Dispersione scolastica

Rapporto CGIA Mestre conferma dati sulla dispersione scolastica: indispensabile colmare il gap in istruzione tra Nord e Sud

Ancora una volta l’ufficio studi della CGIA di Mestre ci consegna i dati sulla dispersione scolastica rappresentando, così come recentemente hanno fatto OCSE PISA o il rapporto Save the Children, un Paese fortemente impoverito sul piano del diritto all’istruzione, con un’evidente spaccatura tra Nord e Sud.

Infatti, a fronte di un dato nazionale pari al 14,5%, “nel 2018 in Sardegna il 23% dei giovani ha lasciato la scuola prima del conseguimento del titolo di studio, seguono la Sicilia con il 22,1% e la Calabria con il 20,3% […] Trentino Alto Adige e Friuli Venezia Giulia (entrambe con l’8,9%), Abruzzo (8,8%) e Umbria (8,4%) sono le regioni più virtuose”.

Siamo di fronte a circa 600 mila ragazzi che hanno abbandonato precocemente la scuola, un dato che il rapporto intreccia con le opportunità perse dal sistema economico nazionale, affiancandolo ai circa 62 mila giovani che hanno lasciato l’Italia per trasferirsi all’estero. Due volti contrapposti della stessa medagliaun’incapacità complessiva di valorizzare l’istruzione e di dare all’Italia la possibilità di promuovere le vocazioni e i talenti.

Questi dati rappresentano, ancora una volta, la mancanza di progettualità dei decisori politici, che per anni non hanno saputo o non hanno voluto leggere tutte le rilevazioni effettuate sul sistema scolastico. Sulla Scuola, sull’Università, sulla Ricerca è necessario un forte investimento che ne colmi le macroscopiche disuguaglianze, sapendo che l’istruzione non è addestramento, che le professionalità di oggi saranno obsolete già domani e che la capacità di comprendere la realtà, di saperla criticare e cambiare sono le caratteristiche principali di un cittadino responsabile, ancor più che di un lavoratore efficace.

Come ci ricorda la CGIA di Mestre “le cause che determinano l’abbandono scolastico sono principalmente culturali, sociali ed economichei ragazzi che provengono da ambienti socialmente svantaggiati e da famiglie con uno scarso livello di istruzione hanno maggiori probabilità di abbandonare la scuola prima di aver completato il percorso di studi.”

La ministra Azzolina e il ministro Manfredi, abbiano il coraggio e la consapevolezza di sapere che viviamo un’autentica emergenza – dichiara Francesco Sinopoli, segretario Generale della FLC CGIL – che, in tempi di minacciata autonomia differenziata, la Scuola e l’Università hanno principalmente bisogno di essere più forti e più presenti lì dove il contesto è più deprivato: più strumenti, più personale, più tempo scuola, maggiori finanziamenti al sistema dell’istruzione possono essere la risposta alle complicate condizioni economiche e sociali del nostro Paese”.

Formazione, non iscritto un prof su due

da Il Sole 24 Ore

di Eugenio Bruno e Claudio Tucci

A cinque anni dalla Buona Scuola che ha reso obbligatoria la formazione in servizio un prof di ruolo su due non si è ancora iscritto alla piattaforma nazionale nata nel 2017 per incrociare la domanda e l’offerta di aggiornamento professionale. A confermarlo sono le ultime statistiche sull’utilizzo di «Sofia». Dei circa 700mila insegnanti a tempo indeterminato, tra posti comuni e di sostegno, attualmente in organico solo 381mila si sono registrati al portale del Miur. Un dato che già dice tanto. Se poi aggiungiamo che il 70% degli acquisti effettuati dai docenti con la card da 500 euro annui non ha riguardato libri o corsi formativi diventa ancora più chiaro perché la neoministra dell’Istruzione, Lucia Azzolina, vuole rimettere mano anche a questo tema, accanto alla riforma del sistema di abilitazione a cui ha iniziato a lavorare già durante il suo recente passato di sottosegretaria (su cui si veda Il Sole 24 Ore di lunedì 23 dicembre).

