Il mio lontano “due giugno”

Il mio lontano “due giugno”

di Maurizio Tiriticco

Quel 2 giugno del 1946 non potei votare, perché non avevo ancora compiuto 21 anni, la maggiore età di allora. Però mi ero dato un gran da fare, iscritto alla Sezione del PCI “10 Martiri” di Montesacro. Comizi, riunioni, manifesti, volantini! La passione civile, più che quella politica, era molto alta! Dopo anni di guerra, bombardamenti, distruzioni, fame, paure… Oggi, questo 2 giugno 2020 – sono trascorsi 74 anni – è una semplice “ricorrenza”, ovviamente festosa, almeno per la stragrande maggioranza dei miei concittadini, anche se il corona virus impone forti limitazioni alla nostra libertà di festeggiare!

Ma allora fu una giornata straparticolare! Le lunghe file ai seggi! Votavano per la prima volta in Italia anche le donne!!! In effetti, dopo millenni, erano cittadine con tutti i diritti! Eguali a quelli degli uomini! Mia madre – ricordo – era profondamente commossa! Si sentiva prima di tutto persona! Non solo sposa e madre! Persona/cittadina che poteva decidere delle sorti di un Paese che per la prima volta poteva considerare anche SUO! Non più suddita che doveva soltanto obbedire!

Dopo cinque anni di guerra, di fame, di bombardamenti, di occupazione tedesca, legalizzata purtroppo dal Governo della cosiddetta Repubblica di Salò, finalmente ciascun cittadino italiano poteva dire la sua! L’emozione era grande! Mia madre aveva una gran paura di sbagliare! Le dicevo: “No, mamma! E’ semplice! Devi fare un segno di croce sul riquadro della Repubblica. E poi dovrai anche votare per i deputati che all’”Assemblea Costituente” dovranno scrivere la Costituzione!” Finalmente avremmo detto addio allo “Statuto Albertino”, quello che Carlo Alberto, dopo i primi moti rivoluzionari del 1848, aveva concesso ai suoi sudditi – ovvero sottoposti – ai cosiddetti regnicoli! Altro che cittadini!!!

Quello stesso Statuto che in seguito Mussolini, con il consenso di “Re Pippetto” – ovvero Vittorio Emanuele III, quel traditore che l’8 settembre fuggì da Roma con tutta la sua corte per riparare a Brindisi presso gli Alleati che dal Sud stavano liberando il nostro Paese – aveva stracciato di fatto instaurando la sua dittatura! Insomma, quella giornata, che oggi è una ricorrenza festosa, in quel lontano 1946 fu una giornata di passione! Il resto è noto! Vinse la Repubblica! E i nostri deputati costituenti, uomini e donne, di tutti i partiti antifascisti, molti dei quali erano stati nelle galere fasciste o confinati a Ventotene o costretti a riparare all’estero, scrissero la nostra bella Costituzione, una delle più belle del mondo! E non lo dico io! Oggi è una giornata di festa! Ma allora fu una giornata di vera passione! Politica e civile!

Ed in questa ricorrenza mi piace riportare parti del discorso che Piero Calamandrei tenne ai giovani a Milano il 26 gennaio 1955 sull’origine della nostra Costituzione:

“””La politica è una brutta cosa, che me ne importa della politica!” Quando sento fare questo discorso, mi viene sempre in mente la storiella di quei due emigranti che traversavano l’oceano su un piroscafo traballante. Uno di questi dormiva nella stiva e l’altro stava sul ponte e si accorge che c’era una gran burrasca con delle onde altissime e il piroscafo oscillava. Impaurito, domanda a un marinaio: “Ma siamo in pericolo?”, e questo dice: “Se continua questo mare, il bastimento fra mezz’ora affonda”. Allora lui corre nella stiva a svegliare il compagno e dice: “Beppe, Beppe, se continua questo mare, il bastimento fra mezz’ora affonda!”. E Beppe risponde: “Che me ne importa, non è mica mio!” Questo è l’indifferentismo alla politica.

“Quando io leggo nell’art. 2, “l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”, o quando leggo, nell’art. 11, “l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli”, la patria italiana in mezzo alle alte patrie, dico: ma questo è MAZZINI! Quando io leggo, nell’art. 8, “tutte le confessioni religiose sono ugualmente libere davanti alla legge”, ma questo è CAVOUR! Quando io leggo, nell’art. 5, “la Repubblica una e indivisibile riconosce e promuove le autonomie locali”, ma questo è CATTANEO! Quando, nell’art. 52, io leggo, a proposito delle forze armate, “l’ordinamento delle forze armate si informa allo spirito democratico della Repubblica” esercito di popolo, ma questo è GARIBALDI!   E quando leggo, all’art. 27, “non è ammessa la pena di morte”, ma questo, o studenti milanesi, è BECCARIA! Grandi voci lontane, grandi nomi lontani. Ma ci sono anche umili nomi, voci recenti. Quanto sangue e quanto dolore per arrivare a questa Costituzione! Dietro a ogni articolo di questa Costituzione, o giovani, voi dovete vedere giovani come voi, caduti combattendo, fucilati, impiccati, torturati, morti di fame nei campi di concentramento, morti in Russia, morti in Africa, morti per le strade di Milano, per le strade di Firenze, che hanno dato la vita perché la libertà e la giustizia potessero essere scritte su questa Carta”””.

Roma! Festa della Repubblica 2020

Modeste proposte per prevenire

Modeste proposte per prevenire

di Stefano Stefanel

             L’emergenza coronavirus non permette di vedere con chiarezza come sarà il futuro, sia quello immediato pre-vaccino, sia quello lontano post-vaccino. Alcuni concetti però si sono chiariti, di là da qualsiasi previsione si potesse fare durante la fase pre-pandemica. Riguardano punti cardine della scuola italiana, ma anche della vita sociale e richiedono un’attenta ed equilibrata progettazione per entrare a pieno titolo nel mondo scolastico. Credo possa essere utile guardare avanti e vedere, dentro tutte le possibili prospettive e soluzioni, quali innovazioni possiamo introdurre fin da subito nel sistema scolastico e quali elementi possono aiutare a curvare il sistema scolastico, anche per dare risposte sensate a un futuro vicino, ma ignoto e temibile.

Il sistema scolastico italiano ha tenuto in modo inatteso durante l’emergenza e i docenti di tutti gli ordini scolastici si sono dimostrati categoria molto più forte, resistente, resiliente, flessibile e concreta di quanto ci si potesse aspettare dall’interno del sistema, ma anche certamente di come supponeva fosse chi la giudicava dall’esterno. C’è un’opinione pubblica oggettivamente colpita dal grande senso di responsabilità e dal grande senso dello Stato dimostrato dalla scuola italiana e questo è un elemento che va giocato bene in funzione della ripartenza. Da varie parti vengono prospettate possibili soluzioni soprattutto sul rientro a settembre a scuola e, giustamente, non ci si avventura in territori più lontani, viste le grandi difficoltà a definire scenari futuribili dentro una simile e inedita pandemia. Ci sono idee che riguardano gli spazi, i materiali, i distanziamenti, i turni, la didattica, i tempi, ecc.: dentro questa enorme variabilità possono trovare cittadinanza delle considerazioni che aprono al lungo periodo, pur avviandone l’attuazione nel breve periodo. Queste “proposte” possono aiutare a gestire le emergenze immediate e anche a modificare il futuro della scuola italiana. Alcuni di questi argomenti toccano alla base proprio l’organizzazione e la struttura della scuola pre-pandemia e dunque devono essere attentamente studiati per produrre soluzioni aperte verso un futuro che, comunque vada, è incerto.

Affronto qui quattro argomenti (presenza a scuola, edilizia scolastica, orario dei docenti e degli ata, catena decisionale), che dovrebbero essere inseriti dentro una nuova idea di sistema scolastico nazionale, in modo da guidare la ripartenza delle scuole a settembre, condizionando tutto il prossimo anno scolastico al fine di aprire verso scenari futuri e attuabili. Per tutti e quattro gli argomenti consiglio di lasciare un po’ da parte il passato e letto con un po’ di più di attenzione il futuro: volutamente mi mantengo dentro la sinteticità di un articolo perché intendo indicare solo l’avvio del percorso, lasciando ai decisori la possibilità di tenere conto o meno di quello che scrivo.

LA PRESENZA A SCUOLA

            L’idea che si possa apprendere solo stando fisicamente sempre a scuola è andata in crisi con l’irrompere del lockdown, della didattica a distanza, del nuovo concetto di distanziamento fisico, che purtroppo è stato spesso anche distanziamento sociale. Le Linee guida del CTS, da poco emanate, indicano comunque l’importanza di rivedere alcuni aspetti sociali legati alle piccole patologie (tosse, raffreddore, influenza, ecc.), cioè a tutto quello che veicola contagi. L’emergenza Covid-19 ha fatto comprendere come esiste una vulnerabilità sociale che va di là dalle attese e un mondo che si credeva invincibile e inattaccabile si è trovato esposto alle goccioline, capaci di veicolare una pandemia. Anche in futuro sarà meglio stare in casa più spesso, non considerare la scuola come il luogo naturale del contagio (evidenziato dalla frase, sbagliata, propria del senso comune: “A scuola mio figlio si è preso di tutto”) e bisognerà fare in modo che a scuola meno bambini, meno ragazzi, meno docenti e meno personale sia contagiato anche da piccole patologie. Non è solo questione di distanze, ma anche di igiene, di assenza di sintomi negativi quando si viene a scuola, di attenzione alle temperature, di misure che attenuino la trasmissione di germi e microbi.

            Cade così improvvisamente l’idea di eguaglianza, che ha condizionato molta parte della scuola italiana e si rende necessario posizionare il servizio scolastico dentro il concetto di equità ed inclusione, come fa l’ONU nell’Agenda 2030, che nel suo Obiettivo n° 4, dedicato alla Formazione, scrive: “Fornire un’educazione di qualità, equa e inclusiva, e opportunità di apprendimento per tutti”. Il passaggio dall’eguaglianza (stessi orari, stessi programmi, stessi giorni di scuola, stessi compiti, stesse interrogazioni, ecc.) all’equità e all’inclusività è già iniziato con meccanismi piuttosto farraginosi (PEI per i diversamente abili, PDP per i DSA e i BES, PAI per coloro che hanno un’insufficienza pur essendo promossi,ecc.), ma quella dell’equità sarà l’elemento caratterizzante il prossimo anno scolastico, dove chi avrà di meno avrà diritto ad avere di più. Gli studenti non saranno tutti sempre presenti, forse non saranno neppure sempre tutti insieme, molti seguiranno percorsi individualizzati o personalizzati: cadendo un’idea generica di eguaglianza, che però ha prodotto enormi disparità, ci si dovrà attrezzare per valutare lo studente dentro il suo percorso “personale” o “individuale” di apprendimento, all’interno di una revisione temporale dei curricoli e delle presenze, con un’attenzione all’uso del BYOD, della didattica a distanza, dei sussidi, dei libri, dei device, dell’intelligenza.

