Mamma caregiver “regala il sole” a suo figlio

da Redattore Sociale

Mamma caregiver “regala il sole” a suo figlio: finalmente Simone abita al piano terra

di Chiara LudovisiE’ stato il regalo per il suo 25° compleanno: dopo una lunga battaglia, Sara Bonanno ha ricevuto dal Comune una casa al piano terra, in una palazzina dell’Ater: da 20 anni viveva in una casa al settimo piano, dove le barriere architettoniche impedivano a suo figlio di uscire dalla stanza. “E’ finita una segregazione durata dieci anni: mi rendo conto ora di quanto mio figlio abbia sofferto questa violenza”

Sara e Simone in giardino

ROMA -”Per il suo 25° compleanno, volevo regalargli il sole. E ci sono riuscita!”. Sara Bonanno finalmente sorride ed esulta, mentre mi mostra “la casa dei miei sogni”, quella che ha finalmente, una settimana fa, messo fine alla “segregazione” a cui suo figlio era condannato da dieci anni, al settimo piano di un palazzo popolare in zona Tiburtina, a Roma. Aveva 14 anni, Simone, quando la sua malattia è peggiorata: non poteva più stare seduto, non riusciva più a deglutire: così “si è allettato, costantemente monitorato e assistito. E da allora non è più uscito dalla sua stanza”. Colpa di una casa con troppe barriere architettoniche e di un palazzo con un ascensore in cui il suo “letto a rotelle” non poteva entrare. Né poteva uscire in balcone, perché l’apertura era troppo stretta, nonostante il generoso intervento di un falegname volontario, che anni fa aveva fatto quel che poteva per ingrandirla.

10 anni in una stanza

Così, per dieci anni, Simone è rimasto chiuso nella sua stanza, senza mai vedere il sole, senza prendere aria, senza mai sentire un odore o un rumore che non fossero quelli di casa sua. Al settimo piano di quel palazzo popolare, assegnato anni fa alla famiglia per le sue condizioni socio-economiche svantaggiate, Simone e Sara vivevano dal 1999: Simone aveva pochi anni e dopo poco il papà morì. “Restammo soli, io e lui – ci racconta Sara – ad affrontare i problemi che diventavano ogni giorno più grandi. I primi anni uscivamo sempre, in casa non stavamo mai: la sedia a rotelle entrava tranquillamente nell’ascensore e andare fuori non ci spaventava. Simone andava a scuola, frequentava gli amici, andava in piscina: nonostante tutto, conduceva una vita abbastanza normale. Poi, a 14 anni, tornando da un campo scuola, per la prima volta ebbe difficoltà a deglutire. Fu l’inizio di un rapido e inesorabile peggioramento: due brutti interventi aggravarono la situazione, perse 20 chili e con questi tutte le sue forze. Presto non riuscì più a stare seduto, mentre sollevarlo diventava sempre più difficile. Così, si ritrovò bloccato a letto: impossibile spostarlo dalla stanza”.

“Gli ho regalato il sole”

Simone ha compiuto 25 anni il 17 luglio scorso: quel giorno finalmente è uscito dalla sua stanza, “con grande fatica e trambusto – assicura Sara – dopo dieci anni di segregazione. Da quel giorno viviamo qui, nella casa che sognavo”, racconta, mostrandomi orgogliosa le stanze ancora disadorne e il giardino già ben curato: “E’ stato un pensiero bellissimo dell’Ater, l’ente gestore dell’edificio popolare – ci racconta -: hanno seminato tutte piante odorose, perché Simone non riesce a vedere ma sente bene i profumi”. Ed è veramente un sogno che si realizza, per lei, vedere suo figlio godersi il fresco in giardino, mentre Giada, sua ex compagna di classe e oggi sua educatrice, lo intrattiene con musica e canti. “Da quando ci siamo trasferiti, Simone vuole stare sempre fuori: quando gli propongo di entrare, si innervosisce – assicura Sara – E questo per me è una coltellata, perché pensavo, mi raccontavo, di avergli dato tutto ciò di cui aveva bisogno: attenzioni, amore, personale competente. Ma quella serenità che mi sembrava di leggere nei suoi occhi era solo rassegnazione: aveva bisogno di aria e di luce, di rivedere e risentire il mondo. E di esserne parte”.

