorno: mattina. Proposizione per proposizione ognuno dice a alta voce le correzioni che propone. Si discutono e accettano o meno a alta voce mentre uno scrive il testo definitivo che qui vi accludiamo. Il testo che risulta da questo lavoro è composto da 823 parole. Il testo è perciò diminuito di ben 305 parole pur essendo arricchito di molti concetti nuovi. Il lavoro di questi ultimi tre giorni è stato entusiasmante per me e per i ragazzi. Straordinaria la possibilità, in questa fase, dei più piccoli di trovare qualche volta soluzioni migliori dei grandi. Pochissima incertezza: in genere la soluzione migliore s’impone molto evidentemente alla preferenza di tutti”.

 

9. Equità sociale ed equità scolastica.

Se mettessimo a confronto le generazioni di giovani degli ultimi cinquanta anni non avremmo dubbi sui consistenti cambiamenti. Sono cambiate le aspirazioni, i costumi, le idee e i comportamenti.

Partiamo da presupposti molto semplici che sono sotto gli occhi di tutti: oggi è alquanto diffusa, ad esempio, l’indifferenza generalizzata, l’apatia, l’estraniamento dal reale, la mancanza del senso del limite. Le nuove generazioni, in assenza di punti di riferimento certi, riflettono il proprio disorientamento in comportamenti violenti e incomprensibili, rompono gli schemi di riferimento e trasgrediscono le regole, arrivando anche a stravolgere completamente quei comportamenti civili e sociali che ci consentono di vivere insieme agli altri e di percepirci come una comunità.

Quanti alunni, ragazzi che vediamo tutti i giorni in classe, sono realmente così? Tanti, sicuramente troppi. E la scuola è impotente o volutamente impotente?

Sono sintomi che devono farci riflettere. In altre parole, il testimone per continuare la corsa, come nelle staffette, si è perso per strada. Il futuro ha perso il suo senso messianico e si è insinuata la convinzione che tale dimensione temporale sia piena di minacce.

Lo smarrimento del senso messianico si ripercuote anche sulle prestazioni personali e, molto spesso, la scuola diventa il “palcoscenico più attrezzato” per poter esprimere disagi interiori e difficoltà esistenziali. Di fronte a tali manifestazioni, capita che si arrivi a compromettere la vera natura dell’interazione docente-discente e,  a sua volta, tale compromissione può determinare nelle pratiche quotidiane del fatto educativo finanche un atteggiamento  rinunciatario da parte dei docenti, arrivando a condizionare negativamente la natura stessa del processo di insegnamento/apprendimento. Ciò è maggiormente comprensibile se facciamo nostro quel passo della Lettera ad una Professoressa, laddove si afferma che:

Così nella pratica quotidiana dell’educazione, si passa dall’invito al desiderio (la pulsione epistemofilica freudiana) a una variante più o meno dura di quello che potremmo chiamare apprendimento sotto minaccia[8].

Ed appare ben più comprensibile, allora, la creazione di un circuito vizioso che se da un lato tratteggia la problematicità della condizione esistenziale degli adolescenti, dall’altro chiama direttamente in causa il discorso della professionalità docente. La forza devastante di tale circuito è ben riconoscibile nel passaggio della Lettera, rivolto agli insegnanti, al limite dell’eresia:

… Io vi pagherei a cottimo. Un tanto per ragazzo che impara tutte le materie. O, meglio, multa per ogni ragazzo che non ne impara una. Allora l’occhio vi correrebbe sempre su Gianni… Non vi dareste pace, perché la scuola che perde Gianni non è degna di essere chiamata scuola…”[9].

E alla dimensione eretica non si può non far seguire la dimensione profetica da affidare ad un altro passaggio:

Abbiamo volutamente trascurato il problema delle classi differenziali  e di aggiornamento. Quando funzionano sono la cosa più bella che abbiate. Ma se farete scuola a tempo pieno non ne avrete più bisogno[10].

Dando alla scuola a tempo pieno il significato di scuola di qualità, in grado di dare risposte a tutti gli alunni si è voluto fare, certamente, un aggancio concreto alla situazione del tempo e, a dir il vero, per alcuni aspetti sarebbe auspicabile anche in alcuni contesti sperimentare una soluzione del genere. Ci rendiamo conto, però, che i tempi sono cambianti e con essi cambiano anche le esigenze dei nostri alunni e della società, ma non il diritto di ciascuno ad una scuola non classista, in grado di mettere le ali agli ingegni degli alunni.

Il continuo riferirsi ad una scuola di qualità, così come decritta nei documenti ufficiali e non, è  sì un diritto per tutti gli alunni[11], ma è una realtà ancora tutta da costruire anche attraverso la disseminazione delle buone pratiche e la riflessione sulle esperienze passate può orientarci in tal senso. Dobbiamo, però, fare i conti con una realtà che non sempre è dalla parte della sperimentazione e della disseminazione delle buone pratiche anche ricordando che l’attuale politica scolastica si fonda sulla logica della razionalizzazione e della spending review.

Lo stesso Martinelli, a proposito delle buone pratiche, ha avuto modo di affermare che:

Quando mettiamo 30 ragazzi, penso in particolare alla scuola secondaria, in 4 m X 4, con una campanella che suona ogni tre quarti di ora è logico che la buona pratica non è più possibile.”

La relazione spazio-tempo, d’altronde, è un altro fattore essenziale per una scuola di qualità e come non dimenticare lo schema pedagogico della scuola di Barbiana che richiama costantemente queste due dimensioni come specifici elementi sui quali costruire una corretta interazione con il soggetto che apprende?

Un ulteriore sguardo di approfondimento che si collega direttamente alla reciprocità esistente tra lo spazio e il tempo chiama direttamente in causa il discorso dell’attenzione, fattore anche questo fortemente protagonista nel contesto di Barbiana, laddove l’attenzione viene concepita come uno degli elementi più importanti per promuovere processi di apprendimento autentici e calati su compiti di realtà. E, allora, come non condividere le parole del già richiamato Martinelli quando afferma che:

“Ho avuto incontri con i ragazzi dell’autogestione in diversi contesti sia a Firenze che nel Bolognese. Mi raccontavano facendo calcoli appropriati che il tempo di attenzione nella scuola era solo del 20 %. Nell’altro 80% scaldavano i banchi. Del resto se guardiamo le statistiche di Tullio De Mauro sulla dispersione scolastica scopriamo che l’80% degli italiani non sa più né leggere né scrivere. Questo è il risultato drammatico della scuola italiana, insieme al fatto che l’ASL dei Milano ci comunica che 6 insegnanti su 10 sono disturbati psichicamente.”

 

10. La parola agli studenti e alle studentesse

L’ipotesi di un rilancio della pedagogia che ha sostenuto l’elaborazione del testo collettivo “Lettera ad una professoressa” non vuole essere un consiglio: è un appello, una richiesta di aiuto, un tentativo per contrastare le molteplici difficoltà che l’universo scolastico deve affrontare, facendo per di più i conti con scelte politiche estremamente discutibili. La scuola italiana vive un disagio che emerge prepotentemente dalle parole degli studenti e dai risultati di recenti indagini.

Come evidenziato, ad esempio, dal report del Ministero dell’istruzione (giugno 2013) sulla dispersione scolastica o come si evince dal dossier sugli Skills Outlook 2013 (Ocse, 2013), il nostro sistema d’istruzione ha ingranaggi fuori asse, sbanda sulla capacità di offrire una sponda certa per l’acquisizione di strumenti abili all’inserimento nel mondo del lavoro, tracima rovinosamente sulla percezione della capacità della scuola di interpretare il ruolo di compartecipante con gli studenti e i genitori alla crescita e alla formazione con strumenti efficaci. La denuncia più forte, però, vede sul banco degli imputati la relazione educativo-didattica.

Una recente ricerca, ad esempio, pur prendendone i risultati con morigerata determinazione, rileva preoccupanti scricchiolii[12]. Circa la metà dei 318 studenti di scuola secondaria di secondo grado (Milano e Perugia), in un’indagine preliminare pre-test che ha utilizzato lo strumento del questionario cartaceo, ha dichiarato di aver ricevuto offese dai propri insegnanti. Quasi un terzo ha affermato di aver vissuto situazioni in classe ascrivibili all’“umiliazione pubblica”, con tutto quello che consegue a livello emozionale trattandosi di età adolescenziale nel contesto dei pari. Non solo. La relazione docente-discente naviga su mari tempestosi col timore, con la paura di ritorsioni o di non ben chiare reazioni da parte dei docenti anche solo per la richiesta di ulteriori spiegazioni in caso di non comprensione della lezione per quasi il 55% degli studenti che hanno partecipato alla rilevazione. Un risultato, questo, che la dice lunga sul grado di condivisione, di coinvolgimento, di partecipazione attiva alla costruzione del percorso di apprendimento da parte degli alunni. Il 70% dei ragazzi ha registrato “qualche volta” o “spesso” scarsa chiarezza nella comunicazione degli insegnanti durante lo svolgimento delle lezioni ed uno studente su dieci dichiara di aver subito “abusi valutativi”, con scarsa o del tutto assente trasparenza sui criteri di assegnazione del “voto” od un uso punitivo oppure funzionale all’intimidazione. Come se non bastasse, le difficoltà della relazione didattico/educativa si connoterebbero anche per una scarsa conoscenza, da parte dei ragazzi, dei propri diritti e doveri in quanto studenti e studentesse. Quasi l’80% del campione sottoposto ad indagine, difatti, non ha mai ritenuto opportuno leggere lo Statuto delle Studentesse e degli Studenti.