La formazione obbligatoria

La legge 107/2015 sulla Buona Scuola è intervenuta in più punti sulla formazione dei docenti. Innanzitutto prevedendo, al comma 115, che il «personale docente ed educativo è sottoposto al periodo di formazione e di prova – di 180 giorni, di cui 120 per attività didattiche, ndr – , il cui positivo superamento determina l’effettiva immissione in ruolo». E poi introducendo, al comma 121, una carta acquisti da 500 euro annui per aggiornamento professionale e valorizzazione delle competenze degli insegnanti. Completa il set di interventi il comma 124 che ha definito la formazione in servizio «obbligatoria, permanente e strutturale». A decidere le priorità saranno le scuole, in maniera coerente rispetto ai loro piani dell’offerta formativa e nel rispetto delle linee guida nazionali del Miur.

Le iscrizioni alla piattaforma «Sofia»

Nel piano nazionale per la formazione 2016-19 con le linee guida nazionali è stata prevista la nascita della piattaforma nazionale Sofia (Sistema operativo per la formazione e le iniziative di aggiornamento dei docenti), a cui sono tenuti a iscriversi tutti gli insegnanti di ruolo. Il portale è nato a maggio 2017. Dopo una partenza in sordina (89mila prof iscritti nell’anno scolastico 2016/17) il numero degli insegnanti registrati è via via cresciuto fino ai 381.590 di inizio gennaio. Ancora pochi però rispetto alla platea complessiva di destinatari. Anche perché il loro giudizio sulla formazione ricevuta (sono 683mila le iscrizioni ai corsi disponibili in banca dati) è stato positivo: il 79% di chi si è aggiornato nell’anno scolastico 2018/19 si è detto soddisfatto (nel 2017/18 era il 75%). Con una ricaduta sulla didattica quotidiana che, nel 71% dei casi, già c’è stata o ci sarà.

L’utilizzo della card formazione

Oltre a 150 ore di permessi retribuiti, per aggiornarsi, i prof possono contare su un bonus di 500 euro annui. Ma finora lo hanno utilizzato soprattutto per comprare tablet e Pc. Dei 315 milioni di importi validati per acquisti nell’anno scolastico 2018/19 oltre 210 milioni (vale a dire i 2/3) hanno riguardato la voce hardware e software. Mentre le risorse andate a libri e corsi si sono fermati a 94 milioni (pari al 29%). In crescita rispetto ai 91 milioni (pari al 26%) del 2017/18 e ai 55 (il 21%) del 2016/17, se vogliamo vedere il bicchiere mezzo pieno, ma non così tanto da poter considerare ormai consolidata l’idea che la formazione in servizio è un dovere di ogni docente, e non l’ennesimo adempimento burocratico.

Il disegno della ministra Azzolina

Anche alla luce di questi numeri la neoministra dell’Istruzione, Lucia Azzolina, approfondirà il file che aveva già aperto da sottosegretaria. Per migliorare il benessere degli studenti l’esponente pentastellata punta ad avere in cattedra docenti motivati e formati. Da qui l’idea di ripensare la formazione. Si partirà con dei tavoli tecnici con quelle che definisce le «parti migliori del Paese», così da «esportare le migliori pratiche» già oggi esistenti sul territorio. Il passo successivo per rendere l’aggiornamento realmente obbligatorio sarebbe doppio: da un lato, vincolando alla formazione una parte delle ore che oggi vengono utilizzate per consigli di classe e colloqui con le famiglie; dall’altro, blindando sulla formazione i 380 milioni che ogni anno finanziano la card formazione. A meno che non si decida di dirottarli sul rinnovo contrattuale per assicurare ai prof gli agognati 100 euro mensili di aumenti. Al momento con le risorse aggiunte dalla manovra 2020 si arriva più o meno a 85. Ma questo è un altro film.


Iscrizioni, ecco le scuole passepartout per il lavoro

da Il Sole 24 Ore

di Eugenio Bruno e Claudio Tucci

Le famiglie italiane hanno ancora 19 giorni per scegliere la scuola dei loro figli. Logica vorrebbe che li usassero tutti. Così da individuare la soluzione più adatta alle aspirazioni, ai sogni e perché no anche ai bisogni dei ragazzi che l’anno prossimo, ad esempio, andranno in prima superiore. Sebbene la procedura online del ministero dell’Istruzione sia partita già il 7 gennaio e si concluderà il 31 di questo mese non siamo davanti a un click day. L’ordine di priorità nella presentazione delle domande non rappresenta infatti alcun titolo preferenziale. I primi numeri che ci comunica il ministero dell’Istruzione testimoniano un buon avvio: in totale, sono interessati all’iscrizione al nuovo anno 1,5 milioni di famiglie e studenti. Alle ore 18 di venerdì 10 gennaio si sono abilitate al sevizio 374.729 utenze, di cui 36.491 tramite Spid. Le domande gestite sono state 358.393, quelle inoltrate 322.134

