Ritardo cronico sul digitale

Scuola, Forza Italia Firenze: “Ritardo cronico sul digitale. Adesso siamo a rincorrere!”
Questo l’intervento di Jacopo Cellai, Davide Loiero, Davide Bisconti, Lorenzo Somigli e Francesco Albisani.

Regna ancora grande incertezza sulla conclusione dell’anno scolastico, sulle votazioni finali, sulle prove INVALSI e sull’Esame di Maturità. Nel frattempo i correttivi stentano a funzionare. 

“Questa accelerazione indotta dal Coronavirus al passaggio al digitale nella scuola italiana è indubbiamente positiva – affermano Jacopo Cellai, Capogruppo a Palazzo Vecchio, Davide Loiero, Coordinatore Forza Italia Giovani, Davide Bisconti, Responsabile Enti Locali, Lorenzo Somigli, Responsabile Comunicazione, e Francesco Albisani, membro della Consulta Provinciale degli Studenti –. Ci sono però ancora delle profonde criticità dovute ad un ritardo cronico. Si sarebbe dovuto fare tutto per tempo, anni fa, ora siamo a rincorrere”.

“Abbiamo segnalazioni di insegnanti che non hanno potuto attivare la didattica a distanza – proseguono – e che quindi non sono stati in grado di garantire la continuità nell’insegnamento. A loro va comunque il nostro pensiero e il nostro ringraziamento per l’impegno profuso con i pochi mezzi a disposizione, il poco preavviso e preparazione. Bisogna tener conto inoltre che non tutte le famiglie possono permettersi gli strumenti per la teledidattica. Soprattutto le famiglie con più figli si trovano in difficoltà. Di tutto questo chiediamo spiegazioni rapide al Ministero” concludono gli esponenti azzurri.

COVID-19 e la frantumazione di ogni certezza

COVID-19 e la frantumazione di ogni certezza

di Vincenzo Andraous

Stare sul pezzo, non indietreggiare di un mm, ribadire STAI A CASA,  che scienza e coscienza non sono astrazioni, significa una volta tanto avere l’obbligo di ascoltare, di eseguire, infatti l’argomento non è solo ostico, ma talmente irriverente nelle sue improvvise assenze, che davvero occorre prendere posizioni poco ortodosse, affinché irresponsabilità e trappole ideologiche dei singoli passino per accettabili liturgie.

C’è necessità di ascoltare e seguire il carico scientifico che non mente, che non rimanda ad alcuna menzogna.  

STAI A CASA non è cartellonistica d’accatto, sottende linearità di comportamenti, anche là, dove le differenze esistono, ma  tutte sono compatibili con la salute e il rispetto della vita di chicchessia.

Se qualcuno non è d’accordo con questo atteggiamento parente stretto di un vero e proprio interesse collettivo, allora è il caso di domandarci senza se e senza ma in che mondo vivi tu, perché  io vorrei vivere in uno spazio dove non vado a ingrossare le fila di una indifferenza sociale che non miete qualche nocciolina ma spicchi interi di umanità.

Questa pandemia  non ha bisogno di  una morale che instilla sapere pre-confezionato, necessita  invece di strumenti adeguati e disciplina per meglio renderci conto del pericolo che ci viene addosso quotidianamente, non soltanto per ciò che si  intuisce ma più per quello che è.

Sovente additiamo i giovani come irresponsabili in questo momento così tragico, eppure dovremmo parlare di una adultità infantilizzata, perché siamo noi  con la nostra testa dura che formiamo una sorta di  sottosocietà dove spesso il ruolo non è riconosciuto, di conseguenza neppure il valore della persona, della vita umana.

Con il nostro comportamento e le nostre sordità di comodo, scaraventiamo  dentro la pancia della bestia la possibilità e l’urgenza di una non più rinviabile prevenzione preziosa: quella che consente di tutelare chi si sente immortale e chi invece più fragile e malato è candidato a soccombere.

Non  sarà  facile mettere pancia a terra questo male, ma insieme è possibile farcela.

Cyberbullismo, offendere i docenti durante le lezioni online è reato di oltraggio a pubblico ufficiale

da Il Sole 24 Ore

di Marisa Marraffino

È successo in alcune scuole della provincia di Milano che denunciano un uso scorretto delle piattaforme digitali, utilizzate dagli insegnanti in questi giorni per garantire la continuità didattica.
In alcuni casi gli studenti hanno condiviso i link per partecipare alle lezioni con altri utenti, che hanno prontamente ricoperto di insulti e bestemmie il professore di turno. Impossibile continuare la didattica, tanto che i dirigenti hanno dovuto avvisare il Miur.
In altri casi le lezioni online sono state registrare e condivise su WhatsApp in gruppi di studenti, ancora una volta per offendere, denigrare, condividere espressioni blasfeme.

Le decisioni delle scuole
In questi giorni c’è chi deicide di andare avanti e chi sta pensando di interrompere la didattica on line. Per tutti, però, occorre agire dal punto di vista legale, denunciando i fatti alle Autorità, avvisando le famiglie e il Miur.

Le conseguenze
Dal punto di vista giuridico le piattaforme di videoconferenza sono luoghi aperti al pubblico. Si applica la stessa giurisprudenza consolidata in materia di social network. Gli insegnanti delle scuole pubbliche o parificate, poi, sono pubblici ufficiali.
Il risultato è che offenderli durante le lezioni on line integra il reato di oltraggio a pubblico ufficiale, punito con la reclusione da sei mesi fino a tre anni.
Il reato è procedibile d’ufficio, significa che gli insegnanti o il dirigente che ne venga a conoscenza ha l’obbligo di denunciare i fatti alle autorità.

Non farlo li esporrebbe addirittura al reato di cui all’articolo 361 del Codice penale, che punisce proprio l’omessa denuncia di reato da parte del pubblico ufficiale.
Le piattaforme informatiche registrano i dati dei partecipanti. Possibile allora che si riesca ad individuare chi ha condiviso i link e chi ha insultato e bestemmiato.
Oggi non esiste più il reato di bestemmia, che però continua ad essere un illecito amministrativo, sanzionato con pena pecuniaria che va da 51 a 309 euro.