GLI EDIFICI

            L’emergenza coronavirus ci ha dato la fotografia di un patrimonio di edilizia scolastica fuori dal tempo, fuori dalle necessità delle scuole, fuori da qualsiasi protocollo di distanziamento fisico, difficile da igienizzare, pensato per una scuola vecchia. Per paradosso sono più attrezzati per il futuro i vecchi e giganteschi edifici dell’Ottocento o dei primi del Novecento con le grandi aule, i grandi corridoi, i grandi “spazi inutili”, piuttosto che gli edifici di ultima generazione con aule piccole per tanti studenti e tutto utilizzato oltre la capienza in classi sempre troppo numerose per spazi sempre troppo angusti.

            Quello che più mi stupisce è che non vedo partire nessuna progettualità: i soldi del MES per l’emergenza sanitaria potrebbero permettere di costruire immediatamente tante nuove scuole capaci di garantire i distanziamenti (se serve) e l’adattabilità alla didattica in modo da poter sempre tutelare la salute degli studenti. Invece vedo venire avanti richieste solo minimali di “fare lavori quest’estate”, cioè di adeguare il vecchio al vecchio, dando alle scuole, in cui sono fatti questi lavori pensati prima dell’emergenza, una dote di altri cinquant’anni di spazi inadeguati.

            Ritengo, invece, dovrebbero essere percorse due strade parallele:

a) Reperire da subito spazi pubblici e privati per dare alle scuole la possibilità di distanziare i propri studenti, rendendo meno angusta la convivenza in classe di 27,28 e più studenti dentro spazi pensati per 20 studenti, di attivare una grande alleanza sociale col territorio che metta la scuola al primo posto o e permetta di portare avanti il servizio scolastico dentro luoghi pubblici e privati capaci di contenere molte persone. Faccio due esempi “nazionali”: il Lingotto a Torino e i giganteschi Musei sempre deserti all’Eur a Roma. Ma potrei fare una miriade di esempi per tutte (dico proprio tutte) le località italiane.

b) Avviare un grande progetto di Scuole Green, ecocompatibili, con risparmio energetico, con molte possibilità di modifiche modulari interne da affiancare agli edifici tradizionali: tutto questo dovrebbe mettere fine allo scempio di scuole statali che vivono in locazioni private in edifici pensati per altro e alle scuole che continuano a stare dentro edifici non a norma. Faccio un solo un esempio: il Liceo scientifico “Leonardo da Vinci” di Sora (Frosinone) è un Liceo di altissimo livello che sta in locazione in un edificio privato inadatto alla scuola e ci sta da moltissimi anni. Questa nuova progettazione di cui parlo non può essere realizzata dagli Enti Locali con progetti propri, ma deve avere nel team di progetto anche la rappresentanza della scuola interessata per pensare e realizzare scuole che rispondano realmente alle esigenze della didattica e della connettività legata alla didattica, argomenti che sono totalmente sconosciuti a progettisti e uffici tecnici.

            Ritengo, quindi, sia necessaria una duplice alleanza: con gli enti locali e i soggetti pubblici e privati per aumentare gli spazi a disposizione delle scuole nel prossimo anno scolastico e con gli stessi soggetti per avviare una progettazione di sistema per le scuole, aperta al futuro che ci ha travolto.

L’ORARIO DI DOCENTI E ATA

            Il dibattito che sta venendo avanti con ipotesi più o meno realizzabili (ore di 40 minuti, classi divise per due o per tre, azioni in presenza distanziati e a distanza con la multimedialità, ecc.) impongono un ripensamento dell’orario del personale, visto che quello del dirigente scolastico proprio non c’è. Credo sia il caso di dirlo che i dirigenti scolastici hanno lavorato senza pause e senza soste, anche nei giorni di festa, senza distinzione tra presenza e smart working, sempre connessi, sempre attivi.

            L’attuale spacchettamento dell’orario dei docenti (ore di insegnamento; ore funzionali obbligatorie; ore per supplenze; ore non contabilizzate per preparare le lezioni, per  correggere gli elaborati, per valutare; ore per gli esami, ore per l’accompagnamento alle uscite e ai viaggi, ecc.) mi pare sia poco funzionale sia rispetto a quanto accaduto (riunioni on line e didattica a distanza: tutto questo è stato un grande esempio di lavoro, di devozione, di impegno e di sperimentazione), sia rispetto a quello di cui ci sarà bisogno. Io penso sia arrivato il momento di riconoscere con un numero chiaro e semplice qual è l’impegno complessivo annuale dei docenti lasciando poi alla scuola la loro declinazione. Non spetta a me indicare il numero esatto delle ore annuali (a occhio e croce dico che potrebbero essere più o meno 1250), ma in questo orario senza distinzione farei ricadere tutte le ore che servono, appunto, per l’insegnamento, per la funzionalità, per gli esami, per la valutazione degli studenti, per l’accompagnamento nelle uscite e nei viaggi, per la correzione dei compiti e la preparazione degli elaborati, per le supplenze orarie, per il ricevimento genitori, ecc.).

            L’articolo 21, comma 8 della legge n° 59 del 15 marzo 1997 (Bassanini uno) spiega chiaramente come si potrebbe fare: “L’autonomia organizzativa è finalizzata alla realizzazione della flessibilità, della diversificazione, dell’efficienza e dell’efficacia del servizio scolastico, alla integrazione e al miglior utilizzo delle risorse e delle strutture, all’introduzione di tecnologie innovative e al coordinamento con il contesto territoriale. Essa si esplica liberamente, anche mediante superamento dei vincoli in materia di unità oraria della lezione, dell’unitarietà del gruppo classe e delle modalità di organizzazione e impiego dei docenti, secondo finalità di ottimizzazione delle risorse umane, finanziarie, tecnologiche, materiali e temporali, fermi restando i giorni di attività didattica annuale previsti a livello nazionale, la distribuzione dell’attività didattica in non meno di cinque giorni settimanali, il rispetto dei complessivi obblighi annuali di servizio dei docenti previsti dai contratti collettivi che possono essere assolti invece che in cinque giorni settimanali anche sulla base di un’apposita programmazione plurisettimanale”.

            Questo monte ore programmabile per i giorni di scuola o d’esame garantirebbe un utilizzo delle risorse dove è necessario, lasciando giustamente a casa (e in pace) i docenti quando non ci sono cogenti obblighi scolastici. Darebbe, inoltre, la possibilità alle scuole di modulare tempi e orari con progettazioni chiare che mettano il docente nella possibilità di realizzare sia attività seriali (cioè con lo stesso orario tutto l’anno), sia attività legate alle necessità della realizzazione del PTOF, sia attività progettuali. Credo che l’anno scolastico 2020/21 potrebbe essere quello sperimentale e potrebbe indicare un nuovo modo di intendere la funzione docente, legando questo nuovo modello anche ad un rinnovo contrattuale con i giusti aumenti, legati all’evidente risparmio di sistema.

            Allo stesso modo ritengo che l’orario degli ata vada declinato su base plurisettimanale a fronte di un monte ore annuale in modo da rispondere alle reali esigenze del servizio e non alla necessità della presenza comunque. Tutto questo nel rispetto dei tempi di lavoro, di una programmazione condivisa, di carichi di lavoro equi, di analisi dei bisogni, degli spazi, delle esigenze più proprie della scuola (didattica, formazione, valutazione).

CATENA DECISIONALE

            L’emergenza coronavirus ha evidenziato come la catena decisionale anche nelle scuole debba essere più snella, partecipata, effettiva, efficiente, efficace. I vecchi Organi collegiali devono andare in soffitta per fare posto a strumenti veloci che permettano di verificare le volontà collegiali e confluire in decisioni chiare e tempestive, per far fronte a tutti i problemi. E’ diventato evidente a tutti che l’assemblearismo declaratorio e la puntuale adesione a vecchie strutture decisionali poco aiuta in una situazione critica dove le responsabilità alla fine cadono su una persona sola (sicurezza, privacy, organizzazione del lavoro, attività negoziale, attività contrattuale, controllo degli orari, piani delle attività, gestione amministrativa, ecc.). Credo sia necessario che le scuole si diano una propria governance nel rispetto delle responsabilità monocratiche del dirigente e del coinvolgimento di tutta la comunità scolastica nelle decisioni comuni.

            La trita polemica sui “più poteri ai presidi” che fa il paio con quella sui “troppi poteri ai presidi” nulla riesce più a dire sulla realtà della scuola dentro l’emergenza e dentro la società. Laddove ci sono responsabilità monocratiche i poteri devono essere monocratici, laddove è necessaria una progettualità d’insieme devono essere solo fissate linee generali di organizzazione lasciando che le scuole strutturino la propria catena decisione come è necessario nel contesto in cui operano. E’ noto a tutti che i rapporti con gli enti locali, i soggetti istituzionali, i soggetti privati non sono uguali e omogenei in tutta Italia e, dunque un unico sistema di governo della scuola, pensato per la scuola e la società di cinquanta anni fa, non regge più gli avvenimenti, il loro corso, la loro velocità.


            Le mie sono solo modeste proposte per prevenire, aperte al dibattito (se ci sarà) e modificabili (magari in meglio).

Se non si consegna l’eleborato, l’esame si svolge comunque sull’argomento assegnato

da Il Sole 24 Ore

di Laura Virli

Il ministero dell’Istruzione ha pubblicato la nota n. 8464 del 28 maggio 2020 con alcuni chiarimenti e indicazioni operative, a seguito di molteplici quesiti pervenuti dalle scuole in merito ad alcune disposizioni contenute nelle ordinanze 9, 10 e 11 del 16 maggio 2020, che disciplinano la valutazione finale degli alunni, gli esami di Stato conclusivi del primo e del secondo ciclo per l’a.s. 2019/2020. Qui di seguito i principali passaggi contenuti nella nota.

Esami di Stato nel primo ciclo di istruzione
Per il corrente anno scolastico non si prevede l’attribuzione del voto di ammissione all’esame del primo ciclo di istruzione, ferma restando la valutazione nelle singole discipline.
La mancanza della trasmissione e presentazione dell’elaborato determina, solo per i candidati privatisti, il non conseguimento del diploma.
Tutto il consiglio di classe (presieduto dal coordinatore di classe) partecipa alla presentazione dell’elaborato. Si possono porre domande di approfondimento, ma non si possono effettuare interrogazioni sulle singole discipline.
Le operazioni relative alla presentazione degli elaborati devono essere opportunamente verbalizzate.
La griglia di valutazione da utilizzare deve prevedere differenziazioni tra i candidati interni e i candidati privatisti.

