Se 5 anni vi sembran pochi

SE 5 ANNI VI SEMBRAN POCHI

Tra anticipo, obbligo e identità debole….

 

All’Università di Firenze, il 20 giugno, si è tenuto un focus tra le associazioni professionali (AIMC, MCE, CIDI, ANDIS, Proteo) per approfondire il tema dell’anticipo dell’obbligo scolastico a 5 anni, questione che è tornata di attualità nell’ambito della discussione sul riordino dei cicli e sulla possibilità di terminare il percorso scolastico a 18 anni.

Ne è scaturito un vivace dibattito, grazie anche alla composizione del gruppo (docenti universitari, presidenti di associazioni, supervisori di tirocinio, insegnanti di scuola dell’infanzia, dirigenti scolastici) in cui si confrontavano vissuti professionali, prospettive di ricerca, analisi politiche. Certamente chi “vive” in prima persona le difficili condizioni organizzative della scuola dell’infanzia è portato a mettere in rilievo soprattutto le cattive notizie (sezioni numerose, scarsa compresenza, aggiornamento inesistente, insensibilità di molti colleghi), mentre chi si impegna nella formazione dei docenti nelle associazioni o nelle università “cerca” comunque di cogliere indizi positivi nelle esperienze migliori della scuola, ricche di professionalità e di impegno didattico.

 

Dalla parte della scuola dell’infanzia

 

Certamente il pianeta “scuole dell’infanzia” ha una sua tradizione e identità positiva (contrassegnata da un ricco pensiero pedagogico: Aporti, Agazzi, Montessori, Ciari, Scurati, Malaguzzi e oltre fino ai giorni nostri), ma è frammentato in una rete di piccole strutture (oltre 22.000 scuole), a diversa gestione (60% dello Stato, 12% dei Comuni, 28% del privato sociale), molto vicine ai genitori e alle proprie comunità. E’ un punto di forza (quasi una scuola di prossimità), ma può determinarne anche la fragilità, lo scarso peso nelle politiche educative. Questa posizione spiega anche le anomalie del dibattito sulla questione dell’anticipo a 5 anni. Non siamo in presenza di una riflessione ariosa sulle caratteristiche dell’infanzia oggi, sui suoi bisogni di crescita (cognitiva, sociale, affettiva), sugli ambienti educativi più idonei ad accoglierla, ma di un’ideuzza di ripiego, quasi un’operazione aritmetica dettata dall’esigenza di far quadrare i conti dell’intero percorso scolastico, messo in subbuglio dall’ipotesi di un’uscita anticipata a 18 anni, anziché a 19.

Così il gioco di società è diventato: dove togliere questo anno eccedente rispetto agli standard europei (che poi non sono così univoci…)? Riducendo di un anno la scuola superiore? Accorpando -con risparmio di un anno- elementari e medie? Anticipando tutto il percorso scolastico a 5 anni? I presenti al focus hanno rifiutato di inserirsi in questa “guerra tra poveri”, anche se il loro tifo si indirizzava a difendere l’identità triennale della scuola dell’infanzia (dai 3 ai 5 anni pieni) come “base sicura” di tutto il successivo percorso di scolarizzazione. Ma è evidente che ogni segmento scolastico avrebbe le sue buone (o cattive) ragioni per evitare un’amputazione così drastica della sua durata. E forse -ha suggerito Giuliano Franceschini (Università di Firenze) è un modo vecchio quello di affrontare una domanda di innovazione epocale portando sulle spalle il pesante fardello di contenitori scolastici rigidi, impermeabili, ottocenteschi. Si dovrebbe radicalmente rimettere in discussione l’idea di “gradi e ordini” scolastici, in favore della maggiore personalizzazione dei percorsi, dell’iniziativa degli allievi, della capacità di affrontare le numerose “transizioni” che vanno ben oltre la tradizionale distinzione tra il periodo scolastico dedicato all’apprendimento e la vita dedicata al lavoro. Questo rimescolamento dei confini dovrebbe aiutare a riscoprire le ragioni vere dell’educazione, oggi confinata strumentalmente a preparare per un lavoro (che spesso non c’è).

 

Non un anno in meno, ma…

 

Si può partire anche dai 18enni, ma per capire di quali bisogni esistenziali e formativi sono portatori i nostri giovani (Pino Patroncini). Che spazio c’è nella quinta classe superiore per i loro progetti di vita, per la loro iniziativa, per i loro talenti? Forse meritano qualcosa di diverso, ad esempio di poter scegliere il loro futuro (formazione, lavoro, università, stage, alternanza) con maggiore fiducia e sapendo che le istituzioni li aiuteranno. Invece di un prof in cattedra servirebbero tutor per accompagnamenti mirati in contesti formativi assai più liberi e articolati. Quindi non deve parlare di un anno in meno, privando di opportunità soprattutto i più deboli (quelli già a rischio di abbandono), ma di un anno diverso, su misura dei ragazzi (Beppe Bagni). Questa ipotesi, che chiameremo provvisoriamente 4+1, avrebbe il pregio di stimolare la scuola secondaria di II grado a rimettersi in discussione, a ripensare ai suoi ritmi accademici, alle routine delle sue lezioni, al peso dei suoi contenuti e al rito dei suoi esami (di Stato). Uscire a 18 anni, in questa ottica, vorrebbe dire “mettersi nei panni” dei ragazzi, promuoverne l’autonomia, la decisione, la scelta, ma con le migliori professionalità adulte a disposizione.

Quindi è quanto mai opportuno uscire da un dibattito tutto centrato sull’idea di anticipare, accelerare, ridurre. Sia che ci riferiamo ai 18enni, sia a maggior ragione ai bambini di 5 anni.

 

La cultura dell’anticipo

 

Oggi sembra prevalere un pensiero sbrigativo, che vuole semplificare i percorsi, tagliare i tempi della maturazione, abilitare precocemente. Dietro la scelta del mini-anticipo della scuola elementare, varato nel 2003 dal Ministro Moratti[1], si intravvede questo approccio performativo. Magari si rende omaggio alle potenzialità di sviluppo dei bambini, si cita un ambiente sociale sempre più ricco di relazioni, si ricorda la pervasività di linguaggi, tecnologie, alfabeti nella società contemporanea, non a caso definita società della conoscenza e dell’apprendimento. Dunque, si presume che tutto questo abbia risvolti positivi anche per i bambini, precocemente immessi (o da immettere) nella società dei grandi. I genitori sembrano affetti da una sindrome narcisistica nei confronti dei figli, pretendono per il loro il successo immediato (segnala Cinzia Mion, riprendendo Recalcati), e strumentalizzano in questo loro desiderio anche il possibile ruolo formativo della scuola.

