Prof in prestito

da Corriere della sera

Prof in prestito

Bocciature al concorsone, distacchi, classi di concorso esaurite, assegnazioni provvisorie: un mix micidiale, che quest’anno (si parte lunedì a Bolzano, la settimana successiva nel resto d’Italia) porterà nelle classi più di 100 mila supplenti su 746 mila professori totali. In barba alle 87 mila assunzioni della riforma, e nonostante le rassicurazioni del governo, la supplentite non è morta. Anche se i dati sono provvisori, le stime dei sindacati si allineano: dopo i 100.200 «prof in prestito» dello scorso anno, si rischia il sorpasso. Il ministero è prudente — «non saranno più di 90 mila» — ma i calcoli sono presto fatti. Sono 55-60 mila i supplenti che dovranno colmare l’organico di fatto, le ore di lezione non previste nella programmazione: «Un paradosso, che non si verificherebbe se avessimo un organico stabile», dice Mimmo Pantaleo, Cgil. Tra questi ci sono tra i 25 e i 30 mila posti di sostegno. Poi vanno considerati almeno 10 mila prof chiamati a sostituire colleghi con altri incarichi. Ancora, c’è il nodo delle cattedre scoperte: almeno 15 mila dovevano essere occupate dai nuovi assunti col concorsone, ma i tanti bocciati (si stima il 55%) e i rallentamenti delle procedure — secondo Tuttoscuola solo il 12,5% è stato completato — lasciano poche speranze. Bisognerebbe attingere alle Gae, graduatorie ad esaurimento: che però sono esaurite in molti casi. Mancano prof di sostegno, matematica, spagnolo, soprattutto al Nord. «È il buco più grande, dai 10 ai 20 mila: un’assurdità», dice Maddalena Gissi, segretaria Cisl. Nel conteggio vanno considerate anche le assegnazioni provvisorie: gli insegnanti che non vogliono trasferirsi potranno scegliere un incarico annuale sfruttando un’altra abilitazione. I loro posti ufficiali saranno coperti da supplenti: tra i 5 e gli 8.500. Poi c’è il «sommerso» non quantificabile: quelli in malattia o in aspettativa. «Altro che chiamata diretta e prof scelti ad hoc — sbotta Pino Turi, Uil —. È una farsa. E agli studenti toccheranno i supplenti».

«Docenti e didattica sono da ripensare Non scarichiamo le colpe sui presidi»

da Corriere della sera

«Docenti e didattica sono da ripensare Non scarichiamo le colpe sui presidi»

Intervista a Tullio De Mauro

Presidi con funzioni manageriali. Più insegnanti assunti. Prof scelti direttamente dalle scuole a seconda del bisogno. Premi a chi fa meglio il proprio lavoro. Studenti nel mondo del lavoro già durante l’anno. Professor De Mauro, il 2017 sarà l’anno in cui finalmente la scuola italiana farà un passo in avanti?

Linguista, ministro dell’Istruzione con il governo Amato, professore e presidente della Fondazione Bellonci, Tullio De Mauro sorride: «Oggi (ieri per chi legge, ndr ) è Sant’Elpidio, che, come dice il nome, è il santo della speranza. Dunque, si può sperare che il nuovo anno non sia peggiore dei precedenti. Ciò che chiamiamo scuola è dappertutto un organismo complicato e diversificato, tanto più in un Paese con realtà per conto loro altrettanto diverse ed eterogenee. Le norme della “buona scuola” erano e sono assai lontane dall’aver tenuto conto di questo. Vedremo i singoli interventi previsti e in parte ora in via di attuazione che rimbalzi avranno in concreto nelle diverse realtà».

Gli studenti italiani trarranno dei benefici reali da tutte queste novità? Cioè: avranno davvero prof più preparati, lezioni più interessanti, saranno più motivati?

