C. Fanti, 2014, Odissea nella scuola

fantiClaudia Fanti, 2014, Odissea nella scuola

Youcanprint Self-Publishing

Collana:Saggistica

Data uscita:01/11/2014

Pagine:506

Lingua:Italiano

EAN:9788891163974

L’autrice offre a chi ama la scuola la propria testimonianza civile e professionale con questa raccolta di articoli commentati e inquadrati nella storia del sistema scolastico degli ultimi anni mentre i ministri dell’istruzione cambiavano. Il suo sguardo è sempre rivolto ai soggetti in relazione. I rumori, le parole, il gran movimento dei corpi e dei pensieri dei bambini e delle bambine, l’apprendimento, la bellezza delle scoperte, le difficoltà dell’essere sempre in situazione, le scelte pedagogiche per far crescere i soggetti fanno sembrare lontane ed estranee, talvolta ostili al mondo delle aule, le decisioni dei governi, ma anche il racconto che della scuola fanno tanti “esperti”.


“Una lettura bella e interessante. Dal cuore dell’insegnamento/apprendimento uno sguardo al complesso della scuola, delle politiche scolastiche dal 2000 ad oggi, dei contesti sociali e culturali che caratterizzano il nostro tempo. Dall’anticipo scolastico, all’introduzione del voto numerico alla primaria, dall’invalsi al maestro unico, dal tempo scuola ridotto ad uno spezzatino di attimi alla carriera degli insegnanti, dall’ascolto dei bambini al non ascolto dei governi, dalla valutazione formativa all’apprendimento cooperativo, dalla scuola dei progetti alla scuola dell’apprendimento significativo, dall’autonomia vuota all’autonomia piena di responsabilità, libertà di ricerca e sperimentazione didattica e metodologica…e tanto altro ancora …” (Cosimo De Nitto)

Insegnare ed imparare

Insegnare ed imparare di Umberto Tenuta

canto 324

−INSEGNARE: tradurre in segni

−imparare:

  • scoprire( inventare, costruire) SAPERI

E attraverso queste attività:

  • acquisire competenze ed atteggiamenti

 

 

Le parole sono simboli.

Segni ai quali si è convenuto di dare un determinato significato.

Simboli, linguaggio simbolico.

Se non ci si mette d’accordo assieme −sun, insieme− sui significati, i significanti non dicono niente, sono meri flatus vocis.

Credo che ormai tutti siano d’accordo nel ritenere che insegnare non significa imprimere le conoscenze nelle menti degli studenti.

Se non altro, perchè, se così fosse, ogni onesto insegnante stamperebbe (imprimere, dal francese, stampare) le stesse conoscenze nelle menti di tutti i suoi venticinque studenti.

E perciò sarebbe preferibile utilizzare altri termini al posto di insegnare, insegnante, insegnamento.

Ma non è facile cambiare il lessico che si è consolidato nei secoli.

Ed allora sembra opportuno dare una interpretazione accettabile del termine INSEGNARE.

INSEGNARE, in−segno, in−segni, tradurre in segni.

Che fa l’insegnante?

Traduce in segni orali o scritti i significati che vuole siano appresi.

Utilizza, cioè, simboli grafici oppure orali.

Spetta agli studenti decodificare i simboli offerti dal docente.

Ma per essere capace di decodificare, lo studente deve avere codificato.

A quel particolare frutto deve avere associato il simbolo MELAGRANA.

Solo se questa associazione ha precedentemente fatto, lo studente capisce che il simbolo grafico oppure orale MELAGRANA significa, indica quel determinato frutto.

Si potrebbe ipotizzare di utilizzare immagini anziché oggetti fisici.

Ho sempre sconsigliato di sposare per procura, previo scambio di fotografie!

Soprattutto oggi con le tecniche fotografiche disponibili anche negli smartphone!

Meglio fare come SAN TOMMASO!

Mettere le mani nel costato.

Nihil est in intellectu quod prius non fuerit in sensu.

Pertanto, atteniamoci al motto di Confucio:

Se ascolto, dimentico

Se vedo, ricordo

Se faccio, capisco.

Occorre cominciare dal fare, manipolare, toccare…

Cose dette e ridette, anche in precedenti scritti.

Allora?

Un bravo maestro si legge:

prima:

ROSA AGAZZI , IL Museo didattico

poi:

MARIA MONTESSORI, La scoperta del bambino

Solo così, la BUONASCUOLA diventa un BUON LABORATORIO.

Un Laboratorio matematico, scientifico, geografico, storico, linguistico, musicale, pittorico…

Operando, preferibilmente in gruppi, gli studenti acquisiranno conoscenze e matureranno competenze ed atteggiamenti.

SAPERI (conoscenze)

SAPER FARE (competenze)

SAPER ESSERE (atteggiamenti).

Al riguardo, forse è il caso di ribadire che il risultato più importante è il rafforzamento dell’innato bisogno umano di conoscere.

Parafrasando Lessing, si potrebbe concludere che, al di sopra delle conoscenze acquisite, sta la capacità di acquisirle e soprattutto il desiderio di acquisirle.

L’augurio è che dalla BUONASCUOLA escano giovani che abbiano accresciuto, e non mortificato, il loro innato bisogno umano di conoscere.

Giovani che, terminata la loro esperienza scolastica, si portino dentro più domande che risposte!

Domande alle quali altre domande si aggiungeranno.

Ma domande alle quali essi sapranno dare accettabili risposte nel lungo corso della loro vita.

 

Tutti i miei Canti −ed altro− sono pubblicati in:

http://www.edscuola.it/dida.html

 

‘La Buona scuola’: conclusioni senza l’oste

da Il Fatto Quotidiano

‘La Buona scuola’: conclusioni senza l’oste

Anche se Madia aveva annunciato che i risultati dell’“ascolto” sul piano la Buona Scuola – concepito e pubblicato in fretta e furia, con solo un mese di lavoro alle spalle, il 3 settembre scorso; “sondato” dal 15 settembre al 15 novembre attraverso un questionario non meno pedestre del documento stesso – sarebbero usciti immediatamente, solo lunedì prossimo il Miur li pubblicherà. Intanto sabato – in una curiosa e drammatica confusione di ruoli tra partito di maggioranza e governo, di cui il Paese sembra non accorgersi – il Pd anticiperà le conclusioni, nell’iniziativa #labuonascuola. Il futuro è adesso! La liturgia sarà celebrata da Giannini (ministro), Faraone (sottosegretario), Puglisi (responsabile scuola Pd) e conclusa da Renzi (segretario Pd e premier).

