Due settimane nel limbo

Due settimane nel limbo

di Rita Manzara

Sembra il titolo di un film, ma è la descrizione più calzante che si possa attribuire alla situazione che vivranno le nostre scuole nei primi (quattordici?) giorni del prossimo mese.

Infatti, anche se si parla quasi esclusivamente della “fatidica” data del 14 settembre, non si deve dimenticare che l’anno scolastico 2020/2021 ha inizio il primo giorno del mese in questione.

Negli anni passati questo periodo era finalizzato prevalentemente alla programmazione dell’organizzazione scolastica attraverso una serie di riunioni degli organi collegiali, pur se veniva dato spazio anche alla formazione dei docenti e alle iniziative di recupero degli apprendimenti in favore degli alunni.

Allo stato attuale, queste ultime iniziative hanno carattere obbligatorio, in quanto sono previste dal Decreto legge n 22/2020e dall’OM del 16 maggio 2020 come “attività didattica ordinaria”. 

Oltre alla predisposizione del complesso e complicato avvio delle lezioni “ordinarie”, a decorrere dal primo settembre 2020 dovrebbero, pertanto, avere inizio le attività programmate in relazione ai Piani di integrazione degli apprendimenti (PIA) ed ai Piani di apprendimento individualizzati (PAI), tenendo presente che le decisioni adottate nei Piani in questione dovranno essere documentate come parte integrante del PTOF.

Trattandosi di documenti da predisporre obbligatoriamente in fase di valutazione scolastica finale, in tutte le Istituzioni scolastiche si è provveduto già nel mese di giugno ad individuare gli studenti per i quali si rende necessario l’intervento didattico al fine di conseguire determinati obiettivi di apprendimento.

Vista l’incertezza che ancora caratterizza l’inizio delle lezioni “per tutti”, è molto probabile che la data del 1 settembre 2020 non sia quella di effettivo inizio dei corsi di recupero. La stessa Ordinanza Ministeriale n. 11 del 16 maggio 2020 afferma testualmente che “Tali attività integrano, ove necessario, il primo periodo didattico (trimestre o quadrimestre) e comunque proseguono, se necessarie, per l’intera durata dell’anno scolastico 2020/2021”,

Ciò, nonostante, la nota d.d. 26 agosto 2020 del Capo Dipartimento per il sistema educativo di istruzione e di formazione Dott. Marco BRUSCHI avente per oggetto: “Piano di integrazione degli apprendimenti e Piano di apprendimento individualizzato. Indicazioni tecnico operative” precisa che tali attività si svolgono a partire dal giorno 1 settembre e, senecessario, nel corso di tutto l’anno scolastico 2020-2021, secondo tempi, forme e modalità stabilite dalle singole autonomie scolastiche. 

Nella maggior parte delle scuole restano, tuttavia, probabilmente ancora da definire importanti aspetti organizzativi, primo fra tutti l’individuazione delle risorse umane da mettere in campo per la realizzazione dei PAI.

Oltre alla difficile questione inerente gli adempimenti contrattuali ordinari correlati alla professione docente e non automaticamente assimilabili ad attività professionali aggiuntive da retribuire con emolumenti di carattere accessorio, va tenuto conto sia dei mutamenti sia dei possibili posti ancora vacanti nell’organico del personale docente.

Al momento non è garantita, quindi, la coincidenza tra il docente che ha predisposto il piano di recupero e quello che verrà effettivamente coinvolto in questa attività.

In ogni caso, è ancora da effettuare il lavoro concreto di progettazione dell’impiego delle risorse derivanti dalla di flessibilità didattica e organizzativa di cui al D.P.R. n.275 del 1999 (Regolamento sull’autonomia) 

Al di là del problema del personale, molti si chiedono, inoltre, se sia il caso di avviare tali attività in situazione di didattica in presenza oppure a distanza.

Basti rammentare che la questione non può essere assimilata, – come afferma BRUSCHI – ad un mero adempimento formale, tanto è vero che i dirigenti scolastici sono formalmente chiamati, “secondo quanto previsto dall’OM 11/2020, nell’esercizio del potere organizzativo loro riconosciuto dalle vigenti norme, a seguito della delibera del Collegio dei Docenti per le competenze ad esso riconosciute in materia di programmazione dell’offerta formativa e di valutazione degli apprendimenti, a definire con propri atti le procedure di espletamento delle attività di recupero e integrazione, fermo restando l’obbligo di prestazione lavorativa delle attività deliberate.”

INTEGRAZIONE DEGLI APPRENDIMENTI E APPRENDIMENTO INDIVIDUALIZZATO

INTEGRAZIONE DEGLI APPRENDIMENTI E APPRENDIMENTO INDIVIDUALIZZATO: COME IL MINISTERO DA ORGANO DI MOTIVAZIONE DEL PERSONALE PREFERISCA DIVENTARE ORGANO DI CONFUSIONE E DI DIVISIONE

Roma, 27 agosto- Il Ministero dell’Istruzione, in merito alle attività di integrazione degli apprendimenti e dell’apprendimento individualizzato previste dal DL 22/2020 e da successive ordinanze attuative, con una apposita nota emanata  nella giornata di ieri 26 agosto,  fornisce alle scuole una discutibile interpretazione secondo la quale tali attività  sarebbero da collocarsi nell’alveo degli adempimenti contrattuali ordinari correlati alla professione docente e non automaticamente assimilabili ad attività  aggiuntive da retribuire con il salario accessorio.

La nota si lancia in una impropria distinzione fra attività che possono e non possono essere retribuite, non sulla base della natura delle stesse ma sulla base del periodo in cui tali attività vengono svolte (non retribuite se svolte dal 1° settembre all’inizio delle lezioni, retribuite se svolte successivamente).

Si tratta di una distinzione arbitraria, che non si trova nelle norme esistenti, non si trova nel Contratto e non la si trova neppure, checché ne dica il Ministero, del citato D.L. 22/2020.

 Di quest’ultimo si dà un’interpretazione speciosa, attribuendo alla nozione di attività didattica ordinaria un significato “a tempo”, quando invece attività didattica ordinaria ha un significato univoco e permanente, sia che essa venga prestata nelle normali ore di lezione, sia in aggiunta durante il periodo di attività didattica da calendario scolastico, sia in aggiunta durante i periodi dell’anno scolastico antecedenti all’inizio e successivi al termine delle lezioni.

È sconfortante dovere assistere a misure che invece di motivare scoraggiano, invece di promuovere confondono.

Con l’aggravante che un tale atteggiamento proveniente dall’alto, poco rispettoso di norma e contratto, venga caricato sulle spalle dei dirigenti scolastici, ai quali si chiede di organizzare  a costo zero attività di recupero e integrazione e  dei docenti ai quali si chiede di lavorare senza corrispettivo economico, magari con l’argomento irricevibile e inaccettabile che essi vengono da un anno in cui “sono stati a casa per sei mesi”, dopo che, a partire dalla Ministra, non si è persa occasione di elogiare lo spirito di sacrificio dei docenti che hanno fatto la loro parte e hanno permesso alla scuola di funzionare al massimo delle possibilità consentite dalla situazione.

