UNITI PER RINASCERE

Unione Cattolica Italiana Insegnanti, Dirigenti, Educatori, Formatori

APPELLO AI PARTITI

Stiamo vivendo un momento storico inimmaginabile, pervaso da un “nemico invisibile” che ha stravolto la società intera.

L’UCIIM da subito ha creato nel proprio sito un’area dedicata,

“UNITI PER RINASCERE”

al fine di sostenere Docenti, Dirigenti, Studenti, Famiglie.
UNITI infatti è la strada da seguire per RINASCERE.
Non le polemiche, non le divisioni politiche o peggio di partiti avversi! Non è il momento di mire al potere, se non vogliamo soccombere tutti.

FERMATEVI!

Non servono contrasti animosi né velenose diatribe: essi in questi nostri giorni distruggono più del COVID stesso.

Non serve la ricerca di consensi politici con subdole speculazioni.

Serve una “speculazione” alta basata su principi umani universali, una riflessione responsabile, generosa e altruista sul ruolo di “servizio” cui ciascuno è chiamato in corretta ed equilibrata corresponsabilità con altri.

Serve il vicendevole rispetto, l’ascolto, la comune ricerca delle strategie per fermare il virus e risollevare la persona, l’economia, la società.

Servono discussioni democratiche, proposte concretamente praticabili e fattivi contributi positivi.

Serve essere

senza colori partitici. L’UCIIM c’è.

UNITI PER RINASCERE INSIEME CE LA FAREMO.

Su Test confusione e scaricabarile di responsabilità

(AGI) – Roma, 28 ago. – Sui test sierologici per gli insegnanti si osserva “confusione e uno scaricabarile di responsabilità che non aiuta nessuno”. A dirlo all’AGI è la segretaria nazionale della Ugl Scuola, Ornella Cuzzupi, che conferma
“le serissime preoccupazioni sull’apertura dell’anno scolastico. La mancanza di precise indicazioni e di strutture concretamente preparate agli eventi crea tensioni tra i soggetti direttamente interessati”, spiega.

“Il personale scolastico ha sempre dimostrato di essere pronto ad affrontare le difficoltà per portare avanti il proprio compito”, mentre ai piani alti sono evidenti – per la sindacalista – “le lacune”.

Sul fatto che – secondo quanto denunciato dal sindacato dei medici di famiglia – una certa percentuale di docenti si sia sottratta al pungidito, Cuzzupi sottolinea che “lo stesso ministero ha ritenuto di renderlo facoltativo”, ma che comunque “l’Ugl è favorevole all’opportunità di una verifica del contatto con il virus prima dell’inizio delle lezioni”. “C’è da dire che sono diverse le segnalazioni di difficoltà – prosegue – elemento che dimostra come l’architettura prevista dal ministro Lucia Azzolina per la gestione della scuola in questo particolare momento è teorica e va a cozzare con le difficoltà del quotidiano”. (AGI)
MAT

Graduatorie per le supplenze

Graduatorie per le supplenze: serve un meccanismo di presentazione dei reclami per correggere gli errori del sistema informatizzato

Roma, 28 agosto – La fase di presentazione delle istanze di inserimento nelle Graduatorie Provinciali per le Supplenze (GPS) è stata caratterizzata da tempi strettissimi (solo 15 giorni) e malfunzionamenti del sistema, con modifiche significative alla piattaforma in corso d’opera.

Oltre alle difficoltà segnalate da tanti aspiranti, le scuole che stanno collaborando alla validazione delle graduatorie ci segnalano numerose disfunzioni ed errori, soprattutto nella valutazione dei servizi.  Tuttavia l’Ordinanza Ministeriale n. 60 che ha regolamentato l’istituzione delle GPS prevede che le graduatorie vengano pubblicate e diventino immediatamente definitive, impugnabili, quindi, solo mediante ricorso al TAR. Non è prevista l’adozione di graduatorie provvisorie e quindi una procedura di reclamo verso i possibili errori materiali. Si tratta di una criticità più volte segnalata e di una disposizione che non ha precedenti per le graduatorie per le supplenze.

L’esclusione di una procedura di correzione, con la previsione di un congruo termine per la presentazione di eventuali reclami, oltre che  illogica, sarà foriera di contenziosi che ricadranno sulle scuole, quando alla stipula dei contratti dovranno obbligatoriamente fare i controlli e rescindere eventualmente i contratti in caso di errore.

Abbiamo chiesto che venga fatta immediatamente un’integrazione dell’OM 60/20 con l’indicazione di un breve termine per la proposizione da parte di coloro che hanno presentato istanza, di un reclamo stragiudiziale, anche mediante la stessa piattaforma informatica usata per la presentazione delle domande. In caso contrario la FLC CGIL metterà in atto le opportune azioni giudiziarie volte a tutelare le lavoratrici e i lavoratori i cui diritti dovessero risultare pregiudicati.

Primi banchi in arrivo, gli ultimi a novembre

da Il Sole 24 Ore

di Giovanna Mancini

A partire da oggi, venerdì, i primi banchi monoposto previsti dal bando del commissario Arcuri saranno distribuiti nelle scuole italiane. Lo ha dichiarato mercoledì al vertice Governo-Regioni sulla riapertura degli istituti lo stesso Commissario che in un intervento al Sole 24 Ore conferma i tempi di consegna di fine ottobre.

Si aggiungeranno alle scrivanie che già da alcuni giorni stanno arrivando negli istituti scolastici, appartenenti invece ai lotti richiesti già da tempo dalle amministrazioni locali o acquistati direttamente dai presidi, in una vera e propria corsa contro il tempo che punta a garantire la sicurezza del rientro a scuola.

