Nuovo contratto, anche gli Ata coinvolti nella didattica per la disabilita’

Il Sole 24 Ore del 04-09-2018

Nuovo contratto, anche gli Ata coinvolti nella didattica per la disabilita’

Il contratto siglato lo scorso aprile non ha introdotto nel mondo della scuola grandi novità. Anzi, alcune nodi non sono stati risolti, ma rinviati a sequenze contrattuali successive.
Nonostante ciò, a partire dal prossimo anno scolastico, ci sono alcune novità assolute che i Dsga a capo delle segreterie dovranno tener ben presente quando elaboreranno i piani dei servizi con le mansioni assegnate agli assistenti amministrativi. Vediamole nel dettaglio.

Le nuove mansioni degli Ata nel contratto.
Il nuovo contratto, all’articolo 41, modifica il comma dell’articolo 53 del vecchio Ccnl del 2007 riguardante le modalità di prestazione dell’orario.
Al primo capoverso si legge, infatti, che all’inizio dell’anno scolastico, il Dsga formula una proposta di piano delle attività inerente, non più sentendo semplicemente il personale Ata, ma in uno specifico incontro.
Inoltre, il personale Ata, individuato dal dirigente scolastico anche sulla base delle proposte formulate nel suddetto incontro, partecipa ai lavori delle commissioni o dei comitati per le visite ed i viaggi di istruzione, per l’assistenza agli alunni con disabilità, per la sicurezza, nonché all’elaborazione del Pei in base all’articolo 7, comma 2, lettera a) del Dlgs 66/2017.
Trattasi, dunque, di attività ritenute talmente importanti da essere diventate obbligatorie, e quindi non pi? ricadenti tra quelle mansioni che venivano pagate con il fondo dell’istituzione scolastica, come nel caso della partecipazione ai lavori della commissione viaggi o della sicurezza. E’ una buona notizia il coinvolgimento del personale amministrativo nelle azioni didattiche che riguardano la disabilità, perché una maggiore consapevolezza di tutte le componenti scolastiche aggiunge valore al processo di inclusione.

di Laura Virli

“Dopo di noi”, primo bilancio della legge a Milano

da Superabile 4 settembre 2018

“Dopo di noi”, primo bilancio della legge a Milano: 284 progetti approvati

Poche richieste per domotica e automazione nelle case, molte domande per “accompagnamento all’autonomia”. A due anni dall’approvazione della legge, il comune presenta i primi dati. Maistri: stanziamenti per quasi 3 milioni di euro

 

MILANO – Sono passati due anni dall’approvazione della legge 112 del 2016 e Milano fa il suo primo bilancio. La norma che nelle intenzioni aspira ad essere una rivoluzione copernicana nel sistema di presa in carico delle persone con disabilità, permettendo loro di emanciparsi da genitori, famiglie e servizi residenziali attraverso progetti di vita autonoma che gli permettano nei fatti di vivere da soli, nel capoluogo lombardo ha prodotto questi numeri: 513 fra colloqui individuali e informazioni telefoniche rilasciate dallo sportello comunale dedicato al “Dopo di noi”; 26 incontri presso i Centri diurni per disabili; 38 scambi di informazioni con associazioni e cooperative del terzo settore e infine tre appuntamenti aperti alle famiglie e alla cittadinanza. Sono questi i dati che hanno permesso la realizzazione del primo avviso pubblico comunale nell’autunno del 2017 – seguito poi da un secondo a marzo 2018 – per vagliare le domande di cittadini ancora senza risposta educativa, socio-assistenziale e abitativa in città. A fornire le cifre è Daria Maistri, dirigente del Comune di Milano nella direzione Politiche sociali – Area domiciliarità e cultura della salute, in un lungo articolo pubblicato sul portale Welforum.it, in cui si fa il punto della situazione.

