Vibetunes, l’app che permette ai sordi di “ascoltare” la musica

Vibetunes, l’app che permette ai sordi di “ascoltare” la musica

L’applicazione trasforma le canzoni e le melodie in vibrazioni che si alternano in base alle note, alla frequenza e alla loro combinazione. La prima musica contenuta nella playlist dell’app è la nona sinfonia di Beethoven

da Redattore Sociale
01 febbraio 2015

BOLOGNA – Il suono di una sinfonia trasformato in vibrazione grazie a un app, Vibetunes, che consente ai sordi di “ascoltare” la musica sul proprio smartphone. L’idea di realizzare quest’applicazione è venuta agli organizzatori del Festival internazionale di musica classica e sinfonica di Cartagena, in Colombia. All’inizio cercavano un modo per permettere anche alle persone sorde di poter seguire dal vivo un concerto percependo la musica dell’orchestra. Ma mentre immaginavano come realizzare un “concerto inclusivo” nelle loro menti si è insinuata un’altra domanda: “Perché dover ascoltare la musica solo un giorno e non anche tutti i giorni?”. Così è nata l’idea di servirsi della tecnologia per creare un’app che potesse riempire di musica la giornata di una persona sorda. Grazie all’aiuto dell’agenzia Y&R hanno creato Vibetunes, un’applicazione scaricabile solo per il sistema operativo Android. Secondo i dati dell’organizzazione mondiale della sanità il 5 per cento della popolazione mondiale, 360 milioni in termini assoluti, è sorda o ha problemi legati all’udito.

Ma come funziona quest’app? Una volta scaricata sul proprio smartphone basta aprire l’applicazione e far partire la musica. A questo punto l’app trasforma le frequenze e le battute di una canzone in vibrazioni che vengono trasmesse permetteranno di individuare le note, il ritmo e le loro combinazioni. In questo modo si dà la possibilità a una persona sorda, tramite la percezione tattile, di “ascoltare” il battere e il levare del tempo e la complessità di una melodia o di un pezzo strumentale. La prima musica che si trova già scaricata all’interno della playlist è la nona sinfonia di Beethoven. Vibetunes può riprodurre canzoni di qualsiasi artista e genere. Non mancano piccoli miglioramenti da fare, come la qualità della “traduzione” dei vari passaggi dal sonoro al tattile ma di certo quest’applicazione dimostra quanto la tecnologia sia sempre più utile per abbattere barriere e facilitare la vita di un disabile. In futuro non è detto che anche altri festival possano usare un’app simile per realizzare “concerti inclusivi”, perché come dicono a Cartagena “la musica è per tutti”. (Dino Collazzo)

“Storia di un sogno”. Così nacque quel filo che unisce i sordociechi al mondo esterno

da Redattore Sociale

“Storia di un sogno”. Così nacque quel filo che unisce i sordociechi al mondo esterno

Ha compiuto 50 anni la Lega del Filo d’Oro, fondata da una donna sordocieca, un sacerdote di Osimo e un gruppo di volontari. Da allora, in 7 regioni e 2 sedi territoriali, aiuta bambini e adulti sordociechi e le loro famiglie. Con 600 volontari e oltre 500 dipendenti. La storia in un docufilm

ROMA – 20 dicembre 1964: inizia quel giorno di 50 anni fa la storia della Lega del Filo d’Oro e di tanti che, da allora, l’hanno incontrata sulla loro strada. Una “casa”, come la definiscono alcuni, “una famiglia” per tanti: certamente “non un ospedale, né una clinica”, assicura Laura Gambelli, assistente sociale della Lega, nel docufilm “50 anni di vita, storia di un sogno” che l’associazione ha realizzato in occasione del suo 50° anniversario e che presenterà ufficialmente ad Ancona, martedì 3 febbraio, presso l’Università politecnica delle Marche. “Negli occhi delle persone che arrivano, vedo spesso smarrimento, richiesta di accoglienza – riferisce Laura – Ma subito dopo, c’è un cambiamento e leggo una sensazione di casa”.

La storia di un “filo prezioso che unisce”. Questa casa fu fondata da una donna abruzzese, Sabina Santilli, sordocieca dall’età di 7 anni a causa di una meningite. Al suo fianco, alcuni volontari e un sacerdote di Osimo, don Dino Marabini. Il sogno condiviso era quello di aiutare e persone a rompere l’isolamento, dando loro la possibilità di partecipare a pieno titolo a quell’esaltante momento storico del paese: erano gli anni del boom economico, dei nuovi consumi, dei trasporti veloci, che accorciavano le distanze tra nord e sud, della musica nelle case, nelle università e nelle strade. E la consapevolezza che a tante persone e alle loro famiglie tutto questo fosse precluso, diede vita a quel sogno, che si realizzò pochi giorni prima di Natale: nacque così quel “filo prezioso che unisce le persone sordocieche con il mondo esterno”, come venne intesa, fin dall’inizio, la Lega del Filo d’Oro, da coloro che l’avevano fatta nascere. Riconosciuta nel 1967 come Ente morale dalla presidenza della Repubblica, nel 1974 divenne anche ufficialmente Istituto di riabilitazione e, nel 1976, Istituzione sperimentale nel campo dei pluriminorati psicosensoriali sordociechi. Nel 1987 la Lega del Filo d’oro arriva anche a Milano, dove apre la sua prima sede territoriale: la seconda aprirà a Roma, nel 1993; la terza a Napoli, nel 1996. Due anni dopo, la Lega viene riconosciuta dallo Stato come Onlus. Oggi è presente in sette regioni con i Centri di Lesmo (MB), Modena, Osimo (AN), sede principale dell’Ente, Molfetta (BA) e Termini Imerese (PA) e con le Sedi Territoriali di Roma e Napoli. Conta più di 530 dipendenti, oltre 600 volontari e offre servizi a circa mille utenti ogni anno. Tutto questo, grazie alla passione e alla professionalità del personale dedicato e al supporto degli oltre 500 mila sostenitori, privati e imprese, che grazie alle loro donazioni permettono all’ente di coprire i costi necessari per rispondere agli specifici bisogni dei suoi ospiti. Oltre all’assistenza sanitaria e alla riabilitazione motoria ed educativa per bambini e adulti, la Lega dispone di centri diagnostici, di ricerca e di documentazione e offre supporto e consulenza a 360 gradi ai suoi utenti e alle loro famiglie.