Senza entrare nel merito dell’indagine, che apre uno squarcio su temi poco conosciuti, ci sembra giusto riportare i dati rilevati affinché ognuno possa meditare sulle percezioni che gli alunni hanno della relazione educativa sottolineando però il fatto che, molto spesso, essi non sono neanche consapevoli degli strumenti che possono agevolare la loro partecipazione attiva nel mondo della scuola.

 

11. Scuola, inclusione e Costituzione

Cosa penserebbero i ragazzi di Barbiana rispetto alle forme dell’inclusione oggi in discussione? Probabilmente non si entusiasmerebbero: vedrebbero troppa distanza tra il dire e il fare e, da quelle parti, troppi sofismi ed elucubrazioni non erano ben visti.

La passione di maestro del Priore era davvero rivoluzionaria e radicale e poggiava su due leve, quella del Vangelo inteso in maniera pienamente umana e quella civica che nasceva dalla Costituzione e dalla voglia di farla vivere sul serio. Don Milani viveva ciò con tutto se stesso, giorno e notte, e vivere la scuola in questo modo per centinaia di migliaia di insegnanti è esperienza improponibile e  irripetibile.

Crediamo che l’efficacia della sua didattica – laboratoriale, individualizzante e personalizzante – sia venuta dal profondo convincimento della sfida che lanciava alla “professoressa”. Maturava le sue proposte didattiche partendo dai ragazzi e dai loro bisogni, immedesimandosi, entrando nelle loro teste e nelle loro vite, stimolando le loro risorse e le loro capacità, non facendo loro mancare niente di essenziale ed importante, ma, nel contempo, non indulgeva in facili accomodamenti e chiedeva sforzi, sacrifici, responsabilità, diritti e doveri.

Don Lorenzo si poneva un compito altissimo: far maturare in tutti gli strumenti della conoscenza, della cittadinanza e della partecipazione; farli uscire dalla subordinazione culturale e materiale, farli camminare a testa alta perché istruiti e capaci di esercitare diritti e doveri, di essere cittadini del mondo. Bisogna però tenere presente, come detto, che Barbiana è un’esperienza abbastanza unica e per certi versi inimitabile: altra cosa è far funzionare il complesso sistema della scuola italiana che abbraccia un Paese lungo e pieno di contrasti e che oggi vive una profondissima crisi d’identità. Per certi versi “quella” scuola era una scuola “privata”, anche se – a differenza di quella pubblica con le sue solenni leggi e reiterate “grida”- non solo ha insegnato veramente la Costituzione, ma l’ha insegnata facendola vivere. Eppure, se riuscissimo ad avvicinarci a quella linfa vitale che la nutriva, a quei pochi principi di fondo che la guidavano (l’istruzione come conquista e liberazione, i principi della Costituzione, il valore della pace ed il ripudio della guerra, il valore e la forza delle parole – cercate, soppesate, scolpite – la giustizia sociale, il dovere della solidarietà, la libertà e la responsabilità) se un pizzico della fiamma che bruciava dinanzi al “santo scolaro”  riuscissimo a farlo entrare in tanti, in tutti noi, la scuola italiana sarebbe più efficace e diretta, le parole sarebbero più sobrie e più vere e i bisogni dei nostri ragazzi più vicini e rispettati.

Barbiana è irripetibile, ma è anche un’inestimabile risorsa. Se riuscissimo a rimettere in circolazione un po’ del suo “spirito”, la scuola italiana (e non solo) potrebbe ritrovare lo slancio per invertire la china e riprendere il cammino.

 

12. Note conclusive

Questa nostra breve immersione in alcuni degli aspetti fondamentali del paradigma pedagogico utilizzato nella scuola di Barbiana, in pratica, ci ha offerto la possibilità di comprendere che lungo ancora è il cammino da percorrere affinché nella scuola si realizzino quei principi di equità scolastica e, ancor più lungo, appare il cammino per realizzare nella nostra società il principio di equità sociale. A nostro modesto avviso, ripercorrere i sentieri già esplorati da don Milani utilizzando come chiave di lettura la nostra contemporaneità rappresenta per la scuola un’occasione da non  perdere, un’ulteriore chance per riscoprire orizzonti già esplorati, ma sempre nuovi poiché il materiale umano che si offre alla “formazione” è, per sua natura,  sempre unico ed irripetibile.

E’ vero che per fare una buona squadra ci vogliono buoni atleti che siano disposti a sacrificarsi e ad allenarsi. Ma quando si scende in campo non basta saper fare scorribande sulla fascia destra o essere abili a colpire il pallone con la fronte. Serve il gioco di squadra. E’ il senso della cooperazione, del sentirsi parte di un sistema-squadra che può far vincere la partita. Lo facciamo e lo facciamo spesso, diciamo noi docenti a chi ci interroga a tal proposito. Ma ne siamo tanto sicuri?

Un conto è invitare a fare lavori di gruppo, un altro è impostare la didattica mettendoci dentro, fin dalle fondamenta, la cooperazione o la peer education, l’alunno più bravo che trasferisce per osmosi le sue capacità all’alunno meno bravo, l’alunno con difficoltà che trova nel gruppo il modo per compensare le proprie incertezze. Non un modo per fare le cose più in fretta e con più facilità. Al contrario. Un modo per imparare ad essere in relazione positiva con gli altri.

Antonietta Damiano, Napoli

Giovanna D’Onghia, Bari

Saverio Fanigliulo, Taranto

Giancarlo Onger, Brescia

Giuseppe Prosperi, Rimini

Marco Renzi, Arezzo

Domenico Sarracino, Arezzo

Alessandra Silvestri, Roma


[1] L’articolo è frutto di un lavoro a più mani. La modalità di scrittura utilizzata per la stesura del testo è di tipo cooperativo. Gli estensori fanno parte della web community  ‘chiamalascuola’ che conta oggi più di 4000 membri. Di seguito, in sintesi, le fasi di lavoro: 1. Invito ad Edoardo Martinelli, ex allievo della scuola di Barbiana, ad entrare nella web community e a sottoporsi ad un’intervista elaborata dai membri di chiamalascuola grazie a google drive. 2. Intervista in modalità sincrona. 3. Revisione dell’intervista e pubblicazione 4. Fase di brain-storming per sollecitare spunti di riflessione sull’intervista. 5. Stesura prima bozza dell’articolo. 6  Stesura intermedia. 7. Revisione. 8. Raccolta osservazioni lettori non partecipanti alla stesura del testo. 9. Revisione finale. 10. Pubblicazione. Per la scrittura collaborativa ci si è avvalsi di “google drive”.

[1]Edoardo Martinelli, ex allievo di Don Milani a Barbiana, ha partecipato alla stesura di “Lettera a una professoressa”.

[2]Edoardo Martinelli, discussione con la Web Community chiamalascuola: https://www.facebook.com/groups/chiamalascuola.it/permalink/668690049837118/

[3]Si veda a tal proposito la critica alla scuola di  M. Foucault.

[4]Si veda a tal proposito la critica di P. Bourdieu ne La Riproduction (1970).

[5]Alunni della scuola di Barbiana, Lettera a una professoressa, Libreria Editrice Fiorentina, 1967.

[6]In “Indicazioni nazionali per il curricolo della scuola dell’infanzia e del primo ciclo d’istruzione”, 2012

[7]M. Benasayag, Gérard Schmit, L’epoca delle passioni tristi, Feltrinelli, 2005.

[8]Alunni della Scuola di Barbiana, op. cit..

[9]Ivi.

[10]Ibidem.

[11]Si veda Dichiarazione dei diritti del fanciullo, artt. 28 e 29, 1959.

[12]Federico Batini, Francesca Manna, Paolo Mottana, “Il disagio nella relazione didattico/educativa a scuola”: http://rivista.edaforum.it/numero22/monografico_Batini.html  LLLForus on, 8/22.

[12]La ricerca ha dato spunto per un approfondimento curato da Vera Paggi su Rai News Scuola: http://consumi.blog.rainews.it/2014/02/07/consumiconsumi-scuola/

Gli studenti-hacker che truccano i voti. Colpevoli, certo. Ma gli insegnanti?

da Corriere della Sera

Gli studenti-hacker che truccano i voti. Colpevoli, certo. Ma gli insegnanti?

di Carola Traverso Saibante
Hanno deciso di punirli eccome, e con la pena più severa: l’espulsione.