Cosa succede alle famiglia?
Gli studenti minorenni, dai 14 anni in su, rispondono personalmente in sede penale dei fatti commessi, se sono imputabili, ovvero capaci di intendere e di volere, lo sono quasi sempre.
Dal punto di vista della responsabilità civile, a pagare i danni per i figli minorenni sono i genitori.
Si chiama “culpa in educando” ed è stabilita dall’art. 2048 del codice civile.
Per i giudici tra i doveri educati dei genitori rientrano anche quelli di insegnare loro l’uso corretto delle tecnologie. In caso di processo per questi fatti, la carenza educativa si presume: i genitori non sarebbero ammessi neppure a fornire la prova liberatoria.
In alcuni casi le condotte ritenute gravi commesse dai figli possono far partire l’accertamento del Tribunale per i minorenni delle capacità educative e di controllo dei genitor(Tribunale minorenni Caltanissetta, sentenza dell’ 11 settembre 2018).
Sanzioni disciplinari
Le sanzioni per gli studenti possono andare dalla sospensione fino alla espulsione o insufficienze in condotta che possono determinare anche la bocciatura. Tutto dipende dai regolamenti di istituto e dalla gravità dei fatti.
I tribunali amministrativi negli anni hanno fatto chiarezza. Le offese su WhatsApp, ad esempio, giustificano il voto negativo in condotta, anche se condivise su un mezzo non ufficiale e fuori dall’orario scolastico (Tar Napoli, sez. IV, sentenza dell’8 novembre 2018 n° 6508).
Per alcuni tribunali, poi, nei casi in cui non sia possibile identificare i responsabili e gli studenti non collaborano, viene punita anche l’omertà.
Le sanzioni possono in questi casi essere irrogate anche a tutta la classe.

La legge prevede, poi, che lo studente non debba soltanto essere punito per il fatto commesso ma dovrebbe anche essere rieducato, con percorsi di recupero che possono prevedere anche lo svolgimento di attività riparatorie di rilevanza sociale o comunque orientate all’interesse generale della comunità scolastica. Non sono quindi illecite quelle sanzioni che prevedano la pulizia delle aule, piccole manutenzioni, svolgimento di attività di volontariato o assistenza nell’ambito della comunità scolastica.
In genere le sanzioni non possono prevedere una sospensione superiore ai 15 giorni che però può essere derogato e arrivare fino all’espulsione se il fatto rappresenta anche un reato o un pericolo per l’incolumità delle persone .


Ministero: su mobilità supporto al personale con help desk e guida alla compilazione della domanda

da Il Sole 24 Ore

di Redazione Scuola

Con riferimento alla mobilità 2020/2021 del personale della scuola (docenti, personale educativo e Ata) il ministero dell’Istruzione fa sapere che «ci sarà il massimo impegno per supportare i dipendenti coinvolti. Si lavora, infatti, a sistemi di aiuto per la compilazione delle domande. Si va dall’attivazione di help desk su base regionale, a una guida con le istruzioni dettagliate, per aiutare chi dovesse incontrare difficoltà».

Viale Trastevere ricorda che «è già previsto, da anni, che la domanda sia compilata online, in versione digitale. Si tratta di una mobilità ordinaria, di una procedura che si verifica tutti gli anni, nel rispetto e sulla base del Contratto collettivo nazionale integrativo firmato dal Ministero con le organizzazioni sindacali. L’ultimo è stato siglato il 6 marzo del 2019, un anno fa. Sono procedure note. L’ordinanza ministeriale di ieri non fa che declinarne termini e modalità».

«Sulla mobilità il ministero si è mosso nel rispetto delle aspettative e dei diritti di quanti vogliono poter chiedere il cambio di sede, in vista del prossimo anno scolastico, come è sempre avvenuto, ogni anno. – prosegue unanota diffusa dal ministero – Rinunciare all’apertura dei termini per la presentazione delle domande avrebbe significato il blocco totale della mobilità per l’anno in corso e avrebbe comportato un grosso disagio, nonché la lesione di un diritto per migliaia di persone. Farla saltare o slittare ulteriormente avrebbe impattato poi negativamente sull’avvio del prossimo anno scolastico, il 2020/2021, a danno degli studenti e di tutto il personale. La mobilità è, infatti, passaggio necessario, come noto, per poter definire gli organici per il prossimo anno».

Il Miur risponde anche alle critiche arrivate dal frionte sindacale: «Con riferimento alle polemiche sul mancato confronto con il sindacato, il ministero sottolinea che le organizzazioni sindacali, il 5 marzo scorso, hanno partecipato a un incontro in cui sono state concordate le modalità e anche lo slittamento temporale dei termini di presentazione delle domande di mobilità per l’anno 2020/2021, proprio per tenere conto dell’emergenza in atto che non deve, però, e non può immobilizzare lo Stato: tanti dipendenti stanno lavorando, in modalità agile o in presenza, per garantire che procedure come questa possano avvenire.
La sollecitazione a spostare in avanti le date di presentazione delle domande è stata pienamente accolta, modificando l’iniziale bozza di ordinanza. E il ministero ha anche contattato le proprie sedi periferiche per assicurarsi che tutto possa svolgersi come dovuto. E si impegna, sin da ora, per monitorare tutte le attività e il buon esito delle operazioni, sperando in un fattivo e sinergico impegno dell’amministrazione e delle parti sociali».

Intesa Miur-Rai per programmi scuola e famiglie

da Il Sole 24 Ore

di Redazione Scuola

La ministra dell’Istruzione, Lucia Azzolina, e l’amministratore delegato della Rai, Fabrizio Salini, hanno siglato, ieri mattina, una carta d’intenti che rafforza l’impegno della Rai sul fronte della programmazione e degli spazi dedicati alla scuola. In particolare, RaiPlay e Rai Scuola aderiscono alla campagna #LaScuolaNonSiFerma, lanciata dal ministero dell’Istruzione per raccontare esperienze di didattica a distanza, nelle sue diverse forme, e le storie di docenti, dirigenti, personale, studenti, famiglie, di quanti, pur in piena emergenza, stanno lavorando per far sì che non si perda il contatto fra la scuola e i propri alunni e studenti.

«Ringrazio la Rai per il supporto che sta dando e che continuerà a dare, rafforzando la propria offerta dedicata alla scuola e rendendola sempre più visibile e accessibile per studenti, insegnanti, personale della scuola, famiglie», afferma Azzolina. Per Salini, «è un grande onore e un dovere per la Rai realizzare un progetto di indubbio valore insieme al ministero dell’Istruzione, in coerenza con la migliore tradizione dell’azienda. Da sempre la Rai svolge un ruolo cruciale nellascolarizzazione e nella formazione degli italiani».