«Gli studenti delle scuole dell’infanzia e delle elementari hanno avuto finora, e dagli Anni 80, una delle migliori scuole del mondo, come, per le elementari, dicono i risultati delle indagini comparative internazionali (e come troppi dimenticano). Per le scuole dei gradi ulteriori,in particolare per le superiori, avere insegnanti più preparati e lezioni più interessanti richiede un ripensamento radicale dei modi di formazione e di aggiornamento in servizio degli insegnanti in funzione di un altrettanto radicale ripensamento dei contenuti didattici e dei modi di farne oggetto di reale e durevole apprendimento. In Francia con modi più bruschi, in Finlandia con saggia cautela, si sta andando su questa via. Questo sforzo di chiamata a raccolta di esperienze pratiche e di studio è mancato ai provvedimenti governativi. Prima o poi dovremo deciderci a farlo».

In Italia l’immagine degli insegnanti continua a essere non all’altezza della sua importanza per la vita degli individui. Stipendi tra i più bassi d’Europa e scarsa considerazione dall’opinione pubblica. C’è un modo per cambiare tutto ciò in profondità?

«Cambierà se e quando il Parlamento e un governo decideranno di fare dell’istruzione scolastica e dello stato della cultura di adulte e adulti un oggetto specifico e periodico della loro attività e, come c’è ogni anno la discussione e definizione di una finanziaria, ci sarà annualmente una “culturale”».

I presidi sono uno dei nodi della riforma: hanno un ruolo sempre più centrale e manageriale. Farà bene alla scuola tutto ciò?

«In omaggio a Sant’Elpidio, si può sperare che non faccia troppo male. E che non si scarichi sui presidi la responsabilità di quanto non funzionerà nelle scuole».

Contro la dispersione scolastica la ministra Giannini pensa di aprire sempre più la scuola anche oltre l’orario di lezione. È d’accordo?

«Sarebbe, anzi è assolutamente necessario che l’Italia attivi, come fanno altri Paesi e come da anni ci chiede con insistenza l’Ocse, un sistema organico di educazione degli adulti che svolga le sue attività negli istituti scolastici, nei due terzi della giornata in cui sono un mausoleo vuoto e devono invece diventare, come è stato detto, “fabbriche della cultura”. Le condizioni della popolazione adulta italiana, in cui assai più di due terzi hanno difficoltà a leggere un qualunque testo scritto, non possono non riflettersi su ragazze e ragazzi e ostacolare gravemente il lavoro della scuola, oltre che pesare negativamente sull’intera vita sociale».

Cosa pensa dell’alternanza scuola-lavoro con studenti che trascorrono dei giorni di scuola nelle aziende o negli uffici?

«L’idea è buona, ad avviso di molti. Ma le modalità di attuazione richiedono di essere collegate a quel ripensamento cui ho accennato. Altrimenti rischia di far solo confusione. Anche qui, però, sarebbe stato e sarebbe necessario considerare quel che avviene altrove nel mondo e quel che di positivo si è realizzato in Italia in anni passati negli istituti tecnici».

Claudia Voltattorni

Precari delle GaE in rivolta: per noi non c’è più posto, le nostre cattedre bruciate

da La Tecnica della Scuola

Precari delle GaE in rivolta: per noi non c’è più posto, le nostre cattedre bruciate

Si sentono traditi, dimenticati, lasciati ai margini del progetto di riforma: sono i 45mila docenti abilitati inseriti nelle GaE che non hanno aderito al piano d’assunzioni della L. 107/15.

Sono rimasti precari e lo sapevano. Ma non immaginavano che sarebbe retrocessi a livello di diritto al lavoro e alla stabilizzazione. La “molla” che ha fatto scattare la protesta è stata la gestione delle tardive immissioni in ruolo dei colleghi della scuola dell’Infanzia: non contemplati nel potenziamento delle scuole, il Miur ha decido di attuare solo per loro, proprio in questi giorni, un piano di immissioni in ruolo. Solo che le percentuali di assunti sono risultate decisamente a favore degli idonei dell’ultimo concorso, quello del 2012. Ma non solo, perchè molte delle cattedre rimaste vacanti al Sud stanno per essere affidate al personale di ruolo (a sua volta in subbuglio perchè spedito su ambiti distanti).

Il 2 settembre, i docenti Gae Coordinamento Nazionale si sono così dati appuntamento davanti al Miur. Per manifestare la loro contrarietà a questa politica. Che, di questo passo, svuoterà le graduatorie – dove sono posizionati in diverse migliaia – chissà tra quanti decenni.