“In quel palazzo, avevamo smesso di esistere”

E mi racconta un aneddoto, Sara, per farmi capire quanto sia “violenta ogni forma di segregazione e quanto la casa in cui si abita possa cambiare la vita di tutti, ma soprattutto di persone come Simone. Venerdì scorso, mentre lasciavamo il vecchio appartamento, tanti inquilini del palazzo si sono affacciati, incuriositi dal movimento e dal trambusto: nessuno di loro sapeva chi fosse Simone. Lo avevano visto entrare anni prima, quando ancora era un bambino. Lo rivedevano uomo e non lo riconoscevano. In tutti questi anni, per loro lui non era esistito, poteva anche essere morto. Simone era scomparso dal mondo. Quando siamo arrivati qui, a pochi chilometri dalla nostra vecchia casa ma in un contesto completamente diverso, abbiamo ricevuto un’accoglienza che mi ha commosso: nel nostro giardino, all’interno del cortile condominiale, tutti hanno potuto vederci, si sono accorti di noi. Il giorno dopo, la signora di 90 anni che vive al piano di sopra è scesa con un thermos di caffè, l’anziana che vive qui accanto mi ha portato pomodori col riso e anguria. Improvvisamente, siamo tornati a far parte del mondo, siamo usciti dall’invisibilità e dall’isolamento. La segregazione è finita”.

“Quel terremoto, senza poter scappare…”

Se oggi è il momento della gioia e della festa – “Non mi sembra vero!”, ripete ogni tanto Sara –, non si dimentica però il prezzo che si è dovuto pagare, in termini di fatica, di lotta, perfino di umiliazioni. “Era chiaro da anni che quella casa non fosse adatta a me e Simone – ricorda Sara – Si era reso ancor più evidente in due circostanze: la prima, quando Simone si è sentito male e l’ambulanza non è riuscita a farlo uscire di casa per portarlo in ospedale. La seconda, quando la notte c’è stato il terremoto e tutti nel palazzo sono usciti, mentre noi siamo rimasti chiusi dentro”. Per due volte Sara aveva chiesto un cambio di alloggio al comune di Roma, ma non aveva ricevuto risposta. La terza volta, “con l’aiuto della Asl, in particolare grazie mio prezioso case manager Francesco Meloni e alla responsabile dell’assistenza domiciliare Maria Antonietta Di Roberto, ho deciso che sarei andata fino in fondo. Non l’avrei fatto, senza l’incoraggiamento, la vicinanza e il sostegno pratico di amiche come Elena Improta, che pur vivendo lei stessa una situazione molto difficile, si è spesa tantissimo, ha fatto di tutto, dall’organizzazione dei lavori di ristrutturazione al trasloco all’arredamento. Devo a lei questo sogno che si realizza e mi addolora tanto che lei debba trasferirsi in Toscana per realizzare il suo: qui a Roma non è riuscita a dar vita al suo progetto per il Dopo di noi, così ha deciso di andarsene, per regalare a suo figlio Mario il futuro che desidera per lui. Roma lascia andar via una grande donna. È difficile e faticoso lottare per i nostri figli, far valere i loro diritti, non rassegnarci: ma la mia storia e la gioia che oggi provo, di fronte al sorriso di Simone cullato dal canto delle cicale, insegna che non dobbiamo mollare: la segregazione non deve essere mai accettata come soluzione, né come possibilità, neanche con una pandemia in corso. Si dice che i malati stiano bene in ospedale, ma oggi credo che anche gli ospedali dovrebbero essere più aperti, perché Simone è rifiorito e io con lui, dopo anni di abbrutimento, in cui ci stavamo lasciando andare. Non permettiamo che altri figli e altre mamme diventino invisibili, inesistenti agli occhi nel mondo, chiusi tra le loro quattro mura. Io qui non faccio che pulire, mi sento rinata e ho ritrovato il sorriso: continuo a non avere un soldo, a mangiare grazie alla Caritas e a spendere tutta la pensione di Simone e di mio marito in medicine e assistenza. Ma vedere Simone baciato dal sole e i suoi capelli mossi dal vento mi fa dimenticare ogni problema. E sapere di essere visti, magari ‘sbirciati’, da chi passa qui fuori, o da chi si affaccia a una delle tante finestre che danno sul nostro giardino, mi fa sentire che siamo tornati ad essere parte del mondo. Ed è di questo, più di ogni altra cosa, che tutti, proprio tutti, abbiamo bisogno”.