Le storie, le testimonianze. In questi 50 anni di vita, tante storie sono passate attraverso gli spazi della Lega del Filo d’Oro. “Il momento più bello è stato quando mia figlia mi ha chiamato mamma, dopo 22 anni. Tanto ho aspettato tanto per sentirmi dire mamma”, racconta la madre di una ragazza sordocieca. “Qui alla Lega del filo d’oro sono diversi dagli altri perché guardano la persona che c’è in tutti i disabili: e tirano fuori quella, dalla disabilità dell’individuo”, spiega un papà. E porprio per festeggiare i 50 anni dalla nascita, “non un traguardo ma una tappa”, l’associazione ha scelto di raccogliere alcune di queste storie e le testimonianze di chi vuole contribuire a ricordare un pezzo di questa storia, componendo un vero e proprio album, “La storia delle storie”. Tra le,più recenti, c’è quella di una mamma, che spiega i benefici della diagnosi precoce, che ha permesso a suo figlio, che oggi ha 3 anni, di compiere importanti progressi: “Quando lo abbiamo portato alla Lega del Filo d’Oro, non stava neanche seduto, non sapevamo né quanto sentisse né quanto vedesse. Qui hanno iniziato a trattarlo come un bambino. A livello riabilitativo gli hanno praticamente salvato la vita – ricorda commossa – tanto che adesso quando lo porto dai medici che non lo conoscono, mi chiedono se ha tutti i problemi cognitivi e sensoriali che pure risultano, perché è un bambino attivo che si dà da fare”. (cl)

Il sogno di una Chiesa davvero aperta alla disabilità

da Redattore Sociale

Il sogno di una Chiesa davvero aperta alla disabilità

Guardando Pietro e Mirko durante le messe viene da pensare a quanto sarebbe bello allargare le porte mentali nelle parrocchie, senza barriere architettoniche, con scivoli e volontari che accompagnino le persone cieche, con interpreti della lingua dei segni, omelie sintetiche…

In tempi di crisi sognare a occhi aperti non costa nulla, anche se con il calo di consumi si registra una discesa vertiginosa degli ideali e delle utopie, valori compresi. I cristiani, immersi in questa che papà Francesco definisce “cultura dello scarto”, non sono autoimmuni e respirano questo clima. Di frettolosità, disattenzione, pressappochismo. Chi non corre resta indietro, travolto dagli ipercinetici. Succede anche in parrocchia, a messa, nei gruppi, nei movimenti. E visto che stiamo per entrare in quaresima, un evergreen come l’esame di coscienza non stona. Per mettere a fuoco abitudini consolidate e resistenti distrazioni nei confronti dei generici “altri”. Che hanno volti e biografie interessanti se li chiami per nome. Pure se usi nomi di fantasia per tutelarne la privacy, i riferimenti ai fatti sono puntuali, non puramente casuali.

Prendiamo Pietro, un ragazzone di circa vent’anni che ha un deficit cognitivo. Gli piace stare vicino all’altare e cantare. Parla un po’ da solo. Lo fa durante la messa di Pasqua e il parroco perde la pazienza: interrompe bruscamente l’omelia per andare in sacrestia a chiamare i carabinieri, che arrivano dopo qualche minuto e con una dolcezza infinita – hanno soltanto qualche anno in più di Pietro – lo invitano a uscire per prendere qualcosa al bar con loro.

In un’altra parrocchia Mirko si prepara per ricevere la comunione circa dieci minuti prima rispetto al momento previsto: davanti all’altare, con le braccia protese per ricevere l’ostia mentre tutti gli altri fedeli sono ancora fermi nei banchi della chiesa dondola con il corpo, si guarda intorno e aspetta. Lo conoscono tutti, i sacerdoti lo sanno e sono attenti alle sue esigenze, ai suoi tempi sfasati.

Ecco, sogno una Chiesa con le porte davvero aperte alle persone con disabilità. Porte mentali, affettive e reali, ovvero senza barriere architettoniche, con scivoli e volontari che di domenica accompagnino alla celebrazione le persone cieche che vogliono andarci. Con interpreti della lingua dei segni per le persone sorde. Con omelie sintetiche che tengano conto delle persone autistiche o con disabilità mentali. Vorrei che – come succede nelle comunità dell’Arca fondare da Jean Vanier mezzo secolo fa – si pensasse a sussidi e catechisti formati per includere chi ha una disabilità nei gruppi, meglio nella comunità parrocchiale fatta di relazioni autentiche, perché se il sacerdote ci chiama “fratelli e sorelle ” ci sarà un motivo profondo (da riscoprire). Ma della catechesi “inclusiva” scriverò in un prossimo post.

Il 17 febbraio scherzo di fine carnevale

SCUOLA – Il 17 febbraio scherzo di fine carnevale: gli autorevoli sindacati Confederali si ricordano che esistono anche i precari invisibili

 

A pochi giorni dal rinnovo delle RSU (ma questo è certamente un puro caso…), queste organizzazioni sindacali si ricordano “che non si annulla il precariato se, insieme ai docenti inseriti nelle GAE, non si stabilizza anche il lavoro di quanti, pur non essendovi inclusi, hanno ugualmente maturato diversi anni di servizio”.

 

Marcello Pacifico (presidente Anief): siamo contenti che alla fine certi sindacalisti, folgorati sulla via di Damasco, abbiano scoperto che vanno tutelati anche loro. Ma qualora da qui al 17 febbraio dovessero tornare nell’oblio, siamo pronti a recarci anche noi al sit-in di martedì grasso davanti al Ministero dell’Istruzione: per stappare con loro, al bisogno, quelle bottiglie di vino necessarie a fargli ritrovare la memoria perduta.

 

Uno scherzo dei sindacati. Non sappiamo come meglio definire quello che verrà messo in scena l’ultimo giorno di Carnevale, martedì grasso, dai sindacati Flc-Cgil, Cisl Scuola e Uil Scuola. Dopo anni di lotte in solitudine al fianco dei docenti precari, condotte nelle piazze, al Miur, nelle aule del Parlamento e nei tribunali, per la salvaguardia dell’assunzione, delle ferie non godute, degli scatti di anzianità, dell’assegnazione delle mensilità estive e di tutti i diritti negati, è forte la meraviglia dell’Anief: come per magia, infatti, anche gli autorevoli sindacati Confederali si ricordano gli insegnanti “invisibili”, i precari abilitati ma non inseriti nelle GaE e quindi senza prospettive di stabilizzazione.