I precari della GaE, si legge in una nota del Coordinamento Nazionale, “hanno manifestato davanti alla sede del Miur a Roma armati di fischietti e striscioni. Partiti da ogni regione in piena notte con i mezzi più disparati hanno raggiunto Roma pieni di speranze pronti a spiegare al ministero le ragioni della loro protesta, ma soprattutto le loro richieste”.

In prima mattinata hanno incontrato il giudice Ferdinando Imposimato a cui hanno consegnato un documento riassuntivo delle problematiche loro riguardanti a seguito prima dell’approvazione della Buona Scuola e poi dell’emendamento Puglisi. Il giudice li ha sostenuti e appoggiati nelle loro ragioni”, tengono a scrivere.

“Un mare di magliette bianche (colore scelto dai residuali Gae per rappresentarli e rappresentare la loro onestà e coerenza) ha invaso la piazza antistante il Miur. Sulle magliette campeggiavano oltre che le città di provenienza anche scritte di ogni genere riassumenti il loro stato di precari storici tra cui curriculum, punteggi, titoli di studio, abilitazione, anni di servizio e – perciò – di precariato”.

Perché, sostengono, “chi ha fatto domanda volontaria accettando il ruolo su piano nazionale sta ora cercando di rientrare occupando dei posti che sarebbero andati come incarichi annuali ai precari storici ancora in GaE che non hanno aderito a tale piano assunzionale volontario proprio per non allontanarsi dalle loro famiglie, le stesse a cui adesso potrebbe mancare una fonte di reddito”.

Il riferimento dei docenti è, in particolare, agli accordi regionali che stanno permettendo a diversi docenti trasferiti su ambiti territoriali lontani da casa di fruire dell’assegnazione provvisoria su organico di fatto, in prevalenza sui posti di sostegno non affidabili al personale specializzato (per mancanza di aspiranti).

I precari delle GaE, poi si soffermano sui “grandi assenti: benché avvisati ed invitati nei modi più disparati, le sigle sindacali nazionali a cui sarebbe toccato per dovere esserci per tutelare i diritti di 45.000 mila lavoratori e i vari esponenti politici. Lo stesso giudice Imposimato ha sottolineato l’assenza del M5s sempre il primo a vantare la sua vicinanza ai cittadini. Altri grandi assenti, con grave lesione del diritto d’informazione, le reti Rai che benché contattate da tempo, non sono intervenute. Presenti le reti Mediaset ed altre locali”.

La prossima settimana una delegazione di precari dovrebbe essere ricevuta da alcuni rappresentanti del Governo. La strada per la loro stabilizzazione rimane comunque sempre lunga e ora pure tortuosa.

Mobilità, colpo di scena: il giudice del lavoro sospende il trasferimento di una docente al Nord

da La Tecnica della Scuola

Mobilità, colpo di scena: il giudice del lavoro sospende il trasferimento di una docente al Nord

Si complica la vicenda delle migliaia di trasferimenti su ambiti territoriali lontani introdotti con la Buona Scuola del Governo Renzi.

Dopo le denunce per le ipotesi di errori da parte dell’algoritmo del Miur, parallelamente alle richieste di conciliazione, tanti docenti si sono rivolti anche ai giudici del lavoro. Denunciando spesso colleghi rimasti vicino casa seppure con pochissimi punti, dubbie precedenze, sovvertimenti delle fasi e, in generale, poca chiarezza nei criteri adottati da Viale Trastevere.

Delle richieste di conciliazione si è saputo, con circa 2.600 casi (una cifra non proprio “fisiologica”, come ci hanno detto a Viale Trastevere) che a detta dei sindacati sarebbero stati anche ammessi dal Miur. Dei ricorsi in tribunale, visti anche i lunghi tempi della giustizia italiana, ancora non si è saputo nulla.