Come è noto le risposte al sondaggio sulla proposta Renzi sono 65mila. Una cifra decisamente deludente, considerando che ci sono 728mila prof che sono indicati nell’organico di fatto, e 101mila insegnanti di sostegno; 2.580.007 sono gli studenti della secondaria di II Grado; complessivamente 7.878.661 è il totale degli studenti italiani, cui corrisponde un numero più o meno doppio dei rispettivi genitori  (dati: La Scuola in cifre 2013-14, Servizio Statistico Miur). Un bottino, dunque, particolarmente deludente, soprattutto considerata la vastissima potenziale platea. La ‘propaganda di regime’ – complici gran parte dei media, tutti i siti istituzionali occupabili, spot pubblicitari passati sulle reti Rai che vorremmo sapere come e perché sono stati pagati – aveva entusiasticamente chiamati tutti allarme, persino i nonni…

Delle 65mila risposte che sono state fornite al sondaggio non conosciamo gli esiti (tra esse c’è anche la mia: #megliolalip). Perché una proposta del mondo della scuola già esiste, anche se il governo la ignora. E attualmente è un disegno di legge (e non un pdf pedestre, pieno di refusi e di anglicismi di matrice economicista) che attende di compiere il proprio iter istituzionale. Ed esiste un concreto pronunciamento del mondo della scuola sul Piano Renzi, anche se il Governo tende ad ignorare anche quello. Si tratta di 200 delibere di collegi dei docenti che gli Autoconvocati delle Scuole di Roma e del Lazio e il Comitato per la Riproposizione della Lip hanno raccolto non in due mesi, come le risposte al sondaggio, ma in un solo mese; e non con un imponente spiegamento di forze. Ma con l’impegno di insegnanti che hanno responsabilmente risposto all’invito del governo di pronunciarsi sul documento renziano. Senza l’aiuto dei sindacati, che pure – se avessero voluto essere della partita – avrebbero potuto spendersi meglio e più efficacemente per ottenere un risultato.

Eppure gli esiti sono inconfutabili. Innanzitutto non esiste una sola delibera o mozione favorevole alla Buona Scuola. Una delibera di collegio è poi un atto formale e giuridicamente significativo, a differenza del segno di spunta su un sondaggio online; inoltre, ogni delibera (la maggior parte sono state votate all’unanimità) corrisponde al pronunciamento di un numero variabile dai 70 ai 120 docenti. Per il momento, però, nessuno ha voluto ascoltare e tenere in considerazione questa macroscopica evidenza.

Tutti devono però sapere. La propaganda cercherà di spacciare per buoni i risultati di un flop gigantesco su una proposta che configurerebbe la conclusione naturale e drammatica del percorso di aziendalizzazione della scuola statale. Dove ciascun istituto non sarà più istituzione dello Stato, ma agenzia di servizi a domanda individuale. Inserendosi nell’alveo di un accordo nel merito e nel metodo trasversale, il piano scuola di Renzi scardina i principi della democrazia scolastica fondata sul pluralismo e sulla libertà di insegnamento e li sostituisce con l’autoritarismo del dirigente scolastico, decisore unico delle sorti dei sottoposti; i principi dell’uguaglianza e dell’unitarietà del sistema scolastico, perché ammette e anzi favorisce l’entrata dei privati nella scuola, ampliando inevitabilmente la sperequazione tra istituti scolastici, a seconda di indirizzi, territori, destinatari; annulla il principio pedagogico della collaborazione collegiale e del lavoro condiviso, configurando una figura di insegnante-monade, che impegna le proprie capacità per costruire una carriera che gli garantisca di prevalere sugli altri economicamente e nella collezione dei crediti; un docente che sceglie le proprie sedi per potersi affermare, cercando rivali meno “pericolosi”, su cui far prevalere la propria “produttività”; un docente che valuta ed è valutato non già in base al mandato che la Costituzione gli ha implicitamente affidato (favorire la cittadinanza consapevole), ma in base alla capacità di affossare il sapere critico analitico, obiettivo dell’Invalsi e del Sistema Nazionale di Valutazione di cui esso è la gamba principale. In tutto ciò, studenti: sventurate pedine del gioco.

Tutto ciò si chiama concorrenza e libero mercato. Ma con la scuola, con gli studenti, cosa c’entra? Si tratta, insomma, di una proposta che per metodo e merito non può essere una base nemmeno di confronto (che comunque non è al momento nell’agenda del Governo); è una proposta inemendabile. Una parte della scuola si è così pronunciata, rilanciando – costruttivamente – la propria proposta: un disegno di legge di 29 articoli Per la Buona Scuola della Repubblica.

Studenti con Dsa, bocciatura nulla se non c’è un piano didattico ad hoc

da Il Sole 24 Ore

Studenti con Dsa, bocciatura nulla se non c’è un piano didattico ad hoc

di Franco Portelli

Sanzionate le scuole che non realizzano il Progetto educativo specifico (Pdp) per gli alunni in difficoltà: in una nota dell’Usr Piemonte le sentenze Tar in materia