 

A pochi giorni dal rinnovo delle RSU (ma questo è certamente un puro caso…), durante il quale per la prima volta grazie all’Anief anche i precari potranno figurare nelle liste dei candidati, queste organizzazioni sindacali si ricordano “che non si annulla il precariato se, insieme ai docenti inseriti nelle GAE, non si stabilizza anche il lavoro di quanti, pur non essendovi inclusi, hanno ugualmente maturato diversi anni di servizio”. E così finalmente decidono di scendere in piazza, per rivendicare “la nomina in ruolo per TUTTI i precari e per questo manifesteranno davanti alla sede del Ministero dell’Istruzione”.

 

Viene da chiedersi dove erano questi sindacalisti quando l’Anief ha chiesto a gran voce, in tutte le sedi, la loro stabilizzazione. Ma anche per quale motivo l’Anief è stato l’unico sindacato della Scuola a presentare degli emendamenti all’ultimo decreto Mille proroghe, tra cui proprio quello che estende l’assunzione tramite “La Buona Scuola” anche agli abilitati non inseriti nelle GaE attraverso la creazione di una fascia aggiuntiva. Emendamento che il giovane sindacato è pronto a riproporre in Parlamento, con la solita tenacia, qualora non dovesse trovare approvazione.

 

“Abbiamo sempre avuto rispetto per le iniziative delle altre organizzazioni sindacali – spiega Marcello Pacifico, presidente Anief e segretario organizzativo Confedir – ma stavolta abbiamo la netta sensazione che con il sit-in programmato per il 17 febbraio si vogliano solo prendere in giro decine e decine di migliaia di docenti precari, che da diversi anni svolgono quelle preziose supplenze utili a permettere il regolare svolgimento delle lezioni nelle nostre scuole. Non si può banalizzare in questo modo il loro futuro professionale, ricordandosi solo ora dei rischi e delle incertezze cui la politica del Governo di turno li sta indirizzando”.

 

Proprio per dimostrare l’attaccamento di certi sindacati al personale precario, ricordiamo quanto accaduto il 26 novembre scorso: nel giorno della lettura della storica sentenza della Corte di Giustizia europea sull’abuso dei contratti a termine in Italia, veniva frettolosamente firmata al Miur l’ipotesi di CCNL sulla mobilità del personale, attraverso cui ancora una volta, nonostante la direttiva europea 70/1999, si valutava la metà il servizio pre-ruolo, senza alcuna ragione oggettiva. E venivano ancora una volta ignorate le istanze presentate da Anief in Parlamento sul ripristino dell’assegnazione provvisoria dopo il primo anno e sulla modifica delle regole in vista del piano di assunzioni e dell’introduzione dell’organico funzionale.

 

“Vorremmo sapere – continua Marcello Pacifico – cosa abbia prodotto questa improvvisa riconciliazione verso quei docenti sempre dimenticati e ignorati. Certo, siamo contenti che alla fine certi sindacalisti, folgorati sulla via di Damasco, abbiano scoperto che vanno tutelati anche loro. Ma qualora da qui al 17 febbraio dovessero tornare nell’oblio, siamo pronti a recarci anche noi al sit-in di martedì grasso davanti al Ministero dell’Istruzione: per stappare con loro, al bisogno, quelle bottiglie di vino necessarie a fargli ritrovare la memoria perduta”.

 

Ecco un motivo in più per cui l’Anief chiede di diventare rappresentativa alle prossime elezioni RSU: candidati nelle sue liste entro il 6 febbraio 2015 e votale a marzo. Scrivi a rsu@anief.net. Se vinceremo questa scommessa, insieme, cambieremo la Scuola e partiremo proprio dalla riscrittura di questi contratti obsoleti, ingiusti, anti-europei.

#iocambiolascuola, e tu? Partecipa ai seminari Anief sulla legislazione scolastica. Aderisci ai ricorsi sulla mobilità. È arrivato il momento di agire, di riscoprire la vocazione di essere magistri vitae.

Educazione alla famiglia, della famiglia, nella famiglia

Educazione alla famiglia, della famiglia, nella famiglia

di Margherita Marzario

Abstract: L’Autrice traccia un percorso per scoprire, attraverso fonti giuridiche e metagiuridiche, la bellezza e la profondità dell’avventura familiare fondata su pilastri quali ascolto, rispetto e amore.

