Relazione del Presidente Nazionale

Relazione del Presidente Nazionale Giorgio Rembado

al Consiglio Nazionale dell’Anp

Chianciano Terme (SI) 19 e 20 marzo 2016

1. Tratterò nella presente relazione gli argomenti che ritengo più rilevanti nel dibattito e nel contesto politico attuali, che è possibile ricondurre a tre fronti: quello aperto con l’Amministrazione sul FUN; quello con le altre organizzazioni sindacali sull’attuazione della legge 107 e sulle prerogative dirigenziali; quello interno alla categoria sul sovraccarico di lavoro.

Li tratterò separatamente, pur sapendo che ci sono forti intrecci tra l’uno e l’altro e quindi, nella nostra prospettiva di oggi e in questo momento storico, dovremo avere la capacità di ricondurli a sistema e di fare sintesi.

Allora perché trattarli separatamente? Per una esigenza analitica, per cercare, cioè, di ricostruire i fatti più o meno recenti, per capire quali siano i ruoli svolti dalle diverse parti in gioco, quali le possibili alleanze e per individuare le soluzioni possibili.

1.1 La situazione relativa al FUN

La centralità e la gravità della problematica relativa al FUN impongono di aprire questa relazione introduttiva affrontando l’argomento con la massima chiarezza per stigmatizzare la condotta dell’Amministrazione, che è apparsa scandalosa e incoerente ancor di più dopo l’approvazione della legge 107.

Scandalosa perché non si ricordano precedenti, tra i pubblici dipendenti, di tagli retributivi così corposi come quelli effettuati nei confronti dei dirigenti delle scuole.

Incoerente, e questo è un aspetto di ancora maggiore rilievo, perché i tagli sono stati attuati proprio in una fase storica come quella attuale in cui ai dirigenti si richiede più lavoro, più impegno e più responsabilità per attuare la legge di riforma e per avviare il cambiamento della scuola.

Com’è noto, prima di organizzare qualsiasi forma di protesta nei confronti del MIUR e ben sapendo quanto siano difficili azioni efficaci e coinvolgenti l’intera categoria, l’ANP ha scelto la strada di un’iniziativa politica forte e continuativa per sbloccare la situazione relativa alle disponibilità finanziarie stanziate dalla legge 107, proprio al fine di compensare il maggior impegno di lavoro richiesto ai dirigenti, come esplicitamente affermato dalla norma stessa. Ciò non ci ha impedito di far pervenire a più riprese ai vertici politici le ragioni del profondo disagio vissuto dalla categoria, non più disponibile ad accettare quello che con ogni evidenza appare un vero e proprio sopruso ai suoi danni. In ciò, ANP ha voluto privilegiare il perseguimento del risultato piuttosto che l’espressione del malcontento fine a se stesso, che invece è stato cavalcato dalle altre organizzazioni sindacali, interessate solo a mantenere alto il dissenso politico su misure da loro osteggiate ad altri fini, come si avrà modo di approfondire in seguito.

A fronte della disponibilità espressa personalmente dal Ministro e della conseguente e successiva decisione concernente l’incremento del FUN da parte della Direzione Generale per le Risorse Umane e Finanziarie, abbiamo preso atto della nuova situazione venutasi a creare e ne abbiamo pubblicato i dettagli sul nostro sito, dopo aver conseguito i risultati della nostra azione. In sintesi, il Fondo per questo anno scolastico raggiungerà l’importo di 163 milioni, con un incremento percentuale rispetto all’anno precedente del 38% e un incremento medio pro capite della retribuzione di posizione parte variabile e di risultato del 36,89% rispetto al 2010-11.

È evidente e chiaro a tutti che questo risultato non è risolutivo in modo pieno del problema dell’inadeguata retribuzione della categoria per la mancata perequazione e per il riconoscimento economico necessario per lo svolgimento del ruolo, ma non si può negare che rappresenti un primo passo in quella direzione. Il cammino, peraltro, era stato espressamente avviato con la legge 107, ma fin qui non realizzato dall’Amministrazione. Questo primo passo ha comportato, oltre alla convenienza immediata di poter usufruire di risorse aggiuntive rispetto a quelle non messe fino ad ora nella diretta disponibilità delle parti, il modo per sbloccare una trattativa che si era totalmente arenata. Di qui il giudizio parzialmente favorevole di cui prima parlavo. Giudizio che dagli altri sindacati rappresentativi dell’attuale Area V, rimasti alla finestra del tutto inattivi ed impotenti a svolgere la loro funzione, ci viene strumentalmente contestato.

Ritengo importante, a questo punto, soffermarmi anche sugli aspetti che hanno a che fare con le relazioni con le altre organizzazioni sindacali, mai tanto conflittuali come al momento attuale.

Neppure in passato tali relazioni sono state mai particolarmente idilliache, poiché gli altri sindacati rappresentano mondi e filosofie della vita e dell’organizzazione del lavoro che sono antitetiche alle nostre; ma oggi queste relazioni sono diventate arroventate.

Vale la pena di cercare di analizzare e capire il più possibile anche questo aspetto, strettamente connesso al resto. Le recenti vicende relative al FUN ci hanno fatto assistere, ancora una volta, ad un copione sterile e ripetitivo le restanti sigle sindacali generaliste, negando la validità del risultato raggiunto solo grazie alla nostra azione politica, hanno provato a perseguire due esiti validi solo ai fini della loro propaganda. Il primo è l’azione di totale e radicale dissenso contro il Governo e contro la legge 107, contro i cosiddetti “superpoteri” del dirigente, e dunque in definitiva contro la nostra categoria. L’altro è il tentativo di favorire la crescita o per lo meno il mantenimento del consenso degli iscritti alle loro sigle.

Per far questo, hanno invitato i dirigenti a protestare secondo modalità inefficaci e obsolete, la principale delle quali è stato l’inutile presidio davanti al MIUR, da loro stessi definito “inconcludente” al termine della manifestazione (e chi meglio di loro poteva sapere di non aver ottenuto in tal modo alcun risultato, visto che il risultato da noi raggiunto era stato comunicato ufficialmente dal Ministro la sera prima della loro manifestazione?).