Le difficoltà di apprendimento degli alunni pongono la scuola di fronte a una sfida complessa: quella di individuare idonee metodologie di intervento. La circolare ministeriale n° 8 del 6/3/2013 prevede la necessità di un progetto educativo didattico specifico (Pdp) per ciascun alunno che manifesta bisogni educativi speciali, anche per chi ha uno svantaggio culturale, personale o sociale. L’elaborazione di un Pdp deve avvenire dopo un’attenta analisi della situazione dell’alunno e deve contenere le strategie e le metodologie didattiche utilizzate, le misure compensative e dispensative adottate e le indicazioni per la valutazione degli apprendimenti.
Cosa succede se la scuola non realizza il Pdp?
Una nota del 4 novembre 2014, emanata dall’Ufficio scolastico Regionale per il Piemonte, riporta diverse sentenze che hanno approfondito la mancata adozione del piano didattico personalizzato da parte dell’istituzione scolastica. La scarsa conoscenza del Pdp, o la difficoltà di realizzazione, limita la diffusione di questo importante strumento: diversi docenti disattendono la normativa. Ad intervenire sono però i giudici. Il Tar Lombardia, con sentenza n. 2356 del 15 settembre 2014, ha accolto il ricorso, presentato dai genitori contro il giudizio di mancata ammissione del figlio. La motivazione è determinata dal fatto che l’Istituto ha omesso di predisporre il Percorso educativo personalizzato relativo all’alunno ricorrente e, comunque, nel corso dell’anno scolastico non ha adottato sufficienti strumenti per mettere in condizione lo studente, con problemi di apprendimento, di poter seguire proficuamente e con successo il corso di studi. Anche il Tribunale di Giustizia Amministrativa sezione autonoma di Trento e Bolzano (sentenza n. 122 del 25 marzo 2011) ha dichiarato illegittimo il provvedimento di non ammissione di uno studente con Dsa alla classe successiva. Anche in questo caso alla scuola sono stati imputati una serie di comportamenti omissivi: mancata adozione del Pdp, omessa definizione e attuazione degli strumenti compensativi e delle misure dispensative, difetto di rapporti collaborativi con A.S.L. e famiglia. Anche il Tar Lombardia, con l’ordinanza sospensiva n. 371 del 12 marzo 2014, ha “rilevato che la scuola non ha approvato il piano didattico personalizzato ed ha quindi annullato il giudizio contenuto nella pagella di I quadrimestre di uno studente con disturbi specifici di apprendimento”. Non basta redigere il Ppd ma occorre anche attuarlo nei tempi giusti. A questo proposito il Tar Molise, con sentenza breve n. 612 del 17 ottobre 2013, ha annullato il giudizio di non ammissione di uno studente con Dsa, poiché il collegio giudicante ha rilevato che “il piano didattico versato in atti dalla difesa non reca alcuna data, né ha un numero di protocollo, talché si può supporre sia stato redatto solo di recente”. In questo caso è stato ipotizzato che il Piano è “tardivo” essendo stato realizzato negli ultimi mesi dell’anno scolastico.

Troppi compiti a casa? Ma i problemi sono a monte

da Il Sole 24 Ore

Troppi compiti a casa? Ma i problemi sono a monte

di Flavia Foradini

Sciabordati da sguardi veloci all’ultimo approfondimento Ocse («In Focus 46») sullo studio domestico dei 15enni di 65 Paesi, che vede l’Italia al secondo posto, con 8,7 ore alla settimana, è facile essere indotti a lanciare anatemi contro i compiti a casa. Una lettura più accurata suggerisce però altro. Per esempio: in ambito Ocse, chi fa più compiti a casa ha mediamente migliori risultati in matematica.

Con il loro “usus magister est optimus”, i latini celebravano l’esercizio e la pratica come grandi maestri e forse non è casuale che molte altre culture abbiano detti dello stesso tenore. Come risulta ora dallo studio Ocse, la matematica ne è una buona dimostrazione, ma non è l’unica. Molte altre materie vivono di una ripetizione a spirale, che approfondisce sempre più i contenuti, fissandoli attraverso l’esercizio anche domestico, creando automatismi importanti, quelli che formano basi solide. Ci sono per esempio le lingue straniere. Lo sa chiunque si occupi di materie in asse linguistico: senza esercizio si dimentica piuttosto velocemente pure la propria lingua materna. Provate a stare in un Paese straniero per qualche tempo, senza più contatti con l’idioma di origine, e comincerete a non trovare più le parole per scrivere una email ai vostri genitori.
Provate a non dare il via ad una certa procedura col vostro computer per un po’ di tempo: quando servirà di nuovo, farete fatica a ricostruirla.
E non c’entra nulla l’intelligenza. C’entrano l’esercizio, la prassi quotidiana. Un’ulteriore conclusione Ocse, al di là delle singole materie: fra i 510mila studenti in rappresentanza di circa 28 milioni di quindicenni, coloro che studiano di più a casa hanno risultati migliori nei test di competenza alfanumerica Pisa.
Demonizzare lo studio a casa tout court appare come una conclusione affrettata. Chi plaude al forfettario fondamentalismo del “niente compiti a casa” dimentica di diversificare: per ordine di scuola, per numero di ore trascorse sui banchi, per materia, per didattica di classe, per tipo di utenza, per tipologia di compito assegnato.
Un altro dato messo in luce dal Focus Ocse n. 46: c’è un divario anche notevole, nelle ore trascorse settimanalmente a casa facendo compiti, tra chi è avvantaggiato socio-economicamente e chi no. I ragazzi con situazioni di tranquillità domestica, studiano di più. Per questo parametro, l’Italia fa registrare il divario massimo di quasi 4 ore (contro 1,6 di media Ocse). Un dato su cui riflettere, perché se è vero che chi si esercita di più in matematica (in inglese, in informatica), ha anche migliori risultati, e se è vero che a casa chi studia di più è avvantaggiato da situazioni famigliari relativamente serene, allora ci sono elementi per temere che la scuola italiana stia andando verso una deriva fortemente classista: chi può (economicamente, socialmente) studia e va avanti, chi non può, resta indietro. Alla faccia delle eque opportunità e degli ascensori sociali, perché invece ci sono molti Paesi nei quali il divario tra studenti avvantaggiati e svantaggiati è minimo, in fatto di opportunità di ore di studio a casa: per esempio in Estonia e Montenegro, Brasile e Danimarca, o Tunisia. In Serbia e Turchia non vi è alcuna differenza nel monte ore tra chi è agiato e chi no.

Rispetto al mero conteggio del tempo dedicato ai compiti a casa, questo dato deducibile dall’approfondimento Ocse appare assai più rilevante.
Naturalmente, leggendo sia l’approfondimento, sia il volume IV Pisa 2012 cui esso fa riferimento, vi sono molte altre domande che sorgono spontanee, e a cui sarebbe utile non rispondere con una sciabolata trasversale: qual è la qualità dei compiti assegnati a casa? Quali e quanti compiti sono sensati?
E facendo un imprescindibile passo indietro: com’è la didattica in classe? Si avvale di strumenti – i libri di testo in primis, ma anche altro – all’altezza delle nuove sfide? La digitalizzazione delle scuole italiane non ha affrontato ancora a fondo il nodo della qualità di testi e strumenti di lavoro, e gli editori vanno in ordine sparso. Uno sterile pdf di un libro di Storia (a carissimo prezzo – come mai non costano 2,99€?), anche se occhieggia da uno schermo di computer o tablet, non rende di per sé la Storia più fruibile o più interessante, né in classe, né a casa.
E appunto: su quali materiali lavorano i ragazzi nelle loro stanzette? E cosa significa “8,7 ore sui libri”? Come lavora un ragazzino tutto il pomeriggio a casa da solo perché i genitori sono fuori a cercare di sbarcare il lunario? Magari è effettivamente alla scrivania per 2 ore al giorno. Ma per quanto di questo tempo è concentrato sullo studio?
I giovani italici apprendono a sufficienza, prima dai genitori e poi dalla scuola, cosa siano pertinenza, efficienza ed efficacia? Lavorare concentrati per poco tempo, è meglio che dilungarsi per ore sui libri aperti sul tavolo. I finlandesi e i coreani a casa si esercitano meno di tutti: meno di tre ore. Ma evidentemente in modo efficiente ed efficace, visto che hanno le migliori competenze. Gli analisti dell’Ocse affermano del resto che ciò che supera le quattro ore alla settimana, non aiuta la prestazione scolastica in modo significativo. Forse invece che mettere sotto accusa i compiti a casa, andrebbe riconsiderata la filiera a monte.

