COMUNICATO DALL’ASSEMBLEA

COMUNICATO DALL’ASSEMBLEA DI INSEGNANTI DI ITALIANO L2/LS
– BOLOGNA 23 FEBBRAIO 2014

Il 23 febbraio si è svolta a Bologna un’assemblea di insegnanti di italiano L2/LS (italiano a non
madrelingua), che ha visto la partecipazione di insegnanti provenienti da varie città del centro-nord
(Bologna, Cesena, Parma, Pavia, Milano, Trento) e anche di figure professionali diverse ma sempre
legate all’insegnamento (educatori, insegnanti di sostegno). L’assemblea era auto-organizzata dagli
insegnanti stessi e nasceva dalla volontà di confrontarsi sulla precarietà lavorativa, sulla necessità di
un riconoscimento istituzionale e concreto della dignità e qualità professionale dell’insegnante di
italiano L2/LS, sulla necessità di azioni serie e di sistema a garanzia dei diritti educativi degli studenti
non madrelingua e sulla mancanza cronica di fondi che rende l’utilizzo di personale non formato e/o
non pagato all’interno della scuola pubblica sempre più frequente, abitudine che le scuole e gli enti
pubblici giustificano con la scusa della “crisi”.
Tra gli insegnanti intervenuti vi erano soci di cooperative, freelance a partita iva, ma anche aspiranti
insegnanti che non riescono ad inserirsi in questo ambiente lavorativo nonostante una formazione
specifica e soprattutto nonostante vi sia grande bisogno della loro professionalità. Mancano fondi, e
quei pochi che ci sono non si capisce sulla base di che cosa vengano affidati; bisogna talvolta
partecipare a bandi, talvolta invece gli incarichi vengono affidati per nomina diretta, talvolta è
necessario passare attraverso scuole di lingua; si è spesso costretti a “vendersi” per poter sopravvivere.
Di tutta questa incertezza, a farne le spese sono gli insegnanti in quanto persone che hanno il diritto ad
avere un presente ed un futuro dignitosi, e gli studenti non madrelingua che, in particolare nelle scuole
pubbliche, vedono sistematicamente negato il diritto a godere di un’educazione linguistica di qualità,
fuori dall’ottica emergenziale e di assistenzialismo. La mancanza di conoscenza di “cosa” sia un
insegnante di L2/LS genera mancanza di riconoscimento professionale, che si ripercuote sulla
mancanza di educazione linguistica di qualità per gli studenti, in un circolo vizioso che si può leggere
anche a rovescio: considerare l’apprendimento della lingua italiana una pietosa elemosina piuttosto che
un diritto genera mancanza di riconoscimento del lavoro delle persone che questo diritto dovrebbero
contribuire a garantire. Tutto questo mentre le Università continuano a sfornare Corsi di Laurea in
didattica dell’italiano L2/LS, Master e quant’altro, configurandosi come fabbriche di precarietà
piuttosto che di opportunità lavorative. D’altra parte, non è affatto raro che ancora le scuole utilizzino
personale non preparato (volontari, ma anche insegnanti di sostegno e altri insegnanti interni) per
insegnare l’italiano L2, sintomatico di come anni ed anni non siano serviti per considerare la presenza
di alunni non madrelingua non più un’emergenza ma un fatto strutturale.
Al momento esistono in Italia due gruppi, “Riconoscimento della professionalità dell’insegnante di
italiano a stranieri” e “Albo professionale degli Insegnanti di Italiano a Stranieri” (il quale in realtà
non è un albo), all’interno dei quali si riflette sui requisiti per definire la professione e si cerca di far
conoscere la realtà dell’insegnamento dell’italiano L2/LS. In assemblea si è riflettuto su una possibile
unitarietà di azione. Si è inoltre individuato come possibile obiettivo di lotta l’istituzione di una classe
di concorso specifica a cui si possa accedere con determinata formazione ed esperienza. L’assemblea
ha tuttavia ribadito una netta opposizione verso le classi separate/differenziate, individuando
nell’integrazione all’interno della classe un elemento fondamentale per l’apprendimento linguistico e
per educare al rispetto e alla valorizzazione di ognuno dentro e fuori la scuola. Ha anche espresso
contrarietà verso i TFA e altri simili percorsi, ritenuti modi per scucire soldi e mortificare chi
formazione ed esperienza le ha già. In merito all’idea della classe di concorso, ci si attiverà per
consultare alcuni sindacati, nello specifico Cobas, Usb e Usi-Ait.
In ultimo, la questione dei fondi che il Ministero fornisce alle scuole per permettere il supporto agli
alunni non madrelingua. Oltre ad assere assolutamente miserevoli e non sufficienti, è previsto che
possano finanziare progetti assegnati a qualsiasi insegnante purchè interno, anche se privo di qualsiasi
formazione/esperienza di insegnamento della L2, il che è sintomatico della considerazione di cui
godono gli studenti non madrelingua e gli insegnanti di L2/LS. Anche su questo punto si stanno
costruendo percorsi di analisi e rivendicazione.

Scuola senza timone

Scuola senza timone

di Stefano Stefanel

Il Ministro dell’Istruzione cambia: di fatto è il terzo ministro nel giro di dodici mesi. Siamo andati alle elezioni nel 2013 con Profumo, abbiamo passato un anno di assoluta stasi con Carrozza, adesso proviamo a vedere cosa potrà fare Giannini. Al di là dei Ministri che cambiano ci sono delle evidenze molto forti che non si possono ignorare e che stanno accumulandosi e sedimentandosi dentro dibattiti asfittici e proclami privi di seguito. Non è neppure più possibile fare una lista delle cose da fare, essendo queste cose da fare sempre troppe e il tempo a disposizione sempre troppo poco. Ci sono però alcune emergenze e alcuni cambiamenti in corsa che potrebbero devastare ancora di più il mondo della scuola se non fossero coordinati in modo efficace da un unico disegno riformatore. So bene che evocare oggi un’altra riforma dopo che per quasi quindici anni siamo stati bersagliati dalle riforme avviate e poi cancellate è poco logico, ma tutti i tentativi di modificare assetti inefficienti per via amministrativa non sono andati da nessuna parte.