La vicenda della valutazione, con la reintroduzione del voto numerico nella scuola elementare e media, dopo un’assenza di oltre trent’anni, sembra segnalare questa spinta verso la priorità dei risultati (tra l’altro misurati in modo assai sbrigativo) a scapito dell’attenzione ai processi di crescita, alla maturazione di atteggiamenti riflessivi, alla cura per il pensiero critico e divergente. Se l’apprendimento si riducesse a mero addestramento di condotte cognitive, allora sarebbe possibile “addestrare” a leggere e a scrivere anche a 3 anni (cfr. metodo Doman), ma se la scoperta degli alfabeti e della lingua scritta deve avere una risonanza nel pensiero dei bambini, allora occorre costruire esperienze di incontro con la lettura ove prevalga il piacere della narrazione, la curiosità dell’anticipazione, la costruzione dei significati.

Questo approccio è previsto anche nelle recenti Indicazioni per il curricolo (2012), ove l’incontro con i saperi dei grandi (i sistemi simbolico-culturali) si distende in esperienze naturali di gioco, di esplorazione, di immaginazione, di rielaborazione (Giancarlo Cerini). Ci sarà posto anche per percorsi più strutturati, di arricchimento del lessico, di corretta pronuncia delle parole, di uso funzionale della lingua, di incontro con ambienti plurilingui, ma salvaguardando le dimensioni dell’incoraggiamento costante, della motivazione, della partecipazione attiva.

 

Il mestiere di scolaro

 

Di fronte alle richieste improprie dei genitori, di accelerare le tappe dello sviluppo, di “saltare” un anno nel percorso della scuola dell’infanzia, di concentrare l’attenzione su apprendimenti di prerequisiti strumentali, la scuola dell’infanzia deve saper presentare la qualità dei suoi ambienti di apprendimento, facendo capire il nesso imprescindibile tra relazione e apprendimento, tra crescita dell’autonomia e curiosità cognitiva, tra cura del corpo e cura della mente (Antonella Panchetti e Orietta Orru). Una malintesa accelerazione degli apprendimenti scolastici potrebbe poi produrre sorprese negative nei risultati a medio termine (come sembrano attestare i risultati delle indagini Invalsi riferite agli alunni anticipatari). Lo stesso profilo in uscita del bambino dalla scuola dell’infanzia si carica di valenze socio-affettive, piuttosto che ruvidamente cognitive: le parole che contano sono quelle di iniziativa, autonomia, curiosità, socialità, ascolto, attenzione, creatività, partecipazione, ecc. Quasi delle risorse socio-emotive indispensabili per sorreggere quel “mestiere di scolaro” (Giancarlo Cerini) che si apprende già nella scuola dell’infanzia, come costruzione di un atteggiamento positivo verso la dimensione sociale della conoscenza che si costruisce nelle situazioni di scambio, di relazione, di incontro guidato con i saperi. Nel profilo a 6 anni si parla di “competenze di base” che “strutturano la crescita”, in relazione ai traguardi si utilizza la frase “è ragionevole attendersi”, si richiamano i “compiti di sviluppo” (una dicitura assai più generativa del termine statico di risultati) pensati unitariamente per i bambini dai 3 ai 6 ai anni.

 

Una via d’uscita, il curricolo “verticale”

 

La elaborazione di un curricolo verticale, visto nella sua forza generativa, nelle sue dinamiche evolutive, magari in una distensione dai 3 e i 14 anni (oggi resa possibile dalla generalizzazione degli istituti comprensivi) è la miglior risposta all’ansia dell’anticipo (Lia Martini). Il curricolo è evolutivo se si delineano a maglie larghe gli apprendimenti attesi nelle varie fasi di età, in cui ad ogni bambino sia consentito sperimentare le modalità di apprendimento più appropriate, dove la scuola si organizza con passaggi slow e graduali tra materna ed elementare (è stata citata la sperimentazione di Bagno a Ripoli). Gli ordini ed i gradi scolastici sono il retaggio di un vecchio modo di “amministrare” l’educazione. Il curricolo verticale dovrebbe invece descrivere la progressione degli apprendimenti legati alle diverse discipline, disegnando i diversi step delle competenze attese, lungo un asse cronologico, che va oltre l’appartenenza ad una classe scolastica (Katia Rossi). Per ogni gradino si potrà poi disegnare una gradazione di livelli (ad esempio, tre) rispetto ai quali ogni allievo potrà posizionare la sua personale progressione. Il livello non esprime un giudizio di valore definitivo, ma segna le fasi di una evoluzione in corso. Si tratta di trovare un equilibrio tra gli standard così definiti e il progresso personale di ogni allievo verso quegli standard. Questo dovrebbe diventare anche il criterio di riferimento per la valutazione: qual è il grado di avvicinamento di ogni allievo ai traguardi attesi? E per “marcare” questo processo i voti in decimi non sono certamente il codice migliore. Ci aspettiamo qualcosa di diverso, di più plastico, dai nuovi modelli di certificazione delle competenze ed anche un ripensamento sulla questione del voto.

 

Una scuola in apnea

 

La scuola dell’infanzia offre dunque un contributo decisivo alla crescita cognitiva, affettiva e sociale dei bambini e nel garantire pari opportunità. Come già segnalato nei documenti di riferimento dell’OCSE, Starting Strong I, II e III, le politiche educative dovrebbero considerare con maggiore attenzione ed intensità il ruolo educativo della scuola per i bambini dai 3 ai 6 anni. Purtroppo le notizie che giungono dal paese reale, e di cui si è avuto una forte eco nel focus (Paola Conti), non sono incoraggianti:

–      riduzione delle fasce di compresenza (a volte per allungare a dismisura i tempi di accoglienza);

–      locali e strutture non sempre adeguati;

–      scarsa formazione iniziale ed in servizio per i docenti;

–      sezioni numerose e con bambini anticipatari (senza verifica dei requisiti indispensabili per accoglierli);

–      costi crescenti dei servizi educativi (che inducono ad abbandonare il nido per cercare rifugio in una scuola dai costi più ridotti);

–      sottovalutazione da parte dei dirigenti scolastici.