Merito, alternanza, didattica digitale: ecco di cosa ha bisogno la «Buona Scuola»

da Il Sole 24 Ore

Merito, alternanza, didattica digitale: ecco di cosa ha bisogno la «Buona Scuola»

di Claudio Tucci

Oggi il ministro Giannini presenta i risultati della consultazione pubblica sul piano del Governo: l’auspicio è che gli studenti e la qualità della formazione tornino al centro del dibattito

Cosa hanno chiesto studenti e insegnanti al Governo sul documento «La Buona Scuola»? Lo scopriremo oggi quando il ministro, Stefania Giannini, presenterà i risultati della consultazione pubblica svoltasi dal 15 settembre al 15 novembre. L’auspicio è che i temi caldi del programma del Governo sull’istruzione non si esauriscano in sorta di plebiscito al piano di maxi-assunzioni di 148mila precari, di cui la scuola, oggi, non ha bisogno, soprattutto in questo numero (e non è neanche obbligata dalla recente sentenza Ue sull’eccessiva reiterazione dei contratti a termine per coprire posti liberi e disponibili).

Una buona notizia sarebbe che gli insegnanti non boccino il nuovo sistema di aumenti stipendiali, non più legati all’anzianità, ma (finalmente) al merito e alla valutazione (gli attuali scatti d’anzianità nella scuola sono un unicum in tutto il pubblico impiego). Sarebbe anche una bella notizia se si promuovessero i miglioramenti delle competenze nelle lingue straniere, nella didattica digitale, nei laboratori, nell’alternanza scuola-lavoro, che soprattutto oggi sono fondamentali per i ragazzi. Vedremo.

Le “Buone Scuole”
È un passo avanti che la discussione su «La Buona Scuola», anche in vista del decreto Istruzione che dovrà tradurre in norme le dichiarazioni programmatiche del Governo, avverrà al ministero dell’Istruzione (e non a palazzo Chigi); e che il Miur farà vedere anche alcune esperienze di eccellenza delle scuole italiane. Nel Salone dei Ministri, sempre oggi, gli studenti del liceo Lussana di Bergamo mostreranno come le tecnologie possono supportare la didattica e la valutazione. Quelli del liceo Visconti di Roma racconteranno le nuove modalità di apprendimento della storia dell’arte attraverso l’osservazione diretta, a scuola, del restauro di un dipinto antico. Sarà allestito anche un laboratorio sulle potenzialità delle tecnologie per rendere accessibile la didattica a chi ha diverse abilità a cura della scuola Sant’Ambrogio – Negrar CTS di Verona. Gli studenti del Machiavelli di Roma racconteranno l’iniziativa «Together in Expo».

Lungo i corridoi del secondo piano del Ministero, dove si trovano le stanze del Ministro e dei Sottosegretari, ci saranno laboratori musicali con la collaborazione degli studenti dei licei Farnesina di Roma, del liceo Manzoni di Latina dell’Istituto Comprensivo Macherione di Giarre (CT). Gli studenti dell’Itis Avogadro di Torino porteranno al Miur il loro progetto «Io c’ero. Il punto di vista e di visione degli studenti» riprendendo la giornata con le loro telecamere. I ragazzi degli Istituti Sereni di Roma e Garibaldi di Pescia (PT) cureranno l’allestimento del verde come esercizio laboratoriale. Gli alunni dell’Istituto Colombo di Roma si occuperanno dell’accoglienza degli ospiti e quelli del Baffi di Roma e del Mattei di Rosignano (LI) saranno responsabili dei punti ristoro come momento di verifica delle loro competenze pratiche. Ecco anche di questo, oggi, è bello che si parli.

Troppi compiti a casa: con le scuole “aperte” diminuiranno

da La Tecnica della Scuola

Troppi compiti a casa: con le scuole “aperte” diminuiranno

Il ministro Giannini si sente di rassicurare gli studenti italiani, che secondo l’Ocse avrebbero un carico di compiti a casa di circa 9 ore a settimana, eccessivo rispetto agli altri paesi: ciò avviene perché da noi adottiamo il modello didattico con una struttura ancora frontale, ma il problema non esisterà più introducendo più interazione nella didattica in classe tra studenti e prof. Intanto, però, per Angela Nava, presidente Coordinamento genitori democratici, l’eccesso di compiti è un chiaro segnale del fallimento della scuola. Critico pure Massimo Di Menna (Uil).

Il ministro dell’Istruzione, Stefania Giannini, sembra accogliere le critiche provenienti da più parti sull’eccesso di compiti a casa che i docenti italiani assegnerebbero ai loro alunni. Il responsabile del Miur ha assicurato, a tal proposito, che con la nuova scuola vi saranno sicuramente meno compiti da svolgere nell’ambiente extra-scolastico.

Giannini lo ha detto a margine del Consiglio europeo a Bruxelles su educazione e giovani, interpellata sui dati dell’Ocse secondo cui gli scolari italiani avrebbero un carico di compiti a casa, circa 9 ore a settimana, eccessivo rispetto alle medie di altri paesi paragonabili.

“E’ un po’ il modello didattico che ha ancora una struttura molto frontale, e questo comporta necessariamente l’assegnazione di compiti nelle ore non scolastiche”, ha rilevato la Giannini.

“Noi vogliamo delle scuole aperte, con una maggiore interazione nella didattica in classe tra studenti e insegnanti. Credo quindi che i compiti diminuiranno con la nuova scuola, e non è male che i compiti diminuiscano, purché – ha concluso il ministro – ci sia la compensazione di qualità come la vogliamo”.