L’offerta RaiPlay da oggi offrirà sulla propria piattaforma, con più di 15 milioni di utenti registrati, accurate playlist tematiche, selezioni di contenuti di qualità utilizzabili da parte di insegnanti e studenti per arricchire l’esperienza della didattica a distanza, ma anche come forma di intrattenimento di alto livello per ragazzi e famiglie. I contenuti saranno accessibili nella sezione Learning e saranno riconoscibili attraverso il titolo, che riprende l’hashtag della campagna ministeriale, #LaScuolaNonSiFerma.

“Gioca e Crea” sarà la prima selezione dedicata ai più piccoli per fare in casa attività creative che aiutano a sviluppare abilità manuali. Per i bambini della scuola primaria, la prima playlist sarà “Facciamo Coding!”, con le lezioni di programmazione dalla giovane Roberta Cagnina. Per le scuole secondarie di primo grado si parte con la playlist “In Orbita”, un viaggio alla scoperta dello spazio con video tratti dai grandi programmi scientifici che hanno fatto la storia della Rai. Ci sarà la terra vista dallo spazio, raccontata dall’astronauta Luca Parmitano. E poi le colonie lunari, i laghi di Marte e il grande interrogativo “Siamo soli nell’universo?” raccontati da Superquark.

Per gli studenti delle scuole di secondo grado, la prima collezione proposta riguarderà gli scrittori contemporanei, riflettori accesi, dunque, su personaggi come Gianni Rodari, Fernanda Pivano, Alda Merini, Philip K. Dick, Luis Sepúlveda, Fruttero e Lucentini, Umberto Eco, Primo Levi, Andrea Camilleri, Amos Oz, Alberto Moravia, Oriana Fallaci, Pier Paolo Pasolini, Daniel Pennac, fino ad alcuni dei più recenti Premi Strega, Antonio Scurati e Edoardo Albinati.

Sempre per #LaScuolaNonSiFerma, RaiPlay ospiterà cinque eventi dal titolo “RaiPlayIncontra”, con intellettuali, storici, artisti, scrittori che terranno sui social una lezione inedita. Un grande tema verrà sviluppato e raccontato, i ragazzi potranno
inviare domande, alcune delle quali, saranno oggetto di una pillola video di riposta da parte del “maestro” di turno. Potenziata anche l’offerta di Rai Cultura e Rai Scuola con speciali, approfondimenti, vere e proprie lezioni, ma anche uno spazio per sostenere le iniziative culturali sul territorio in questo periodo di emergenza, sul proprio portale web. Lo Speciale “Scuola 2020” offre un’ampia scelta di risorse utili come strumenti di supporto alla didattica, allo studio e alla ricerca catalogate per disciplina.

L’Olanda annulla la maturità: vale il conteggio dei crediti

da Il Sole 24 Ore

di Redazione Scuola

Il governo olandese ha annunciato ieri l’annullamento degli esami di fine anno, l’equivalente dell’esame di maturità in Italia, a causa del coronavirus. Lo scrive l’agenzia di stampa olandese Anp precisando che le scuole sono chiuse dallo scorso 16 marzo.

La convalida di un diploma di fine anno si basa su un conteggio che assomma i crediti ottenuti durante l’anno. «Voglio dare a tutti gli studenti la possibilità di ottenere un diploma completo e progredire senza ritardi verso l’insegnamento superiore in questi tempi di crisi», ha riferito il ministro dell’Istruzione Arie Slob in una nota.

Gli istituti scolastici hanno ancora tempo – almeno fino a inizio giugno – per organizzare le ultime «prove» restanti previste dall’ordinamento per ottenere il diploma di fine anno.

«Non dobbiamo far perdere neanche un giorno ai nostri studenti»

da Il Sole 24 Ore

di Eugenio Bruno

«Il coronavirus ha dato il via al più grande esperimento di online education mai visto». A dirlo è Remo Morzenti Pellegrini, rettore di Bergamo e presidente della Conferenza dei rettori della Lombardia, che vede nelle sperimentazioni di questi giorni una «prova generale» per il futuro.

Come arrivano gli atenei lombardi a questa prova di inventiva e autorganizzazione dovuta all’emergenza?

La necessità di limitare il contagio e di ridurre gli assembramenti, rendendo possibile, alla luce di queste indicazioni, il servizio pubblico, vede in prima linea anche i rettori, i quali devono coordinare le rispettive università affinché siano in grado di erogare un tipo di didattica diversa da quella tradizionale, una online education, ossia una didattica a distanza. È esattamente quello che abbiamo iniziato a fare nei giorni scorsi. La ragione è piuttosto semplice: abbiamo la responsabilità e il dovere, anche morale, di far sì che, una volta rientrata l’emergenza, i nostri studenti siano laureati. Senza subire alcuna battuta d’arresto, ma, al contrario, entro luglio, quando cioè l’anno accademico sarà concluso, devono essere andati avanti con le lezioni e aver seguito il loro percorso universitario. Gli approcci degli atenei lombardi sono stati graduali e su base volontaria, ma con un’adesione da parte dei docenti e degli studenti che aumenta di giorno in giorno. Siamo in stretto contatto giornaliero tra di noi rettori e ci confrontiamo su tutto, in modo particolare sulla didattica on line, sulle tesi e sugli esami.

Quali iniziative sono state messe in pratica nei giorni scorsi?

A fronte di un limite oggettivo, attraverso la tecnologia abbiamo individuato in questi giorni un’opportunità per ripensare le lezioni, le sessioni di laurea, gli open day e anche lo smart working, che coinvolge gran parte del personale tecnico-amministrativo. Tutti gli atenei, attraverso la propria piattaforma di riferimento, sono partiti con tantissimi corsi on line che assicurano l’operatività generale. Questo evento, per quanto allarmante e angosciante sia, non ci ha paralizzato né, tanto meno, ci ha fatto perdere di vista che le crisi, le difficoltà che stiamo vivendo si possono superare soltanto se le affrontiamo con lucidità, con raziocinio e con l’aiuto della tecnologia. Stiamo mettendo un atto una sorta di prova generale, che si trasformerà in qualcosa di duraturo, in qualcosa cioè che rimarrà come un patrimonio nel ripensare l’offerta formativa e il modo di fare università. Nonostante la sospensione dell’attività didattica, tuttavia i nostri atenei rimangono aperti, erogando a oggi on line oltre il 60% degli insegnamenti con un ampio coinvolgimento degli studenti e con ampi margini di incremento. Abbiamo anche deciso, su impulso della Regione, di anticipare le sedute di laurea di scienze infermieristiche quale immediato contributo del sistema degli atenei della Lombardia all’emergenza sanitaria ancora in atto.