L’incubo dei presidi “I distanziamenti sono impossibili”

da La Stampa

franco giubilei

Con l’apertura delle scuole alle porte – le lezioni cominceranno il 14 settembre, ma una parte di studenti entrerà negli istituti già il primo del mese per i corsi di recupero -, sale la pressione sui presidi, costretti a barcamenarsi fra una miriade di regole anti-Covid di varia provenienza e il timore fondato di ritrovarsi con un numero insufficiente di insegnanti. Come sempre, le preoccupazioni maggiori riguardano il Sud del Paese: «Il problema centrale è il distanziamento degli alunni – spiega Antonello Giannelli, presidente dell’Associazione nazionale presidi (Anp) -. Non tutte le aule sono adeguatamente spaziose, e molte di quelle che lo sono hanno banchi a due posti, per cui si attendono i banchi monoposto. Questo significa che, in un primo tempo, i ragazzi dovranno sempre indossare le mascherine. La situazione più difficile è nelle regioni meridionali, dove i presidi sono inviperiti perché gli enti locali fanno molta fatica a individuare gli spazi dove far svolgere le lezioni». Secondo i dati dell’Anp, su circa 350mila aule in tutta Italia sono 20mila quelle in cui non potrà essere garantito il distanziamento da subito.

Ma ci sono anche altre difficoltà ad agitare i sonni dei dirigenti scolastici: la giungla di linee guida, disposizioni e accordi in materia di prescrizioni anticontagio, tanto che l’Anp ha realizzato un vademecum con la sintesi delle regole da osservare, e il tema della responsabilità penale in caso di vittime da Covid nelle scuole. «Nel decreto liquidità c’è stata la revisione della responsabilità civile – commenta Giannelli -, stiamo premendo perché sia modificata anche quella penale». Ma a livello locale, specie al Sud, la preoccupazione è grande: «Siamo sommersi dalla mole dei provvedimenti e molto disorientati – dice Anna Maria De Luca, dirigente dell’Istituto comprensivo Fuscaldo, nel Cosentino -. Alle direttive nazionali si aggiungono quelle delle regioni, come quella calabrese che prevede il divieto per i bambini da 0 a 3 anni di scambiarsi i giochi».

Il primo problema saranno le distanze a bordo degli scuola bus, e qui dovranno intervenire i comuni. Una volta a scuola, si presenta subito la difficoltà di tenere separati ingressi e uscite dei ragazzi. Molti istituti non hanno la possibilità di garantirlo perché la porta è una sola: «Il dirigente scolastico rischia penalmente in caso di inosservanza delle regole, visto che il Covid è stato equiparato all’infortunio sul lavoro – aggiunge De Luca -. Io gestisco 11 plessi distanti fra loro, si può immaginare la dimensione del problema».

All’interno delle classi gli alunni dovranno stare a un metro di distanza l’uno dall’altro, ma obbligare a stare lontani bambini e ragazzi disabili, o iperattivi, o semplicemente molto vivaci, è semplicemente impossibile. Un’altra grande questione sono i docenti: è stato promesso l’arrivo di circa 80mila supplenti di rinforzo, ma quanto al fatto che si presentino in tempo per l’inizio dell’anno scolastico i presidi hanno grossi dubbi. «Metà classe dovrà comunque seguire un altro insegnante, con la conseguenza che si interromperà la continuità didattica, noi abbiamo pensato di sorteggiare i ragazzi per limitare il malcontento dei genitori».

