Rom, Associazione 21 luglio: “La Corte europea vieta lo sgombero di una donna disabile”

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Rom, Associazione 21 luglio: “La Corte europea vieta lo sgombero di una donna disabile”

La Corte, attraverso l’adozione di una misura di emergenza, ha ordinato al governo italiano di non procedere allo sgombero della donna rom e di sua figlia dalla ex cartiera di via Salaria, a Roma. Decisione giunta dopo il ricorso sollevato dal nucleo familiare, da Ercc, Associazione 21 luglio, OsservAzione
persone in un campo rom

ROMA – La Corte europea per i diritti dell’uomo, attraverso l’adozione di una misura di emergenza, ha ordinato al governo italiano di non procedere allo sgombero di una donna rom disabile e di sua figlia dalla ex cartiera di via Salaria, a Roma, come disposto nelle scorse settimane dall’Amministrazione capitolina. Lo ha annunciato l’Associazione 21 luglio, impegnata nella tutela dei diritti dei rom, subito citata dagli organi di stampa cattolica. La decisione della Corte e’ giunta in seguito al ricorso sollevato dal nucleo familiare, supportato, nella circostanza, dal Centro europeo per i diritti dei rom (Ercc), Associazione 21 luglio, OsservAzione e dagli avvocati Salvatore Fachile e Loredana Leo dell’Asgi (Associazione studi giuridici immigrazione).

Le due donne, insieme ad altri familiari, hanno vissuto per anni nel “centro di raccolta” per soli rom di via Salaria, una struttura – inaugurata e gestita dal Comune di Roma – in cui vivono attualmente 325 persone, esclusivamente rom, “segregate su base etnica e i cui diritti umani sono costantemente violati”, afferma l’associazione. Nelle scorse settimane, attraverso la notifica di fogli di dimissioni a decine di famiglie del centro, il Comune di Roma aveva ordinato alle persone di abbandonare la struttura entro il 28 marzo, senza però fornire alcuna alternativa abitativa adeguata e interrompendo la frequenza scolastica dei minori.

“Vittime di violazioni di diritti umani possono rivolgersi alla Corte Europea solo se non dispongono di mezzi efficaci per fare ricorso davanti ai tribunali nazionali – fa notare l’Associazione – Le due donne rom autrici dell’azione hanno, con successo, dimostrato che i tribunali italiani non hanno fornito loro mezzi efficaci per fronteggiare il rischio dello sgombero”. Associazione 21 luglio accoglie con “grande soddisfazione la decisione della Corte europea e auspica che il Comune di Roma possa coglierne l’importanza per fermare l’espulsione anche delle altre persone che vivono nella struttura di via Salaria e che rischiano di essere rese ulteriormente vulnerabili”. Esorta perciò l’Amministrazione capitolina “a individuare soluzioni alternative adeguate per le famiglie” magari riconvertendo “i 4 milioni di euro – impegnati da Determina Dirigenziale del 15 marzo 2016 per l’apertura di nuove strutture segreganti e discriminatorie per soli rom – in progetti di inclusione abitativa e lavorativa che vadano ad iniziale vantaggio delle 325 persone attualmente accolte nella struttura di via Salaria”.

Menù in Braille nei ristoranti: i costi li paga l’Unione ciechi

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Menù in Braille nei ristoranti: i costi li paga l’Unione ciechi

Con un’iniziativa appena lanciata, l’associazione torinese si offre di trascrivere, stampare e recapitare gratuitamente i menù per i i ristoranti del capoluogo che ne faranno richiesta. I titolari non dovranno far altro che chiamare la segreteria dell’ente e attenderne la consegna. “Benefici anche per il turismo”
pagina in Braille

TORINO – Se esiste un simbolo per eccellenza della convivialità, perlomeno in Italia, è senz’altro rappresentato da una tavola imbandita. Nei ristoranti del Belpaese, da tempo immemore si celebrano ricorrenze, si siglano alleanze, si discutono affari e ci si ritrova tra amici. Era dunque naturale che anche questi luoghi finissero al centro di quella testarda opera di ristrutturazione sociale che, un passo alla volta, l’Unione ciechi di Torino ha messo in moto per una città che sia davvero a misura di disabile. Così, dopo i corsi di make up, le audio biblioteche e la lunga battaglia sul trasporto accessibile, l’Uici ha deciso di mettere nel suo radar anche il vasto microcosmo di locali tipici che affollano il capoluogo sabaudo.

Nei giorni scorsi, l’ente torinese ha recapitato loro la proposta a far tradurre in braille i propri menù: trascrizione, stampa e relative spese saranno a carico dell’Unione; tutto ciò che gli esercenti dovranno fare, sarà contattarne la segreteria e prendere accordi con i volontari, per poi limitarsi semplicemente a inviare copia del menù e attendere il recapito delle versioni in braille. Secondo il presidente torinese Uici, Franco Lepore, l’obiettivo è incentivare la vita di relazione dei disabili visivi, “facendo sì che chi non vede o vede poco possa sentirsi a casa nei locali torinesi”. “Naturalmente – continua Lepore – il nostro impegno sul fronte dell’accessibilità va ben oltre: da sempre lavoriamo in moltissimi ambiti, dall’istruzione alle sfide occupazionali, fino alla mobilità urbana. Eppure anche questo segno ci sembra significativo. Il codice braille, infatti, la cui invenzione, a metà ‘800, ha letteralmente rivoluzionato la vita delle persone cieche, rappresenta tuttora un insostituibile canale d’accesso alla cultura. Ci sembra quindi importante promuoverlo e farlo conoscere anche a chi vede, come strumento di integrazione e dialogo”.

Ma l’iniziativa, secondo l’Uici, potrebbe portare benefici anche sul turismo, dal momento che il Piemonte già figura tra le destinazioni italiane preferite dai portatori di disabilità. “Torino – spiegano dall’ente – pullula di bar storici, trattorie e locali tradizionali come le ‘piole’. Generalmente, un residente cieco individua col tempo un locale di riferimento, dove magari conosce il menù a memoria o ci sono camerieri che accettano di buon grado di leggerglielo. Ma rendere pienamente accessibile l’ottima ristorazione della città crediamo possa rappresentare un ulteriore incentivo al turismo”.

A fare da apripista, ci ha già pensato la pizzeria “Masaniello è turnat”, nel quartiere di San Salvario, dove l’Uici ha tenuto parecchie iniziative negli ultimi anni: il menù accessibile è stato consegnato al titolare qualche giorno addietro, rendendo il locale davvero a misura di non vedente. “Ora – ha commentato Lepore – ci auguriamo che molti altri ristoranti e bar seguano l’esempio” . Chi volesse farlo, può iniziare telefonando alla segreteria Uici. I volontari, spiegheranno quindi come procedere. (ams)

Concorso Docenti 2016 – Illegittimo non valutare il servizio prestato nelle paritarie a tempo indeterminato

Concorso Docenti 2016 – Illegittimo non valutare il servizio prestato nelle paritarie a tempo indeterminato. Anief lancia il ricorso.

Illegittimo escludere la possibilità di dichiarare il servizio prestato nelle scuole paritarie a tempo indeterminato. Il MIUR ha chiarito che il servizio prestato con contratto a tempo indeterminato nelle scuole paritarie non sarà utile ai fini dell’attribuzione dello specifico punteggio nelle graduatorie di merito del Concorso 2016. Anief pubblica le istruzioni per aderire al ricorso. Possono aderire sia i docenti in possesso di abilitazione che compileranno entro le ore 14:00 di domani il modello di istanze Online, sia i docenti esclusi dal concorso dichiarando, nel modello cartaceo predisposto ai fini della partecipazione al concorso tramite ricorso, anche il servizio svolto a tempo indeterminato.