L’obiettivo dichiarato dal commissario è quello di consegnare in tre differenti tranche tutti i 2 milioni di banchi e le circa 400mila sedute innovative previste dal bando indetto lo scorso luglio: una prima tranche entro l’8 settembre, una seconda ai primi di ottobre e l’ultima entro il 31 ottobre. Non tutti però sono convinti della possibilità di rispettare questi termini, a quanto risulta al Sole 24 Ore, che ha raccolto molte testimonianze nel mondo dell’industria, dei sindacati e della scuola. Le difficoltà non sono infatti solo di tipo produttivo, ma legate anche ai servizi di logistica, consegna e montaggio dei pezzi.

È dunque probabile che una parte minoritaria arriverà a destinazione nel mese di novembre, osserva anche Luca Trippetti, responsabile di Assufficio-FederlegnoArredo, l’associazione che rappresenta i produttori degli arredi scolastici e che dopo la pubblicazione del bando, a luglio, aveva sollevato alcuni dubbi sulla possibilità della filiera di rispondere ai quantitativi richiesti nei tempi previsti, inizialmente erano più stretti (con consegna entro il 31 agosto e poi l’8 settembre). Le maglie sono state poi allargate, e inoltre il lavoro sarà suddiviso tra 11 diverse realtà, ma resta il fatto che si tratta di un quantitativo molto grande in un periodo limitato. «Le aziende stanno facendo e faranno il possibile – dice Trippetti –, ma è una sfida davvero impegnativa».

In ogni caso, la macchina operativa si è messa in moto, grazie all’impegno di una filiera industriale che ha reagito con rapidità alla richiesta del governo, che inizialmente appariva impossibile, spesso avviando o comunque organizzando la produzione prima ancora di firmare il contratto con il Commissario, come nel caso dell’associazione temporanea di imprese (Ati) guidata da Mobilferro, che ha sottoscritto l’accordo martedì, ma già oggi ha pronta una parte dei banchi e delle sedie richieste, pronte per la consegna entro la settimana. «Se molte scuole riusciranno ad avere i banchi e le sedute per l’inizio dell’anno scolastico, o comunque a poche settimane dal suo avvio, lo si deve soprattutto alla capacità organizzativa delle imprese – osserva Trippetti – che hanno fatto e stanno facendo più di quanto sarebbero in grado di fare, assumendosi il rischio anche finanziario di avviare il lavoro prima ancora di firmare i contratti, con grande senso di responsabilità nei confronti di una questione importante come la riapertura delle scuole».

Oltre all’Ati – di cui fanno parte sette aziende associate a FederlegnoArredo e che in tutto forniranno 500mila banchi monoposto e 125mila sedute – è nota al momento l’identità di altre due aziende vincitrici del bando: la veneta Quadrifoglio, incaricata della produzione di banchi monoposto, e la vicentina Estel che, insieme a Omp, produrrà alcune decine di migliaia di sedute innovative, quelle con le rotelle. Non si sa invece chi siano gli altri otto vincitori, i cui nomi saranno pubblicati, come ha spiegato l’ufficio del Commissario Arcuri, nei tempi previsti dalla legge, a 30 giorni dall’aggiuducazione. È noto però che nel complesso si tratta di sette aziende italiane (una delle quali è un’aggregazione di imprese, l’Ati di cui sopra) e quattro europee.

I banchi e le sedute, ha spiegato il commissario, saranno distribuiti seguendo un criterio che tenga conto dell’andamento del contagio e dando precedenza alla scuola primaria. Ufficialmente non è stato comunicato dove sono diretti e quanti siano i primi pezzi in arrivo, anche se da fonti sindacali risulta che venerdì è prevista la consegna in alcune scuole di Brescia, Bergamo e alcune province del Veneto. L’Associazione nazionale dei presidi (Anp) ha chiesto più volte al Commissario di poter avere una mappatura delle consegne, come spiega il presidente, Antonello Giannelli: «Non escludo che i singoli dirigenti scolastici possano essere di volta in volta contattati, ma credo sia importante avere il quadro completo a livello nazionale. Confidiamo che arrivi a breve, così come l’elenco delle aziende che hanno vinto la gara d’appalto».

I banchi monoposto sono un elemento importante per garantire il distanziamento nelle aule e dunque in funzione anti-Covid, spiega Giannelli: la garanzia del loro arrivo è importante per poter organizzare la didattica e capire gli spazi di cui c’è bisogno. Per questo alcune amministrazioni locali e in alcuni casi anche gli stessi dirigenti scolastici si erano mossi da tempo per ordinare i materiali necessari alla ripartenza: banchi monoposto in sostituzione di quelli biposto (in uso tradizionalmente nelle regioni del Sud) e banchi monoposto di dimensioni ridotte al posto delle scrivanie tradizionali, soprattutto al Nord Italia.

Sui trasporti capienza al 75%: verso l’intesa Governo-Regioni

da Il Sole 24 Ore

di Barbara Gobbi e Claudio Tucci

Separatori mobili usa e getta sugli autobus. Distributori di gel a bordo. Mascherine sempre ben indossate. Mobility manager attivi in tutte le città metropolitane. Regioni protagoniste nella differenziazione di orari e corse.

Con queste “condizioni” il Comitato tecnico scientifico apre a un ampliamento della capienza massima sui mezzi del Tlp, fino ad arrivare a un 70-75%, dal 50-60% concesso inizialmente. Dopo il braccio di ferro dei giorni scorsi, e accogliendo in larga parte le richieste delle Regioni, fatte proprie dalla ministra delle Infrastrutture e dei Trasporti, Paola De Micheli, oggi in Conferenza unificata, allargata ai sindaci, si potrebbero mettere alcuni punti fermi anche in tema di trasporto pubblico.