Ancora una volta, come in altre occasioni, non si potrà evitare che parta la giostra dei professionisti dei ricorsi che questa volta avranno buone ragioni di appellarsi alla norma e al contratto violati. Così come sarebbe più che comprensibile se molti collegi docenti, per evitare contenziosi, programmino le attività di recupero a partire dal primo giorno di lezione anziché dal primo settembre. Quest’ultim soluzione potrebbe essere quella più diffusa, anche perché le scuole in questi giorni stanno ancora tentando di organizzare la riapertura con i mille problemi: banchi che non arrivano, spazi inadeguati, trasporti non garantiti, personale insufficiente, assenza di indicazioni chiare da MI sui lavoratori fragili.

Laddove invece le attività possano nonostante tutto partire prima, andranno ovviamente giustamente retribuite dal Mof tramite la contrattazione di Istituto.

Ancora una volta, come in altre occasioni, si è seguita la strada del non ascolto e della non mediazione che divide e confonde, in una situazione che invece richiede di convogliare in una sola direzione tutte le forze contro l’attuale drammatica comune difficoltà, da cui solamente tutti insieme si può uscire.

ATTIVITÀ DI RECUPERO

ATTIVITÀ DI RECUPERO, GILDA: NO A LAVORO GRATIS, NOTA MI ILLEGITTIMA

“Il contratto collettivo nazionale parla chiaro: le attività di recupero devono essere programmate dal Collegio dei Docenti e retribuite utilizzando i fondi del Mof (Miglioramento dell’offerta formativa) e quelli risparmiati dagli esami di Maturità. Respingiamo, dunque, al mittente la nota con cui il Ministero dell’Istruzione dispone illegittimamente che, invece, queste ore di servizio vengano prestate a titolo gratuito dai docenti”. A dichiararlo è Rino Di Meglio, coordinatore nazionale della Gilda degli Insegnanti, che insieme con gli altri sindacati rappresentativi ha inviato a viale Trastevere una lettera di protesta.

Di Meglio sottolinea che, in base alla normativa vigente, ultima la riforma Madia, l’orario di lavoro rientra nelle competenze del CCNL e definisce la nota del Mi “un intervento a gamba tesa, una netta invasione di campo in un ambito che è riservato al contratto. Evidentemente a causa dell’emergenza sanitaria – continua Di Meglio – al Ministero c’è chi si sente in diritto di autoinvestirsi di pieni poteri”.

“L’orario delle lezioni segue il calendario scolastico regionale e nel periodo che intercorre tra il 1 settembre e l’inizio delle attività didattiche non esiste alcun obbligo contrattuale di garantire l’orario di insegnamento. Se, dunque, interviene la necessità di prestare servizio extra, gli insegnanti devono percepire un compenso aggiuntivo. La nota emanata dal Ministero dell’Istruzione – avverte il coordinatore nazionale della Gilda – provocherà contenzioso nelle scuole e anche noi ci riserviamo di intraprendere le iniziative legali necessarie per ripristinare un sacrosanto diritto sancito dal CCNL”.

Rapporto Remote Learning Reachability

UNICEF/COVID-19: almeno un terzo dei bambini nel mondo che vanno a scuola – 463 milioni – senza apprendimento a distanza durante le chiusure

27 agosto 2020 – “Secondo un nuovo rapporto dell’UNICEF pubblicato oggi – mentre i paesi di tutto il mondo sono alle prese con i loro piani di ‘ritorno a scuola’ -, almeno un terzo dei bambini nel mondo che vanno a scuola – 463 milioni di bambini in tutto il mondo – non hanno potuto accedere all’apprendimento a distanza quando le loro scuole sono state chiuse a causa del COVID-19”, ha detto il Presidente dell’UNICEF Italia Francesco Samengo.

“Per almeno 463 milioni di bambini le cui scuole sono state chiuse a causa del COVID-19, non è stato possibile accedere all’apprendimento a distanza”, ha dichiarato Henrietta Fore, Direttore Generale dell’UNICEF. “Il numero di bambini la cui istruzione è stata completamente interrotta per mesi è un’emergenza educativa globale. Le ripercussioni potrebbero essere avvertite nelle economie e nelle società per i decenni a venire”. 

Al culmine delle misure di lockdown a livello nazionale e locale, quasi 1,5 miliardi di studenti sono stati colpiti dalla chiusura delle scuole.

Il rapporto Remote Learning Reachability evidenzia i limiti dell’apprendimento a distanza e mostra le profonde disuguaglianze di accesso.

Il rapporto evidenzia una significativa disuguaglianza tra le regioni. Gli studenti dell’Africa subsahariana sono i più colpiti, con la metà degli scolari che non possono essere raggiunti con l’apprendimento a distanza.  

RegionePercentuale minima di scolari che non possono accedere all’apprendimento da remoto (%)Numero minimo di scolari che non possono accedere all’apprendimento da remoto
Africa orientale e Meridionale49% 67 milioni 
Africa occidentale e centrale48% 54 milioni 
Asia orientale e Pacifico20% 80 milioni 
Medio Oriente e Nord Africa40% 37 milioni 
Asia meridionale38% 147 milioni 
Europa orientale e Asia Centrale34% 25 milioni 
America Latina e Caraibi9% 13 milioni 
Globale31% 463 milioni 

Secondo il rapporto, gli studenti delle famiglie più povere e quelli che vivono nelle zone rurali sono di gran lunga i più a rischio di perdere le lezioni durante le chiusure. A livello globale, il 72% degli scolari che non possono accedere all’apprendimento a distanza vivono nelle famiglie più povere dei loro paesi. Nei Paesi a reddito medio-alto, gli scolari delle famiglie più povere rappresentano fino all’86% degli studenti che non possono accedere all’apprendimento a distanza. A livello globale, tre quarti degli scolari senza accesso vivono in zone rurali.  

Il rapporto rileva inoltre tassi di accesso diversi a seconda delle fasce d’età, gli studenti più giovani perderanno più probabilmente la formazione a distanza durante gli anni più critici del loro apprendimento e del loro sviluppo: 

  • , soprattutto a causa delle sfide e dei limiti dell’apprendimento online per i più piccoli, della mancanza di programmi di apprendimento a distanza per questa categoria di istruzione e della mancanza di risorse a casa per l’apprendimento a distanza.   
  • Almeno il 24% circa degli studenti delle scuole secondarie di primo grado – 78 milioni di studenti – non è stato raggiunto. 

Il rapporto utilizza un’analisi rappresentativa a livello globale sulla disponibilità a casa di tecnologie e strumenti per l’apprendimento a distanza tra gli studenti delle scuole pre-primarie, primarie, secondarie di primo e secondo grado, con dati provenienti da 100 paesi. I dati includono l’accesso alla televisione, alla radio e a internet, e la disponibilità di programmi di studio distribuiti tramite queste piattaforme durante la chiusura delle scuole.

Sebbene i numeri del rapporto presentino un quadro preoccupante sulla carenza dell’apprendimento a distanza durante la chiusura delle scuole, l’UNICEF avverte che la situazione è probabilmente molto peggiore. Anche quando i bambini hanno la tecnologia e gli strumenti a casa, potrebbero non essere in grado di apprendere a distanza attraverso quelle piattaforme a causa di altri fattori in casa, tra cui la pressione a svolgere faccende domestiche, l’essere costretti a lavorare, un ambiente inadeguato per l’apprendimento e la mancanza di supporto nell’uso del programma di studio, online o diffuso tramite altri mezzi.