Ora, però, a sorpresa apprendiamo dal Mattino di Napoli che c’è già una prima presa di posizione da parte di un giudice. Ed è favorevole al docente. Che, se confermata nell’iter giudiziale, non dovrà più spostarsi, nemmeno in futuro, di centinaia di chilometri. Il ricorso era stato presentato da una maestra salernitana di scuola primaria, che nei giorni scorsi si era opposta al provvedimento di trasferimento in Emilia Romagna secondo quanto stabilito dal cervellone del Ministero dell’Istruzione.

Si tratta, tecnicamente, di un’ordinanza sospensiva, emessa, scrive il Mattino, “dal giudice Ippolita Laudati della sezione lavoro del Tribunale di Salerno che ha sospeso immediatamente gli effetti del provvedimento di trasferimento del Miur nell’ambito delle operazioni nazionali stabilite in base a criteri dell’algoritmo finito da settimane nell’occhio del ciclone di insegnanti e sindacati”.

L’ordinanza sarebbe già stata notificata nelle ultime ore all’Ufficio scolastico provinciale di via Monticelli a Salerno. Che non potrà di certo opporsi, perché le “sospensive” si basano su caratteri d’urgenza. E, probabilmente, la docente ricorrente si trova in una condizione personale o familiare problematica. Che non le dà, riteniamo, possibilità di prendere servizio e passare almeno due anni scolastici lontano da casa.

Tuttavia, anche se si tratta di un caso particolare e la sentenza non è definitiva, perché solo in una successiva fase di entrerà nel merito della questione, il precedente non è di poco conto.

Lo stesso Mattino scrive, in modo sicuramente semplicistico, che “chi ha preso la strada delle province del centro-nord Italia potrebbe sperare in un clamoroso riavvicinamento”, perché questo “primo provvedimento di un giudice in Italia a favore di una maestra del sud che si è opposta all’esodo al centro-nord” potrebbe fare, come si dice in gergo tecnico, “giurisprudenza”.  

Lo stesso Usr ammette che non si può non tenerne conto: “siamo in attesa di leggere le motivazioni della ordinanza – ha detto a caldo la direttrice dell’Ufficio scolastico regionale, Luisa Franzese – si tratta senza dubbio di una decisione importante che voglio conoscere”.

Il quotidiano campano ricorda che a sperare ora nel territorio sono tantissimi docenti. “Solo nel Salernitano sono state 239 le maestre trasferite in Lombardia, 33 in Piemonte, 100 in Toscana, 20 in Liguria e ben 84 in Emilia Romagna. E proprio tra le 84 insegnanti di scuola elementare destinate in Emilia ce n’è una che da ieri è riuscita a bloccare il trasferimento dopo l’assunzione”.

Ma lo stesso desiderio, lo stesso percorso, sperano di viverlo anche molti altri docenti sparsi per l’Italia, dei quasi 10mila complessivi, che pur di diventare insegnanti sono stati collocati lontano da casa, dove le cattedre sono vacanti: visto il precedente, anche se tutto ancora da verificare, pure quelli che sinora non l’hanno sinora fatto potrebbero ora fare più di un pensierino sulla presentazione del ricorso anti-trasferimento.

Si torna a scuola, dove si offrono servizi e non posti di lavoro: per questo servono i migliori docenti

da La Tecnica della Scuola

Si torna a scuola, dove si offrono servizi e non posti di lavoro: per questo servono i migliori docenti

Vorrei lanciare un appello ai presidi e ai docenti, in vista del nuovo anno scolastico.

Che, al di là delle note difficoltà logistiche, di gestione degli organici e quant’altro, sia riportata l’attenzione sul vero fulcro della vita delle scuole, cioè la qualità formativa del “servizio” agli studenti, alle loro famiglie, al nostro sistema Paese.

Perché sono gli studenti il cuore della scuola, non i presidi o i docenti o il personale di segreteria. Sono gli studenti.

Meglio, sono le loro nuove domande formative, sono le preoccupazioni educative delle famiglie, sono le prospettive di futuro di questi ragazzi, e quindi anche nostro. Perché sono loro il nostro presente e futuro.