Che tipo di supporto vi aspettate dal ministro Manfredi e dal governo?

Sono in contatto con il ministro fin dal primo giorno della crisi, sentendolo anche più volte al giorno. Ci aspettiamo che il confronto costante che abbiamo avuto e che abbiamo continui per tutta la durata dell’emergenza. E che si tratti ovviamente di un confronto costruttivo, che ci permetta di organizzarci per dare risposte chiare e univoche ai nostri studenti e alle loro famiglie. Abbiamo altresì bisogno che ci venga dato un supporto per la piattaforma utilizzata per erogare la didattica a distanza e che il ministro e il governo adottino misure adeguate affinché gli atenei non vadano in ordine sparso, ma abbiamo comportamenti comuni. Al tempo stesso, però, abbiamo soprattutto bisogno di flessibilità di azione, nonché la possibilità, per esempio, di organizzare a pieno regime un nuovo calendario accademico e da subito le discussioni di laurea secondo modalità alternative, di farle cioè per via telematica. È così che, almeno per quanto riguarda la prossima sessione straordinaria di marzo, faremo all’Università di Bergamo, dove nel dipartimento di Giurisprudenza ho deciso di presiedere io direttamente tutte le commissioni di laurea, come segno simbolico e concreto di vicinanza agli studenti, impegnandomi a organizzare poi per questi studenti, il prima possibile, un momento celebrativo.

Videoconferenze, parte la gara di solidarietà per offrirle gratis a tutti

da la Repubblica

Arturo Di Corinto

Zoom, Meet, Webex, GoToMeeting e gli altri: le piattaforme per videonferenza sono indispensabili conil lockdown da coronavirus. Compleanni, aperitivi, lezioni e riunioni a distanza saranno la norma per un po’ e così i ricercatori italiani hanno deciso di dare il loro contributo col progetto iorestoacasa.work per offrire a tutti strumenti di videoconferenza gratuiti e open source.

Nato dall’inziativa di una rete di professionisti di Fabriano, Luca Ferroni, Riccardo Serafini, Francesco Coppola e Dawid Weglarz, iorestoacasa è una piattaforma tutta italiana per comunicare a distanza nei giorni dell’emergenza. A differenza delle altre piattaforme commerciali l’iniziativa solidale usa un sistema open source, Jitsi Meet, che permette agli utenti di effettuare videochiamate in modo immediato, semplice e gratuito. Per accedere alle “stanze” di discussione basta cliccare un link dal browser, senza installare programmi o registrarsi nome e cognome, e si comincia a parlare. Il software, simile a quelli commerciali più famosi, permette di vedersi, chattare, condividere lo schermo e realizzare una diretta streaming su YouTube. Per questo è adatto sia per i consueti meeting di lavoro che per fare lezioni a distanza.

Risultato di un’attività decennale legata alla diffusione del software libero nel proprio territorio, l’idea dei suoi creatori era proprio quella di sviluppare un prodotto socialmente utile sia per le persone che per le imprese, ma adesso l’obiettivo è di usarlo anche per la teledidattica.

Proprio per questo il Garr, Gruppo armonizzazione delle reti di ricerca, che gestisce le reti di comunicazione della ricerca e dell’Università italiane, è stata tra le prime realtà a volere aderire mettendo a disposizione un proprio server. Si chiama open.meet.Garr.it e consente, come ha dichiarato Massimo Carboni del Garr “di avvicinarci alle scuole che hanno attualmente minori risorse. In questo modo possiamo offrire una soluzione semplice da usare con una normale connessione ad Internet”.

La piattaforma dicevamo, non è diversa da altri sistemi, ma è gratuita e open source e tutti possono collaborare alla sua crescita unendosi al gruppo Telegram dove si ritrovano una sessantina di sviluppatori e sistemisti. Dai due server iniziali messi a disposizione adesso sono sedici gli hub che consentono di lavorare a distanza e alleggerire così il congestionamento della rete italiana provocato dalla quarantena. E con un valore aggiunto: i server si trovano in Italia, i dati rimangono in Italia e le sessioni sono illimitate. Con un’interfaccia semplice e intuitiva si può utilizzare anche da cellulare. Insomma, anche nel design non ha niente da invidiare ai sistemi di videocall più famosi.

Per capirci, Google Hangouts Meet, il software di videoconferenza aziendale di Google che supporta fino a 250 partecipanti e 100.000 visualizzatori di streaming live è a pagamento mentre la versione gratuita di Hangouts permette videochiamate con un massimo di 25 partecipanti. Anche Google Meet permette di condividere lo schermo e chattare coi partecipanti.

Stesse funzioni per Zoom, il software omonimo dell’azienda unicorno fondata nel 2014 in California dal cinese Eric Yuan dopo dieci anni passati alla guida di Webex, l’applicazione per videoconferenze di Cisco. In questi giorni l’accesso alla piattaforma è gratuito e può essere usata direttamente dal browser o scaricando l’app per iOS e Android. Rispetto alla versione aziendale, la versione gratuita di Zoom però connette fino a 100 persone per 40 minuti, seguendo un link di invito tramite email o messaggistica. La videochat permette di condividere documenti, video e foto, chattare, registrare la sessione e la versione a pagamento consente l’accesso a 1.000 partecipanti per un tempo illimitato.

Anche se ora Zoom, vista l’emergenza, è stata resa disponibile gratuitamente si tratta comunque di un progetto commerciale che deve produrre utili. Al contrario il progetto della piattaforma italiano è non-profit, basato su un approccio solidale e collaborativo in cui più organizzazioni possono partecipare mettendo in comune i propri server. È così che ai primi due server si sono aggiunti gli altri messi a disposizione da aziende come BeFair, IFInet e Seeweb, associazioni come l’Italian Linux Society, istituzioni come il Garr e il Cnr, appunto, con l’Istituto di metodologie per l’analisi ambientale, Imaa.

E collegato in videochat su iorestoacasa Riccardo Serafini ci chiarisce il concetto: “La community agisce in maniera coordinata riuscendo a monitorare le metriche dell’uso della piattaforma. I servizi disponibili sono visibili sul web e di volta in volta si può scegliere quale usare per un risultato ottimale. Si crea una stanza, si genera un link, si condivide una password affinché solo gli invitati possano partecipare”. Poi, non resta che avviare una diretta streaming.