            L’UNICEF invita i governi a dare priorità alla riapertura in sicurezza delle scuole quando cominceranno ad allentare le restrizioni di lockdown. Qualora la riapertura non fosse possibile, l’UNICEF invita i governi a inserire nei piani di continuità scolastica e di riapertura l’apprendimento compensativo per il tempo di istruzione perduto. Le politiche e le pratiche di apertura delle scuole devono includere l’ampliamento dell’accesso all’istruzione, compreso l’apprendimento a distanza, specialmente per i gruppi marginalizzati. I sistemi scolastici devono anche essere adattati e costruiti per resistere alle crisi future.

ITALIA – Dichiarazione del Presidente dell’UNICEF Italia Francesco Samengo: “Questo nuovo rapporto evidenzia ancora una volta, se necessario, la crucialità dell’istruzione sulle opportunità di vita presenti e future di bambini e ragazzi. Come tutte le crisi, il Coronavirus ha avuto effetti ancora più drammatici sui più vulnerabili. Anche in Italia, dove, secondo l’ISTAT, vivono 1 milione e 100 mila bambine e bambini in povertà assoluta e solo il 6,1% vive in famiglie dove è disponibile un computer per ogni componente. Ci auguriamo che gli sforzi messi in campo in questi mesi permettano la riapertura delle scuole in sicurezza, allo stesso tempo, nell’eventualità di nuove chiusure, bisognerà garantire un’attenzione speciale a bambini e adolescenti con disabilità, minorenni fuori famiglia o appartenenti a gruppi più vulnerabili”.

Il Quadro di riferimento dell’UNICEF per la riapertura delle scuole, pubblicato in collaborazione con l’UNESCO, l’UNHCR, il WFP e la Banca Mondiale, offre consigli pratici per le autorità nazionali e locali. Le linee guida si concentrano sulla riforma delle politiche, sui requisiti di finanziamento, sulle operazioni sicure, sull’apprendimento compensativo, sul benessere e sulla protezione e sul raggiungimento dei bambini più esclusi.

Nell’ambito della campagna Reimagine, che mira ad evitare che la pandemia di COVID-19 aggravi una crisi duratura per i bambini, specialmente per i più poveri e vulnerabili, l’UNICEF chiede investimenti urgenti per colmare il divario digitale, raggiungere ogni bambino con l’apprendimento a distanza e, cosa ancora più importante, dare priorità alla riapertura sicura delle scuole. 

Sgambato (Pd): servono pediatri di comunità e medici

da Il Sole 24 Ore

di Redazione scuola

«Le scuole devono ripartire e ciò deve e può avvenire garantendo sicurezza e tranquillità alle famiglie. Per questo scopo è utile una sinergia stretta tra ministero dell’Istruzione e ministero della Salute, e utilizzare, come il Partito Democratico sta dicendo da tempo, il Mes e il Recovery Fund per l’emergenza sanitaria e per rilanciare la medicina scolastica. Per questo pensiamo seriamente alla necessità di attivare per le scuole servizi di vigilanza sanitaria in presenza, assegnando un pediatra di comunità ogni 8 piccole strutture 0-6 (servono 4mila medici) e 1 medico per ogni scuola autonoma (servono 8mila medici). Insomma, 12mila giovani medici e personale infermieristico per essere tutti – grandi e piccoli – più sereni e tranquilli.

Diritto alla didattica di qualità e in sicurezza
A scriverlo è la responsabile Scuola del Pd, Camilla Sgambato. «Non si può scaricare sui docenti responsabilità e competenze che nulla hanno a che vedere con la loro formazione. La presenza di un medico a scuola oggi mi sembra una necessità e, guardando al futuro, un fattore di grande valore civico. Ogni singolo euro investito oggi nell’istruzione e nell’efficienza del sistema scolastico è un investimento ad alta redditività per il futuro, altrimenti siamo condannati ad un progressivo scivolamento verso il basso. Il diritto alla didattica di qualità in presenza va di pari passo con quello alla salute»

De Micheli media sui trasporti ma è fumata nera con le Regioni

da Il Sole 24 Ore

di Manuela Perrone, Claudio Tucci

Per attenuare il rischio caos nel trasporto pubblico alla riapertura delle scuole il governo potrebbe introdurre nuove eccezioni alle regole su mascherine e distanziamento di un metro, al momento vigenti, come da indicazioni del Comitato tecnico scientifico. A proporre un limitato “ammorbidimento” delle linee guida sanitarie, con l’obiettivo di incrementare la capienza in condizioni di sicurezza sui mezzi in vista della ripresa in presenza delle lezioni e di andare incontro alle richieste delle regioni, è stata ieri la ministra delle Infrastrutture e dei Trasporti, Paola De Micheli, che alle 11 insieme ai colleghi Roberto Speranza (Salute) e Lucia Azzolina (Istruzione), ha partecipato al confronto con i governatori convocato dal ministro degli Affari regionali Francesco Boccia. Che ha precisato: «Abbiamo il dovere di dare a famiglie e scuole la garanzia di ricominciarenella massima sicurezza. Per questo il coordinamento con regioni ed enti locali sarà permanente fino all’avvio dell’anno scolastico».

Ai presidenti, che stamane si riuniranno per la Conferenza delle regioni presieduta da Stefano Bonaccini (Emilia Romagna), Boccia ha proposto di adottare le indicazioni dell’Iss per gestire eventuali casi di Covid-19 nelle scuole. Ma il vero nodo restano i trasporti. Secondo i territori, in pressing da giorni, il rispetto delle attuali limitazioni dettate per arginare il coronavirus porterà a far viaggiare i mezzi al 50-60% di capienza, rendendo impossibile garantire il regolare servizio alle scuole. L’obiettivo di una fetta del governo è quello di far salire questa percentuale almeno al 70-80%. Come? De Micheli ha avanzato alcune proposte sul trasporto pubblico locale: definizione più ampia sia del concetto dei congiunti, per includere anche compagni di classe e colleghi di lavoro, sia dei tempi di permanenza a bordo (oggi 15 minuti) per derogare al distanziamento di un metro, certificazione dei sistemi di aerazione e filtraggio dei mezzi, obbligo di mascherina chirurgica e differenziazione degli orari per diluire i flussi di passeggeri. Non solo. Per le percorrenze più lunghe, la ministra ha suggerito anche l’adozione a bordo dei mezzi di separatori morbidi coerenti con le prescrizioni di sicurezza e la differenziazione degli orari di apertura e chiusura delle scuole. Un punto, quello dello scaglionamento di ingressi e uscite, condiviso anche dagli scienziati pubblici (con due blocchi orari nella fascia 7.30-9.30, in particolare per le superiori) come utile a decongestionare i trasporti.

Dopo lo stanziamento di 400 milioni a sostegno del Tpl, a cui ci si affida sopra i 14 anni, nel decreto Agosto, De Micheli ha garantito inoltre che sosterrà la richiesta di ulteriori stanziamenti in autunno. E ha ricordato anche la possibilità per le regioni di utilizzare mezzi privati aggiuntivi per il trasporto pubblico, attraverso il ricorso all’articolo 1 del Dl Semplificazioni che consente di bandire gare veloci sotto soglia europea. Le proposte della ministra sono state inviate al vaglio dei tecnici del Cts, che si sono riuniti ieri pomeriggio, e sarebbero disposti ad allentare alcune maglie.