La scuola non può più essere considerata solo come luogo creativo di posti di lavoro, ma come un “servizio”. Ed in ragione di questo “servizio” è giusto ed è bene che siano scelti i migliori presidi ed i migliori docenti, perché i nostri studenti hanno diritto ad incontrare, nella loro vita, docenti-maestri, non docenti qualsiasi, che li aiuteranno a scoprire se stessi e le implicazioni del loro futuro.

Quindi, giá nei collegi dei docenti, si parta non dalle questioni logicistico-burocratiche, ma dalla domanda se la scuola oggi sia ancora in grado di corrispondere alle domande di speranza, sul come possa innovarsi oltre le tante e troppe materie, oltre le tecnologie, oltre le vecchie autoreferenze della “libertà di insegnamento” ancora pensata come maschera dell’individualismo didattico.

E le riunioni tra docenti pongano al centro il bene degli studenti e le nuove domande di motivazione, sapendo che i ragazzi, per le “sudate carte”, cioè per la “fatica del concetto”, hanno necessità di cogliere il senso, il valore di ciò che viene loro proposto. E questo senso è un loro diritto, prima delle tante nozioni o gestioni orarie.

I ragazzi l’hanno capito: l’istruzione è un diritto sacrosanto, ma la promozione è un impegno ed una responsabilità tutta loro, non un atto dovuto.

Come, per noi che lavoriamo nelle scuola, il lavoro è un diritto, ma il posto di lavoro ce lo dobbiamo meritare ogni giorno, al di là di contratti e convenzioni.

Ai genitori, infine, è giusto chiedere: non stressate troppo i vostri figli, ma lasciateli anche, qualche volta, sbagliare. Perché sbagliando si impara. E fidatevi dei vostri insegnanti, i quali sono, per la gran parte, in gamba e sensibili.

Ritorniamo, dunque, al cuore pulsante della scuola.

 

Gianni Zen, dirigente scolastico presso il liceo Brocchi di Bassano

Terremoto e leggi folli

da La Tecnica della Scuola

Terremoto e leggi folli

No, non è solo questione di illegalità, ma anche di legalità asinina.

Il crollo della scuola Capranica ad Amatrice malgrado l’intervento del 2012 non è solo un potenziale simbolo negativo per l’ombra di illegalità, c’è qualcosa di gran lunga peggiore, anche se finora è passato sotto silenzio, scrive Linkiesta.it.

Perché investe non l’eventuale verificarsi di violazioni di legge che mettano cinicamente a rischio la vita di insegnanti e ragazzi. Ma che esprime invece l’ordinaria e strutturale conseguenza letale prodotta dalla follia del nostro legalissimo ordinamento istituzionale, dalla sua proliferazione sovrapposta di competenze, dalla bizantina illogicità delle sue prescrizioni.

Nel 2012 è stato fatto un  finanziamento di 511mila euro a carico del fondo edilizia scolastica del Miur. A cui si aggiungono 200mila euro di natura mista, visto che il più delle risorse viene dalla legge regionale 17/2009 della Regione Lazio, a cui si aggiunge una quota a carico del Comune e una anche della Provincia.

Ad Amatrice i lavori nella scuola hanno potuto limitarsi a semplici interventi di “miglioramento”, non di “adeguamento” pieno ai criteri antisismici. Ecco perché la scuola è crollata, ed è tutto secondo le legge.

Perché l’accordo con cui la provincia di Rieti cede al comune di Amatrice la supervisione sui lavori ricalca un decreto ministeriale sugli interventi antisismici del 1996, ben precedente cioè ai criteri definitivamente rimessi a punto nel 2009 post-Aquila, e secondo quel testo i lavori possono benissimo limitarsi a semplici interventi di “miglioramento”, non di “adeguamento” pieno ai criteri antisismici. Di qui la possibilità legalissima di usare i fondi per intervenire sulle caldaie di riscaldamento, pavimenti o impianti anti-incendio, invece di concentrarsi solo sull’esame accurato di tutti gli interventi possibili coerenti alle lacune di portanza e dei giunti di flessibilità elastica dell’edificio. Ecco perché la scuola è crollata, ed è tutto secondo le legge.