Esami di Stato nel secondo ciclo di istruzione
L’argomento dell’elaborato che sostituisce la seconda prova scritta è assegnato dal consiglio di classe su indicazione dei docenti delle discipline di indirizzo. Copia del verbale di tali operazioni viene fornita al presidente di commissione, oppure è ricompresa nel documento del 30 maggio.
Per la trasmissione dell’elaborato si esclude l’obbligo della Pec. In ogni caso, si utilizzeranno modalità tali da garantire la certezza della data di spedizione.
Nell’eventualità che il candidato non provveda alla trasmissione dell’elaborato, la discussione durante l’esame si svolge, comunque, in relazione all’argomento assegnato. Della mancata trasmissione si tiene conto in sede di valutazione della prova d’esame.
L’assegnazione del materiale, per i singoli candidati, si effettua il giorno stesso in cui si svolgono i colloqui, prima del loro inizio.
Il dirigente scolastico comunica l’elenco dei docenti, individuati come “lavoratori fragili”, al presidente di commissione che prevede la loro partecipazione in videoconferenza all’esame.

Valutazione finale degli alunni per l’anno scolastico 2019/2020
Come noto, gli studenti quest’anno sono tutti promossi, tranne casi particolari. Anche i voti inferiori a sei decimi sono riportati, oltre che in pagella, nei prospetti generali da pubblicare sull’albo on line della scuola.
Nel caso di materie insufficienti, e non più presenti nella classe successiva (ad esempio geostoria al triennio delle superiori), il consiglio di classe predispone, comunque, il percorso di recupero nel piano di apprendimento individualizzato (Pai). Si terrà conto nella valutazione finale dell’anno scolastico 2020/2021 del raggiungimento o del mancato raggiungimento dei relativi obiettivi di apprendimento, secondo criteri stabiliti dal Collegio dei docenti.
In merito alle possibilità di integrazione del credito scolastico per tutti gli alunni allo scrutinio finale dell’anno scolastico 2020/2021, tale integrazione non può essere superiore ad un punto.


Per gli esami di Stato in sicurezza erogati 39 milioni di euro

da Il Sole 24 Ore

di Redazione Scuola

Sono 331 i milioni di euro immediatamente a disposizione delle scuole statali per cominciare ad organizzare la ripresa di settembre. Si tratta delle somme stanziate dal cosiddetto decreto Rilancio, che prevede anche l’erogazione di 135 milioni di euro per le scuole paritarie. Fondi che tutte le scuole hanno ricevuto in queste ore e che possono cominciare subito a spendere.

Il provvedimento ha inoltre destinato 39,23 milioni di euro per lo svolgimento in sicurezza degli esami di Stato del secondo ciclo, che inizieranno il prossimo 17 giugno: potranno essere usati per pulizia, igienizzanti, dispositivi di sicurezza. Viene inoltre incrementato di 15 milioni di euro il Fondo nazionale per il Sistema integrato di educazione e di istruzione.

«Queste risorse costituiscono un finanziamento straordinario e aggiuntivo che servirà a supportare le istituzioni scolastiche nella gestione di questo difficile periodo di emergenza sanitaria – sottolinea la ministra Lucia Azzolina -. Abbiamo già comunicato la somma che spetta a ciascuna scuola e inviato una nota operativa per la spesa ai dirigenti. Stiamo accompagnando gli Istituti scolastici in ogni passaggio che ci porterà verso la riapertura di settembre. Abbiamo un importante lavoro da fare e lo faremo lavorando con gli uffici territoriali del Ministero, le scuole, gli Enti territoriali».

Esami di Stato
Il decreto Rilancio prevede l’erogazione di 39,23 milioni di euro a tutte le scuole secondarie di II grado per il corretto svolgimento, in presenza e in sicurezza, della prova orale che costituirà quest’anno l’esame di maturità. Assegnate in base al numero di plessi in cui è articolata l’istituzione scolastica e in base al numero di alunni e unità di personale, le risorse potranno essere impiegate per l’acquisto di dispositivi di protezione individuale, gel disinfettanti e dispenser, di prodotti e detergenti specifici per effettuare pulizie approfondite. Alle scuole paritarie sede di esame, andranno oltre 8,2 milioni sul totale.

Le risorse per le scuole statali
I 331 milioni di euro stanziati per la ripresa di settembre potranno essere utilizzati fra l’altro per dispositivi di sicurezza, igienizzanti, pulizia, ma anche per la formazione e l’aggiornamento del personale, lavoro agile e sicurezza nei luoghi di lavoro, servizi di assistenza medico-sanitaria e psicologica, strumenti digitali per l’adeguamento dei laboratori.

Saranno i dirigenti scolastici a stabilire le priorità di spesa in base alle esigenze delle loro scuole. Le risorse potranno essere, ad esempio, utilizzate anche per riprogettare gli spazi didattici interni ed esterni, per acquistare nuovi arredi scolastici o materiali necessari per creare percorsi di entrata e uscita e di fruizione degli spazi in sicurezza, per effettuare interventi di manutenzione e pulizia straordinaria.

Le risorse stanziate vanno a incrementare il Fondo per il funzionamento delle istituzioni scolastiche. L’obiettivo è quello di valorizzare al massimo l’autonomia scolastica e consentire ai dirigenti scolastici di adeguare l’impiego delle finanze a loro disposizione alle reali esigenze e caratteristiche degli istituti scolastici.

Scuole paritarie
Nel decreto Rilancio sono previsti, a compensazione delle rette non versate durante i mesi di chiusura delle scuole a causa dell’epidemia da Covid-19, 70 milioni di euro per le scuole paritarie primarie e secondarie e 65 milioni per i servizi educativi e per le scuole dell’infanzia. Per queste ultime, l’assegnazione delle risorse ha tenuto conto dell’importante e insostituibile ruolo sussidiario che esercitano per i bambini della fascia 0-6 anni e per le loro famiglie.

Sistema integrato 0-6 anni, ci sono 15 milioni in più
Il decreto Rilancio prevede, infine, un incremento di 15 milioni di euro del Fondo nazionale per il Sistema integrato di educazione e di istruzione. Risorse, presto a disposizione degli Enti locali, che potranno essere spese per la realizzazione di nuovi edifici, la ristrutturazione edilizia, la riqualificazione e la messa in sicurezza, l’adeguamento alle norme antincendio, il risparmio energetico e la fruibilità degli stabili. Sarà inoltre possibile utilizzare le risorse per coprire parte delle spese di gestione dei servizi educativi per l’infanzia e delle scuole dell’infanzia, per la formazione continua in servizio del personale educativo e docente.

Sempre più giovani sognano la divisa: la carriera militare attrae 4 ragazzi su 10

da Il Sole 24 Ore

di Redazione Scuola

Continua a crescere il numero dei giovani italiani che vorrebbero indossare una divisa e intraprendere una carriera nelle Forze armate o di Polizia. A valutare questa opzione sono, infatti, ben 4 ragazzi su 10. Non solo: per molti di loro (il 39%) sarebbe la prima opzione per l’immediato futuro e non un mero interesse di massima. A certificarlo è l’annuale monitoraggio dell’Osservatorio professioni in divisa – elaborato da Skuola.net in collaborazione con Nissolino Corsi – che, giunto alla sua terza edizione, ha visto la partecipazione di oltre 50mila studenti di scuole di secondo grado e università.

Complice, forse, il ruolo svolto dalle varie Forze nella recente emergenza sanitaria, si registra una crescita significativa rispetto al 2019, quando a mostrarsi interessato alla strada militare era stato circa 1 giovane su 3 (ed era la prima scelta per il 35%). Il loro identikit? Generalmente consapevoli della difficoltà del percorso, disponibili a stare lontani da casa e dagli affetti (ma non troppo), si preparano già rifacendosi il letto da soli e ordinando la propria camera, ma avrebbero qualche problema con attività fisica intensa, regole e disciplina.

La funzione sociale che le Forze dell’ordine incarnano è certamente al primo posto tra le ragioni che instradano tanti giovani su questa via. Tra i ragazzi che vorrebbero provare a entrare in una delle varie Forze in divisa, 1 su 4 lo farebbe soprattutto perché spinto dall’importanza dei valori di cui ci si fa portatori, mentre il 17% per il tipo di lavoro svolto, al servizio della gente. Solamente 1 su 10 è interessato allo stipendio fisso o alla stabilità lavorativa garantita.

Da non sottovalutare un 5% che lo farebbe per continuare la tradizione di famiglia. A confermare questa lettura sono anche le risposte date da chi, invece, si è detto non interessato dalla carriera militare: appena il 7% non approva l’operato delle forze dell’ordine, gli altri la scartano per ragioni strettamente personali, legate al carattere o ai progetti per l’avvenire.

Nel complesso, il 70% della Generazione Z dimostra di avere un atteggiamento positivo nei confronti delle Forze Armate e di Polizia. E anche i genitori, in larga parte (siamo nell’ordine di 2 su 3), appoggerebbero un figlio che volesse intraprendere questa strada; ma per alcuni solo a patto che la professione intrapresa non sia troppo a rischio.

Ma un conto è la vita sognata (o perlomeno immaginata), un altro è quella reale. Siamo sicuri che le nuove generazioni – quelli che, come si dice, ‘non hanno fatto il militare’ e per questo spesso additati di scarsa propensione al sacrificio – siano davvero pronte ad affrontare cosa li aspetta una volta entrati in caserma? A calarsi in una quotidianità scandita da regole, indubbiamente impegnativa? Anche qui il quadro che emerge è abbastanza confortante.

È vero che solo 6 su 10 pensano di essere già pronti per affrontare un addestramento ferreo ma più di 8 su 10 sono consapevoli che non c’è alternativa: la formazione militare è dura e bisogna sottostare all’autorità dei superiori; sapendo già che non faranno sconti (solo il 17% spera nella loro comprensione). Anzi, la sensazione è che le aspiranti ‘divise’ la immaginino addirittura più provante di quello che effettivamente è.
Lo si capisce dalle risposte date ad alcune domande poste dall’Osservatorio per indagare sul livello di conoscenza dei vari momenti della giornata di un allievo di Scuole e Accademie delle Forze armate e di Polizia. A partire dagli orari. Solo il 31% ha un’idea dell’orario tipico della sveglia, puntata alle 6.30. Molti meno – sono appena il 9% – quelli che individuano correttamente nelle 23 il momento di coricarsi (quasi tutti pensano debba avvenire prima). Stesso dicasi per il tempo destinato all’igiene personale e alla vestizione: solo 1 su 4 azzecca la risposta esatta (quasi dappertutto è circa 30 minuti). In generale, quelli che sbagliano lo fanno soprattutto per eccesso di rigore (o di pessimismo?).

Altro tema centrale è il netto cambio di abitudini che attende questi giovani una volta varcato quel cancello. I ragazzi sarebbero pronti a sostenere la vita militare? La motivazione, sulla carta, c’è. Ad esempio, il 58% non avrebbe problemi a dividere la stessa stanza con degli sconosciuti, mentre il 36% si sentirebbe inizialmente a disagio ma assicura di poter superare presto l’imbarazzo. Più complicato, ma ugualmente fattibile, è condividere i servizi igienici: il 46% si dice pronto, il 43% avrebbe bisogno di tempo per abituarsi, solo l’11% non ce la farebbe proprio. Rifarsi il letto da soli e tenere in ordine le proprie cose? Una passeggiata: 3 su 4 dicono di farlo già ora.