Sulla posizione dei dirigenti nei confronti della “materna” si è aperto un vivace confronto tra i partecipanti, con il comune riconoscimento del ruolo decisivo della dirigenza (Doriano Bizzarri) nel dare valore alla presenza della scuola dai 3 ai 6 anni (ad esempio, nell’economia dell’istituto comprensivo), nel curare la formazione dei docenti non come optional accessorio, nel governare le complesse problematiche gestionali (iscrizioni, anticipi, rapporti con i genitori, gli enti locali, i livelli scolastici successivi). Anche da questo osservatorio si conferma l’esigenza di evitare la deriva burocratica nel reclutamento e nel profilo del dirigente, cui si chiede di esercitare una leadership educativa distribuita, che ha tutto da guadagnare nel dare spazio alla pedagogia implicita ed esplicita di cui è portatrice la scuola dell’infanzia.

 

 

Investire sulla formazione in servizio

 

In molti interventi è tornato in modo accorato il tema della formazione in servizio dei docenti, come strada obbligata per far incontrare i discorsi pedagogici (come quelli che si ritrovano nelle Indicazioni/2012 sulla scia degli Orientamenti del 1991) con la realtà delle scuole. Oggi la formazione in servizio è marginale, sia nel profilo del docente (non basta certo il diritto-dovere), sia nelle scelte politiche (troppo esigue le risorse e sempre a rischio di spending review). Occorre poi valorizzare un modello di formazione che parta dalla base, cioè dalle esperienze migliori delle scuole, che possono diventare una risorsa preziosa del sapere professionale per i docenti (Anna Bonci e Elena Turini). Già l’Università ci sta provando con le esperienze di tirocinio, ma anche l’aggiornamento dovrebbe trasformarsi in un laboratorio permanente di ricerca didattica, di riflessione sulla pratica, di rielaborazione di procedure metodologiche. Qualcosa si sta facendo con le misure di accompagnamento alle Indicazioni[2], ma è necessario essere più ambiziosi. Se si prende sul serio l’impegnativo profilo del docente di scuola dell’infanzia delineato nelle Indicazioni (un docente, competente, motivato, capace di ascolto, mediazione comunicativa, impegnato in una delicata regia dei contesti educativi, orientato al lavoro collaborativo, colto, ecc.) la formazione dovrà diventare parte costitutiva della professionalità, essere riconosciuta e resa in un qualche modo obbligatoria (Barbara Scarpelli). E in un’ottica di sistema integrato (pubblico-privato) la formazione degli insegnanti diventa un modo intelligente per mettere a confronto culture di riferimento, buone pratiche, aree di eccellenza. Ivi comprese le forme di coordinamento pedagogico che sono da estendere in tutte le realtà.

 

Servono buone politiche per l’infanzia

 

Ma è la politica scolastica nazionale che deve riscoprire il valore dei servizi e delle strutture educative. Al momento si è aperto un dibattito parlamentare a partire dalla presentazione della proposta di legge 1260 del 27-1-2014 (prima firmataria Sen. Francesca Puglisi) in cui si cerca di affermare la qualità educativa complessiva del settore educativo 0-6 anni, facendolo uscire da una situazione di marginalità (ancora troppo spesso asili nido e scuole dell’infanzia sono considerati servizi a domanda individuale), incrementando la presenza degli asili nido, oggi al di sotto del 15% di copertura, distinguendo le finalità educative dei due segmenti 0-3 e 3-6 pure nella comune visione pedagogica della “cura e dell’educazione”, raccomandando un più sicuro e massiccio intervento pubblico (dello Stato, in primis) a sostegno di un sistema integrato di servizi educativi di qualità. Ma di questo si tornerà certamente a parlare in un prossimo “focus”.

 

Da un’idea di Giancarlo Cerini e Cinzia Mion

 

[1]   La legge 53/2003 prevede la possibilità di anticipare di 4 mesi la frequenza alla scuola primaria per i bambini che compiono i 6 anni entro il 30 aprile dell’anno scolastico di riferimento. In precedenza questa possibilità era limitata al 31 dicembre. La percentuale degli “anticipatari” varia notevolmente da regione a regione: molto alta al Sud, più ridotta al Nord; si lega alle tradizioni sociali e culturali dei diversi territori e alla presenza o meno di una efficiente rete di strutture educative per l’infanzia. Anche il costo del servizio sembra oggi incidere su questa scelta.

[2]   Con la CM 22/2013 sono stati stanziati 1,6 milioni di euro per favorire la formazione di reti di scuole impegnate nella formazione sulle Indicazioni. Risultano attivate circa 400 reti. Ogni rete raggruppa 4-5 scuole, che designano piccoli gruppi di docenti (una decina) che vanno a costituire laboratori di formazione di 15-20 docenti. L’idea è che il docente “ricercatore” che si impegna in un percorso attivo di studio, confronto e micro-sperimentazione didattica, possa poi diventare una risorsa preziosa nella propria scuola, ad esempio per animare gruppi di ricerca, dipartimenti, attività di formazione. E’ comunque indispensabile assicurare la continuità del programma di formazione almeno per gli anni 2014 e 2015, ma qui cominciano le note dolenti della carenza di finanziamenti.

Titoli titolati

182 TITOLI TITOLATI NOBILI CASATI TITOLI DI STATO A CHI LI REGALIAMO di Umberto Tenuta

CANTO 182 COMMISSIONI E COMMISSARI GOVERNATIVI lì pronti sul petto delle giovani e dei giovini ad appuntar titoli, non so con quanto vantaggio!

 

Ad occhio, e senza croce, pare che un quarto dell’anno scolastico si impieghi, pardon, si sprechi a verificare, valutare, titolare.

Titolo, dal lat. Titulus, a sua volta dal greco TI-ò, pago qual che vali, e quindi, siccome bene sei valutato, onore ed onorificenze hai.

La lezione, ai giorni d’oggi, sembra molto ascoltata!

Forse l’Etimologia un valore pur essa lo ha!

E noi proprio a questo valore venale vorremmo fare riferimento.

Come fa lo Stato italiano, col deficit che ha, a regalare ancora Titoli di Stato a giovanetti più o meno adolescenti?