Le famose stanze di isolamento dove tenere gli alunni con sintomi sospetti sono reperibili in certe scuole e non in altre. La ricreazione così come il servizio mensa, il cui spazio dovesse essere riconvertito in aula, potrebbero saltare. Se poi si ammala di Covid un prof o un bidello, ecco nuovi dilemmi: «Neanche in questi casi sappiamo come fare», dice De Luca. Da domani il ministero avvierà un help desk, numero verde più mail, per rispondere ai dubbi dei docenti: «Il nostro problema è che non abbiamo punti fermi». —


La doppia vita di prof e madre

da la Repubblica

Viola Ardone

Nei giorni in cui la ministra dell’Istruzione, il Comitato tecnico-scientifico per l’emergenza, gli Uffici scolastici regionali, i Dirigenti e i sindacati sono al lavoro, non senza polemiche, per far ripartire il transatlantico scuola, vengo assalita, complice il caldo ardente, da una sorta di “sindrome da Prof. Jekyll e Mamma Hyde”, che Stevenson mi perdoni.

La Prof. Jekyll che è in me si alza di buon mattino leggendo avidamente i giornali alla ricerca di indicazioni per l’inizio del nuovo anno scolastico, poi incrocia i dati con le curve ascendenti dei contagi e l’abbassamento dell’età media dei “positivi” e inizia a immaginare il 14 settembre con crescente apprensione.

La Mamma Hyde che parimenti alberga in me si sveglia più tardi perché sa che le ferie sono agli sgoccioli e bisogna approfittarne, fa il conto alla rovescia per l’inizio della scuola, prega in cuor suo che le curve epidemiologiche invertano la tendenza e invoca la giustizia terrena e divina affinché le lezioni riprendano regolarmente e in presenza. Ricorda bene, Mamma Hyde, che durante i mesi di chiusura delle scuole ha dovuto occuparsi di caricare e scaricare compiti dalle più svariate piattaforme, implorare i figli perché abbandonassero i videogiochi e si mettessero a studiare, elaborare algoritmi efficaci per sincronizzare gli orari delle videoconferenze e risolvere problemi audio, video, hardware e software.

A ora di pranzo la Prof. Jekyll è perplessa: anche per lei la didattica online è stata faticosa, ma era l’unico modo per mantenere il contatto con i propri alunni, si è sentita a suo modo eroica, durante i grigi mesi di chiusura, ad aprirsi ogni giorno una finestra nelle vite degli studenti, a continuare a fare il proprio lavoro in condizioni proibitive. All’inizio dell’estate, confidando in una remissione del virus, ha pregustato il momento dell’appello, il primo giorno di scuola. Afferra la forchetta ma non ha appetito: come si farà, si chiede, a garantire la sicurezza di alunni, professori e personale scolastico se nei fatti poco è cambiato dal punto di vista logistico rispetto al 4 marzo?

Chi ci assicura che le famiglie ogni mattina misureranno la temperatura ai figli prima di accompagnarli in classe?

Insomma, se ai primi casi sospetti si dovrà optare ancora per la didattica da casa, si prospetta un anno complicato.

Mamma Hyde addenta una bruschetta ma presto le va via l’appetito: più passano i giorni e più le appare chiaro che la ripresa è piena di incognite e teme che la conseguenza per i suoi figli possa essere una istruzione dimezzata. E poi si chiede: perché la temperatura va misurata a casa e non a scuola, come avviene ormai in tutti i locali pubblici?

Nel pomeriggio vorrebbe leggere un libro, la Prof. Jekyll, ma non si concentra. Ogni classe: tanti ragazzi, ogni ragazzo una famiglia, ogni famiglia tanti contatti. La scuola, che è il luogo dello scambio e dell’incontro per eccellenza, rischia di diventare l’epicentro delle paure e del rischio di contagio. La Prof. Jekyll è irritata da uno strisciante senso di panico che cozza violentemente contro il suo senso del dovere. Ci sono poi i colleghi a rischio, riflette chiudendo il libro, come faranno gli ultrasessantenni, le docenti in gravidanza, coloro che sono afflitti già da altre patologie? Alla Prof. Jekyll viene in mente la definizione “lavoratori fragili” e non le piace: non sono i colleghi ad essere fragili ma questo virus ad avere effetti in taluni casi devastanti.