Possibile aderire al ricorso e ottenere la corretta valutazione di tutto il servizio svolto nelle scuole paritarie, anche se prestato con contratto di lavoro a tempo indeterminato.

Per aderire al ricorso volto alla valutazione del servizio a tempo indeterminato nelle scuole paritarie, clicca qui

Per aderire agli altri ricorsi promossi dal nostro sindacato per partecipare al concorso pur se non in possesso di specifica abilitazione, docenti di ruolo nella scuola statale o abilitandi/specializzandi in via di conseguimento del titolo, clicca qui.

Scadenza preadesioni 30 marzo.

UN CEDOLINO-DAY PER I DIRIGENTI SCOLASTICI

UN CEDOLINO-DAY PER I DIRIGENTI SCOLASTICI

Il 13 aprile 2016 i vertici di FLC CGIL, CISL Scuola, UIL Scuola e SNALS CONFSAL, con una delegazione dei diretti interessati, consegneranno i cedolini pervenuti all’indirizzo cedolinidirigenti@flcgil.it al Presidente del Consiglio e ai ministri dell’Istruzione e dell’Economia, che così sapranno finalmente quanto guadagnano i dirigenti scolastici italiani.

E, nella circostanza, sarà loro opposto che gli importi stanziati dalla legge 107/15 in ragione delle competenze ora attribuite ai predetti dirigenti, invece:

-non restituiscono loro i fondi contrattuali tagliati dalla legislazione tremontiana e dalle norme volute dai successivi governi;

-non ripristinano la retribuzione professionale media al livello degli anni precedenti il 2010;

-verranno decurtati per l’intervento del MEF, che ritiene i dirigenti scolastici essere stati pagati troppo nel 2011/12 e negli anni successivi;

-saranno utilizzati, chiaramente contra legem, in maniera differenziata per erogare retribuzioni premiali ad una parte soltanto di dirigenti e a danno di tutti gli altri;

-non garantiranno comunque la stabilità delle retribuzioni, che torneranno a diminuire a decorrere dal 2016/17.

Sempre la circostanza riuscirà propizia per sollecitare poi l’avvio delle procedure di quel nuovo concorso che l’Amministrazione avrebbe dovuto bandire un anno e mezzo fa, perché cessi finalmente l’intollerabile ordinario ricorso alle reggenze, peraltro – come ripetutamente denunciato da DIRIGENTISCUOLA – pagate non dalla fiscalità generale, ma con il fondo unico nazionale e conseguente ulteriore potatura delle retribuzioni di posizione variabile e di risultato degli stessi – di tutti – i dirigenti scolastici.

Nessun dubbio che trattasi di ragioni condivisibili. Ma intanto, come riportato dalla stampa, ai presidi in rivolta ha fatto subito da contraltare l’altolà dei professorisiamo noi i sottopagati! –, che pretendono dalla stessa Quadruplice la loro prioritaria tutela. Giustamente prioritaria, dato che sono loro i soci di – schiacciante – maggioranza, in un rapporto 90 e passa (di docenti iscritti) a 1 (di dirigenti scolastici iscritti).

Il punto è sempre quello, che più che le parole contano coloro che le pronunciano.

E coloro che le pronunciano:

1.sono gli stessi che hanno ostacolato la nascita di una vera dirigenza delle istituzioni scolastiche, pretendendo la creazione di una distinta area della specifica dirigenza scolastica nell’ambito del comparto scuola, non assimilabile alla dirigenza (la generale dirigenza pubblica) regolata dal d.lgs. n. 29 del 1993, nella testuale formula già figurante nel contratto collettivo nazionale di lavoro del Personale della scuola del 4 agosto 1995, risalente all’era preautononistica;

  1. sono gli stessi che non hanno mosso un dito, quando non abbiano dispiegato sotterranee operazioni di contrasto, per evitare l’esclusione della dirigenza scolastica dal ruolo unico della dirigenza statale, con la (ri)conferma dell’inerente salvezza della disciplina speciale in materia di reclutamento e inquadramento (art. 11, comma 1, lett. b, legge 144/15), allegabile – anche da magistrati della Repubblica – per negarle la sua perequazione-equiparazione normativa ed economica con la dirigenza normale, e dunque sancendone la permanenza nello status di figlia di un dio minore: giusto a motivo della sua sublime specificità!
  2. sono gli stessi che, a dispetto degli elementari canoni interpretativi dei testi giuridici, e sempre in forza della sua asserita specificità, sproloquiano sulla non applicabilità alla dirigenza scolastica delle disposizioni recate dal D. Lgs. 150/09 (c.d. riforma Brunetta), confluite nel D. Lgs. 165/01, che precisano e rinforzano i poteri dei dirigenti delle pubbliche amministrazioni (istituzioni scolastiche incluse, ex art. 1, comma 2, decr. ult. cit.), dettando alcune eccezioni – alla lettera: in quanto compatibili – per la dirigenza incardinata nella presidenza del Consiglio dei ministri, per la dirigenza in alcuni enti di ridotte dimensioni e per l’intera dirigenza medica, se proprio vogliamo l’unica ad essere veramente specifica, essendo dirigenza solo ad pecuniam, in quantoché resta preponderante, se non esclusivo, il c.d. atto medico, espressione di un’alta e circoscritta competenza tipicamente tecnico-professionale;
  3. sono gli stessi che, di conseguenza, sostituendosi alla Consulta, decretano l’incostituzionalità – e il correlato obbligo di disobbedirvi – delle statuizioni codificate nei commi 4, 18, 79, 81, 83, 127 della legge 107, che – lo si ricorda – concernono:

-la definizione degli indirizzi per le attività della scuola e delle scelte di gestione e di amministrazione per il PTOF, poi elaborato dal Collegio dei docenti ed approvato dal Consiglio d’istituto;

-l’individuazione del personale da assegnare ai posti dell’organico dell’autonomia, proponendo gli incarichi ai docenti dell’ambito territoriale e stipulando i relativi contratti;

-la facoltà di individuare nell’ambito dell’organico dell’autonomia fino al 10% dei docenti che coadiuvino il dirigente in attività di supporto organizzativo e didattico;

-l’assegnazione annua al personale docente, previa adeguata motivazione, di una remunerazione per premiare il merito, riveniente da un apposito fondo nazionale annuo pari a duecento milioni di euro, istituito ex lege.

Di tutta evidenza, trattasi della declinazione di consustanziali prerogative di ogni dirigente pubblico, secondo la generale previsione degli articoli 4, 5 e in particolare 17 del D. Lgs. 16501, cit. Prerogative di cui i raccoglitori di cedolini vogliono, scientemente e deliberatamente, svuotare la non-dirigenza scolastica, ieri controparte datoriale e da ultimo controparte padronale, secondo il persistente paradigma culturale di matrice ottocentesca fondato sull’equazione che quanto più si comprimono i poteri del dirigente tanto più si tutelano i diritti dei lavoratori, che nel caso di specie – lavoratori della conoscenza(sic!) – li si vuole agenti in conviviali comunità autonome, autoconsistenti e autoreferenziali, celebranti i riti di una democrazia scolastica quale fine in sé e sciolte da qualsivoglia vincolo che non sia quello che sovranamente si determinino di autoimporsi, e dunque libere dagli obblighi imposti dall’autonomia scolastica siccome compendiati nell’art. 1, comma 2 del D.P.R. 275/99, richiamato in apertura della legge 107/15; dall’obbligo della performance (D. Lgs. 150/09); ancor prima dall’obbligo di adottare procedure e strumenti di verifica e valutazione della produttività scolastica e del raggiungimento degli obiettivi, cui è funzionalizzata la libertà d’insegnamento (art. 21, comma 9, legge 59/97: la madre dell’autonomia).