E’ successo agli undici studenti di liceo californiani che avevano truccato i propri voti grazie a interventi di hackeraggio sui computer della scuola. Un problema, quello della destrezza tecnologica degli studenti e del suo possibile uso per violare i database scolastici, che sta diventando sempre più attuale anche in Italia.

Il verdetto del Consiglio del Distretto Scolastico a cui appartiene il liceo Corona del Mar di Newport Beach è arrivato dopo una riunione pubblica surriscaldata. Gli studenti-hacker avevano un complice, un insegnante privato ventottenne. Alcuni genitori hanno contestato il fatto che si sia intervenuto solo sugli undici: il complice lavorava con circa 150 ragazzi. «Non si può semplicemente gettare una manciata di studenti in pasto ai lupi e dichiarare di aver risolto la crisi delle truffe elettroniche» hanno scritto le famiglie degli accusati in una lettera al Distretto. Mentre la preside, in una email a tutti gli alunni e genitori, dichiarava che un piccolo gruppo di studenti aveva «minacciato l’integrità accademica» della scuola. Che sta ora verificando ben 750mila voti.

Premettendo che non sono solo gli studenti a poter gabbare il registro elettronico (ma anche insegnanti e presidi), l’uso crescente della tecnologia nell’educazione pone problemi e interrogativi. Era lo scorso ottobre quando il Corriere lanciava la notizia di come non solo sia possibile, ma attualmente facile, truccare il registro elettronico).

I lettori si erano mostrati in maggioranza “divertiti” – si trattava di un piccolo campione statisticamente non attendibile, ed è comprensibile che la storia potesse strappare un sorriso: chi non ha mai sognato di poter cambiare le carte o i voti in tavola a proprio piacimento, con un click? Molti i commenti seri. Il più votato: «Truccare il registro? Se è elettronico si può. Ma il tuo insegnante ti conosce bene,sa se vali il voto che hai modificato. In ogni caso anche se modifichi il voto, se asino sei, asino rimarrai. Con tutto il rispetto per gli asini veri che sono animali molto intelligenti e gran lavoratori».

Nel caso della scuola californiana, era stata proprio la professoressa ad accorgersene. E’ il tema della qualità dell’educazione, dell’importanza del rapporto alunni-insegnanti, di un’istruzione che non sia fatta, appunto, solo di date, dati e numeri. E, allargando il raggio, sul costruire davvero le basi per poter trasmettere ai ragazzi che i buoni risultati vale la pena di meritarli e non che nella vita vince chi riesce a fregare meglio.

I prof sono spesso (non sempre) per forza generazionale di cose svantaggiati rispetto ai loro studenti nel campo dei bit, e l’educazione alla tecnologia è essenziale. «Il decadere dell’obbligo di formazione, che interessava fino a poco tempo fa non solo il corpo docente, ma anche il personale amministrativo a tutti i livelli, ha lasciato le professioni della scuola orfane di una guida importante» commentava Mario Rusconi, vicepresidente dell’Associazione nazionale Presidi, all’indagine recente dell’Osservatorio Kion Scuola Innovazione sul passaggio al digitale nelle scuole.

Ieri stavo preparando questo pezzo, e a tavola ne ho parlato con Silvia e Davide, studenti di quarta superiore. La loro scuola è passata al digitale quest’anno. «E la sicurezza? – chiedo – i voti digitali potrebbero essere alterati da qualcuno un po’ bravo col computer…». «Ah, ma quello lo puoi fare anche te – risponde spensierata Silvia, mimando col braccio un passaggio di tablet – quando il prof ti dice: “Scusa, non sono capace: lo fai tu?”».

Prof in fuga verso la pensione: quest’anno saranno quasi il 25% in più

da Repubblica.it

Prof in fuga verso la pensione: quest’anno saranno quasi il 25% in più

Le stime sui dati definitivi e le voci di demotivazione tra gli insegnanti: a settembre lasceranno circa 13.500 docenti

di SALVO INTRAVAIA

La Fornero non ferma la fuga degli insegnanti dalla scuola. I dati (quasi) definiti di ieri pomeriggio confermano le anticipazioni fornite da Repubblica la scorsa settimana. Non si tratta di un esodo, probabilmente, soltanto perché i paletti imposta dalla ministra piemontese sono così stringenti da costringere tantissimi che ne avrebbero voglia a rimanere ancora in cattedra per qualche anno. Ma basta fare un giro tra gli insegnanti per comprendere il livello di demotivazione. E chi può non ci pensa due volte ad andare in pensione.

LA LETTERA DI UNA PROFESSORESSA

I numeri, come sempre, sono la migliore delle argomentazioni possibili. Il 31 agosto del 2013 andarono in pensione 10.860 insegnanti e 3.662 Ata: amministrativi, tecnici e ausiliari. Il prossimo primo settembre toglieranno il disturbo in 13.380: 2.520 in più, con un aumento pari al 23 per cento. La quota di personale non docente che passerà la mano è invece sostanzialmente invariata: 3.697. A facilitare l’uscita degli insegnanti dalla scuola è anche l’età di tantissimi prof e maestri  –  di ruolo e precari  –  che fanno di quello italiano uno dei corpi docenti più anziani in Europa. Con percentuali di giovani insegnanti under 30 da prefisso telefonico: 0,3 per cento in Italia, contro l’11,3 per cento della Francia, il 12 per cento dell’Unione europea e il 18 per cento degli Stati Uniti.

È il sistema di reclutamento e la formazione iniziale che portano alla cattedra insegnanti già maturi. Per contro, il Belpaese è la nazione Ocse con la maggiore quota di insegnanti ultracinquantenni al mondo: il 41 per cento, contro il 26 per cento dell’Ue. Anche i precari della scuola, coloro che anelano al posto fisso dopo decenni di girovagare per l’Italia, sono abbastanza “anziani”: 9 su cento con meno di 30 anni e 10, sempre su cento, con cinquant’anni già suonati. Anche lo stress, stando agli studi del medico Vittorio Lodolo D’Oria, gioca un ruolo fondamentale. I sindacati parlano di categoria “ormai stanca”.

“Chi va in pensione  –  spiega Francesco Scrima, leader della Cisl scuola  –  non lo fa a cuor leggero ma, secondo quanto ci risulta ascoltando ogni giorni i docenti, per frustrazione: insegnare oggi richiede fatica e impegno che non vengono riconosciuti. Ecco perché in tanti hanno deciso di andare via dalla scuola. “Gli insegnanti, appena raggiungono il requisito, fuggono dalla scuola –  commenta Domenico Pantaleo, leader della Flc Cgil  –  Il perché è presto detto: tra tagli, disorganizzazione crescente e condizioni di lavoro sempre più gravose il pensionamento è un’ancora di salvataggio”. Ma non solo. “Le persone  –  conclude il sindacalista  –  insegnanti compresi, temono che si metta mano ancora alla legge Fornero per allungare la permanenza al lavoro. E chi può se ne va”.

Scuola 2.0, i colossi dell’informatica scendono in campo contro il ‘digital divide’

da Repubblica.it

Scuola 2.0, i colossi dell’informatica scendono in campo contro il ‘digital divide’

Tablet, lavagne multimediali e software studiati ad hoc. Le soluzioni educational di Microsoft, Samsung e Apple per ridurre il gap dell’Italia in un settore cruciale per l’istruzione del futuro

L’ITALIA è ancora troppo indietro nel processo di digitalizzazione delle scuole. Lo dicono i numeri. Secondo l’analisi effettuata dall’Ocse sul ‘Piano Nazionale Scuola Digitale’ nel nostro Paese ci sono 6 computer ogni 100 studenti (contro una media europea del 16%) e appena il 6% degli istituti sono completamente digitalizzati (rispetto al 37% continentale); solo il 54% delle classi, poi, ha accesso a Internet. Ma gli sforzi per portare a un miglioramento di questo quadro a tinte fosche sono comunque tanti. Nonostante la scarsità di fondi pubblici. Si moltiplicano, infatti, le iniziative che le grandi aziende informatiche stanno mettendo in pratica anche in Italia per far sì che la scuola sia sempre più un ambiente stimolante e, soprattutto, che diventi un luogo dove apprendere in maniera innovativa, arricchendo il proprio bagaglio culturale grazie agli innumerevoli saperi che la multimedialità mette a disposizione.