“Nonostante la famiglia sia un’istituzione sociale pressoché universale, non è facile identificare quali siano le proprietà che universalmente caratterizzano la famiglia e soltanto essa. Le varie definizioni che sono state proposte sono insoddisfacenti per una ragione o per l’altra. […] La generalità di questa definizione deve far riflettere sulla oziosità della questione definitoria e deve invece far convergere l’attenzione sulla varietà di forme storiche della famiglia e sulle trasformazioni strutturali che questa istituzione sociale ha subito nel corso dei secoli”: quello che scriveva il sociologo Alessandro Cavalli negli anni ’70 è ancor più valido nel XXI secolo, epoca in cui sono sempre più in atto la crisi della famiglia e la pluralità delle famiglie, dalla famiglia unipersonale alla famiglia “arcobaleno”.
È necessario perciò fissare dei “pilastri” che siano validi per ogni famiglia ricordando innanzitutto che questa parola deriva dall’italico-osco “faam”, casa. La famiglia è più in crisi come gruppo e non come valore, perché anche da indagini risulta che in cima si mette sempre la famiglia insieme ad altri pochi valori della vita. Una famiglia per quanto lacerata rimane famiglia, altra realtà è la coppia. La famiglia rimane l’aspirazione e l’ispirazione della vita.
La Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia comincia col riferimento alla “famiglia umana” perché quello deve essere il sommo obiettivo e perché l’agire di ogni singola famiglia confluisce nella famiglia umana.
Nel penultimo capoverso del Preambolo della Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia si legge che “[…] in tutti i Paesi del mondo vi sono fanciulli che vivono in condizione di particolare difficoltà e che è necessario accordare loro una particolare attenzione”. In realtà nelle famiglie tutti i bambini hanno bisogno di particolare attenzione (da “tendere verso”), bisogno dello sguardo. Oggi in famiglia ci sono tanti occhi, anche di terzi esperti o dei media, ma manca uno sguardo (e riguardo) unidirezionale ed emozionale. “Negli ultimi decenni la famiglia ha troppo spesso allentato la sorveglianza sui più piccoli. Oggigiorno molti genitori, sentendosi in colpa per questa mancata attenzione, tendono a giustificare i figli anche a fronte di comportamenti aggressivi segnalati loro dagli insegnanti. Difendendo i propri ragazzi, madri e padri non intervengono per correggerli e, nel contempo, non fiancheggiano la scuola nel complicato progetto educativo che le compete. Di qui – sui banchi – la presenza di ragazzi da compatire, ma anche di bulli e molestatori, frutto di una mancanza di educazione, dal momento che nessuno, in realtà, si è impegnato veramente a insegnar loro il rispetto umano” (Lucetta Scaraffia, storica). “[…] inculcare al fanciullo il rispetto” (art. 29 Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia). “Rispetto”, da “guardare dietro, di nuovo”: da qui la necessità di educare lo sguardo e allo sguardo. Guardandosi ci si scopre uguali nelle differenze e differenti nell’uguaglianza.
“Tra questa gente, che era la famiglia, io ero un estraneo. Non c’era nessuno con cui potessi intavolare un discorso intelligente. Non facevano che parlare di cose non solo tediose ma esasperanti. Erano tutti privi d’idee. Mai che si parlasse di verità, di onore, di grazia. Sempre di mangiare, dormire, lavoro, far quattrini, accumularli, desiderarli, rodersi per i quattrini” (lo scrittore statunitense William Saroyan). La famiglia non è divisione di tetto, tavola, letto o altro: è condivisione, altrimenti diventa estraneità. E i risultati si vedono nei giovani sempre più estranei ed estraniati. La famiglia è e sia una “società naturale” (art. 29 Costituzione). “Il suicidio è un passo disperato cui oggi la gioventù è particolarmente esposta. I motivi possono essere vari – delusioni d’amore, bocciature, derisione da parte dei compagni -, ma rimandano sempre a situazioni di disagio più profonde, preesistenti e sottovalutate dalla famiglia” (Lucetta Scaraffia, storica). Spesso la famiglia è il luogo in cui meno ci s’incontra e meno ci si conosce. Nella vita di famiglia è vitale il vero incontro, anche nella commensalità, perché così ci possono essere anche quegli scontri di sana conflittualità e non di quella crescente ed insanabile conflittualità cui s’assiste oggi. Le emozioni costituiscono la prima e diretta esperienza che i bambini fanno del mondo e delle relazioni con le persone che li circondano. “I bambini hanno diritto ad essere parte di processi artistici che nutrano la loro intelligenza emotiva e li aiutino a sviluppare in modo armonico sensibilità e competenze” (dalla Carta dei diritti all’arte e alla cultura del 2011). Bisogna avere più cura dell’intelligenza emotiva per far fronte all’analfabetismo emotivo, anche all’interno della famiglia dove, spesso, si condividono cose ma non emozioni. “Il bambino ha bisogno di essere protetto, nutrito, curato e istruito. Il suo benessere psicologico è anche essenziale. Il suo legame con la sua famiglia e la sua comunità deve essere preservato. Egli ha diritto alla spensieratezza, alla risata, al gioco e anche ad un avvenire professionale. Lo sviluppo integrale del bambino e la sua felicità richiedono ancora, quale sia la sua situazione, che egli possa riflettere sul senso della sua vita, e che si rispetti la dimensione spirituale che è in lui” (dalla Charte du Bureau International Catholique de l’Enfance, Parigi, giugno 2007). Spesso queste condizioni mancano nella famiglia e i ragazzi, quando si trovano di fronte ai propri interrogativi e a quelli della vita, tentano il suicidio o altre strade.
“Il problema è assai serio e spetta a molti farsene carico. Dai genitori, che dovrebbero intensificare il loro monitoraggio sui figli, intervenendo anche sulle molte ore che questi passano da soli sul web, agli insegnanti, cui è affidato il difficile ma ineludibile compito di trasmettere le regole del rispetto reciproco e della convivenza civile” (Ada Fonzi, professore emerito di psicologia dello sviluppo). Dai genitori agli insegnanti: prima i genitori e poi gli insegnanti, i genitori con gli insegnanti. Non a caso il Costituente ha disciplinato prima la famiglia (artt. 29-31 Costituzione) e poi la scuola (artt. 33-34 Costituzione) e al centro l’art. 32 sulla salute (intesa principalmente come “ben-essere”), perché entrambe, famiglia e scuola, devono concorrere alla salute dell’individuo e della collettività, sin dall’infanzia e soprattutto dall’infanzia. “I drammi del bullismo si consumano, così, in silenzio e i più deboli ne pagano le conseguenze. L’omofobia è una realtà da condannare sempre – e per fortuna sta diminuendo -, ma dovremmo occuparci di più anche di quel fenomeno più generale (il bullismo appunto) che si concretizza nel mancato rispetto degli altri esseri umani, della loro diversità, della loro debolezza. Per combattere questa tendenza, che oggi sembra essere in crescita, dobbiamo combatterne ogni forma fin dal suo manifestarsi. Un compito prima di tutto della famiglia, quindi della scuola. Anzi, possibilmente, di scuola e famiglia alleate” (Lucetta Scaraffia, storica). Nella Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia si parla di “responsabilità” (nell’art. 18 relativo ai genitori) e di “opportunità” (nell’art. 28 relativo all’istruzione). Assumersi le responsabilità e dare opportunità: così dev’essere il binomio della famiglia e della scuola nell’univoco e superiore interesse dei bambini e dei ragazzi. “La priorità non è tanto quella di riconoscere il prepotente di turno, quanto quella di vigilare sui giovani e stare in ascolto. Solo in questo modo è possibile riconoscere il disagio e intervenire in sinergia. Tra insegnanti, genitori, figli, psicologi e formatori la soluzione sta nel dialogo e nella collaborazione, in un approccio famiglia-scuola costruttivo e mai protestatario” (l’esperta Ada Fonzi). “Molto di quello che impara relativamente ai valori, il bambino lo apprende in famiglia e con gli adulti che se ne prendono cura. Le modalità e i valori con cui la famiglia e, più in generale, gli adulti si rapportano ai soldi, al lavoro, all’equità dei compensi e all’uso del denaro sono costantemente di fronte agli occhi dei bambini