 

Nella giornata del cedolino i suoi promotori vogliono anche indurre l’Amministrazione ad aprire un confronto sul fronte della valutazione della dirigenza scolastica, non condividendo il sistema messo a punto nel comma 93 della legge 107, che applica alla scuola norme dalle quali è invece esclusa e, in particolare ritenendosi inaccettabili i collegamenti ai risultati degli alunni.

In disparte la questione se tale sistema sia applicabile o meno, in termini di stretto diritto, alla scuola, è certo che esso è alquanto barocco.

E’ però singolare che FLC CGIL, CISL Scuola, UIL Scuola, SNALS CONFSAL ora critichino un dispositivo che è frutto, più che di una sintesi, della giustapposizione di quella serie di caravanserragli, eternamente sperimentali, che si sono susseguiti negli ultimi dieci anni e da loro accettati, al netto delle schermaglie di facciata, perché idonei nel corrispondere – è il caso di ribadirlo? – alla specificità della dirigenza scolastica, ma in realtà appoggiati per farli puntualmente fallire, siccome palesemente ingestibili, in una sorta di implicito pactum sceleris con l’Amministrazione: perché una dirigenza non valutata non è legittimata a valutare i docenti e il dipendente personale, così come non è legittimata a pretendere la retribuzione di risultato.

Ed è un dispositivo su cui concorda anche il quinto più autorevole e relativamente più rappresentativo sindacato della dirigenza scolastica, così come ha sistematicamente espresso un giudizio positivo sulle menzionate prodromiche sperimentazioni; che perciò – coerentemente, è onesto riconoscerlo – non lo contesta. E, non contestandolo, insieme ai primi quattro, esclude in radice l’applicabilità ai dirigenti scolastici del semplice, lineare, maneggevole modello da anni utilizzato dallo stesso MIUR per valutare – e lautamente remunerare – i normali dirigenti di pari seconda fascia, sia amministrativi che tecnici, così come i normali dirigenti generali nonché i normali capidipartimento e le cui funzioni non possono di certo dirsi meno complesse di quella esercitata nelle istituzioni scolastiche.

 

Stranamente, nella giornata del cedolino, non sembra previsto che si debba parlare del rinnovo contrattuale.

Eppure, quale migliore occasione per rimarcare e partecipare alle Autorità con cui s’intende interloquire l’entità di buste paga appena da quadro e non già da dirigente: non confrontabili con i parametri europei, già assurdamente sperequate all’interno della categoria, contrassegnate – come denunciato dall’ultimo documento comune della Quadruplice per il nuovo contratto della dirigenza scolastica – dall’inaccettabile differenziazione salariale rispetto al resto della dirigenza pubblica…e che…è cresciuta invece di diminuire.

E dunque, quale migliore occasione per dichiarare che non reitereranno – sarebbe la quarta volta consecutiva! – la nota a verbale con cui, insieme al più autorevole e relativamente più rappresentativo sindacato della dirigenza scolastica, si conviene con l’Amministrazione di rinviare l’eventuale equiparazione retributiva…sempre alla prossima tornata contrattuale! E che non firmeranno un contratto in cui non sia messo, nero su bianco, senza se e senza ma, che entro il triennio della sua vigenza – dato che, per l’anno in corso, la legge di stabilità 2016 consentirà di lucrare poco più il costo di un caffè al giorno – dovranno realizzarsi perequazione interna ed equiparazione con la restante, banale, dirigenza pubblica: Hic Rhodus hic salta!

 

Prima di inviare cedolini o chiedere grazia ai medesimi destinatari, i dirigenti scolastici dovrebbero, quanto meno, pensarci (più di) un po’.

A proposito (e sproposito) di “ZEROSEI”

A proposito (e sproposito) di “ZEROSEI”

di Loretta Lega

 

In qualità di ex-insegnante di scuola dell’infanzia, prima comunale e poi statale, e di ex-assessore all’istruzione di un Comune fortemente impegnato a costruire e far funzionare asili nido e scuole dell’infanzia della mia città, vorrei intervenire sul problema “zerosei”, anche per andare oltre le preoccupazioni o le disinformazioni che si sono diffuse attorno all’attuazione della “delega 0-6” contenuta nella legge 107/2015.

 

Le novità della legge 107

L’attuazione della Legge 107/2015 (la buona scuola) si è concentrata attorno ad alcuni oggetti forti (la stabilizzazione dei precari, il bonus per il merito, il ruolo del dirigente, l’alternanza scuola-lavoro), lasciando in ombra molti altri aspetti e settori della vita scolastica, come è il caso del segmento “zerosei” (il percorso educativo per i bambini della prima e seconda infanzia), chiamato dalla legge a ripensarsi come sistema integrato di nidi e scuole dell’infanzia.

Non si tratta di una scelta semplice perché ciascuno dei due segmenti educativi, chiamati dalla legge a dialogare tra di loro, ha una sua forte identità ricca di storia, di riferimenti pedagogici, di realizzazioni anche molto diverse, di cui è particolarmente geloso.

I nidi d’infanzia e le scuole materne hanno conquistato il loro posto nel sistema scolastico a fatica e temono, soprattutto i colleghi della scuola dell’infanzia, di perderlo in un indistinto servizio educativo a forte valenza sociale, come a prima vista può sembrare lo “zerosei”.[1]

C’è questo pericolo tra i commi della Legge 107? Noi pensiamo di no, ma sarà il testo del decreto legislativo che dovrà chiarirlo. La delega “zerosei”, che richiede risorse finanziarie certe (questa è semmai la preoccupazione maggiore), ha l’obiettivo di rafforzare ed estendere la qualità dei servizi educativi (i nidi da 0 a 3 anni) e delle scuole dell’infanzia (3-6 anni)[2].

 

Check up ai servizi per l’infanzia

Al momento, ci sono lavori in corso in appositi gruppi e tavoli di lavoro al MIUR, ed è auspicabile che si apra un confronto sereno sulle questioni in gioco. Proviamo a riassumerle :

  1. c’è bisogno di più nidi in Italia, siamo il fanalino di coda in Europa, ed il loro costo è eccessivo perché equiparato ad un servizio quasi privato a domanda individuale;
  2. la qualità dei nidi è molto diversa: molti sono gestiti dai Comuni (in base alla legge 1044 del lontano 1971), ma quasi la metà sono strutture private o convenzionate, ed è necessario dotare il sistema nidi di “Linee guida pedagogiche” che diano un riferimento culturale forte all’intero settore;
  3. la scuola dell’infanzia è molto diffusa nel territorio, ma separata in forme di gestione diverse (statale, comunale, privata paritaria), non sempre in dialogo tra di loro, anzi spesso in concorrenza e non è detto che questo faccia bene ai bambini;
  4. quella dai 3 ai 6 anni è una scuola a tutti gli effetti, ma gracile, tenuta ai margini della “scuola dei grandi”, anche se ormai a pieno titolo inserita (la scuola statale) negli istituti comprensivi, in una prospettiva di continuità 3 – 14 anni, che però sembra solo una promessa;
  5. l’intero settore presenta un affaticamento organizzativo notevole, dovuto alle restrizioni della finanza pubblica (sia dello Stato che dei Comuni) e si trova alle prese con situazioni gravi, tra blocco del turnover, precariato, esternalizzazioni dei servizi, parametri numerici faticosi nelle sezioni dell’infanzia, scarsa valorizzazione delle professionalità[3].

Una buona legge-quadro (il decreto legislativo, infatti, ha valore di legge ordinaria) è necessaria per affrontare decisamente tali questioni, sapendo poi che non bastano i provvedimenti normativi per dare certezza all’intero settore e per metterne in risalto la valenza educativa. Occorre definire le caratteristiche organizzative essenziali, indicare le condizioni per generalizzare e qualificare entrambe le strutture educative (asili nido e scuole dell’infanzia).