Con Microsoft per gridare Eureka! Microsoft, con una serie di progetti paralleli, cerca di proiettare nel futuro l’intero universo scolastico. È il caso di Eureka!’, sviluppato dal colosso di Redmond assieme a Intel e alla divisione Scuola della casa editrice Giunti, presentato a fine 2013 a ABCD, il Salone italiano dell’Educazione, dell’Orientamento e del Lavoro. Si tratta di un ecosistema digitale integrato che punta a dotare, in poco tempo, oltre 12mila scuole del nostro Paese (primarie e secondarie, di I e di II livello) di un kit di hardware e software di ultima generazione (fissi e mobile) specifici per il settore socio-educativo. Agli studenti saranno dati tablet e notebook, forniti da Acer e basati su un’architettura Intel, su cui saranno preinstallati sia il pacchetto Office 365 (la famosa suite di applicativi per la produttività, nella versione pensata per i più giovani) sia la piattaforma IES (Intel education software) concepita proprio in base agli standard educativi attuali. Per aiutare, da un lato, gli studenti a sviluppare le abilità richieste (su tutte l’uso rapido ed efficiente degli strumenti digitali) e, dall’altro, i docenti nel coinvolgere sempre più gli alunni. Inoltre, ad ogni istituto, verrà fornita una LIM (Lavagna Interattiva Multimediale) da installare nel laboratorio informatico della scuola per effettuare lezioni che comprendano l’utilizzo di contenuti scritti ma anche di audio e video. Senza dimenticare i tool gratuiti per i docenti e Poster e Geoscuola, le prime applicazioni di learning pensate per le scuole primaria e secondaria ed espressamente studiate per i nuovi sistemi operativi touch: la prima (Poster) è un vero e proprio sussidiario 2.0 che permette di entrare nel mondo della storia, della matematica, della geografia in maniera totalmente interattiva; la seconda (Geoscuola) è la versione digitale di un libro di testo di geografia, arricchito però d’immagini, contenuti multimediali e unità didattiche.

C’è poi il tema dell’orientamento, una delle note dolenti del nostro sistema scolastico, che porta molto spesso a scelte poco consapevoli su quale percorso di studi intraprendere. Per questo, in Microsoft, hanno pensato di fornire agli studenti, sempre nei software di Eureka!, delle batterie di test (differenti a seconda del livello scolastico) per creare dei profili personalizzati di ogni singolo studente e fornire indicazioni su inclinazioni, abilità, punti di forza e debolezza per metterlo in condizione di scegliere il liceo piuttosto che l’istituto tecnico, la facoltà universitaria più indicata piuttosto che l’area lavorativa più affine alle proprie caratteristiche. Ma il supporto di Microsoft serve per educare e far crescere persone prima ancora che studenti: individuando precocemente eventuali disturbi dell’apprendimento nel singolo bambino (i cosiddetti DSA) attraverso test e questionari che consentono d’intervenire con programmi di potenziamento specifici; creando di strumenti di valutazione individuale; sviluppando contenuti esterni ai programmi scolastici ma finalizzati all’educazione civica dello studente in campi importanti (alimentazione, ambiente, diritti civili, tutela dei minori), fruibili online per essere affrontati in classe.

A questi servizi si aggiunge anche il ‘Registro elettronico’, un’applicazione web studiata per la digitalizzazione del registro di classe e di quello del docente, per condividere in tempo reale con le famiglie le informazioni su tutte le attività didattiche svolte in classe (argomenti trattati, presenze e assenze, ritardi e uscite anticipate, note disciplinari, voti). Perché, nell’ottica di Microsoft, anche il coinvolgimento dei genitori è fondamentale. Come dimostra il progetto ‘Genitori in video’, promosso dal Comune di Milano e sviluppato dall’azienda di Redmont in partnership con Asus, Plantronics e Microsys, che prevede la possibilità di mettere in contatto virtualmente famiglie e insegnanti grazie a tecnologie di comunicazione e collaborazione basate sul Cloud: Skype, che permette di svolgere i tradizionali colloqui anche se docenti e genitori si trovano fisicamente in città diverse; SharePoint Online (applicazione presente su Office 365) che consente di condividere e modificare in tempo reale i documenti scolastici digitalizzati; Lync, strumento di comunicazione per docenti (che possono ad esempio svolgere il consiglio di classe anche a distanza) e ponte con le famiglie (tramite l’integrazione con Skype).

Samsung e la lavagna del futuro. Ma se Microsoft ha gettato nella mischia tante risorse diverse tra loro, Samsung non è da meno. L’azienda sudcoreana ha da tempo avviato programmi d’innovazione scolastica. Dapprima iniziando a vendere il proprio ‘sistema integrato’ agli istituti; poi, riscontrato il successo del prodotto e l’elevata richiesta da parte delle scuole pubbliche (quelle, cioè, con possibilità di spesa praticamente pari allo zero), con il lancio di un progetto ‘aperto’ che prevede il sostegno di Samsung a scuole in difficoltà o che presentino determinate caratteristiche. Tutto nasce nel 2012 con ‘Samsung Smart School‘, la soluzione pensata e progettata per la scuola, che ha attratto l’attenzione di molti istituti italiani (più che altro privati) e riempito le loro classi con strumenti tecnologici innovativi. Non solo tablet, in dotazione a ogni alunno o software studiati ad hoc. Perché la novità proposta da Samsung si chiama E-Board, la lavagna del futuro. Grazie a questo strumento didattico, comandabile da un computer o da qualsiasi dispositivo mobile, il docente può infatti organizzare delle vere e proprie lezioni multimediali, con la possibilità di far vedere oltre alle pagine di e-book anche testi, slides, filmati, contributi audio, schede multimediali, contenuti interrativi pescati in rete o scaricati da app dedicate. L’insegnante, inoltre, attraverso il suo tablet potrà ‘dialogare’ con i singoli dispositivi: caricare i contenuti delle lezioni, condividerli con gli studenti, realizzare attività di gruppo, proporre questionari e verifiche (personalizzabili alunno per alunno) per verificare la comprensione degli argomenti trattati. Consentendo di monitorare il livello d’apprendimento di ognuno, modulare il programma e gestendo in maniera ‘remota’ il lavoro della classe: permettendo o vietando l’accesso a determinati contenuti, forzando o inibendo le applicazioni a disposizione, aprendo o meno la possibilità di navigare in internet, spegnendo tutti i dispositivi quando non è necessario tenerli accesi a fini didattici. Strumenti cui si affianca la piattaforma Samsung Learning Hub attraverso cui accedere a contenuti digitali sviluppati assieme a partner specializzati e studiati espressamente per la scuola.

Ma, come detto, nell’ultimo anno l’impegno di Samsung si è orientato anche verso chi non potrebbe permettersi il suo ‘ambiente’ educational. Così, a giugno del 2013, vede la luce Smart Future, partito come progetto pilota durante l’anno scolastico in corso. In realtà rappresenta un ulteriore passo in avanti; l’obiettivo è, infatti, favorire la digitalizzazione dell’istruzione anche in Italia partendo da un processo di formazione indirizzato prima ai docenti e, in seconda battuta, agli studenti e alle loro famiglie. Stimolare la produzione e l’utilizzo di contenuti digitali personalizzati e personalizzabili, per allargare gli orizzonti delle nostre scuole. Per questo Smart Future prevede non solo la dotazione delle classi ma anche la realizzazione di training specifici rivolti a maestri e professori, con l’intento di migliorare le modalità di insegnamento, per avere sempre più confidenza con la multimedialità. Grazie all’Osservatorio sui media e i contenuti digitali nella scuola dell’Università Cattolica di Milano sono stati individuati i criteri di selezione delle scuole ‘pioniere’: in primis l’alto numero di alunni con disabilità e la forte incidenza di ragazzi con disturbi dell’apprendimento, senza trascurare i territori socialmente e culturalmente disagiati e i piccoli paesi. Venticinque le classi d’Italia (distribuite in 7 regioni: Lombardia, Liguria, Toscana, Umbria, Abruzzo, Lazio, Puglia) che stanno già sperimentando Smart Future; ma è già pronto un bando per tecnologizzare altre 50 classi entro l’inizio del prossimo anno scolastico; con l’obiettivo di raggiungere più di 300 scuole entro la fine del 2015. E per il futuro già si parla di una partnership con Google per sviluppare programmi, applicazioni e contenuti per la scuola da gestire attraverso il market online.

Apple e il suo ‘ecosistema di contenuti’. Diversa, invece, la mission di Apple. Fondamentale, nella sua visione, è il cambio di mentalità; la ‘cultura 2.0’. Non basta, infatti, possedere gli strumenti hardware per essere ‘digitalizzati’; è necessario, al contrario, prima ‘educare’ insegnanti, studenti e genitori sull’importanza del passaggio alla multimedialità. Adottare le nuove tecnologie deve essere una scelta consapevole che presuppone la conoscenza di cosa si andrà a fare con i dispositivi fissi e portatili. A Cupertino ne sono fermamente convinti: iPad in classe vuol dire soprattutto un’offerta internazionale di contenuti adeguati alle nuove modalità di fruizione ed erogazione di contenuti didattici; per questo hanno puntato tutto sul software. Un ‘ecosistema di contenuto’; Apple ama definirlo così: una gigantesca mole di applicativi per la fruizione e trasmissione del sapere. Tre i principali strumenti per la scuola: iBooks Store iTunes U e le App educational.