attraverso modi di fare, dialoghi e comportamenti degli adulti. Dalla famiglia i bambini e i ragazzi possono imparare a capire che il denaro fa parte della vita così come tante altre cose; che esso non ha, in sé, una connotazione valoriale o etica; che non è né buono né cattivo” (la psicologa Antonella Marchetti). “Valore” è ciò che vale, ciò che è forte, sano e robusto, e non può essere il denaro che è cosa, quindi fugace e vacillante. Si parla espressamente di educazione valoriale nell’art. 29 lettera c della Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia: “[…] inculcare al fanciullo il rispetto dei genitori, della sua identità, della sua lingua e dei suoi valori culturali, nonché il rispetto dei valori nazionali del Paese in cui vive, del Paese di cui è originario e delle civiltà diverse dalla propria”. Nella Costituzione la famiglia è riconosciuta dopo le libertà ed è seguita dalla disciplina della salute, della scuola e del lavoro anche perché deve educare alle libertà, alla salute, alla scuola e al lavoro e perché deve essere supportata dalle libertà, dalla salute, dal mondo della scuola e del lavoro. Anzi, da parte di alcuni esperti si avanza la proposta di istituire una scuola dei genitori. Comunque è bene rammentare che i bambini e i ragazzi escono dalla famiglia e tornano in famiglia, per cui il circolo educativo inizia lì e si “con-clude” lì. Gli altri soggetti educativi sono anelli di congiunzione. È quanto espresso in un proverbio africano “Per educare un bambino ci vuole un intero villaggio” e nell’art. 5 della Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia: “Gli Stati parti rispettano le responsabilità, i diritti e i doveri dei genitori o, all’occorrenza, dei membri della famiglia allargata o della comunità secondo quanto previsto dalle usanze locali, dei tutori o delle altre persone legalmente responsabili del fanciullo, di impartire a quest’ultimo, in modo consono alle sue capacità evolutive, l’orientamento ed i consigli necessari all’esercizio dei diritti che gli riconosce la presente Convenzione”. Anziché scaricare le responsabilità, ci si senta tutti corresponsabili perché si è tutti e ciascuno corresponsabili.
“Uno stile autorevole riesce a racchiudere in sé i pregi dello stile permissivo e di quello autoritario. Sono per primi i ragazzi a richiedere una “guida”. Tale funzione la si assolve mantenendo certi ruoli saldi e le orecchie aperte all’ascolto attivo delle opinioni del proprio figlio. Appare quindi evidente l’importanza di rivestire un ruolo chiaro, solido, coerente. Un figlio che avanza richieste continue è un figlio che per primo non è in piena armonia con se stesso e che richiede la decisa presenza dei genitori” (Elisa Mazzola, psicologa e psicoterapeuta). I genitori devono “guidare” (art. 14 Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia) e devono “essere guidati” (art. 18 Convenzione). Guidare, guatare, guardare hanno un’origine simile (“osservare, vegliare”): è questa la funzione dei genitori e della famiglia in generale. “I genitori possono solo dare buoni consigli o metterli sulla giusta strada, ma la formazione finale del carattere di una persona giace nelle sue stesse mani” (Anna Frank). “La famiglia è il nucleo naturale e fondamentale della società” (art. 16 par. 3 Dichiarazione Universale dei Diritti Umani). Quotidianità, autenticità, responsabilità: alcune peculiarità della famiglia. Se mancano queste ed altre peculiarità, la famiglia è solo un gruppo di persone. “Se la famiglia è sana, il bambino apprende per connaturalità ciò che è indispensabile per la vita. Però, crescendo, a causa del naturale allargarsi dei suoi orizzonti, i genitori non possono essere più i soli ed esclusivi maestri, anche perché spesso – non sempre per colpe loro – non sono in grado di proporsi come modello” (Valentino Salvoldi, teologo e scrittore).
La famiglia deve dare ascolto e deve educare all’ascolto. Oggi purtroppo in famiglia si tende più a sentire che ad ascoltare: ascoltare, “coltivare nell’orecchio”, comporta tempo, silenzio, disposizione d’animo. I genitori, spesso presi da altro, sentono le domande, le richieste o addirittura le pretese dei figli e le soddisfano materialmente senza prestare ascolto alle loro esigenze, ai loro bisogni ed anche ai loro silenzi (davanti al computer o altri display). “[…] verrà in particolare offerto al fanciullo la possibilità di essere ascoltato in qualunque procedimento giudiziario o amministrativo che lo riguardi, sia direttamente, sia tramite un rappresentante o un’apposita istituzione” (art. 12 par. 2 Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia). Il dettato normativo è chiaro: si riferisce alle modalità di ascolto del fanciullo dinanzi ad autorità (che tecnicamente è più un’audizione). Il bambino o ragazzo, pertanto, non deve essere ascoltato solo nel procedimento di separazione/divorzio che riguarda i suoi genitori, ma soprattutto nel procedimento della sua vita quando lancia larvati o evidenti segnali di malessere che potrebbe diventare bullismo, tossicodipendenza o patologia. “I bambini, ma anche gli adolescenti, vivono questo cambiamento come destabilizzante, perché non capiscono cosa sta succedendo. È necessario allora decifrare i loro comportamenti e i messaggi, a volte criptati, attraverso cui comunicano, ma senza farsi prendere dall’ansia. In genere, le mamme si torturano con molti dubbi e sensi di colpa. Invece è importante sapere che, mantenendo la calma e con il supporto adeguato, si può riportare la serenità in famiglia” (Nicoletta Suppa, psicologa e psicoterapeuta). Anche in caso di crisi della coppia si può salvaguardare, con l’impegno di tutti e di ciascuno, la famiglia, perché questa non s’identifica con la coppia. È questo il senso delle previsioni codicistiche a tutela dei figli specialmente se minori, anche come novellate dal decreto legislativo 28 dicembre 2013 n. 154 in materia di filiazione che ha rinviato la disciplina dell’art. 155 cod. civ., relativo ai provvedimenti riguardo ai figli in caso di separazione dei coniugi, alle disposizioni contenute nel Capo II del titolo IX del Codice Civile, forse più opportunamente in tal senso, perché si distingue la sorte dei figli da quella della coppia dei coniugi (o partner).
Famiglia è anche accoglienza e apertura. “[…] ogni percorso riabilitativo riuscito è frutto di una cooperazione famigliare addirittura di più generazioni, nella costanza e nella pazienza della semina e della cura reciproca, perché la droga ferisce sempre i legami affettivi primari. Per questo è necessario un processo a ritroso: dalla «dipendenza» che congela, alla «interdipendenza» che riapre i rapporti e li moltiplica. Ed è… affare di famiglia! Anche oggi che, a livello sociale, il concetto di famiglia si è dilatato” (Fra Danilo Salezze, uno dei tre francescani fondatori della Comunità di recupero S. Francesco di Monselice, Padova). La famiglia è una “società naturale” (dall’art. 29 Costituzione), in altre parole non è formata solo dalla coppia e da eventuali figli. È una rete di relazioni familiari a cui non ci si deve chiudere soprattutto nei momenti difficili della vita, quali tossicodipendenza o altre dipendenze, separazione/divorzio, disabilità, perché la famiglia, per quanto oggi “scollata”, è fucina di solidarietà. E la solidarietà familiare diventa scuola di quella solidarietà politica, economica e sociale richiesta a tutti (art. 2 Costituzione). Solidarietà che si manifesta nell’attribuire il titolo di “zio” o “zia” pure a coloro che non hanno vincoli di parentela o affinità. “Il «diritto ad essere zii», questo sì potrebbe essere realizzato da tutti coloro che amano i bambini e non ne hanno. Presso i figli di parenti e amici, o nelle comunità e nei luoghi dov’è prevista la presenza di volontari accanto ai piccoli e ai minori. Gli zii sono figure importantissime, che danno e ricevono affetto. Non c’è nessuna controindicazione nell’accettare di esserlo” (la giornalista Rosanna Biffi). Il sentirsi e comportarsi da zii (un aspetto della cosiddetta “genitorialità diffusa”) contribuisce a creare quell’ambiente familiare e quell’atmosfera di felicità, amore e comprensione di cui hanno bisogno i bambini (dal Preambolo della Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia), la famiglia allargata o comunità in senso affettivo (art. 5 Convenzione), concorre alla promozione della cultura dell’infanzia (art. 42 e art. 45 della Convenzione in cui si parla di “effettiva applicazione della Convenzione”).
