Perché, siamo tornati analfabeti?

Perché, siamo tornati analfabeti?
Ronchey e il preteso analfabetismo degli studenti

di Gabriele Boselli

L’articolo di Silvia Ronchey “Perché siamo tornati analfabeti” sulla Repubblica del 12 Luglio contiene un durissimo attacco alla scuola italiana, evidentemente quella di Stato, sostenendo che questa sia la principale responsabile della dealfabetizzazione contemporanea.

Questa è invero riscontrabile, ma è effetto (e di ritorno concausa) di fattori di ben altro ordine di potenza e qui solo accennabili: la dittatura dell’economico, la miseria intellettuale di buona parte del politico, la riduzione del campo e del raggio intenzionale del soggetto tardomoderno, il trionfo del non-pensiero o twitter-pensiero prodotto e veicolato dai media elettronici. Nascosta ma di notevole forza di appesantimento  la matrice inerente alla struttura intima della lingua inglese –con le sue inevitabili semplificazioni- sottostante alle logiche economiche  nonché a tutta la letteratura giornalistica e a parte di quella accademica.

Detto, ciò, il Nostro sbaglia nel configurare le dimensioni del fenomeno e soprattutto nel tristamente consueto addebitarne la colpa alla scuola postsessantottina; sbaglia soprattutto per basarsi principalmente sui dati INVALSI, il famigerato istituto nazionale per la valutazione noto per la falsificazione oggettivistica del reale attraverso test. I dati Invalsi non rispecchiano lo stato delle cose ma solo la parte riscontrabile attraverso i test, ovvero quella inerente al pensiero convergente, senza –necessariamente dato il mezzo usato- alcuna presa in considerazione di quanto la scuola produce nel suo sviluppare il pensiero critico e creativo.

I nostri insegnanti e dirigenti scolastici non sono –a parte qualche poveraccio- “indifesi, non rispettati, demotivati” anche se i media così amano dipingerli. Sono solitamente di alto valore culturale e didattico, amano le discipline che insegnano e vogliono bene ai loro alunni, anche a quelli che non corrispondono. Certamente una parte di loro –quelli entrati in servizio senza concorso o per pronuncia di irresponsabili TAR o CdS o per semplice diritto di stagionatura nelle graduatorie permanenti- non è all’altezza del compito. Tuttavia sono pochi e danneggiano soprattutto l’autorappresentazione della scuola e l’immagine pubblica.

Per la mia lunga esperienza di maestro elementare, dirigente e ispettore scolastico posso dire che i nostri studenti sanno mediamente non solo leggere ma capire benissimo e criticare quel che vien loro dato da leggere. Anche al Sud. Il problema è semmai che leggono poco, distratti come molti sono dai media elettronici e insidiati dal pensiero a sintassi  ipersemplificata che questi diffondono.

Vi è poi il problema, comune ad altre amministrazioni dello Stato –escluse per fortuna le forze armate -dell’invecchiamento della forza docente e dirigente a causa della riduzione del turnover degli ultimi quindici anni.

Ci si può consolare dell’articolo della Ronchey leggendo nella pagina successiva di Repubblica la recensione di una professoressa, Annarita Briganti, al testo  Il latino? Serve a dirci chi siamo. Anche se il latino ci fu rubato dai politici, abbiamo continuato a pensare con le matrici di pensiero di quella lingua. Gli amici dell’INVALSI pensino pure in inglese.

Qualche parola sugli anni settanta

L’attacco Ronchey colpisce anche il ’68 e quel che ne seguì. Questo periodo rappresentò per noi giovani di allora e per la storia culturale e scolastica d’Italia e d’Europa un anno scardinante e cardinale: i cardini sono il necessario ancoraggio del movimento ma anche le condizioni di possibilità di ogni evoluzione.

Leggevamo molto e scrivevamo molto, specie su ciclostile; formavamo controcorsi. Ricordo con orgoglio un affollato controcorso di Metafisica, spaziante da Gorgia ad Heidegger, organizzato da noi studenti nella facoltà di Magistero di Urbino.