Sono misure che hanno un costo e che richiedono il reperimento di risorse finanziarie aggiuntive, soprattutto se si vuole estendere il nido dall’attuale 15% di copertura del servizio al 33% auspicato a livello europeo. Anche la scuola dell’infanzia deve essere sostenuta finanziariamente nella realizzazione di standard qualitativi migliori (si pensi al numero di bambini per sezione o ai tempi di compresenza). En passant, non si deve dimenticare che l’organico potenziato (previsto dalla legge 107/2015) ha comportato l’assunzione “aggiuntiva” di circa 55.000 docenti, ma la scuola dell’infanzia è stata esclusa dall’operazione (proprio perché in attesa di un riordino complessivo del settore).

 

I nodi del decreto legislativo 0-6

Che fare, allora? Sospendere tutto in attesa di tempi migliori, che forse non arriveranno mai? Sarebbe controproducente, per il futuro delle politiche per l’infanzia nel nostro Paese.

E’ opportuno che in un testo avente valore di legge siano resi più espliciti i caratteri distintivi del settore zerosei, interpretando però con molta attenzione i punti contenuti nella Legge 107/2015, art.1, comma 181, lett. e).[4]

Nel testo della legge delega non viene proposto un generico contenitore 0 – 6 anni, tanto è vero che si parla distintamente di servizi educativi (i nidi d’infanzia) e di strutture scolastiche (le scuole dell’infanzia) ed anche il richiamo agli educatori (0-3) e agli insegnanti (3-6) fanno trasparire il rispetto delle due diverse tipologie di servizio.

Asilo nido e scuola dell’infanzia sono realtà educative molto diverse, ma il confronto tra i due modelli pedagogici è stimolante, anche per evitare che nella scuola dell’infanzia prevalga una impostazione di tipo scolasticistico, come capita qualche volta di vedere nelle sezioni, magari sotto le spinte di un malinteso precocismo. La rilettura delle Indicazioni vigenti per la scuola dell’infanzia (DM 254/2012), che si ispirano direttamente agli Orientamenti del 1991, è in proposito assai illuminante. Il testo delle Indicazioni/2012 è esplicitamente richiamato dalla legge-delega. Nel documento non si parla di anticipo, di prelettura o prescrittura, ma di un incontro graduale del bambino con i saperi attraverso i campi di esperienza[5].

La previsione della costituzione di eventuali poli infanzia “zerosei” non va vista come la scomparsa dei due preesistenti modelli, ma come una ipotesi sperimentale ad alta valenza innovativa, che potrà però essere attuata in poche limitate realtà (pensiamo soprattutto ai Comuni all’avanguardia nelle politiche educative)[6]. Un polo “zerosei” potrebbe caratterizzarsi come un “campus” per i bambini delle prima e seconda infanzia, con spazi ed ambienti distinti, ma con aree integrate per attività di continuità, e servizi di supporto comuni. Nella maggior parte dei casi, il polo “zerosei” potrebbe vedere l’aggregazione ad una scuola dell’infanzia di una sezione “piccoli” (dai 2 ai 3 anni), con personale apposito. In questo caso si tratta di “sezione primavera” la cui gestione può essere assunta anche dallo Stato (e quindi aggregata agli istituti comprensivi).

 

E le sezioni primavera?

Ma dove sono finite le sezioni primavera?[7]

La legge-delega non cita le sezioni primavera, cioè quelle particolari strutture pensate per i bambini da 24 a 36 mesi, ed istituite da ormai una decina d’anni (Legge 296/2006). La stessa vita delle sezioni primavera è rimasta assai precaria, anche per i ritardi nei finanziamenti, che sono legati alle intese tra Stato e Regioni.

Ma l’occasione è propizia per dare una regolamentazione più robusta a questa intuizione pedagogica che può essere una prima risposta per estendere il servizio educativo per i bambini al di sotto dei tre anni, là dove non c’è (molte regioni del sud), ma anche per differenziare l’offerta là ove è già di qualità (a Reggio Emilia un quarto del settore zero-tre è rappresentato da sezioni primavera).

Modello strutturato, personale stabile e qualificato, parametri di funzionamento, forme di autorizzazione e monitoraggio, progetto pedagogico: sono forme di garanzia per il rilancio di un progetto organizzativo che può essere gestito da Stato, Comuni o Enti privati.

Per le sezioni primavera statali (che al momento sono una minoranza) si potrebbe immaginare un organico stabile, formato da insegnanti magari quelli assunti dalle graduatorie permanenti ad esaurimento (GAE, ora esclusi dalle assunzioni in ruolo), e da educatori ed assistenti, magari stabilizzando il personale precario ora in carico ad enti diversi (cooperative sociali, soggetti privati, ecc.).

La sezione dei due anni è il luogo di incontro tra la pedagogia del nido centrata sulla cura, l’accompagnamento, la relazione e della scuola dell’infanzia caratterizzata dagli alfabeti, il corpo e i linguaggi, gli apprendimenti, la socialità proprio per superare una visione stereotipata e “meticciare” le due prospettive: una opportunità più unica che rara per mettere alla prova il valore generativo dello “zerosei”.

 

Gli standard di qualità

Il riconoscimento della dimensione pienamente educativa delle due strutture va di pari passo con l’uscita dell’asilo nido dall’area dei servizi “a domanda individuale” con nuove forme di finanziamento pubbliche, sulla base di rigorosi parametri ed una moderata contribuzione degli utenti, in ragione della qualità dei servizi erogati[8].

Per la scuola dell’infanzia, l’attuazione della delega dovrà comportare la definizione di indicatori di qualità per i rapporti numerici adulti-bambini e la dimensione delle sezioni, le fasce pregiate di compresenza dei docenti, la formazione obbligatoria, l’introduzione del coordinamento pedagogico per quelle realtà che ne sono ancora sprovviste, come la scuola statale.

Inoltre, dovrà essere previsto un sistema di governance rispettoso dei diversi soggetti titolari delle strutture (stato, comune, privato), che però garantisca l’integrazione di domanda e offerta ed i sistemi di verifica e controllo.

E’ evidente che solo in forme coordinate questi diversi gestori potranno regolare meglio, con una regia pubblica, l’accesso ai servizi, il sistema dei finanziamenti, i centri di accoglienza della domanda, i piani di sviluppo dell’offerta formativa di un territorio.

Le strutture dello zerosei rappresentano un elemento di qualità della vita di una comunità e devono essere pensate unitariamente in loco, fermo restando le specificità dei modelli organizzativi.

La progettazione educativa sarà basata su linee guida, che nel nido mancano, e su indicazioni (per l’infanzia già ci sono e vanno pienamente attuate). Il progetto educativo interpreta la qualità ecologica del curricolo nell’infanzia, che non può sovrapporsi alla plasticità dello sviluppo infantile e irrigidirsi in pratiche scolastiche (la logica dell’anticipo e della preparazione è sempre dietro l’angolo), ma che piuttosto lo accompagna e lo stimola attraverso un adeguato allestimento dei contesti educativi, garantito dalla professionalità dei docenti.

 

Generalizzare i punti di eccellenza

In definitiva, in Italia esiste una collaudata cultura pedagogica che ha fatto crescere la credibilità e l’affidabilità delle strutture educative che si occupano di infanzia.

I punti di eccellenza possono diventare i fari che illuminano l’intero settore e orientano la ricerca educativa, la formazione permanente del personale, la qualità dei contesti educativi. Questi elementi possono essere inseriti in appositi protocolli di valutazione che daranno vita a breve ad uno specifico RAV (Rapporto di Auto Valutazione) per l’infanzia.