Un altro ideatore, Luca Ferroni, ribadisce che è il frutto di un percorso fatto da appassionati di software libero: “In questo modo non c’è un grande attore che profila gli utenti e incamera i loro dati. Inoltre il software open source è su Github (una sorta di biblioteca di progetti software) e chiunque può verificare il codice per essere sicuri che non faccia cose strane di nascosto”.

Il prossimo passo? “Se sei una scuola e vuoi avere il tuo server per le videoconferenze lo puoi fare: gran parte del lavoro è stato proprio adattare il software agli utenti italiani e renderne facile l’installazione”, ci dice Serafini. Richard Stallman, il guru del software libero, sarebbe contento.

Intanto il Garr sta già sperimentando nuove soluzioni. Una è la la collaborazione internazionale con la rete europea Géant per il progetto di multivideoconferenza eduMEET. A supporto delle scuole poi c’è il progetto Up2U, una collaborazione internazionale che vede tra i partner Garr, la Sapienza Università di Roma, Géant e il Cern di Ginevra metterà a disposizione la piattaforma OpenUP2U, una suite completa basata su Moodle e aperta a tutti. Il progetto, ideato come percorso  per aiutare le scuole nell’uso del digitale, renderà disponibili a tutti gli istituti che si occupano di istruzione  gli strumenti per la creazione condivisa di documenti, per il file sharing e per l’eLearning.

I 3500 docenti che da oggi tornano studenti per noi

da la Repubblica

Riccardo Luna

Quando un giorno ci racconteremo l’anno del coronavirus, ci diremo che fu anche l’anno in cui i docenti sono tornati studenti. L’anno in cui hanno capito che avevano ancora qualcosa di importante da imparare. La didattica digitale. Come si gestisce una classe quando ciascuno dei tuoi studenti è un quadratino sullo schermo del computer, come conquisti la loro attenzione mentre magari ti seguono in pigiama dal letto, come fai una interrogazione o una verifica evitando di fare la figura del fesso perché dall’altra parte copiano o hanno in suggerimenti in chat. E soprattutto, come assolvi alla missione civica di far crescere quei ragazzi, le loro competenze e la loro maturità. L’ho presa larga perché è una impresa titanica. E quando ho detto che i docenti sono tornati studenti l’ho detto sapendo che se fai quel mestiere ti aggiorni di continuo, l’apprendimento della tua materia non finisce mai. Lo so. Ma qui non si tratta di aggiornarsi: si tratta di imparare un’altra lingua. Il digitale appunto. Ebbene quella che prende il via oggi è la scuola che non ti aspetti: in aula, virtuale, ci saranno oltre tremila docenti. Tremila e cinquecento. Che hanno risposto all’appello via Facebook di uno dei pionieri della scuola digitale, Salvatore Giuliano, preside del Majorana di Brindisi, fondatore della community Bookinprogress e per una breve stagione anche sottosegretario al ministero dell’Istruzione. Giuliano ha capito che con tutta la buona volontà, che c’è, alcuni professori non ce la stavano facendo, e non ce l’avrebbero fatta. E li ha invitati a imparare: ha creato “una scuola di futuro”, un corso accelerato per docenti che vogliono continuare ad essere prof anche in questi mesi. Hanno risposto in tremila e rotti, e ha dovuto chiudere le iscrizioni perché il modello non sarà uno che parla e tremila che ascoltano, ma tante classi da 25 prof ciascuno, guidati dai campioni nazionali delle didattica digitale, così da imparare davvero. Quello che è accaduto è eccezionale da tanti punti di vista, non ultimo il fatto che nel nostro Paese la formazione dei dipendenti la paga il datore di lavoro. Questo invece è tutto volontariato. Il dream team di Giuliano ha un rimborso spese orario finanziato dal Miur, ma i tremila e rotti docenti-studenti lo fanno gratis. Lo fanno per i nostri figli. E quindi per tutti noi.

Ok ai supplenti se pc muniti

da ItaliaOggi

Marco Nobilio

Ok alle supplenze nell’epoca del Coronavirus. A patto che il supplente sia munito di pc e collegamento a internet e che dichiari di volerlo utilizzare per la didattica a distanza con spese a proprio carico. Lo prevede il comma 2, dell’articolo 121, del decreto legge 18, del 17 marzo scorso. Su questa ed altre disposizioni sul telelavoro del personale Ata contenute nel provvedimento il ministero dell’istruzione ha già emanato le prime indicazioni. «L’articolo 121 del decreto legge» si legge nella circolare 392 del 18 marzo scorso « oltre a prevedere la continuità dei contratti in essere di docenza in supplenza breve e saltuaria, a prescindere dunque dall’eventuale rientro del titolare e per tutta la durata dell’emergenza sanitaria, dispone che l’ulteriore stipula di contratti, in assenza dei titolari, per il personale docente e Ata, sia comunque subordinata alla disponibilità di una propria dotazione strumentale per lo svolgimento dell’attività lavorativa… al fine di potenziare le attività didattiche a distanza».

Ma se il docente o l’assistente amministrativo da assumere a tempo determinato dovessero risultare sprovvisti di tale strumentazione, la relativa disponibilità potrà essere assicurata dal direttore dei servizi generali e amministrativi in quanto consegnatario e dal dirigente scolastico attraverso l’istituto del comodato d’uso. In pratica, chi non ha il computer a casa oppure non intende distrarlo dall’uso privato può farselo prestare dalla scuola. Ma i costi del collegamento ad internet rimarranno comunque a proprio carico. L’idea di ricorrere al comodato d’uso, peraltro, sembrerebbe tradire la consapevolezza, da parte del ministero, che l’imposizione dell’utilizzo del mezzo privato non poggi su solide basi giuridiche. E sembrerebbe confliggere con la normativa vigente in materia di reclutamento, che non prevede tale condizione (si vedano il decreto 430/2000 per il personale Ata e il decreto 131/2007 per i docenti).

Resta il fatto, però, che l’imposizione del carico delle spese in capo ai supplenti comporta una perdita salariale che confligge con il principio di giusta retribuzione previsto dall’articolo 36 della Costituzione. E quindi, non essendo prevista alcuna forma di ristoro patrimoniale per indennizzare tali spese, lo stesso articolo 21 del decreto legge potrebbe essere incostituzionale.

La circolare chiarisce, inoltre, che le scuole saranno poste in condizione di fare fronte alle spese per assumere i supplenti tramite l’assegnazione di risorse economiche calcolate sulla spesa sostenuta dalla singola istituzione scolastica nel triennio precedente. Il dirigente scolastico pertanto dovrà avere cura di verificare che gli incarichi di supplenza breve vengano attribuiti entro i limiti delle risorse assegnate.