Molti la conoscono come la biblioteca online di iTunes dove leggere i libri acquistati e scaricati, ma iBooks è anche un ottimo strumento didattico grazie alla presenza di testi scolastici: libri multi-touch dinamici, coinvolgenti, interattivi e sempre aggiornati. Ciò consente agli studenti di sfogliare i testi, svolgere esercizi ma anche di guardare gallerie fotografiche, animazioni, filmati. Un patrimonio di circa 25mila libri di testo, sviluppati da editori indipendenti, insegnanti e istituti didattici disponibile in 51 Paesi del mondo (Italia compresa). Nel nostro Paese, ad esempio, la sezione è stata inaugurata dal catalogo di Centro Leonardo, un editore che ha sempre lavorato sui contenuti digitali. Ma iBooks vuol dire anche Author; uno strumento pensato per i professori e da questi ulteriormente sviluppabile. Il docente può, infatti, non solo sfruttare le risorse già presenti in catalogo ma crearne delle nuove, in base alle esigenze dei propri alunni; un materiale personalizzato che, però, può essere messo a disposizione dell’intera community Apple; non più solo dispense ma un libro vero e proprio. È il caso di due insegnanti dell’Istituto Salesiano di Castelnuovo Don Bosco, specializzato in scienze enologiche, che hanno creato il libro “Conoscere il Vino”  oppure dell’Istituto Majorana di Brindisi che ha usato Author per dare una forma digitale a un progetto ‘cartaceo’ di materiali integrativi per la didattica.

C’è poi iTunes U, l’app per iOS che apre agli studenti le porte del mondo accademico mondiale, delle scuole più prestigiose, degli istituti più autorevoli. Gratuitamente e rimanendo fermi davanti lo schermo del proprio dispositivo. In iTunes U oltre 1200 università e college e altrettanti distretti d’istruzione primaria hanno ‘caricatò corsi pubblici e privati e dispense su materie come arte, scienza, medicina e benessere, economia. Nel 2013 sono stati oltre un miliardo i download effettuati (più del 60% da Paesi diversi dagli Stati Uniti, tra i 155 collegati alla rete iTunes U). Un successo, visto che attualmente ci sono corsi con più di 250mila studenti iscritti (come quello di programmazione della Stanford University o, per restare in Italia, quello offerto dall’Università di Pisa; anche se il primo ateneo italiano a sbarcare su iTunes U è stata l’Università Federico II di Napoli nel 2007). Ma iTunes U è anche Course Manager, lo strumento basato sul web che permette ai docenti di creare, gestire e distribuire i propri corsi (compiti a casa compresi) condividendoli con tutti gli studenti che lavorano in ambiente Apple (non solo con i propri); potendo aggiungere alle lezioni anche contenuti multimediali (pagine internet, libri digitali, applicazioni) per condividere i saperi e contribuire alla creazione della conoscenza globale (all’Istituto De Amicis di Milano, ad esempio, già lo usano per gestire i corsi, il piano didattico, le verifiche).

C’è infine l’App Store dove, tra le oltre 500mila applicazioni native per i tablet Apple, si possono trovare ben 75mila software ‘educational’; si passa da quelle create per la didattica, per gestire contenuti o caricare video-lezioni per la classe, a quelle adottate dai professori perché permettono di far diventare interattivi argomenti fino ad oggi cristallizzati sulle pagine dei libri di testo, dall’astronomia alla geografia, dall’anatomia alla matematica.

Chi vuole abolire la filosofia da scuola e università

da Repubblica.it

Chi vuole abolire la filosofia da scuola e università

Esiste un progetto ministeriale che limiterebbe lo studio della materia nei licei a soli due anni

di ROBERTO ESPOSITO

Il piccolo, ma agguerrito, mondo della filosofia italiana  –  quella che con qualche ridondanza si denomina “teoretica”  –  è in comprensibile fermento. In base ad una recente normativa tale materia è stata eliminata dalle tabelle disciplinari di vari corsi di laurea, come quelli di Pedagogia e di Scienze dell’Educazione, con la singolare motivazione che si tratta di una disciplina troppo specialistica. E che dunque dove si educano gli educatori non c’è alcun bisogno di essa. Ma c’è di peggio. Sta prendendo corpo il progetto, già sperimentato in alcuni licei, di abbreviare il ciclo delle scuole secondarie a quattro anni, con la conseguente riduzione dell’insegnamento della filosofia a due. L’idea, del resto, non è nuova. Già alla fine degli anni Settanta si pensò di cancellare lo studio della filosofia dalle scuole, sostituendola con le scienze umane. Ci volle la ribellione dei professori di filosofia dei licei  –  molti dei quali preparati e motivati  –  per scongiurare simile, sconcertante, trovata. Che tali progetti siano solo disegni degli staff di funzionari del Ministero dell’Istruzione può essere. Sta di fatto che segnalano, ancora una volta, la spaventosa carenza culturale di coloro che sono preposti all’organizzazione della cultura in Italia. L’intenzione di ridurre il rilievo della filosofia, schiacciandola ai margini dei programmi scolastici e universitari, è la punta di un attacco generalizzato al sapere umanistico in Italia. Ma in essa c’è qualcosa di ancora più grave. Si vuole così occludere lo spazio dove si forma lo spirito critico. Indebolire ogni resistenza a un diffuso realismo in base a cui, qui o altrove, non c’è da prefigurare nulla di diverso da quello che abbiamo sotto gli occhi.
Tale progetto è sbagliato per più di un motivo. Intanto perché la filosofia, oltre che indispensabile di per sé, lo è nei confronti degli altri saperi. Non perché, come a volte si dice, li collega in un unico orizzonte, ma, al contrario, perché definisce le loro differenze, misura la tensione che passa tra i vari linguaggi. In quanto sapere critico, la filosofia impedisce la sovrapposizione di questioni eterogenee, delinea i confini dentro i quali esse assumono significato. Ma il suo ruolo non si esaurisce in una procedura metodologica. Tutt’altro che chiusa su di sé, essa è sempre aperta al mondo  –  alle sue potenzialità e ai suoi conflitti. Tale è la sua funzione. La capacità, e anche il desiderio, di aprire un confronto, in qualche caso uno scontro, rispetto a ciò che esiste a favore di una diversa disposizione delle cose. In questo senso la filosofia  –  anche e forse soprattutto quella che si definisce “teoretica”  –  ha sempre un’anima politica. Non, certo, nel senso di fornire prescrizioni o indicazioni su cosa fare o come agire. Ma perché è situata lungo il confine tra il reale e l’immaginario, il necessario e il possibile, il presente e il futuro. Perciò essa è sempre in rapporto con la storia. Non parlo solo della storia della filosofia  –  pure indispensabile. Ma della storia nella filosofia. Il pensiero non solo ha, ma è storia, perché consapevole del nostro limite. Di quanto abbiamo, ma anche di quanto ci manca, dell’assenza che taglia ogni presenza, della scissione che attraverso ogni unità.
È un’idea, questa, che congiunge tutti i grandi pensatori, da Platone a Hegel e oltre. Il motivo per il quale, nonostante l’apparente inutilità
che spesso le viene rinfacciata, si continua a praticare filosofia sta proprio nella coscienza che il suo compito è inesauribile. Che restano sempre spazi inediti da aprire, vie nuove da imboccare, opzioni diverse da sondare. Quando si è supposto che così non fosse, che la verità era stata raggiunta e il percorso compiuto, allora la filosofia è stata messa a tacere e i filosofi sono stati banditi dalla città. Con i risultati che sappiamo.