Anche perché le regioni, e tutte le famiglie e gli studenti, a una manciata di giorni dall’avvio delle lezioni, chiedono certezze sui trasporti, ma anche su organici e spazi. «Sono temi centrali per la ripresa in sicurezza delle attività scolastiche rispetto ai quali – ha sottolineato Bonaccini – chiediamo un impegno forte del governo, stante l’attuale situazione di straordinarietà». Sul piede di guerra sono soprattutto i presidenti di centrodestra, all’unisono con i leader secondo cui «i cittadini non meritano un pasticcio del genere» (Salvini) e il governo «brancola nel buio» (Meloni). «Si emettano linee guida sui mezzi pubblici coerenti con il mondo reale», ha tuonato Giovanni Toti (Liguria), aggiungendo anche a nome di molti colleghi il «no all’obbligo della mascherina in classe». Per il leghista Attilio Fontana (Lombardia) bisogna «cambiare modello: ingressi scaglionati combinati alla didattica a distanza».

Sul fronte degli organici aggiuntivi, a tempo determinato, ha risposto alle domande dei governatori la ministra Azzolina, annunciando come, tra decreti Rilancio e Agosto, si potranno avere oltre 70mila unità di organico in più tra docenti e personale tecnico amministrativo (Ata). Al momento, la situazione di difficoltà per via degli spazi riguarderebbe circa 140mila studenti, che con le regole sanitarie previste non troverebbero posto nelle aule. Per loro si cercano spazi aggiuntivi, in concerto con gli enti locali. In attesa di spazi e nuovi banchi, i presidi si stanno arrangiando, ricorrendo a turnazioni e a didattica a distanza (al momento ammessa dal ministero solo per le superiori).

«Nessun mezzo in più Puntiamo sul car pooling»

da Il Sole 24 Ore

di Claudio Tucci

«L’agenzia per la mobilità regionale ci ha comunicato che non ci saranno mezzi di trasporto aggiuntivi e che il servizio extraurbano non sarà incrementato. Per me, ma soprattutto per i miei studenti, questo rappresenta una grave criticità, visto che su 1.200 ragazzi almeno 8/900 utilizzano i mezzi pubblici per raggiungere la scuola, l’istituto Giulio Natta di Rivoli (Torino). Cosa ho fatto? Ho potenziato le rastrelliere per bici e monopattini, aumentato gli spazi per i parcheggi anche di moto e motorini. Ma soprattutto ho scritto alle famiglie, chiedendo loro di provare a organizzare un servizio di car pooling», ha spiegato la dirigente scolastica, Rita Esposito. Che ha aggiunto: «Sto aspettando le risposte. Ritengo però che un uso condiviso, e stabile, di automobili private tra un gruppo di persone sia importante anche per circoscrivere i contatti».

«Sono mesi che, come tanti miei colleghi, cerco di risolvere i problemi – ha sottolineato Esposito -. E a volte al danno si aggiunge la beffa: Non solo non ho ricevuto docenti aggiuntivi, anzi ho dovuto rinunciare ad un posto di potenziamento su scienze e tecnologie meccaniche. La mia scuola è un istituto tecnico, e c’è bisogno di queste professionalità. A oggi, poi, a una manciata di giorni dalla riapertura, ho numerosi posti vacanti in organico: a Torino ormai sono introvabili i professori di matematica e italiano; anche gli ingegneri, specie meccanici, sono una chimera».

Sui banchi, ha chiosato Esposito, sono stata più fortunata potendo già disporre di banchi monoposto, 70 per 70 cm. «Sono però un po’ grandi, e ho quindi chiesto 400 banchi di dimensioni inferiori. Mi auguro che arrivino entro ottobre. A oggi in media ho 26 alunni per classe. Con l’università di Bolzano abbiamo aderito al progetto Eden per aiutare il distanziamento: ogni tre banchi inseriamo una pianta verde; un modo per evitare contatti diretti tra i ragazzi e al contempo creare sensibilità alle tematiche green».

Se purtroppo qualche studente o docente si dovesse contagiare, si rischia una incriminazione penale? «Le rispondo così. Vorrei vivere in un Paese dove il lavorare con impegno e nel rispetto delle regole fosse considerato un valore, non una potenziale fonte di guai».

Tra i banchi tornano i medici “Dobbiamo assumerne 12 mila”

da La Stampa

Roma

Venti giorni al via e tanti punti ancora da chiarire. Le mascherine saranno obbligatorie anche in classe, da indossare durante le lezioni? E da quale età? La temperatura andrà a misurata a casa, prima di uscire? O è meglio prevedere i termoscanner all’ingresso delle scuole? Su questi e altri temi il dibattito è più che mai aperto.

Mascherine in classe sì o no

Nessun obbligo fino a 5 anni, valutazione del rischio ed eventuale uso tra i 6 e gli 11 anni, obbligo dai 12 anni in su. In pratica niente mascherina per i bambini degli asili nido e delle scuole materne, mascherine «flessibili» per gli alunni delle elementari, mentre gli studenti di medie e superiori saranno tenuti ad indossarle anche durante le lezioni, almeno finché non arriveranno i banchi monoposto. Si potranno togliere durante le interrogazioni, nell’ora di ginnastica e a mensa. Queste, al momento, le indicazioni del Comitato tecnico-scientifico, su cui gli esperti si dividono. Per Massimo Galli, direttore del Dipartimento di Malattie Infettive dell’ospedale Sacco di Milano, obbligare gli studenti all’uso della mascherina è «un’utopia, cinque ore di lezione non sono sostenibili per me, figuriamoci per un bambino di 10 anni», dice. Di parere opposto Alberto Villani, presidente della Società italiana di pediatria (e membro del Cts): «È una forma di prevenzione utile e

fattibile, noi l’avevamo proposta addirittura dai 3 anni in su, molto dipende dal buon esempio che danno i genitori». Il Comitato tornerà sulla questione da qui al 14 settembre, con la possibilità di prevedere soluzioni diverse a livello locale in base all’andamento dei contagi.

Temperatura misurata a casa

Al momento le linee guida affidano alle famiglie il compito di misurare la febbre a bambini e ragazzi, prima di andare a scuola. Con una temperatura di 37, 5 gradi o superiore si resta a casa. Villani non ha dubbi: «È una misura di buon senso perché è giusto responsabilizzare le famiglie sullo stato di salute dei figli – spiega – E poi a un bimbo che sta bene, fa colazione ed è di buon umore, non c’è bisogno di misurare la febbre ogni giorno». Per Galli invece la misurazione è compito dello stato, «è una responsabilità politica, se uno deve fare una sorveglianza epidemiologica non la può scaricare sulle spalle dei cittadini, la deve fare come struttura sanitaria». In Campania la pensano esattamente così, tanto che la Regione ha deciso di acquistare termoscanner da assegnare a tutte le scuole. Stessa cosa farà il Campidoglio a Roma per gli asili nido e le scuole materne comunali: all’entrata ci sarà un addetto munito di termometro a infrarossi o termoscanner. Anche su questo tema ci sarà un supplemento di riflessione.