Un dibattito che ha del surreale se non stesse dentro una delle più forti criticità del sistema scolastico nazionale è quello relativo alla durata del percorso scolastico. Gli insegnanti della Scuola secondaria di secondo grado sono compatti nel chiedere che venga tagliato un anno di scuola primaria o che venga imposto l’ingresso a scuola a 5 anni. Gli insegnanti della scuola primaria tacciono, ma ritengono che il percorso debba semmai tagliare un anno alle secondarie di secondo grado. Ma che modo è questo di dibattere? E’ possibile che un’idea di scuola debba sottostare a livelli occupazionali? E possibile che i dati che vengono portati in questo dibattito siano tutti sbagliati citando sistemi stranieri senza uno straccio di documentazione?

La sperimentazione del Liceo di quattro anni in alcuni istituti privati viene dipinto da coloro che citano la Costituzione solo per conservare tutto come sta (privilegi inclusi) come un ennesimo esempio di illegalità e non come una sperimentazione laterale che non inciderà sul sistema scolastico nazionale statale come mai hanno inciso le sperimentazioni fatte nel sistema provato dell’istruzione. Il fatto sotto gli occhi di tutti è però un quinto anno che produce docenti e studenti stressati da un esame di fine ciclo che non vale più nulla nella sua ripetitività stantia, nel suo nozionismo obsoleto, nella sua demagogica prosopopea di grande prova finale. Sarebbe già una buona cosa partire dal merito della questione: è logico che i nostri studenti escano dal sistema dell’istruzione a 19 anni?

Non meno micidiale è il dibattito sugli stipendi e i contratti, con le categorie tagliuzzate di qua e di là e senza alcuna certezza reale sulla consistenza di uno stipendio che non regge nemmeno l’inflazione. Poiché è evidente che lo Stato non ce la fa a pagare quello che dovrebbe forse sarebbe il caso di vedere dentro il Contratto e dentro la normativa cosa fa spendere così tanto e in modo spesso improduttivo. Non certo gli stipendi di dirigenti, docenti e ata (già tagliati negli ultimi anni di 8 miliardi), ma le mille clausole che prevedono distacchi, benefici, giornate non lavorate ma pagate, tempi scuola troppo lunghi, progetti nazionali privi di senso e organici di Ministero e Uffici periferici utili a conservare se stessi, ma non a supportare le scuole.

Quando diventerà chiaro a tutti che i genitori portano i figli a scuola e non al ministero, vogliono didattica di qualità e non servizi aziendali di segreteria, vogliono studenti motivati e non personale ata che fa valere diritti a scapito del servizio forse qualche passo avanti si sarà fatto e magari si cominceranno ad eliminare le molte cose che rallentano l’efficienza e paralizzano l’efficacia dell’azione formativa.

Paradossale è anche la vicenda del Sistema Nazionale di Valutazione, approvato nell’estate e paralizzato subito dopo, con i Dirigenti scolastici che ancora una volta non vengono valutati (e se non veniamo valutati noi giustamente nessun’altro deve essere valutato nella scuola). La situazione è resa ancora più paradossale dal dibattito sull’Invalsi prima della nomina del nuovo Presidente Ajello, dove una parte della scuola senza neppure tanti giri di parole chiedeva di sospendere tutto. La parte che vuole paralizzare il sistema e farlo tornare indietro è formata da pochi estremisti, che però rappresentano una maggioranza silenziosa del personale della scuola propensa a ritenere che non bisogna disturbare mai l’insegnante che insegna, anche se non sa farlo.

La sciagura è che tutto è paralizzato da concorsi insufficienti, modifiche che si sommano ad altre modifiche, dichiarazioni che non hanno seguito. Poi ci sono i paradossi e uno proprio grosso lo stiamo vivendo in Friuli Venezia Giulia. In quanto Regione a statuto speciale il Friuli Venezia Giulia potrebbe avere una legge sulla scuola come ce l’hanno Trento, Bolzano, la Valle d’Aosta. Ora abbiamo un nuovo Governo regionale che sulla scuola lancia audizioni, dibattiti, ma nemmeno uno straccio di proposta (nonostante due proposte di legge regionale sull’istruzione siano depositate in Consiglio regionale da oltre 7 anni). In Italia non si fanno le leggi neppure quando sono possibili. E non si impara mai nulla da nessuno. Scambiando la conservazione per tutela dell’occupazione.

Il nuovo Codice di comportamento dei dipendenti delle PA

Il nuovo Codice di comportamento dei dipendenti delle pubbliche amministrazioni

di Carmela De Marco

 

Nel mese di giugno 2013 è entrato in vigore il nuovo codice di comportamento dei dipendenti pubblici, emanato con il D.P.R. n.62 del 16/04/2013  e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale del 4 giugno 2013.

Il nuovo regolamento abroga e sostituisce il Decreto del Ministro della Funzione Pubblica del 28 novembre 2000.

La normativa vigente prevede l’obbligo per tutte le pubbliche amministrazioni di pubblicare nel sito istituzionale il suddetto codice disciplinare, unitamente a quello specifico del comparto di appartenenza  di ogni P.A., pena l’ annullabilità di ogni sanzione disciplinare irrogata senza la preventiva pubblicazione nel sito, che ha validità di notifica a tutti gli effetti.

Il nuovo codice prevede oltre all’obbligo della pubblicazione sul sito istituzionale, anche la comunicazione via e mail ad ogni dipendente ed ai titolari dei contratti di consulenza e di collaborazione.

La  normativa recente prevede, infatti, fra le varie novità, anche quella di comunicare e notificare anche alle “figure esterne”, come i titolari di contratti di collaborazione occasionale ,il codice di comportamento , che  va pubblicato e sostituito integralmente al precedente.