Nemmeno Mamma Hyde riesce a concentrarsi sulle sue occupazioni. È sempre stata convinta che la scuola pubblica, con tante approssimazioni e grazie a tante professionalità, sia stata la grande valvola di democrazia del nostro Paese: il diritto allo studio gratuito e garantito per tutti. Poi, pensando a un autunno e a un inverno simili alla primavera scorsa, le viene l’ansia. Quando i figli saranno a casa ad ascoltare i loro insegnanti da un monitor, come farà lei ad assentarsi ancora dal lavoro?

Che ne sarà della socialità, del gruppo classe, del cooperative learning, del problem solving e di tutte le strategie che ha imparato a conoscere nel corso dei colloqui scuola-famiglia? Riusciranno le scuole, ciascuna nell’ambito della sua autonomia, a organizzare in breve tempo strategie complesse e a dare risposte chiare?

Ma in fondo, mi rendo conto rimuginando, la Prof. Jekyll e Mamma Hyde che convivono in me non sono poi così diverse: entrambe alternano preoccupazione e rabbia, senso di impotenza e paura, fanno la tara tra la necessità inderogabile che la scuola torni a essere centrale nella vita del nostro Paese e le numerosissime incognite davanti alle quali un presente scivolosissimo ci pone. Entrambe arrivano a sera battibeccando tra di loro, fino a capire che solo unendo le proprie voci sarà forse possibile riuscire a mettere in moto la macchina complicatissima di un nuovo anno scolastico. Che va difeso a tutti i costi, mettendo da parte le separazioni.

L’autrice è insegnante e ha scritto “Il treno dei bambini” (Einaudi Stile Libero)


Landini “I ritardi ci sono e non faremo il capro espiatorio Da Azzolina accuse inaccettabili”

da la Repubblica

Roberto Mania

ROMA — «Sono accuse inaccettabili e sbagliate», dice Maurizio Landini, segretario generale della Cgil mentre legge e rilegge l’intervista che la ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina ha rilasciato a Repubblica nella quale parla di un sabotaggio in atto da parte dei sindacati per impedire la riapertura delle scuole.

Landini, ma voi volete che si riaprano le scuole o preferite la conferma della didattica a distanza, certamente più sicura per i professori e il personale scolastico?

«Guardi, è da aprile che, subito dopo la firma del protocollo sulla sicurezza nelle fabbriche, insieme a Cisl e Uil abbiamo chiesto al governo di definire le modalità per riaprire le scuole in presenza e in sicurezza.

Siamo da sempre per la riapertura senza se e senza ma».

E allora come spiega le accuse così gravi della Azzolina, che è la ministra dell’Istruzione, non una cittadina qualsiasi?

«Con sincerità non ne capisco il senso e neanche l’obiettivo. Il sabotaggio è un reato, se la ministra ha elementi per parlare di una cosa del genere faccia nomi e cognomi e indichi episodi concreti. Sono accuse del tutto generiche».

La ministra parla di “diffide, minacce di scioperi, richieste di aspettative”. Se non è sabotaggio, poco di manca. Le risultano anche a lei?

«Insisto, quel che pensiamo lo diciamo alla luce del sole. Siamo abituati così: ad assumerci le nostre responsabilità, noi non siamo il sindacato dei ricorsi e delle diffide.

Tanto che a giugno le nostre categorie hanno scioperato proprio contro i ritardi nell’avvio della messa in sicurezza della scuole e nel processo di regolarizzazione del personale precario. E non a caso abbiamo appena firmato i protocolli sulla sicurezza per la riapertura delle scuole di ogni ordine e grado»

Per il sindacato vengono prima gli interessi dei lavoratori della scuola, insegnanti compresi, o quelli degli studenti e delle loro famiglie?