Viene da chiedersi, tuttavia, quanto la qualità delle conoscenze e competenze di nostri alunni possa dipendere dalla quantità di compiti assegnata dai docenti: ma perché l’Ocse si sofferma su questo genere di ricerche, alla resa dei conti fine a se stesse? Sulla questione, intanto, sono intervenuti diversi esperti di scuola.

“Pur non essendo talebani nel chiederne l’eliminazione, riteniamo che un aggravio di compiti a casa oltre a essere discriminante – osserva  Angela Nava, presidente del Coordinamento genitori democratici – è un chiaro segnale del fallimento della scuola. I tagli attuati negli ultimi anni (meno tempo scuola, più bambini in classe, più affanno per gli insegnanti) hanno fatto sì che i compiti a casa siano diventati una modalità per andare avanti e completare i programmi. Quanto ai risultati scolastici è dimostrato anche dai dati Ocse che più compiti non significa automaticamente migliori risultati. Tutto ciò dovrebbe imporre una seria riflessione”.

Non si stupisce di quanto rivelato dallo studio Ocse il segretario generale della Uil scuola, Massimo Di Menna, che ha anni di insegnamento alle spalle. “Finlandia e Corea che sono i paesi che hanno meno ore di lavoro a casa per gli alunni sono realtà dove per l’ambiente scolastico (aule, laboratori, attrezzature) c’è maggiore attenzione e investimenti. Quanto più c’è attività di studio e ricerca in classe, meno serve il lavoro a casa”.

Di Menna osserva che comunque il dato dell’Ocse e’ un dato medio: “Ci sono tantissime scuole, tantissimi insegnanti in Italia che adottano modelli innovativi che consentono di fare attività principalmente in classe. Ciò non toglie che da noi si registrino forti ritardi. La Lim, ad esempio: ancora non è stato completato il piano per adottarla ovunque e lo strumento è già superato” ha aggiunto il sindacalista ricordando che l’Italia è il penultimo Paese nella classifica della spesa per l’istruzione.

Assunzioni e organico funzionale: anche i senatori hanno dubbi

da La Tecnica della Scuola

Assunzioni e organico funzionale: anche i senatori hanno dubbi

I senatori della Commissione Cultura danno libera al disegno di legge sulla stabilità 2015 ma esprimo qualche perplessità sul fatto che a settembre 2015 l’organico funzionale sia già a regime.

I dubbi  e le perplessità che da più d due mesi la nostra testata sta manifestando non sono così peregrini. Ovviamente il sottosegretario Faraone fa bene, anzi benissimo a dichiararsi ottimista: ci mancherebbe altro che un componente del Governo dica di non essere sicuro che l’obiettivo venga raggiunto.
Ma il ruolo degli organi di informazione è proprio quello di raccontare i fatti e di segnalare incongruenze e contraddizioni; ed è quello che noi facciamo ogni giorno.
Nella giornata del’11 dicembre la Commissione Cultura del Senato ha espresso il proprio parere sulle parti del disegno di legge stabilità 2015 che riguardano più direttamente la scuola.
Il parere è sostanzialmente favorevole ma la Commissione lo accompagna con alcune condizioni e osservazioni.
Due condizioni riguardano proprio la questione dell’organico funzionale.
La prima: “sia data sollecita attuazione all’organico funzionale per ciascun istituto, indispensabile per garantire l’ordinaria attività didattica, educativa, amministrativa, tecnica e ausiliaria, le esigenze di sviluppo delle eccellenze, di recupero, di integrazione e sostegno ai diversamente abili e di programmazione dei fabbisogni di personale scolastico”.
La seconda è ancora più puntuale: in merito all’articolo 2, comma 80, si reputa indispensabile che l’eliminazione dell’esonero dall’insegnamento (derivante dall’abrogazione dell’articolo 459 del testo unico sulla scuola) sia correlata all’effettiva operatività dell’organico dell’autonomia, che potrebbe non essere completamente raggiunta dal 1° settembre 2015″.
Appare evidente che i senatori nutrono più di un dubbio sulla effettiva attivazione dell’organico funzionale già a partire dal prossimo settembre, altrimenti non si comprenderebbe il senso delle ultime parole della seconda condizione.
Quanto agli esami di Stato la Commissione “manifesta perplessità sull’applicazione all’anno scolastico in corso dei nuovi criteri per la composizione delle commissioni d’esame, tenuto conto che essi saranno conoscibili dalle scuole all’incirca durante il secondo quadrimestre, in una fase molto avanzata di preparazione agli esami di Stato”.
Vedremo se il Governo terrà conto di questi “appunti” del Senato in sede di approvazione del decreto legge già preannunciato da Faraone.

Soffitto pericolante: codice 01 o AA?

da La Tecnica della Scuola

Soffitto pericolante: codice 01 o AA?

Questo ed altri dilemmi sono stati discussi e affrontati dai tecnici ministeriali e regionali che hanno messo a punto il nuovo tracciato dei record dei files dati dell”anagrafe dell’edilizia scolastica. Il tutto sta scritto in un apposito accordo approvato in sede di Conferenza unificata. Ma intanto i soffitti continuano a crollare.

E’ stato sottoscritto nei giorni scorsi un nuovo accordo in sede di Conferenza Unificata Stato-Regioni-Enti Locali in materia di anagrafe degli edifici scolastici.
Va detto che nel corso degli ultimi 15 anni le rilevazioni, i monitoraggi, i censimenti e quant’altro su tale argomento si sono susseguiti in modo costante; con quali esiti non è dato di sapere dal momento che spesso, per conoscere lo stato di salute del patrimonio edilizio ad uso scolastico, bisogna fare riferimento a indagini meno ufficiali come per esempio quelle condotte da Legambiente.
E così, mentre le notizie di soffitti che crollano, di intonaci che si staccano e di controsoffittature che si sbriciolano sono diventate ormai una costante e riguardano un po’ tutto il territorio nazionale, a livello centrale non si riesce ad andare molto al di là dell’ennesimo monitoraggio che servirà in sostanza a creare nuove incombenze per gli uffici delle segreterie scolastiche.
Peraltro il dato curioso è che questa volta l’accordo sottoscritto non rguarda neppure piani di intervento o distribuzione di risorse, ma molto più semplicemente le caratteristiche tecniche dei files che dovranno contenere i dati delle rilevazioni. Da notare che questo lavoro era iniziato più o meno un anno fa ed era già stato oggetto di un accordo nel mese di febbraio. Adesso pare che i tecnici delle diverse regioni si siano confrontati e abbiano risolto i problemi in sospeso: il codice per indicare lo stato di conservazione dell’edificio deve essere numerico o alfabetico? bisogna avere un codice per stabilire se l’edificio è di proprietà statale o meno? e così via. Ma siccome in alcuni casi il nuovo tracciato è diverso da quello usato finora, diverse regioni hanno già chiesto una proroga fino al prossimo mese di giugno per poter procedere all’allineamento dei dati.
Ovviamente tutta questa operazione ha dei costi e pare che a nessuno venga in mente che forse queste risorse potrebbero essere spese per mettere in sicurezza qualche soffitto piuttosto che per disquisire sui codici da utilizzare per indicare quale parte dell’edificio è pericolante.