Diverse sono le innovazioni apportate , rispetto al D.M.F.P. del 2000.

Sostanzialmente non risultano modificate le norme sulla partecipazione ad associazioni ed altre organizzazioni, sui rapporti privati, sul comportamento in servizio.

Nel nuovo codice,fra le novità,   si evidenzia il fatto di non prevedere più il rinvio ai contratti collettivi per il “coordinamento con le previsioni in materia di responsabilità disciplinare ”.

Fra le modifiche sostanziali si evidenzia, come sopra ribadito, l’estensione degli obblighi di condotta a tutti i collaboratori o consulenti, anche di imprese fornitrici di beni e servizi, nonché l’obbligo di inserire negli incarichi e nei contratti apposite clausole di risoluzione o decadenza in caso di violazione degli obblighi derivanti dal codice.

In merito a “regali, compensi ed altre utilità” viene individuato il limite  orientativo di 150 euro che può essere ridotto o completamente escluso dai codici di comportamento adottati dalle singole amministrazioni ,nonché il divieto di accettare incarichi di collaborazione da soggetti privati che abbiano (nel biennio) interessi collegati all’ufficio di appartenenza.

In merito alla “comunicazione degli interessi finanziari e conflitti d’interesse”,viene ridotto a tre anni , rispetto al quinquennio previsto in precedenza,l’obbligo per il pubblico dipendente di dare comunicazioni all’amministrazione di appartenenza in merito ai rapporti di collaborazione con soggetti privati ,e, inoltre, viene  ridotto dal quarto al secondo grado il rapporto di parentela che va obbligatoriamente comunicato se  si intrattengono rapporti di collaborazione attinenti l’attività lavorativa.

L’“obbligo di astensione” viene ridotto dal quarto al secondo grado del rapporto di parentela, mentre relativamente ai “rapporti col pubblico”  non è previsto più l’obbligo per i dipendenti di tenere informato il dirigente dell’ufficio dei propri rapporti con gli organi di stampa.

Il  nuovo codice oltre ad apportare modifiche al precedente codice, introduce alcune rilevanti novità.

Fra queste “l’obbligo del rispetto della trasparenza e della tracciabilità ”,individuato nell’obbligo  di collaborare nel reperimento e trasmissione dei dati sottoposti all’obbligo di pubblicazione sul sito istituzionale e di garantire la replicabilità attraverso un adeguato supporto documentale.

Il codice introduce l’obbligo di rispettare le misure necessarie alla prevenzione degli illeciti nell’amministrazione ,previste nel “piano per la prevenzione delle corruzione” introdotto dalla legge 190/2012; di collaborare nel reperimento e trasmissione dei dati sottoposti all’obbligo di pubblicazione sul sito istituzionale e di garantire la replicabilità attraverso un adeguato supporto documentale. Inoltre,viene introdotto l’obbligo del dipendente di informare il superiore gerarchico sulle rimostranze orali o scritte sull’operato dell’ufficio o dei propri collaboratori.

Per i dirigenti delle PP.AA. vengono introdotte  disposizioni riguardanti l’attività di valutazione e le competenze specifiche in ambito disciplinare. Agli stessi vengono assegnati compiti di monitoraggio e vigilanza. E’ prevista l’istituzione di apposite strutture di controllo  interno e di uffici etici e di disciplina che si avvalgono degli Uffici per i procedimenti disciplinari, i quali si devono conformare alle disposizioni previste dalla legge 190/2012.

Il nuovo codice di  comportamento dei pubblici dipendenti si è dovuto adeguare alle innovazioni normative riguardanti la dematerializzazione, le norme sull’anticorruzione e sull’obbligo di trasparenza,  introducendo come obbligatori comportamenti che riguardano non solo  i dipendenti ma anche i dirigenti delle PP.AA. .

Per dipendenti e dirigenti  si prevedono nuovi obblighi , nuove responsabilità e carichi di lavoro aggiuntivi che  devono essere espletati “senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica e senza il dovuto passaggio attraverso la contrattazione collettiva ” .

Spetta a ciascuna P.A. pubblicare il nuovo codice sul sito istituzionale, avendo cura di attenzionare con scrupolo i nuovi obblighi e le novità intervenute , senza alcun rinvio ai contratti collettivi, e con la possibilità di adottare regolamenti interni in linea con il codice e rispettosi delle innovazioni introdotte recentemente.

Scuola fabbrica talenti

Scuola fabbrica talenti
La scuola non prende atto dei talenti ma ne favorisce la formazione

di Umberto Tenuta

 

Chi possiede i talenti?

Per caso i figli della povera gente?

No, sempre i figli di coloro che i talenti hanno accumulato nei loro portamonete!

Vexata quaestio! 

Dotati si nasce o si diventa?

Se si fa un’indagine statistica, che cosa risulta?

Che il fior fiore dei talenti nasce nelle case di coloro che fior fiori di talenti hanno accumulato nei loro forzieri.

La risposta è pronta.

E sì, perché coloro che di talenti erano dotati più facilmente i talenti sono riusciti ad accumulare.

E poi, non vedete che anche tra la povera gente qualcuno ha talento?

Esemplare ed estremamente significativo −che toglie la parola a tutti− è quel Ludovico Antonio Muratori che, figlio di povera gente, pur riusciva, volenteroso quale era, ad ascoltare le lezioni, là sotto la finestra, dove lo sorpresero e, con grande magnanimità lo ammisero, come eccezione unica, non duplicabile, alla frequenza delle lezioni della generosa maestra.

Suvvia, non scherziamo!

Le statistiche ognuno se le legge come gli aggrada.

Io le leggo dalla parte di coloro che, come me, non sono nati nella casa del dottore.

Sì, anch’io, come Antonio Ludovico Muratori, sono riuscito ad entrare, seppure dalla finestra anch’io, nella scuola ed i talenti ho dimostrato di saperli acquistare, col sudore della mia fronte, impegnandomi il triplo e il quadruplo dei miei compagni che a dieci anni pure sapevano, ma io non sapevo, che E ed ED in francese sempre ET si traducono.