Le risorse stanziate sono pari a 2,9 milioni di euro per le prime due annualità di finanziamento statale, una cifra che la dirigente definisce da subito “non adeguata a coprire tutte le esigenze espresse”. Sul totale delle 387 domande (alcune doppie) presentate durante i due avvisi pubblici, oltre un quarto non rispettava i requisiti e non sono state quindi ammesse dall’équipe di valutazione o per successiva rinuncia da parte delle famiglie. Le richieste riguardavano 219 uomini e 165 donne con disabilità, mentre ben 95 domande sono state presentate per persone che non erano conosciute dai Servizi diurni – un dato che secondo Daria Maistri mostra l’efficacia delle nuove modalità di comunicazione facendo emergere anche situazioni prima sconosciute all’amministrazione. I progetti redatti e approvati sono stati infine 284 per cittadini con disabilità, 33 di questi non ancora autorizzati per insufficienza delle risorse finanziarie ma con l’impegno a soddisfarli in seguito. A colpire è però la distanza fra le previsioni iniziali e i dati reali. Secondo quanto si legge in una tabella elaborata, i funzionari delle politiche sociali meneghine si aspettavano almeno 19 richieste fra gli interventi infrastrutturali, nell’ambito delle “opere di manutenzione domotica” e per l’applicazione di tecnologie elettroniche e informatiche dentro le abitazioni. Ne sono arrivate solo due. Stesso discorso per i contributi alle “spese di locazione/condominiali”: si attendevano 110 richieste ma ne sono arrivate 19. Largamente sottostimate, nel campo degli interventi gestionali, invece le richieste di “accompagnamento all’autonomia”: in previsione dovevano essere 86 e invece sono state ben 292. Altre 44 quelle per il “sostegno alla residenzialità” e 30 per il “Pronto intervento/sollievo”.

Una ripartizione che mostra come il 75 per cento delle domande pervenute è riferito ad interventi per accompagnamento all’autonomia, mentre le richieste di intervento infrastrutturale sulle abitazione molto vicine allo zero. Questo pone “in rilievo come è ancora difficile ipotizzare la trasformazione di beni propri in soluzioni abitative condivise da più persone con disabilità – scrive la dirigente –. Tale considerazione vale, in particolare, per le famiglie con familiari disabili. Nonostante la L. 112/2016 introduca istituti giuridici atti a vincolare il patrimonio immobiliare ad abitazione di persone con disabilità a seguito della co–elaborazione di progetti di vita, sono diverse le motivazioni che non facilitano un’esplicita espressione di volontà da parte dei genitori delle persone con disabilità: a partire dal fatto che tali previsioni, forse, sono ancora troppo recenti; alle difficoltà di conciliare interessi apparentemente divergenti (come nel caso di più figli); alla solitudine delle famiglie nelle proprie scelte di vita”. (f.f.)

Precari, altolà del consiglio di Stato: basta concorsi solo per abilitati

da Il Sole 24 Ore

Precari, altolà del consiglio di Stato: basta concorsi solo per abilitati

di Al. Tr.

Del concorso straordinario per i docenti precari delle scuole medie e superiori, riservato ai soli “abilitati” si occuperà la Consulta. Il Consiglio di Stato ha infatti rinviato alla Corte Costituzionale la norma attuativa in materia della cosiddetta legge sulla Buona Scuola. In attesa della decisione, il Consiglio di Stato non ha sospeso il concorso, che interessa migliaia di candidati, ma ha ammesso con riserva i candidati appartenenti alle categorie escluse. Secondo i giudici di Palazzo Spada, infatti, escludere i laureati non in possesso di abilitazione rappresenta una disparità di trattamento.

La vicenda
La decisione con cui la sesta sezione del Consiglio di Stato ha rimesso alla Consulta la questione di legittimità costituzionale riguarda nello specifico l’art. 17 comma 2 lett. b) e comma 3 del decreto legislativo 59/2017, attuativo della legge sulla “Buona Scuola”, norma volta al riordino del sistema di reclutamento degli insegnanti delle scuole secondarie (medie e superiori). Questi commi dispongono – in via transitoria e in deroga al principio per il quale al concorso per l’insegnamento possono accedere tutti i laureati che hanno conseguito un certo numero di crediti qualificanti – una selezione straordinaria riservato ai soli “abilitati” (cioè a chi è in possesso, oltre che della laurea, anche del titolo necessario nel sistema previgente).

Mantenere la riserva agli abilitati è disparità di trattamento
Il Consiglio di Stato nell’ordinanza depositata oggi osserva che nel periodo dal ’90 al 2017, ovvero quando l’abilitazione era requisito per partecipare ai concorsi, averla conseguita o meno è dipeso da un complesso di circostanze casuali, non dipendenti dalla diligenza o dal merito dell’interessato, cosicché, il mantenere la riserva agli abilitati costituirebbe un’irragionevole disparità di trattamento rispetto ai laureati.