Il ritorno dei medici a scuola

Su un punto sono quasi tutti d’accordo, politici ed esperti scientifici: bisogna ripristinare il sistema di medicina scolastica. Per ora è stata prevista la nomina di un «referente Covid» in tutte le scuole. Ma secondo la ministra per la famiglia, Elena Bonetti, non basta, «devono essere individuate delle figure sanitarie di riferimento che aiutino i presidi e le famiglie, in modo tale che ci sia una competenza sanitaria nella gestione dell’eventuale sospetto di contagio». Insomma nuovi medici o infermieri scolastici, circa 12mila professionisti da arruolare, secondo i calcoli di Camilla Sgambato, responsabile Scuola del Partito democratico: «Per assumerli si possono usare i soldi del Mes e del Recovery Fund – spiega – di certo non si possono scaricare sugli insegnanti responsabilità e competenze che nulla hanno a che vedere con la loro formazione». Nic. Car. —

Le Regioni a Conte “Studenti e famiglie navigano nel buio”

da La Stampa

federico capurso

roma

Se Giuseppe Conte auspicava un pacifico coordinamento con le Regioni, per affrontare in modo ordinato la riapertura delle scuole, la risposta su Facebook del governatore della Liguria Giovanni Toti è una prima doccia fredda: «Noi diciamo no all’uso di mascherine in classe». Una posizione che anticipa le decisioni del governo, ma – denuncia Toti – su questo tema l’esecutivo «doveva esprimersi in via definitiva e non l’ha fatto; mancano 20 giorni all’inizio della scuola e ancora si naviga nel buio». Non un buon viatico per il vertice convocato da palazzo Chigi sulla scuola, che oggi riunirà proprio i presidenti di Regione intorno a un tavolo con i ministri dell’Istruzione Lucia Azzolina, dei Trasporti Paola De Micheli, della Salute Roberto Speranza e degli Affari regionali Francesco Boccia, oltre al commissario Domenico Arcuri, alla Protezione civile e al Comitato tecnico scientifico.

L’unico vero punto fermo del premier è la data di riapertura, il 14 settembre. Posticiparla per colpa dell’innalzamento dei contagi sarebbe un colpo difficile da assorbire, dopo mesi a disposizione per prepararsi al rientro. Dalla campagna di screening sul personale scolastico,

iniziata lunedì e che durerà fino al 7 settembre, non arrivano però buone notizie: già 20 casi positivi in Umbria e 6 nel Trevigiano. C’è di peggio, perché quasi un terzo dei lavoratori della scuola sta «rifiutando l’appuntamento per il test sierologico dal medico di famiglia», dice la Federazione dei medici di medicina generale. Il muro eretto intorno alla data del 14 settembre dal governo resta comunque alto: «Non torniamo indietro. Le scuole si riaprono e si riaprono in sicurezza», conferma Boccia a Sky Tg24. «Serve massima e leale collaborazione tra Stato e Regioni – aggiunge il ministro per gli Affari regionali -. Le linee guida servono se sono condivise e attuabili. Domani le raccomandazioni dell’Istituto superiore della sanità saranno verificate con le Regioni».

I presupposti per un rapporto idilliaco con i governatori, per ora non ci sono. Molti, d’altronde, i nodi ancora da sciogliere. E nell’incertezza, sale il livello del nervosismo. Ha provato a dare una prima risposta De Micheli, che aveva tra le mani il problema più spinoso, quello dei mezzi pubblici con cui i ragazzi si dovranno recare a scuola. «Non possiamo permetterci passi falsi nel trasporto, e dall’altra parte dobbiamo garantire agli enti locali la possibilità di sostenere i costi aggiuntivi», chiarisce la viceministra dell’Istruzione Anna Ascani. Secondo le linee guida pubblicate dal suo ministero, per salire sugli scuolabus gli alunni dovranno prima misurarsi la febbre a casa e sugli autobus sarà consentita la capienza massima solo per un tragitto di massimo 15 minuti. Il braccio di ferro con il Comitato tecnico scientifico, poi, è stato sfiancante, ma resterà la distanza minima di un metro. Distanziamento che ci sarà sia per entrare nel mezzo, facendo salire il secondo passeggero solo dopo che il primo si è seduto, sia per scendere, sempre uno alla volta. Obbligatorio anche il gel disinfettante per le mani a bordo, così come la sanificazione del mezzo una volta al giorno e l’areazione naturale e continua. Sulla carta, un sistema quasi perfetto; nella pratica, probabilmente, assai più complicato.

Durante il vertice si affronterà poi il tema delle autorizzazioni per ampliare gli spazi negli edifici scolastici, in alcune zone ancora molto in ritardo, così come l’approccio in caso di positività di uno studente.Se ci sarà un contagio in classe – questo è l’orientamento – decideranno le Asl cosa fare, ma l’indicazione sarà quella di limitare la quarantena alle singole classi e non a tutta la scuola. Nel caso, assicura la ministra Elena Bonetti, un genitore potrà rimanere a casa con il figlio positivo al Covid. Azzolina, intanto, nel giorno del suo compleanno riceve gli attestati di solidarietà del Movimento e del Pd per gli insulti sessisti collezionati su pagine social vicine alla Lega. Un primo e timido segnale di pace con gli alleati, accusati dai grillini di voler conquistare il ministero. Collaborazione, chiede Conte. Almeno fino al 14 settembre. —

L’altolà del governo: non saranno le Regioni a chiudere le scuole

da Il Messaggero

Non sarà una passeggiata il vertice di questa mattina, tra governo e Regioni, sulla riapertura delle scuole e sulla strategia da adottare in caso di contagi di studenti e professori. Pressato dal Pd Giuseppe Conte, che ha rispolverato per la ripartenza dell’anno scolastico la cabina di regia usata nella Fase 1 dell’emergenza Covid commissariando di fatto la ministra dell’istruzione Lucia Azzolina, è determinato a evitare che le lezioni riprendano per poi essere subito bloccate a colpi di ordinanze regionali. «La scuola riapre e andrà tenuta aperta, stabiliremo una linea unica e condivisa per affrontare gli eventuali contagi», è la posizione del governo.
«Dobbiamo evitare che di fronte ai primi casi positivi di Covid», spiega una fonte di rango che segue il dossier, «i singoli governatori possano decidere di chiudere le scuole della loro Regione. Il protocollo deve essere nazionale, non possiamo avere un anno scolastico a macchia di leopardo». Per dirla con il ministro degli Affari regionali, Francesco Boccia: «Le scuole si riaprono e si riaprono in sicurezza. E dobbiamo tenerle aperte perché la scuola è patrimonio di tutti».