Ma ciò non ha impedito ai miei tre fratelli ed alla mia sorella di rimanere nei campi, come voleva il ministro Bottai nel 1939, preoccupatissimo che nella società italiana del tempo spostati non si creassero, spostati dai campi ai patrii uffizi.

Dotati si nasce o si diventa?

E chi lo sa!

Forse occorrerebbe fare un esperimento, come auspicava quel grande uomo di scuola che Aristide Gabelli si chiamava.

Un esperimento che certezze certamente non darebbe, come affermava Popper, ma che pure potrebbe servire ad offrire ai figli dei poveri le stesse opportunità formative dei figli dei dottori, dei figli di coloro che il borsone dei talenti sempre pieno tengono, magari nelle casseforti delle loro banche.

Offrire a tutti, non le stesse possibilità formative, ma possibilità formative commisurate ai livelli di sviluppo e di apprendimento, agli stili ed ai ritmi di apprendimento di ciascuno dei venticinque alunni delle sezioni di scuola materna che frequentano già a due anni e mezzo, magari lasciando anche le loro mammine a casa ad accudire ai neonati figli anche dopo il periodo di astensione obbligatoria dal lavoro.

Beh, un insieme di provvidenze, non per favorire coloro che i talenti già possiedono alla nascita nelle cassaforte dei papà generosi che nelle migliori scuole del mondo li mandano, ma per fare un poco quella che democraticamente si chiama giustizia sociale e che forse il presidente democratico Matteo Renzi non dimenticherà.

Ma, intanto, cerchiamo di offrire le stesse possibilità formative ai figli della povera gente.

Tanto, onorevole ministra Giannini, coloro che i talenti già dimostrano di possedere, stia tranquilla, andranno avanti lo stesso, andranno avanti, ai primi posti, lasciando i secondi, i terzi e gli ultimi posti a coloro che i talenti che il buon Dio aveva pure loro dato non hanno potuto esprimere, perchè le scuole che premiano i talenti non glielo hanno consentito.

Mi sembra proprio strano, o Presidente Renzi, mi sembra proprio strano che un suo Ministro parli di talenti, talenti che certamente suo padre, non professore di filosofia, non aveva abbastanza ed ha lottato una vita per farli avere ai suoi compagni  che figli dotati pur non avevano.

Mi dirai che tu pur sei riuscito a diventare Presidente.

Bene! Ma l’eccezione conferma la regola, e la regola è l’eccezione.

Ordunque, una scuola democratica è una scuola del successo formativo, e non una scuola del talenti.

Che cosa sia una scuola del successo formativo è stato detto, ridetto, benedettamente e maledettamente già detto.

Lo vogliamo ridire, magari in estrema sintesi?

Una scuola del successo formativo è una scuola che opera nel contesto di un sistema formativo integrato, nel quale famiglie, enti locali, chiese, istituzioni culturali eccetera eccetera affrono a tutti nati di donna le migliori opportunità formative fin dal loro concepimento.

Una scuola del successo formativo innanzitutto si preoccupa di non demotivare e anzi si impegna a motivare tutti i giovani che la frequentano.

Non demotivare coi voti, non deve motivare coi giudizi, non deve motivare con le punizione, non demotivare con le note  sui registri, non demotivare con aspri richiami…

Non demotivare, però, non basta!

Occorre motivare anche.

E per motivare occorre accendere fuochi, fuochi nel cuore e nelle menti dei fanciulli, dei giovinetti, dei giovani.

Occorre incendiare i cuori di amore per la Geografia, per la Storia, per la Poesia, per la Matematica anche.

Ma come si fa a incendiare?

L’ho scritto l’altro ieri.

Ardendo di amore, di amore per la Poesia, per la Storia, per la Geografia, per la Matematica, per la Grammatica….

E, allora, come fanno le nostre care maestre, i nostri cari maestri, ad ardere di amore, in questi tempi in cui il gas e l’energia elettrica costano un occhio?

E come le nostre maestre ed i nostri maestri possono ardere di amore, se nessuno accende il loro cuore, nemmeno gli esperti dei PON che in fondo anch’essi professori sono?

Per cambiar verso, qualcosa occorre fare, però, onorevole ministra Giannini.

Per far cambiare verso alla scuola, la prima cosa che occorre fare è accendere di amore le maestre ed i maestri.

Poi viene il resto.

Il resto: son cose dette e ridette.

Intanto ricordiamo che già i Programmi didattici per la scuola primaria del 1955 affermavano:

<<scopo essenziale della scuola non è tanto quello di impartire un complesso determinato di nozioni, quanto di comunicare al fanciullo la gioia ed il gusto di imparare e di fare da sé, perché ne conservi l’abito oltre i confini della scuola, per tutta la vita>>.

<<Gioia e gusto>>: andare a scuola, studiare, imparare non è più una pena, ma una gioia.
L’aveva già detto Platone, l’ha realizzato Vittorino da Feltre nella sua CA’ ZOIOSA.

<<Gusto di imparare e di fare da sé, perché ne conservi l’abito oltre i confini della scuola, per tutta la vita>>: nella prospettiva dell’educazione permanete, in una civiltà in cammino.

 

Vogliamo concludere?

La scuola non prende atto dei talenti ma ne favorisce la formazione.