E anche il terzo lotto di finanziamenti, quello per 172mila euro, sulla cui aggiudicazione la procura indaga anche se non era ancora nella fase attuativa, nasce dalle stesse fonti finanziarie plurime dell’intervento 2012, ma in teoria avrebbe potuto benissimo risolversi in un intervento del tutto analogo, e dunque non risolutivo. A ciò si aggiunge che la legge regionale del Lazio modificò il criterio dell’intervento relativo ai privati: per vedersi finanziati i privati dovevano essere obbligatoriamente residenti, il che escludeva tutte le seconde e terze case. Di qui neanche 200 assegnatari, nella zona oggi devastata, invece di alcune migliaia.

Preoccupano gli organici dei prof

da La Tecnica della Scuola

Preoccupano gli organici dei prof

Le Regioni scrivono alla ministra dell’Istruzione Stefania Giannini preoccupate che l’anno scolastico oramai alle porte possa iniziare senza organici al completo.

L’assessore della Regione Toscana – coordinatrice all’interno della Conferenza delle Regioni per quanto attiene al tema dell’istruzione – ha chiesto un incontro urgente proprio per affrontare le problematiche legate alla ripresa delle lezioni a scuola, i contingenti di organici e la mobilità dei docenti.

L’incontro era già stato richiesto ad agosto: “Oggi non può più essere ulteriormente rinviato. L’anno scolastico sta per partire e vanno risolte le problematiche che riguardano reclutamento e trasferimento degli insegnanti. Siamo preoccupati e non vorremo che famiglie e giovani possano non trovare adeguate risposte in termini di offerta formativa”.

Da qui il sollecito, di tutte le Regioni, ad un incontro con la ministra Giannini.

M. Balzano, Il figlio del figlio

Tra l’inizio e la fine

di Antonio Stanca

balzanoPubblicato nel 2010 ed ora ristampato da Sellerio Editore, Palermo, (pp.187, € 13,00) il romanzo Il figlio del figlio è stato il primo di Marco Balzano, nato a Milano nel 1978 e qui oggi docente negli istituti superiori. L’esordio del Balzano era avvenuto nel 2007 con una raccolta di poesie Particolari in controsenso. Era seguito un saggio su Giacomo Leopardi e il suo confronto con la modernità, quindi era giunto Il figlio del figlio che aveva avuto molti riconoscimenti ed era stato tradotto in tedesco. Negli anni successivi sarebbero seguiti altri romanzi e altri riconoscimenti, Anche altri saggi avrebbe scritto il Balzano a conferma della sua posizione di intellettuale e scrittore, studioso e narratore. Insieme all’attitudine per la ricerca c’è in lui l’aspirazione a rappresentare ed entrambe gli hanno già fatto scrivere parecchio nonostante la giovane età.

Motivo che ricorre nella narrativa del Balzano è quello dell’emigrazione, di quel fenomeno, cioè, che negli anni passati ha interessato tante parti dell’Italia Meridionale da dove molte persone, intere famiglie, a causa delle precarie condizioni di vita, sono emigrate nelle città del Nord o all’estero in cerca di fortuna. Dell’emigrazione il Balzano si mostra particolarmente interessato a cogliere il senso di distacco dai propri posti, dai propri affetti che essa comporta, il pensiero della fine di quanto si è identificato con la propria vita. Tende la sua scrittura a rilevare l’aspetto umano, morale, spirituale del fenomeno dell’emigrazione, si sofferma ad evidenziare lo stato di rottura, di scomposizione che essa provoca. Balzano ne riconosce la necessità, l’inevitabilità, ne accetta le ragioni ma non si rassegna all’idea del dramma che vive chi è costretto ad andare lontano da dove è nato e forse a rimanervi per sempre.

Questo avviene pure ne Il figlio del figlio, dove a soffrire il problema è soprattutto Leonardo, il più vecchio dei protagonisti del romanzo. Egli è il padre di Riccardo e il nonno di Nicola, figlio di Riccardo e quindi “figlio del figlio”. Leonardo ha altri tre figli e altri nipoti e tutti vivono a Milano e dintorni, ognuno con la propria famiglia. Qui Leonardo è emigrato molti anni fa insieme alla famiglia, moglie Anna e figli. Provenivano dalla Puglia, da Barletta, e a Milano cercavano migliori condizioni di vita.