Meno burocrazia a partire dai presidi

da Il Messaggero

Meno burocrazia a partire dai presidi

di Giorgio Israel

L’idea circolante di un grande piano per l’edilizia scolastica e universitaria è ottima. Perché non fallisca miseramente deve accompagnarsi a una lotta senza quartiere alla burocrazia: un preside racconta di “disporre” di un’ingente somma per ristrutturare il suo fatiscente plesso, ma di essere bloccato dal comune che non la molla. Lotta alla burocrazia a tutti i livelli, anche per dare senso alla valorizzazione del merito con la valutazione; che deve essere valutazione ex-post (con premi e sanzioni) di ciò che si è fatto, e non l’imposizione a priori di miriadi di regole e il soffocante controllo passo dopo passo. In Italia esiste l’incontenibile tendenza a creare strutture burocratiche di stile sovietico. La valutazione dirigista praticata dall’Anvur ha prodotto guasti all’università, investendola di una valanga di prescrizioni formali che soffocano lo spazio della ricerca e della didattica. Valutare il sistema scolastico e gli insegnanti non può significare comprimere lo spazio della didattica con il dilagare del “teaching to the test” indotto dal ricorso eccessivo ai test. L’intero sistema di valutazione va ripensato in modo equilibrato. In assenza di comportamenti coerenti, “largo ai giovani” è diventato uno slogan stucchevole: la scuola ha l’enorme problema dei precari ma è inammissibile che ogni tentativo di aprire un canale stabile di formazione e reclutamento dei giovani insegnanti sia ostacolato in modo perverso. Il governo dovrà essere capace di riattivare questo canale e di porre fine allo scandalo dell’affossamento delle lauree per la formazione degli insegnanti. Si straparla di riformare i cicli e di abbreviare il percorso scolastico. Si operi per rivitalizzare il sistema invece di stressarlo con l’ennesima affrettata sperimentazione. Ben venga garantire a tutti la scuola dell’infanzia, e forse tagliare di un anno la primaria, ma ci si pensi dieci volte prima di toccare medie e superiori. Abbandoniamo il vizio provinciale di copiare quel che altrove è stato sperimentato e non ha dato buona prova: in Germania si sta tornando indietro rispetto all’accorciamento dei licei. Abbiamo martoriato istruzioni tecniche e professionali tra le migliori del mondo. È indispensabile potenziarle, ma alla larga dall’idea sconsiderata di farne pagare il prezzo ai licei: un paese avanzato ha bisogno di valorizzare l’intera filiera dell’istruzione, in cui tutto è strategico, inclusa la formazione scientifica e classica. Non dimentichiamo infine che istruzione e cultura non sono compartimenti separati: l’istruzione non addestra soltanto ma forma persone qualificate e autonome, dalla mente aperta e capaci di muoversi in ogni contesto. Perciò, nell’istruzione il farmaco più tossico è un approccio meramente tecnocratico.

Voti bassi creano depressione nei ragazzi

Voti bassi creano depressione nei ragazzi

di Umberto Tenuta

 

Voti troppo bassi causano depressione nei ragazzi,  scrive così un professore di liceo scientifico su donna di repubblica, numero 234 del 15 febbraio 2000: è questa l’accusa dei genitori dei ragazzi.

Nel riservarmi di approfondire il problema sulla stessa rivista, in questa sede vorrei pormi solo il problema dei voti e, conseguentemente, della valutazione in tutto il corso degli studi che ormai può considerarsi obbligatorio, in  quanto inteso a promuovere e realizzare la piena formazione dei giovani.

Sappiamo tutti che uomini non si nasce  ma si diventa solo attraverso l’ educazione, la quale, perciò, è un diritto di tutti i figli di donna, nati immaturi alla vita umana, e come tali bisognosi di un altro grembo materno, il sistema formativo integrato, di cui la scuola è centro animatore e coordinatore.

Ogni figlio di donna nasce immaturo, ma, come ogni altro essere vivente, come la pianta che si innalza al sole, come i lombrichi che spezzati si ricostituiscono, ogni figlio di donna nasce con l’istinto della propria autorealizzazione umana, con un élan vital che lo spinge ad alimentarsi di cibo e di cultura per diventare un uomo.

Più del medico che sente il dovere di conservargli la salute, senza alcun registro di voti, la scuola ha il dovere −costituzionalmente garantito e dal diritto positivo disciplinato− di garantirgli il successo formativo.

Questo è il compito della scuola: garantire il successo formativo di ogni figlio di donna, nessuno escluso.

Tutti gli strumenti che la scuola utilizza, aule, banchi, lavagne, libri, software e hardware, docenti in carne e ossa, hanno questo compito, il compito di portare ogni giovane al successo formativo, diritto superiore al diritto alla vita che pure il nostro ordinamento giuridico protegge e punendo finanche il suicidio.

Orbene, se il successo formativo è un diritto soggettivo, se tutti i giovani hanno diritto al loro successo formativo, se genitori, scuola e società hanno il dovere di garantirlo, come si può nella scuola utilizzare un sistema di valutazione che ostacola anziché favorire il successo formativo di tutti i giovani?

Quale giovane non aspira a crescere robusto, alto e sano nel suo fisico?

Quale giovane non aspira a divenire esperto in tutti i campi degli umani saperi, saper essere, saper fare? Come la pianta ama svettare nel bosco, ogni giovane ama essere sempre più forte, capace e sapiens.

Questo innato bisogno ha bisogno solo di non essere distrutto, ma alimentato, coltivato, stimolato.

E, invece, che cosa avviene?

Avviene che la scuola, disattendendo le sue finalità ed i suoi ordinamenti, boccia, respinge, mortifica con un sistema ossessivo di valutazioni periodiche, sistematiche, quotidiane, l’innato bisogno di autorealizzazione dei giovani.

Quale uomo, quale cittadino accetterebbe di essere valutato, graduato, selezionato ad ogni suo passo nella vita quotidiana?

E, allora, perchè proprio i giovani, le più fragili creature umane, le pianticelle ancora tenere e fresche, vengono sottoposti a continue mortificazioni, sì, sempre,  perché anche il NOVE è inferiore al DIECI, ed anche di DIECI è inferiore al dieci più, il DIECI PIù è inferiore al dieci più con lode, che il bambino, futuro Professore di cardiologia, reclamava sin dalla scuola primaria?

Ad ogni morte, ancor più ad morte di giovane si elevano grida di dolore da ogni parte.

Perché queste grida non si levano ogni giorno, in ogni scuola, per ogni giovane che viene mortificato nella graduatoria del registro dei voti, con l’attribuzione di un NOVE anziché di un dieci?

Sembrerà strano che un NOVE sia una mortificazione, ma pure per me lo è sempre stato, quando il dieci non mi veniva riconosciuto, riconosciuto e non regalato!

E allora, la valutazione che cosa ci sta a fare nella scuola?

Deviazioni del sistema di valutazione!

Si valuta, non per mortificare, non per rimandare, non per respingere!

Respingere è una contraddizione in termini.

La scuola che ha il dovere di promuovere, promuovere la piena, integrale e originale formazione della personalità di ogni figlio di donna, non può respingere.

Ma, si dirà, se il malato non vuol guarire, che cosa fa il medico?

Il medico chiama lo psicologo, chiama il sociologo, chiama il pedagogista per restituire al malato il desiderio di vivere.

Questo il compito soprattutto dagli psicologi nella scuola: proteggere i giovani dagli attentati allo slancio vitale.

Élan vital, che è forte, resistente, profondo e che solo un continuo martellante e oppressivo sistema di valutazione può far venir meno!

Ma allora, allora, allora perchè tante verifiche nella scuola sono previste?

Come le analisi cliniche, non per condannare il malato alla morte, ma per aiutarlo a riprendere il suo slancio vitale, il suo bisogno di alimentarsi, di crescere, di divenire alto, adulto, grande.

Da domani, non rendiamo più note agli studenti le valutazioni, ma utilizziamole per affinare la nostra programmazione, i nostri piani educativi personalizzati, le attività di apprendimento proposte ai giovani.

Si chiama questa valutazione formativa e tale deve essere.

Ma, allora, neanche gli svogliati debbono essere respinti?

Assurdità delle bocciature!

Respingere il diritto alla vita!

Forse, senza forse le mamme sono sempre le più sagge, quando dicono che belli come i loro figli non c’è nessuno.

Saggezza di madre natura che ogni maestra, ogni maestro, se è maestra, se è maestro, possiede.

Senza studi di pedagogia, di psicologia, di sociologia, di tecnologie digitali.

 