La famiglia è relazionalità e educazione relazionale. “Credo che all’interno di una relazione la presenza non si misuri con l’orologio o con il metro, ma con il contributo ideale, sentimentale, fisico, energetico che viene offerto. Conosco persone che sono sempre presenti, almeno fisicamente, ma io sono convinto che siano del tutto assenti. E so che lo crede anche la loro fidanzata. Anche qui tentiamo, sforziamoci di rompere il velo dell’ipocrisia. Siamo una generazione nuova, dobbiamo tentare il realismo a tutti i costi! Le relazioni d’amore sono opere delicate, a cui però non è detto che la presenza, l’assiduità, il voto della perpetua presenza conferiscano chissà quale vantaggio. Può essere così, ma è molto raro. Meno raro invece che le persone si seguano lungo la via, con curiosità e disponibilità, qualunque cosa accada, dovunque vadano, sapendo che li lega l’ascolto, a fine giornata, delle avventure occorse a entrambi. Un ascolto vero, che sia stato tutto condiviso, fisicamente oppure no, basato sulla consapevolezza che l’altro sta facendo un suo sentiero, interessante, o per lo meno credibile, onesto, e che lo si vuole conoscere, ascoltare, seguire e poi s’intende partecipare delle sue avventure il più possibile” (Simone Perotti, scrittore). Una relazione sentimentale deve essere basata su valori condivisi in prospettiva di una vita coniugale che sia, poi, secondo l’art. 144 cod. civ. “Indirizzo della vita familiare e residenza della famiglia” dando davvero senso alle previsioni legislative, soprattutto nell’interesse dei figli. “Si ha rispetto reciproco quando gli individui si attribuiscono reciprocamente un valore personale equivalente e non si limitano a valorizzare questa o quella azione particolare” (Jean Piaget). Rispetto e reciprocità dovrebbero caratterizzare le relazioni interpersonali, a cominciare da quelle familiari. Di reciprocità si parla nell’art. 143 cod. civ. “Diritti e doveri reciproci dei coniugi”, come modificato dalla riforma del diritto di famiglia del 1975; di rispetto si parla nell’art. 147 cod. civ. “Doveri verso i figli”, come novellato dal decreto legislativo 154/2013 sulla filiazione.
“Prima di tutto mai dire al proprio figlio “fai questo, fai quello, studia”. Impariamo, piuttosto, ad ascoltarlo. Troviamo un momento, con tutta la famiglia, per ascoltarci. La famiglia non è un’invenzione dei preti o dei cattolici. È un’esigenza vitale della società. Rimettiamo al centro i ragazzi. Abbiamo bisogno di una società in cui i giovani valgano più dello spread, del costo della benzina, delle pensioni ai dirigenti. Torniamo a fare i padri senza paura” (don Antonio Mazzi, autore di “Stop ai bulli. La violenza giovanile e le responsabilità dei padri”). Mettere al centro i ragazzi significa considerare il loro vero interesse (“che sta in mezzo”), di cui all’art. 3 della Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia. I figli non devono essere considerati l’obiettivo della propria vita, non sono da adulare, ma da porre tra la famiglia e la società, proprio come si ricava dal Preambolo della Convenzione in cui dopo aver parlato della famiglia si aggiunge che “occorre preparare appieno il fanciullo ad avere una vita individuale nella società”.
La famiglia è anche “femmina” (dalla stessa radice di “fecundus”, fecondo) e ha bisogno delle qualità della femminilità (quell’essenziale funzione familiare di cui si parla nell’art. 37 Costituzione). “Nessuno sembra pensare che a una donna possa far piacere, ossia che possa essere per lei fonte di felicità, crescere il suo bambino, preparare da mangiare per la famiglia, accudire i suoi cari, insomma. Magari persino assistere i vecchi genitori. Una donna che desideri farlo, che esprima gioia in queste attività di cura, viene disprezzata, considerata vittima del patriarcato e non quello che è, cioè una donna libera di vivere la sua maternità in una vita dedicata alla sua famiglia” (Lucetta Scaraffia, storica). Il lavoro casalingo è stato valorizzato dalla riforma del diritto di famiglia del 1975 che lo ha disciplinato nell’art. 143 comma 3 del codice civile. Numerosi sono i costi, oggi, di quelle famiglie in cui la donna svolge il proprio lavoro prevalentemente fuori casa. I primi a risentirne sono i bambini in cui stanno aumentando, tra l’altro, i disturbi del linguaggio (mutismo selettivo o elettivo, parlatore tardivo e altro) proprio perché a casa non vi è una stabile e coerente figura adulta di riferimento con cui vivere “relazioni significative”.
“Il primo ambiente in cui un essere umano sperimenta di essere accettato e impara che, allora, può accettare anche lui se stesso e gli altri, è la famiglia. È qui che egli conosce l’amore di una madre e di un padre che gli donano, senza contraccambio, non solo quanto gli serve per sopravvivere fisicamente, ma anche e soprattutto la sicurezza della loro protezione e la tenerezza del loro affetto. È qui che impara a riconoscere le proprie peculiarità, rispetto ai fratelli e alle sorelle, scoprendo l’unicità del proprio volto, con i suoi pregi e i suoi difetti. Nella famiglia i figli acquistano la loro identità di uomo e donna attraverso riferimenti incrociati ai genitori. Le figure maschili e femminili della coppia sono i punti di riferimento che aiutano il maschio a diventare uomo e la femmina a diventare donna” (l’esperto di educazione Giuseppe Savagnone). Il fanciullo ha diritto a conoscere i propri genitori ed essere da essi accudito (art. 7 Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia), a conservare la propria identità, nazionalità, nome e relazioni familiari (art. 8 Convenzione).
“Se volete imparare la crescita e il progresso personale e la dignità, per incominciare non c’è un posto migliore della vostra famiglia” (lo scrittore salesiano Bruno Ferrero). “La famiglia è il nucleo naturale e fondamentale della società e ha diritto a essere protetta dalla società e dallo Stato” (art. 16 par. 3 Dichiarazione Universale dei Diritti Umani). La famiglia ha il diritto a essere protetta altresì dai membri della famiglia stessa, per il “ben-essere” di ogni persona e in special modo dei bambini. Sostenere la famiglia tradizionale non significa essere contrari a qualsiasi forma d’amore tra adulti. È bene ribadire che i figli non devono essere oggetto di egoismo delle coppie sia eterosessuali sia omosessuali. I figli sono soggetti della loro vita e hanno diritto ad avere tutte le opportunità sin dal concepimento e in questo sono inclusi un padre-maschio e una madre-femmina. L’etologia insegna, anche se c’è chi sostiene che la famiglia naturale non esiste, come la sociologa Chiara Saraceno. “Tradizionale” deriva da “trasmettere” e una famiglia trasmette soprattutto vita e valori non relativi (il vero patrimonio familiare, la vera eredità familiare) e deve fare in modo che un bambino crescendo non si senta disorientato o leso nella sua personalità e nelle sue opportunità, perché da adulto si potrebbe ritrovare con tanti genitori, tanti nonni, due mamme o due papà nella “famiglia caleidoscopio”, come la definisce la sociologa Saraceno. Le scelte, le esperienze sentimentali e gli orientamenti sessuali degli adulti non devono riverberarsi su chi non sa parlare (è questo il significato etimologico tanto di “bambino” quanto di “infanzia”) e manifestare il proprio pensiero.
“Ogni famiglia italiana è un tribunale di buongustai” (uno slogan pubblicitario del 1958); impegniamoci tutti affinché non diventi: “Ogni famiglia italiana è un tribunale di guai”. La famiglia perfetta è quella in cui regnano l’amore e il rispetto, nonostante tutto e tutti.
“Ogni tentativo di operare generalizzazioni riguardo alla famiglia italiana è impresa azzardata. Non esiste la famiglia italiana, bensì tante famiglie differenti, ciascuna con una propria storia e una propria parabola, con i suoi segreti, le sue aspirazioni e delusioni, i suoi conflitti e le sue passioni” (lo storico Paul Ginsborg). Ciò che conta è che esista la famiglia e che continui ad esistere!