Sensazioni non proprio esaltanti, invece, sul fronte attività fisica: solamente il 29% si considera sufficientemente allenato per sopportare qualsiasi carico di lavoro, per il 50% la tenuta dipende dal tipo di sforzo richiesto mentre il 21% non crede di resistere a un’attività fisica prolungata e quotidiana.

Altalenante pure l’approccio alle regole sulla ‘libera uscita’: 1 su 3 sa (giustamente) che è concesso uscire solo di sera, per massimo due ore, e per andare a trovare la famiglia (ogni 15 giorni), salvo ordine contrario. Ma 1 su 4 pensa che queste finestre siano sacrosante e che niente e nessuno le possa negare e il 14% crede di poterlo fare ogni volta che vuole. A influenzare le loro risposte, forse, la voce del cuore: metà di loro, infatti, è dubbioso sul fatto di poter restare lontano da casa per settimane.

Ma il vero aspetto sui cui dovrebbero realmente lavorare i ragazzi che si vogliono avvicinare alle carriere in divisa è quello disciplinare. Per qualcuno sarebbe il caso di smussare qualche angolo del proprio carattere. Visto che più di 1 su 2 ancora non è in grado di subire rimproveri e punizioni senza reagire: il 41% dice che solo col tempo imparerebbe, l’11% tenderebbe a reagire o replicare puntualmente. E solo la metà (50%) si sente pronta a ubbidire sempre agli ordini che vengono dall’alto; il 33% lo farebbe solo se li reputasse sensati, il 12% proverebbe a fare solo le scelte che ritiene più giuste.

E che dire dell’obbligo di doversi separare per molte ore dal loro amico più fidato, lo smartphone? Circa 1 su 10 pensa di non farcela e un altro 42% avrebbe bisogno di un periodo di ambientamento per digerire questa prescrizione. Tutto sommato, però, la base di partenza è quella giusta. Basta solo un po’ d’impegno in più.

«Io, vecchio prof, dico no al ritorno a scuola se la scuola è solo un parcheggio»

da Corriere della sera

Angelo Varni *

Certo è facile per me, dopo 46 anni di insegnamento da cattedre liceali e universitarie, consentire a pieno con il comune, imperioso, diffuso sentire proclamato nelle piazze, dalle televisioni, sui giornali, nei social, sintetizzato nella richiesta del tornare a settembre alla scuola «in presenza», esorcizzando quel maleficio rappresentato dalle lezioni online. Eppure, di fronte ad un simile onnicomprensivo schieramento che va dalle famiglie agli intellettuali, dai sindacati alla classe politica in questo caso senza troppe distinzioni di appartenenza, non può non scattare l’inevitabile meccanismo di reazione in risposta ad un’unanimità che pare escludere dubbi, domande, perplessità, chiarimenti. Intanto, c’è da chiedersi perché, se era così impellente il bisogno di scuola nelle tradizionali modalità, non si è cercato di riaccogliere subito gli scolari senza attendere il trascorrere di tanti mesi. Così come, poi, hanno fatto, con diverse modalità, alcuni degli altri Paesi europei. Tanto più che le regole che saranno date per settembre non mi sembra si discostino da quelle valide per tutte le altre attività: igiene, distanziamento, mascherine. Ma evidentemente, come sempre, alla scuola in Italia è riservato un trattamento residuale, che riguarda edifici, stipendi, organizzazione, e quindi, anche ora, le esigenze della ripresa. E allora bene riaprire subito fabbriche, uffici, laboratori, palestre, piscine, ecc., ma chissà perché non le scuole, secondo le stesse norme che da ultimo saranno poi applicate identiche a settembre. Peraltro, è evidente che l’unanimità di cui sopra raccoglie le assolutamente legittime esigenze dei genitori di assicurarsi una sistemazione per i figli durante le loro ore lavorative; così come l’aspirazione degli insegnanti non strutturati ad una definitiva sistemazione nei ruoli dello Stato, secondo una tradizione di ope legis sempre sostenuta dalle richieste sindacali e dagli interessi elettorali dei politici. Né si può ignorare, a livello psicologico, il legittimo rimpianto degli intellettuali per quanto fatto nella loro vita di insegnanti (che poi è anche il mio caso), a stretto contatto umano con gli studenti.

Tutto giusto, dunque. Tutto ugualmente legittimo, ma di quale scuola stiamo parlando nel momento in cui ne reclamiamo la riapertura? Quella scuola di esperienze sociali gratificanti, di formazione individuale e collettiva, di crescita culturale, di acquisizioni di conoscenze assorbite dal rapporto di riconosciuta autorevolezza verso l’insegnante, così insistentemente evocata in ognuno di questi appelli alla ripresa? O non piuttosto un ritorno, anche se certo condizionato dalle esigenze anti contagio, alla scuola che abbiamo attraversato negli ultimi decenni e tanto criticata da quegli stessi che ora la invocano. Dov’era in questa scuola la crescita individuale e sociale minata dal lassismo e dal pressappochismo? Dov’era il rapporto fecondo di esperienze e conoscenze con una classe di insegnanti privata di ogni autorevolezza e, assai spesso, addirittura minacciata di non attenersi all’unico compito ormai ad essa riconosciuto di custodire il parcheggio degli allievi e garantir loro il «pezzo di carta»? Dov’era l’auspicata trasmissione di un sapere formativo delle coscienze, in grado di unire l’apprendimento delle nozioni indispensabili con la maturazione della personalità ( per non parlare delle delinquenziali forme di bullismo, o addirittura dei collegamenti tra scuola e degrado di quartieri non solo periferici)?

È evidente a tutt’oggi che il ritorno alla scuola «di presenza» ha una dimensione, diciamo così, quantitativa ( i numeri, le misure…) senza alcun tentativo di interventi qualitativi, dominati dal rifiuto, che mi pare di sapore «ideologico», dell’online. E questo è davvero singolare in un tempo dove si guarda ad un futuro di mutamenti in tutti i settori definiti da un utilizzo sempre più marcato degli strumenti innovativi della tecnologia. Fino ad individuare forme di intelligenza artificiale in grado di intuire e ritrasmettere i nostri pensieri; o di sostituire artificialmente parti del nostro corpo; e pure di animare in modo assolutamente realistico personaggi del passato che ci parlano oggi; come anche di proporci modalità inedite di produzione del cibo; fino ad immetterci in un’infinita rete di connessioni che riescano a controllare movimenti e finanche pensieri di tutti noi, ponendoci di fronte a problemi di scelta individuale e collettiva i cui rischi non vanno certo pregiudizialmente negati. Un mondo, dunque, dove – come sempre- ci sarà del positivo e del negativo, dei vantaggi e degli svantaggi, dei guadagni e delle perdite; ma verso il quale stiamo correndo, proclamando ad ogni piè sospinto la necessità di misurarci con un simile futuro, di attrezzare proprio le giovani generazioni ad affrontarlo con consapevolezza culturale ed adeguate strumentazioni tecniche ( quanto sembrano lontane le tradizionali diatribe tra preparazione “umanistica” e capacità “scientifiche”!).

E allora non sarà proprio la scuola a dovere assumersi il compito di organizzarsi in modo da preparare le nuove generazioni a quel futuro ( o forse ormai presente) tecnologicamente avanzato ? A quell’insegnamento a distanza che già esisteva in non pochi ambiti didattici e che ora, come in tante altre questioni, è stato accelerato dal covid? Occorre pensare ad un equilibrio nuovo tra lezione a distanza, coinvolgimento dello studente, rapporto col docente e con i compagni favorito da sviluppi delle piattaforme per altro in continua positiva evoluzione. Senza trascurare la capacità di queste forme d’insegnamento di accentuare l’attenzione e la concentrazione degli allievi, magari invitati a periodici reciproci «riconoscimenti» fisici preparati dagli scambi avvenuti online tra loro e con gli insegnanti. Ma questo è tutto un mondo nuovo da scoprire e da costruire, verso cui inevitabilmente si andrà, già a partire dalle elementari con quei nativi digitali cui pure da ora in tanti si industriano ad insegnare gli usi delle «macchine» e dei loro algoritmi. A che pro altrimenti, se non si struttura la scuola a tali nuove modalità? Che sia questa l’ennesima battaglia di retroguardia contro un fastidioso mutamento di orizzonte ( quante se ne sono combattute nei secoli!), che ferisce le nostre ( mi ci metto anch’ io da vecchio insegnante «da cattedra») più care memorie, i nostri schemi interpretativi ben poco rispondenti – come detto – alla realtà degli attuali ed effettivi rapporti esistenti nella scuola a tutti i livelli tra chi ha il compito di insegnare e quanti hanno il compito di apprendere?

*professore emerito dell’Università di Bologna

Maturità, il ministero precetta i presidenti di commissione mancanti

da la Repubblica

Corrado Zunino

Il ministero dell’Istruzione, a due settimane dall’orale di Maturità (sarà il prossimo 17 giugno), ha deciso di precettare i presidenti di commissione mancanti. La direttrice generale degli ordinamenti, Maria Assunta Palermo, ha comunicato in videoconferenza che nel Paese le risposte non pervenute agli uffici scolastici regionali sono “meno del dieci per cento” e che bisogna garantire a tutti gli studenti “il diritto costituzionale ad essere esaminati da commissioni regolarmente costituite”. A ore, quindi, partirà l’ordinanza ministeriale “volta ad assicurare il reperimento urgente dei presidenti delle commissioni dell’esame conclusivo del secondo ciclo”.

La situazione è molto diversificata a livello regionale. In Lombardia sono ancora da fare 770 nomine su 1.790 commissioni (a Milano 270 su 558). Sono in difficoltà glu uffici scolastici di Emilia-Romagna, Veneto e Toscana, tutte regioni duramente colpite dal coronavirus.

L’ordinanza fornirà ai direttori degli Uffici scolastici regionali lo strumento normativo per provvedere alle nomine d’ufficio: per la scelta dei docenti non saranno più necessari dieci anni di anzianità di ruolo. Come ultima possibilità, potranno essere assegnate diverse commissioni allo stesso presidente.