Da quando hanno preso atto del totale fallimento dell’iniziativa da loro stessi intrapresa, sia in termini di adesione – un centinaio di manifestanti davanti al MIUR – che di apporto da parte loro alla soluzione del problema, l’unica cosa che è rimasta loro da fare è un’opposizione pregiudiziale basata sulla negazione dei dati di realtà. Con ciò, però, hanno rivelato il vero obiettivo del loro agire, che è quello non di risolvere problemi dei dirigenti ma di esasperare ulteriormente i colleghi, sperando in tal modo di cavalcarne lo scontento. Di questa strategia, per la verità asfittica, inefficace e di corto respiro, abbiamo avuto sentore in più occasioni.

1.2 Le azioni giudiziarie proposte da ANP sul FUN

Torniamo alle questioni di merito. Sono al momento pendenti due ricorsi davanti al TAR Lazio. Uno di essi è stato proposto più di un anno e mezzo fa da ANP unitariamente alle altre organizzazioni sindacali dell’Area V per l’annullamento dell’interpretazione dell’Art. 9 comma 2 bis del D.L. 78/2010 e l’altro dalla sola ANP per l’annullamento previa sospensione dell’efficacia della nota MIUR n. 22374 del 28 luglio 2015; della nota D.G. USR Lazio prot.n. 23067; della nota del D.G. USR Abruzzo prot. N. 5364 del 30/07/2015 . Per quanto si riferisce al primo dei due ricorsi, quello “unitario”, stiamo premendo tramite il nostro avvocato per arrivare a sentenza, ma il TAR Lazio non ha ancora calendarizzato il ricorso poiché gli avvocati delle altre parti in causa, quelli delle altre organizzazioni che assieme a noi hanno promosso il ricorso, ritengono più opportuno un rinvio. E’ evidente che mentre dicono di volere fare chiarezza, in realtà lavorano per mantenere la situazione di stallo che accresce il malcontento.

Abbiamo, poi, in piedi tutta una serie di altri ricorsi, promossi solo da noi; su di essi torneremo nel corso della discussione, per un’analisi di maggiore dettaglio. Anche in questo campo basta far riferimento ai fatti e non ai pregiudizi per vedere che anche il terreno del contenzioso è stato ampiamente arato dall’ANP in tutte le direzioni possibili, per non lasciare nulla d’intentato nella tutela degli interessi categoriali.

1.3 Le linee guida ANP per il rinnovo del CCNL

Per seguire il filo conduttore delle nostre rivendicazioni, va ribadito che le stesse potranno trovare la naturale sede di discussione nell’ambito del rinnovo contrattuale. Non è un caso, perciò, che nel corso del precedente Consiglio Nazionale di dicembre 2015 sia stato discusso e varato il testo delle linee guida ANP per il CCNL del triennio 2016-2018. Esse costituiscono la piattaforma di base con le nostre richieste e vanno portate a conoscenza di tutti gli iscritti: incremento retributivo che tenga conto della perequazione con la restante dirigenza pubblica, nuove modalità di calcolo del FUN, istituzione di un vero middle management, pagamento delle reggenze a carico della fiscalità generale e non più del FUN, sono alcune delle principali proposte contenute nel documento già approvato. Nelle prossime due o tre settimane dovrebbe arrivare alla sigla l’accordo in ARAN sulla definizione delle aree di contrattazione, propedeutico all’apertura del tavolo negoziale.

1.4 Valutazione dei dirigenti scolastici

Durante questo anno scolastico la valutazione non sarà, di fatto, attuata per le difficoltà nel riformulare gli incarichi dirigenziali tenendo conto degli obiettivi e delle priorità codificati nel Piano di miglioramento di ogni singola istituzione scolastica. Ad oggi l’Amministrazione non ha ancora reso alcuna informazione preventiva sulla questione.

L’anno prossimo essa dovrebbe svolgersi secondo le disposizioni di cui ai commi 93 e 94 della legge 107/2015, anche se sussistono dubbi interpretativi in merito alla durata triennale della procedura valutativa.

L’ANP, ovviamente, ne presidierà costantemente l’attuazione e interverrà per garantirne un esito equo e trasparente, diffondendo le dovute informazioni a tutti gli iscritti.

1.5 Situazione reggenze

L’ANP ritiene da sempre che le reggenze debbano essere tendenzialmente eliminate o per lo meno ridotte entro margini fisiologici, perché un solo dirigente non può farsi carico di ben due istituzioni scolastiche delle dimensioni e della complessità di quelle attuali. Per raggiungere tale obiettivo, sono necessarie due azioni distinte: da un lato, la rete scolastica deve essere razionalizzata dalle Regioni competenti; dall’altro, le procedure di reclutamento dei dirigenti, spettanti al MIUR, devono essere messe a regime. I tempi oggi previsti per il futuro reclutamento sono scanditi dall’emanazione del Regolamento entro il mese di aprile e del bando entro maggio/giugno. È evidente che, trattandosi di operazioni complesse, che richiedono i passaggi normativi sopra richiamati e successivamente i tempi di espletamento delle prove d’esame, il problema delle reggenze non potrà essere eliminato nel breve periodo.

2. Passo ora ad una seconda sezione della relazione, riguardante gli aspetti politici generali, assai rilevanti nel momento attuale, che cercherò di ricostruire in estrema sintesi. Partiamo da una considerazione di contesto che credo sia molto opportuno evidenziare: ANP ritiene da sempre che vada privilegiata l’interlocuzione con il livello politico rispetto a quelle con il livello amministrativo, per varie ragioni.

C’è prima di tutto una ragione istituzionale: i processi di riforma del sistema di istruzione possono essere decisi solo a livello legislativo, e l’iniziativa legislativa compete ai soggetti politici.