Al confronto con l’Europa, gli alunni italiani fanno più scuola

da Tecnica della Scuola

Al confronto con l’Europa, gli alunni italiani fanno più scuola
di P.A.
Si continua a sfatare un mito e a diroccare un luogo comune che ha consentito a tanti ministri di inveire contro i docenti italiani: da noi, rispetto all’Europa,  si fa molta più scuola
Il Corriere della Sera pubblica i risultati di una statistica che, mettendo a confronto i giorni di scuola di altre nazioni europee, conferma quanto del resto già sapevamo e cioè che i nostri alunni fanno più scuola di tutti gli altri loro colleghi. Quali sono le anomalie? Molti giorni, dunque, per gli studenti italiani, meno «vacanzieri » dei colleghi europei a dispetto di una lunga pausa estiva: circa 13 settimane di vacanza (come Turchia e Lettonia) contro le 11 della Spagna, le 9 della Francia e le 6 di Germania e Gran Bretagna. In Finlandia le settimane libere durante l’estate sono 10-11, in Portogallo 12, la Grecia ne ha 10-12 e la Svezia 10. Fino alle cinque settimane di alcuni cantoni svizzeri. I nostri ragazzi, quindi, trascorrono più tempo sui banchi anche al netto della lunga estate: questo perché in altri Paesi europei sono più numerose e frequenti le sospensioni della didattica durante l’anno. Tra le interruzioni in corso d’opera, ci sono sistemi come quello francese dove le scuole non chiudono («all’italiana») per tre mesi in estate, ma ogni 6-7 settimane di scuola si può approfittare di due settimane di break. Obiettivo, ottenere dagli alunni il massimo rendimento: più pause, per riposarsi e far sedimentare quanto si è appreso. Poi, tutti pronti a ripartire.

Quale potrebbe essere il disegno sulla scuola dietro la nomina della Giannini?

da Tecnica della Scuola

Quale potrebbe essere il disegno sulla scuola dietro la nomina della Giannini?
di Lucio Ficara
Dopo la nomina a ministro dell’Istruzione del segretario nazionale di Scelta Civica, Stefania Giannini, sono in molti a chiedersi se dietro questa scelta ci sia un disegno volto a riformare profondamente il sistema scolastico del nostro Paese
In buona sostanza quale sarebbe il disegno sulla scuola dietro la nomina al Miur di Stefania Giannini? Perché si è scelto di affidare la guida del dicastero di viale Trastevere ad un esponente politico di un partito di recente formazione e che sugli insegnanti poco si è espresso? Per dare risposta a questa ultima domanda c’è il sospetto che i provvedimenti in cantiere sulla scuola saranno così impopolari, da avere fatto considerare al premier Renzi l’inopportunità di scegliere come ministro dell’Istruzione un esponente del partito democratico. Quale dunque questo disegno strategico sulla scuola, considerato per altro impopolare? Il timore è quello del rischio di un piano shock sulla scuola, che ritorni a proporre l’aumento dell’orario settimanale di servizio per gli insegnanti delle scuole secondarie, a parità di salario, la contemporanea riduzione di un anno nel curriculo della scuola secondaria di secondo grado e la riforma per quanto attiene lo stato giuridico degli insegnanti. Non è affatto un segreto il fatto che il nuovo ministro dell’Istruzione, Stefania Giannini, punti con decisione alla responsabilizzazione professionale dei dirigenti scolastici e dei docenti, e pensi convintamente che la distinzione degli ambiti di intervento rappresentino i cardini principali su cui poggiare un sistema scolastico pienamente autonomo. L’idea politica che avrebbe la Giannini potrebbe essere quella di dividere il corpo docente in fasce di merito, valorizzando anche economicamente la fascia alta dei docenti più meritevoli. Quindi si teme un ritorno dell’ormai noto DDL Aprea-Ghizzoni, che tra l’altro prevede anche un nuovo modello di governance della scuola statale che punta a trasformare radicalmente la guida delle istituzioni scolastiche. Infatti, secondo il neo ministro dell’Istruzione, gli attuali organi collegiali che si rifanno alle disposizioni dei decreti delegati degli anni settanta, sono costituiti, ancora oggi, in modo tale da non cogliere pienamente i cambiamenti costituzionali e i recenti progressi e le innovazioni sulle norme di governo in materia sia amministrativa che didattica. Ecco quindi la possibilità che questo governo andrà in avanscoperta per approvare in tempi brevi una riforma degli organi collegiali e dello stato giuridico degli insegnanti sul modello tanto caro all’assessore dell’Istruzione della regione Lombardia Valentina Aprea. Ma un’altra idea politica unisce l’Aprea all’attuale ministro dell’Istruzione Giannini, ed è quella della chiamata diretta dei docenti da parte delle singole istituzioni scolastiche. Infatti per il responsabile del Miur l’idea che non si possano individuare i docenti migliori è un limite dell’attuale sistema scolastico pubblico.