La protesta dei presidi: “Con queste regole la scuola non riapre”

da la Repubblica

Corrado Zunino

ROMA – In queste ore, alcuni sabato scorso e altri ieri, i dirigenti scolastici italiani hanno trovato sulla Pec di istituto la comunicazione del Dipartimento per le risorse umane del ministero dell’Istruzione. In 34 pagine annuncia i finanziamenti disponibili per ogni scuola – 331 milioni, una media di 38 mila euro a istituto – e, quindi, i compiti dei singoli presidi derivanti da quell’impegno di Stato: dovrete acquistare il materiale per la sanificazione e i termoscanner, identificare aree verdi e attrezzarle, risistemare gli spazi esterni, smaltire i rifiuti, anche quelli speciali, far partire gli appalti per l’edilizia interna, cambiare gli arredi e acquistare o noleggiare tablet e hardware. “Ci chiedono di trovare da soli soluzioni che il ministero non ha”, segnala una dirigente a Repubblica. I presidi si sentono soli di fronte a una battaglia – il ritorno in classe a settembre con il distanziamento sociale – che sentono più grande di loro.Rossana Piera Guglielmi è la dirigente dell’Istituto comprensivo Visconti di Roma (elementari e medie). Le hanno annunciato 34.000 euro di dotazione. Dice: “Il ministero ci ha lasciati soli fin qui, lo ha fatto anche con la valutazione. Non ci scoraggiamo, però. Ho messo su una task force con genitori, docenti ed esperti. Ingegneri, ispettori del lavoro, medici e scienziati, un apparato di comunicazione. La questione centrale è che faremo sì i doppi turni, ma dimezzeremo le ore di didattica. Rischiamo di tagliare del 50 per cento Italiano, Matematica, Inglese. Alla primaria potremo garantire la mensa e lezioni dalle 8 alle 12. Con i fondi dei genitori qualche attività extra il primo pomeriggio. I nostri bambini non avranno, così, le competenze necessarie. Entro giugno elaboreremo un piano di rientro, ma servono quattro docenti in più per sezione e un’ordinanza che richiami dalle graduatorie un contingente di supplenti da utilizzare da settembre a dicembre”.

Domenico Squillace, preside del Liceo scientifico Volta di Milano, si dice preoccupato: “Vorremmo indicazioni più precise e ragionevoli. Ci stiamo organizzando con l’università, Scienze e Biologia le faremo in piccoli laboratori esterni, ma al Volta ho 1.200 studenti pigiati, anche in classi da trenta. Con il distanziamento previsto ne potrò tenere un terzo. Teatri e cinema non bastano e la didattica a distanza è la corazzata Potemkin della scuola italiana. Non so come ne verremo fuori. Ha un senso portare l’ora a 40 minuti, ma questo Paese deve approntare un Piano Marshall per l’istruzione e avviare un’infornata straordinaria di docenti per un anno”.Guido Gastaldo dirige l’Istituto comprensivo di Azeglio, cintura di Torino, 18 plesssi: “I 40.000 euro sono l’unica certezza, per il resto c’è confusione. Nei nostri paesi non possiamo fare lezioni nei musei, non ci sono i musei. Stiamo chiudendo con fatica e connessioni instabili quest’anno, non siamo pronti a organizzare la ripartenza. Non credo che il primo settembre potremo avviare i piani di recupero, non ci saranno i docenti. E servono più bidelli, altrimenti ridurremo l’orario”.

Organi collegiali in videoconferenza, possono essere registrati? Cosa dice la giurisprudenza

da Orizzontescuola

di Avv. Marco Barone

“Per lo stesso periodo previsto dal comma 1, le sedute degli organi collegiali delle istituzioni scolastiche ed educative di ogni ordine e grado possono svolgersi in videoconferenza, anche ove tale modalità non sia stata prevista negli atti regolamentari interni di cui all’articolo 40 del testo unico di cui al decreto legislativo 16 aprile 1994, n. 297 (Art. 73 c. 2bis Decreto Cura Italia, convertito in Legge 24 Aprile 2020 n. 27)”.

Con l’emergenza del coronavirus nelle scuole italiane i Collegi telematici son diventati la normalità e non è da escludere che potranno sopravvivere come modalità anche dopo questa emergenza, dipende da come le scuole regolamenteranno questa materia. Una delle domande che sorge è se sono lecite le videoregistrazioni delle sedute telematiche? La questione non è pacifica, stante una giurisprudenza non omogenea sul punto, ma delle indicazioni si possono desumere in senso positivo stante alcuni principi che ora seguiranno.

Il Garante della tutela della Privacy. Si alla registrazione delle sedute se c’è il consenso informato

L’assemblea condominiale è quella che più si avvicina a quella collegiale nella scuola. Il garante in materia di Privacy ha così affermato sul punto della questione: “L’assemblea condominiale può essere videoregistrata, ma solo con il consenso informato di tutti i partecipanti. La documentazione, su qualsiasi supporto, deve essere conservata al riparo da accessi indebiti”. Dunque, sì alla videoregistrazione, purchè ci sia il rispetto di due prerogative fondamentali. Il consenso informato di tutti i partecipanti e l’idonea conservazione della videoregistrazione. Questione che andrà necessariamente autoregolamentata nell’ambito scolastico, stante il fatto che videoregistrare una seduta telematica dell’organo collegiale, può essere uno strumento di autotutela per tutti i partecipanti.

Illegittime le registrazioni di assemblee senza il consenso dei partecipanti

Una delle sentenze più note in materia è certamente quella del Tribunale di Roma, la n. 13692, pubblicata in data 3 luglio 2018 , il quale ha reputato come illegittima la registrazione audio dell’assemblea effettuata senza il consenso dei partecipanti alla stessa, offerta come prova con lo scopo di provare la falsità materiale della verbalizzazione dell’adunanza.

Chiunque dei partecipanti può chiedere il diritto di registrare l’assemblea

“Ogni condomino ha diritto di chiedere all’amministratore che la riunione condominiale sia registrata. La Corte di Cassazione ha anche chiarito che, ciascun partecipante ad una conversazione, sia essa una riunione di condominio o un colloquio tra amici, accetta il rischio di essere registrato (Cass, 18908/2011)”.

Si può registrare una seduta di una riunione senza avere il consenso dei partecipanti?

Parte della giurisprudenza osserva che “non si verifica la lesione alla privacy dei partecipanti, in quanto la registrazione non dà luogo alla «compromissione del diritto alla segretezza della comunicazione, il cui contenuto viene legittimamente appreso solo da chi palesemente vi partecipa o assiste» (Cass. S.U. 36747/2003). La Sentenza della Corte di Cassazione n 18908/2011 sostiene che non è illecito registrare una conversazione perchè chi conversa accetta sostanzialmente il rischio che la conversazione sia documentata tramite registrazione. Però, tale conversazione non deve essere diffusa a terzi, in tal caso si commetterebbe un chiaro illecito. Sussiste la “compromissione del diritto alla segretezza della comunicazione, il cui contenuto viene legittimamente appreso solo da chi palesemente via partecipa o assiste” (Corte di Cassazione, Sezioni Unite, 36747/2003). Ciò non toglie, tuttavia, che il partecipante all’assemblea che abbia registrato i lavori non possa divulgare il contenuto a terzi non presenti nell’assise, poiché se lo farebbe incorrerebbe nella realizzazione di un reato, vale a dire quello integrante il cosiddetto “trattamento illecito di dati”, disciplinato dall’articolo 167 Decreto legislativo 196/2003”. Non è necessario il consenso dei lavoratori di cui siano state registrate le conversazioni se il dipendente ha agito per documentare una situazione conflittuale sul posto di lavoro e, in un’ottica di salvaguardia del proprio diritto alla conservazione del posto di lavoro, a fronte di contestazioni datoriali non proprio cristalline (Cass. ord. n. 11999/18). Ma la giurisprudenza sostiene anche che “la registrazione di conversazioni tra presenti all’insaputa dei conversanti configura una grave violazione del diritto alla riservatezza, con conseguente legittimità del licenziamento intimato (Cass. n. 26143 del 2013, Cass. n. 16629 del 2016)”.

Legittima la registrazione per autotutela

“Nella fattispecie qui in esame, la Corte territoriale, con accertamento non censurabile in questa sede, dopo aver premesso che quelle di cui si discuteva erano registrazioni di colloqui ad opera del lavoratore, vale a dire di una delle persone presenti e partecipi ad essi, ha ritenuto che il suddetto dipendente avesse adottato tutte le dovute cautele al fine di non diffondere le registrazioni dal medesimo effettuate all’insaputa dei soggetti coinvolti ed ha considerato operante la deroga relativa all’ipotesi per cui il consenso non fosse richiesto, trattandosi di far valere o difendere un diritto in sede giudiziaria Così ha evidenziato che la condotta era stata posta in essere dal dipendente per tutelare la propria posizione all’interno dell’azienda, messa a rischio da contestazioni disciplinari non proprio cristalline e per precostituirsi un mezzo di prova visto che diversamente avrebbe potuto trovarsi nella difficile situazione di non avere strumenti per tutelare la propria posizione ritenuta pregiudicata dalla condotta altrui. Il tutto in un contesto caratterizzato da un conflitto tra il lavoratore. ed i colleghi di rango più elevato e da inascoltate recriminazioni relative a disorganizzazioni lavorative asseritamente alla base delle indicate contestazioni disciplinari in cui il reperimento delle varie fonti di prova poteva risultare particolarmente difficile a causa di eventuali possibili sacche di omertà come era dato apprezzare da quanto emerso in sede di istruttoria Ed allora, si trattava di una condotta legittima, pertinente alla tesi difensiva del lavoratore e non eccedente le sue finalità, Cassazione, Cass. civ. Sez. lavoro, Sent., (ud. 10-01-2018) 10-05-2018, n. 1132”.

La registrazione della seduta costituisce una prova

Le norme giuridiche in merito a ciò sanciscono chela registrazione su nastro magnetico di una conversazione telefonica può costituire fonte di prova, a norma dell’art. 2712 cod. civile – colui contro il quale la registrazione è prodotta non contesti che la conversazione sia realmente avvenuta e che abbia avuto il tenore risultante dal nastro, sempre che non si tratti di conversazione svoltasi tra soggetti estranei alla lite (Cass. 8219/1996; Cass. 122016/1993). Si veda anche La Cassazione penale ( sentenza n. 5241/2017).

In conclusione

Da ciò si può desumere che è certamente possibile da parte dell’istituzione scolastica procedere con la videoregistrazione della seduta della riunione collegiale, ma è basilare dotarsi di uno strumento di autoregolamentazione, è necessario il consenso informato di tutti i partecipanti e sarà necessario dotarsi di una strumentazione idonea per la conservazione delle sedute videoregistrate. La videoregistrazione può essere uno strumento a tutela di tutto il personale partecipante oltre che per la stesura stessa della verbalizzazione. In caso di opposizione alla videoregistrazione, o in assenza di consenso da parte di tutti i partecipanti, questa sembrerebbe non essere possibile, ma nulla toglie che ciascun partecipante possa autonomamente procedere con la registrazione della seduta, purché non provveda a diffonderla a terzi, in tal caso commetterebbe un chiaro illecito, va anche osservato che sussiste comunque della giurisprudenza che invece non riconosce questo diritto a priori.