Illegittimo anche non ricomprendere i dottorati
Il Consiglio di Stato ha sollevato un’ulteriore questione di legittimità costituzionale delle stesse norme, nella parte in cui, anche ammessa la validità della riserva, non ricomprendono tra i titoli abilitativi anche i dottorati di ricerca. In una nota il Consiglio di Stato precisa, infine, che l’ordinanza riguarda il solo insegnamento nella scuola secondaria ed è del tutto estranea alla problematica dei“diplomati magistrali”, che riguarda, invece, la sola scuola primaria.

Save The Children: a settembre asilo nido solo per 1 bambino su 4

da Il Sole 24 Ore

Save The Children: a settembre asilo nido solo per 1 bambino su 4

di Alessia Tripodi

Alla riapertura delle scuole solo 1 bambino italiano su 4 avrà la possibilità di frequentare un asilo nido pubblico o privato. La denuncia arriva da Save The Children, che segnala le «grandi diseguaglianze» tra Nord e Sud nella disponibilità di servizi per l’infanzia evidenziate dagli ultimi dati elaborati per il governo dall’Istituto degli Innocenti. E chiede di utilizzare al meglio i 209 milioni di fondi stanziati con la Buona Scuola.

Divario Nord-Sud
A parte alcune eccezioni virtuose come Valle d’Aosta, Emilia Romagna, Toscana e Umbria, che hanno registrato alti tassi di copertura . in certi casi superiori all’obiettivo Ue del 33% – Save The Children spiega che, mentre l’Italia del centro-nord ha percentuali di copertura del servizio appena superiori al 20%, al Sud si scende fino al 12 per cento. Il record negativo in Campania, dove nemmeno 1 bambino su cento ha la possibilità di accesso (6,8%). «Frequentare un asilo nido di qualità è un elemento chiave per il corretto sviluppo del bambino, ma anche un indispensabile strumento di conciliazione tra tempi di vita e di lavoro» dice Raffaela Milano, Direttrice Programmi Italia Europa di Save the Children, secondo la quale « è grave che le Regioni con il più basso tasso di occupazione femminile siano anche quelle dove gli asili nido di fatto non sono disponibili».

Risorse da utilizzare meglio
E per contrastare efficacemente la povertà in cui vivono 1,2 milioni di minori in Italia, è «è fondamentale partire dai più piccoli, investendo in modo continuativo sulla rete dei servizi per la prima infanzia», dice Save The Children, anche utilizzando in maniera più efficiente i 209 milioni messi a disposizione dalla legge sulla Buona Scuola e assegnate alle regioni con il piano di azione per l’attuazione del sistema integrato. Fondi erogati direttamente ai comuni dal Miur, ricorda Save The Children, che devono assicurare il progressivo sviluppo stabile della rete, a costi accessibili per tutte le famiglie. Mentre a oggi, denuncia l’associazione, siamo «lontani dall’obiettivo di garantire che l’accesso all’asilo nido sia un diritto soggettivo, equiparabile agli altri gradi di istruzione in Italia».

Spazi Mamme
In tal senso, Save the Children è presente nella cura dei bambini da zero a 3 anni con gli “Spazi mamme”, presenti nelle periferie delle grandi città e in realtà come San Luca, nella Locride, e Casal di Principe nel casertano. Ed è inoltre impegnata con l’associazione “Pianoterra” e altre organizzazioni territoriali, in una sperimentazione, avviata a Milano, Roma, Napoli e Bari, di centri per la prima infanzia come veri “hub educativi” a disposizione delle famiglie e delle comunità locali.

Pensioni 2036, un professore avrà 1.200 euro

da Corriere della sera

Pensioni 2036, un professore avrà 1.200 euro

Un insegnante di scuola media: dopo 40 anni di lavoro oggi va in pensione con 1.550 euro al mese, secondo la proiezione Inps (che tiene conto della rivalutazione dello stipendio negli anni), se ha avuto la fortuna di avere un posto fisso a 27 anni, andrà in pensione con 1.200 euro!