«Compatibilmente e nel rispetto delle indicazioni già fissate a livello internazionale sulla prevenzione dei contagi da Covid-19 – ha sottolineato al Sole24Ore il coordinatore del Cts, Agostino Miozzo – oggi un accordo è possibile».

Il nodo “bollente” dei trasporti in vista della riaperture delle scuole va dunque verso una prima soluzione. Non si tratta solo della partita risorse, con gli enti locali che battono cassa per ulteriori fondi oltre ai 400 milioni stanziati dal decreto Agosto, ma di fissare regole compatibili per una organizzazione «realistica», incalzano i governatori di centro-destra in prima linea, del transito degli alunni da casa a scuola.

Ieri il presidente di Asstra, l’associazione che raggruppa i trasporti pubblici locali, Andrea Gibelli lo ha detto chiaramente: nelle ore di punta, il 25-35% degli studenti rischia di rimanere a piedi, se la domanda cresce all’85% (nell’ora di punta) e la capienza massima resta al 50/60% (le aziende di trasporto si stanno preparando, ma chiedono regole, visto che serve tempo per l’acquisto di nuovi mezzi, mentre viene sollecitata una rimodulazione e differenziazione degli orari in città e nei territori).

«Nella riapertura delle scuole – ha aggiunto Miozzo – distanziamento, uso delle mascherine, igiene rimangono fondamentali come prevede anche la comunità scientifica. Noi – ha chiarito – abbiamo adottato il parametro del metro e su quello abbiamo dato l’impostazione su tutto. Quanto allo scuolabus, se lo si vuole riempire deve essere ben predisposto un tempo al massimo di 15 minuti per il contatto stretto».

Una decisione, a questo punto, proverà a conciliare politica e scienza: se ci sarà “fumata bianca” il ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti è pronto a diramare le linee guida sul Tlp.

Tutti d’accordo, già ieri, invece, sulle misure sanitarie. «Le Regioni hanno solo chiesto – ha spiegato il presidente del Molise, Danilo Toma – che nei servizi educativi per l’infanzia la didattica possa svolgersi a gruppi stabili, rimettendo ai singoli istituti la valutazione sulla loro dimensione. E abbiamo presentato una raccomandazione sulla didattica a distanza per classi e per plesso nel caso in cui si dovessero verificare cluster che ne impongano la riattivazione».

Sul piano sanitario restano da chiarire due nodi: se i docenti, in quarantena, possono lavorare a distanza e – tema scottante – l’iter di certificazione da parte di medici e pediatri per il rientro di ragazzi e staff a scuola, dopo un sospetto o l’eventuale conferma di un caso di Covid.

Dal canto suo la ministra dell’Istruzione, Lucia Azzolina, ha confermato i 2,9 miliardi per la riapertura e l’arrivo di oltre 75mila tra docenti e Ata in più, a termine.

L’opposizione è andata all’attacco, con Salvini che ha annunciato una mozione di sfiducia per la ministra Azzolina. Duro anche il governatore della Campania, Vincenzo De Luca (Pd), che ha detto: «Nelle condizioni attuali non è possibile aprire le scuole».

«Manca il personale, siamo bloccati»

da Il Sole 24 Ore

di Claudio Tucci

«La ministra Azzolina ha annunciato oltre 70mila profili in più, tra docenti e personale tecnico amministrativo. Ma quando arriveranno? Me lo chiedo perché, a oggi, a scuola siamo bloccati; tutti i giorni mi riunisco con i miei collaboratori e i rappresentanti degli enti locali, ragioniamo su ipotesi, eppure le lezioni inizieranno tra pochi giorni. Io dirigo l’istituto comprensivo Gaetano Cistaro, sede principale a Guardia Piemontese (Cs), e plessi distaccati in comuni limitrofi, Acquappesa e Bonifati, circa 600 studenti totali, oltre 110 tra insegnanti e Ata», ha raccontato il preside Leopoldo Di Pasqua.

Che ha aggiunto: «Applicando il distanziamento e le regole sanitarie, mi trovo in questa situazione. All’infanzia ho una sezione di 28 alunni, e ho chiesto lo sdoppiamento, visto che ho aule disponibili. Se mi sarà concesso, avrò bisogno di due maestri aggiuntivi. Se non mi verrà concesso, dovrò fare interventi di “edilizia leggera”, buttando giù pareti per recuperare spazi. La stessa situazione ce l’ho alla primaria, dove una classe è di 25 studenti. Anche qui, ho le aule, ma se mi accordano lo sdoppiamento mi occorrono altri due docenti. Che non ho. In caso contrario, dovrò fare lavori edilizi. Alle medie il quadro è anche peggio: qui ho tre classi di 23/24 alunni, da sdoppiare. Se me lo faranno fare, avrò bisogno di 7/8 professori, visto che dovrò garantire ai ragazzi 30 ore di lettere, 18 di matematica, 9 di inglese, oltre a tutte le altre discipline, 6 ore aggiuntive, che ne so di francese, arte, tecnologia. E tenga presente che la didattica a distanza è ammessa dal ministero solo alle superiori, non al primo ciclo».

Il capitolo “personale” è un tema delicato all’istituto «Gaetano Cistaro», un’eccellenza della costa tirrenica cosentina. «Ho bisogno anche di sei collaboratori in più – ha sottolineato Di Pasqua –. In tutti i plessi posso garantire ingressi separati agli alunni, ma non ho i bidelli necessari. Noi poi siamo aperti tutti i pomeriggi, all’infanzia il tempo pieno è riconosciuto al 100%, alla primaria, quasi in tutte le classi. E faccio molte sperimentazioni, come in strumento musicale. Un preside è in prima linea, sempre; ma ha bisogno di indicazioni chiare e tempi certi. Le faccio altri esempi. Ho chiesto circa 150 banchi singoli, li dovrò utilizzare anche nelle mense. Secondo lei, posso aspettare fine ottobre? Lo stesso dicasi per le mascherine».