Dirigente scolastico non redige documento valutazione rischi, sanzione di 2mila euro

da Orizzontescuola

di Avv. Marco Barone

Con ricorso un Comune, in persona del Sindaco e legale rappresentante dell’Ente, e la persona obbligata in solido e responsabile, proponevano opposizione ad ordinanza ingiunzione emessa dall’Ispettorato Territoriale con cui veniva loro ingiunto il pagamento di una sanzione amministrativa complessiva di poco più di 2 mila euro per avere i ricorrenti violato la disposizione dell’art.29, comma 4 del D.Lgs. n. 81 del 2008

La violazione è di “non aver tenuto presso l’unità produttiva – plesso scolastico – la documentazione relativa alla valutazione dei rischi della singola unità Produttiva – Piano Operativo di Sicurezza che insieme al Piano di Sicurezza e Coordinamento costituisce per il singolo cantiere la valutazione dei rischi di cui all’art.17, comma 1, lett a)”. Il Tribunale di Terni Sez. lavoro, Sent., 16-01-2020 respingeva il ricorso, evidenziando l’importanza che riveste il documento della valutazione dei rischi nella scuola.

Il dirigente scolastico ha l’obbligo di redigere il documento di valutazione dei rischi

Osserva il Tribunale che l’analisi della valutazione dei rischi rappresenta uno degli aspetti di maggior rilievo introdotti dal D.Lgs. n. 81 del 2008, non tanto in base all’ampiezza delle tipologie di rischio, ma soprattutto per l’introduzione di un modello di valutazione che potremmo definire “a matrice”; il nuovo modello, nell’analizzare tutti i rischi, richiede un approccio trasversale, che tenga in particolare conto le tipicità della popolazione lavorativa, quali: l’età, la differenza di genere e la provenienza da altri paesi, nonché le aree relative ai “soli” gruppi di lavoratori/trici esposti a rischi particolari, quali lo stress lavoro-correlato, lo stato di gravidanza, le differenze di genere, l’età e la provenienza da altri Paesi. Il datore di lavoro nel nostro caso il dirigente scolastico, ha l’obbligo di redigere il documento di valutazione dei rischi mettendo in evidenza l’individuazione delle procedure per l’attuazione delle misure da realizzare, nonché dei ruoli dell’organizzazione aziendale che vi debbono provvedere, a cui devono essere assegnati unicamente soggetti in possesso di adeguate competenze e poteri (art. 28, c. 2, lett. d). A tal fine il dirigente scolastico dovrà predisporre un vero e proprio sistema organizzativo, tale da regolare in modo chiaro e costante le diverse funzioni e ruoli e, di conseguenza, le competenze e responsabilità all’interno dell’istituzione scolastica, definendo in modo adeguato anche le procedure di lavoro, anch’esse oggi richieste tra gli obblighi documentali del documento di valutazione dei rischi (art. 28, c. 2, lett. d). La valutazione del rischio rimane l’elemento fondamentale del sistema di prevenzione aziendale (nel nostro caso di scuola).

E’ obbligo non delegabile dal DS l’elaborazione del DVR

È quindi un obbligo non delegabile del datore di lavoro, cui compete la responsabilità della valutazione del rischio e l’elaborazione del relativo documento (DVR). Il documento è elaborato direttamente dal dirigente scolastico o dal RSPP a seconda dei casi previsti dalle norme vigenti e previa consultazione del Responsabile dei Lavoratori per la Sicurezza (RLS). La valutazione dei rischi è definita come valutazione globale e documentata di tutti i rischi per la salute e la sicurezza dei lavoratori/trici presenti nell’ambito dell’organizzazione in cui essi prestano la propria attività lavorativa. A conclusione di tali procedure il dirigente scolastico deve elaborare un apposito documento che per norma deve essere custodito presso le unità produttive; per le istituzioni scolastiche in ogni plesso, succursale o sezione staccata. A tale conclusione si perviene in virtù dell’autonomia finanziaria, organizzativa ed amministrativa di cui sono dotate le istituzioni scolastiche ai sensi del D.P.R. n. 275 del 1999 che ha dato attuazione all’art. 21 L. n. 59 del 15 marzo 1997 “Delega al Governo per il conferimento di funzioni e compiti delle Regioni e agli Enti locali per la riforma della P.A. e per la semplificazione amministrativa” norma che ha introdotto il principio dell’autonomia delle istituzioni scolastiche, ciascuna delle quali assume personalità giuridica ed autonomia finanziaria e gestionale.

Supplenze fino a termine lezioni: quali contratti spettano per scrutini ed esami

da Orizzontescuola

di Paolo Pizzo

La guida è rivolte a tutte le scuole che hanno in servizio dei docenti i cui contratti avranno come data ultima il “termine delle lezioni” (ultimo giorno di scuola stabilito dal calendario regionale). Offriamo loro dei chiarimenti su come stipulare i contratti dei docenti per gli scrutini ed eventuali esami di I o II grado.

Cosa si intende per Contratto “fino al termine delle lezioni”

“Termine delle lezioni” coincide con l’ultimo giorno di scuola che può cambiare a seconda dei calendari Regionali.

Tale dicitura non è da confondere con il “termine delle attività didattiche” che coincide con il 30/6. Solo nella scuola dell’infanzia i due termini coincidono (in tale ordine di scuola le lezioni terminano il 30/6).

In quali casi un supplente lo stipula

Il contratto di un supplente può arrivare “fino al termine delle lezioni” sostanzialmente in due casi:

• attraverso delle proroghe o conferme contrattuali fino al termine delle lezioni (es. una malattia, una interdizione/maternità o un congedo parentale che si rinnova ogni tot. giorni):
in questo caso il supplente ha una serie di contratti che si rinnovano attraverso delle proroghe o delle conferme ai sensi degli art. 7/4 e 7/5 del DM 131/07 (tali contratti potrebbero essere cominciati anche ad inizio anno e, con interruzioni per la sospensione delle lezioni, protratti “fino al termine delle lezioni”);

• direttamente fino al termine delle lezioni: es. un posto che si è reso disponibile dopo il 31/12 e per tutto l’anno causa aspettativa/decesso del titolare ecc. o perché il docente titolare rientra a disposizione della scuola dopo il 30 aprile (art. 37 del CCNL/2007):
in questo caso il docente potrebbe avere già sottoscritto un contratto direttamente fino al termine delle lezioni perché il posto si è reso disponibile dopo il 31/12 o perché il titolare rientra nell’art. 37 del CCNL/2007 avendo già maturato un’assenza di 150/90 giorni dopo il 30 di aprile. Non ultimo, ci potrebbe essere il caso di una riduzione oraria per allattamento richiesta dal docente titolare fino alla fine delle lezioni.

Il docente in servizio fino al termine delle lezioni ha diritto a partecipare a scrutini ed eventuali esami di I grado

Il supplente che arriva con un contratto “fino al termine delle lezioni” (indipendentemente dalla tipologia contrattuale ovvero se ci arriva con delle proroghe/conferme del contratto in essere o direttamente) ha sempre diritto ad un contratto per gli scrutini ed eventuali esami di I grado.
Bisogna infatti garantire la continuità didattica degli allievi anche in relazione agli scrutini e alle valutazioni finali (esami).

Pertanto, la condizione per il mantenimento in servizio del supplente per gli scrutini ed eventuali esami è che il contratto arrivi al termine delle lezioni (non importa quale sia e da quando decorre l’assenza del titolare).
Soddisfatto questo elemento, il supplente rimarrà in servizio anche per gli scrutini ed eventuali esami di terza media.

Il Dirigente non può far partecipare agli scrutini o agli esami di I grado un docente interno

Il supplente che arrivi con contratto fino al termine delle lezioni non potrà essere sostituito per tali adempimenti dal personale interno alla scuola.
Il Dirigente non potrà quindi accampare scuse di nessun genere come quella di fare riferimento ad un ipotetico danno all’erario che si verrebbe a creare se il supplente con contratto fino al termine delle lezioni avesse dei contratti per il periodo necessario allo svolgimento degli scrutini e degli esami, anche in presenza di titolari a disposizione della scuola o disponibili alla sostituzione dei colleghi assenti.

Cosa prevede l’art. 37 del CCNL 2007

L’art. 37 del CCNL/2007 (“Rientro in servizio dei docenti dopo il 30 aprile”) prevede che, qualora ricorrano le condizioni (e cioè rientro del titolare dopo il 30 aprile a seguito di assenza per 150 gg. o 90 nelle classi terminali) il supplente in servizio, per ragioni di continuità didattica, è “mantenuto in servizio per gli scrutini e le valutazioni finali” (per “valutazioni finali” si intendono gli esami).

La norma si applica anche se il titolare assente per 150/90 gg. non rientra fisicamente a disposizione a scuola

La norma va applicata sia nel caso di rientro del titolare assente dopo il 30 aprile (il titolare rientra “fisicamente” a disposizione della scuola dopo il 30 aprile), sia nel caso di “mancato rientro” (il titolare totalizza il numero di giorni previsto, 150 o 90, continuando però la sua assenza fino al termine delle lezioni, senza rientrare fisicamente a disposizione).

La norma si applica a qualsiasi ordine di scuola

L’articolo non fa alcuna differenza tra ordini di scuola, pertanto la norma va applicata anche ai supplenti della scuola Primaria e dell’Infanzia:
Per esempio, la condizione dei 90 giorni di assenza si applicherà ad un titolare che insegna in una quinta classe di scuola primaria perché classe “terminale”, anche se per tale ordine di scuola non sono previsti esami; oppure ad un titolare di scuola dell’Infanzia che ha totalizzato 150 giorni di assenza. Di conseguenza, i rispettivi supplenti, per continuità didattica, dovranno essere mantenuti in servizio per gli scrutini.

Ai fini del conteggio dei 150/90 gg. di assenza del titolare si devono contare anche i periodi di sospensione delle lezioni (vacanze di Natale e Pasqua)

A nulla rileva se tali periodi non sono coperti dall’assenza del titolare (c.d. rientri formali). La continuità dei 150/90 gg. è infatti interrotta solo dal rientro in classe del titolare (rientro effettivo) prima del 30 aprile.
Pertanto, è necessario precisare il carattere continuativo del periodo di assenza non può essere interrotto, qualora il titolare rientri in servizio (formalmente) durante i periodi di festività scolastica.

Contratto per il supplente che rientra nell’art. 37

Un contratto di proroga con decorrenza dal giorno successivo a quello del “termine delle lezioni” fino all’ultimo giorno di scrutinio (indipendentemente se tra uno scrutinio e l’altro ci siano giorni in cui non vi sono impegni) o fino al termine delle operazioni di esami cui ha titolo a partecipare il supplente (esami se diversi da quelli di maturità).
Esempio: Ipotizzando che la scuola finisca il 7 giugno e gli scrutini siano fissati il 11 e il 13 giugno, Il contratto, originariamente stipulato fino al 7 giugno dovrà essere prorogato, senza nessuna interruzione, dall’8 giugno fino al 13 giugno (comprensivo di sabato e domenica).
Nota bene: Se poi tale docente insegna in una terza media, il contratto dovrà essere prorogato dall’8 giugno e sempre senza nessuna interruzione fino all’ultimo giorno di insediamento della Commissione per lo svolgimento degli esami (es. 28 giugno).