«Questione mal posta. Noi rappresentiamo tutti o abbiamo l’ambizione di farlo: le persone che lavorano nella scuola, i lavoratori che mandano i propri figli a scuola e gli studenti. Sono interessi convergenti, non contrapposti perché il buon funzionamento del nostro sistema di istruzione è un interesse generale.

L’obiettivo comune è che la didattica riparta in presenza e in sicurezza per tutti».

Ma i giovani, non iscritti al sindacato, forse contano di meno per voi. O no?

«Assolutamente no. Questa volta noi non difendiamo l’esistente; questa volta pensiamo che vada colta un’occasione irripetibile per cambiare da cima a fondo, radicalmente, il nostro sistema di istruzione per garantire il diritto universale e pubblico alla conoscenza. Le risorse messe a disposizione dal Recovery Fund devono essere utilizzate anche per questo obiettivo. La scuola, il diritto all’istruzione e alla formazione permanente di tutti, giovani e meno giovani, devono essere al centro di quella che mi piace chiamare “la rinascita del Paese”, non una mera “ricostruzione”. La pandemia ha solo accentuato le gravi lacune del nostro sistema scolastico dovute anche ai tagli effettuati in questi anni.

Dobbiamo voltare pagina, investendo sull’intelligenza di chi lavora e sulla qualità delle relazioni sindacali».

Quali sono le cose da cambiare?

«C’è una grave situazione dell’edilizia scolastica: metà degli edifici sono stati costruiti prima degli anni Settanta, il 43 per cento si trova in zone ad elevato rischio sismico.

L’emergenza c’era già, la pandemia l’ha accentuata. Dobbiamo ripensare il sistema di istruzione con l’obbligo scolastico dai tre ai diciotto anni, raggiungere l’obiettivo europeo per gli asili nido, estendere il tempo pieno, riconoscere il diritto soggettivo alla formazione permanente per ridurre il rischio che parte del mondo del lavoro resti fuori dai processi di trasformazione tecnologica. Davvero, non credo che questo sia il momento delle polemiche ma quello in cui si risolvono i problemi. È inutile cercare capri espiatori».

Resta una situazione di forte incertezza per le famiglie. Di chi è la colpa?

«Il governo, non solo la ministra, dovrebbe riconoscere che, purtroppo, si è accumulata una serie di ritardi. E non per responsabilità del sindacato. Si deve recuperare».

Al di là dei grandi obiettivi, forse anche condivisi, lo scontro con il governo riguarda la stabilizzazione del personale precario. La ministra, però, ha detto che si faranno i concorsi.

«I concorsi devono avere cadenza regolare per dare certezza a tutti, anche ai giovani. Siamo contrari a una scuola che si è trasformata negli anni in una fabbrica di precariato. Ci sono ogni anno decine di migliaia di posti in organico di fatto che rimangono precari. Sono sempre più convinto che i nostri ritardi nella crescita dipendano in larga misura dall’abnorme precarietà nel mondo del lavoro. Ma così non ci sarà alcuna “rinascita”».

Concorso Dirigenti Scolastici, elenco assegnazioni vincitori per regione

da OrizzonteScuola

Di redazione

Concorso Dirigenti Scolastici: pubblicata l’assegnazione dei nuovi nominati per scorrimento di graduatoria per l’anno scolastico 2020/21. In elenco non figura il Ministro Azzolina, che non rientrava nel numero dei posti autorizzati.

L’elenco è stato diffuso dal Ministero. Numerose le assegnazioni nella prima regione scelta, ma ci sono anche docenti che dovranno spostarsi nella regione indicata come scelta n. 10, 13 o 14.

529 i nuovi Dirigenti Scolastici per l’anno scolastico 2020/21

Il MEF ha autorizzato 529 nomine. Di queste 458 riguardano la procedura concorsuale di cui al DDG 1259/2017; 29 i soggetti inclusi nella graduatoria di merito ex DDG 13 luglio 2011, 42 corrispondono a richieste di trattenimento in servizio ex articolo 1, comma 87 della Legge n. 208/2015.