In secondo luogo, ci sono ragioni storiche: la componente amministrativa ha costantemente manifestato ritrosia (uso un termine eufemistico, per non parlare invece di chiara ostilità) nei confronti della dirigenza scolastica. Ciò è avvenuto sin dal dibattito sull’introduzione di una figura dirigenziale a capo dell’istituzione scolastica e, ancor di più, dall’attribuzione della qualifica dirigenziale ai capi d’istituto, con l’entrata in vigore dell’articolo 21 della legge 59/1997, ed ha continuato a manifestarsi sino ad oggi. Le stesse vicende del FUN dimostrano, come minimo, la scarsa considerazione da parte della dirigenza amministrativa nei confronti della dirigenza scolastica.

In terzo luogo, l’amministrazione ministeriale ha quasi sempre assunto condotte coerenti con le richieste provenienti dal mondo sindacale in genere e dalle altre organizzazioni sindacali di comparto che, a loro volta, hanno cercato di imbrigliare e di limitare le prerogative della dirigenza delle scuole. L’ultimo esempio è l’ipotesi di accordo siglato il 10 febbraio 2016 e finalizzato alla sottoscrizione del CCNI sulla mobilità nel comparto scuola. A dire il vero, in passato varie ipotesi di accordo in materia di mobilità sono state bocciate dalla Funzione Pubblica perché presentavano clausole contrastanti con disposizioni legislative imperative e perché lesive dei poteri dirigenziali in relazione alla organizzazione del lavoro. Per quanto si riferisce all’ipotesi di accordo di febbraio, che ha un rilievo ancora più importante perché si riferisce all’utilizzo maggiore o minore degli ambiti territoriali a livello sub provinciale, secondo quanto previsto dalla legge 107 per la chiamata dei docenti da parte delle scuole, non resta che attendere la valutazione che la Funzione Pubblica esprimerà sull’ipotesi di accordo del 10 febbraio scorso.

In questo quadro di contesto complessivo, la nostra strategia è stata oggetto di comportamenti sempre più palesemente ostili da parte delle sigle sindacali di comparto. Le disposizioni di legge sono spesso “interpretate” dall’amministrazione nel senso, anche distorto, voluto dalle forze sindacali e tutto ciò è in contrasto con i diritti dell’utenza che noi, in quanto dirigenti, siamo tenuti a tutelare. Su questo punto la posizione di ANP è stata sempre molto chiara e continuerà ad esserlo, per affermare le ragioni della legalità e della Costituzione.

2.1 Il modello ANP di figura dirigenziale

A questo punto è opportuno tornare, ancora un volta, sulle caratteristiche del ruolo dirigenziale. Come dicevo prima, si tratta di un nodo concettuale di fondamentale importanza per consentire alla categoria di vivere questo lavoro con la maggiore serenità e con tutta la soddisfazione possibile, di prevenire il rischio di alienazione e di comprendere appieno la portata del nostro costante contributo al cambiamento e al miglioramento. Su questo tema penso che sia doveroso fare alcune rapide riflessioni.

La prima riflessione da sviluppare riguarda il cosiddetto “isolamento” del dirigente, un tema particolarmente sentito dalla categoria. Se è indubbio che le responsabilità di ognuno hanno carattere personale, è altrettanto vero che le odierne istituzioni scolastiche non possono essere gestite secondo le logiche e i paradigmi concettuali di qualche decennio addietro. Per inciso, si tratta proprio di quelle logiche – ormai del tutto obsolete e inadeguate – poste alla base dei decreti delegati degli anni ’70 e che i sindacati tradizionali difendono a spada tratta perché su di esse hanno eretto il loro potere.

Quei paradigmi sono diventati inadeguati e improponibili sia per la evidente maggiore complessità sociale di oggi sia per le aumentate dimensioni delle scuole. Oggi non è più possibile ipotizzare di gestire le realtà scolastiche basandosi solo su “buone” relazioni umane con il personale, che pure ci vogliono. È necessario un sostanziale cambiamento di metodo: non sarà superfluo ricordare con orgoglio che ciò che sto per dire è già patrimonio del nostro bagaglio professionale fin da qualche congresso addietro e che siamo stati i primi a rappresentare l’esigenza di disporre di un “middle management” e di organizzare la dirigenza secondo la logica della “metadirezione”.

Ciò che a qualcuno sarà forse apparso, allora, quando ne parlammo in sede congressuale, come un astratto esercizio di teoria dell’organizzazione, oggi si sta manifestando come necessità imprescindibile: un dirigente senza staff non può svolgere la propria funzione con efficacia e serenità. Quando riesce ad essere efficace, infatti, deve fare ricorso a un eccessivo dispendio di energie personali e mettere a repentaglio la propria integrità psico-fisica, correndo dunque un elevato rischio di stress da superlavoro. E’ bene anche aggiungere che la consapevolezza di questa situazione costituisce il primo passo per affrontare in modo positivo e portare a soluzione i problemi che in questo momento la categoria sta subendo.

E ancora, dobbiamo assolutamente accompagnare i nostri associati verso la consapevolezza della necessità di prevenire le emergenze piuttosto che inseguirle. In una scuola relativamente piccola, in un mondo corrispondentemente più semplice, si poteva pensare agli imprevisti quotidiani solo se e quando si fossero presentati. Oggi questo modo di intendere la professione è semplicemente inadeguato e deve essere rimpiazzato dalla prevenzione. Ciò, ancora una volta, comporta la predisposizione, con la compartecipazione dello staff, di opportuni protocolli comportamentali da mettere poi alla prova dei fatti e, se necessario, da modificare ed aggiornare in corso d’opera.