Renzi conosce i problemi della scuola: parola di Agnese

da Tecnica della Scuola

Renzi conosce i problemi della scuola: parola di Agnese
di Alessandro Giuliani
Tanti sostengono che avere una moglie insegnate precaria di lettere inciderà non poco sulla politica di rilancio del futuro premier. Lei dice che “può aprirgli uno squarcio sulla realtà” dell’istruzione. All’inizio rimarrà con i figli a Firenze (devono finire la scuola) e portare a termine la supplenza annuale. Lui intanto annuncia interventi su sicurezza e merito, due capitoli fondamentali ma anche onerosi.
Quanto inciderà la presenza di una moglie insegnante precaria sulla politica del futuro premier Metto Renzi? Difficile saperlo sin d’ora. Di sicuro, però, possiamo dire che un’influenza ci sarà. E non è un caso se il nuovo segretario del Pd, prossimo all’incarico di formare il nuovo Governo, ha sempre considerato l’istruzione una delle priorità da affrontare del suo eventuale Esecutivo.
Del resto è un fatto assodato che la signora Agnese Landini, che insegna lettere in una scuola secondaria di secondo grado della capitale toscana, dispensi di consigli il marito sui bisogni e le necessità del nostro sistema scolastico. Qualche settimana fa, attraverso un’intervista rilasciata alla Nazione di Firenze, aveva detto di essere orgogliosa delle parole pronunciate dal marito dopo la sua proclamazione a segretario del partito Democratico. “Quello della scuola è l’unico ambito – ha detto la signora Renzi – in cui si sente competente per parlare, anche in termini di provvedimenti politici, con piena conoscenza, per esperienza diretta personale e per avere ascoltato la voce di tanti colleghi precari”. Per poi aggiungere: “sulla scuola posso aprirgli uno squarcio sulla realtà. Lui va spesso nelle scuole, ma alle elementari, io gli spiego cosa succede alle superiori”.
Insomma, l’attenzione per la scuola non mancherà. E si partirà da due aspetti centrali, quanto onerosi (si parla di coinvolgimento dell’Unione europea), quali la sicurezza degli edifici scolastici ed il merito degli insegnanti. Non prima di aver ascoltato i diretti interessati, attraverso una lunga serie di incontri da realizzare direttamente nelle scuole. Dove rimarrà a lavorare la signora Agnese.
”All’inizio io e i ragazzi – ha dichiarato in un’intervista a Qn – resteremo a Firenze, loro devono finire la scuola e io devo lavorare nella scuola dove insegno”. La moglie di Matteo Renzi quindi non seguirà il marito a Roma. ”Matteo lavorerà notte e giorno. Per ora nessuna casa di famiglia a Roma, e poi lui avrà l’appartamento a Palazzo Chigi. Ci organizzeremo come sarà meglio per noi e per lui. Senza affrettare nulla”.
Agnese si è detta ”molto serena e felice per Matteo. Bisogna allontanare le paure, le perplessità e lanciarsi con coraggio, Matteo è entusiasta e io con lui”. E spiega: ”Gli sarò accanto, come ho sempre fatto, e farò la moglie, come ho sempre fatto. Lo sosterrò, lo seguirò se ci sarà bisogno, senza nessuna esagerazione. Per il bene che gli voglio”.

Lettera al Presidente della Repubblica

ISTITUTO D’ISTRUZIONE SUPERIORE “A. MEUCCI”
I.T.C.S. “A. Meucci” – I.P.S.S.C.T. “C. Cattaneo”

Al Presidente della Repubblica
Al Ministro per l’Istruzione, l’Università e la Ricerca
Ai Parlamentari modenesi
Alle OO.SS. della scuola

Il Consiglio d’Istituto dell’IIS Meucci, riunitosi in tutte le sue componenti (studenti, genitori, dirigente, docenti, Ata) in data 23 gennaio 2014, intende esprimere profonda preoccupazione per le ripercussioni negative, sul piano operativo ed educativo, derivanti dalla decurtazione del Mof, fondo per il miglioramento dell’offerta formativa di provenienza ministeriale, e per il disagio arrecato a lavoratori e famiglie dall’aleatorietà su tempi e dimensioni dei trasferimenti ministeriali con riferimento all’intero anno scolastico 2013-2014.
L’identità e la legittimazione delle scuole presso le rispettive utenze e i territori di riferimento sono legate in modo crescente alla capacità delle istituzioni scolastiche stesse di interagire attivamente con le comunità di pertinenza e con la capacità di intercettare e dare una risposta a bisogni educativi e formativi sempre più complessi e differenziati. Le dotazioni finanziarie garantite negli anni scorsi dal Mof hanno permesso alla nostra scuola, come alle altre autonomie scolastiche del territorio, di realizzare importanti e diffuse attività di accoglienza, riorientamento, recupero e valorizzazione/potenziamento a favore degli studenti. Esse hanno altresì consentito di rafforzare il rapporto con il tessuto produttivo locale, in una prospettiva di integrazione fra istruzione, formazione e lavoro che appare imprescindibile in una fase, come quella corrente, di grave limitazione delle possibilità e concrete opportunità occupazionali giovanili.
Tutto ciò è ora compromesso dall’inaudita riduzione (pari al 59% in due anni, come si evince dall’allegata tabella) delle risorse destinate a sostenere l’autonomia scolastica. Il riconoscimento doveroso degli adeguamenti stipendiali del personale relativi all’anzianità di servizio non può comportare il sacrificio di tante attività e progetti a favore degli utenti.
A questa situazione di sofferenza economica causata dai tagli alle risorse occorre aggiungere (e non dimenticare) che la nostra scuola attende dallo Stato, come molte altre scuole italiane, somme promesse, accertate e mai arrivate, a partire dal lontano anno scolastico 2004-2005. Tale credito nei confronti dello Stato ammonta a tutt’oggi, per il nostro istituto, alla ragguardevole somma di oltre 200mila euro, che la scuola ha già speso utilizzando fondi che erano destinati ad altri scopi in favore della comunità scolastica e che invece sono serviti per pagare spese di personale a carico dello Stato (ad esempio per supplenti e commissari d’esame di Stato).
Tutto questo considerato, il Consiglio d’Istituto dell’IIS Meucci di Carpi fa appello al Governo perché si ponga rapidamente rimedio alla situazione descritta.

Carpi, 23 Gennaio 2014

Il Presidente del Consiglio di Istituto

meucci

12 febbraio
Istituto Meucci di Carpi, on. Ghizzoni “Non usare il Mof come un bancomat”

La deputata carpigiana Pd raccoglie le preoccupazioni espresse dal Consiglio di Istituto

“Gli studenti, i genitori, gli insegnanti, i dirigenti e il personale Ata dell’Istituto Meucci di Carpi hanno ragione: non si può usare il Mof, il fondo per il miglioramento dell’offerta formativa, come un bancomat”: la parlamentare carpigiana del Pd Manuela Ghizzoni, vice-presidente della Commissione Istruzione della Camera, risponde alla missiva che il presidente del Consiglio di Istituto del Meucci di Carpi ha inviato al presidente della Repubblica Napolitano, al ministro Carrozza e ai parlamentari modenesi, denunciando le pesanti ripercussioni sulla scuola derivanti dalla decurtazione del Mof, che in due anni è stato, di fatto, dimezzato con ripercussioni preoccupanti per l’autonomia delle istituzioni scolastiche.

Ecco la dichiarazione di Manuela Ghizzoni:

“Condivido le preoccupazioni di studenti, genitori, insegnanti, dirigenti e personale Ata: una riduzione così forte delle risorse per il miglioramento dell’offerta formativa non potrà non avere pesanti ricadute sull’autonomia scolastica e sulla qualità dell’offerta didattica dei singoli istituti. E questo l’ho detto in tempi non sospetti, cioè quando a fine 2012 l’allora governo Monti stipulò l’accordo che reperiva i fondi per il pagamento degli scatti stipendiali 2011 direttamente dal Mof, il fondo per il miglioramento dell’offerta formativa. Non si può usare il Mof come un bancomat, una strategia che ricorda troppo da vicino quelle adottate dal, non certo rimpianto, ministro Tremonti con i fondi FAS, i fondi destinati alle aree sottoutilizzate ri-orientati su una variegata gamma di altri usi.
L’intesa del 2012, quindi, non passò dal vaglio del Parlamento, fu frutto di un accordo presso l’ARAN, l’Agenzia per la rappresentanza negoziale per le Pubbliche amministrazioni. Come dissi allora, oggi lo ripeto: non si può mettere in contrapposizione le giuste tutele sindacali del personale e le altrettanto sacrosante necessità delle scuole.
Il Senato sta ora discutendo un decreto in materia: si intende rinviare alla successiva contrattazione tra le parti la decisione su dove ricavare le risorse necessarie per pagare gli scatti di anzianità 2012. E’ l’occasione giusta per cambiare strada rispetto al passato: bisogna immettere risorse fresche per il buon funzionamento della scuola. Bisogna investire nella qualità dell’offerta formativa, favorire i progetti innovativi e non penalizzare gli insegnanti che svolgono funzioni strumentali a vantaggio della crescita dei nostri ragazzi e dell’intera comunità scolastica. E bene ha fatto il Partito democratico a porre questo obiettivo tra gli impegni prioritari per il rilancio del Paese: nelle ore che presumibilmente ci dividono dall’annunciata verifica di Governo, auspico che le esigenze concrete della scuola e della formazione rimangano un elemento di primissimo piano del confronto politico”.