Ora regole chiare e concrete

da Corriere della sera

Gianna Fregonara

Da maggio il Comitato tecnico scientifico e il ministero dell’Istruzione hanno dettato molte regole rigide per garantire che «la scuola possa riaprire in massima sicurezza», con lo scopo di limitare eventuali contagi e di rassicurare genitori e insegnanti. Molte sono indicazioni di senso comune ma alcune, per quanto condivisibili, non fanno i conti con la realtà delle scuole italiane.

U n metro di distanza, le mascherine, locali più ampi e ben aerati, turni di ingresso, niente misurazione della febbre perché potrebbe creare ressa, lavaggio delle mani, pulizie più volte al giorno, nuovi banchi monoposto, il medico scolastico, la mensa a turni. Queste misure potrebbero anche bastare a rendere più sicure le scuole, se solo si riuscisse ad applicarle. Perché sarà anche vero che i governatori — da De Luca a Toti — sono in campagna elettorale, ma le questioni che pongono non sono secondarie: sono gli stessi dubbi, per esempio su mascherine e termoscanner, che hanno avuto in queste settimane presidi e genitori. Così come, è un’ottima idea quella del medico scolastico caldeggiata dal Pd, ma dove si trovano entro tre settimane 8.000 medici a cui affidare le scuole? Per non dire di banchi e aule aggiuntive: il governo aveva annunciato che con l’emergenza Covid si sarebbero trovati nuovi spazi per fare didattica innovativa fuori dalle scuole, nei musei e nei cinema. E ora che queste aule aggiuntive — che devono tra l’altro essere vicine alle scuole, a norma e spaziose — non ci sono per tutti? Al momento sono 150 mila gli alunni che, con le nuove regole, non hanno più un posto in aula. Lo stesso vale per il metro di distanza, misura che in altri Paesi come la Francia è stata raccomandata ma non resa obbligatoria proprio perché non è applicabile a tutte le scuole.

Il nostro metro si è via via accorciato nel corso dell’estate perché altrimenti nelle scuole ci sarebbe tornata solo la metà degli alunni: l’indicazione era la distanzia tra due persone, poi tra due bocche (le famose rime buccali), poi è diventato 60 centimetri tra banco e banco con la tolleranza del 10 per cento, che vuol dire che in classe si può mettere un alunno in più di quelli che ci starebbero seguendo le regole alla lettera. Infine l’annuncio che dove non si riesce, perché i banchi monoposto ordinanti in fretta e furia a metà agosto non sono arrivati, si va tutti in classe con mascherina. Per non dire appunto delle mascherine: si usano sempre, avevano decretato Cts e ministero, senza ascoltare i dubbi degli esperti di didattica (e di bambini) che da subito avevano posto il problema dei più piccoli. E ora, a tre settimane dalla ripresa, ancora non sappiamo: e se fossero insopportabili per i bambini come pensa l’epidemiologo Galli? Intanto il commissario Arcuri ha cominciato a distribuirne 11 milioni .

È vero che la gestione della scuola dell’emergenza è difficilissima. Lo dimostra, in queste ore, la questione dei trasporti. Di regole già scritte non ce ne sono, non si sa nemmeno che cosa succederà con i contagi. Ma servono innanzitutto direttive chiare e realistiche, non regole di principio. Altrimenti si finirà di deroga in deroga per scivolare nella confusione e nel fai-da-te prima ancora di aprire le scuole. La sicurezza è una priorità, questo è lapalissiano. Ma l’idea di rendere la scuola, come peraltro qualsiasi altro luogo pubblico, un reparto asettico e inattaccabile dal virus è fantasiosa e rischia di farci dimenticare la ragione per cui stiamo facendo tutto questo: perché bambini e ragazzi tornino a studiare e a imparare. Nell’ultima rilevazione dell’Ocse sulla scuola (Talis,2018) due insegnanti italiani su tre hanno dichiarato di essere stati costretti ad intervenire con studenti problematici per riportare ordine in classe. Immaginare oggi regole che impongono un controllo e un autocontrollo che non ci sarà, rischia di essere innanzitutto inutile. Sarà invece necessario che si instauri tra tutti un clima di grande fiducia reciproca perché sarà un anno molto complicato, che sarà costellato di imprevisti, di emergenze, anche di incidenti. Ma per fidarsi che ognuno rispetti il proprio compito e le indicazioni innanzitutto è necessario capire quali sono e come si applicano.

Un docente su tre non vuole fare i test

da Corriere della sera

Valentina Santarpia

Un terzo degli insegnanti reticente a fare il test, medici di famiglia che rinviano il personale scolastico alle Asl, kit arrivati in ritardo o incompleti. Comincia in salita lo screening per 2 milioni di lavoratori della scuola, che dal 24 agosto al 7 settembre possono sottoporsi volontariamente al test sierologico per il Covid, messo a disposizione gratis dal commissario per l’emergenza Domenico Arcuri.