Prima di arrivare, pertanto, alla decisione definitiva vale allora la pena guardarsi intorno, approfondire, chiedere, studiare. Anche perché gli strumenti per informarsi e andare oltre il “passaparola” ormai non mancano. Come i dati contenuti nella mappa sugli sbocchi occupazionali dei diplomati che pubblichiamo qui accanto e che si aggiungono alla Guida di 96 pagine che Il Sole 24 ha pubblicato il 2 dicembre scorso.

La scuola che guarda al lavoro

Nonostante gli studenti italiani da anni preferiscano i licei in più di un caso su due, c’è tutto un mondo dell’istruzione superiore che merita di essere preso in considerazione. Stiamo parlando degli istituti tecnici e professionali, che spesso vengono ancora considerati una realtà di “serie B”. Erroneamente. Soprattutto se l’aspirazione del ragazzo è quella di acquisire un vero e proprio mestiere, ed entrare così nel mondo del lavoro il prima possibile. Il contesto generale è quello delineato dall’Istat nel suo annuario statistico di fine 2019. Dove è lo stesso Istituto di statistica a sottolineare che «la scelta del tipo di scuola superiore è determinante nella successiva partecipazione al mercato del lavoro». E giù i numeri: a 4 anni dal diploma chi è uscito da un professionale lavora nel 63% dei casi; chi ha frequentato un tecnico nel 58,5%; i liceali appena nel 26,1 per cento. Liceali che hanno invece una propensione molto più alta a iscriversi all’università (55,8%).

Gli indirizzi più gettonati

Pur essendo molto utili a delineare il quadro generale le statistiche ufficiali appena citate scontano però il difetto di essere datate visto che fotografano le conseguenze nel 2015 dei diplomati del 2011. Per trovare delle rilevazioni più recenti possiamo allora utilizzare il portale Eduscopio della Fondazione Agnelli che dal 2014 classifica le scuole italiane in base agli esiti universitari e occupazionali dei loro studenti. Una platea che riguarda 7.300 istituti e 1,25 milioni di ragazzi. In un’elaborazione ad hoc per il Sole 24 Ore dei dati sui diplomati del 2014, del 2015 e del 2016 già presenti nella loro banca dati scopriamo che in alcune aree del paese (tendenzialmente al Centro-Nord) i tecnici-tecnologici e i tecnici-economici – i due maxi settori dell’ultima riforma Gelmini del 2010 – si piazzano stabilmente al di sopra del 60 per cento. Punto più, punto meno, di anno in anno. Numeri che non sorprendono, e confermano il valore dell’istruzione tecnica italiana. Dove un neo-perito ha «stesse chance di trovare un lavoro di un laureato», per ripetere le parole dell’Ocse di settembre scorso, perché è forte l’interazione tra queste scuole e le imprese.

Chi sale e chi scende

Rinviando alla cartina qui accanto per i dettagli, in questa sede vale la pena sottolineare come, tra gli istituti tecnici, gli indirizzi economici da Roma in sù, siano veri e propri passepartout per il lavoro, con percentuali anche superiori al 70 per cento. Al Sud le percentuali scendono un po’, ma non mancano eccezioni, come la Puglia, dove la percentuale di occupati sfiora in questi indirizzi il 40%. Sugli scudi, sempre al Centro-Nord, anche il settore tecnico-tecnologico, che comprende più articolazioni, tra cui informatica, tlc, energia, meccatronica. Tra i professionali vanno molto bene gli indirizzi legati a industria e artigianato, come in Lombardia, Veneto, Emilia Romagna. Dove sono elevatissime le chance di trovare lavoro per i ragazzi in uscita.