MASTER DSA

MASTER DSA
Disturbi Specifici dell’Apprendimento e difficoltà scolastiche

Durata e sede del corso
Febbraio – novembre 2015
600 ore complessive di formazione in presenza (Trento, Centro Studi Erickson) e online, studio individuale e elaborazione della tesi finale

Presentazione
Il Master DSA offre un percorso di specializzazione che risponde alle esigenze professionali di diverse figure (insegnanti, pedagogisti, educatori, logopedisti, psicologi…) fornendo conoscenze e strumenti per individuare tempestivamente e correttamente tali disturbi e impostare così un intervento mirato al potenziamento delle abilità deficitarie.In quest’ottica, accanto a una panoramica comune sui disturbi e sulle difficoltà di apprendimento, sulle raccomandazioni e sugli aspetti normativi, il Master DSA propone dei momenti formativi differenziati. Insegnanti, pedagogisti, educatori, logopedisti e riabilitatori affronteranno caratteristiche e difficoltà tipiche del bambino con DSA attraverso studio di casi e numerose esercitazioni, mentre psicologi e medici intraprenderanno un percorso diagnostico volto anche alla conoscenza di strumenti di valutazione specifici per i disturbi di lettura, scrittura e calcolo.

RACCONTARSI per CRESCERE

RACCONTARSI per CRESCERE
“un libro per aprire una finestra sul mondo del malato“
Giovedì 5 Febbraio 2015
ore 16:45
FRASCATI – Scuderie Aldobrandini
Saranno con noi:
Francesca Neroni e Chiara Fasolino: un saluto
Emilio Baccarini: introduzione – presentazione
Sandro Spinsanti: “una medicina per chi muore”
Mario C. Longoni: “da padre spirituale ad assistente spirituale”

Carlo di Cicco, Antonio Vicari e Carmelo Pandolfi
incontrano
ATTILIO STAJANO
“ L’amore, sempre”
Il senso della vita nel racconto degli ultimi giorni
edizioni Lindau

Interventi spontanei

“LE PAROLE PER DIRLO”