Entro gennaio l’avvio dei corsi di specializzazione su sostegno per i docenti in esubero

da La Tecnica della Scuola

Entro gennaio l’avvio dei corsi di specializzazione su sostegno per i docenti in esubero

L.L.

Il Miur illustra la procedura per l’attivazione dei corsi da parte delle Università che hanno dato la propria disponibilità, previa intesa con le istituzioni scolastiche destinatarie dei fondi messi a disposizione dal Miur

Con la nota prot. n. 18848 dell’11 dicembre 2014 il Miur ha dettato istruzioni per l’avvio, entro gennaio 2015, dei corsi di formazione per il conseguimento della specializzazione per le attività di sostegno destinati al personale docente appartenente a posto o classe di concorso in esubero.

I corsi sono stati regolamentati con decreto del Direttore generale per il personale scolastico n. 7 del 16 aprile 2012.

Ai corsi partecipano i docenti titolari delle classi di concorso in esubero riferite all’organico di diritto degli aa.ss. 2012/2013 e 2013/2014s, che avendo prodotto domanda entro le date stabilite dalle specifiche circolari ministeriali o regionali, sono stati inseriti negli appositi elenchi predisposti dagli Uffici Scolastici Regionali.

In ogni realtà territoriale, qualora si verificasse una disponibilità di posti per pensionamenti, riassorbimento dell’esubero, ecc., è comunque possibile che i posti residui siano destinati ad altri docenti appartenenti alle classi di concorso in esubero.

l posti disponibili verranno utilizzati secondo le seguenti priorità:

  • docenti appartenenti alle classi di concorso A075, A076, C555 e C999;
  • docenti appartenenti alle classi di concorso della tabella C;
  • in subordine i docenti appartenenti alle altre classi di concorso in esubero della tabella A.

La procedura, condivisa con la Conferenza Universitaria Nazionale di Scienze della Formazione, illustra le varie attività e compiti afferenti ai soggetti istituzionali coinvolti nei corsi.

In particolare, le scuole, ricevuti dagli Uffici scolastici regionali gli elenchi dei docenti interessati e l’indicazione della struttura universitaria che erogherà il corso, dovranno sottoscrivere con essa apposita Intesa.

Le istituzioni scolastiche assegnatarie dei fondi hanno anche il compito di informare tempestivamente l’U.s.r. di competenza di eventuali rinunce dei docenti, affinché possa provvedere a far subentrare altri aventi titolo, e di occuparsi di tutti gli adempimenti amministrativo contabili relativi ai fondi, inviando all’Ufficio Scolastico Regionale di competenza la rendicontazione delle spese vistate dai propri revisori dei conti e l’elenco nominativo dei docenti che hanno conseguito il titolo di specializzazione.

La rendicontazione dovrà avvenire per distinti esercizi finanziari (così come sono stati erogati i finanziamenti) e tenendo conto, per ogni anno scolastico, del numero dei docenti frequentanti. Pertanto è necessario che tra l’Istituzione scolastica assegnataria dei fondi e l’Università erogatrice dei corsi vengano stipulate Intese al cui interno risultino ben distinti: l’esercizio finanziario, il numero di corsisti frequentanti e l’importo assegnato.

I docenti, una volta conseguita la specializzazione, saranno utilizzati su posti di sostegno secondo le modalità previste dalla contrattazione sulle utilizzazioni.

Faraone: nuovi organici al via. Ma non è chiaro come

da La Tecnica della Scuola

Faraone: nuovi organici al via. Ma non è chiaro come

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Ci aveva già provato Profumo 3 anni fa. La legge dava 6 mesi di tempo per predisporre il decreto ministeriale attuativo. Questa volta bisognerebbe fare persino più in fretta.

Le recenti dichiarazioni del sottosegretario Davide Faraone hanno rilanciato il dibattito sul piano di assunzioni e sull’attuazione dell’organico funzionale.
A metà gennaio, ha annunciato Faraone, ci sarà il decreto.
Ma intanto, per ora, nessun esponente del Governo ha smentito quanto più volte affermato dalla Giannini (“Per attuare l’organico funzionale basterà un decreto ministeriale”).
Sotto l’aspetto normativo la questione è complessa, basta andare a rileggersi l’articolo 50 del DL 5/2012 voluto dall’allora Ministro Profumo.
I vincoli da superare sono diversi: intanto per aumentare gli organici (perché dare il via a 150mila assunzioni significheremmo proprio questo) bisognerà cancellare le norme che i vigore che non consentono di ampliare gli organici rispetto al tetto del 2011/12.
E questo dovrebbe quindi essere fatto con una apposita norma contenuta nel decreto da emanarsi fra un mese (Ragioneria Generale dello Stato permettendo).

A quel punto si potrebbe affidare la concreta applicazione del nuovo modello di organico ad un decreto ministeriale.
E’ bene ricordare, però, che il DL 5/2012 dava 6 mesi di tempo per l’adozione del decreto ministeriale che peraltro avrebbe dovuto acquisire anche il parere della Conferenza Stato-Regioni. Tanto è vero che a gennaio 2012 si diceva nella legge che l’organico funzionale sarebbe entrato in vigore nel 2013/2014: questo perché il legislatore si era reso perfettamente conto che l’operazione sarebbe stata piuttosto complessa.
Ora, appare difficile che in questa circostanza i tempi possano  essere tanto più brevi. E non si comprende da dove provenga la certezza di Giannini e del suo staff sul rapido avvio della riforma. Comunque fra un mese ne capiremo qualcosa di più.