Maturità 2019, i ragazzi danno il voto all’esame: lungo ma non difficile

da Corriere della sera

Maurizio Tucci

L’esame di stato edizione 2018-2019 sta per essere archiviato con un tasso di promozioni (non sono ancora dati definitivi e ufficiali) altissimo. La «qualità» di un esame ovviamente non si misura dalla percentuale di promossi (a volte, anzi, può essere l’opposto), ma possiamo almeno dire che le novità introdotte non hanno avuto effetti negativi. In particolare, le tanto temute buste a sorpresa che hanno caratterizzato la prova orale sono state molto meno traumatiche del previsto anche grazie – va detto – al buonsenso degli insegnati che (per fortuna) non si sono attenuti troppo rigidamente alla consegna del «silenzio»: ovvero nessuna domanda, parla solo il candidato con i suoi collegamenti tra una materia e l’altra partendo dallo spunto trovato nella busta. Ma come hanno vissuto la personale esperienza d’esame i diretti interessati? Avevamo chiesto ad alcuni candidati il loro parere prima delle prove e li abbiamo risentiti… a cose fatte.

Il giudizio positivo

Complessivamente, il giudizio sul percorso «a buste» non è stato negativo. Qualche minuto per pensare ai collegamenti e poi si parte. In media l’esame è durato tra i 45 minuti e l’ora. «Molto più lungo degli esami precedenti», giura Miriam (Istituto tecnico turistico di Milano), ma si sa che quando le cose ci toccano direttamente la percezione cambia. Le critiche comunque non sono mancate. Veronica (liceo classico di Milano) conferma che avrebbe preferito il vecchio esame con la tesina: «A me è andata molto bene, perché nella busta ho trovato un brano di Conrad che mi ha permesso senza problemi, partendo dall’inglese, di spaziare con i collegamenti, ma a qualcuno è capitato un testo in greco da Antigone, e allora ti voglio vedere…». Anche Aurora, che è stata meno fortunata di Veronica nella scelta, ha qualche legittimo dubbio sul metodo. Per una studentessa di un liceo linguistico (Milano) trovarsi nella busta un’equazione di secondo grado: «s(t) = 4t 2 + 2t + 1»“ non è una sorpresa piacevole. Specie se si considera che la sua commissione non lasciava (come invece quasi tutte hanno fatto) qualche minuto per raccogliere le idee sui collegamenti da fare, ma ha iniziato subito con le domande (sulla funzione, appunto) proprio come nell’esame vecchio stile.

La scelta dei candidati

Scettico anche Edoardo (liceo artistico di Modena) che avanza una proposta: «L’idea in sé va bene, ma così è troppo legata alla fortuna. Meglio se le buste fossero state aperte. Non è una boutade. L’idea, tutt’altro che peregrina, è quella di dare al candidato una possibilità di scelta tra tre proposte. D’altra parte è un esame e non un quiz televisivo a premi che deve garantire la suspense per il pubblico. I collegamenti Ma come si sono destreggiati gli esaminandi con i collegamenti? Costanza (liceo scientifico di Potenza) ha trovato un’immagine dei Malavoglia e da lì è partita con lotta del proletariato, realismo, Marx e via via fino alle biotecnologie.

Dal Muro alle gite

Camilla (liceo linguistico di Milano), che la notte prima degli esami ha ripassato educazione civica, ha trovato La Regenta di Clain e poi ha virato su Flaubert (in francese), naturalismo, verismo fino alle suffragette e ai diritti delle donne. Miriam è partita dal Muro di Berlino ed è arrivata ai tour operator [garantiamo – perché ce lo ha illustrato passo per passo – che il percorso aveva una logica n.d.r.]. Aurora (quella della equazione) visto che la funzione era il tempo è passata [bravissima n.d.r.] alla filosofia, parlando di Erik Stein e del suo «tempo vita e tempo assenza». Stefano ha trovato «La città che sale» di Boccioni, e non è stato difficile passare al futurismo e poi al fascismo. Nello spazio d’esame destinato a Cittadinanza e Costituzione gli è stato chiesto di parlare dell’articolo 3, ovvero quello sulla uguaglianza senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali, che ci farebbe bene, a tutti, ripassare sempre.