Rispetto al problema della solitudine del dirigente, non va dimenticato che la legge 107 offre un rimedio, sia pur parziale ma da apprezzare ed utilizzare al meglio, che potrà essere implementato con una corretta ed ampia interpretazione della norma: il comma 83, infatti, prevede la possibilità che il dirigente si avvalga di uno staff composto da un numero di docenti pari al massimo al 10% dell’organico dell’autonomia. Si tratta di una opportunità da mettere a frutto con pienezza di attuazione sin dal prossimo 1° settembre e questa opportunità deve essere fatta conoscere, ricordata, diffusa presso tutti i nostri iscritti e non solo. È bene precisare subito che i componenti dello staff non hanno, di per sé, compiti specifici ma svolgono, piuttosto, un’opera di supporto alle decisioni del dirigente. In base al testo del comma 83, essi possono essere denominati “coadiutori” per rimarcare la differenza di ruolo con i “collaboratori”, la cui nozione della funzione è contenuta nell’articolo 7 del Testo Unico e ripresa dal CCNL di comparto. Dunque: staff e collaboratori si sommano e non debbono essere confusi gli uni con gli altri. E’ bene, inoltre, ribadire che lo staff non deve essere minimamente riguardato come un altro organo collegiale. Deve essere chiaro a tutti che la sua presenza non pregiudica la facoltà dirigenziale di avvalersi di tutti i docenti necessari per delegare loro alcune delle sue funzioni e dei suoi compiti, come previsto dal ben noto quinto comma dell’articolo 25 del d.lgs. 165/2001. Per fare un esempio, i docenti coordinatori di classe sono in numero ben superiore al 10% di tutti i docenti e vanno designati ai sensi di quest’ultima disposizione.

La possibilità, per il dirigente, di avvalersi di coadiutori e di delegati deve essere adeguatamente sfruttata per non restare, come qualcuno ci accusa di essere, “un uomo solo al comando”, condizione apprezzabile in una competizione sportiva ma da evitare assolutamente nel campo gestionale. È opportuno sottolineare che l’ANP è sempre stata contraria all’idea del “dirigente solitario” ed ha sempre abbracciato con convinzione la filosofia della leadership diffusa. Sono proprio i nemici del ruolo dirigenziale, invece, coloro che cercano di isolare i dirigenti per contrastarli più efficacemente.

È inutile negare che la vera – e più radicale – soluzione consisterebbe, ovviamente, nella istituzione di una vera e propria carriera per i docenti, come proposto da ANP con grande lungimiranza quasi vent’anni orsono, allo scopo di dotare le scuole di una componente docente specificatamente orientata alla organizzazione della didattica e strutturalmente utilizzabile come serbatoio di collaboratori, nel senso più pieno del termine. Si tratta di una soluzione già correntemente adottata in molti paesi esteri ma che nella nostra realtà è stata finora fortemente osteggiata ed è superfluo ricordare da chi e perché. Ciò non toglie però che in un piano organico di rinnovamento dell’organizzazione scolastica il tema vada riproposto al decisore politico e che comunque lo stesso venga anticipato nella sua realizzazione con gli strumenti che l’ordinamento oggi consente.

Una seconda riflessione riguarda l’accettabilità – secondo alcuni opzionale – delle responsabilità che connotano la figura del dirigente. Su questo punto è bene essere molto chiari e sgombrare il campo da qualsiasi ambiguità. L’accettazione di tali responsabilità costituisce una condizione necessaria e imprescindibile per poter richiedere – e un giorno, sperabilmente, ottenere attraverso il contratto – l’equiparazione retributiva ai restanti dirigenti pubblici. Equiparazione che, si è già avuto modo di affermare, costituisce uno dei nostri obiettivi assolutamente fermi e irrinunciabili.

A fronte di alcuni recenti tentennamenti di parte della categoria, si sono già create varie prese di posizione: c’è chi è disposto, probabilmente solo sulla carta e cogliendo l’occasione degli scandalosi tagli retributivi ottusamente messi in atto dall’Amministrazione, a rinunciare alla retribuzione dirigenziale pur di spogliarsi di responsabilità sgradite; c’è, d’altro lato, chi è subito pronto ad approfittarne cogliendo l’occasione per rivendicare a favore della propria categoria il ruolo dirigenziale e chiedendo di affiancare oggi – e forse rimpiazzare domani – i dirigenti scolastici, tenuto conto anche di numerose e reiterate dichiarazioni (malauguratamente rilasciate sulla stampa e sui gruppi Facebook nonché in occasione di convegni) di inadeguatezza e di impreparazione per la varietà e la complessità dei compiti attribuiti al dirigente. Questo è il pericolo interno che stiamo correndo: dovremo in ogni modo contrastarlo e sconfessare coloro che vi si prestano, poco importa se spinti da una reazione alle condizioni di lavoro di cui abbiamo parlato o da una mancanza di visione prospettica. Non potremo permettere a nessuno di creare delle crepe nella costruzione, tanto faticosamente disegnata, della dirigenza dentro alle mura scolastiche.

La terza riflessione concerne la strategia messa in atto dalle organizzazioni sindacali che, mirando a colpire la funzione dirigenziale, non perdono occasione per creare difficoltà quotidiane ai colleghi per poi fare leva proprio su tali difficoltà e proporsi come loro paladini, beninteso al solo scopo di convincerli che certe responsabilità vanno respinte in quanto non pertinenti al profilo di “leader educativo”, elegante espressione con la quale, al di là del suo vero significato, vogliono indicare chi si occupa esclusivamente di tematiche legate al coordinamento della didattica.

Propongono, insomma, di ridurre il dirigente ad una sorta di “superdocente”, nonostante siano proprio le stesse forze sindacali che negano e contrastano l’istituzione di quella progressione di carriera che dovrebbe consentire ai docenti di ricoprire, appunto, un ruolo di coordinamento didattico privo delle responsabilità proprie del ruolo dirigenziale.

Come ad alcuni sfugga tale evidente e chiaro disegno strategico, resta davvero un mistero. Dobbiamo cogliere ogni opportunità per svelarlo a tutti i nostri iscritti, fornendo loro la chiave interpretativa per comprendere come le doppie e triple tessere sostengano i loro oppositori e inibiscano la nostra azione.