Mentre in alcune regioni, come il Friuli-Venezia Giulia, i test partiranno solo oggi, da altre iniziano ad arrivare già i primi dati sui risultati: 16 docenti positivi in Veneto, 12 in Lombardia (tra Varese e Como), 20 in Umbria, 4 in Trentino. Rimarranno in isolamento volontario in attesa del tampone, seguendo la procedura del ministero della Salute. Basterà a riaprire le scuole in sicurezza? Perplesso il presidente dei presidi del Lazio, Mario Rusconi: «Bisognava fare test obbligatori, anche agli studenti del triennio delle superiori: è stato un clamoroso errore renderli facoltativi. Bastava un provvedimento del governo, come ne sono stati fatti molti altri in questi mesi». E la prima ricognizione dei medici di famiglia sembra dargli ragione. «Abbiamo riscontrato una minore adesione rispetto al previsto — spiega il vicesegretario della Federazione dei medici di famiglia Domenico Crisarà —. Almeno in base ai dati del personale che abbiamo contattato direttamente, visto che da giovedì scorso ci sono stati forniti gli elenchi, c’è un terzo degli insegnanti che si sottrae. Sono perplesso, stiamo parlando di un’emergenza sanitaria e l’adesione non dovrebbe essere messa in discussione».

Ma anche gli insegnanti sono nel panico: i gruppi Facebook pullulano di richieste di chiarimenti e consigli, con diversi docenti che segnalano medici che si rifiutano di fare il test e suggeriscono di contattare l’Asl. «Anche questo non va bene: dovrebbero essere mandati al consiglio dell’Ordine, fare il test agli insegnanti è un dovere professionale in questo momento», sottolinea Crisarà. Ma è anche vero che la confusione deriva dal fatto che in alcune regioni la somministrazione del test è stata affidata ai medici di famiglia, e in altre invece alle Asl. E poi ci sono stati i ritardi dei kit: anche se l’ufficio di Arcuri li ha consegnati alle Regioni il 10 agosto, non sono arrivati in tutti gli studi medici o alle Asl per tempo. Cittadinanzattiva conferma «problemi nella campagna per effettuare i test sierologici a docenti e personale Ata». Dal ministero della Salute rassicurano: «Migliaia i test già effettuati, la macchina sta andando a regime». Ma i «tempi sono strettissimi», rileva l’Anief, che chiede «informazioni chiare» e una «cabina di regia». E questo è solo l’inizio: sono già previsti test a campione durante tutto l’anno.

L’Emilia-Romagna è pronta a fare 20 mila tamponi al giorno dal 28 settembre allargandoli a tutte le figure professionali. Mentre in Veneto decine di prof chiedono di non rientrare perché immunodepressi o impauriti dal Covid

«Quei controlli restano facoltativi e sono un’opportunità Arriveremo pronti per l’inizio delle lezioni»

da Corriere della sera

Enrico Marro

Direttore Iavicoli, a che punto siamo sulla riapertura in sicurezza delle scuole?

«Come Comitato tecnico scientifico ci lavoriamo da aprile e sicuramente la stragrande maggioranza della scuola è pronta», dice Sergio Iavicoli, membro del Cts e direttore Inail del Dipartimento medicina, epidemiologia, igiene del lavoro e ambientale».

Mancano però almeno 20 mila aule e i banchi monoposto non arriveranno tutti entro il 14 settembre.

«Parliamo di un’operazione complessa. Coinvolge circa 11 milioni tra studenti e lavoratori. Stiamo affrontando i capitoli aperti, ma il grosso del lavoro è stato fatto».

Sta emergendo il problema dei mezzi di trasporto.

«Le nostre linee guida, poi recepite nel Dpcm, già disciplinano il trasporto con gli scuolabus, organizzando nel modo migliore il giro per prendere gli studenti. C’è poi un 30% degli studenti, in particolare delle scuole superiori, che utilizza il trasporto pubblico locale. Qui si tratta di avere una buona mappatura, come ha fatto per esempio Roma con i servizi per la mobilità, per organizzare, se necessario, uno scaglionamento degli orari d’ingresso e decongestionare gli orari di punta. Stiamo lavorando col ministero dei Trasporti e con le Regioni per trovare, dove ci fossero problemi, le soluzioni più idonee».

Perché avete deciso che la temperatura agli studenti vada misurata a casa anziché a scuola?

«Misurazioni all’ingresso potrebbero creare assembramenti. Meglio affidare questa responsabilità ai genitori. Far ripartire la scuola è un impegno che coinvolge tutti».

Le misu-razioni della tempera-tura degli studenti all’ingresso delle scuole potrebbero creare assembra-menti, meglio affidare la responsa-bilità ai genitori

Una parte dei docenti non vuole fare i test sierologici. Non si può obbligarli?

«Il test è una opportunità che viene offerta. E che su così vasta scala non c’è in altri Paesi. L’obbligo non sarebbe opportuno, considerando anche le leggi sul lavoro. Ma credo che alla fine tutti collaboreranno. In questi mesi ho visto una convergenza di tutti, istituzioni e parti sociali, sul fatto che la ripartenza della scuola è l’obiettivo più importante».

Che succederà quando si manifesteranno i casi di contagio nella scuola?

«Con l’Istituto superiore di sanità, le Regioni e il ministero dell’Istruzione abbiamo pubblicato un ulteriore documento su come gestire i casi sospetti e i casi confermati. È uno dei punti più innovativi. Abbiamo ripristinato un sistema integrato di raccordo tra scuola e Servizio sanitario nazionale. In ogni Dipartimento della prevenzione ci sarà un medico o un assistente sanitario come referente per la scuola. E sarà lui a decidere il da farsi. Altro punto di riferimento sarà il medico di famiglia o il pediatra, che si raccorderà anche lui col sistema sanitario. Obiettivo: intercettare e contenere i casi prima che si creino focolai».

Il professor Massimo Galli dice che non si possono tenere i bambini di 6 anni con la mascherina per 5 ore. Per l’Organizzazione mondiale della sanità se ne può fare a meno fino a 11 anni.