La busta e la nonna

Alessia (liceo linguistico di Napoli) ha iniziato con spagnolo commentando un brano di Garcia Lorca. Buste coerenti col programma «Non abbiamo trovato sorprese – ammette Alessia – tutti i contenuti delle buste erano coerenti con il programma svolto, anche se alcuni spunti favorivano collegamenti più immediati, altri meno». E, seppure con diverse sfumature, quanto dice Alessia è condiviso da tutti. Qualche busta era più «creativa» di altre, come le definisce Stefano che ci fa l’esempio di una busta che conteneva la foto di una pagnotta di fronte alla quale il suo compagno ha rischiato di rimanere a digiuno di collegamenti. Comunque – e anche su questo i nostri neo-diplomati sono concordi – i prof. si sono generalmente dimostrati disponibili a fornire qualche spunto prezioso, se l’alunno era in difficoltà; ad orientare, se i collegamenti apparivano troppo bizzarri, o a completare il percorso con qualche domanda, specie sulle materie più scientifiche o tecniche meno facilmente collegabili al brano di un libro o a un quadro. Quale busta scegliere? Dipende anche dalle nonne Sono arrivati già lì con le idee chiare, magari legate a chissà quale cabala o sogno premonitore, o hanno scelto al momento? Busta 1, 2 o 3, ma anche A, B o C, perché alcune scuole hanno optato per le lettere e altre per i numeri. Camilla ha scelto la 1, perché aveva scelto la 1 anche in una simulazione di esame e le era andata bene. Veronica la 2, perché era quella centrale, evidentemente perché al classico dove sanno il latino sanno anche che «in medio stat virtus». Costanza la 3 perché… «se lo sentiva che doveva scegliere quella». Anche Alessia ha scelto la 3, scelta al momento. Stefano la 1 perché… «era la più vicina»: guai a stancarsi troppo.

La busta ondulata

Aurora ha scelto «quella di sinistra» (la sua commissione non aveva messo numeri o lettere sulle buste). Leonardo la 3, perché era «ondulata». Tra le tantissime neo-leggende metropolitane che sono circolate in questi giorni riguardo le buste, nella sua scuola correva voce che nelle buste ondulate era più probabile che ci fosse un’immagine e non un testo, perché le immagini, essendo di dimensioni maggiori (chissà perché, poi), ondulavano le buste. Originale e salomonico il criterio di scelta di Miriam: «Busta B per non fare favoritismi tra le nonne. Perché – ci spiega – ho una nonna con il nome che inizia per A e una con il nome che inizia per C».


Perché siamo tornati analfabeti

da la Repubblica

Silvia Ronchey

Il 35 per cento degli adolescenti che hanno appena affrontato la maturità, uscendo quindi da un più che decennale cursus studiorum , non riesce a comprendere un testo di media complessità: leggono, ma non capiscono. I dati dell’Invalsi, che sconcertano e preoccupano (finalmente) il ministro della pubblica istruzione, non stupiscono affatto chi insegna nella scuola o nell’università. Né, soprattutto, chi abbia assistito alla parabola involutiva che negli ultimi cinquant’anni ha subito l’istruzione di stato, progressivamente svuotata di contenuti, ridotta a mera illusione, proposta al popolo quale sorta di oppio non più offerto da una religione ma imposto da un’ideologia, e in alcuni casi da una strategia, politica o partitica.

Fin dall’inizio degli anni ’70 del secolo scorso, nel nome della cosiddetta democratizzazione della cultura, si assisteva a fenomeni bizzarri. Una collana, pubblicata da una casa editrice di partito, ideata e curata da un grande accademico nel nome di una “educazione linguistica democratica”, proponeva libri in cui non fosse usato che un numero limitato di vocaboli. La lotta al nozionismo, che aveva animato il Sessantotto e i suoi seguaci, nei licei di tendenza di quegli anni si prolungava nella condanna della complessità della parola. Era reazionario anche leggere i grandi romanzi dell’Ottocento, considerati “borghesi”. Non parliamo dei classici. Ancora oggi, discutendo della prospettata riforma del liceo classico, un colto cattedratico universitario ha affermato necessaria la lotta alla “logocrazia”, ossia alla prevalenza della parola nell’insegnamento, a favore, invece, dell’uso delle immagini.

È stato così che l’idea illuminista di un accesso al sapere aperto a tutti si è trasformata in un’ideologia di fatto oscurantista, alimentata da una gara demagogica tra i partiti della sinistra e dell’ala cattolica, che ha finito per produrre un nuovo genere di analfabetismo — condizione che, com’è noto, aiuta ad opprimere e dominare le masse, non certo a promuoverne l’autodeterminazione o la coscienza politica — la cui caratteristica saliente è convincere illusoriamente chi ne è soggetto di essere invece in possesso della cultura. Con risultati catastrofici, non solo in Italia. Secondo studi scientifici di recente pubblicazione il Q.I. dei giovani europei ha cominciato a calare proprio negli anni ’70 e si è ridotto da allora a oggi con una media di 7 punti per generazione. Non si sa apprendere e non si sa leggere, ma si crede di sapere e di sapere scrivere.