2.2 Il nuovo concorso a dirigente scolastico

L’Amministrazione è in grave ritardo rispetto all’espletamento delle procedure concorsuali. Il decreto-legge 104/2013 aveva previsto la pubblicazione di un nuovo bando entro il 31 dicembre 2014 e ne aveva assegnato la competenza alla Scuola Nazionale dell’Amministrazione, ma la legge di stabilità per il 2016 l’ha ricondotta al MIUR.

L’esperienza del concorso precedente, purtroppo, non è assolutamente di buon auspicio per le capacità organizzative dell’Amministrazione ed a questo stiamo cercando di porre rimedio tentando di orientare la definizione di un regolamento abbastanza flessibile, ma rigoroso nella scelta dei migliori candidati. I posti vacanti sono sempre di più e tale situazione conduce ad un numero crescente di reggenze. C’è poi la questione strategica di introdurre verifiche di tipo psicoattitudinale, sulle quali fin qui l’Amministrazione ha opposto una resistenza tenace quanto non accettabile.

2.3 La sicurezza nelle scuole

Non posso fare a meno di ricordare che abbiamo la necessità di evitare il ripetersi di un caso come quello occorso al collega Livio Bearzi. Per far questo, l’ANP ha sentito la responsabilità di organizzare numerosi corsi di formazione in materia di sicurezza sul territorio nazionale.

Stiamo, al contempo, praticando ancora una volta la strada della interlocuzione politica anche in questo ambito per giungere alla modifica del d.lgs. 81/2008 nel senso di accrescere i poteri e la tutela dei dirigenti.

2.4 L’attuazione della legge 107/2015

Voglio concludere questa sezione della relazione con una riflessione sull’attuazione della legge 107. Sulla valorizzazione dei docenti e sul comitato di valutazione la nostra posizione dovrebbe essere ormai, dopo decine di seminari, indiscutibilmente chiara a tutti. Abbiamo proseguito la campagna di seminari avviata a settembre 2015 ed abbiamo proposto un modello operativo di valutazione adattabile a tutte le situazioni. Il nostro ruolo di supporto nei confronti di tutti i colleghi (non solo nostri iscritti) è apparso in tutta la sua evidenza condiviso ovunque, anche da parte dei docenti che hanno partecipato ai seminari, e dovrebbe essere sfruttato per incrementare ancora la consistenza associativa.

La novità è piuttosto un’altra: da pochi giorni abbiamo, con grande soddisfazione, constatato in sede di riunione di informativa ai sindacati non solo che l’interpretazione del MIUR coincide perfettamente con la nostra (non contrattabilità del bonus e natura di collegio imperfetto del comitato di valutazione), ma soprattutto che il Ministero ha “tenuto” – ed è forse una prima volta – di fronte all’attacco e al tentativo di ricatto sindacale, senza accettare mediazioni e senza assumere posizioni interpretative in contrasto con la legge. Dopo l’episodio della direttrice regionale del Veneto, che coraggiosamente era venuta allo scoperto dando una ricostruzione coerente con la norma del processo per la distribuzione del bonus premiale, che però aveva dovuto ritrattare per il fuoco di sbarramento di parte sindacale, il MIUR, da noi sollecitato anche pubblicamente, ne ha ripreso la linea interpretativa e la ha estesa a tutto il territorio nazionale.

E’ questo un fatto dal quale scaturisce simbolicamente e con estrema evidenza anche la spaccatura verticale tra chi, come noi, sostiene la funzione dirigenziale e chi vi si oppone, ossia tutti gli altri sindacati, quelli del comparto. La foto di gruppo che si sarebbe potuta scattare pochi giorni fa in sede MIUR non ha bisogno di alcun commento: di fronte alla riaffermazione delle prerogative del dirigente confermate dalla delegazione di parte pubblica, CGIL, CISL, UIL, SNALS e Gilda – come un sol uomo – hanno abbandonato la riunione, ANP è rimasta al suo posto a confermare, unica tra le sigle sindacali, la sua posizione di rispetto della norma. Ancora una volta è il caso di aggiungere un interrogativo: come si può affidare la rappresentanza dei dirigenti a soggetti sindacali che lavorano senza risparmio allo svuotamento della funzione dirigenziale? E dal momento che una cospicua parte dei nostri iscritti affida la sua rappresentanza anche a CGIL, CISL, UIL e SNALS, ci si deve porre il problema di come far capire ai colleghi l’entità del loro sbaglio che, peraltro, poi ricade su tutti noi.

3. Passo, per concludere, ad una terza sezione dedicata ad alcuni aspetti interni all’Associazione.

3.1 Andamento consistenza associativa e organizzazione dell’attività

Possiamo sull’argomento confermare la buona notizia già data nella precedente riunione del Consiglio Nazionale di dicembre 2015: il trend positivo della nostra consistenza associativa, già messo in luce lo scorso dicembre, risulta oggi ancora più marcato e favorevole. A dicembre avevamo salutato il superamento della soglia simbolica del 50% da parte dei dirigenti scolastici in servizio nostri iscritti ed oggi possiamo prendere atto del fatto che tale quota in soli 3 mesi è stata superata raggiungendo quota 50,7%.

Qualcuno potrebbe dire che ciò è la conseguenza dei misfatti che abbiamo ricordato fino a pochi minuti fa. Me l’auguro, ma non ne sono assolutamente certo: credo invece che se ci fosse un’azione più convinta, più chiara, più netta, più determinata, più esplicita da parte di tutti noi saremmo già al di sopra del 60 o 65%. Quindi ci sono ampi margini di miglioramento perché è sicuramente assurda, illogica e incomprensibile la posizione di chi attribuisce la propria rappresentanza ad organizzazioni diverse dalla nostra, che in modo continuo e quotidiano opera per il rafforzamento della funzione dirigenziale mentre le altre sigle sindacali, per quanto possano sembrare solidali nei confronti dei dirigenti delle scuole, sono le più acerrime nemiche del loro ruolo e di chi lo ricopre.