Il RAV promette di essere un interessante oggetto di ricerca sugli indicatori di qualità di una buona scuola dell’infanzia ed il suo aggancio (per la scuola dell’infanzia statale) con il quadro concettuale del RAV dell’istituto comprensivo (o della Direzione Didattica) può facilitare la connessione tra il segmento 3 – 6 anni e ciò che viene dopo (il primo ciclo), rafforzando l’idea di continuità educativa[9].

Già, perché la scuola dell’infanzia si trova costretta a navigare fortunatamente tra due diverse sponde: il nido da un lato, che rappresenta un ambiente di qualità per le prime esperienze di apprendimento dei bambini (ma oggi ne usufruisce solo il 2% dei bimbi di Reggio Calabria e invece il 50% di quelli di Parma) e la scuola del primo ciclo dove si consolidano gli apprendimenti di linguaggi, alfabeti e i primi codici dei saperi.

Quando si riscrivono le leggi per la scuola occorre stare dalla parte dei bambini, ma guardare avanti per farli crescere. Se lo “zerosei” sarà questo potremo tirare un sospiro di sollievo per l’educazione dei nostri bambini.


 

 

[1] Si vedano ad esempio il documento elaborato dal CIDI di Firenze: http://www.cidi.it/articoli/primo-piano/zero-riflessioni-gruppo-infanzia-cidi-firenze e quello proposto dal CIDI nazionale: “Delega zero/sei: criticità delle proposte in campo”: https://www.facebook.com/cidifo/

[2] G.Cerini, Come in apnea, in “Scuola dell’infanzia”, n. 8, Giunti, Firenze (in pubblicazione).

[3] G.Cerini, Ripartire dall’educazione e dalla cura dell’infanzia, in “Rivista dell’istruzione”, n. 3, maggio-giugno 2013, Maggioli, Rimini. LA medesima rivista ha dedicato il numero 4 del 2013 alle questioni dei servizi per l’infanzia con interventi di G.Zunino, L.Campioni, S.Benedetti e a altri, con la presentazione dei contenuti innovativi della proposta di legge 1260 (Sen. Puglisi), da cui ha preso le mosse la delega contenuta nella legge 107/2015.

[4] M.Maviglia, Il detto e il non-detto dello zerosei, in “Rivista dell’istruzione”, n. 2, marzo-aprile 2016, Maggioli, Rimini, analizza il testo della legge delega mettendone in evidenza gli aspetti positivi (senza trascurare le criticità) e sgombrando il campo dai fraintendimenti che spesso accompagnano il dibattito su questo tema.

[5] Per un commento delle Indicazioni/2012 vedi: G.Cerini (a cura di), Le nuove Indicazioni per il curricolo verticale, Maggioli, Rimini, 2013.

[6] Gruppo Nazionale Nidi e Infanzia, Curricolo è responsabilità. La sfida del progetto 0/6 e oltre,Milano, 26-27-28 febbraio 2016, Preatti, ZeroseiUp, 2016.

[7] L.Lega, Sezioni primavera, in “Voci della Scuola”, VII, Tecnodid, Napoli, 2018. Le sezioni primavera attualmente funzionanti (2015) ammontano a circa 1.600 e possono essere gestite da privati, enti locali, stato.

[8] L.Lega, I servizi educativi per l’infanzia e la loro sostenibilità, in “Infanzia”, n. 1, gennaio-febbraio 2016, Spaggiari, passa in rassegna i costi legati alla generalizzazione dei servizi educativi e all’attuale crisi economica.

[9] La proposta di sperimentazione di un RAV-Infanzia è illustrata da G.Cerini sul sito “Pavone Risorse”: http://www.pavonerisorse.it/buonascuola/autovalutazione/rav_brame.htm . La questione della valutazione nella scuola dell’infanzia, che non può certamente avvalersi di test o risultati scolastici, è ben illustrata da Anna Bondioli e Donatella Savio, dell’Università di Pavia, una delle strutture maggiormente impegnate in questo campo di ricerca: A.Bondioli, D.Savio, La valutazione degli esiti formativi nella scuola dell’infanzia, in “Rivista dell’istruzione”, n. 6, novembre-dicembre 2015, Maggioli, Rimini,

Spese per la frequenza ed erogazioni liberali

Spese per la frequenza ed erogazioni liberali
Detrazioni, mense scolastiche e proteste

di Cinzia Olivieri

 

Si riparla di mense scolastiche a seguito della C.M. n. 3/E/2016 , con la quale l’Agenzia delle Entrate è intervenuta a fornire chiarimenti in materia di detrazione per le “spese per la frequenza scolastica(1.15) a seguito della modifica dell’art. 15, comma 1 del TUIR, per effetto in particolare della Legge n. 107/2015, con l’inserimento della lettera e-bis).

Infatti, la lettera e) – che prima riguardava tutte le spese di istruzione detraibili – ora disciplina la sola detrazione delle spese di istruzione universitaria e la lettera e-bis) quella delle “spese per la frequenza di scuole dell’infanzia, del primo ciclo di istruzione e della scuola secondaria di secondo grado del sistema nazionale di istruzione di cui all’articolo 1 della legge 10 marzo 2000, n. 62 e successive modificazioni, per un importo annuo non superiore a 400 euro per alunno o studente.

Dunque la nuova lettera e-bis dell’art. 15 comma 1 del TUIR prevede la detrazione, comunque documentata, per le spese di istruzione sostenute per la frequenza:

  • discuole dell’infanzia (scuola materna),
  • delprimo ciclo di istruzione,
  • dellascuola secondaria di secondo grado,

del sistema nazionale di istruzione di cui all’art. 1 della Legge n. 62/2000 (Norme per la parità scolastica e disposizioni sul diritto allo studio e all’istruzione). Tale detrazione è prevista nel limite di euro 400 per alunno o studente e non è cumulabile con quella per le erogazioni liberali dell’art. 15 comma 1 lett. i-octies del TUIR (“Per le erogazioni liberali alle istituzioni scolastiche per l’ampliamento dell’offerta formativa rimane fermo il beneficio di cui alla lettera i-octies), che non è cumulabile con quello di cui alla presente lettera”).

 

Il predetto comma 1 lett. i-octies contempla, com’è ormai noto, la possibilità di detrarre, sempre per un “importo pari al 19 per centodegli “oneri sostenuti dal contribuente” ma senza limite, “le erogazioni liberali a favore degli istituti scolastici di ogni ordine e gradostatali e paritari senza scopo di lucro appartenenti al sistema nazionale di istruzione di cui alla legge 10 marzo 2000, n. 62, e successive modificazioni nonché a favore delle istituzioni dell’alta formazione artistica, musicale e coreutica e delle università, finalizzate all’innovazione tecnologica, all’edilizia scolastica e universitaria e all’ampliamento dell’offerta formativa. La detrazione è però ammessa a condizione che “il versamento di tali erogazioni sia eseguito tramite banca o ufficio postale ovvero mediante gli altri sistemi di pagamento previsti dall’articolo 23 del decreto legislativo 9 luglio 1997, n. 241 (quindi “carte di debito, di credito e prepagate, assegni bancari e circolari ovvero mediante altri sistemi di pagamento”).

 

Il dato testuale delle lettere e-bis e i-octies pare evidenziare delle differenze, giacché nel primo caso si fa riferimento alle sole “scuole del sistema nazionale di istruzione di cui all’articolo 1 della legge 10 marzo 2000, n. 62” (quest’ultima relativa alla parità scolastica) mentre nel secondo si parla espressamente di “istituti scolastici di ogni ordine e gradostatali e paritari”.