I candidati utilmente collocati nella graduatoria  del concorso Dirigenti Scolastici hanno indicato l’ordine di preferenza tra le 18 regioni disponibili esclusivamente tramite POLIS entro il 10 agosto 2020. Ade

i vincitori sono assegnati ai ruoli regionali sulla base dell’ordine di graduatoria e delle preferenze espresse, nel limite dei posti vacanti e disponibili in ciascun USR.

I vincoli

I vincoli del Decreto direttoriale del 23 novembre 2017 sono quello di permanenza triennale nella regione di assegnazione e di mobilità interregionale, derivanti dall’art. 9, comma 4 del CCNL Area V del 15/7/2010 e successive modifiche. I sindacati chiedono un incontro su questo aspetto.

Il Ministro Azzolina non è in elenco

Il Ministro Azzolina, non è rientrata nel numero dei Dirigenti Scolastici nominati per l’anno scolastico 2020/21. Le nomine sono arrivate infatti fino al n. 2.492, seppure non siano da escludere rinunce e successivo scorrimento della graduatoria.

Subito dopo l’avvio della procedura il Ministero aveva diffuso un comunicato nel quale si spiegava il meccanismo del concorso, dopo le polemiche suscitate per la possibile nomina del Ministero.

Ritorno in classe, libri e dispositivi digitali gratis per oltre 400mila studenti. Tutti i dati regione per regione

da OrizzonteScuola

Di Andrea Carlino

Libri e dispositivi digitali gratis per gli studenti meno abbienti. In Italia sono un totale di 425.049 studenti che hanno difficoltà per l’acquisto di libri e di materiale digitale necessario per frequentare la scuola.

Il ministero dell’Istruzione ha messo a disposizione un finanziamento di 236  milioni di euro: “Un provvedimento mai preso prima. Un finanziamento  diretto agli istituti che consente di dare subito una mano alle  famiglie che sono più in difficoltà, magari proprio a causa  dell’emergenza”.

La regione con il più alto numero di studenti che avranno la fornitura gratis è la Campania con 74.434, seguita dalla Sicilia con 61.184, dalla Lombardia con 51.076, dalla Puglia con  45.920 e dalla Regione Lazio con 28.906 studenti.

A seguire il Piemonte con 26.088 studenti, poi la Toscana con 21.998 studenti, di seguito il Veneto con 21.823 studenti, l’Emilia Romagna  con 21.429 studenti, la Calabria con 17.370 studenti. E ancora le  Marche con 11.305 ragazzi, seguite dalla Sardegna con 10.707 ragazzi,  dall’Abruzzo con 7.554, dalla Liguria con 6.718, dall’Umbria con  5.896.

Le ultime tre regioni sono il Friuli Venezia Giulia con 5.306 studenti, la Basilicata con 5.239, il Molise con 2.096.

Abruzzo: 7.554

Basilicata: 5.239

Campania: 74.434

Calabria: 17.370

Emilia Romagna: 21.429

Friuli Venezia Giulia: 5.306

Lazio: 28.906

Liguria: 6.718

Lombardia: 51.076

Marche: 11.305

Molise: 2.096

Piemonte: 26.088

Puglia: 45.920

Sardegna: 10.707

Sicilia: 61.184

Toscana: 21.998

Umbria: 5.896

Veneto: 21.823

Totali: 425.049

Dirigenti scolastici fuori regione, si cerca soluzione

da La Tecnica della Scuola

Come era facilmente prevedibile l’assegnazione delle sedi ai dirigenti scolastici assunti dal 1° settembre prossimo scontenta molti neo-dirigenti, soprattutto quelli che dovranno allontanarsi molto dalla propria regione.
In diversi segnalano situazioni che vengono considerate vere e proprie storture legate a meccanismi burocratici che non tengono conto dei problemi concreti delle persone.
E così ci sono i casi un po’ paradossali, che però non sono una novità, del neo-ds X che abita in Calabria e ha ottenuto la sede in Sicilia e viceversa.
Tanto che si sta già formando un piccolo comitato spontaneo che vorrebbe chiedere al Ministero di consentire lo scambio della sede fra gli interessati.
Va detto che, per varie ragioni, la pratica dello scambio di sede non è mai stata considerata con favore dalla Pubblica Amministrazione.
Alcuni anni fa nel CCNI della mobilità annuale del personale docente era stata concessa questa possibilità, ma a conti fatti pochissimi dipendenti ne avevano usufruito.
Adesso, però, gli interessati fanno osservare che la situazione è del tutto particolare anche a causa della emergenza Covid.
La prossima settimana il tema potrebbe essere oggetto di esame nel corso di un incontro fra sindacati e Ministero e forse se ne saprà qualcosa di più.