Le risorse saranno quantificate in dettaglio e rese note dal ministero con una successiva comunicazione. Per quanto riguarda le prestazioni del personale amministrativo, l’amministrazione ha fissato come regola generale il lavoro agile. La disposizione del telelavoro avverrà d’imperio, non essendo prevista, a causa dell’emergenza sanitaria in corso, la previa domanda dei lavoratori interessati. E anche in questo caso la prestazione dovrà essere svolta utilizzando strumenti e utilità nella disponibilità degli interessati anche distraendoli dall’uso privato e senza alcuna forma di indennizzo.

L’amministrazione ha ricordato che il decreto legge dispone la disapplicazione del comma 2, dell’articolo 18, della legge 81/2017, il quale dispone: «il datore di lavoro è responsabile della sicurezza e del buon funzionamento degli strumenti tecnologici assegnati al lavoratore per lo svolgimento dell’attività lavorativa». Ma non sono previste altre disapplicazioni. Pertanto, ai sensi del comma 1 dello stesso articolo, la prestazione va resa «senza precisi vincoli di orario» e, in ogni caso, «entro i soli limiti di durata massima dell’orario di lavoro giornaliero e settimanale, derivanti dalla legge e dalla contrattazione collettiva». Giova ricordare, peraltro, che il vigente contratto di lavoro prevede espressamente il telelavoro per il personale Ata (si vedano gli articoli 139-144). E che in ogni caso l’articolo 144 rinvia alla disciplina legale per quanto non previsto nel contratto. Dunque, per questa tipologia di personale il ricorso al lavoro agile è del tutto legittimo. Non così, invece, per il personale docente, atteso che né la legge né il contratto prevedono per i docenti alcuna possibilità di utilizzare questa diversa tipologia di erogazione della prestazione.

Dad, mancano 46 mila tablet E il monitoraggio va avanti

da ItaliaOggi

Emanuela Micucci

All’appello mancano 46 mila tablet. Almeno. Arranca senza pc o tablet la didattica a distanza sostitutiva di quella frontale in questi mesi di emergenza cornavirus e sospensione delle lezioni nelle scuole di ogni ordine e grado. «A oggi (17 marzo, n.d.r.) sono arrivate al ministero dell’istruzione richieste per oltre 46.151 tablet da assegnare a famiglie e docenti in difficoltà», spiega il capo dipartimento Giovanna Boda che coordina la task force emergenze educative.

Il dato emerge nell’indagine ministeriale sulle modalità di realizzazione delle didattica a distanza, ufficialmente conclusasi il 18 marzo, sebbene questa scadenza sia indicativa, precisa Boda. «Le scuole», infatti, «potranno aderire all’indagine non appena avranno la possibilità di farlo». Un monitoraggio di emergenze «con il solo scopo di verificare le necessità e i bisogni delle scuole». Per aiutarle. «Anche in rapporto ad eventuali fondi che saranno messi a disposizione dal governo», sottolinea. E il soccorso del Miur si complica se a studenti e insegnati mancano addirittura gli strumenti informatici di base per la didattica a distanza.

Infatti, 46.152 richieste di tablet vuol dire che decine di migliaia di alunni che in questi giorni non riescono a seguire come gli altri le lezioni e docenti impossibilitati a svolgerle come vorrebbero. Non solo. Se i computer ci sono, sono obsoleti, con software e sistemi operativi inadeguati.

Didattica a distanza, scontro a più voci

da ItaliaOggi

Carlo Forte

Botta e risposta tra ministero dell’istruzione, sindacati, dirigenti e docenti alle prese con la didattica a distanza. Il 17 marzo scorso, con un provvedimento unilaterale, il ministero dell’istruzione ha emanato una nota con le prime indicazioni per l’home schooling via web, che docenti alunni e famiglie stanno sperimentando in questi giorni a causa dell’emergenza da Coronavirus. Il giorno successivo i sindacati della scuola Cgil, Cisl, Uil, Snals e Gilda-Unams ne hanno chiesto il ritiro. Le sigle firmatarie del contratto hanno lamentato il mancato confronto con i sindacati in questa delicata materia. Che rientra tra quelle di competenza della contrattazione collettiva.

Ed hanno chiesto di essere convocati in videoconferenza per discuterne con i vertici ministeriali. Alla presa di posizione dei sindacati ha fatto seguito una dura replica da parte di 20 di dirigenti scolastici, pubblicata sul sito istituzionale dell’Indire, sempre il 18 marzo. Nota con la quali i 20 presidi, tra cui Amanda Ferrario, già consulente del ministro Bussetti, hanno detto ai sindacati: «Noi dirigenti sindacali vorremmo farvi avere un messaggio semplice: vergognatevi, e abbiate la dignità di tacere».

Poi: «È ora di smetterla di trincerarsi dietro il contratto, generando l’idea che si stia facendo volontariato nel portare avanti la didattica a distanza».

Lo stesso giorno faceva eco a questa presa di posizione anche il capogruppo in commissione cultura alla camera del partito di Matteo Renzi, Italia Viva, Gabriele Toccafond: «In un contesto del genere» dichiarava all’Ansa l’ex sottosegretario all’istruzione del governo Renzi «quella dei sindacati è una pretesa lunare, totalmente fuori misura».

Ad entrambe le tesi hanno ritenuto di rispondere 100 docenti provenienti da tutta Italia, con una lettera che risponde punto per punto alle argomentazioni dei 20 presidi e dell’esponente di Italia Viva. « La condizione di emergenza che ha portato alla chiusura delle scuole come atto di prevenzione e di riduzione del rischio», si legge nella lettera dei 100 docenti «non costituisce una sospensione della democrazia».

E siccome il ministero dell’istruzione «ha dettato in modo unilaterale norme che appartengono contrattualmente alla relazione tra organizzazioni dei lavoratori e amministrazione scolastica» i sindacati « che rappresentano centinaia di migliaia di lavoratori della scuola che liberamente hanno scelto di aderirvi, hanno giustamente protestato chiedendo al ministro di essere convocate».