Di Milena Gabanelli e Massimo Sideri

Polveriera sociale per i giovani. E allo stesso tempo privilegio insostenibile per altre categorie, come i cosiddetti baby pensionati che sono circa mezzo milione, costano 9 miliardi l’anno e in molti casi ricevono l’assegno da 38 anni, dopo averne lavorati solo 15. È Il bilancio delle pensioni in Italia, sempre in rosso, con tante domande e poche risposte incerte: i trentenni e i quarantenni di oggi che pensione incasseranno quando di anni ne avranno 67? I ventenni l’avranno mai una pensione?

I numeri dell’Inps

Quella delle pensioni è una riforma perenne: ha iniziato Amato nel ‘92, e poi Dini nel ‘95. Negli anni tutti i governi hanno affrontato il tema, ma nessuno è riuscito a non lasciare vittime sul campo (come dimenticare i 170 mila esodati della Fornero). E con quali risultati? A guardare i numeri del bilancio previsionale 2018 dell’Inps, nelle sue casse entreranno 227 miliardi di contributi (di cui 56 da dipendenti pubblici e 146 da dipendenti privati) e ne usciranno 265 in prestazioni. La differenza la coprirà lo Stato, ovvero tutti noi. In sostanza i contributi versati dai lavoratori non coprono le pensioni erogate.

La lettura non è semplice, perché i numeri sono disaggregati, ma emerge in modo chiaro che in Italia ci sono cittadini di serie A e cittadini di serie B, mentre stiamo allevando quelli di serie C, i giovani. Oggi il grosso dei pensionati incassa sulla base dell’ultimo stipendio percepito: su 13 milioni e mezzo di assegni previdenziali del settore privato e di quello autonomo, 11,1 milioni sono basati sul vecchio sistema retributivo. Se aggiungiamo poi chi incassa l’assegno assistenziale, si arriva a 17,88 milioni. Ebbene, gli importi mensili sotto i mille euro riguardano 12,8 milioni di persone. Poi ci sono i 3 milioni di statali. I pensionati maschi della Pubblica amministrazione (ex Inpdap) incassano un assegno medio di 2.250 euro, contro i 1.250 del settore privato.

I privilegi dei dipendenti pubblici

Una differenza che si spiega con la maggiore stabilità del posto fisso pubblico, ma soprattutto con la prassi di «promuovere» a pochi mesi dalla pensione, proprio perché ciò che contava era l’ultimo stipendio. Lo ha fatto a man bassa l’esercito con il personale militare, mentre la Regione Sicilia mandava in pensione i suoi dipendenti con il 110 per cento dello stipendio. Negli anni Settanta e Ottanta abbiamo assistito a ogni sorta di eccesso, è evidente che il sistema non poteva reggere. La riforma che segna la svolta parte nel 1996: si incasserà in base a quanto si è versato.

Quanto si incassa con il contributivo

Il nuovo sistema, sulla carta, sembra più giusto. Peccato che nel frattempo il mercato del lavoro si sia ammalato in maniera cronica: la disoccupazione giovanile altissima non permette di avere un posto stabile prima dei trent’anni, se va bene. La Gig economy (così si definisce l’economia dei «lavoretti a chiamata») ha prodotto la frammentazione del percorso professionale e un ridimensionamento dei salari, con conseguente gig pensione.

Prendiamo un insegnante di scuola media: dopo 40 anni di lavoro oggi va in pensione con 1.550 euro al mese, perché usufruisce ancora del sistema retributivo. Nel 2036 lo stesso insegnante quanto incasserà? Secondo la proiezione Inps (che tiene conto della rivalutazione dello stipendio negli anni), se ha avuto la fortuna di avere un posto fisso a 27 anni, andrà in pensione con 1.200 euro!

Oggi 3 milioni e mezzo di giovani dai 35 anni in giù hanno un lavoro a tempo determinato, atipico, precario. Dovranno farsi una pensione integrativa se non vogliono rischiare l’indigenza, ma possono affrontarla con uno stipendio che spesso non supera i 900 euro al mese? Qualcuno ci sta pensando?

Una riforma da riformare

Secondo il Rapporto sullo Stato sociale 2011, un dipendente pubblico con 40 anni di contributi versati (di cui 18 entro il 1996) e 60 anni di età, poteva contare su un trattamento pari a circa il 100% dell’ultimo stipendio; un lavoratore privato arrivava al 77%. Nel 2036, un soggetto con le stesse caratteristiche, avrà una pensione pari al 58% del salario. Il Decreto dignità del governo Conte-Salvini-Di Maio non aiuta: ha accorciato a 2 anni i tempi del precariato, ma se l’azienda ti lascia a casa il mercato del lavoro offre poca mobilità.