Da 15 anni niente soldi per la scuola

da La Tecnica della Scuola

Da 15 anni niente soldi per la scuola

Sprechi a parte e corruzione, ma a conti fatti la spesa per l’insegnamento e l’edilizia scolastica praticamente non s’è mossa. Lo rivela un’analisi di due studiosi, Nicola Salerno e Stefania Gabriele, che hanno anticipato i risultati macro più importanti

Dal 1996 al 2012, anticipa Il Sole 24 Ore, la spesa complessiva in termini reali, ovvero deflazionati sulla base della serie storica dell’indice IPC Istat, risulta invariata.

Significa che i circa 54 miliardi contabilizzati nel 2011 equivalgono, in termini di parità di potere di acquisto, all’aggregato di uscite registrato nel 1996. La spesa in questione va dai servizi per la pre-infanzia fino al completamento delle scuole medie superiori; ovvero per utenti da 0 a 19 anni.

In pratica la costante retorica secondo cui «non bisogna mai disinvestire sull’istruzione» è solo retorica, perché si è proceduto al contrario.

Ecco allora il primo “fatto stilizzato” sulla curva della spesa in conto capitale, che dal ’96 al 2001 s’impenna fino a valori doppi per poi crollare subito dopo, a causa dell’entrata in vigore il Patto di stabilità interna (2001), quell’elegante strumento che in un assetto di semi-federalismo fiscale e amministrativo come il nostro s’è tradotto in un taglio secco ai trasferimenti dalla Stato alle amministrazioni periferiche.

Il secondo “fatto stilizzato” lo si incontra poi tra il 2008 e il 2009, seguendo questa volta la curva della spesa corrente. Dopo aver zigzagato attorno a un più o meno 20% è riprecipitata sugli stessi valori reali nel 1996 dopo i tagli lineari varati dal Governo Berlusconi (ministro dell’Economia Giulio Tremonti e al Miur Mariastella Gelmini).

Naturalmente, si legge sempre sul Sole 24 Ore, la non-crescita della spesa pubblica per la scuola è stata diversa tra il 1996 e il 2012, tra regione e regione.

Ci sono casi in s’è verificato un taglio secco per le uscite in conto capitale (Basilicata, Sicilia e Liguria) e casi in cui le variazioni di crescita percentuale annua sono ben sopra l’inflazione.

Due esempi per tutti:in Basilicata la spesa nominale è passata dai 36,4 milioni di euro del ’96 ai 22,8 del 2012 (-2,33% annuo), mentre in Umbria l’andamento è stato opposto, con variazioni annue del +9,62%.

Minori ma non meno importati le divaricazioni sulla spesa corrente, cresciuta in termini nominali dell’1,22% annuo nel quindicennio in Basilicata, mentre nella più ricca e fortunata provincia autonoma di Bolzano è lievitava anno dopo anno su medie del 7,49%.

A gennaio, quando il Governo varerà il piano per la buona scuola, sarà bene tener sotto mano le tabelle e l’analisi dei due studiosi, che possono tornare molto utili

Giannini, dall’Italia un segnale forte in Ue. Serve una rete di innovatori per l’educazione

da La Tecnica della Scuola

Giannini, dall’Italia un segnale forte in Ue. Serve una rete di innovatori per l’educazione

L’Italia lancia un “segnale molto importante” sul nodo giovani-lavoro, introducendo per la prima volta a livello Ue incontri congiunti tra i ministri per l’occupazione e quelli all’educazione del trio di presidenze Ue in occasione delle riunioni dei 28.

Lo ha ricordato il ministro dell’istruzione Stefania Giannini al suo arrivo all’incontro in seno al Consiglio Ue lavoro.

A parteciparvi oltre a Giannini e Poletti per la presidenza italiana, i ministri delle prossime due presidenze Ue, che sono Lettonia e Lussemburgo. “E’ la prima volta che i ministri dell’educazione partecipano a un Consiglio Lavoro, si tratta di un segnale molto importante partito dalla presidenza italiana”, ha dichiarato Giannini. “Siamo convinti del legame sempre più stretto – ha sottolineato – tra educazione, formazione professionale e apprendistato, tutte queste dimensioni sono la base per risolvere il problema più drammatico dell’Europa di oggi che è la disoccupazione giovanile”.

 

Svolgendo poi la sua relazione sull’Educazione, la ministra italiana ha detto: “La sfida educativa, in questa epoca di grandi cambiamenti, è conciliare la dimensione conservativa e quella innovativa. L’educazione è il luogo della memoria e delle tradizioni che non dobbiamo sacrificare, ma coniugare con la rivoluzione digitale in corso”.

“Dobbiamo ricordare – ha sottolineato Giannini – che le nostre scuole sono piene di ‘innovatori silenziosi’, docenti ai quali dobbiamo restituire un ruolo centrale in un sistema formativo rinnovato perché – ha ricordato – non c’è miglior formatore, per un insegnante, di un altro insegnante”. Per questo, “dovremmo lavorare alla creazione di una Rete europea di innovatori dell’educazione e di Reti di scuole”.

“E’ il momento giusto – ha ribadito il Ministro – per dare un forte impulso all’educazione digitale”, senza dimenticare, tuttavia, “il ruolo delle relazioni umane che non devono essere danneggiate dalla diffusione della tecnologia”. La rivoluzione digitale è, allo stesso tempo, “tecnologica, perché riduce la distanza tra gli individui; civica, poiché aumenta la disponibilità delle informazioni e la trasparenza dei dati e crea nuovi diritti e doveri, ed epistemologica, perché cambia il modo in cui la conoscenza viene prodotta e diffusa”.

A proposito del sistema scolastico, il Ministro ha tenuto a illustrare alla platea europea i contenuti principali del progetto “La Buona Scuola”. Primo fra tutti, la formazione degli insegnanti: “abbiamo compreso che non dobbiamo limitarci a far imparare ai nostri docenti la tecnologia in se stessa ma, piuttosto, aiutarli ad applicarla nella loro pratica quotidiana”. Il secondo punto è la realizzazione di infrastrutture capillari e altamente tecnologiche, che consentano a tutte le scuole di essere connesse e al passo coi tempi. Il terzo, fondamentale, concetto è l’acquisizione di nuove e irrinunciabili competenze da parte degli studenti: le lingue straniere, l’inglese prima di tutto; la matematica e le materie economiche e il linguaggio informatico. A proposito di quest’ultimo, Giannini ha posto l’accento sulla necessità che i ragazzi entrino nel cuore di tale linguaggio, imparando non solo a far funzionare le macchine ma anche a capire come esse funzionano. “Per questo – ha ricordato – abbiamo avviato il progetto ‘Programma il futuro’ per l’insegnamento del coding agli alunni delle scuole elementari”.