Che presa in giro, Signori miei!

Sono titoli e medaglie di cartone.

Nulla valgono.

Chi volete che al giorno d’oggi ti chieda il titolo di Ragioniere per farti amministrare i suoi Titoli di Stato?

Solo lo Stato!

Per rispetto di se stesso.

O Renzi, ma non bisognava cambiare verso anche sui titoli che la scuola elargisce, soprattutto ora che la Agnese della faccenda è esonerata?

Suvvia, intervenga Padoan e salvi il Bilancio dello Stato con le economie dei tempi degli esami, degli scrutini e delle interrogazioni extraparlamentari.

Andiamo, andiamo À la recherche du temps perdu!

Lo calcoli bene Padoan:

−tempi ministeriali, tempi regionali, provinciali, locali;

−tempi trimestrali, annuali, triennali, quadriennali, quinquennali;

−tempi degli studenti, delle nonne, delle mamme e delle zie.

Che economie da questo ESAMIFICIO INDUSTRIALE!

Povere famiglie italiane impegnate financo a comprare pergamene, cespi di rose, torte, tortellini, spumantini e ricordini.

Per due mesi l’Italia si ferma.

Si ferma il Turismo, si ferma il Mare, si fermano il Cielo, si ferma la Transiberiana!

Certo, lavorano i Neurologi e gli Psicoanalisti, i Gastroenterologi ed i Farmacisti!

Ma dal DARE e dall’AVERE, abissalmente il primo prevale com’è giusto che sia.

Che ragionamenti banali, terra terra, senza voli pindarici, oggi nell’era delle navette spaziali!

Ragionamenti antiquati.

Chi ha vergato il motto che l’antico mai fallì?

Ma, suvvia, lasciamo cha i titoli dei Baroni, dei Conti, dei Vassalli, dei Valvassori e dei Valvassini abbiano vita imperitura.

Costi quel che costi!

I Titoli sono al di sopra di ogni Valore di Stato.

Compreso il valore dell’Economia.

Tanto paga Pantalon de’ Veneziani!

Donne e bambini azzerati

DONNE E BAMBINI AZZERATI

di Vincenzo Andraous

E’ un tempo vestito rosso scarlatto, di tragedie e angoli bui, un tempo in cui non è salutare per niente rimuovere per dimenticare, dunque sarà bene ricordare fino all’ultimo pugno nello stomaco.

Donne a morire, a lasciare spazi vuoti, momenti di vita dilaniati dallo strapotere e dal delirio di onnipotenza maschile.

Donne, ridotte a cose, a oggetti, a insopportabili presenze, non soltanto da spostare, allontanare, sostituire, bensì, da annientare, devastare, ridurre a un buco nero profondo, dove non vi è più possibilità di accesso, di un ritorno.

Donne, compagne, mogli, diventate parti offese dell’inadeguatezza maschile, donne a perdere nella ragione, donne sconfitte dalla fiducia spogliata di ogni onore, figuriamoci di un qualche amore.

Donne e madri accasciate, con gli occhi sgranati, le mani a proteggersi, supplicando la pietà ammutolita e in ritirata.

Donne e madri insufficienti a pagare dazio, divenute insostenibili, irrappresentabili, congrue assenze a rappresentare una ignobile “liberazione”.

A quelle madri colpite, dilacerate, niente va lasciato al caso, neppure i propri figli, i bambini, innocenti, quelli che ancora non fanno carico di colpa, di giustificazione, di pesi e di misure mai concordate.

Bambini fatti a pezzi in tanti modi differenti, un rituale dove la mamma è protagonista designata da accompagnare alle altre vittime sacrificali, bambini che s’accorgono delle bestemmie, delle offese, delle violenze, bambini che ascoltano e tacciono per paura e per amore.

Uomini che non possono esser declinati semplicemente delle bestie, infatti gli animali non fanno di questo male il proprio agire, piuttosto sono persone che non sanno più coniugare l’istinto alla ragione, non riescono più a collocare nel posto dovuto la compassione, si tratta di uomini che non hanno i polsi legati dalle periferie ben note, dai portoni blindati, dalle celle chiuse, uomini che non sono di un ambiente sub-urbano ben conosciuto, sono persone vestite di agio, di benessere, di normalità, di stima tutto intorno.

Uomini di una tranquilla esistenza, dove ogni cosa evidentemente non è al suo posto, non quadra più, qualcosa manca all’appello.

Innumerevoli donne maltrattate sono la traccia marcata di una cultura del possesso, del dominio, del sopruso, cultura di una libertà costretta come una puttana.

Quei bambini azzerati senza un sussulto di pietà, non sono il frutto di una cultura dell’iracondia delinquenziale, di una legge di sangue omertosa, ma il risultato di una inutilità personale-esistenziale, come se a ogni piè sospinto, fosse in agguato la ferocia di una relazione incompiuta, di un amore idealizzato in divieto di sosta, una affettività emozionale inesistente, una spietatezza incolore, dentro una calma piatta, dove chi agisce e si muove non si aspetta più nulla dal presente, perché è già futuro scalzato all’indietro.

Ho chiesto lumi a Massimo, uno mio amico psicologo assai perspicace, il quale alla mia domanda: come è possibile toccare l’intoccabile? Mi ha risposto: è la solitudine, quella dimensione che ti fa sentire solo, che non ti chiama alla responsabilità, ti disgiunge dalla fortezza del sapere chiedere aiuto, ti inchioda nella trappola di una “scissione” silenziosa e opprimente, che scalza ogni emozione approdando a una scelta folle e imperdonabile.

Mi ha fatto l’esempio dei binari, l’equilibrio delle distanze parallele, finchè la solitudine più acciaiosa, non consente più di sopportare il peso del proprio malessere, inadeguatezza, rifiuto, improvvisamente le linee s’allargano, biforcano, si sovrappongono, contorcendosi, dimenandosi, lamentandosi, con l’unico risultato del silenzio nella follia sopraggiunta.

Noi continueremo a parlare di colpa inusitata, di inasprimento delle pene, di fiamme dell’inferno senza possibilità di comprendere questi comportamenti, forse occorrerà parlarne di più e meglio, con un senso ritrovato sugli stili vita,   non tanto e non solo legati al vivere civile, ma al modo in cui fare davvero comunità.