Renzi rischia la faccia, ma gli insegnanti la cattedra

da Tecnica della Scuola

Renzi rischia la faccia, ma gli insegnanti la cattedra
di Aldo Domenico Ficara
Per il governo Renzi il voto di fiducia al senato deve essere tutto conquistato, infatti, come scrive Andrea Indini su “Il Giornale” sulla base dei partiti che dovrebbero sostenere l’esecutivo, la conta mette insieme 107 senatori del Pd (sarebbero 108 ma Pietro Grasso non vota), 31 del Nuovo centrodestra, sette di Scelta civica e dodici popolari.
E ancora: dieci senatori delle Autonomie, quattro ex grillini ora passati al Misto (Anitori, Mastrangeli, Gambaro e De Pin), tre senatori di Gal (Scavone, Compagnone e l’ex leghista Davico). In tutto 174 ai quali si dovrebbero aggiungere i cinque senatori a vita: Mario Monti, Renzo Piano, Elena Cattaneo, Carlo Rubbia e Carlo Azeglio Ciampi. Per un totale di 179 voti. Passato questo primo scoglio inizierà la fase operativa delle riforme veloci, per dirla con le parole di Antonello Caporale su Il Fatto Quotidiano: “quale carica espressiva si dipana nella frase: faremo una riforma al mese! Neanche se parlassimo di frittelle!“ e ancora “l’Italia l’ha scelto (Renzi) perchè non ne poteva più del potere immobile, incartapecorito”. Le riforme veloci coinvolgeranno anche la scuola, infatti, come scrive Luisa Ribolzi su Il Sussidiario ci saranno novità su Formazione, reclutamento e carriera dei docenti. In questo articolo al punto 2 si espone una priorità del nuovo Ministro dell’istruzione che dice: “Su questo tema francamente non saprei più che cosa dire di originale, perché la questione è sempre la stessa. Posso cavarmela con una battuta, e cioè “la scuola di oggi forma i ragazzi di domani con gli insegnanti di ieri”, oppure con una citazione del 1985 di Sabino Cassese, secondo cui “la Pubblica Amministrazione non sa chi vuole, non lo cerca e non lo forma”. “L’imprecisione nel determinare percorsi formativi e modalità di professionalizzazione e poi reclutamento, l’impossibilità per le scuole di scegliere gli insegnanti in modo coerente con la propria offerta formativa, l’idea che non si possano individuare i docenti migliori e anche se si possono è comunque preferibile non premiarli, e via dicendo, porteranno una crescente disaffezione dei laureati migliori verso l’insegnamento, considerato una scelta di ripiego“. Se a queste parole si aggiungono le argomentazioni passate sulle 24 ore settimanali e la riformulazione delle scuole superiori di secondo grado a quattro anni, le attese e i dubbi degli insegnanti si fanno sempre più pressanti. Riepilogando si apre una stagione dalle riforme veloci che investirà anche il mondo della scuola, sicuramente Renzi rischierà la faccia, speriamo che gli insegnanti non rischino la cattedra.

Il neoministro Giannini: è giunta l’ora di premiare il merito dei docenti

da Tecnica della Scuola

Il neoministro Giannini: è giunta l’ora di premiare il merito dei docenti
di Alessandro Giuliani
Confermata la linea di Scelta Civica: occorre valorizzare e riconoscere questo versante, che sinora ha penalizzato i prof più bravi. Su Facebook tanti docenti della scuola media e superiore già intravedono nelle intenzioni del nuovo responsabile del Miur la volontà di portare a 24 ore l’insegnamento settimanale di tutti. Più attenzione anche a diritto allo studio, ricerca e edilizia scolastica. Ma poi tiene a dire che non c’è bisogno di un’altra riforma.
In linea con quanto sostenuto nell’ultimo anno, da quando è nato il raggruppamento di Scelta Civica, Stefania Giannini, neoministro dell’Istruzione, mette subito le cose in chiaro: occorre dare più spazio al merito dei docenti.
Attraverso un’intervista al Corriere della Sera, rilasciata all’indomani dell’ufficializzazione della sua nomina all’interno della “squadra” del nuovo Governo Renzi, il Ministro annuncia che bisognerà, oltre che incentivare le performance dei docenti più bravi, dare maggiori risorse al diritto allo studio, investire nella ricerca, mettere finalmente a norma gli edifici scolastici. Ma non serve una nuova riforma del’Istruzione.
Secondo Giannini, per rilanciare finalmente il sistema d’istruzione italiano, però ”non c’è bisogno di un’altra riforma. Bisogna lavorare su punti strategici: diritto allo studio per gli studenti e al merito per i docenti,
investire nella ricerca, pensare all’edilizia scolastica”.
Per quanto riguarda più specificatamente gli insegnanti, Giannini sostiene che ”bisognerà agire sulla valutazione perché si possa finalmente valorizzare e riconoscere il merito degli insegnanti finora penalizzati. La strada segnata – osserva Giannini – è stata introdotta di recente ed è molto discussa, di sicuro i test Invalsi andranno perfezionati ma non rifiutati”.
L’impressione, quindi, è che l’operato del Governo Renzi sul fronte dell’istruzione pubblica sia in linea con quello condotto negli ultimi dieci mesi dall’Esecutivo che lo ha preceduto. Con una attenzione maggiore, del resto più volte espressa dagli esponenti di Scelta Civica, all’impegno orario che giornalmente gli insegnanti dedicano alle attività didattiche. Tra gli addetti ai lavori, del resto, non si parla d’altro: su Facebook, ad esempio tanti docenti della scuola media e superiore temono il discusso passaggio  a 24 ore d’insegnamento settimanale. Una strada già tentata dall’ex ministro Francesco Profumo, ma poi rientrata per le fortissime proteste. Che ora potrebbero tornare.
Giannini sostiene che ”non dovremo parametrarci al governo Monti da cui pure il nostro partito (Scelta Civica, ndr) ha origine. Credo che il nostro obiettivo – spiega – sia la possibilità di dare un segno riformista all’interno di questo governo facendo capire che l’istruzione è una priorità indiscutibile”.
Il neo responsabile del Miur spiega che ”bisogna tornare ad investire nella ricerca, settore abbandonato negli ultimi anni per mancanza di sensibilità strategica. Ci sono 80 miliardi di finanziamenti Ue in arrivo nei prossimi 7anni, non possiamo perdere quest’occasione”.