L’IMPERATIVO

L’imperativo del vertice, cui parteciperanno i ministri Boccia, Azzolina, Roberto Speranza (Salute), Paola De Micheli (Trasporti) e il commissario per l’emergenza Domenico Arcuri, è dunque quello di «iniziare e portare a termine regolarmente l’anno scolastico», come spiega la viceministra dem all’Istruzione, Anna Ascani.
Che serva un protocollo unico è evidente, viste le prime mosse dei governatori. Giovanni Toti, presidente della Liguria, proprio ieri ha annunciato che dirà no all’uso delle mascherine durante le lezioni. Un atteggiamento che innesca l’irritazione di Conte e dell’intero governo che già nella fase acuta dell’epidemia, e in agosto sull’apertura delle discoteche, è dovuto intervenire per disinnescare le mine messe dai vari governatori, soprattutto di centrodestra come Toti.
Il punto di partenza, per evitare che le scuole riaprano e vengano subito richiuse, è il documento stilato dall’Istituto superiore della Sanità (Iss) che indica i protocolli da seguire in caso di contagi. Per il governo è «il punto di riferimento». Ed è disposto a modificarlo «solo in minima parte».
In base al documento dell’Iss, non basterà un singolo caso per chiudere la scuola. La Asl valuterà di prescrivere la quarantena a tutti gli studenti della stessa classe e agli eventuali operatori scolastici esposti che si configurino come contatti stretti nelle ultime 48 ore. Ad ogni scuola viene chiesto di nominare un referente Covid-19, che farà da anello di congiunzione con le Asl e verrà formato sulle procedure da seguire. Al referente saranno segnalati i casi di alunni sintomatici. Inoltre, il suo compito sarà quello di controllare eventuali «assenze elevate» (sopra al 40%) di studenti in una singola classe.
Come dice un ministro che segue il dossier, «il punto è cosa accade in caso di contagio e stabilire come agire di fronte a nuovi casi di Covid nei singoli istituti scolastici. Partendo dal documento dell’Iss, si devono condividere con le Regioni le linee guida. Non potrà infatti accadere che un Toti e un De Luca di turno, prendano e chiudano le scuole delle loro Regioni. Questo sarà vietato». E aggiunge Boccia: «I tamponi e i test», agli studenti, «devono essere fatti e vanno fatti in tempo reale. Se c’è un contagio, si agirà di conseguenza. Serve una collaborazione tra Stato e Regioni».

IL NODO TRASPORTI

Nel vertice si parlerà anche dei trasporti pubblici locali. Il Comitato tecnico scientifico (Cts) ha detto che non intende derogare alla regola di un metro di distanziamento. Ma il governo, questa volta con la sponda di Regioni e Comuni, è intenzionato a trovare una mediazione. Perché, come dice Andrea Gibelli, presidente di Asstra, Associazione nazionale delle imprese di trasporto pubblico locale che riunisce 144 aziende, «organizzare il servizio così è impossibile»: con il distanziamento di un metro la capacità di carico dei mezzi è già ridotta al 50/60% e con l’apertura delle scuole i passeggeri nelle ore di punta aumentano del 20-25%.
Problematiche note a Conte, Boccia e alla De Micheli. Tant’è che l’idea del governo è derogare al metro di distanza imposto dal Cts, utilizzando sugli scuolabus, nelle metro, sugli autobus, le tendine divisorie, le mascherine e sanificando i mezzi di trasporto e aumentando le corse: il ministero dei Trasporti sta lavorando per erogare i 200 milioni richiesti dai Comuni. «Una cosa è certa», afferma un altro ministro, «il metro di distanza nei mezzi pubblici è impossibile da garantire».
Alberto Gentili

Test ai prof, corsa a ostacoli Molti rifiuti e primi positivi

da la Repubblica

Ilaria Venturi

A Palermo, segnala una docente alla Cisl scuola, «ho cercato di prenotarmi dal medico di famiglia che mi ha rinviato all’azienda sanitaria che, a sua volta, mi ha rispedito al medico. Alla fine della fiera cosa bisogna fare? ». La domanda rimbalza di regione in regione e la risposta non è uguale per tutti, con i primi casi di positività nelle zone più celeri: venti in Umbria, sei nel Trevigiano, il 12% a Bergamo. La grande operazione di screening per un avvio in sicurezza della scuola è una corsa a ostacoli. E non tutti rispondono all’appello: tre su dieci hanno declinato l’invito, racconta una prima ricognizione della Fimmg (il più grosso sindacato dei medici di medicina generale) su 500 iscritti che hanno deciso di chiamare i propri assistiti anche se non previsto, perché sono gli insegnanti a doversi fare avanti. «Questo disinteresse verso i test è un dato significativo, ma siamo in periodo di ferie, mi aspetto l’assalto dei nostri studi da lunedì prossimo, sarà un bel problema » osserva il segretario Fimmg Silvestro Scotti che intanto denuncia la mancanza di kit per i test e di dispositivi di protezione per i medici. «Stiamo riscontrando difficoltà ad avere informazioni su dove ritirarli, il materiale di protezione è insufficiente ».

Il commissario straordinario per l’emergenza Covid Domenico Arcuri assicura: i due milioni di kit necessari sono stati consegnati a tutte le Regioni, o alle Asl da queste indicate, il 10 agosto. «Ma le aziende sanitarie nel frattempo che hanno fatto?» incalza Scotti. I test sierologici sono volontari e gratuiti per insegnanti e bidelli da qui al 7 settembre. Ma c’è anche chi denuncia, è la testimonianza di un insegnante a Foggia: «Mi hanno chiesto 20 euro». La Fimmg sui test a pagamento è durissima: «Se qualche medico chiede soldi faremo di tutto affinché perda il suo posto di lavoro».

Le prenotazioni

Non stupisce, ma in Val Seriana, messa in ginocchio dal coronavirus, le prenotazioni si sono esaurite in un giorno. «C’è la rincorsa da parte del personale scolastico a fare il test, la preoccupazione tra i docenti è molto alta, anche nei principali ospedali in città le disponibilità sono esaurite» racconta Salvo Inglima della Cisl scuola di Bergamo. La partenza, da lunedì, è stata a diverse velocità anche perché non tutti si sono mossi allo stesso modo. In Toscana, dove ci sono già 30mila prenotazioni, la gestione fa capo alla Regione, mentre l’indicazione ministeriale affidava lo screening ai medici di famiglia. E ad oggi, conta la Fimmg, ha aderito un medico su due.

Sui social gli insegnanti segnalano prenotazioni rapide a Milano, a Bitonto, in provincia di Cremona, Monza, Lodi, a Grosseto e Rimini. E tante altre realtà. A Bologna l’Asl ha allestito un laboratorio all’autostazione delle corriere per eseguire il test se non lo fa il medico di famiglia. A Udine l’Ordine dei medici alza le mani: «Sono numerose le richieste, ma mancano le direttive della Regione, gli appuntamenti slittano a data da destinarsi». In Lombardia i prenotati sono 36mila su 206mila. Tiepide le adesioni a Mantova: 285 su ottomila. Mentre a Trento, denuncia la Uil, mancano i kit.

I risultati dei controlli

Chi è già partito con alte adesioni ha già i primi esiti. I 1.334 test sierologi effettuati in Umbria in due giorni hanno portato a trovare venti persone positive, ora in isolamento in attesa del tampone. Così per sei casi nel Trevigiano, mentre a Bergamo si parla del 12% di positivi sui primi test effettuati (solo lunedì 106 in città, 330 in zona ovest). I test “pungidito” osservano l’eventuale presenza di anticorpi legati al coronavirus. Significa che si tratta di persone entrate in contatto col virus, non che il tampone sarà necessariamente positivo. Ma rimane il timore per l’avvio della scuola che è alle porte e che ha bisogno di tutto il personale in classe. Arcuri «auspica il massimo livello di collaborazione». I prof, i più perplessi, rilanciano: «Ma una volta in classe, tra gli studenti chi lo ha fatto il test?».