CORSO
“LE PAROLE PER DIRLO”
AIUTARE I BAMBINI A COMPRENDERE LA DISABILITÀ
RISPONDERE ALLE DOMANDE SENZA FERIRE
sabato 7 febbraio 2015 ore 9.30 / 17.30
talvolta genitori ed insegnanti hanno dubbi e preoccupazioni su come sia meglio parlare con i bambini , rispondere alle loro domande o dare spiegazioni in alcune situazioni particolari:
è opportuno rispondere alle domande dirette del bambino sulla propria condizione?
come parlare agli altri bambini (compagni, familiari amici ecc) senza ferire il bambino ?,
come evitare che il bambino si senta autorizzato a pretendere trattamenti particolari anche quando ciò non è necessario a causa della sua condizione?
che succede se il bambino si accorge di usare strumenti e metodi speciali?
Programma
Parte teorica: problemi emotivi connessi alla comunicazione, la percezione sociale, le “domande trabocchetto” dei bamini, l’intimità della comunicazione, quali sono le cose da fare e quelle da evitare.
parte pratica emozioni, pensieri e parole mentre comunichiamo con il bambino , conoscerli per agire al meglio
Il corso sarà condotto dalla dottoressa Maria Luisa Gargiulo, psicologa psicoterapeuta
Al termine del corso verrà rilasciato un attestato di partecipazione.
costo 40 euro a persona . ISCRIZIONE FINO AD ESAURIMENTO POSTI
Perrichiedere l’iscrizione inviare una mail all’indirizzo info@marialuisagargiulo.it con i propri dati anagrafici . essendovi pochi posti disponibili occorre attendere la conferma e le coordinate bancarie , per effettuare il bonifico .
Sede del corso: Aula seminariale Studio Gargiulo – via Statilio Ottato n 20 00175 Roma

J.-C. Rufin, Il collare rosso

Rufin, non più guerre

di Antonio Stanca

rufinIl francese Jean-Christophe Rufin è un medico di sessantatré anni, è nato a Bourges nel 1952, è cresciuto con i nonni in un paese di provincia, ha studiato a Parigi, ha preso parte a missioni umanitarie nei paesi sottosviluppati, è stato consulente del Segretario di Stato Francese per i diritti umani, ha fondato il movimento “Medici senza Frontiere”, è membro dell’Académie Française, è stato ambasciatore in Senegal, è l’autore del “Rapporto Rufin”, un’analisi dettagliata circa il fenomeno dell’antisemitismo in Francia, ed è anche un giornalista, un saggista ed uno scrittore. Il suo primo libro, La trappola umanitaria, è un saggio che risale al 1986, il primo romanzo, L’Abissino, è del 1997, quando aveva quarantacinque anni, e nel 2001 col romanzo Rosso Brasile vinse il Premio Goncourt. Altri riconoscimenti ha ottenuto Rufin per la sua attività in ambito sociale e per quella in ambito letterario. Tra le due non c’è differenza perché animate sono dagli stessi principi, mosse dalle stesse aspirazioni, quelle di operare per il bene comune, d’intervenire in situazioni difficili, di lottare in nome della giustizia, della libertà dell’individuo e dei popoli, di compiere azioni che servano ad aiutare e che valgano come esempio. Questo ha fatto finora Rufin e di questo ha pure scritto. Servizi umanitari ha reso e valori umani ha perseguito nelle sue opere letterarie. Eroi sono i protagonisti dei suoi romanzi, per gli altri si sacrificano, l’amore, il bene, la pace vogliono per tutti, le distanze, le differenze, le barriere, le guerre vogliono che finiscano. Moderni, attuali sono per questa loro volontà di cambiare il mondo, di renderlo migliore pur essendo a volte le loro vicende ambientate nel passato.

Anche nel romanzo più recente, Il collare rosso, pubblicato nel 2014 in Francia dalle Éditions Gallimard di Parigi e in Italia dalle Edizioni E/O di Roma, il protagonista, Jacques Morlac, è un eroe. Egli ha partecipato alla Prima Guerra Mondiale, è stato sul fronte orientale con gli alleati russi e contro i nemici bulgari. Nonostante la situazione ha cercato di avviare un rapporto di scambio, di comunicazione anche con gli avversari, ha pensato di estenderlo a tutti i soldati presenti sul fronte. Ha operato, si è impegnato perché finissero di scontrarsi, di uccidersi, abbandonassero le armi e si unissero, formassero un corpo unico all’insegna della fratellanza, dell’amore, della pace. Il progetto non riuscirà a causa di un imprevisto e di questo Morlac si farà una colpa tale da giungere ad offendere, durante una manifestazione pubblica, gli alti rappresentanti della nazione francese venuti nel suo paese a guerra finita. Li accuserà di essere, insieme a quelli delle altre nazioni, i veri responsabili delle guerre, delle morti di migliaia di persone, di alimentare con le guerre le proprie ambizioni di potenza, di ricchezza, di ostacolare ogni iniziativa che potrebbe portare alla fine degli scontri armati. Sarà imprigionato ma non rinuncerà mai ai suoi ideali anche se questo lo farebbe assolvere, anche se il giudice glielo consiglia. Fedele rimarrà ad essi come fedele gli è rimasto il suo cane dal “collare rosso”. Fuori dalla prigione ha abbaiato in continuazione, giorno e notte, fino a finire stremato.

Un’altra vicenda commovente, poetica che coinvolge il lettore già dall’inizio, che diventa un lungo, interminabile dialogo tra l’imputato e il giudice, che sorprende con le sue continue rivelazioni, che si risolve in nome di una fedeltà ancora maggiore, ha costruito Rufin. Un altro eroe ha creato, un altro interprete di quei principi, di quei valori altamente umani, profondamente morali che sono pure suoi, che egli persegue. Tramite i personaggi ai quali li fa impersonare nei romanzi Rufin vuole diffonderli, vuole farli giungere ovunque e ci sta riuscendo se si tiene conto che Il collare rosso è un romanzo che in Francia sta ai primi posti nella classifica delle opere più lette.

Corso di Europrogettazione

Per rispondere alle numerose richieste di formazione in vista della scadenza del bando Erasmus+ 2015, Tecnodid organizza un nuovo Corso di Europrogettazione con sede a Napoli, nei giorni dal 20 al 22 febbraio 2015.

Il corso è finalizzato a facilitare la stesura di un progetto europeo valido per ottenere un finanziamento attraverso Erasmus+, il programma che combina tutti gli attuali regimi di finanziamento dell’Unione Europea nei settori dell’istruzione, della formazione, della gioventù e dello sport, con un bilancio di 14,7 miliardi di euro per il periodo 2014-2020.

È rivolto a dirigenti, direttori sga e docenti che intendano approfondire la conoscenza dell’europrogettazione sotto tutti i profili ed elaborare una candidatura efficace.

Per il programma, i costi e le modalità di iscrizione consulta la pagina dedicata al corso.