Nicola è il primo dei nipoti ad aver studiato, ad essersi laureato anche se ancora precaria è la sua posizione a scuola. E’ lui che il Balzano mostra spesso esposto ai richiami, ai rimproveri del padre che lo invita a non accontentarsi delle supplenze ed a cercare un lavoro più stabile mentre è in attesa di una sistemazione definitiva. Un rapporto difficile si è creato tra padre e figlio, un rapporto sofferto da Nicola che, però, non si mostra stimolato al punto da seguire le sollecitazioni che gli vengono rivolte. Il padre si appella spesso alla sua vita di primo dei quattro fratelli, di giovane emigrante a Milano al seguito della famiglia, di primo figlio ad essersi sistemato, a sposarsi e a stare vicino ai genitori e ai loro bisogni. Il nonno Leonardo non è tanto disturbato da questi problemi quanto da quelli comportati dalla vecchiaia e ancor più dal pensiero della sua casa rimasta abbandonata a Barletta senza che nessuno dei figli abbia mai provveduto alla sua manutenzione. Ogni volta che ci si ritrova tra figli e genitori si giunge a discutere e in maniera accesa di questo problema senza che mai si arrivi ad una soluzione perché diverse sono le opinioni. Questa situazione così divisa che si è creata in famiglia fa soffrire il nonno che la considera grave, scandalosa rispetto a quanto si era atteso di vedere in casa durante la vecchiaia. Un senso di sconfitta, di rovina vede in tutto questo.

A Nicola, che conosce solo alcuni dei parenti, non rimane che assistere a quanto avviene mentre vive i suoi problemi col padre. Lui è nuovo tra tante persone, in lui, nei suoi pensieri, si riflette quanto avviene in casa del nonno quando gli zii, le zie si ritrovano anche se sempre più raramente questo avviene a causa dei tanti dissapori sopravvenuti in seguito ai matrimoni contratti e all’inserimento di persone nuove nel contesto. Sono situazioni che aggravano il senso di fallimento che ormai si è impossessato del nonno. Nonostante tutto riesce egli a trovare la forza necessaria per affrontare, insieme al figlio Riccardo e al nipote Nicola, un viaggio in macchina da Milano a Barletta al fine di constatare le condizioni della vecchia casa ed eventualmente venderla. Ha deciso di eliminare uno dei tanti motivi dell’eterno contenzioso tra familiari.

I tre ce la faranno, giungeranno a Barletta, troveranno una casa in rovina, una casa che necessita di molte e urgenti riparazioni, si renderanno conto che nessuno della famiglia sarebbe disposto a sostenere le spese necessarie per sistemarla e la venderanno al primo acquirente e a prezzo stracciato. Questo evento, più di ogni altro, aggraverà la sofferenza di Leonardo. La vendita della casa sarà per lui la perdita definitiva di tutto quanto aveva costituito la sua famiglia. E’ un pensiero che insieme agli altri della famiglia sfasciata e della morte vicina, non lo farà più riprendere.

Nicola di fronte a quanto sta avvenendo è preso, anche se in maniera inconsapevole, da un bisogno di fuga, di evasione. Libero vorrebbe essere da quelle situazioni anche perché lui è all’inizio della sua vita. Il nonno, invece, sta alla fine. Tra loro c’è una distanza, una differenza che lo scrittore ha voluto mettere in evidenza anche se ne è conseguito che la figura del nonno ha assunto un valore, un significato maggiore rispetto a quella del nipote, che è rimasta piuttosto in disparte, in silenzio. Più approfonditi sarebbero dovuti essere quei riflessi, che in Nicola si verificavano, di quanto gli succedeva intorno, più attento sarebbe dovuto stare lo scrittore a quel che avveniva nel giovane e questo anche per giustificare il titolo dell’opera.

Succede, a volte, che la narrazione sfugga al suo autore ed assuma un percorso proprio. Questo sarà uno di quei casi e si è verificato nonostante le qualità di lingua, di stile che sono da attribuire al romanzo e che lo hanno reso degno di riconoscimenti.