La rete è tutta un fiorire narcisistico di pseudoscrittori e di pseudosapienti che postano i loro scritti, spesso pastiches di frasi altrui malamente comprese e peggio assemblate, con la probabilmente sincera ancorché infondata convinzione di fornire un contributo proprio, in ogni caso con l’ambizione di porsi loro stessi come datori anziché ricettori di sapere. Ma incolpare i new media non solo è pavido, è sbagliato. Il loro cattivo uso non è causa ma effetto dell’illusione di cultura prodotta dalla mistificazione educativa dell’istruzione pubblica. Internet è potenzialmente uno strepitoso strumento di cultura. Centinaia e centinaia di migliaia di libri del passato remoto e recente sono ormai digitalizzati e disponibili a tutti, in una Biblioteca di Babele che rende il sapere immediatamente e universalmente accessibile in ogni angolo del mondo. Come ogni rivoluzione mediatica, a partire da quella della stampa nel XV secolo, la rivoluzione digitale può dare vita a un vero nuovo rinascimento. Ma, certo, ci vuole cultura anche per interrogare la rete. E, certo, i post e i tweet, con la brevità e irriflessività della comunicazione istantanea, hanno ridotto la soglia di attenzione, abbassato la capacità di concentrazione, ridotto al minimo la complessità di qualsiasi argomentazione, azzerato la sintassi quando non la grammatica.

Naturalmente, poiché il caso è il re della storia, come diceva Robespierre, non tutto questo è frutto di un complotto o di un preciso disegno politico neo-oscurantista. Altri fattori contribuiscono a rendere sempre più difficile il ruolo degli insegnanti. La società dei consumi, dopo avere esaurito gli status symbol umanamente accumulabili dai consumatori adulti, averli spremuti e indebitati, ha eletto l’adolescente, quando non il bambino, a suo capriccioso sovrano. Ancora più vulnerabile dei genitori alla seduzione consumista, lo vediamo idoleggiato dalla cultura dominante, assecondato nelle instabilità propria della sua età. Non stupisce che questo nuovo re di maggio, che questo tyrannos/ pharmakòs , per dirla con gli antichi greci, provvisorio tiranno, in realtà animale sacrificale da dissanguare e gettare via nel tritacarne del sistema capitalistico, sia sempre meno gestibile dai professori, i quali rischiano la persecuzione legale, quando non la violenza fisica, del ragazzo o anche dei genitori, per una punizione o un cattivo voto. Professori che a loro volta, indifesi, sottopagati, privati del rispetto della società, sono spesso demotivati nel loro compito. Quando non — e anche questo va detto — a loro volta marcati, per appartenenza generazionale, da una formazione inadeguata, o cooptati da meccanismi di reclutamento irragionevoli. Non è di oggi l’impossibilità di un reclutamento trasparente nei quadri delle docenze scolastiche e universitarie, che dovrebbero assicurare il primo filtro di selezione dell’élite. Il che non solo ulteriormente spiega i dati dell’Invalsi, ma anche l’incepparsi in Italia del meccanismo di ricambio che sempre più andiamo lamentando. La verità è che questo ricambio è assicurato anzitutto dall’educazione. Ma il diritto all’educazione rischia di trasformarsi sempre di più in un processo di diseducazione evidente agli occhi di chi è dotato, a ogni livello sociale, di buon senso. Un conoscente, di mestiere muratore, lamenta di avere fatto studiare il figlio. Non solo, nonostante i titoli ottenuti, è disoccupato. Ma, cooptato nel mestiere del padre, non riesce a farlo. «Quando lo porto con me, la sola cosa che vuole fare è dare la tinta. Hai voglia a spiegargli che prima il muro va preparato, rintonacato, scartavetrato, e solo dopo lo si può dipingere. Lui, che ha studiato, dice che non serve, e che comunque non gli dà soddisfazione». È una buona immagine di quello che è diventata l’istruzione pubblica: una mano superficiale di vernice su un muro non preparato, da cui la tinta velocemente si staccherà.


Autonomia, Bussetti: “si va avanti. No stipendi differenti ma incentivi per alcuni docenti”. Il progetto

da Orizzontescuola

di redazione

Si delinea in maniera più netta il testo sull’autonomia differenziata ieri al centro del vertice di maggioranza e di cui probabilmente si tornerà nuovamente a parlare agli inizi della prossima settimana.