Cesare Pavese poco prima del suo lungo viaggio ebbe a dire: “ Domani tornerà l’alba tiepida con la diafana luce e tutto sarà come ieri, e mai nulla accadrà”.

Tfa, arrivate al Miur 147mila domande. Preselezioni a luglio e costi più ridotti

da Il Fatto Quotidiano

Tfa, arrivate al Miur 147mila domande. Preselezioni a luglio e costi più ridotti

I posti disponibili sono solo 29mila. I corsi nelle università dovrebbero cominciare già a novembre e il Ministero vuole tempi più snelli, per far sì che tutti i neo-abilitati possano partecipare al prossimo Concorsone annunciato dal ministro Giannini

di Lorenzo Vendemiale

Circa 147mila candidati per 29mila posti disponibili in totale. Solo un aspirante professore su cinque riuscirà ad abilitarsi con il secondo ciclo del Tirocinio Formativo Attivo, il corso che dal 2012 è diventato l’unica via per ottenere la possibilità di insegnare nelle scuole. Il termine per le iscrizioni è scaduto lo scorso 16 giugno, le domande pervenute a viale Trastevere hanno abbondantemente superato il numero dei posti banditi, come previsto. E il prossimo mese cominceranno già i test di preselezione. Il primo, temutissimo ostacolo sulla strada verso una cattedra. La prova preliminare sarà uguale su tutto il territorio nazionale per ciascuna classe di concorso: l’ obiettivo è quello di verificare le conoscenze disciplinari relative alle materie oggetto d’insegnamento, e anche il possesso delle necessarie abilità linguistiche nell’ambito della competenza dell’italiano. I candidati, dunque, devono attendersi un test abbastanza variegato, che sarà preparato da un’apposita commissione nominata dal Miur: 60 domande, su più argomenti, con una soglia di ammissione di 21/30 (che vuol dire rispondere correttamente ad almeno 42 quesiti).

Rispetto al primo bando dovrebbero essere diverse le novità. Innanzitutto per quel che riguarda il costo d’iscrizione: allora chi aveva voluto sostenere l’esame su più classi di concorso era stato costretto a sborsare anche diverse centinaia di euro. Stavolta è previsto un tetto massimo di pagamento, fissato a 150 euro. E in caso di iscrizione multipla, dove possibile, i test verranno accorpati tra loro, con l’impiego di moduli di base per la parte generale, e moduli specifici per i vari settori. Soprattutto, però, il Ministero vuole tempi più snelli, per far sì che tutti i neo-abilitati possano partecipare al prossimo Concorsone, annunciato da Stefania Giannini per il 2015. Secondo quanto previsto dal bando, i corsi nelle università dovrebbero cominciare già a novembre. Che vorrebbe dire prova preliminare tra il 14 e il 31 luglio (a seconda dei vari calendari), scritto entro il mese di ottobre e orale nelle due, massimo tre settimane successive. Ritmi serratissimi, ben diversi da quelli del primo bando: allora tra la preselezione e l’attivazione dei corsi in alcuni atenei era trascorso quasi un anno.

Il Ministero non ha ancora ufficializzato il numero degli iscritti, ma secondo quanto riferito ilfattoquotidiano.it le domande pervenute sono circa 147mila. Una cifra consistente, che però non sorprende: il secondo ciclo è un’occasione importante per i neolaureati e per chi non ce l’aveva fatta alla precedente tornata. Inoltre, è stata data la possibilità di partecipare pure ai già abilitati che volevano migliorare il proprio punteggio. Anche così si spiega il numero molto alto di partecipanti.

Per questo il test di luglio effettuerà una scrematura decisiva; probabilmente più dello scritto (anche qui soglia minima di 21/30) e dell’orale (dove sarà richiesto un punteggio di 15/20). Due anni fa la prova preliminare si rivelò una vera e propria ecatombe di candidati: pochissimi lo superarono, a volte anche meno del numero di posti disponibile. Colpa delle domande e delle risposte, spesso ambigue e cervellotiche. E non mancarono le contestazioni, tanto che il Miur si vide costretto a neutralizzare alcuni quesiti e rivedere i punteggi della prova. Stavolta la speranza è che tutto fili liscio. In palio ci sono 22.450 posti ordinari, e altri 6.600 sul sostegno. In più, secondo quanto previsto dal bando pubblicato a maggio, potranno iscriversi in sovrannumero, senza dover sostenere alcuna prova, anche chi aveva superato l’esame di ammissione alle vecchie Scuole di specializzazione per l’insegnamento secondario (Ssis) senza completare il corso, e gli idonei del primo ciclo. I vincitori saranno abilitati e potranno partecipare al prossimo Concorsone. Poi si cambierà, di nuovo. Al ministro Giannini la formula di un corso ad hoc per l’abilitazione non piace, l’idea è di ricomprendere il tirocinio all’interno del percorso di laurea. Così il secondo ciclo potrebbe essere anche l’ultimo Tfa.

Giannini: lavoriamo per un organico funzionale

da tecnicadellascuola.it

Giannini: lavoriamo per un organico funzionale

All’allarme lanciato dai sindacati sulla diminuzione del personale, in contrasto con l’aumento degli alunni, la ministra Giannini risponde in maniera indiretta da Bologna, nel corso di un incontro: “Il tema dell’organico funzionale è per noi fondamentale”.

“Il tema dell’organico funzionale è per noi fondamentale”.
“Stiamo lavorando da due mesi a quello che abbiamo definito ‘Il cantiere scuola’ presso il ministero e nelle prossime due settimane metteremo insieme le proposte che sono emerse e faremo anche un’ampia consultazione nel mondo della scuola”.

Giannini ha quindi precisato che c’è “l’idea di cercare di risolvere o nel prossimo decreto o in una legge delega, il tema dell’organico funzionale che è per noi fondamentale, poi vedremo quale sarà lo strumento più adeguato”.