Risolve il dubbio appunto l’art. 1 della L 62/00, il quale recita al comma 1, primo capoverso: “Il sistema nazionale di istruzione, fermo restando quanto previsto dall’articolo 33, comma 2 della Costituzione, è costituito dalle scuole statali e dalle scuole paritarie private e degli enti locali”.

Per l’effetto, sebbene la L 62/00 disciplini soprattutto i requisiti per il riconoscimento della parità scolastica, si desume da tale articolo che la detrazione della lettera e-bis sia prevista dunque per le scuole statali, paritarie private e degli enti locali.

 

L’Agenzia delle Entrate ha quindi ritenuto necessario interpellare il MIUR per individuare l’ambito applicativo delle suddette detrazioni, a mezzo modello 730 e Unico, con riferimento alle spese per la frequenza e quelle per le erogazioni liberali.

Come si legge al punto 1.15 della C.M. n. 3/E/2016 il Ministero ha quindi precisato che:

  • rientrano nella previsione della lettera e-bis

le tasse;

i contributi obbligatori;

i contributi volontari e le altre erogazioni liberali, deliberati dagli istituti scolastici o dai loro organi e sostenuti per la frequenza scolastica per finalità diverse di quelle della lettera i-octies.

Tra questi si citano espressamente a titolo esemplificativo: la tassa di iscrizione, la tassa di frequenza e la spesa per la mensa scolastica.

Dovrebbero potersi annoverare anche i contributi per assicurazione integrativa o l’acquisto dei libretti delle assenze che, sebbene inclusi dalla Nota 20 marzo 2012, Prot. n. 0000312 tra le “spese sostenute per conto delle famiglie”, sono da considerarsi comunque volontari giacché, come precisato dalla successiva Nota 7 marzo 2013 n. 593, alle scuole non è riconosciuta capacità impositiva in quanto i “consigli di istituto, pur potendo deliberare la richiesta alle famiglie di contributi di natura volontaria, non trovano però in nessuna norma la fonte di un vero e proprio potere di imposizione che legittimi la pretesa di un versamento obbligatorio di tali contributi”.

È invece espressamente escluso dalla detrazione l’acquisto di materiale di cancelleria e di testi scolastici per la scuola secondaria di primo e secondo grado;

  • rientrano invece nell’ambito di applicazione della lettera i-octies

i contributi volontari consistenti in erogazioni liberali finalizzate

  1. all’innovazione tecnologica ( acquisto di cartucce stampanti);
  2. all’edilizia scolastica ( pagamento piccoli e urgenti lavori di manutenzione o di riparazione),
  3. all’ampliamento dell’offerta formativa (es. acquisto di fotocopie per verifiche o approfondimenti).

Nonostante l’opportunità positiva, restano però sostanzialmente irrisolte le questioni sollevate, anche di recente, con riferimento al servizio mensa.

Invero, a parte la non cumulabilità dei due benefici di cui alle lettere e-bis e i-octies, in particolare riguardo alle sempre più diffuse proteste per il “caro mensa”, la detrazione, nei limiti del 19%, di 400 euro, per un totale di 76 euro l’anno per studente, compensa in maniera esigua la somma complessiva versata dalle famiglie, specie nell’ipotesi di tempo pieno.

Le mense costituiscono dichiaratamente un servizio “a richiesta”.

Tuttavia sempre più spesso si parla di “obbligatorietà della mensa” specie con riguardo al tempo pieno.

Ebbene, se per chi opta per un tempo scuola in cui sia prevista anche la mensa, in quanto momento educativo, può condividersi che tale attività sia da considerarsi per ciò stesso obbligatoria, da tanto non può desumersi anche l’obbligo di adesione ad un servizio a pagamento, non solo perché esso si attiva a domanda individuale ma altresì per lo stesso principio di gratuità dell’istruzione e le ulteriori considerazioni contenute anche nelle due note sul contributo sopra menzionate.

Rimane alto pertanto il livello di attenzione delle famiglie sull’argomento.

Decreto Ministeriale 29 marzo 2016, n. 202

Il Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca

VISTO il D.M. n. 815 del 4 novembre 2014, relativo ai criteri per la ripartizione del fondo di finanziamento ordinario delle università per l’anno 2014, registrato alla Corte dei conti il 4 dicembre 2014, e in particolare l’articolo 7 e l’allegato 3, punto 2,  che destina la somma di € 2.200.000 al finanziamento di progetti competitivi da ripartire a seguito di bando disposto con provvedimento ministeriale tra i Consorzi interuniversitari di ricerca che hanno partecipato alla Valutazione della Qualità della Ricerca 2004-2010 con esito positivo, sentito il CEPR;

VISTO il DM n. 974 del 29 dicembre 2014, con il quale è stato adottato il bando recante le disposizioni in merito alle modalità di presentazione delle domande da parte dei citati Consorzi, alla selezione delle proposte e alla erogazione delle risorse;

VISTO in particolare l’art. 3 del DM n. 974/2014, il quale prevede che “il finanziamento da attribuire a ciascun Consorzio è stabilito con decreto del Ministro a seguito di valutazione dei progetti da parte del Comitato di Esperti per la politica della Ricerca (CEPR) sulla base dei seguenti criteri:

  • – Qualità del progetto di ricerca presentato;
  • – Livello di coinvolgimento dei soggetti consorziati nelle attività di ricerca;
  • – Percentuale di cofinanziamento proposta;
  • – Risultati conseguiti dal Consorzio nella VQR 2004 – 2010 tenendo conto dell’indicatore IRFS 1;

VISTI i  progetti presentati dai Consorzi interuniversitari attraverso l’apposita procedura on line;

VISTA la valutazione compiuta dal CEPR sulla base dei sopraindicati criteri avvalendosi della medesima procedura on line;

RITENUTO di dover adottare il provvedimento di ammissione a finanziamento dei progetti presentati dai Consorzi interuniversitari recependo la valutazione compiuta dal CEPR;

RITENUTO altresì di dover rivedere la limitazione dei tempi con i quali provvedere all’erogazione delle relative risorse, prevista dall’art. 3, comma 2, del DM n. 974/2014;

D E C R E T A

Art. 1

1.  In attuazione del decreto  n. 815 del 4 novembre 2014, allegato 3, punto 2, e del decreto n.  974 del 29 dicembre 2014, all’esito della valutazione di cui in premessa sono ammessi a finanziamento i progetti presentati dai Consorzi interuniversitari di ricerca riportati nella TABELLA 1 allegata al presente decreto, con gli importi a fianco di ciascuno indicati.

2.  I Consorzi riceveranno l’80% dell’importo di cui al comma 1 a seguito dell’adozione del presente decreto e il restante 20% a seguito di rendicontazione e verifica delle attività svolte.