Caro Renzi ci stupisca, al Miur chiami un prof o un ds

da Tecnica della Scuola

Caro Renzi ci stupisca, al Miur chiami un prof o un ds
“Alle favole gli Italiani non credono più da tempo”. Il prof Giuseppe Grasso, fra i fondatori del Comitato civico “Quota 96”, lancia un appello a Matteo Renzi, il prossimo presidente del consiglio, affinchè chiami all’Istruzione una persona “sapiente” di scuola, un continente vasto ma frastagliato di troppe isole
E non ci credono alle favole, da quando i ministri preposti all’Istruzione hanno saputo confezionare, in nome delle banche e dell’austerità, solo falsi proclami, sottovalutando il dramma tutto nostrano dell’edilizia scolastica che cade a pezzi, prestando il fianco alla stolida vulgata sulla considerazione sociale degli insegnanti e non prendendo provvedimenti risolutivi in merito alle assunzioni dei precari. È vero che il sistema mediatico non ha aiutato granché per una corretta informazione sul mondo dell’educazione e ha contribuito semmai ad avallare certi cliché infondati come, per esempio, il fatto che a scuola s’impara poco mentre si coltivano l’insipienza e il privilegio di casta. Crediamo sia ora di smetterla con l’atteggiamento mistificatorio del paghiamoli poco e facciamoli lavorare di più questi insegnanti. Per questo chiediamo oggi a Matteo Renzi, futuro candidato a governare il nostro paese, di non cadere nella solita trappola della demagogia politico/culturale, di non fare le solite promesse sulla scuola, vittima incolpevole di catastrofi centenarie e di un esagerato feticismo della privatizzazione, di destinare a questo settore, fra i più mortificati della pubblica amministrazione da politiche dissennate di tagli, una cospicua fetta della ricchezza nazionale. Oggi, nella maggior parte dei paesi europei civilizzati, la scuola è vista come il motore, non come il fanalino di coda dell’economia. Un vanto di cui purtroppo non possiamo fregiarci. Nel nostro paese non si vuole proprio sentire da quest’orecchio. La sordità di una certa parte del Pd abbastanza orientata sul montismo è la stessa che ha impedito di investire in edifici scolastici, in formazione e in cultura, è quella che ha fatto sì che i docenti diventassero i cultori di una sorta di babysitteraggio totale, cioè che venissero trattati come rotelle intercambiabili per ogni bisogna. L’attuale sindaco di Firenze dovrebbe avere la lungimiranza di ridefinire le spettanze della scuola in modo da reindirizzarla verso una nuova e più seria politica di investimenti. L’attuale segretario del Pd ha da sempre speso parole munifiche nei riguardi della scuola e non può trincerarsi dietro nessun alibi di comodo o di facciata. Deve assumersi le sue responsabilità perché la rinascita di cui va parlando passa inderogabilmente per il mondo della scuola e dell’istruzione, un mondo che si sta imbarbarendo sempre più vuoi per le pessime condizioni in cui vi si lavora vuoi per il mancato rilancio di qualsivoglia incentivo sul piano economico. Permetta dunque ai docenti italiani, una volta per tutte, di transitare dal ceto impiegatizio cui sono stati relegati a ben altro ruolo sociale. Apra i loro cuori e li riempia di voglia di far bene anziché lasciarli impantanati nella morta gora delle solite mansioni che non fanno altro che svilirli. Luigi Einaudi così scriveva in modo paradigmatico nel 1913: «Gli insegnanti, il cui orario settimanale è andato via via aumentando, sono diventati delle “macchine per vendere fiato”. Ma “la merce fiato” perde in qualità tutto ciò che guadagna in quantità. Chi ha vissuto nella scuola sa che non si può vendere impunemente fiato per 20 ore alla settimana. La scuola a volerla fare sul serio logora. E se si supera una certa soglia nasce una “complicità dolorosa ma fatale tra insegnanti e studenti a far passare il tempo”. La scuola si trasforma in un ufficio, o in una caserma, col fine di tenere a bada per un certo numero di ore i giovani; perde ogni fine formativo». Ci permettiamo di dare un consiglio spassionato al futuro Presidente del Consiglio. Lasci stare i soliti pezzi da novanta nell’assegnazione della carica del ministro dell’Istruzione, metta da parte una visione angustamente commendatizia quando passerà alle scelte operative. Non lo vada a cercare negli atenei più prestigiosi o autorevoli e lasci fare invece a chi nella scuola ci lavora quotidianamente sacrificando impegno, dedizione e rigore. Non lo prelevi da questa o da quella università solo per poter dire che si tratta di persona moralmente specchiata e magari carismatica. Finirebbe per diventare, come sempre è accaduto, la mosca cocchiera del potere politico/finanziario e non incarnerebbe le aspettative né i bisogni del popolo della conoscenza. Suonerebbe ancora una volta, per soprammercato, come una scelta sarcasticamente perversa, come l’ennesima imposizione voluta dall’alto che non rappresenta affatto il paese reale. Per questo ci permettiamo di proporre a Renzi, se avrà un po’ di coraggio e di ambizione in più, di pensare a un maestro, a un professore o a un preside per tale difficile e spinoso compito. Sarebbe un segnale di immenso valore politico, di grandissima portata storica. Ma forse pretendiamo troppo… E allora gli chiediamo di non continuare a épater le bourgeois con le stesse trovate fragorose e con gli annunci eclatanti che puntano su personaggi pubblici per raccogliere poi solo e sempre consensi apparenti. Oggi, per imprimere davvero una svolta al sistema e per restituire fiducia ai cittadini nelle istituzioni, servirebbe proprio un gesto di questo tipo. Ci stupisca, se ce la fa, messer Renzi. E soprattutto non si rimangi la parola data. È lei che ha detto che c’è bisogno di «serietà» in politica. La scuola è stanca di sentire una tanto monotona giaculatoria. Ah, dimenticavo: non trascuri di sanare, una volta a capo del prossimo governo, la questione dei lavoratori della scuola di Quota 96… Il suo partito lo va sbandierando da ben due anni. E gli spiriti più maligni non la smettono di gettare un’ombra inquietante su tale macroscopico inadempimento.

Giuseppe Grasso

Registri elettronici: attenzione alle password

da Tecnica della Scuola

Registri elettronici: attenzione alle password
di Lucio Ficara
Poichè in genere gli studenti ne sanno “una più del diavolo” è indispensabile che i professori prestino molta attenzione alla gestione delle proprie credenziali di accesso al registro elettronico.
Con il passaggio dal registro cartaceo a quello elettronico i problemi per alcuni professori non mancano, e in alcuni casi sono anche piuttosto evidenti e gravi. Le problematiche più importanti che ci piace mettere in evidenza sono legate principalmente  alla questione sicurezza della custodia ed inviolabilità dei dati inseriti dai professori nei registri elettronici. Infatti a volte, a causa della scarsa dimestichezza che il docente ha con le nuove tecnologie, le informazioni sensibili inserite nel registro elettronico sono ad alto rischio. Infatti quando il professore apre il suo registro elettronico, in classe e davanti ai propri alunni, è possibile che qualche studente più scaltro (o più temerario) di altri riesca ad intercettare la password di accesso con tutte le conseguenze del caso. La stessa problematica potrebbe accadere quando il docente usa il registro elettronico attraverso un pc della scuola, che in seguito potrebbe essere usato anche dagli studenti. Le credenziali dei professori per accedere nel registro elettronico, dovrebbero essere ben custodite, utilizzate in tablet o pc di uso esclusivo del docente e comunque mai memorizzate nel pc, inoltre è importante che il sistema informatico utilizzato come registro elettronico sia inserito in una rete internet che abbia  un certificato SSL, che blinda le informazioni al solo utente che le inserisce, altrimenti, in assenza di questa blindatura, le credenziali viaggerebbero in chiaro e gli studenti, che queste cose le conoscono meglio dei loro professori, le  potrebbero intercettare. Servirebbe da parte dei docenti una seria formazione ed educazione all’utilizzo in sicurezza dei registri elettronici, per evitare di essere beffati e in alcuni casi anche derisi dai propri studenti. Pensiamo a quanto accade quotidianamente ad alcuni professori o professoresse, che non hanno dimestichezza con il digitale, nel momento che usano il registro elettronico. Si assistono ad azioni improprie come ad esempio quella del docente che candidamente pone sulla cattedra il foglio con le sue credenziali e le digita lentamente nei campi di  modulo di accesso al registro elettronico. Questo consente agli alunni di sbirciare o fotografare con i propri cellulari le credenziali scritte sul foglio, per poi usarle comodamente da casa. Ci sono altri docenti che memorizzano le credenziali nel pc della scuola, permettendo agli studenti di ricavarle dalle impostazioni avanzate del browser  alla voce password e moduli. Esistono casi, e qui siamo alla follia, di docenti che comunicano agli stessi studenti le credenziali, in modo che siano loro stessi ad inserire i voti e le lezioni del giorno nel registro elettronico. Infine per chi è più digitalizzato, e per evitare brutte sorprese, sarebbe opportuno controllare che al momento della login al registro on line appaia nella barra degli indirizzi, prima dell’indirizzo web che rimanda all’interno del registro elettronico, un lucchetto chiuso, dove cliccandoci sopra appaiano le seguenti due informazioni: “la connessione a questo sito è protetta da una crittografia di 128-bit” e “l’identità del sito è certificata con tanto di garanzia del certificato SSL”. Queste due informazioni garantiscono che le credenziali restano crittografate e non sarà semplice scoprirle. Visto che i docenti sono meno tecnologici dei propri alunni, sarebbe doveroso investire risorse economiche importanti, per formare i docenti che ne hanno bisogno ad un uso più consapevole degli strumenti digitali e soprattutto dei registri elettronici.