Giannini, consapevole della responsabilità ricevuta

da Tecnica della Scuola

Giannini, consapevole della responsabilità ricevuta
di P.A.
”Sono consapevole della grande responsabilità che l’incarico appena ricevuto comporta, e sono profondamente grata al Presidente del consiglio della fiducia assegnatami e molto soddisfatta per il riconoscimento politico al mio partito, Scelta Civica”
Lo ha affermato, qualche ora dopo la nomina a ministro dell’istruzione, la prof Stefania Giannini che ha aggiunto: “Scelta civica è un partito che ha scommesso da subito sul cambiamento del Paese, e che quindi potrà dimostrare con questo e gli altri delicati incarichi che saranno assegnati nei prossimi giorni, la propria cultura riformista”. In ogni caso la nuova ministra proviene dal mondo accademico ed è anche lei, come già Maria Chiara Carrozza, un ex rettore magnifico, essendo stata rettrice dell’Università per stranieri di Perugia per poi dedicarsi al ruolo di senatrice e segretario di Scelta Civica. E come la Carrozza è toscana, nata a Lucca il 18 novembre 1960. Ma quali nodi gordiani dovrà affrontare Giannini dentro le stanze che furono percorse da Benedetto Croce e Giovanni Gentile? Subito, subito la scottante vicenda degli ex Lsu, la contrattazione per la copertura degli scatti di anzianità dei docenti, i decreti attuativi del decreto Istruzione e la cronica mancanza di soldi, mentre si aggira per le stanze di Via Trastevere lo spettro polveroso del rinnovo del contratto di lavoro dell’intero comparto. In sospeso anche il destino del decreto ‘scatti’ (in discussione al Senato), così come entro giugno va chiusa appunto all’Aran la contrattazione per la copertura degli scatti degli insegnanti. Contestualmente, mentre per un verso sarebbe pronto il bando per il secondo ciclo del Tfa ordinario e il Tesoro fa orecchie da mercante, dall’altro al Consiglio di Stato sonnecchia il decreto che andrebbe a modificare in parte il Regolamento sulla formazione iniziale degli insegnanti. Incertezza infine sul destino della cosiddetta Costituente della Scuola, così fortemente voluta da Carrozza, per sondare il terreno e capire dove e cosa vogliono seminare gli addetti alla istruzione del Paese. E in attesa di capire meglio, non ci resta che augurare un grande “in bocca al lupo” alla neo ministra, nella speranza che “ci arrivi buona”, visto che qualcuno “ce l’ha mandata”.

Ma a Napoli conoscono le norme?

Ma a Napoli conoscono le norme?

 di Salvatore Nocera

Ho letto l’articolo comparso su Superando del 21 scorso intitolato “ E a Napoli non si può più andare a scuola “, nel quale si dà notizia dell’assurda situazione in cui centinaia di alunni con gravi disabilità non possono più andare a scuola poiché il Comune non ha i soldi per assegnare alle scuole gli assistenti per la cura dell’igiene personale degli stessi.

Però, a parte la presenza della Nota del MIUR prot n. 3390/2001, ma addirittura dal 2003 c’è un Contratto collettivo del comparto scuola  secondo il quale l’assistenza igienica degli alunni con disabilità è compito dei collaboratori e delle collaboratrici scolastiche. In particolare il CCNL del 2007 agli art 47,48 e Tab A stabilisce che il Dirigente scolastico deve dare un incarico specifico a qualche collaboratore  scolastico ( io ho sempre inteso ad un maschio ed a una femmina, almeno nelle scuole secondarie per il rispetto di genere ), i quali hanno l’obbligo dell’assistenza igienica  e quello di frequentare un breve corso di aggiornamento di 40 ore; ma hanno pure il diritto a ricevere un’indennità specifica di circa mille euro l’anno, che entrano a far parte della base stipendiale ai fini pensionistici. Come mai i Dirigenti scolastici ed il Comune di Napoli non conoscono questa normativa ormai vecchia di alcuni anni?

La spiegazione , maliziosa, è presto trovata: I dirigenti scolastici trovano una fortissima resistenza da parte dei collaboratori scolastici che  normalmente si rifiutano di svolgere queste mansioni e quindi dovrebbero continuamente litigare per applicare la normativa ministeriale e contrattuale; il Comune fa finta di venire incontro alla scuola offrendo assistenti “ materiali” invece di quelli che per legge ( l.n. 104/92 art 13 comma 3) dovrebbe fornire per l’autonomia e la comunicazione; perché lo fa gli assistenti materiali sono inquadrati in una fascia stipendiale inferiore a quella degli assistenti per l’autonomia e la comunicazione. Così sono contenti tutti bidelli riottosi  e casse comunali. Lo sono meno le famiglie che non hanno personale con un titolo di studio superiore alla terza media e non aggiornato come prescrive la normativa.

Diritto allo studio diritto al successo formativo della ministra Giannini

Diritto allo studio diritto al successo formativo della ministra Giannini

di Umberto Tenuta

 

Diritto allo studio!

E se dicessimo diritto al successo formativo?

Non cambierebbe niente.

Ma forse sarà meglio precisare, specificare, chiarire.

Fiumi di inchiostro sono stati versati sul diritto allo studio.

Laghi di inchiostro sono stati versati sul successo formativo.

Mari di inchiostro sono stati versati per chiarire che cosa la suola deve garantire a tutti i figli donna.

 

Costituzione italiana:

Articolo 3 − È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e la uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Articolo 30 − E’ dovere e diritto dei genitori, mantenere, istruire ed educare i figli..

Articolo 33 − …La Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi. Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato.

C’è di più.

Articolo 1,  D.P.R. 275/1999 − << L’autonomia delle istituzioni scolastiche …si sostanzia nella progettazione e nella realizzazione di interventi di educazione, formazione e istruzione mirati allo sviluppo della persona umana, adeguati ai diversi contesti, alla domanda delle famiglie e alle caratteristiche specifiche dei soggetti coinvolti, al fine di garantire loro il successo formativo, coerentemente con le finalità e gli obiettivi generali del sistema di istruzione e con l’esigenza di migliorare l’efficacia del processo di insegnamento e di apprendimento.

 

Successo formativo

Lo possiamo identificare con il pieno di gruppo della persona umana di cui all’articolo 3 della Costituzione repubblicana del 1948?

Mi sembra di sì.

Può dunque, la Repubblica assicurare solo il diritto studio ai capaci e meritevoli, che poi occorre precisare se tali siano per nascita o per i positivi condizionamenti socio-culturali?

E, allora, quando la Neoministra dell’istruzione parla di diritto allo studio, forse vuole dire diritto al successo formativo. 

Diversamente, ci troveremmo con un ministero liberale in un governo democratico, in aperto contrasto con il democratico Presidente del consiglio dei ministri.

Una Ministra con un programma opposto a quello del suo Presidente.

Nel Governo di cui è parte, parte che non dovrebbe contraddire il tutto.