 

Tabella 1- Riparto risorse tra i Consorzi interuniversitari in attuazione del DM n. 815 del 4 novembre 2014, allegato 3, punto 2, e del DM n. 974 del 29 dicembre 2014

Consorzio interuniversitario Titolo del progetto ASSEGNAZIONE
Consorzio Interuniversitario Biotecnologie BIOCAT-CIB : CATALISI DELL’INNOVAZIONE NELLE BIOTECNOLOGIE 166.860
Consorzio Interuniversitario Istituto Nazionale Biostrutture e Biosistemi – INBB RICERCHE BIO-MEDICHE DI FRONTIERA PER IL  MANTENIMENTO E LA TUTELA DELLA SALUTE 127.100
Consorzio Interuniversitario Istituto Nazionale per le Ricerche Cardiovascolari-INRC PREVHEART 23.954
HOMING DELLE CELLULE STAMINALI EMATOPOIETICHE IN UN MODELLO PRE-CLINICO DI ISCHEMIA/RIPERFUSIONE 23.954
OLIGOMERI PRE-AMILODI DI DESMINA QUALE CAUSA DI INSUFFICIENZA CARDIACA E STUDIO DELLAZIONE PROTETTIVA MEDIATA DA SOSTANZE NUTRACEUTICHE 30.335
Consorzio Interuniversitario Nazionale La Chimica per l’Ambiente – INCA DISSEMINAZIONE DEI RISULTATI DELLE RICERCHE 25.621
Consorzio Interuniversitario Nazionale per l’Informatica – CINI PROGETTO CINI – INFRASTRUTTURE PER LA RICERCA AVANZATA 131.011
Consorzio Interuniversitario Nazionale per la Fisica delle Atmosfere e delle Idrosfere-CINFAI ESTREMI IDROLOGICI E RICERCA INDUSTRIALE 64.528
Consorzio Interuniversitario Nazionale per la Scienza e Tecnologia dei Materiali KE-MAT 2015! KEY ENABLING MATERIALS PER L’AMBIENTE, L’ENERGIA, L’ALIMENTAZIONE, LA SALUTE, I TRASPORTI ED I BENI CULTURALI: DALLA RICERCA ESPLORATIVA ALLA RICERCA APPLICATA 405.985
Consorzio Interuniversitario Reattività Chimica e Catalisi  – CIRCC CATALISI INNOVATIVA PER LA SINTESI DI CHEMICALS, INTERMEDI E FUELS DA FONTI RINNOVABILI 173.867
Consorzio Interuniversitario di Neuroscienze denominato “Istituto Nazionale di Neuroscienze” COMBATTERE LE MALATTIE NEUROGENERATIVE IN UN MONDO CHE INVECCHIA 41.796
Consorzio Interuniversitario di Ricerca in Chimica dei Metalli nei Sistemi Biologici NANOVETTORI INORGANICI/ORGANICI PER LA CHEMIOTERAPIA ANTITUMORALE. 40.151
ANGIOGENESI E NEURODEGENERAZIONE: INTERAZIONE TRA RAME E ANGIOGENINA 31.547
COMPLESSI METALLICI ANTITUMORALI PER TARGET NON GENOMICI 43.019
Consorzio Interuniversitario per lo Sviluppo dei Sistemi a Grande Interfase – CSGI SOLUZIONI PER LA CONSERVAZIONE DEL PATRIMONIO CULTURALE 245.727
Consorzio Nazionale Interuniversitario Metodologie e Processi Innovativi di Sintesi SINTESI DI NUOVE MOLECOLE COME FARMACI PER MALATTIE RARE 82.452
Consorzio Nazionale Interuniversitario per le Scienze Fisiche della Materia – CNISM POTENZIAMENTO E SOSTEGNO ORGANIZZATIVO ALLE ATTIVITA’ DI RICERCA DI MAGGIORE RILEVANZA DEL CNISM 86.526
Consorzio Nazionale Interuniversitario per le Scienze del Mare – CONISMA RIRAI – REPERTORIO INTERATTIVO DELLA RICERCA ACCADEMICA ITALIANA  IN SCIENZE DEL MARE 142.096
Consorzio Nazionale Interuniversitario per le Telecomunicazioni – CNIT INFRASTRUTTURE E SERVIZI ICT VERSO IL 2020 –  POTENZIAMENTO DELLE ATTIVITA’  DI RICERCA COLLABORATIVE DEI SOGGETTI CONSORZIATI 313.471
totale 2.200.000
Roma, 29 marzo 2016

IL MINISTRO
(Prof.ssa Stefania Giannini)

Decreto-Legge 29 marzo 2016, n. 42

Decreto-Legge 29 marzo 2016, n. 42

Disposizioni urgenti in materia di funzionalità del sistema scolastico e della ricerca. (16G00053)

(GU Serie Generale n.73 del 29-3-2016)

 
                   IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA 
 
  Visti gli articoli 77 e 87 della Costituzione; 
  Visto il decreto-legge  7  aprile  2014,  n.  58,  convertito,  con
modificazioni, dalla legge 5  giugno  2014,  n.  87,  recante  misure
urgenti  per  garantire  il   regolare   svolgimento   del   servizio
scolastico; 
  Visto il decreto-legge 9  febbraio  2012,  n.  5,  convertito,  con
modificazioni, dalla legge 4 aprile 2012, n. 35, recante disposizioni
urgenti in materia di semplificazione e di sviluppo; 
  Ritenuta la straordinaria necessita' ed  urgenza  di  garantire  il
mantenimento del decoro e della funzionalita' degli immobili sede  di
istituti scolastici, nonche' per  assicurare  la  prosecuzione  degli
interventi di ripristino degli edifici scolastici che si  trovano  in
condizioni  non  decorose   migliorandone   la   vivibilita'   e   la
gradevolezza degli  ambienti  come  previsto  dal  programma  «Scuole
belle»; 
  Ritenuta  la  straordinaria  necessita'  ed  urgenza   di   emanare
disposizioni per rendere stabile la Scuola sperimentale di  dottorato
internazionale  «Gran  Sasso  Science  Institute»  (GSSI),  istituita
dall'articolo  31-bis  del  decreto-legge  9  febbraio  2012,  n.  5,
convertito, con modificazioni, dalla legge 4 aprile 2012,  n.  35,  e
garantire  la  prosecuzione  delle  attivita'   di   alto   contenuto
scientifico  e  tecnologico  in   considerazione   degli   importanti
risultati  ottenuti  per  il  rilancio  dello  sviluppo  del  sistema
didattico e produttivo dei territori terremotati dell'Abruzzo; 
  Vista la deliberazione del Consiglio dei ministri,  adottata  nella
riunione del 25 marzo 2016; 
  Sulla proposta del Presidente del  Consiglio  dei  ministri  e  del
Ministro  dell'istruzione,  dell'universita'  e  della  ricerca,   di
concerto con il Ministro dell'economia  e  delle  finanze  e  con  il
Ministro del lavoro e delle politiche sociali; 
 
                                Emana 
 
                     il seguente decreto-legge: 
 
                               Art. 1 
 
Disposizioni  per  il  decoro  degli  edifici  scolastici  e  per  lo
  svolgimento dei servizi di pulizia e ausiliari nelle scuole 
 
  1. Al fine di assicurare la prosecuzione dal 1° aprile 2016  al  30
novembre 2016 degli interventi di mantenimento  del  decoro  e  della
funzionalita'  degli  immobili  adibiti   a   sede   di   istituzioni
scolastiche ed educative statali di cui all'articolo 2, commi 2-bis e
2-bis.1, del decreto-legge 7 aprile  2014,  n.  58,  convertito,  con
modificazioni, dalla legge 5 giugno 2014, n. 87,  e'  autorizzata  la
spesa di 64 milioni di euro per l'anno 2016. 
  2.  All'articolo  2  del  decreto-legge  7  aprile  2014,  n.   58,
convertito, con modificazioni, dalla legge 5 giugno 2014, n. 87, sono
apportate le seguenti modificazioni: 
    a) al comma 1, le parole: «nell'anno scolastico  2015/2016»  sono
sostituite dalle seguenti: «nell'anno scolastico 2016/2017»; dopo  le
parole: «ovvero sia stata sospesa» sono inserite le seguenti: «o  sia
scaduta» e le parole: «e comunque fino a non oltre il 31 luglio 2016»
sono sostituite dalle seguenti: «e comunque fino a non  oltre  il  31
dicembre 2016»; 
    b) al  comma  2-bis.1  dopo  le  parole:  «la  convenzione-quadro
Consip» sono inserite le seguenti: «ovvero la stessa sia scaduta». 
                               Art. 2 
 