Deroga per gli scuolabus Le Regioni: via la distanza su tutti i mezzi pubblici

da la Repubblica

Michele Bocci

Il muro contro muro potrebbe finire presto. Il Cts lunedì ha detto alle regioni che non ha intenzione di rivedere le linee guida sui trasporti, soprattutto di eliminare la distanza minima obbligatoria di un metro tra i passeggeri che riduce la capienza dei mezzi pubblici. Adesso però gli esperti si sono messi al lavoro per capire se ci sono margini per attenuare un po’ le misure. Già alla riunione del Comitato tecnico scientifico di oggi (quando si incontreranno anche governo e Regioni) si parlerà di questa ipotesi, che deve basarsi sull’ampia letteratura scientifica sul tema uscita in questi mesi. Le indicazioni del comitato guidato da Silvio Brusaferro, presidente dell’Istituto superiore di sanità, riguardo ad autobus, metropolitane, pullman e altri mezzi di trasporto risalgono ormai a marzo. In questi mesi hanno avuto pochi ritocchi e sono state inserite nei vari dpcm. Nel frattempo però sono usciti diversi nuovi studi in tutto il mondo. Si stanno controllando per capire appunto se è possibile concedere qualcosa alle richieste delle amministrazioni locali.

Dai lavori scientifici ad esempio esce molto chiaramente che nel mondo i mezzi pubblici, pur essendo “ambienti confinati” a rischio affollamento, non sono stati luoghi di grande diffusione del virus, cioè di esplosione di focolai. È un punto di partenza. E del resto un’attenuazione delle misure si vede già nelle linee guida del trasporto scolastico diffuse ieri dal ministero ai Trasporti e condivise dallo stesso Cts. Gli alunni che viaggiano per non più di 15 minuti a bordo dei pullman possono infatti stare a meno di un metro dagli altri, basta che indossino la mascherina (che comunque deve sempre essere tenuta, anche quando la distanza limite è rispettata). Il punto è significativo, perché le eccezioni per i percorsi brevi potrebbero essere in qualche modo replicate anche sul trasporto pubblico, utilizzato da centinaia di migliaia di studenti, prevalentemente delle superiori. Sugli scuolabus si può stare a meno di un metro di distanza anche se si siede su seggiolini posti in modo verticale e su una fila sola, dicono ancora le linee guida. Nel testo si vieta l’ingresso sui mezzi di alunni che hanno la febbre oltre 37,5 gradi (da misurare a casa) oppure sono stati a contatto nelle due settimane precedenti con persone positive al coronavirus.

Nel loro breve documento presentato lunedì le Regioni sono state piuttosto nette nel proporre modifiche. Hanno chiesto di togliere il metro di distanza e sottolineato che con quel limite il trasporto pubblico delle città viaggerebbe al 50-60% della capienza lasciando a casa metà degli alunni. Hanno anche preteso risorse per comprare nuovi mezzi. Nelle linee guida di aprile il Cts chiedeva di lavorare su varie misure, come lo scaglionamento degli orari di entrata nelle scuole, che avrebbero ridotto la pressione sui trasporti. Per ora poche realtà locali lo hanno fatto, come non molti hanno calcolato di quanti mezzi in più avrebbero bisogno per assicurare un posto a tutti gli studenti. Bologna stima nell’area metropolitana un aumento del 20% di pullman e bus.

La viceministra all’Istruzione Anna Ascani ha spiegato ieri che la ministra ai Trasporti Paola De Micheli si è resa disponibile a discutere con le Regioni, sia dal punto di vista delle risorse che delle misure da prendere. «Certamente dovendo garantire il distanziamento a scuola, non possiamo permetterci passi falsi nel trasporto e dall’altra parte dobbiamo garantire agli enti locali la possibilità di sostenere il costo aggiuntivo di questi trasporti in piena sicurezza », ha detto.

Il governatore della Liguria Giovanni Toti ha chiesto di «sciogliere il nodo del trasporto scolastico per il quale non esiste ancora una proposta concreta: l’esecutivo non vuole derogare al distanziamento del metro con mascherina sui mezzi pubblici ma non è in grado di fornire le pareti divisorie prima di 3 mesi. E la flessibilità oraria è lasciata tutta sulle spalle dei presidi senza capire che non è risolutiva. Questo scaricabarile è inaccettabile, dalle Regioni c’è tutta la collaborazione possibile ma serve chiarezza e una certezza da condividere: le scuole devono riaprire».

Docenti neo assunti: quando si sottoscrive il contratto si deve essere liberi da precedenti rapporti di lavoro

da OrizzonteScuola

Di redazione

Docenti neoimmessi in ruolo 2020/21. Nota numero 20548 del 26 agosto 2020 dell’Usr per la Sicilia. Informazioni sulla presa di servizio 1° settembre 2020.

L’art. 9 del d.p.r. n. 3/1957 che prevede che “La nomina dell’impiegato che per giustificato motivo assume servizio con ritardo sul termine prefissogli decorre, agli effetti economici, dal giorno in cui prende servizio. Colui che ha conseguito la nomina, se non assume servizio senza giustificato motivo entro il termine stabilito, decade dalla nomina”. L’art. 436, comma 3 e 4, prevede che “Il personale, che ha accettato la nomina con l’assegnazione della sede, decade da eventuali precedenti impieghi pubblici di ruolo e non di ruolo, con effetto dalla data stabilita per l’assunzione del servizio; decade parimenti dalla nomina il personale, che, pur avendola accettata, non assume servizio senza giustificato motivo entro il termine stabilito.

E ancora, l’articolo 53, primo comma, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, infatti, rinvia espressamente alla “disciplina delle incompatibilità dettata dagli articoli 60 e seguenti del testo unico approvato con decreto del Presidente della Repubblica 10 gennaio 1957, n. 3”. E quest’ultima normativa prevede che l’impiegato non possa “esercitare il commercio, l’industria, né alcuna professione o assumere impieghi alle dipendenze di privati”.

Quando si sottoscrive il contratto con l’Istituzione scolastica si deve dunque essere liberi da precedenti rapporti di lavoro situazione, questa, che, tra l’altro, viene richiesta al docente di attestare in una dichiarazione ad hoc da sottoscrivere al momento della presa di servizio.

La nota precisa che non potranno e non dovranno essere accolte eventuali richieste di differimento della presa di servizio finalizzate alla prosecuzione di altra attività lavorativa.

NOTA

Ritorno in classe, cosa accadrebbe se un’intera scuola andasse in quarantena? Tutti i dubbi dell’Anp

da OrizzonteScuola

Di redazione

Oggi pomeriggio l’ANP ha partecipato a una riunione in videoconferenza con una rappresentanza del Ministero dell’Istruzione finalizzata a discutere le criticità ancora da risolvere in vista dell’avvio del nuovo anno scolastico.