Contratto per il supplente che non rientra nell’art. 37

Al supplente che arriva al termine delle lezioni ma non rientra nell’art. 37 dovrà essere predisposto uno specifico contratto per i giorni strettamente necessari per gli scrutini ed esami. In questo caso non dovrà quindi essere predisposta una proroga contrattuale.

Per rimanere nell’esempio citato in precedenza: il docente che non rientra nell’art. 37 avrà un contratto solo per il 11 e il 13 giugno (con esclusione dei giorni intermedi) e poi un altro contratto per il periodo di esami a partire dal giorno di insediamento della Commissione e fino all’ultimo giorno d’esami (unico contratto).

Cosa è previsto per gli Esami di Stato di II grado per chi ha contratto fino al termine delle lezioni

Per ciò che riguarda gli Esami di Stato del II grado abbiamo due casi che si possono verificare (nota MIUR 14187 del 11/07/2007):

1. Al personale con contratto di supplenza temporanea con servizio effettivamente svolto sino al termine delle lezioni, esclusivamente nel caso in cui sia nominato quale commissario interno nella medesima scuola, compete l’attribuzione di un nuovo contratto, per un numero di ore di insegnamento pari a quello del contratto precedente, con decorrenza dal giorno della seduta preliminare della commissione e termine nel giorno conclusivo della sessione d’esame; i relativi oneri della retribuzione contrattuale sono a carico dell’istituzione scolastica sede degli esami.
2. Quando invece la designazione e partecipazione quale componente di commissione riguardi docenti che abbiano nell’anno scolastico in corso lo status di supplente temporaneo o docenti semplicemente inclusi nelle graduatorie di reclutamento, tali posizioni sono da considerarsi assimilate a quelle del personale estraneo all’Amministrazione e a tali docenti competono esclusivamente i compensi onnicomprensivi connessi all’espletamento degli esami di stato, con esclusione di specifica stipula contrattuale e relativo trattamento retributivo..

Cosa è previsto per gli Esami di Stato II grado per contratto al 30 giugno

Sia se nominato in base alle graduatorie permanenti, sia se nominato in base alle graduatorie di istituto compete la proroga del relativo contratto, ovvero di più contratti sino al termine delle attività didattiche di cui sia contemporaneamente destinatario, fino al giorno conclusivo della rispettiva sessione di esami, secondo la clausola espressamente prevista nel relativo modello contrattuale.

La proroga dei contratti in questione viene disposta, dalle scuole stipulatrici dei relativi contratti, anche se la sede d’esame del supplente interessato riguardi scuola differente da quella o da quelle ove ha prestato servizio.

Le predette scuole daranno tempestiva comunicazione alla competente Ragioneria provinciale delle proroghe contrattuali in esame, corredandola con la dichiarazione del presidente della commissione in ordine alla effettiva partecipazione alla sessione d’esame.

Valutazione finale 2019/20, due i casi di bocciatura. Il rapporto tra assenze e profitto

da Orizzontescuola

di Francesco Rutigliano

I cancelli delle scuole stanno per chiudersi. Un altro anno scolastico è finito! Per ogni alunno, dalle elementari alle superiori, e per ogni genitore è, questo, il tempo dei bilanci, dell’attesa dei quadri e delle pagelle di fine anno, cercando di scongiurare il pericolo della tanto temuta bocciatura.

La bocciatura, cioè la ripetenza dell’intero anno, è molto controversa. Da una parte ci sono studi che affermano che è inutile e dannosa, perché non servirebbe davvero a recuperare gli apprendimenti e dall’altra ci sono buone ragioni per difenderla.

Molti docenti si chiedono: È possibile non promuovere un alunno per le troppe assenze registrate durante l’anno?

La non promozione può essere considerata equa in queste condizioni? Cosa dice la legge in proposito?

Recentemente, nella videoconferenza di presentazione, la titolare del dicastero di viale Trastevere ha illustrato le tre Ordinanze, una sulla valutazione finale, una sugli esami di terza media e l’altra sulle prove di maturità in vista delle prossime scadenze scolastiche.

Ha precisato Azzolina: «E’ stato un anno scolastico diverso per tutti e il principio che seguiamo è quello di non lasciare indietro nessuno studente. Abbiamo deciso di partire tutti insieme a settembre, ma con una valutazione seria. Non ci sarà il 6 politico, le insufficienze saranno registrate, ma gli studenti avranno il diritto di recuperarle a settembre».

Solo «in due casi circoscritti e non riferibili al coronavirus», lo studente non sarà ammesso alla classe successiva e cioè «se non ha frequentato le lezioni nella prima parte dell’anno e dunque non è valutabile oppure se ha ricevuto provvedimenti disciplinari gravi».

Quindi, sostanzialmente, sono due le possibilità in cui scatta la bocciatura di uno studente decisa dal consiglio di classe.

E valgono per tutti i gradi di istruzione, dalle elementari alle superiori.

La prima è legata alle assenze, non solo per il periodo della didattica a distanza, ma anche nella prima parte dell’anno.

Sarebbe nei casi in cui i docenti non siano in possesso di alcun elemento valutativo relativo all’alunno, per cause non imputabili alle difficoltà legate alla disponibilità di apparecchiature tecnologiche ovvero alla connettività di rete, bensì a situazioni di mancata o sporadica frequenza delle attività didattiche.

La seconda ipotesi è quella legata all’esclusione agli scrutini o agli esami «ai sensi dello Statuto delle studentesse e degli studenti» ossia se un alunno ha un quadro disciplinare pesante durante il primo quadrimestre . In tutti gli altri casi, invece, gli studenti saranno promossi e potranno recuperare le materie in cui sono insufficienti all’inizio del prossimo anno scolastico, a settembre, quando ripartiranno tutte le scuole.

In ordine all’incidenza delle assenze, l’art. 14, comma 7, D.P.R. n. 122/2009 prevede che “… ai fini della validità dell’anno scolastico, compreso quello relativo all’ultimo anno di corso, per procedere alla valutazione finale di ciascuno studente, è richiesta la frequenza di almeno tre quarti dell’orario annuale personalizzato. Le istituzioni scolastiche possono stabilire, per casi eccezionali, analogamente a quanto previsto per il primo ciclo, motivate e straordinarie deroghe al suddetto limite. Tale deroga è prevista per assenze documentate e continuative, a condizione, comunque, che tali assenze non pregiudichino, a giudizio del consiglio di classe, la possibilità di procedere alla valutazione degli alunni interessati. Il mancato conseguimento del limite minimo di frequenza, comprensivo delle deroghe riconosciute, comporta l’esclusione dallo scrutinio finale e la non ammissione alla classe successiva o all’esame finale di ciclo”.

Pertanto sulla base di detto quadro normativo, per poter procedere alla valutazione finale dell’alunno è necessaria la frequenza di almeno tre quarti dell’orario annuale personalizzato.

Inoltre prevede la concessione, da parte dell’amministrazione scolastica, di deroghe al limite normativo dei tre quarti del monte ore scolastico in presenza di due condizioni:

a) in primis, è necessario che le assenze complessivamente superiori a un quarto dell’orario scolastico siano riconducibili a fattispecie eccezionali e adeguatamente documentate;

b) inoltre, occorre che la frequenza effettiva dello studente, pur inferiore al tetto dei tre quarti anzidetto, renda possibile al Consiglio di classe la valutazione della preparazione dell’alunno.

In realtà, questo quadro normativo viene interpretato diversamente dai giudici amministrativi leccesi.

Difatti, con sentenza sentenza 1479/2019 e 233/2020, il TAR Puglia – Lecce – ritiene che la ratio dell’art. 14 è quella di assicurare il profitto scolastico, secondo cui «“la presenza scolastica va valutata quale mero presupposto per un proficuo apprendimento dell’alunno ma se egli, sebbene riporti numerose assenze, non evidenzi tuttavia problemi sul piano del profitto, tale presupposto non va interpretato con eccessiva severità, dal momento che una bocciatura motivata solo dal numero delle assenze potrebbe ingiustificatamente compromettere lo sviluppo personale ed educativo di colui che, dal punto di vista dell’apprendimento e dei risultati conseguiti rispetto agli insegnamenti impartiti, sarebbe stato altrimenti idoneo al passaggio alla classe successiva; ed infatti, far ripetere l’anno scolastico ad un alunno nonostante abbia riportato tutti voti sufficienti, costituisce misura che può gravemente nuocere al suo percorso formativo e di vita, in quanto lo costringe a ripetere insegnamenti già acquisiti ed a perdere l’opportunità di apprendere, nella classe superiore, nuove conoscenze, comportando, in ogni caso, un ritardo nel suo corso di studi”.

Il caso affrontato riguarda l’ipotesi in cui il Consiglio di Classe, nonostante abbia specificamente dato atto della “valutazione positiva nelle varie materie” conseguita dall’alunna, ha ritenuto dirimente il superamento del suddetto limite (comprensivo di deroga) di 300 ore di assenza e, quindi, “malgrado le valutazioni presenti”, ha ritenuto di non procedere allo scrutinio dell’alunno e non lo ha ammesso all’esame di Stato.

Secondo i giudici la decisione del Consiglio di Classe sia stata irragionevole e contraria alla stessa ratio dell’art. 14 cit., in quanto, attestandosi sul solo dato numerico delle assenze, ha trascurato del tutto il positivo profitto scolastico dell’alunno.

La decisione di far ripetere l’anno a uno studente che non presenti carenze formative di per sé idonee alla bocciatura, impone valutazioni di opportunità che non possono esaurirsi in un mero automatismo aritmetico. La ripetizione dell’anno scolastico già proficuamente frequentato infatti, imponendo la reiterazione di un’esperienza già vissuta, e dalla quale si sono già tratti sufficienti apprendimenti, è suscettibile di pregiudicare il successivo percorso formativo e di maturazione del ragazzo. A fronte di un sicuro ritardo, per lo studente, nei tempi di completamento degli studi, occorrerà perciò che l’istituzione scolastica valuti, di volta in volta, l’attitudine della misura adottata a conseguire effetti positivi ritenuti prevalenti, tenendo conto nel contempo delle ragioni che hanno determinato le assenze”. (TAR Puglia – Lecce – Sentenza 1436/2018)

Insomma, quello che emerge in tale contesto giuridico, ossia ciò che conta, è sempre e soltanto il reale interesse dell’alunno.

Si dovrebbe valutare caso per caso quello che è realmente il bene dell’alunno.

Ma nella didattica a distanza tale principio è di non facile applicazione. Di conseguenza questo quadro interpretativo dei giudici poco collima anche con il principio espresso dalla Ministra Azzolina, secondo cui «lo studente non sarà ammesso alla classe successiva  se non ha frequentato le lezioni nella prima parte dell’anno …».

Ma se in questa fase di emergenza sanitaria un alunno ha accumulato assenze prima del coronavirus e non ha neanche seguito la didattica a distanza, come può essere considerato il principio giurisprudenziale secondo cui “la presenza scolastica va valutata quale mero presupposto per un proficuo apprendimento dell’alunno ma se egli, sebbene riporti numerose assenze, non evidenzi tuttavia problemi sul piano del profitto, tale presupposto non va interpretato con eccessiva severità”.