Come è per lo più noto, il cosiddetto “organico funzionale” fu disposto dal ministro Profumo, ma non partì mai per le consuete difficoltà finanziare, mentre l’obiettivo era quello di eliminare lo sdoppiamento fra organico di diritto e organico di fatto, svuotando quest’ultimo a vantaggio di un organico di istituto stabile.
In pratica si tratterebbe di dotare le singole scuole o le reti di scuole di un numero di insegnanti necessari per i successivi tre anni e in base a esso elaborare finalmente il piano dell’offerta formativa con certezza di risorse. Un organico insomma a disposizione delle scuole che avrebbe pure evitato nomine tardive, inghippi burocratici e nomine a tempo di supplenti.
Ma il problema è stato sempre quello della copertura economica, nella convinzione che i supplenti costano molto meno dei docenti di ruolo perché vengono assunti a settembre e licenziati a giugno, senza dover pagare loro le ferie estive, ma dimenticando che a sostegno di questi lavoratori interviene l’indennità di disoccupazione dell’Inps, cosicchè gli esborsi dello Stato non cambiano, almeno nel medio periodo.

 

Scritti agli esami di stato: la commissione è autonoma nella scelta di criteri e griglie di valutazione

da tecnicadellascuola.it

Scritti agli esami di stato: la commissione è autonoma nella scelta di criteri e griglie di valutazione

Il D.M. 37/2014 parla chiaro: “In sede di riunione preliminare, o in riunioni successive, la commissione stabilisce i criteri di correzione e valutazione delle prove scritte ” (art. 13 c. 9). Da qui però scaturisce un paradosso, perché le prove scritto-grafiche di un candidato all’esame di Stato possono essere degni di “lode” da parte di una commissione, oppure giudicati appena sufficienti da un’altra

Tutto dipende dai criteri e dalle griglie di correzione stabiliti dalla commissione, dal momento che la valutazione è espressione dell’autonomia professionale propria della funzione docente, nella sua dimensione sia individuale che collegiale. Lo stesso dicasi per i criteri che ogni commissione stabilisce per il colloquio, l’integrazione punteggio fino a 5 punti (il Bonus) e quelli per l’assegnazione della lode.
Per garantire una certa uniformità di giudizio per tutti i 500mila candidati, l’art. 12 c. 5 recita: “Al fine di fornire opportune indicazioni, chiarimenti e orientamenti per la regolare funzionalità delle commissioni e, in particolare, per garantire uniformità di criteri operativi e di valutazione, il Direttore Generale dell’Ufficio Scolastico Regionale convoca in apposite riunioni i presidenti delle medesime commissioni unitamente agli ispettori incaricati della vigilanza sugli esami di Stato (…) prima dell’inizio della correzione degli elaborati”. Ma tutti sanno che la disparità e la disuguaglianza dei giudizi e dei voti-punteggi costituisce un problema assai grave e che l’oggettività all’esame di Stato rasenta l’utopia e abita l’isola che non c’è. Molti dicono che sia merito o colpa del presidente. Non è così, perché chi presiede ha un voto su sette e conta numericamente alla stessa stregua dei colleghi commissari. La collegialità nella valutazione delle prove e del colloquio consentono, umanamente parlando, una certa serenità data la serietà e professionalità da parte della commissione. Però. anche se errare humanum est, ogni candidato “ha diritto ad una valutazione trasparente e tempestiva” (art.1 c. 2 del DPR 122/2009). Di conseguenza occorre che ogni commissario studi per bene la normativa scolastica e la applichi senza troppe libertà o interpretazioni soggettive. Non bisogna per questo sapere a memoria le 48 pagine dell’O. M. e il regolamento degli esami, ma conoscerli ed applicarli come si deve, sì.
Ci sia consentita una sana e costruttiva critica. Tutti sanno che – per l’assegnazione dei punti di credito e fino all’ultimo scrutinio finale precedente l’esame di Stato – il Legislatore fornisce ai docenti/giudici delle tabelle numeriche uguali per tutti i consigli di classe. Infatti per tre anni consecutivi, in modo collegiale, vengono attribuiti i crediti scolastici secondo criteri nazionali nel rispetto delle tabelle ministeriali. Invece, durante le prove di maturità, le commissioni sono autonome, indipendenti e pressoché libere nello stabilire i famosi e importanti criteri di correzione e valutazione da cui scaturiscono le griglie con i punteggi, che concorrono a formare il voto finale. Ci chiediamo perché mai nell’annuale ordinanza di esame non vengano allegate delle tabelle ministeriali con i criteri nazionali di correzione e valutazione. Eppure, da 15 anni, ogni commissione invia al MIUR le schede “criteri ali” di cui si è servita. A che pro tutto questo spreco di fogli se non si appronta mai una Tabella comune? Magari elaborata dall’Invalsi!
E così, ogni anno – stancamente e per decine di volte – l’O.M. “raccomanda” che ogni commissione stabilisca i criteri di correzione e valutazione: sia dei tre elaborati scritto-grafici, che colloquio, dell’ integrazione-bonus e per l’assegnazione della lode (cfr. Artt. 11,6; 12,4.5.8; 13,10; 15,6-7…).
Mi sono sempre piaciute le etimologie. Criterio, viene dal greco “kritèrion” ed è un mezzo per giudicare, decidere, secernere, separare. Griglia, è un francesismo da “grille” ed è la graticola per arrostire, ma è anche graticcio, grata, inferriata graticolare. Il santo protettore dei candidati alla maturità potrebbe essere… San Lorenzo, che fu reso martire sulla graticola. Il nome “Lorenzo” però deriva dell’alloro, che incoronava i vincitori di un tempo.

Maturità, week end da passione: lunedì 23 entra in scena il “quizzone”

da tecnicadellascuola.it

Maturità, week end da passione: lunedì 23 entra in scena il “quizzone”

Per regolamento gli studenti non possono sapere in anticipo le materie e i quesiti scelti dalle commissioni: in queste ore d’attesa i maturandi, sempre più ”social”, sfogano la loro ansia su Twitter, Fabebook e “Whatsappando” più del solito.

I quasi 500mila candidati a conseguire il diploma di maturità del 2014 trascorreranno un week end passando da un libro agli appunti e da una disciplina e l’altra. Lunedì 23 giugno è infatti prevista la terza e ultima prova scritta che verterà su diverse materie: dopo le prime due verifiche uguali per tutti, scelte dal Ministero dell’Istruzione, stavolta i ragazzi si cimenteranno con il cosiddetto ”quizzone”, o meglio ancora “quiziario”. Quello che per molti, abbracciando più discipline contemporaneamente, viene considerata un prova particolarmente ostica.