Nessuna gabbia salariale

Lo precisa il Ministro dell’Istruzione Marco Bussetti oggi ospite del programma ‘Centocitta” su Rai 1.

Il riferimento va colto in quanto pubblicato ieri sera dall’Agenzia ANSA

Fatemi capire – avrebbe sbottato ad un certo punto Di Maio – volete le gabbie salariali? Non se ne parla proprio di abbassare gli stipendi dei lavoratori del Centro-Sud”.

Tavolo sull’autonomia va avanti

Nessuno stop al progetto sull’autonomia. Al vaglio al momento le richieste di Lombardia, Veneto, Emilia Romagna

Lo afferma il Ministro Bussetti “Il tavolo sull’autonomia non è saltato, assolutamente. Si prosegue nell’affrontare un tema sicuramente importante.“, lo conferma il Vicepremier Salvini Autonomia, Salvini “fa bene soprattutto a regioni del sud”

Docenti: no stipendi differenti ma incentivi

Il Ministro spiega uno dei passaggi cruciali del progetto

Alcune Regioni – riporta l’ANSA – chiedevano, proprio per dare le stesse possibilità a tutti in tutti i territori, anche in quelli disagiate, di riqualificare
al meglio la propria istruzione e legare alla scuola i propri docenti. Di qui la possibilità eventuale di incentivi per i docenti che svolgono il loro lavoro in zone disagiate, per incentivare la permanenza; lo spirito è questo, poi discuteremo i dettagli, non c’è alcuna volontà di differenziare gli stipendi

Dunque il progetto è quello di incentivare la permanenza nel territorio attraverso incentivi economici per docenti che lavorano in zone disagiate.

Programmi rimangono nazionali

Il Ministro tiene a precisare che “Le norme generali, i programmi,
non si toccano. La scuola è questa. C’è solo la possibilità per
le Regioni di intervenire per migliorare e incentivare con
iniziative mirate alcuni aspetti.”

Immissioni in ruolo 2019/20: no posti Quota 100 ma soluzione diplomati magistrale

da Orizzontescuola

di redazione

Immissioni in ruolo a.s. 2019/20: il Miur ha incontrato i sindacati per mettere a punto le istruzioni operative per le nomine che potranno avvenire da fine luglio o perlomeno da quando le GaE saranno pubblicate in versione definitiva e si avranno le graduatorie del concorso straordinario infanzia e primaria (queste ultime da pubblicare entro 30 luglio).

No posti Quota 100 per le assunzioni 2019/20

Chiusura da parte del Ministero sull’utilizzo dei posti liberati dai pensionamenti Quota 100.

Una risposta che si conosceva già, ma di cui arriva oggi l’ufficializzazione.

D’altronde i numeri delle immissioni in ruolo richieste (circa 59.000) andavano in questa direzione.

Soluzione diplomati magistrale

Per quanto riguarda questa problematica vi è invece l’apertura del Ministro alla soluzione di prevedere l’utilizzo sul posto occupato nell’a.s. 2018/19 per il docente assunto in ruolo con riserva e riassunto da concorso straordinario per infanzia e primaria.

FIT

I docenti del terzo anno FIT nell’a.s. 2018/2019 potranno scegliere altra immissione in ruolo da graduatoria pubblicata successivamente o altra tipologia di posto.

Non ancora risolta invece la questione del dm 631/2018.

In relazione al concorso DDG 85/2018 i primi docenti ad essere convocati ad agosto 2018 hanno iniziato e concluso il loro anno di prova e rimarranno nella sede scelta lo scorso anno.

Coloro che sono stati convocati a scegliere la provincia durante l’anno scolastico, dopo la pubblicazione delle graduatorie avvenuta entro il 31 dicembre, si sono visti accantonare i posti dal MIUR, posti che non hanno concorso alla mobilità, ma che nemmeno comprendono i posti lasciati vacanti dai pensionamenti o dai nuovi trasferimenti, perché sono i residui del contingente del 2018.

Organi collegiali: il Governo vuole riformarli, ma sarà dura

da La Tecnica della Scuola

Di Reginaldo Palermo

Poco meno di un mese fa il Governo ha depositato un disegno di legge delega per la riforma degli organi collegiali, una semplificazione delle procedure di valutazione del sistema scolastico e riformare gli organi collegiali anche a livello di istituzione scolastica in modo da diminuirne il numero dei componenti.