Come funziona nel resto d’Europa

Se si va a guardare nel resto d’Europa, si scopre che una riforma così dura l’ha fatta solo la Svezia, dove però c’è una maggiore flessibilità e gli stipendi sono mediamente più alti.

In Francia la pensione si calcola sui migliori 25 anni di contribuzione, per esempio dai 37 ai 62, età che permette di ritirarsi a determinate condizioni; in questo modo il sistema garantisce dignità. Nemmeno la rigorosa Germania ha fatto una riforma come la nostra. Certo, in Francia e Germania, i conti e la demografia non soffrono come da noi, ma tenere il punto su questa riforma, senza vedere all’orizzonte progetti realistici per la creazione di nuovo lavoro, ci vuole malvagità. Basta leggere in quale burocrazia annega un giovane che vuole aprire un bar o una pizzeria in Italia, per comprendere come mai molte attività muoiono schiacciate in culla.

Le pensioni assistenziali

Poi ci sono i 5 miliardi per le pensioni sociali e i 17,6 miliardi per quelle di accompagnamento e invalidità civile. Sono a carico dello Stato, e non tengono conto del reddito. Spendiamo un po’ di più rispetto al resto d’Europa, dove però è lo Stato a farsi carico del servizio, mentre noi preferiamo dare soldi, contribuendo così ad alimentare la truffa dei falsi invalidi. I numeri crescono. Fino al 7,5% della popolazione al Centro Sud, contro il 3,1% del Nord. Resta il sospetto che anche queste tipologie di pensioni siano state concesse in alcune Regioni come forma di ammortamento sociale.

In tutto questo, il tema politico è fermo ai vitalizi dei parlamentari e alle pensioni d’oro. Più che giusto, ma a conti fatti si recupereranno, forse, 400 milioni di euro. Una bella operazione di marketing.

Bussetti: Settimana corta, armadietto in classe, pochi compiti a casa

da Orizzontescuola

Bussetti: Settimana corta, armadietto in classe, pochi compiti a casa

di Elisabetta Tonni

Sì alla settimana corta, no a troppi compiti a casa, sì all’armadietto in classe, no ad abiti non decorosi per stare in classe.

Sono queste le risposte a raffica del ministro Bussetti nella lunga intervista concessa al quotidiano La Verità.

Al titolare del Miur piace l’idea di una scuola aperta dal lunedì al venerdì e non bisogna neanche eccedere nei compiti a casa. Oltretutto se venisse introdotto l’armadietto a scuola – come lui sogna – gli studenti lascerebbero in classe molto del materiale necessario per assolvere ai loro doveri pomeridiani. Bussetti non si spiega perché gli armadietti che sono previsti nelle scuole di infanzia spariscano nei gradi successivi di studio. “Ridurrebbero il peso dello zaino – fa notare Bussetti – abituerebbero a custodire le proprie cose, a rispettare quelle altrui“.

Bussetti non si schiera, invece, dalla parte degli studenti quando indossano abiti non consoni per andare a scuola. Ne fa una questione di rispetto per le Istituzioni oltre che per gli insegnanti. “La moda è moda – dice il Ministro –ma ci vuole attenzione“. Oltretutto i jeans strappati non gli piacciono come ammette senza giri di parole: “A me non piacciono, ma rispetto la libertà di tutti. Sempre con decoro, però“.

Dirigenti scolastici reggenti potranno scegliere docente vicario

da Orizzontescuola

Dirigenti scolastici reggenti potranno scegliere docente vicario

di redazione

I dirigenti scolastici a cui vengono assegnate le reggenze potranno a breve designare un vicario con cui collaborare da distaccare per affidargli alcune mansioni.

Lo ha detto il ministro Bussetti in un’intervista al quotidiano La Verità, specificando che il Ministero è già al lavoro anche su questo fronte.

Per il titolare dell’Istruzione, il vicario può essere scelto in totale autonomia dal preside. L’operazione servirebbe ad aiutare i dirigenti scolastici gravati dalle reggenze che servono a compensare la carenza del 25% rispetto al fabbisogno.