Si tratta di un compito preparato da ogni singola commissione d’esame, sulla base dei programmi svolti e su quanto indicato dai Consigli di Classe all’interno del Documento del 15 maggio. La terza verifica scritta verterà su non più di 5 materie studiate nel corso del quinto anno: non riguarderà, però, quelle già tratta in occasione delle prime due prove svolte rispettivamente mercoledì 18 e giovedì 19 giugno.

I candidati saranno chiamati a svolgere un elaborato sintetico oppure dovranno rispondere a quesiti a risposta singola o multipla. Nella prova potrebbero esserci anche problemi scientifici, casi pratici e professionali oppure, secondo gli indirizzi di studio, la realizzazione di un progetto.

Per regolamento gli studenti non possono sapere in anticipo le materie e i quesiti scelti dalle commissioni. In queste ore d’attesa i maturandi, sempre più ”social”, sfogano la loro ansia su Twitter, Fabebook e, naturalmente, “Whatsappando” più del solito: un modo per avere informazioni e consigli dell’ultimo momento, ma anche per ingannare l’attesa in vista della temuta prova scritta multidisciplinare.

Agli esami di stato riproposto lo stesso esercizio di 7 anni fa

da tecnicadellascuola.it

Agli esami di stato riproposto lo stesso esercizio di 7 anni fa

P.A.

L’esercizio di economia d’azienda agli esami di stato è lo stesso di sette anni fa. Lo scrive La Stampa che riporta la segnalazione del prof di un istituto professionale di Asti, all’epoca membro interno nella commissione

“Era una traccia già assegnata nel 2007 a un istituto tecnico commerciale, per pura combinazione l’avevo assegnata durante l’anno scolastico come compito in classe ai miei ragazzi e me lo sono ritrovato nella prova di indirizzo”.
Tra le due tracce solo minime difformità: riguardano entrambe il controllo di gestione («analisi degli scostamenti come strumento importante del controllo di gestione»): in uno il volume di produzione è previsto a 10 mila unità e realizzato a 9.800, nell’altro previsto a 5 mila realizzato a 4.900, esattamente la metà.
Per il resto consumo di materia prima A e B identico e costo del personale varia solo per il costo orario.
Fa anche pensare che lo stesso problema con le stesse identiche difficoltà sia stato assegnato a due corsi di studio diversi.

I docenti: supereroi a soli 1500 euro al mese

da tecnicadellascuola.it

I docenti: supereroi a soli 1500 euro al mese

Si parla di diversificazione della carriera, ma forse sarebbe il caso di incominciare a mettere mano allo stipendio di tutti gli insegnanti che ormai a malapena arrivano ai 1.500 euro al mese.

In Italia, quando un Governo è chiamato obtorto collo a fare riforme impopolari che toccano i diritti acquisiti dei lavoratori, si tenta  quasi sempre di delegittimare un’ intera categoria, facendola apparire privilegiata, parassitaria, fannullona, inadeguata,  corporativa  e addirittura eccessivamente sindacalizzata. Così facendo si insinua che tale categoria goda di particolari privilegi che una società civile non può assolutamente consentire e che quindi è giusto e doveroso intervenire con riforme volte a ristabilire equità e giustizia sociale. Sulla scuola si sta abbattendo una vera e propria riforma volta ad eliminare i presunti privilegi e a rendere le istituzioni scolastiche più produttive ed in sinergia con il mondo universitario, della ricerca e anche del lavoro.
Ai docenti in particolare viene rimproverato il fatto di considerare l’insegnamento come una professione caratterizzata da un percorso di carriera unico e dalle prospettive di sviluppo professionale limitate.
Si dice che la diversificazione della carriera dei docenti, la cui progressione deve essere meglio correlata al merito e alle competenze, associata ad una valutazione generalizzata del sistema educativo, si dovrebbe tradurre in migliori risultati della scuola.
Rimane un problema di fondo che si continua ad ignorare: di fatto, gli insegnanti sono dei veri supereroi pagati poco più di 1500 euro al mese.
I docenti sono ormai una categoria sfruttata, malpagata ed anche vilipesa da chi di scuola non capisce assolutamente nulla e non è in grado di dare giudizi su questa delicatissima professione. Forse sarebbe ora di smetterla di umiliare gli insegnanti considerandoli parassiti, professionisti che lavorano soltanto 18 ore settimanali e per soli 200 giorni l’anno, fannulloni illicenziabili, inculcatori di nozioni, corporativi e sindacalizzati, persone che lavorano poco e quindi sono pagati poco.
Restituiamo dignità agli insegnanti dicendo la verità su questa professione speciale. Gli insegnanti sono professionisti che oltre l’attività d’insegnamento, che solo per le scuole secondarie è di 18 ore settimanali, dedicano migliaia di ore per svolgere tutte le attività funzionali all’insegnamento, come preparare lezioni, verifiche, correggere compiti, seguire corsi di formazione, ma gli insegnanti sono chiamati anche a garantire 80 ore annue di attività collegiali, tra Collegi, Consigli di classe e rapporti scuola-famiglia.
L’attività di un insegnante non finisce mai e non si esaurisce certamente con il suono di una campanella. L’insegnante si improvvisa psicologo per comprendere il disagio giovanile, studia sempre le strategie per riuscire a fare apprendere i propri alunni, cura gli aspetti della comunicazione, segue i corsi di formazione per i casi di Bes.
Ma per fare funzionare bene le scuole, gli insegnanti si applicano anche nelle funzioni dell’organizzazione del lavoro e della collaborazione alla dirigenza. Tutto questo viene svolto nell’incertezza più totale delle risorse economiche accessorie, che da una parte sono fortemente diminuite e nemmeno totalmente garantite. Mentre si pensa a diversificare la carriera degli insegnanti, e non si capisce bene come, si può certamente dire che attualmente gli insegnanti, o per meglio dire la maggioranza di questi, sono dei supereroi pagati a soli 1500 euro al mese.