Ampiamente discutibili gli obiettivi che si intendono raggiungere a partire dall’idea che riformando gli organi collegiali si potrebbero conseguire risparmi di spesa.

Ma, come è ben noto, il funzionamento degli organi collegiali territoriali non comporta nessuna spesa dal momento che gli eletti non percepiscono nè compensi nè rimborsi spese.

A meno che non si voglia considerare che quando si svolgono le sedute di un consiglio di istituto ai consiglieri viene consegnata la documentazione degli atti in discussione: e quindi di fatto diminuendo il numero dei componenti diminuisce la spese per le fotocopie da produrre.

Intanto arrivano già le prime critiche al progetto del Governo.
Flc-Cgil, per esempio, non condivide la strada decisa dall’esecutivo, che è appunto quella di una legge delega.

Va però ricordato che nel già nel 1974 venne utilizzato questo strumento che servì in quella occasione ad approvare ben 5 decreti delegati, di cui 2 per scrivere lo stato giuridico del personale della scuola e uno per definire le regole del lavoro straordinario.

La portata dei decreti del ’74, insomma, fu molto più importante, il Governo ebbe solo 9 mesi di tempo per scrivere i provvedimenti, mentre in questa circostanza la delega durerebbe ben 24 mesi.

D’altronde dalla fine degli anni novanta si sono succeduti numerosi tentativi di riscrittura delle regole di funzionamento degli organi collegiali, tutti miseramente falliti nonostante che sia ormai sotto gli occhi di tutti che alcuni organi hanno progressivamente perso gran parte delle loro funzioni.

Per esempio, nati per favorire la partecipazione delle famiglie alla gestione della scuola, i consigli di istituto sono ormai ben poco rappresentativi dal momento che, soprattutto nella secondaria di secondo grado, la partecipazione al voto da parte dei genitori non supera quasi mai il 5%. Addirittura in molti casi è lo stesso dirigente scolastico che deve sollecitare insegnanti e genitori per “convincerli” a candidarsi.

E’ anche altrettanto vero, però, che finora nessuna maggioranza di Governo è mai riuscita a mettere mano al problema. Vedremo se ci riusciranno Lega e M5S, ma il dubbio è più che legittimo.

Immissioni in ruolo, le novità dopo l’incontro fra Miur e sindacati

da La Tecnica della Scuola

Di Fabrizio De Angelis

Si è concluso l’incontro fra Miur e sindacati in merito alle prossime immissioni in ruolo 2019. E’ previsto un altro incontro presso Viale Trastevere la prossima settimana, in cui, come si legge sul sito Cisl Scuola, l’Amministrazione, comunicherà i numeri dettagliati relativi alle operazioni di assunzioni scuola. Martedì 16 luglio si terrà l’incontro con i Direttori Regionali per coordinare le varie operazioni.

Immissioni in ruolo 2019: docenti terzo anno FIT

Il Miur ha chiarito che i docenti già avviati al terzo anno FIT nell’anno scolastico 2018/2019, presenti in altre graduatorie pubblicate in data successiva alla nomina accettata l’anno scorso, potranno optare per l’altra graduatoria o l’altra tipologia di posto (se si trattava di graduatoria per il sostegno), riporta la Flc Cgil

Invece, la situazione dei FIT (ex DM 631/2018), è più complessa: l’Amministrazione ha dichiarato di non potere, allo stato attuale, accogliere le varie richieste formulate dai sindacati per consentire una nuova scelta della provincia da parte degli aspiranti, chiedendo al contempo una ulteriore fase di riflessione. Sull’argomento, scrive ancora la Cisl Scuola, è stato anticipato ai dirigenti ministeriali l’invio di una imminente richiesta unitaria al Capo di Gabinetto per sollecitare una soluzione positiva della questione.

Diplomati magistrale: ok a utilizzo del posto dello scorso anno per i vincitori del concorso straordinario

Altro punto che sembra in via di definizione è quello relativo ai diplomati magistrali assunti in ruolo con clausola risolutoria ed ora in posizione utile per le assunzioni da graduatoria regionale del concorso straordinario. A tal proposito, è stato sottoscritto un accordo di integrazione del CCNI sulle “utilizzazioni e assegnazioni provvisorie” in cui si prevede che i docenti assunti in ruolo da concorso straordinario, entro pochi giorni da tale operazione, possano fare domanda di utilizzo, anche interprovinciale, per il posto ricoperto nell’a.s. 2018/19. Tutto ciò, allo scopo di preservare la continuità didattica.