Le figure che mancano

Tutti questi numeri vanno tenuti ancora più in considerazione in un paese che è, contemporaneamente, quarto per dispersione scolastica (data al 14,5% ma che secondo l’Invalsi arriva addirittura al 20% se consideriamo quella implicita) e terzultimo per disoccupazione giovanile. Peggio dell’Italia ci sono solo Spagna e Grecia. Eppure, da noi, le richieste di lavoro non mancano. Come dimostrano le ultime tabelle Excelsior, targate Unioncamere-Anpal, riferite a questo mese. Le imprese vanno a caccia di oltre 170mila diplomati (7mila in più sul 2019), essenzialmente periti tecnico-economici, ma anche meccanici, elettronici ed elettrotecnici. Guarda caso tutte figure formate proprio negli indirizzi della nostra istruzione tecnica.

La scelta consapevole
Il punto, che purtroppo vale anche per l’inizio del 2020, è che circa un terzo di queste assunzioni programmate dalle aziende andranno, molto probabilmente, “a vuoto”. Come mai? Perché mancano candidati. L’istruzione tecnico-professionale (quest’ultima riformata un paio d’anni fa) sono anni che perde iscritti. Soprattutto perché non c’è un orientamento degno di questo nome. Un danno mortale per gli stessi ragazzi, ma anche, nell’immediato, per l’intero comparto manifatturiero. Da tempo ormai la stessa Confindustria lancia l’allarme su un “mismatch” dilagante, in tutti i principali settori industriali dalla meccanica all’alimentare, dal chimico-farmaceutico alla tessile-moda. E chissà che stavolta non venga ascoltata.


Non ci sono istituti di serie A e B

da Il Sole 24 Ore

di Lucia Azzolina*

Il momento delle iscrizioni impegna i ragazzi e le famiglie in scelte che sono importanti e delicate. Per questo il Ministero, ogni anno, a partire dall’emanazione dell’apposita circolare, cerca di rendere sempre più efficiente la macchina delle iscrizioni on line.

Già oltre 300mila domande sono state inviate, è la testimonianza di un sistema rodato e che funziona.

So che le scuole in queste settimane si sono molto impegnate per farsi conoscere dalle famiglie.

Ricordo quando nell’istituto dove insegnavo si incontravano genitori e ragazzi negli open day: sono occasioni importanti per conoscersi e aiutare i giovani a orientarsi al meglio.

È giusto partecipare.

È un supporto che serve a tutti e in particolare a chi deve scegliere la scuola di secondo grado e cominciare ad affacciarsi al proprio futuro, anche lavorativo.

A questo proposito va ricordato con chiarezza ai ragazzi e ai loro genitori che non esistono scuole o indirizzi di serie A e serie B.

Abbiamo un sistema scolastico che va migliorato, ma che funziona.

A chi deve scegliere dico: fatelo in base alle vostre aspirazioni e inclinazioni, ma con un occhio anche al mercato del lavoro e alla concretezza.

*Ministra dell’Istruzione

Rimuovendo smog dalle aule migliorano i risultati a scuola

da Il Sole 24 Ore

di Redazione Scuola

Installare dei semplici filtri dell’aria in un’aula di scuola potrebbe avere un grande effetto positivo sulle prestazioni degli alunni, pari a quello che si avrebbe se si riducesse il loro numero di un terzo. Lo afferma uno studio della New York University, pubblicato tra gli Edworking papers dell’Annenberg Institute, specializzati nelle ricerche sull’educazione, che conferma gli effetti già notati in passato dell’inquinamento sulle capacità cognitive.

La «scusa» per lo studio è arrivata da un incidente avvenuto in California, con una enorme perdita di gas dal deposito di Alyso Canyon, nella San Fernando Valley. A seguito dell’evento, avvenuto nel 2015, il distretto scolastico di Los Angeles ha deciso di installare in tutte le scuole entro i 10 chilometri dal deposito dei filtri per l’aria per rimuovere eventuali inquinanti ‘aggiuntivi’ derivanti dalla perdita. Nelle classi con i filtri, ha scoperto l’autore, Michael Gilraine, i risultati dei test di matematica e inglese sono risultati migliori di una quantità (0,2 deviazioni standard) pari a quella che si avrebbe riducendo di un terzo la quantità di studenti nella classe, con un costo di circa 700 dollari l’anno per ogni filtro.

«Test condotti sull’aria nelle aule al momento dell’installazione hanno mostrato che le scuole non avevano livelli anormali di inquinanti legati al gas naturale – scrive Gilraine -. Di conseguenza i filtri hanno semplicemente pulito l’aria dal normale inquinamento».