Allarme NEET

da tecnicadellascuola.it

Allarme NEET

NEET è l’acronimo inglese di “Not (engaged) in Education, Employment or Training”, utilizzato in economia e in sociologia del lavoro per indicare individui che non sono impegnati nel ricevere un’istruzione o una formazione, non hanno un impiego né lo cercano, e non sono impegnati in altre attività assimilabili, quali ad esempio tirocini o lavori domestici

In altre parole NEET in italiano vuol dire né studente – né lavoratore (o in cerca di lavoro). L’acronimo è stato usato per la prima volta nel luglio 1999 in un report della Social Exclusion Unit del governo del Regno Unito, come termine di classificazione per una fascia di popolazione. L’Istat nel rapporto “Noi Italia 2014” ha diffuso una serie di dati secondo i quali, in Italia i NEET sono oltre due milioni e costituiscono circa il 24% dei giovani di età compresa tra i 15 e i 29 anni, una quota di gran lunga superiore a quella media dell’Unione Europea (15,9 %).
Ad esempio la Spagna presenta una percentuale di NEET pari al 22,6 %, mentre Grecia e Bulgaria hanno incidenze maggiori, rispettivamente 27,1 % e 24,7 %. Nella maggior parte dei Paesi Europei il fenomeno coinvolge in misura maggiore le donne con una percentuale pari al 17,8 % contro il 14,0 % degli uomini.
Analizzando la dimensione del fenomeno in Italia, si osserva che mediamente interessa maggiormente le donne (26,1%), mentre per gli uomini la percentuale è del 21,8 %. L’incidenza del fenomeno raggiunge il livello più alto nel Meridione, dove in Sicilia e Campania si raggiungono valori percentuali più elevati, rispettivamente pari al 37,7% e 35,4%. Anche in Calabria e Puglia la situazione è allarmante con presenze di NEET pari al 33,8$ e al 31,2%.
Da notare che nel Mezzogiorno d’Italia il fenomeno dei NEET è così diffuso da non mostrare nette differenze di genere. Infatti, gli uomini sono al 31,6% e le donne al 35,0%. Numeri impietosi che necessitano di una inversione di tendenza, cominciando dalle scuole attraverso programmi, didattiche e insegnanti più innovativi e aggiornati.

Anni settanta: 30 politico ed esami di gruppo

da tecnicadellascuola.it

Anni settanta: 30 politico ed esami di gruppo

Ecco cos’era il 30 politico negli anni ’70 e come si svolgevano gli esami di gruppo: senza nostalgia

Per ricordare negli anni settanta cosa erano il 30 politico e gli esami di gruppo all’Università, si riporta come testimonianza lo stralcio di un articolo di Lorenzo Matteoli (Ordinario di Tecnologia dell’Architettura alla Facoltà di Architettura del Politecnico di Torino (1980), Preside della Facoltà dal 1981 al 1986, direttore del Dipartimento di Scienze e Tecniche per i Processi di Insediamento (1983-1989) ) dal titolo “Gli esami di gruppo alla Facoltà di Architettura di Torino nei dodici terribili anni 1969-1981” che dice: “Sotto la pressione “illuminata” dello “studente massa” si inventarono altre istituzioni interessanti. Fra le più note il “30 politico” e “l’esame di gruppo”. Spesso i due istituti si associavano in una terza combinazione di “esame di gruppo con 30 politico”.
L’esame di gruppo venne poi portato a superiori livelli di raffinatezza quando venne inventato il “seminario pluricorso”: 4 o 5 professori si associavano per svolgere un seminario annuale su un tema specifico. Gli studenti che seguivano il seminario si qualificavano per avere registrati sul libretto i quattro o cinque esami dei professori consorziati. Ovviamente con un “trenta politico” e un “esame di gruppo”, de rigueur. In parole povere trenta o quaranta studenti, assistiti da 4 o 5 professori, formavano un seminario e alla fine del seminario discutevano i risultati con la commissione composta dai 4 o 5 professori consorziati che registravano il trenta politico per i 4 o 5 esami a tutto il gruppone. La “fabbrica di esami”. Siccome poi era impossibile che tutti discutessero e prendessero la parola la discussione veniva delegata a due o tre fra i più brillanti studenti del gruppo mentre gli altri stavano a sentire rigorosamente muti. Con cinque o sei seminari ti laureavi comodamente senza problemi, molti “compravano” la partecipazione al seminario finanziando il leaderino di turno, non venivano nemmeno in Facoltà se non per la liturgia finale e raccogliere i voti sul libretto”.

Cambia il sistema di posta elettronica su istruzione.it

da tecnicadellascuola.it

Cambia il sistema di posta elettronica su istruzione.it

Ma è importante utilizzare la casella, anche solo periodicamente. In caso contrario se ne rischia la disattivazione.

Con una nota ufficiale inviata all’indirizzo di posta elettronica istituzionale del personale scolastico, il Miur  comunica il potenziamento e l’aggiornamento della casella di posta elettronica.
In questa comunicazione si precisa l’avvenuta migrazione delle caselle di  posta elettronica aventi dominio istruzione.it verso i nuovi sistemi di posta elettronica. Si passa dai 10 MB di memoria  del precedente sistema ad uno spazio su server della casella aumentato a 100 MB. Adesso la dimensione massima dei messaggi di posta (allegati compresi) è di 20 MB, il numero massimo di destinatari pari a 50. Nonostante il cambio di piattaforma resta  il mantenimento del medesimo indirizzo di posta in seguito alla migrazione sul nuovo sistema. Nel passaggio a questo nuovo sistema non si sono perse le rubriche memorizzate e le regole di filtro per i messaggi di posta.
Come novità viene introdotta la possibilità di consultazione della casella di posta via webmail . Si ricorda inoltre che, al fine di contenere i costi di gestione del servizio di posta elettronica, il MIUR adotta delle policy che prevedono la disattivazione delle caselle del personale scolastico non più utilizzate. In particolare, alle scuole il cui personale non sia entrato nella propria casella per un periodo superiore a 9 mesi, verrà notificato un messaggio che le avverte della possibilità che la stessa venga disattivata nel caso l’inutilizzo si protragga per un periodo di 30 giorni successivo alla predetta notifica.
Si precisa inoltre che entro 3 mesi dalla data di disattivazione sarà ancora possibile ripristinare la casella ed i relativi contenuti. Il messaggio di notifica conterrà tutte le informazioni. Si consiglia di usare ed entrare più spesso alla casella
nome.cognome@istruzione.it Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E’ necessario abilitare JavaScript per vederlo. , perché si evita la disattivazione del servizio. Si ricorda che nel caso della mobilità la notifica della domanda di trasferimento viene inviata proprio sulla casella di posta personale del docente  @istruzione.it . Quindi è importante utilizzare e controllare il servizio di posta elettronica che ha ogni insegnante.