C’è, inoltre, da dire che il dato odierno tiene conto – in modo più fedele rispetto a quello precedente – dei dirigenti che prestano servizio nelle istituzioni scolastiche, avendo escluso dal conto quelli utilizzati in altri compiti. Questi ultimi non sono stati computati nel novero dei dirigenti in servizio iscritti e, pertanto, la crescita è ancor più lusinghiera di quanto possa sembrare a prima vista.

Naturalmente, corre ancora una volta l’obbligo di distinguere questo importante dato di presenza dell’ANP tra i dirigenti in servizio da quello della rappresentatività sindacale vera e propria che, per il noto fenomeno delle doppie (e talvolta triple) tessere, è sicuramente meno favorevole. E’ però importante sapere che almeno un dirigente scolastico su due tra quelli in servizio è iscritto ad ANP.

Nel constatare che le iniziative da noi attuate risultano convincenti per un numero sempre più alto di dirigenti, dobbiamo contemporaneamente interrogarci su quali strategie è opportuno mettere in atto nei territori per convincere i nostri iscritti a voltare definitivamente le spalle a quelle sigle sindacali che, per quanto possano sembrare solidali nei loro confronti, sono a loro ostili.

Tornando ora alla questione dell’incremento della consistenza associativa, riteniamo che essa sia da attribuire anche all’entrata in vigore della legge 107/2015 e del triplice effetto da essa prodotto. In primo luogo, la riforma ha introdotto nell’ordinamento scolastico numerose innovazioni volte al rafforzamento dell’autonomia scolastica e delle prerogative dirigenziali in linea con quanto da noi sempre richiesto. In secondo luogo, tale rafforzamento ha ingenerato una forte ostilità nei sindacati di comparto che, ora più che mai, stanno disvelando il loro carattere conservativo e di totale chiusura nei confronti di qualsiasi tentativo di avvicinare il sistema scolastico alle esigenze dei cittadini e di romperne l’autoreferenzialità. La radicalizzazione dello scontro ideologico, voluto dalle sigle sindacali all’evidente scopo – in buona parte fallito per la ragionevolezza di gran parte del corpo docente – di creare una diffusa conflittualità nelle scuole, sta contribuendo a convincere molti dirigenti ad iscriversi all’unico soggetto in grado di rappresentarli degnamente e di sostenerli professionalmente nella loro attività quotidiana. Il terzo effetto della legge, infatti, consiste in un indiscutibile aggravio delle funzioni di competenza dei dirigenti ai quali abbiamo offerto, e stiamo continuando ad offrire, un notevole supporto tecnico e professionale.

Ciò è comprovato anche dal grosso sforzo, in termini di risorse e di organizzazione, da noi intrapreso per tenere, su tutto il territorio nazionale, un gran numero di seminari di aggiornamento e formazione (più di cento dall’inizio dell’anno) finalizzati ad aiutare i colleghi e a fornire loro concreti strumenti conoscitivi e di lavoro. Sforzo che ha riscosso ovunque un considerevole apprezzamento e al quale ha corrisposto un costante flusso di nuove iscrizioni.

Naturalmente tanto lavoro resta ancora da fare da parte delle sezioni territoriali e di quella nazionale dell’Anp per migliorare le condizioni professionali dei dirigenti super-impegnati e non farli cadere nello stress e per far acquisire – oggi in sede di contrattazione decentrata e domani col rinnovo del contratto collettivo nazionale – quel riconoscimento economico adeguato che fino ad ora è mancato.

Ma per far questo c’è bisogno di usare parole di verità, che possono apparire in qualche caso dure ma che sono al tempo stesso necessarie per uscir fuori da ricostruzioni di comodo e per indicare soluzioni concrete e non solo commiserazioni pelose.


Ordine del giorno del Consiglio Nazionale ANP sul FUN 2015-2016

Il Consiglio Nazionale nella riunione del 19-20 marzo 2016 ha approvato all’unanimità un Ordine del giorno che interviene sui rilievi sollevati dall’UCB in merito alle ipotesi di accordo sottoscritte in alcune regioni.

Ricordiamo che ANP ha presentato sulla questione del FUN due ricorsi relativi il primo alle regole di calcolo imposte dall’UCB, e recepite dal MIUR; il secondo alle sospensione della retribuzione di posizione variabile, oltre che a quella di risultato, imposte sempre dall’UCB, e ugualmente fatte proprie dal MIUR, riguardante i dirigenti delle scuole di alcune Regioni.

Ordine del giorno del Consiglio Nazionale ANP

Il Consiglio Nazionale ANP, nella riunione del 19-20 marzo 2016, rilevate le contraddittorie posizioni assunte dall’UCB rispetto alle diverse situazioni contrattuali regionali, considera  inaccettabili, dopo anni di blocco delle retribuzioni, i recenti rilievi che l’Ufficio Centrale di Bilancio ha inviato a numerosi Uffici Scolastici Regionali. Questi ultimi rilievi estendono alle contrattazioni integrative l’interpretazione già operata a monte dal MIUR, su espressa indicazione delle stesso Ufficio Centrale di Bilancio, del DL 78/2010 per calcolare l’ammontare del FUN. Si determina, così, una doppia penalizzazione della categoria soprattutto sulla retribuzione di posizione variabile oltre ad un insostenibile allungamento dei tempi per la chiusura delle contrattazioni.

Al fine di evitare una riduzione ulteriore della retribuzione di posizione dei dirigenti delle scuole, che produrrebbe un aggravarsi della divaricazione rispetto a quella della restante dirigenza pubblica, il Consiglio Nazionale invita il Presidente ANP:

  •  a continuare l’interlocuzione politica, anche alla luce dei risultati già ottenuti;
  •  a predisporre un documento tecnico di analisi e contrasto ai rilievi dell’UCB da diffondere ai Presidenti regionali per l’ulteriore invio ai rispettivi Uffici scolastici e alla categoria.

Chianciano Terme, 20 marzo 2016.