«Bisogna distinguere tra fasi di movimento (ricreazione, entrata, uscita) dove nessuno mette in discussione l’uso della mascherina e la permanenza al banco quando sia rispettato il metro di distanza. Quest’ultimo è un punto su cui, come anticipato, entro la fine del mese daremo la nostra raccomandazione. Decideremo con la stessa Oms, della quale vanno tenute in considerazione le osservazioni che riguardano la minore trasmissibilità del virus tra i bambini e la tollerabilità».

Il piano degli esperti: più posti sugli autobus e per gli studenti mascherine di stoffa

da Corriere della sera

di Gianna Fregonara e Orsola Riva

Con la riunione di ieri pomeriggio il Comitato tecnico scientifico ha riscritto le regole per i trasporti pubblici in vista della riapertura delle scuole. Se i bus possono garantire una buon ricambio di aria o dispositivi di distanziamento tra le teste dei passeggeri, la capienza potrà passare dal 50 per cento attuale al 70-75 per cento. Queste disposizioni saranno pubblicate nel verbale della riunione.

Il piano del Cts indica ai Comuni e alle aziende di trasporto urbano e regionale di moltiplicare le corse e di allungare gli orari di punta. Questo dovrebbe consentire alle scuole di organizzare gli ingressi degli alunni a scaglioni. A prendere autobus, treni e metro sono principalmente i ragazzi delle scuole superiori. Per loro è indicato che l’inizio delle lezioni sia dopo l’abituale picco di traffico delle 8.30. Ma la misura più importante per garantire l’effettivo arrivo degli studenti a scuola è il via libera, a determinate condizioni, a un aumento della capienza del mezzi. Per quelli più nuovi, che possono garantire un ricambio di aria con filtri certificati o la messa in opera di distanziatori mobili (tendine, poggiatesta, divisori), sarà possibile arrivare a riempirli fino al 70-75 per cento. Per garantire più corse — e pagare gli straordinari o eventualmente affittare anche bus privati — ci vorranno più soldi: almeno 200 milioni, secondo la stima del presidente dell’Anci Antonio De Caro. Naturalmente, su tutti i mezzi pubblici, resta obbligatorio l’uso delle mascherine. Si è discusso anche di quelle ieri. Il viceministro della Salute grillino Pierpaolo Sileri e l’infettivologo Massimo Galli chiedono di esonerare i bambini delle elementari. Mentre le Regioni chiedono di calibrarne l’uso in modo differenziato a seconda dell’indice dei contagi dei diversi territori.

Il coordinatore del Comitato tecnico scientifico Agostino Miozzo ha chiarito che «al banco se c’è la distanza di un metro possono toglierla». L’Italia, al momento, è uno dei pochissimi Paesi europei a prescriverne l’uso fin dalle elementari. E anche l’Organizzazione mondiale della Sanità le consiglia solo a partire dai 12 anni. Per gli esperti del ministero della Salute quelle chirurgiche spettano solo al personale, mentre bambini e ragazzi possono indossare anche le mascherine di stoffa, portate da casa, a meno che non siano alle prese con attività laboratoriali perché in quel caso sono equiparati a dei lavoratori.

La stima dell’Anci. Per garantire più corse sarà necessario un investimento da 200 milioni di euro

Altra questione posta dalle Regioni è quella della certezza dei tempi di esecuzione dei tamponi in caso di sospetto Covid a scuola, si tratti di uno studente, di un docente o di un collaboratore. La procedura è molto dettagliata (isolamento in un locale adibito allo scopo, ritorno a casa con accompagnamento dei genitori nel caso di un alunno, telefonata al pediatra o al medico di base per il triage), ma si ferma un passo prima del test diagnostico. Da nessuna parte è scritto quanto tempo ci vorrà per fare l’eventuale tampone prescritto dal medico, mentre la velocità in questi casi è tutto, soprattutto ai fini della tracciabilità dei contatti.

Altra grana in vista è quella dei recuperi che dovrebbero partire nelle scuole già dal 1°settembre per compensare quanto è andato perso durante il lockdown. In burocratese si chiamano Pia (Piano di integrazione degli apprendimenti) e Pai (Piano di apprendimento individualizzato). Tradotto si tratta di lezioni di rinforzo rivolte a tutta la classe per la parte di programma che non si è riusciti a svolgere oppure «dedicate» solo agli alunni con qualche insufficienza in pagella. Dopo un braccio di ferro con i sindacati che chiedevano di inquadrarle (e pagarle) come straordinari, il governo ha scelto il compromesso: tutte le lezioni che verranno eventualmente svolte dall’apertura dell’anno scolastico alla prima campanella (1-14 settembre) saranno considerate attività ordinarie e non verranno retribuite. I recuperi in corso d’anno invece sì. Non esattamente un incentivo a fare presto.

400 milioni per il 2020, 600 per il 2021: assunzioni personale, affitto locali, pagamento lavoro straordinario

da OrizzonteScuola

Di redazione

Decreto recante la ripartizione delle risorse da destinare alle misure per la ripresa dell’attività didattica in presenza nell’anno scolastico 2020/2021 nel rispetto delle misure di contenimento dell’emergenza epidemiologica da COVID-19, di cui all’articolo 32 del decreto-legge 14 agosto 2020, n. 104.

Per la ripartenza dell’anno scolastico è autorizzata l’ulteriore spesa di euro 400 milioni nell’anno 2020 ed euro 600 milioni nell’anno 2021.