L’impegno a integrare vecchie e nuove modalità di insegnamento e apprendimento, ha  evidenziato infine il Ministro, acquisisce un valore ancora più importante quando si parla di formazione universitaria. “Non credo ci sia richiesto di scegliere tra il ‘vecchio’ e il ‘nuovo’ – ha ribadito Giannini – quanto di integrare un sistema statico con uno più dinamico, con le nuove scoperte e le nuove opportunità”. Accesso è la parola d’ordine: “vogliamo costruire un’Europa di discenti, per i quali le opportunità di apprendimento siano piene e facilmente accessibili, anche  in momenti diversi della loro vita e della loro carriera professionale. L‘Europa deve diventare un grande campus dove studenti e insegnanti interagiscono, sia di persona che in remoto. La collaborazione è la chiave – ha concluso – e la tecnologia può aprire nuove frontiere e dare nuovo senso al concetto di cooperazione transnazionale”.

Legge di stabilità: le norme sulla scuola non cambiano

da La Tecnica della Scuola

Legge di stabilità: le norme sulla scuola non cambiano

Le norme sulla scuola contenute nella legge di stabilità rimangono quelle approvate dalla Camera: ordini dei giorno e raccomandazioni al Governo non serviranno a nulla. Nè ci sono emendamenti presentati dalla maggioranza.

A meno di 48 ore dalla conclusione dell’esame della legge di stabilità da parte delle Commissioni del Senato, il destino delle disposizioni riguardanti la scuola sembra ormai segnato.
Nonostante le voci e gli annunci di qualche parrlamentare (per lo più di opposizione) gli articoli sulla scuola non dovrebbero cambiare neppure di una virgola. D’altra parte il Governo è già troppo impegnato su altri fronti per stare appresso alle minuzie.
Tutt’al più è pissibile che su qualche questione si approvino ordini del giorno o “raccomandazioni” al Governo: ma è bene chiarire che simili atti hanno lo stessso valore dell’acqua tiepida, nell’immediato non servono assolutamente a nulla e possono semmai essere chiamati in causa quando l’argomento dovesse essere riesaminato in altra circostanza.
Dato quindi per scontato che i tagli già programmati e approvati dalla Camera (2.020 posti Ata in meno, restrizioni sulla nomina di supplenti, abolizione degli esoneri per i vicepresidi  e altro ancora) resteranno per intero, c’è da chiedersi a quale soluzione il Governo stia pensando per dare concretamente avvio al piano di assunzioni e alla realizzazione dell’organico funzionale (proprio pocche ore fa la senatrice del PD Francesca Puglisi, giusto per rendere più complicata la vicenda, intervenendo in Commissione Cultura, ha annunciato che l’organico funzionale riguarderà anche il personale Ata.

Il docente che sciopera non ha l’obbligo di dichiararlo

da La Tecnica della Scuola

Il docente che sciopera non ha l’obbligo di dichiararlo

 

Le regole stanno scritte in un allegato al CCNL che riprende le norme della legge 146 del 1990. In ogni caso non c’è obbligo ad annunciare preventivamnte l’adesione allo sciopero.
Diverso è invece il comportamento a cui deve attenersi il dirigente scolastico.

Da cosa è regolato il comportamento che devono tenere i dirigenti scolastici e i docenti in caso di sciopero? Il regolamento che disciplina i comportamenti dei Ds e degli insegnanti in caso di scioperi della scuola  è scritto nell’allegato al CCNL 1998/2001 sottoscritto il 29 maggio 1999, che acquisisce ed attua quanto scritto nella legge 146/1990.
In questo regolamento si specifica che, per l’insegnante che voglia scioperare, in occasione di scioperi indetti regolarmente ai sensi dell’art. 3 del su citato allegato, non è fatto obbligo di dichiaralo, ed è pienamente specificato che tale comportamento non è censurabile dal dirigente scolastico. Infatti nell’art. 2 comma 3 del regolamento degli scioperi è scritto che in occasione di ogni sciopero, i capi d’istituto inviteranno in forma scritta il personale a rendere comunicazione volontaria circa l’adesione allo sciopero entro il decimo giorno dalla comunicazione della proclamazione dello sciopero oppure entro il quinto, qualora lo sciopero sia proclamato per più comparti.
Decorso tale termine, sulla base dei dati conoscitivi disponibili i capi d’istituto valuteranno l’entità della riduzione del servizio scolastico e, almeno cinque giorni prima dell’effettuazione dello sciopero, comunicheranno le modalità di funzionamento o la sospensione del servizio alle famiglie nonché al provveditore agli studi.
Dalla comunicazione al provveditore dovrà altresì risultare se il capo d’istituto aderirà allo sciopero per consentire al medesimo provveditore di designare l’eventuale sostituto. L’astensione individuale dallo sciopero che eventualmente segua la comunicazione dell’astensione dal lavoro, equivale ad un’offerta tardiva di prestazione di lavoro legittimamente rifiutabile dal capo d’istituto o dal provveditore agli studi. In sostanza chi dichiara di aderire allo sciopero e poi dovesse pentirsi di avere aderito, potrebbe incorrere nel rifiuto da parte del Ds di fargli svolgere il regolare servizio, obbligandolo, anche se presente a scuola, all’adesione di sciopero. Proprio per questa eventualità è consigliabile non dichiarare nulla preventivamente e poi, caso mai si volesse aderire allo sciopero, basta non presentarsi a scuola.
Tale comportamento è previsto dai patti tra sindacati e Amministrazione, che in alcun caso potrà sanzionare tale comportamento. Se invece si vuole volontariamente venire incontro alla scuola, per consentire una migliore organizzazione della giornata di sciopero, si può comunicare in anticipo la propria adesione, ma questa scelta resta poi vincolante.
Domani molti docenti si asterranno dal loro compito quotidiano di recarsi a scuola a fare lezione, perché avranno deciso di aderire allo sciopero generale indetto da Cgil e Uil, e per la scuola ci sono anche la Gilda insegnanti e Ugl scuola, nessuna preoccupazione devono avere di comunicare la loro adesione allo sciopero, perché non è un atto obbligatorio.