La scuola è una cosa seria! Non ci sono argomenti che tengano a questa concezione di non bocciatura. È del tutto surreale ipotizzare ad una non bocciatura in quanto si indurrebbero gli studenti a non fare più niente e a compromettere la dignità del lavoro degli insegnanti.

Graduatorie di istituto docenti diventano provinciali e digitali. Atteso un milione di domande

da Orizzontescuola

di redazione

E’ uno dei punti più attesi del Decreto Scuola: la riapertura e aggiornamento delle graduatorie di istituto di seconda e terza fascia di istituto, quelle utilizzate dai Dirigenti Scolastici per l’attribuzione delle supplenze.

Le graduatorie di istituto diventeranno provinciali

Questo significa che il docente sceglie la provincia (anche diversa rispetto a quella di inserimento del 2017) e parteciperà alle supplenze conferite fino al 31 agosto o 30 giugno residue dopo l’assegnazione alle graduatorie ad esaurimento.

Domanda telematica

Per la prima volta tutto il procedimento sarà online. Sia domanda, sia scelta delle scuole. Un procedimento che snellirà sia il processo di presentazione che la verifica dei punteggi da parte dell’ufficio Scolastico.

Tempi rapidi

I tempi di assegnazione delle supplenze saranno quindi molto rapidi: teoricamente per la data di inizio delle lezioni (ancora da stabilire) numerose province potranno avere già i supplenti in cattedra, poiché l’assegnazione avverrà in un’unica giornata o comunque nel giro di pochi giorni, evitando la dispersione delle convocazioni  e delle sovrapposizioni negli incarichi conferiti dai Dirigenti Scolastici

Scelta 20 scuole

In aggiunta, ogni docente potrà scegliere fino a venti scuole per l’attribuzione delle supplenze temporanee (max fino all’ultimo giorno di lezione), che continueranno ad essere assegnate dai Dirigenti Scolastici. Approfondisci

Meno MAD

Dopo anni di difficoltà nel reperimento degli insegnanti, il nuovo sistema dovrebbe ricostituire gli elenchi vuoti, limitando al minimo il ricorso alle MAD domande di messa a disposizione che, comunque, saranno sempre possibili.

Atteso un milione di domande

Potrebbe essere questo il numero di domande complessive tra seconda e terza fascia, considerando aggiornamenti e nuovi inserimenti.

Ritorno a scuola a settembre, cosa si potrà acquistare con i fondi del Decreto Rilancio

da La Tecnica della Scuola

Abbiamo dato notizia qualche giorno fa di una nota del Ministero con la quale venivano comunicate le risorse destinate alle scuole stanziate attraverso il Decreto Rilancio (D.L. 34/2020).

La nota riepiloga sia le risorse stanziate per gli esami di Stato in presenza, sia quelle che arriveranno alle istituzioni scolastiche per l’avvio del prossimo anno scolastico.

Per quanto riguarda, in particolare, queste ultime, le finalità relative all’uso delle somme sono indicate nell’art. 231, comma 1, del D.L. 34/2020.

Si tratta di:

  • a) acquisto di servizi professionali, di formazione e di assistenza tecnica per la sicurezza sui luoghi di lavoro, per la didattica a distanza e per l’assistenza medico-sanitaria e psicologica, di servizi di lavanderia, di rimozione e smaltimento di rifiuti.
  • b) acquisto di dispositivi di protezione e di materiali per l’igiene individuale e degli ambienti, nonché di ogni altro materiale, anche di consumo, in relazione all’emergenza epidemiologica da COVID-19.
  • c) interventi in favore della didattica degli studenti con disabilità, disturbi specifici di apprendimento ed altri bisogni educativi speciali.
  • d) interventi utili a potenziare la didattica anche a distanza e a dotare le scuole e gli studenti degli strumenti necessari per la fruizione di modalità didattiche compatibili con la situazione emergenziale nonché a favorire l’inclusione scolastica e ad adottare misure che contrastino la dispersione.
  • e) acquisto e utilizzo di strumenti editoriali e didattici innovativi.
  • f) adattamento degli spazi interni ed esterni e la loro dotazione allo svolgimento dell’attività didattica in condizioni di sicurezza, inclusi interventi di piccola manutenzione, di pulizia straordinaria e sanificazione, nonché interventi di realizzazione, adeguamento e manutenzione dei laboratori didattici, delle palestre, di ambienti didattici innovativi, di sistemi di sorveglianza e dell’infrastruttura informatica.

Alcuni esempi di acquisti

La nota in commento fornisce un elenco esemplificativo e non esaustivo delle suddette finalità.

Lettera a)

  • servizi di formazione e aggiornamento del personale, con riferimento all’adozione e applicazione del lavoro agile (anche per il personale ATA nel rispetto delle relative mansioni), alla didattica a distanza, alla sicurezza sui luoghi di lavoro per la ripresa dell’attività scolastica in modo adeguato rispetto alla situazione epidemiologica;
  • servizi professionali e di assistenza tecnica per la sicurezza sui luoghi di lavoro, per la didattica a distanza e per l’assistenza medico-sanitaria e psicologica;
  • servizi di lavanderia;
  • servizi di rimozione e smaltimento di rifiuti, anche speciali.

Lettera b)

  • fornitura di dispositivi di protezione e di materiali per l’igiene individuale (a titolo esemplificativo, mascherine chirurgiche o di comunità1, FFP2, FFP3, guanti monouso, gel disinfettanti);
  • fornitura di prodotti di igiene degli ambienti (a titolo esemplificativo, disinfettanti per arredi, per pavimenti);
  • fornitura di ogni altro materiale, anche di consumo, in relazione all’emergenza epidemiologica da COVID-19 (a titolo esemplificativo, termo scanner, pannelli in plexiglass, kit pronto soccorso, macchinari per pulizie).

Lettera c)

  • acquisto di piattaforme e strumenti digitali di supporto al recupero delle difficoltà di apprendimento, anche per la didattica a distanza, per studenti con disabilità, disturbi specifici di apprendimento ed altri bisogni educativi speciali.

Lettere d) ed e)

  • acquisto e/o noleggio, di dispositivi digitali e di connettività per gli studenti meno abbienti, anche con eventuale possibilità di rimborso del costo dell’abbonamento per la connettività per la durata dell’emergenza (a titolo esemplificativo, notebook, personal computer, tablet);
  • acquisto e/o noleggio e leasing di hardware, comprensivi di servizi di installazione e formazione per utilizzo;
  • servizi di manutenzione di hardware, software e altri sistemi informatici;
  • acquisto licenze software;
  • acquisto e/o noleggio e leasing attrezzature per l’adeguamento dei laboratori per le nuove modalità didattiche compatibili con la situazione emergenziale (a titolo esemplificativo, attrezzature per laboratori scientifici, attività agro-alimentare);
  • acquisto biglietti per visite guidate virtuali (a titolo esemplificativo, musei, gallerie d’arte);
  • fornitura di strumenti editoriali e didattici innovativi.

Lettera f)

  • servizi di progettazione degli spazi didattici per garantire le condizioni di sicurezza rispetto alla situazione epidemiologica;
  • fornitura di arredi scolastici, anche con riferimento alla didattica a distanza (a titolo esemplificativo, banchi modulari componibili);
  • servizi di progettazione e gestione delle aree esterne per garantire le condizioni di sicurezza rispetto alla situazione epidemiologica (a titolo esemplificativo, adeguamento e gestione delle aree verdi);
  • servizi di progettazione e fornitura di apposita segnaletica per garantire la ripresa dell’attività scolastica in condizioni di sicurezza rispetto alla situazione epidemiologica;
  • fornitura e installazione di prodotti per la sorveglianza (a titolo esemplificativo, videocamere e monitor);
  • piccola manutenzione e servizi di pulizia straordinaria, sanificazione e disinfestazione;
  • servizi di manutenzione degli arredi e attrezzature (a titolo esemplificativo, attrezzature laboratori, attrezzature palestra);
  • altri interventi di adattamento di spazi interni ed esterni e delle loro dotazioni allo svolgimento dell’attività didattica in condizioni di sicurezza.

Oltre agli acquisti sopra indicati, il Ministero aggiunge anche i servizi di supporto al RUP e di assistenza tecnica, come ad esempio il supporto nella predisposizione di documenti per l’avvio e gestione della procedura d’acquisto. A tal fine può essere utilizzato fino ad un massimo del 10% delle risorse disponibili, rispettando comunque la tempistica indicata, vale a dire realizzazione o comunque completamento delle procedure di affidamento entro il 30 settembre 2020.

Maturità 2020, ecco i soldi per le mascherine e la pulizia delle scuole

da La Tecnica della Scuola

Come abbiamo scritto in precedenza, il Ministero ha comunicato che le scuole hanno già la possibilità di attingere alle somme stanziate dal decreto rilancio. Fra queste, anche i soldi destinati agli esami di Stato 2020, che necessitano di misure di sicurezza specifiche.

Esami di Stato 2020: oltre 39 milioni per mascherine, gel disinfettante

Infatti, il Decreto Rilancio prevede l’erogazione di 39,23 milioni di euro a tutte le scuole secondarie di II grado per il corretto svolgimento, in presenza e in sicurezza, della prova orale dell’Esame di maturità.

Le somme sono assegnate in base al numero di plessi in cui è articolata l’istituzione scolastica, ma anche in base al numero di alunni e unità di personale, le risorse potranno essere impiegate per l’acquisto di dispositivi di protezione individuale, gel disinfettanti e dispenser, di prodotti e detergenti specifici per effettuare pulizie approfondite. Alle scuole paritarie sede di esame, andranno oltre 8,2 milioni sul totale.

Le cifre nel dettaglio

Nello specifico, come abbiamo già scritto in precedenza, della cifra complessiva, circa 3,2 milioni di euro saranno destinati all’acquisto di mascherine chirurgiche per il personale, la commissione e gli studenti.

Siamo già entrati nello specifico e abbiamo rilevato che per gli studenti, si prevede l’acquisto di 541.657 dispositivi al costo unitario di 60 centesimi (324.994,20 euro) più un 10% di riserva (32.499,42 euro). In totale quindi lo Stato spenderà per le mascherine degli studenti, che verranno utilizzate un solo giorno, più di 350.000 euro, per l’esattezza 357.493,62.

A questa cifra dobbiamo aggiungere l’acquisto dei dispositivi per le commissioni e il personale per i 20 giorni previsti per i lavori:

  • 308.000 euro per le circa 25.000 mascherine per il personale ATA
  • 102.000 euro per gli 8.500 tra Dirigenti scolastici e Dsga
  • 2.170.000 euro per i 7 membri delle commissioni d’esame.

Aggiungendo le quote di riserva arriviamo in totale, tra studenti e personale, a circa 3,2 milioni di euro solo per i dispositivi individuali.

I restanti 36 milioni di euro saranno invece investiti per gli interventi di pulizia degli edifici scolastici.