Disposizioni per la stabilizzazione e il riconoscimento della  Scuola
  sperimentale  di  dottorato  internazionale  Gran   Sasso   Science
  Institute 
 
  1. Per la stabilizzazione della Scuola  sperimentale  di  dottorato
internazionale  Gran  Sasso  Science   Institute   (GSSI),   di   cui
all'articolo  31-bis,  del  decreto-legge  9  febbraio  2012,  n.  5,
convertito, con modificazioni, dalla legge 4 aprile 2012,  n.  35,  e
per il riconoscimento delle sue attivita', e' assegnato un contributo
di 3 milioni di euro a  decorrere  dall'anno  2016,  ad  integrazione
delle risorse assegnate con delibera CIPE n. 76 del 6 agosto 2015. 
  2.  La  Scuola,   con   decreto   del   Ministro   dell'istruzione,
dell'universita' e della ricerca, adottato  ai  sensi  del  comma  6,
dell'articolo 31-bis,  del  decreto-legge  9  febbraio  2012,  n.  5,
convertito, con modificazioni, dalla legge 4 aprile 2012,  n.  35,  a
seguito del quale e' reso disponibile  il  finanziamento  di  cui  al
comma 1, assume carattere di stabilita' come istituto universitario a
ordinamento speciale. 
  3. Fino al 31 dicembre 2020, entro il limite massimo di spesa, pari
all'80  per  cento  dei  contributi   ordinari   statali   ai   sensi
dell'articolo 5, comma 6, del decreto legislativo 29 marzo  2012,  n.
49, la Scuola puo' procedere al reclutamento di  personale  anche  in
deroga alle  limitazioni  di  cui  all'articolo  1  del  decreto  del
Presidente del Consiglio dei ministri 31  dicembre  2014,  pubblicato
nella Gazzetta Ufficiale del 20 marzo 2015, n. 66. 
  4. All'articolo 31-bis del decreto-legge 9  febbraio  2012,  n.  5,
convertito, con modificazioni, dalla legge 4 aprile 2012,  n.  35,  i
commi 2-bis e 5-bis sono abrogati e al comma 6 le parole: «di cui  al
comma 2-bis» sono soppresse. 
                               Art. 3 
 
                        Copertura finanziaria 
 
  1. Agli oneri derivanti dall'articolo 1, comma 1, pari a 64 milioni
di euro per l'anno 2016, si provvede: 
    a) per 15  milioni  di  euro  mediante  parziale  utilizzo  delle
economie di cui all'articolo 58, comma 6, del decreto-legge 21 giugno
2013, n. 69, convertito, con  modificazioni,  dalla  legge  9  agosto
2013, n. 98; 
    b) per 49 milioni di euro mediante riduzione  dell'autorizzazione
di spesa, per il funzionamento, di cui  all'articolo  1,  comma  601,
della legge 27 dicembre 2006, n. 296, per l'anno 2016. 
  2. Agli oneri derivanti dall'articolo 2, comma 1,  si  provvede,  a
decorrere  dal  2016,  quanto  a   2   milioni   di   euro   mediante
corrispondente  riduzione  dell'autorizzazione  di   spesa   di   cui
all'articolo 5 della legge 24 dicembre 1993, n.  537  e  quanto  a  1
milione di euro mediante corrispondente riduzione dell'autorizzazione
di spesa di cui all'articolo 7 del decreto legislativo 5 giugno 1998,
n. 204. 
                               Art. 4 
 
                          Entrata in vigore 
 
  1. Il presente decreto entra in vigore il giorno stesso  della  sua
pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale della  Repubblica  italiana  e
sara' presentato alle Camere per la conversione in legge. 
  Il presente decreto, munito del sigillo dello Stato, sara' inserito
nella  Raccolta  ufficiale  degli  atti  normativi  della  Repubblica
italiana. E' fatto obbligo a chiunque spetti di osservarlo e di farlo
osservare. 
    Dato a Roma, addi' 29 marzo 2016 
 
                             MATTARELLA 
 
 
                            Renzi,  Presidente  del   Consiglio   dei
                            ministri 
 
                            Giannini,    Ministro    dell'istruzione,
                            dell'universita' e della ricerca 
 
                            Padoan, Ministro  dell'economia  e  delle
                            finanze 
 
                            Poletti,  Ministro  del  lavoro  e  delle
                            politiche sociali 
 
Visto, il Guardasigilli: Orlando 

Decreto Ministeriale 29 marzo 2016, n. 201

Il Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca

VISTO il decreto legislativo 30 luglio 1999, n. 300, e successive modificazioni, recante “Riforma dell’organizzazione del Governo, a norma dell’articolo 11 della legge 15 marzo 1997, n. 59” e, in particolare, l’articolo 2, comma 1, n. 11), che, a seguito della modifica apportata dal decreto legge 16 maggio 2008, n. 85, convertito, con modificazioni, dalla legge 14 luglio 2008, n. 121, istituisce il Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca;

VISTO il decreto legge 16 maggio 2008, n. 85, convertito, con modificazioni, dalla legge 14 luglio 2008, n. 121, recante “Disposizioni urgenti per l’adeguamento delle strutture di Governo in applicazione dell’articolo 1, commi 376 e 377, della legge 24 dicembre 2007, n. 244” che, all’articolo 1, comma 5, dispone il trasferimento delle funzioni del Ministero dell’università e della ricerca, con le inerenti risorse finanziarie, strumentali e di personale, al Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca;

VISTO il decreto del Presidente della Repubblica 21 febbraio 2014, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 47 del 26 febbraio 2014, recante “Nomina dei Ministri”, con il quale la Sen. Prof.ssa Stefania Giannini è stata nominata Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca;

VISTA la legge 24 dicembre1993, n. 537, “Interventi correttivi di finanza pubblica” e, in particolare, l’art. 5, comma 14 e  comma 19, in virtù del quale “l’importo della tassa minima di cui al comma 14 per gli anni accademici successivi all’anno accademico 1994-1995 è aumentato sulla base del Tasso d’inflazione programmato, con decreto del Ministro dell’università e della ricerca scientifica e tecnologica“;

VISTA, altresì, la legge 28 dicembre1995, n. 549 “Misure di razionalizzazione della finanza pubblica” e, in particolare, l’art. 3, comma 19, lettera b), ultimo periodo;

VISTO il decreto del Presidente della Repubblica 25 luglio 1997, n. 306, “Regolamento recante disciplina in materia di contributi universitari” e, in particolare, l’art. 2, comma 1;

VISTO il decreto ministeriale 25 marzo 2015, prot. n. 190, con il quale l’importo della tassa minima di iscrizione alle Università per l’anno accademico 2015/2016 è stato rideterminato in € 199,58(centonovantanove/58);

VISTA la Tabella del Dipartimento del Tesoro relativa al Tasso di inflazione programmata per l’anno 2016 (TIP), come disponibile alla data del 29 gennaio 2016 sul sito istituzionale del Ministero dell’Economia e delle Finanze.;

RAVVISATA la necessità di procedere all’aggiornamento dell’importo della tassa minima d’iscrizione per l’anno accademico 2016/2017, sulla base del tasso d’inflazione programmata per il 2016, da determinarsi nello specifico aumentando l’importo della tassa minima di iscrizione per il 2015/2016 (€ 199,58) del tasso d’inflazione programmato per il 2016, fissato nella percentuale dell’1,0%;

DECRETA

Art. 1

Per le motivazioni di cui in premessa, l’importo della tassa minima di iscrizione alle Università per l’anno accademico 2016/2017 è  determinato in  € 201,58 (duecentouno/58).

 

Roma, 29 marzo 2016

IL MINISTRO
(Sen. Prof.ssa Stefania Giannini)