Vicini alle famiglie dei giovani Erasmus vittime del grave incidente avvenuto in Spagna

Ministro Giannini e Miur vicini alle famiglie dei giovani Erasmus
vittime del grave incidente avvenuto in Spagna

“Profondo dolore e sgomento per quanto accaduto in Spagna, siamo vicini alle famiglie delle giovani vittime”. Così il Ministro Stefania Giannini sull’incidente in cui hanno perso la vita alcune studentesse italiane che si trovavano all’estero per l’Erasmus. Tutto il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca esprime il proprio cordoglio.

Spagna, Giannini riceve le condoglianze
del Commissario europeo all’Istruzione Navracsics

Il Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca Stefania Giannini ha ricevuto questa mattina le condoglianze del Commissario europeo per l’Istruzione Tibor Navracsics per le studentesse italiane vittime del grave incidente avvenuto l’altro ieri in Spagna.

Le condoglianze sono pervenute anche dal Segretario di Stato spagnolo per la Ricerca, lo Sviluppo e l’Innovazione, Carmen Vela Olmo. Ambedue hanno pregato il Ministro di estendere le loro condoglianze e quelle del mondo dell’Università e della Ricerca alle famiglie delle giovani decedute.

Recupero o distruzione? Riparazione

Recupero o distruzione? Riparazione

di Vincenzo Andraous

 

Chi sbaglia paga è vero, ma la pena deve rispettare la dignità di ognuno e di ciascuno, perché rendere chi sconta la propria pena un disperato, significa alzare in percentuale la recidiva, nonché privare la società della dovuta sicurezza e prevenzione.

Nel proclamare questo Giubileo speciale della Misericordia, Papa Francesco ha interloquito anche sul carcere ormai ridotto a un mero contenitore di numeri, di cose, di oggetti, che imprigiona e abbrutisce.

Di rieducazione, infatti, c’è traccia solamente in qualche operatore ( debbo dire professionalmente avanti, senza mancare di quella umanità che mai dovrebbe venire meno) per’altro avvilito e in sottonumero.

Tanto meno, il Papa, disattende le vittime del reato: i feriti e gli offesi da quei crimini, gli innocenti, quelli che spesso rimangono al palo, anch’essi disperati.

Tuttavia il detenuto è una “persona” che sconta la giusta pena, ma che, se aiutato convenientemente, potrebbe tentare di riparare al male perpetrato.

Rieducare e reinserire non dovrebbero essere soltanto termini astratti o, peggio, che sottolineano l’inadeguatezza del nostro sistema penitenziario rispetto al dettato costituzionale. Il punto importante è consentire un sistema carcerario consono alle aspettative della collettività, che arrabbiata e delusa lavora di pancia, proprio perché il carcere non funziona, non le leggi che invece ci sono, ma spesso non possono esser correttamente applicate.

Un carcere come quello attuale che di fatto vieta persino il sentirsi utili, responsabili, avere delle prospettive, figuriamoci riappropriarsi di vista prospettica, di un progetto, un percorso, una strada ove ricominciare a camminare non più di lato, non più con le spalle al muro, tant’è che al recluso manca persino il senso di questa ulteriore e arbitraria privazione.

La pena consiste nel privare della libertà, non è scaracco di urto alla speranza.

L’opinione pubblica ritiene che bloccare un detenuto nell’inazione alienante sia la fatica minore, in quanto costerebbe meno in tasse da onorare

Questo agire è fatale, perché quel detenuto non è in una situazione di attesa, dove il tempo serve a ricostruire e rigenerare, bensì, egli è fermo a un tempo bloccato, al momento del reato, a un passato riprodotto a tal punto, che tutto rincula a ieri, come se fosse possibile vivere senza futuro, come se delirare fosse identico a sperare.

La pena prima o poi ha un termine e sarà necessario esser consapevoli che poi ricomincia il viaggio. Ma come ricominciare? Riprendendo a deviare?

Del resto l’art. 27 della nostra Costituzione, declina che la pena consiste nel togliere la libertà, per aiutare la persona a riprendersi, fornendole strumenti di revisione critica per non tornare a delinquere.

Ogni riforma, anche quella carceraria, richiede non solo il coraggio di pensare in grande e di sperimentare vie nuove, ma anche un impegno costante nel realizzare questa sorta di utopia. Sappiamo bene, quant’è facile non guardare a quel che non succede nei meandri di un penitenziario, ancora più comodo non accollarsi troppi grattacapi per chi ha sbagliato e paga giustamente il fio.

Tranne poi scandalizzarsi quando molti di questi soggetti, una volta ritornati in libertà, tornano a commettere gli identici reati, creando nuova insicurezza.

Allora si auspica inasprimento delle pene, carcere duro e quant’altro, con l’unico risultato di nascondere la verità: quella che fa male, perché indica la nostra corresponsabilità, almeno quella di un silenzio connivente, di fronte ai guasti dell’attuale sistema penitenziario, che moltiplica vittime e carnefici.

Se vogliamo che la criminalità diminuisca, bisogna riflettere tutti insieme sul che fare per ridurre l’attuale scompenso tra punizione e recupero, attuando una collaborazione partecipata e attiva.

Memori che il delitto è anche una malattia sociale e, come tale, necessita più di un risanamento che di un’accentuata punizione.

Occorre fare prevenzione preziosa, affinché chi si troverà a varcare il portone blindato di una galera a pena scontata, non abbia a ragionare come un adolescente: eccomi libertà, adesso posso ritornare a fare quello che voglio.

Un uomo infantilizzato a puntino è proprio come un adolescente irresponsabile.

E’ urgente chiederci se questo carcere ha un suo scopo e una sua utilità davvero condivise, soprattutto domandarci se dalle sue fauci a fine pena, perché prima o poi la pena finisce, escono persone migliori di quando sono entrate.

Ringrazio Papa Francesco ( fratello lupo ) per averci costretti a ritornare su questi temi, che pigrizia o malafede vorrebbero accantonare.