29 milioni nel 2020 e 41 milioni nel 2021 di euro sono destinati ai fini dell’acquisizione in affitto o con le altre modalità previste dalla legislazione vigente, inclusi l’acquisto, il leasing o il noleggio di strutture temporanee, di ulteriori spazi da destinare all’attività didattica nell’anno scolastico 2020/2021, nonché delle spese derivanti dalla conduzione di tali spazi e del loro adattamento alle esigenze didattiche;

3 milioni nel 2020 e 7 milioni nel 2021 di euro agli uffici scolastici regionali per il sostegno finanziario ai patti di comunità;

363 milioni di euro nell’anno 2020 e a 552 milioni nell’anno 2021 di euro si aggiungono a quelli già finanziati con la legge 77/2020 art. 231-bis e sono destinati alla sostituzione del personale dal primo giorno di assenza. I finanziamenti sono distribuiti alle regioni in base ai criteri utilizzati dal precedente DI dunque il 50% dei fondi in base al numero degli alunni e il 50% in base a specifiche richieste degli uffici scolastici regionali;

4,8 milioni per l’incremento del fondo per il miglioramento dell’offerta formativa delle scuole (di cui all’articolo 40 del CCNL/2018 comparto istruzione e ricerca), per remunerare lo svolgimento di prestazioni aggiuntive rese nei mesi di agosto e settembre 2020 dal personale delle istituzioni scolastiche per attività di supporto agli uffici scolastici territoriali per le procedure di reclutamento e per la valutazione delle istanze per la costituzione delle graduatorie GPS;

0,2 milioni per remunerare lo svolgimento di prestazioni di lavoro straordinario rese nei mesi di agosto e settembre 2020 dal personale degli ambiti territoriali del Ministero dell’istruzione impegnato nella procedura correlata alle istanze per la costituzione delle GPS e nelle procedure di mobilità annuale e di reclutamento, a tempo indeterminato e determinato, del personale scolastico.

Decreto

Ritorno in classe, Azzolina: firmato il decreto che ripartisce i soldi per le 70 mila assunzioni di docenti e ATA

da OrizzonteScuola

Di redazione

“Voglio aggiornarvi su alcune delle cose che stiamo facendo in queste ore al Ministero per la riapertura delle scuole a settembre”. Lo scrive su Facebook la ministra dell’istruzione Lucia Azzolina.

“Abbiamo voluto dare un segnale concreto alle famiglie stanziando altri 3 milioni di euro direttamente alle scuole per l’acquisto di kit didattici, quaderni, astucci, diari e strumenti per la didattica digitale. Ricordo che a inizio luglio avevamo già distribuito alle scuole fondi per dare libri di testo gratis a quasi mezzo milione di studenti con difficoltà economiche“, aggiunge.

“Ma la novità di oggi – sottolinea la ministra – è che ho appena firmato il nuovo decreto che ripartisce i soldi per le assunzioni del personale scolastico per l’emergenza. Saranno in tutto circa 70 mila, tra docenti e personale ATA. Una misura unica in Europa e che aiuterà molto nella ripartenza”.

Azzolina ricorda infine che da domani saranno consegnati i primi banchi monoposto, a partire dalle scuole delle aree più colpite dall’emergenza: Codogno, Alzano e Nembro.

Riapertura scuole, i docenti “fragili” non vogliono tornare in aula. Il Ministero: no allarmismi, presto saprete

da La Tecnica della Scuola

Sui lavoratori fragili non bisogna fare allarmismi: “dalle verifiche continue di queste ore con i territori non risultano infatti situazioni di criticità”. A sostenerlo è il ministero dell’Istruzione, dopo che a seguito delle “Indicazioni operative per la gestione di casi e focolai di SARS-CoV-2 nelle scuole e nei servizi educativi dell’infanzia” è mutato il concetto di lavoratore fragile. E si teme che con l’inizio della scuola molti – vicini ai 60 anni e con patologie – “marcheranno visita”.

La norma è cambiata

A partire dal corrente mese di agosto, per essere considerato lavoratore “fragile” non c’è più alcun riferimento all’età – sopra i 55 anni –, ma è necessaria la “presenza di alcune tipologie di malattie cronico degenerative (ad es. patologie cardiovascolari, respiratorie e dismetaboliche) o in presenza di patologie a carico del sistema immunitario o quelle oncologiche (indipendentemente dall’età) che, in caso di comorbilità con l’infezione da SARS-CoV-2, possono influenzare negativamente la severità e l’esito della patologia”. Insomma, stando così le cose ottenere la dispensa a tornare al lavoro sarà molto molto difficile.

Tanti docenti e Ata però non si arrendono. E stanno cercando di dimostrare che tornare a scuola sarebbe estremamente pericoloso per la loro salute, poiché in caso di infezione da Covid sono individui potenzialmente portati a subire conseguenze importanti.

La precisazione del M.I.: presto un quadro più chiaro

Da viale Trastevere ora arriva la precisazione: “Con riferimento al tema dei lavoratori fragili e alla loro gestione nel sistema scolastico, il Ministero dell’Istruzione fa sapere che sono in corso specifici approfondimenti e interlocuzioni che coinvolgono anche le altre amministrazioni competenti in materia, il Ministero della Salute e quello della Funzione Pubblica, per fornire alle scuole, in tempi rapidi, un quadro ancora più chiaro. Nel frattempo, il Ministero invita ad evitare allarmismi”.

L’allarme è ormai però partito. I timori espressi da alcuni sindacati, a cui non è sfuggito il cambiamento di attenzione da parte delle istituzioni verso i lavoratori “fragili”, si stanno materializzando.

In Veneto tanti contrari

In Veneto, ad esempio, ha scritto Il Corriere delle Sera “centinaia di docenti chiedono di non rientrare a settembre”.