I costi sarebbero già chiari e ammontano, stando alle dichiarazioni di Bussetti a “sessanta milioni. Forse – ha ipotizzato il Ministro – riusciamo a ricavarla con risorse nostre interne, senza chiedere ulteriori stanziamenti“.

In fatto di collaborazione, in realtà, anche l‘Anp è intervenuta nei giorni scorsi  per chiedere al Ministro Bussetti che i colleghi delle scuole in reggenza possano esonerare dall’insegnamento il collaboratore principale da loro individuato.

Anche Ancodis ha chiesto di recente un riconoscimento giuridico quando dirigenti accettano reggenze in presenza di collaboratori validi.

Prove Invalsi: Italiano, Inglese e Matematica debuttano nelle quinte secondaria

da Orizzontescuola

Prove Invalsi: Italiano, Inglese e Matematica debuttano nelle quinte secondaria

di redazione

La prova Invalsi debutta quest’anno nelle classi quinte della scuola secondaria di II grado. Le prove si svolgeranno al PC a partire dal 4 marzo 2019.

Come si svolge la prova

La prova INVALSI dell’ultimo anno della scuola secondaria di secondo grado è proposta agli studenti su supporto informatico (CBT: Computer Based Test).

Di conseguenza la prova è somministrata agli studenti in giorni diversi, sulla base della disponibilità di attrezzature delle scuole, ma in un arco temporale stabilito già con apposita comunicazione.

Gli studenti affrontano prove diverse, costituite da item selezionati all’interno di un ampio repertorio in modo che le prove abbiano la medesima composizione e un equivalente grado di difficoltà.

La novità. Ci saranno domande specifiche per tipologia di scuola, a seconda che si tratti di un liceo scientifico o di un istituto tecnico. Ogni prova dura 120 minuti.

Valutazione prova

Le prestazioni degli studenti sono valutate in due modi

  • con l’attribuzione di un punteggio numerico su una scala quantitativa
  • con l’assegnazione di un livello di competenza (da 1 a 5), che consente una descrizione qualitativa di ciò che gli alunni sanno e sanno fare.

Le date

V secondaria di secondo grado (prova al  computer – CBT ): Italiano, Matematica e Inglese

  • classi  NON campione :  dal 4 marzo 2019 al 30 marzo 2019
  • classi  campione :  dal 12 marzo 2019 al 15 marzo 2019

La partecipazione alla prova costituirà, secondo quanto indicato dal Decreto Legislativo n. , requisito di ammissione all’esame di Stato.

Prova di Italiano

La prova INVALSI di Italiano si articola in due sezioni:

  • comprensione della lettura;
  • riflessione sulla lingua.

La sezione di comprensione della lettura è costituita da 5 ‐ 7 testi di varia tipologia, di cui almeno uno narrativo (vedi par. 2.1).

Vai agli esempi

Prova di Matematica

Non vengono proposti esercizi specifici per le classi quinte, ma esempi significativi delle prove svolte negli anni scorsi.

Vai agli esempi

Invalsi, i quadri di riferimento delle prove di Italiano e Matematica

Prova di Inglese

Non ci sono ancora esempi pubblicati dall’Invalsi. Il livello richiesto sarà attestato sul B2. La prova sarà unica per tutti gli indirizzi, con domande di reading, listening e uso linguistico. Durerà 90 minuti.

Contratto scuola, Bussetti: giusti aumenti stipendio; legarli al merito

da Orizzontescuola

Contratto scuola, Bussetti: giusti aumenti stipendio; legarli al merito

di redazione

Il contratto della scuola verrà cambiato e dovrebbe essere collegato al merito, ma non ci sono le condizioni.

Lo ha assicurato ancora una volta il ministro Bussetti, che questa volta ha ribadito il suo pensiero in una lunga intervista al quotidiano La Verità.

Cosa ha detto il Ministro

Come ha anche rilanciato l’agenzia 9Colonne, il titolare del Miur ha assicurato che in teoria è possibile introdurre aumenti di stipendio nella scuola e che andrebbero legati al merito, anche se attualmente mancano le condizioni. Secondo Bussetti, prima bisogna strutturare gli organici in modo definitivo. Bussetti ha ribadito l’importanza dell’aumento stipendiale, ma è titubante sulle risorse.  “Sarebbe giusto – ha detto Bussetti – aumentare gli stipendi. Vediamo cosa possiamo fare. Ci si scalda con la legna che si ha“. Poi ha annunciato di voler avviare la riforma del testo unico e degli organi collegiali. “Penso  – ha detto ancora Bussetti – a dare un ruolo giusto a tutti. E magari a far entrare gli enti locali“.