Rientro a scuola: sindacati contro Azzolina, ma con cautela

da La Tecnica della Scuola

Dopo le prese di posizione di singole sigle, arriva oggi il comunicato unitario ufficiale con cui i sindacati parlano del rientro a scuola più che commentare l’intervista che la ministra Azzolina ha rilasciato a Repubblica nei giorni scorsi.
Ma i toni, sorprendentemente, sono piuttosto morbidi, segno che le organizzazioni sindacali, almeno in questa fase, non vogliono alzare ancora di più il livello dello scontro con la Ministra.

La replica dei sindacati ad Azzolina

A proposito della mancanza di collaborazione di cui parla Azzolina li accusa, i sindacati replicano: “Abbiamo contribuito alla redazione del protocollo per il rientro a scuola in sicurezza il 1° settembre, ancora inattuato, così come avevamo a suo tempo collaborato attivamente alla stesura di quello che ha consentito di svolgere serenamente e positivamente gli esami di stato in presenza. Si fa perciò molta fatica a trovare argomenti che possano giustificare i pesanti attacchi rivolti da più parti ai sindacati, tacciati ancora una volta, in modo generico e indistinto, di essere un freno ad un altrettanto generico e indecifrabile cambiamento”.

“Il sindacato – aggiungono – non possiede poteri decisionali, attribuiti a chi governa, ma esercita una rappresentanza sociale svolgendo in un contesto di libertà e pluralismo funzioni il cui valore è riconosciuto dalla Costituzione. Preoccupante che qualcuno consideri tutto questo come un fastidioso impiccio, paventando – come accade nei peggiori contesti totalitari – indimostrabili e inesistenti sabotaggi”.

 

La polemica con Galli Della Loggia

Ma con il comunicato odierno, i sindacati rispondono anche al professore Ernesto Galli Della Loggia che in un editoriale pubblicato sul Corriere lancia nei loro confronti accuse decisamente pesanti, tra le quali persino quella di poter godere dell’uso di veri e propri uffici presso il Ministero.

“Al professor Galli della Loggia – sottolineano i segretari nazionali – vogliamo dire che fra i tanti italiani che ignorano l’esistenza di uffici dei sindacati scuola nelle stanze del ministero ci siamo anche noi. Ammesso e non concesso che riservare uno spazio ai rappresentanti dei lavoratori sia da considerarsi illecito e/o disdicevole, non abbiamo infatti mai avuto, né abbiamo, uffici all’interno del Ministero. Li hanno, come previsto dalla legge 300 per chi rappresenta i lavoratori pubblici e privati, i sindacati che organizzano i dipendenti del Ministero, peraltro nel piano interrato e non al piano di ingresso”.

La telefonata fra Conte e Azzolina

Non una parola si legge invece nel comunicato a proposito delle “rivelazioni” contenute in un articolo pubblicato oggi dal quotidiano Il Messaggero secondo cui il presidente Conte avrebbe telefonato alla ministra Azzolina per richiamarla a maggior moderazione nei confronti delle organizzazioni sindacali.
E neppure una parola viene dedicata alla durissima dichiarazione della ex ministra Valeria Fedeli.
In ogni caso resta il fatto che il clima è molto teso e che i problemi sul tappeto sembrano sempre più difficili da risolvere.
Proprio oggi, per esempio, il presidente della Regione Campania De Luca ha detto che a suo parere che prima di entrare in classe gli alunni dovrebbero essere sottoposti al test di temperatura, operazione in sé non complicatissima ma che richiede strumentazione e organizzazione adeguate.