Coronavirus e didattica a distanza, lo sfogo dei genitori: non funziona

da ItaliaOggi

Valentina Santarpia

«Non c’è più tempo per tergiversare, i bambini sono il nostro futuro ed è nostro dovere garantire loro il diritto allo studio. Ogni giorno che passa è sprecato, ed aumenta il rischio di “isolamento e demotivazione”»: è amaro il tono di Beatrice Barbetta, avvocato milanese, mentre scrive alla ministra Lucia Azzolina. Non vuole colpevolizzare nessuno, ci tiene a precisarlo, ma dopo 4 settimane in cui ha visto i suoi due figli, Francesco e Niccolò, arrancare con una didattica a distanza che non voleva saperne di partire, è sbottata. E ha mandato una lettera accorata alla ministra: «Sia chiaro: in un momento di emergenza mondiale quale quello che stiamo vivendo non c’è spazio a critiche, ben consapevoli delle mille difficoltà che ciascuno si trova ad affrontare», è la doverosa premessa. Ma nel vedere che le lezioni on line funzionano solo macchia di leopardo, anche nella scuola dei suoi figli, l’Ics di via Commenda di Milano, le sono venuti mille dubbi: «Lo studio è un diritto costituzionalmente garantito (art. 34), ma al di là di diritti ed obblighi, possiamo aiutarci in questa situazione?». Quello che propone Barbetta non è impossibile: «Presidi che diano indicazioni chiare, professori che si organizzino coordinandosi tra di loro, e poi lo sblocco dei libri telematici da parte delle case editrici: tutti i libri delle elementari sono rimasti a scuola, e noi non sappiamo come attivarli senza quei codici». La preside, la dottoressa Lorenza Terenziani, assicura di essersi attivata subito: «Naturalmente si risente della mancanza di contatto diretto fra i vari insegnanti- ammette- ma abbiamo già fissato degli appuntamenti in videoconferenza per “riunirci” e concordare secondo le consuetudini i nostri obiettivi comuni e le modalità da adottare». Ma quello di Barbetta non è uno sfogo isolato. Da Nord a Sud, la didattica digitale stenta a decollare. Nonostante le indicazioni di viale Trastevere, le scuole arrancano e le famiglie accumulano tensione e nervosismo. Se i dati preliminari di un sondaggio condotto dal ministero parlano di un 82% di alunni raggiunti in qualche modo dalla didattica, quindi teoricamente 8 studenti su 10, la verità è ben diversa. «Il registro elettronico non è la classe virtuale», spiega Mario Rusconi, presidente dei presidi del Lazio. «A braccio, almeno il 30% degli studenti degli istituti comprensivi del Sud è tagliato fuori. Meglio nel centro nord e alle superiori, dove l’80,9% si connette. Un altro problema grave, è proprio quello della connessione. Le connessioni sono lente, bisognerebbe chiedere ai gestori forme di generosità professionale in questo senso».

Compiti e confusione

La conferma arriva da Lucia Trotta, 42 anni, di Pagani (Sa): «La connessione è una tragedia. Ho due figli, Alessandro, di 7 anni, e Nicole, di 9: frequentano la seconda e la quarta classe dell’istituto Gianni Rodari. Solo oggi prima lezione online per Ale: non tutti sono riusciti a collegarsi per mancanza di connessione. Poi ci sono genitori che lavorano la mattina e non possono stare vicino ai bimbi, non tutti hanno pc a casa o telefono di ultima generazione. La verità è che chi può va avanti, gli altri restano indietro. Che tristezza». C’è poi il tema dell’abuso del registro elettronico: «Dopo 15 giorni, solo compiti a casa, e senza neanche coordinamento tra i professori», sottolinea infastidita Claudia Bisceglie, 44 anni, due figli di 12 e 11 anni alla scuola media Settembrini di Roma. «Dopo 15 giorni, tutto quello che abbiamo visto sono compiti sparpagliati sul registro, con una confusione incredibile. Non c’è gerarchia, non c’è nessuno che organizzi il lavoro delle classi. Sia mio figlio Enrico che mia figlia Vittoria non hanno indicazioni chiare. Ogni professore improvvisa, alcuni inseriscono materiali in formati non accessibili, e poi non c’è comunicazione: i ragazzi sono completamente lasciati a loro stessi, siamo tutti allo sbaraglio, non c’è nessun contatto reale con la scuola». E così i genitori vengono sovraccaricati di compiti che non sempre riescono ad assolvere: è il caso di Nicoletta Vivone, madre di Elisa, 9 anni, della scuola elementare De Gasperi di Roma, infermiera. «Io sto lavorando, faccio turni massacranti. E devo pensare alle fotocopie dei compiti! Solo oggi per la prima volta inizieranno lezioni on line, ma per 40 minuti due volte a settimana: questo non significa studiare come a scuola. Neanche il tempo di connettersi e salutarsi e sarà finito tutto. A me dispiace, la maestra di matematica è molto volenterosa, ma è chiaro che non c’è un’organizzazione seria dietro. È ridicolo».

Mobilità, ordinanza pronta

da ItaliaOggi

Marco Nobilio

Le domande di trasferimento e di passaggio del personale docente ed Ata potranno essere compilate ed inoltrate via web dal 28 marzo al 21 aprile e la pubblicazione degli esiti avverrà per tutti il 26 giugno. Sono questi i termini fissati dal ministero dell’istruzione che dovrebbero essere resi noti a breve con l’ordinanza annuale sulla mobilità che darà il via alle operazioni. Rotti gli indugi, dunque, il ministero ha deciso di comunicare l’avvio, inizialmente previsto per il 16 marzo.

Si tratta di operazioni di estrema complessità perché la mobilità è un vero e proprio concorso per titoli regolato da norme molto complicate. Le domande, infatti sono caratterizzate dall’autocertificazione del possesso dei titoli che vengono fatti valere. Ed ogni titolo, per essere considerato valido, deve risultare conforme alla normativa contrattuale che regola tale concorso. Si parte mera autocertificazione dei titoli di servizio. Che vengono elencati in un apposito modulo da allegare alla domanda (allegato D) e che se prestati in continuità di servizio devono essere ridichiarati in un altro modello (allegato F). E poi si passa all’autocertificazione delle cosiddette precedenze. Che partono da quella relativa ai trasferiti d’ufficio che chiedono di ritornare nella sede di ex titolarità, da dichiarare in ulteriore modello (allegato F soprannumerari). Oppure a quelle che riguardano chi assiste un familiare portatore di handicap grave o che riguardino particolari invalidità. Ognuna di queste situazioni ha una sua procedura e documenti di riferimento, tra cui anche certificazioni sanitarie. E basta commettere un piccolo errore per perdere il diritto a giovarsi dei benefici previsti dalla legge. In più ve ne sono alcune che decadono al verificarsi di particolari condizioni. Come per esempio la precedenza che viene attribuita agli amministratori locali.