Dsga, le proposte per gli ATA facenti funzione

da La Tecnica della Scuola

Dsga, le proposte per gli ATA facenti funzione

Nuovo anno scolastico 2018/19, si parte con 100mila posti vacanti e tre concorsi da fare

da La Tecnica della Scuola

Nuovo anno scolastico 2018/19, si parte con 100mila posti vacanti e tre concorsi da fare

Edilizia scolastica, le scuole saranno “fotografate” dai satelliti

da La Tecnica della Scuola

Edilizia scolastica, le scuole saranno “fotografate” dai satelliti

Vaccini: la legge vieta l’autocertificazione, ma la circolare la consente. Che fare?

da Tuttoscuola

Vaccini: la legge vieta l’autocertificazione, ma la circolare la consente. Che fare? 

Tra pochi giorni nelle scuole i capi d’istituto del primo ciclo, così come i gestori dei nidi d’infanzia pubblici e privati dovranno decidere, sotto la propria personale responsabilità, se accettare le autocertificazioni (illegittime, come vedremo) presentate dai genitori di bambini per i quali soltanto la certificazione medica può attestare l’avvenuta vaccinazione obbligatoria.

Giocando sull’ambiguità del termine “autocertificazione”, anche diversi mezzi di informazione hanno assecondato l’errore (più o meno voluto) della nota ministeriale con cui nel luglio scorso i ministri della salute e dell’istruzione hanno ‘sdoganato’ l’autocertificazione vaccinale, scrivendo che si era fatto così anche prima.

Il gioco ambiguo e pericoloso sta nel fatto che le autocertificazioni autorizzate nel 2017 dal decreto Lorenzin erano legittime (e lo sono anche quest’anno), in quanto si riferivano soltanto ad eventuali richieste in atto presentate alla ASL o ad appuntamenti calendarizzati e in attesa di essere eseguiti.

Quelle invece consentite dalla nota congiunta dei ministeri della salute e dell’istruzione prevedono la possibilità di autocertificare l’avvenuta vaccinazione. Una possibilità tassativamente esclusa dall’art.49 del DPR 445/2000: “Limiti di utilizzo delle misure di semplificazione1. I certificati medici, sanitari, veterinari, di origine, di conformità CE, di marchi o brevetti non possono essere sostituiti da altro documento, salvo diverse disposizioni della normativa di settore”.

Solamente un medico o l’ASL può certificare lo stato vaccinale. In questo senso stanno dando indicazioni alcuni comuni, come quello di Bari (http://www.trmtv.it/home/primo-piano/2018_09_02/179059.html). Dopo che Tuttoscuola aveva per prima reso noto il divieto di quella specifica autocertificazione, diversi soggetti pubblici avevano evidenziato l’errore della nota ministeriale, ma dopo i clamori estivi sembra arrivata l’ipocrita pace sociale.

Per mantenere l’armonia dei buoni rapporti istituzionali i sindacati sembrano essersi accontentati della rassicurazione del ministro Bussetti, il quale nell’incontro con i sindacati e in successive dichiarazioni ha affermato che se le autocertificazioni attestano il falso, la responsabilità sarà di chi le sottoscrive, ma non dei dirigenti.

Ma davvero i dirigenti non sarebbero responsabili per avere accettato una autodichiarazione illegittima oltre che fraudolenta, mettendo a rischio, ad esempio, i bambini immunodepressi? Nel malaugurato caso di contagio, la penserebbe così anche il magistrato? Terrà conto della legge (fonte primaria) o della circolare ministeriale in contrasto (fonte secondaria)? Considerata la gerarchia delle fonti normative…

 

Ecco alcuni articoli sul tema:

https://www.tuttoscuola.com/vaccini-lautocertificazione-aggira-la-normativa/
https://www.tuttoscuola.com/vaccini-restano-le-autocertificazioni-miur-presidi-non-saranno-responsabili-delle-autocertificazioni-false/
https://www.tuttoscuola.com/vaccini-serve-quello-contro-lignoranza/