Mi sembra che fin qui potremmo essere d’accordo.

Il diritto allo studio si identifica con il diritto al successo formativo garantito a tutti i figli di donna.

Ma cosa è il successo formativo?

È stata già detto chissà quante volte, e anche da parte di chi scrive.

Successo formativo o pieno sviluppo della persona umana. 

Pieno, sì, cioè integrale, comprensivo di tutte le dimensioni della persona umana, da quella fisica a quella musicale, da quella intellettiva a quella affettiva, da quella cognitiva a quella motoria eccetera.

Viene spontaneo domandarsi se i figli di donna nascono con ben precise potenzialità da rendere attuali, da sviluppare, da educare (ex−ducere). Diventare quello che si è, diceva Pindaro.

L’educazione è il venir fuori di quello che si è potenzialmente.

Ma dobbiamo ancora credere a Pindaro?

Dobbiamo ancora credere che la formazione della personalità si identifica col suo sviluppo, col suo uscir fuori dal sviluppo, col suo venir fuori?

Questo lascerebbe pensare il termine educazione (ex-ducere, trarre fuori), termine non democratico, in contrasto con la Costituzione democratica.

Perché se così fosse, santi ci nascerebbe, non si diventerebbe, senza meriti per chi lo diventa e senza demeriti per chi non lo diventa.

È Dio che fa nascere santi.

Fa nascere santo Mario, e non Filippo.

Ma fin qui, mica sarebbe poi un gran male.

In fondo si può vivere anche senza essere santi.

Il problema vien fuori invece per coloro che nella vita rubano, sfregiano, uccidono.

Delinquenti nati, senza colpe!

Come fate a condannarli?

Non dovevate individuarli prima, come faceva Hitler, sin dalla nascita, e inviarli nelle carceri, nei lager?

Ma innocenti avreste condannato, perché non è colpa loro se uccidono, è colpa di madre Natura, natura benigna e natura matrigna.

Oh natura!

Oh Natura, perché non rendi poi quel che prometti? Perché di tanto inganni i figli tuoi?

Ma no! La natura non inganna nessuno.

L’uomo non è un essere naturale.

L’uomo è una essere culturale, creatore e creatura della cultura.

Nati non foste a vivere come bruti ma per seguir virtute e canoscenza, dice il Poeta.

Ogni figlio di donna è un candidato alla condizione umana, alla sua piena umanizzazione, a seguir virtute e canoscenza.

Uomini si diventa solo attraverso i processi formativi, o educative che dir si voglia, processi che iniziano sin dal concepimento, dalla formazione dello zigote.

Lo zigote, senza danni genetici, materni e paterni che siano, è una promessa di vita, è una promessa senza confini: sarà un santo, un poeta, un musicista, un presidente dalla repubblica… o sarà un peccatore incallito, sarà un poeta oppure un noioso oratore, sarà un musicista all’Abbado oppure un capostazione che fischia la partenza del treno, un presidente del consiglio o l’ultimo elettore del reame.

Scrive Kant che <<La bestia è già resa perfetta dall’istinto… L’uomo invece… non possiede un istinto e deve quindi formulare da sé il piano del proprio modo di agire… La specie umana deve esprimere con le sue forze e da se stessa le doti proprie dell’umanità. Una generazione educa l’altra… L’uomo può diventare tale solo con l’educazione>>[1].

Uomini si diventa…

La scuola ha l’obbligo di garantire il successo formativo a tutti i figli di donna.

Solo la scuola, poveretta?

Non ce la farebbe. Ha bisogno del sistema formativo integrato.

Anzi è il sistema formativo integrato che ha bisogno della scuola, perchè le varie istituzioni educative, famiglia, vicinato, chiesa, ambiente socio culturale, paesaggio geografico e antropologico… cooperino.

La scuola.

La scuola nasce per garantire la piena formazione, il successo formativo di tutti i figli di donna.

Il diritto allo studio è diritto al successo formativo, sin dalla famiglia, sin dalla scuola dell’infanzia, sin dalla scuola primaria, sin dalla scuola secondaria di primo e di secondo grado.

E allora, la scuola insegna?

No, la scuola promuove e coordina i processi di inculturazione attraverso i quali il figlio di Eva diventa un uomo del XXI secolo.

Un uomo integrale, un uomo che in sè accoglie Dante e Abbado, Erodoto e Colombo, Giotto e Van Gog…

Tutto a tutti, lo diceva J.A.Comenio.

Tutto a tutti, a seconda dei bisogni, non delle doti.

La scuola non fa le parti uguali tra diseguali!

Unicuique suum!

A ciascuno secondo i suoi bisogni.

A chi ha cenato la sera prima un primo piatto, a chi non mangia da una settimana quattro portate!

E le Maestre, i Maestri?

Dispensatrici, dispensatori di briciole di conoscenza?

Le conoscenze, no, la conoscenza vi farà liberi.

La conoscenza che tutto comprende: sapere, saper fare, saper essere,.

Nuclei concettuali fondanti, non l’enciclopedia della Storia, della Geografia, delle Scienze…

Capacità, capacità di ragionare, capacità di leggere e scrivere, capacità di suonare il violino…

Saper essere, atteggiamenti, amore della Matematica, amore della Geografia, amor di ogni umano sapere, quello della filosofia.

Un bel programma il suo, onorevole Ministra Giannini.

Un bel Programma del successo formativo di tutti i giovani cittadini italiani che alla vita si affacciano,  nella Sua stagione, stagione felice, che speriamo di poter ricordare fino alla nostra, fino alla Sua settima generazione., onorevole Ministra Giannini

Un bel Programma, un bel p

Programma che come ogni programma ha un titolo:

programma del successo formativo.

Così farà scrivere sul cornicione del suo Ministero, concellando finalmente quelle tracce del ministero dell’educazione nazionale che fino a oggi lo imbrattano!

 



[1] KANT E., Pedagogia, O.D.C.U., Rimini, 1953, pp.25-27.