Non essendo le scuole e gli uffici scolastici attrezzati per fornire al personale la necessaria consulenza e assistenza, questi servizi vengono forniti dalle organizzazioni sindacali presso le relative sedi territoriali. E la ristrettezza dei tempi, fa sì che nei periodi destinati a queste operazioni nelle sedi dei sindacati si verificano forti assembramenti. Fatto questo che non può verificarsi in questo periodo a causa delle disposizioni anti-Coronavirus emanate dal governo. Pertanto, il problema è come fare per assicurare l’esercizio del diritto di docenti e Ata a partecipare alle operazioni di mobilitò senza rischiare di acuire i rischi di contagio. Il tutto in un contesto in cui il sistema sanitario è prossimo al collasso. Tra le ipotesi allo studio dei diretti interessati, dunque vi è quella di assicurare il servizio di compilazione e consulenza da remoto.

Ma le difficoltà da superare sono particolarmente ostative. Perché già quando le operazioni avvengono in presenza ogni consulenza può durare anche più di un’ora. Figurarsi se le stesse operazioni dovessero essere effettuate telefonicamente con il rischio, peraltro, di commettere errori senza che vi sia la possibilità di correggerli. Per non parlare del dilatarsi dei tempi di erogazione delle consulenze.

Una possibile soluzione per tamponare l’emergenza è quella di alleggerire e semplificare gli adempimenti. Che però presuppone la possibilità da parte dell’amministrazione centrale, di modificare le procedure adottando un metodo già sperimentato dal ministero dell’economia per le dichiarazioni dei redditi. E cioè la precompilazione delle domande da parte del ministero dell’istruzione sulla base dei dati già in possesso dell’amministrazione. Se ciò potrebbe di particolare complessità per quanto riguarda la disciplina delle preferenze, non così per quanto riguarda, invece, la dichiarazione dei servizi. Tanto più che l’amministrazione scolastica è l’ente certificatore di tali servizi.

In pratica, se il ministero dell’istruzione caricasse in piattaforma i servizi prestati dai singoli dipendenti e collegasse le relative risultanze ad una funzione in grado di richiamarli nella domanda automaticamente e al bisogno, si eviterebbe già la necessità di compilare l’allegato D. Compilazione spesso molto gravosa, specie in presenza di servizi presti frazionatamente durante il cosiddetto preruolo. Un’altra soluzione potrebbe essere quella di fare riferimento alla domanda presentata l’anno precedente aggiungendo solo i nuovi titoli. Si tratta, peraltro di soluzioni che vengono suggerite ogni anno all’amministrazione da parte delle organizzazioni sindacali. E che, sistematicamente, restano disattese.

E-learning, sette scuole su dieci hanno scenari innovativi

da ItaliaOggi

Emanuela Micucci

Robotica, storytelling, pensiero computazionale, elettronica. Le scuole italiane con scenari didattici innovativi sono il 78,44%. Quasi tutte, il 98,6%, hanno le classi collegate al registro elettronico, rispetto al 50% del 2015, prima dell’approvazione del Piano nazionale scuola digitale del Miur. Da allora i progressi degli istituti hanno interessato anche la connettività, balzata dal 35% delle aule a ben il 93,70%, e le Lim, che si trovano ora nel 91,95% delle classi rispetto ai precedenti 26%. E nei servizi ci comunicazione online tra scuola e famiglia, presenti nel 97,72% degli istituti contro il 50% nel 2015. Miglioramenti particolarmente evidenti confrontando i dati relativi all’anno scolastico passato, 2017/18 con quelli aggiornati a dicembre 2019. In un solo anno, infatti, sono cresciute le dotazioni tecnologiche delle scuole del primo e del secondo ciclo, arrivando rispettivamente a quota 66,4% e 57,1% (erano 63,3% e 52,2%).

Il registro elettronico nel primo ciclo è passato dall’86,6% delle scuole al 92,4%, nel secondo ciclo dal 94,25 al 96,6%. Le competenze digitali degli studenti interessano l’82,8% delle primarie e delle medie e l’83,5% delle superiori per la cittadinanza digitale, rispetto al 78,6% e al 79,1% dell’anno precedente. Mentre il coding al primo ciclo è stato praticato dal 79,6% delle scuole rispetto al 77,4% del 2017/18 e dal 60,9% del secondo ciclo rispetto al precedente 57,4%. In media negli ultimi tre anni il Miur ha finanziato 4,8 ambienti didattici digitali per ciascuna scuola, dotati anche di dispositivi per la didattica a distanza: complessivamente si arriva a 39.685. Un avanzamento dell’Italia nella didattica digitale e innovativa registrata anche dalla Commissione europea nella seconda indagine sull’uso delle tecnologie per l’informazione e la comunicazione nelle scuole italiane, presentata a marzo 2019. Non solo le scuole italiane con strumentazione e connessione internet superano la media degli altri Paesi europei. Ma anche la velocità di connessione a internet premia l’Italia. Alla primaria sul segmento di velocità che va dai 10 ai 30 mbps la media italiana è del 32% contro 30% Ue.

Alla secondaria di primo grado l’Italia è in linea con la media europea sia per quanto riguarda il segmento di velocità che va dai 10 ai 30 mbps, sia sul segmento 30-100 (30%). Alle superiori sul segmento di velocità che va dai 10 ai 30 mbps la media italiana è di lievemente superiore a quella europea (20% contro 19%), sul segmento 30-100 mbps si attesta ben al di sopra della media europea (62% contro il 50%). Allineati alla media europea gli studenti italiani per l’utilizzo di strumenti digitali a scopo didattico durante le lezioni. Alle medie, ad esempio, usano laptop il 12% come i compagni europei, mentre il tablet lo utilizza l’11% contro l’8% dell’Europa.

Alle superiori lo smartphone nella Ue interessa il 53% degli studenti contro il 43% degli italiani, il laptop il 15% rispetto al nostro 12%. Docenti italiani, infine, più formati all’uso delle tecnologie digitali e delle relative applicazioni e strumentazioni rispetto alla media dei colleghi Ue in tutti i gradi di scuola. Crescono in Italia, più della media Ocse, anche gli indici relativi alle risorse educative messe a disposizione dalle scuole: 34 contro il 32 della media dei sistemi scolastici Ocse. Così come la disponibilità di strumenti informatici con un indice di 40 contro il 39 Ocse.