G. Josse, L’ultimo guardiano di Ellis Island

Una vita, tante vite

di Antonio Stanca

josseIl 21 Giugno 2015 a Bruxelles il Premio dell’Unione Europea per la Letteratura è stato assegnato alla scrittrice francese Gaëlle Josse per il suo romanzo L’ultimo guardiano di Ellis Island, uscito in Francia nel 2014 e in Italia nel 2015 nella collana “Narratori Francesi Contemporanei” della casa editrice Gremese International di Roma (pp.187, € 15,00). La traduzione dal francese è di Annarita Stocchi.

La Josse è nata nel 1960, ha studiato diritto, giornalismo e psicologia, ha lavorato come editor per un sito di Parigi, ha tenuto laboratori di scrittura e di musica e le prime sue pubblicazioni, nel 2005, sono state di genere poetico. Nel 2011, a cinquantuno anni, ha debuttato nella narrativa col romanzo Le ore silenziose che le è stato ispirato dall’incontro col pittore olandese Emanuel de Witte e dalla conoscenza delle sue opere. Seguiranno altri romanzi fino a quest’ultimo. Per il 2016 la Josse pensa di pubblicare uno dal titolo L’ombra delle nostre notti.

Come era successo per il primo romanzo anche per L’ultimo guardiano di Ellis Island la scrittrice muove da un’esperienza vissuta, stavolta da una visita da lei fatta nel 2012, mentre era a New York, al Centro d’Immigrazione di Ellis Island che allora era stato chiuso già da molto tempo e trasformato in Museo dell’Immigrazione. La vista “delle stanze, dei corridoi, delle scale, di luoghi deserti, ma colmi di oggetti, di fotografie e di ricordi”, il contatto con un posto che per tanti anni, tutti i primi cinquanta del Novecento, aveva accolto immigrati provenienti da tutte le nazioni europee compresa l’Italia, avevano suscitato in lei il desiderio, il bisogno di dire, di scrivere, di ricostruire quel mondo scomparso, di recuperare quell’umanità finita. Convinta è, infatti, la Josse che il compito di un autore, di uno scrittore consiste nel saper combinare quanto gli giunge dall’esterno con le proprie tendenze, le proprie aspirazioni, i propri problemi, nel saper rappresentare questo “incontro” e ricavare una storia che comprenda i due termini, li superi e diventi di tutti, valga per tutti. E’ quanto l’arte ha sempre richiesto per essere tale e la Josse sembra voler rispondere a questa antica domanda. La visita di Ellis Island le ha suggerito l’idea di un’opera, le ha fatto scrivere un romanzo che colmasse le sue esigenze di sapere di quel luogo, delle tante persone, delle tante vite che vi erano passate, di come erano trascorse, che le ricordasse, diventasse la loro voce, la loro storia. E riesce a farlo ne L’ultimo guardiano di Ellis Island dal momento che nel romanzo fa raccontare quanto successo nel Centro, dal suo inizio alla sua fine, dal direttore John Mitchell che tutto ha visto, a tutto ha assistito ed ora, rimasto solo, è in attesa dei funzionari dell’Ufficio Immigrazione che a giorni verranno per chiudere definitivamente Ellis Island. E’ il Novembre del 1954 e la Josse mostra il Mitchell che trascorre quegli ultimi giorni a percorrere il Centro in ogni sua parte, in ogni suo angolo, a ricordare tante cose e a metterle su carta, a scrivere di esse. In lui si trasferisce, quindi, la scrittrice, con quella del suo personaggio fa coincidere la propria volontà di ricordare, riportare quanto è finito per sempre, di quella di Mitchell fa la voce che narra per l’intero romanzo senza mai fermarsi e nella maniera semplice, chiara che poteva essere propria di un’anima buona, di uno spirito rassegnato. A Mitchell la Josse farà dire dei milioni di immigrati che a Ellis Island erano giunti da tutta l’Europa, dei reduci dalle due guerre mondiali, dalla rivoluzione russa del 1917, dal comunismo, dall’antisemitismo. A Ellis Island tutti questi avevano trovato asilo dopo le gravi, pericolose condizioni nelle quali erano venuti a trovarsi durante la traversata dell’Atlantico su vaporetti non molto sicuri. Mitchell dirà pure delle violenze, delle persecuzioni, della miseria, della povertà, della fame dalle quali fuggivano, della speranza di una nuova condizione che per molti rimaneva limitata alla soddisfazione dei bisogni del corpo mentre per altri significava diventare cittadini americani, entrare a far parte di un’altra vita, di un’altra società, di un altro popolo. E ancora dirà dei luoghi del Centro adibiti a refettori, a dormitori di massa dove l’immigrato perdeva ogni elemento della sua identità, delle sue origini, della sua famiglia, della sua terra e un numero tra tanti diventava. Interprete si farà Mitchell della tristezza, della sofferenza, dell’angoscia che aveva visto su tanti volti e che avevano assunto una dimensione estesa, erano diventate i soli aspetti di quel posto, di quell’umanità, avevano fatto di tanti casi disperati un unico, immenso caso. Parlerà pure della sua vita, dirà che aveva perso la moglie Liz e la compagna Nella, che aveva sofferto per sé e per tutti i poveri che i suoi occhi avevano visto sfilare. A Ellis Island Mitchell aveva accolto, accettato tante pene, le aveva sofferte ed ora le raccontava perché ne rimanesse il ricordo, perché valessero a richiamare a quei valori, a quei diritti umani e civili che tanto spesso vengono calpestati, perché diventassero motivo di letteratura.

Non poteva trovare modo migliore la Josse per fare di una sua visita a Ellis Island la trama di un romanzo dall’alto significato morale e sociale, non poteva trovare per questo espressione migliore della voce di John Mitchell essendo stata la sua vita composta da tutte quelle altre vite, da tutte quelle altre verità, da tutta quell’altra umanità che l’opera intendeva rappresentare.