Assunzioni docenti 2019/2020: novità per l’allegato A

Infine, il Miur ha anche presentato il tradizionale “allegato A” riguardante le istruzioni  delle operazioni annuali relative alle “immissioni in ruolo”.

Queste le principali novità.

  • I docenti che accettano da FIT non saranno immediatamente cancellati, ma solo in esito al positivo superamento della prova.
  • Le compensazioni per il recupero degli esuberi non saranno più effettuate dal MIUR ma lasciate ai singoli uffici periferici: questo per consentire il maggior numero di assunzioni possibile. Si ricorda, infatti, che in presenza di una situazione di esubero provinciale il sistema, negli anni passati, provvedeva a defalcare un posto destinato a ruolo da altre classi di concorso secondo un algoritmo che non teneva conto della presenza di candidati nella graduatoria relativa al posto defalcato. Quest’anno, invece, gli uffici riceveranno un tabulato dal quale risulteranno tutte le assunzioni possibili e gli eventuali esuberi e sarà lasciata loro la possibilità di “compensare” su classi di concorso eventualmente prive di candidati evitando così di deludere le aspettative assunzionali degli aspiranti.
  • E’ stato modificato il punto A.11 delle note operative in ossequio ad una maggiore chiarezza espositiva.

In chiusura, segnaliamo che i sindacati, tenuto conto che il prossimo 1° settembre, ovvero inizio dell’anno scolastico 2019/20, cadrà di domenica, hanno chiesto che l’Amministrazione provveda per tempo ad individuare le modalità più opportune per fornire istruzioni alle scuole garantendo, comunque, la decorrenza giuridico/economica del contratto fin da tale giorno.

Immissioni in ruolo 2019: ecco quanti saranno i posti

Come annunciato in precedenza, il ministro Bussetti ha chiesto al MEF per l’anno scolastico 2019/2020 58 mila posti.

“Ho appena firmato la richiesta al Mef di autorizzazione ad assumere in ruolo 58.627 docenti per il prossimo anno scolastico. Di questi, 14.552 saranno docenti di sostegno”.

“Il nostro obiettivo, ha proseguito il Ministro, è avere tutti gli insegnanti in classe dal primo giorno di scuola. Siamo convinti sia doveroso nei confronti dei nostri ragazzi.
Stiamo lavorando per concludere con largo anticipo tutte le procedure necessarie per avviare il nuovo anno. Abbiamo anticipato di un mese la mobilità degli insegnanti. Ora procederemo rapidamente con le assunzioni e, subito dopo, con le supplenze.
Siamo al lavoro per i nostri studenti, al servizio della scuola”.

Immissioni in ruolo 2019: i posti liberi dopo le rettifiche della mobilità

TABULATO RIASSUNTIVO DOPO LE RETTIFICHE DEI TRASFERIMENTI

Graduatorie di istituto docenti, dal 15 luglio scelta delle sedi per la prima fascia

da La Tecnica della Scuola

Di Lara La Gatta

Ricordiamo che a decorrere da lunedì 15 luglio i docenti potranno effettuare la scelta delle sedi, per la costituzione delle graduatorie di istituto di prima fascia, tramite POLIS.

Il termine ultimo è fissato al 29 luglio 2019, entro le ore 14.

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Gabbie salariali a scuola, sì o no?

da Tuttoscuola

L’argomento delle gabbie salariali sta spaccando il Governo. La polemica nasce dalla questione dell’autonomia regionale, la proposta messa sul tavolo dalla Lega, e sta provocando una netta reazione contraria dei grillini che l’hanno considerata “totalmente inaccettabile”, proprio perché porterebbe secondo loro a creare di fatto delle “gabbie salariali”.

Si tratta di un sistema di calcolo degli stipendi rapportati al costo della vita di un particolare territorio. Per il M5S la proposta leghista farebbe “alzare gli stipendi al Nord e abbassarli al Centro-Sud”; si tratterebbe di una proposta che spaccherebbe il Paese e che avrebbe natura “discriminatoria e razzista”.

Una proposta che “Impedirebbe ai giovani di emanciparsi, alle famiglie di mandare i figli a studiare in altre università. Diventerebbe difficile e costoso anche prendere un treno da Roma e Milano”.

Difendono la proposta dell’autonomia regionale diversi esponenti leghisti, rintuzzando la valutazione negativa dei penta stellati.