L’ANP ha fatto presente che sussistono, a tutt’oggi, numerosi problemi tra i quali:

lavoratori fragili. Al momento, vi è una lacuna normativa che riguarda i lavoratori fragili che non possono prestare l’attività lavorativa neppure in modalità agile. L’eventuale assenza come deve essere gestita? Abbiamo dunque sollecitato un intervento prescrittivo in merito;

smart working del personale ATA. Come si coniuga l’art. 32, comma 4, del decreto-legge “Agosto” con la possibilità che, tra il personale delle segreterie, vi siano lavoratori fragili che potrebbero svolgere la prestazione in modalità agile?

docenti in quarantena per caso Covid a scuola e didattica a distanza. Il docente in quarantena potrebbe continuare a svolgere la sua attività da remoto? Se così non fosse, dovrebbe essere sostituito con un collega che lavori in parte in presenza e in parte a distanza (per la classe o le classi assegnate al docente e poste in quarantena)? E se fosse posta in quarantena un’intera scuola cosa accadrebbe?

tempi ed entità dell’organico aggiuntivo. Sappiamo che le Direzioni Regionali lo stanno comunicando, ma si chiede certezza e celerità nelle nomine e soprattutto si sottolinea che, in alcuni casi, i colleghi hanno già indicato come insufficienti le risorse aggiuntive. In condizioni di assenza o di ridotte disponibilità e dotazione di spazi e organico aggiuntivo, sarà possibile erogare il servizio mediante la didattica a distanza anche al primo ciclo?

supplente e presa di servizio in attesa dell’esito del test sierologico. Cosa succede se il docente nominato a t.d. decide di sottoporsi al test sierologico? Deve essere spostata la presa di servizio in pregiudizio del docente stesso, che potrebbe così essere disincentivato dal sottoporvisi?

studenti fragili. Ad oggi non è ancora intervenuta l’ordinanza relativa, prevista dall’art. 2, comma 1, lett. d-bis del D.L. n. 22/2020, convertito in Legge n. 41/2020;

utilizzo della mascherina da parte degli alunni. Le indicazioni del CTS ne impongono l’utilizzo dai 6 anni e lo escludono nel segmento 0-6: cosa fare nel caso di bambini che frequentano la scuola dell’infanzia e hanno già compiuto 6 anni e, per converso, cosa fare nel caso di alunni che frequentano la scuola primaria e ancora non hanno compiuto 6 anni?

certificato medico per la riammissione a scuola degli studenti dopo sospetto o conferma contagio e, in generale, dopo una malattia. Il Decreto MIUR n. 80/2020, “Adozione del Documento di indirizzo e orientamento per la ripresa delle attività in presenza dei servizi educativi e delle scuole dell’Infanzia per l’anno scolastico 2020/21” dice che “dopo assenza per malattia superiore a 3 giorni la riammissione a Scuola sarà consentita previa presentazione della idonea certificazione del Pediatra di libera scelta/medico di medicina generale attestante l’assenza di malattie infettive o diffusive e l’idoneità al reinserimento nella comunità scolastica”. Nulla è previsto per gli altri ordini di scuola. Come dovranno comportarsi le istituzioni scolastiche?

pasto domestico. Risulta compatibile con l’esigenza di garantire la salute e la sicurezza dei bambini e dei lavoratori della scuola? Devono essere adottate apposite prescrizioni, nel momento in cui lo si consenta?

Rientro a scuola, ancora caos. Le mascherine dividono: Regioni ed esperti “Impossibile tenerle per molte ore”

da OrizzonteScuola

Di Ilenia Culurgioni

Mancano pochi giorni al rientro a scuola, ma restano ancora incertezze. Non c’è accordo tra Regioni e Governo, mentre permangono divergenze sull’uso delle mascherine in classe.

Il 1° settembre si parte con il recupero degli apprendimenti, il 14 settembre (tranne alcune eccezioni) inizia l’anno scolastico con l’avvio delle lezioni. Mancano, a conti fatti, circa sei giorni al rientro degli studenti in aula. Tutto chiaro sulle modalità? A quanto pare no, a partire dal “caos trasporti” messo in evidenza oggi durante la riunione tenutasi tra Governo e Regioni. Per domani è fissata intanto una seduta straordinaria della Conferenza Regioni e Province autonome.

L’ennesima riunione con il governo si è conclusa con un nulla di fatto. Dobbiamo far muovere milioni di persone e sappiamo benissimo che di qua al 14 settembre non ci sono risorse materiali di implementare il servizio Tpl”, ha lamentato il governatore della Regione Liguria, Giovanni Toti.
Se non si interviene in questi giorni chiarendo i limiti delle capienze sul trasporto pubblico locale si rischia il caos” è il monito del presidente dell’Emilia Romagna Stefano Bonaccini.

Ma a tenere banco in queste settimane è l’utilizzo delle mascherine in classe durante le ore di lezione. Il Cts è stato chiaro: le mascherine vanno usate dove non è possibile tenere il distanziamento per tutti coloro che hanno più di sei anni di età. Su questo punto dovrebbero arrivare maggiori dettagli venerdì 29, quando si terrà una nuova riunione del Cts.

Nel frattempo sono tante e diverse le idee degli esperti: alcuni totalmente contrari, altri positivi per l’uso dei DpI in classe.
Il commissario per l’emergenza Covid-19, Domenico Arcuri, ha annunciato che sta iniziando la distribuzione di mascherine e di gel igienizzante. “Noi forniremo 10 milioni di mascherine gratuite al giorno alle scuole italiane perché studenti e personale possano avere a disposizione, nei momenti in cui il distanziamento non è garantito, un dispositivo di protezione individuale”, ha ricordato, a margine di un evento a Treviso, la vice ministra Anna Ascani.

Si oppone all’uso delle mascherine da parte dei bambini il pedagogista Daniele Novara: “Sarebbe come chiedere ai calciatori di non correre mentre sono in campo. Ma così il campionato non avrebbe mai potuto ripartire. Il fatto è che la scuola, a differenza del calcio, si è lasciata commissariare: invece di farsi consigliare dagli esperti per poi decidere di testa propria si è ridotta a prendere ordini dal sistema medico-sanitario”.
Nel caso si imponesse la necessità dell’utilizzo delle mascherine anche in classe per gli studenti, laddove dunque non fosse possibile il distanziamento, si potrebbe valutare l’utilizzo dei dispositivi di protezione in maniera differenziata a seconda delle situazione e dei territori, attraverso specifici parametri di riferimento che potrebbero essere variabili a seconda degli indici di contagio e di eventuali focolai”: è questa la proposta che hanno fatto le Regioni oggi in videoconferenza. “Mi sembra poco proponibile tenere i bambini seduti con una mascherina per molte ore”, ha sottolineato Toti.

Secondo Massimo Galli, infettivologo dell’ospedale Sacco e dell’università degli Studi di Milano, “sarebbe opportuno che i ragazzi portassero la mascherina in aula ma è impossibile farlo per 5 ore consecutive”.

Di parere opposto Pierluigi Lopalco, epidemiologo presso l’Università di Pisa, che ritiene che “il beneficio della mascherina nei bambini esiste, sarebbe utile educare e addestrare i bambini a utilizzare correttamente i dispositivi di protezione individuale negli ambienti scolastici, così da ostacolare la trasmissione del virus”.