Il ministro per gli Affari regionali e le Autonomie, Erika Stefani, precisa: “Non c’è nessuna gabbia salariale. Si tratta di strumenti previsti che esistono già nel nostro ordinamento e di incentivi previsti dalla contrattazione integrativa, per incentivare la permanenza e la continuità formativa”.

Le fa eco il sen. Mario Pittoni, presidente della Commissione Istruzione del Senato che ha parlato di terrorismo mediatico, precisando che: “La Lega non ha mai chiesto di abbassare gli stipendi degli insegnanti al Sud. Semmai qualche regione potrebbe essere interessata a intervenire per coprire il maggior costo della vita in certi territori. Quindi soldi in più, non in meno”.

Secondo Annamaria Furlan, segretaria generale della Cisl, “con le gabbie salariali siamo proprio nell’antistorico”.

Al di là del merito, una cosa è certa: anche su queste questioni si registra una notevole divergenza di proposte e di vedute da parte dei due partiti di Governo.

Regionalizzazione scuola: è scontro tra M5S e Lega

da Tuttoscuola

È di nuovo scontro tra M5s e Lega sulle autonomie. Di Maio e Salvini non sono d’accordo soprattutto sul tema della scuola. Per il leader del M5s la regionalizzazione è fuori questione: “Non è giusto che si dica che, siccome una regione ha più soldi, i bambini che nascono lì hanno più diritto all’istruzione di altri bambini che nascono in una regione in cui ci sono meno soldi”. Il ministro leghista per l’Autonomia, Erika Stefani, ribatte: “Se in materia di istruzione mi si nega la possibilità che una Regione con risorse proprie possa fare un’offerta formativa migliore e il motivo ostativo è che in un’altra Regione non si può fare così mi si nega completamente il principio base dell’Autonomia”.

Lo scorso 11 luglio, durante il vertice sull’autonomia, le agenzie di stampa hanno scritto che il vicepremier Matteo Salvini, dinanzi all’opposizione ferma del M5S, sarebbe letteralmente “sbottato”, chiedendo anche per quale motivo si sia deciso di “sabotare” le intese sottoscritte nel contratto di Governo.

In ballo, oltre alla scuola, ci sarebbero anche le gabbie salariali, un provvedimento che secondo il movimento intenderebbe alzare gli stipendi al Nord e abbassarli al Centro e al Sud. “Fatemi capire – avrebbe detto quindi il vicepremier e ministro del Lavoro Luigi Di Maio – : volete le gabbie salariali? Non se ne parla proprio di abbassare gli stipendi dei lavoratori del Centro-Sud”.  I grillini dicono che ci vorrà magari un po’ più di tempo ma “faremo una riforma equilibrata e armonica in modo da rispettare la nostra Carta costituzionale”.

Il premier Conte durante il vertice avrebbe tentato di mediare e pare he ora abbia intenzione di riconvocare il vertice all’inizio della prossima settimana, tra il 15 e il 17 luglio prossimi.

Concorso DS: i motivi della sospensiva. La sentenza definitiva il 17 ottobre

da Tuttoscuola

Dall’ordinanza n. 5765 con cui la Sesta Sezione del Consiglio di Stato ha accolto la richiesta di sospensiva della sentenza del TAR Lazio di annullamento della prova scritta del concorso DS si rilevano le motivazioni di accoglimento: “sulla base di un bilanciamento di tutti gli interessi in conflitto ed alla luce di una valutazione comparativa degli effetti scaturenti dall’esecuzione dell’appellata sentenza nelle more del giudizio di merito, con particolare riguardo all’incidenza sull’assetto organizzativo dell’amministrazione della scuola in prossimità dell’inizio del nuovo anno scolastico, deve ritenersi preminente l’interesse pubblico alla tempestiva conclusione della procedura concorsuale, anche tenuto conto della tempistica prevista per la procedura di immissione in ruolo dei candidati vincitori e per l’affidamento degli incarichi di dirigenza scolastica con decorrenza dal 1° settembre 2019″.

I giudici non sono entrati nel merito della sentenza del TAR: “a prescindere dal merito delle questioni devolute in appello e da ogni valutazione sull’effettiva portata invalidante dei vizi dedotti (segnatamente dei vizi riscontrati dal primo giudice)”.

Il merito, con una apposita sentenza, sarà discusso il 17 ottobre p.v., a nomine dei vincitori già avvenute da un mese e mezzo. Il che lascia sperare che il Consiglio di Stato non vorrà mandare a gambe all’aria il concorso DS e la scuola.