“C’è chi ha il diabete e ha superato la sessantina. Chi l’asma e l’allergia, chi con una polmonite estiva pensava d’aver contratto il Covid e invece ha scoperto di soffrire di una malattia autoimmune, chi si sta riprendendo dall’ultimo ciclo di chemioterapia. Sono prof e amministrativi della scuola che, fino a sei mesi fa, pur da «lavoratori fragili» si gestivano la loro fragilità e in classe ci andavano ogni mattina”.

La richiesta ai presidi

“Ora, invece, di fronte alle cento scuole chiuse per Covid in mezza Germania, chiedono al loro dirigente scolastico di essere esonerati. E sono centinaia, personale docente e non docente, le richieste dal Veneto di non rientrare in aula il 14 settembre. Numeri prudenzialmente stimati al ribasso ma che costituiscono già così una bomba innescata”.

Il quotidiano ha avuto conferme anche da Carmela Palumbo, titolare dell’Ufficio scolastico generale: «Il problema degli spazi, dei banchi e mille altri sono già alle spalle delle nostre scuole, il tema del personale che non rientrerà invece è attuale», ha ammesso l’ex alto dirigente al dicastero di Viale Trastevere.

Ritorno a scuola, saranno 70 mila i supplenti aggiuntivi: firmato il nuovo decreto. Ma basteranno?

da La Tecnica della Scuola

La riapertura delle scuole dopo il lockdown vedrà un organico aggiuntivo di docenti e personale Ata fino a 70 mila posti. Lo stabilisce il decreto firmato dalla Ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina il 27 agosto.

I supplenti saranno 70 mila

Direttamente dalla propria pagina Facebook, la ministra Azzolina dice: “ho appena firmato il nuovo decreto che ripartisce i soldi per le assunzioni del personale scolastico per l’emergenza. Saranno in tutto circa 70 mila, tra docenti e personale ATA. Una misura unica in Europa e che aiuterà molto nella ripartenza“.

Il contingente di “supplenti anti-covid” è dunque leggermente aumentato rispetto alle prime previsioni. Anzi, rispetto all’ordinanza ministeriale dello scorso 5 agosto: inizialmente, infatti, come previsto dal decreto rilancio, i supplenti aggiuntivi per il rientro a scuola erano fissati a 50 mila, suddivisi all’incirca in 40 mila insegnanti e 10 mila collaboratori scolastici, per una spesa totale di 977 milioni.

Con il decreto agosto, invece, si è esteso l’investimento per i supplenti covid, che in totale saranno pertanto 70 mila. La previsione fatta da La Tecnica della Scuola poche settimane fa si è rilevata corretta.

In caso di nuova chiusura delle scuole i supplenti saranno licenziati

Tuttavia è bene ricordare che se dovesse scattare il lockdownquesti supplenti sarebbero licenziati e non avrebbero alcun beneficio di indennità di disoccupazione, come previsto generalmente per tutti i lavoratori a tempo determinato.

E’ la norma prevista decreto rilancio che prevede il licenziamento di questi supplenti in caso di nuova chiusura delle scuole.

Come verrà distribuito l’organico aggiuntivo

Il Ministero ha già spiegato che le risorse del fondo che consente di incrementare gli organici saranno assegnate agli Uffici Scolastici Regionali che potranno attivare, per l’anno scolastico 2020/2021 ulteriori incarichi temporanei di insegnanti e ATA.

Ma quali sono i criteri che porteranno i supplenti aggiuntivi nelle scuole? Le risorse economiche, dice ancora il MI, saranno ripartite tra gli Uffici Scolastici Regionali con decreto del Ministro dell’Istruzione, di concerto con il Ministro dell’Economia e delle Finanze, sulla base di due criteri:

  • il numero degli alunni presenti sul territorio
  • – le richieste avanzate dagli Uffici scolastici regionali che stanno vagliando le esigenze delle scuole.

Saranno sufficienti per riaprire le scuole 70 mila supplenti

L’aumento di docenti e collaboratori scolastici per andare incontro alle modalità di lezioni del ritorno a scuola, che prevede sicuramente un’esigenza maggiore di personale per lo sdoppiamento delle classi e gli ingressi scaglionati, è sicuramente fondamentale. Nonostante l’aumento di contingente, resta il dubbio se siano o meno sufficienti questi supplenti.
In base al calcolo della Gilda degli insegnanti, “posto che il costo medio lordo di un docente ammonta a circa €40.000, suddiviso per le 8200 sedi di direzione abbiamo la possibilità di assumere per un anno 2 o 3 persone per ogni istituzione scolastica da distribuire su un numero di plessi che arriva a 42.000“, sul calcolo di 40 mila insegnanti in più.

Anche la questione collaboratori scolastici riveste una certa importanza: con ingressi scaglionati e misure di sicurezza anti-Covid sarebbe necessario una dotazione di collaboratori scolastici maggiore rispetto al passato.
Infatti, in ogni istituto saranno necessari dei “controllori” che dovranno gestire il flusso discontinuo di alunni in ingresso e uscita, allo scopo di evitare assembramenti e altre situazioni pericolose ai fini del contagio.

Senza dimenticare che la pulizia dei bagni e dei locali scolastici dovrà essere rafforzata. Per questo motivo aumentare i collaboratori scolastici diventa indispensabile.

Corsi di recupero senza compensi aggiuntivi. I sindacati: “Non se ne parla”

da La Tecnica della Scuola

Come era facilmente prevedibile la nota ministeriale sui corsi di recupero ha scatenato le proteste delle organizzazioni sindacali.

Elvira Serafini (Snals): la circolare va ritirata

Il commento più duro arriva dallo Snals di Elvira Serafini che chiede l’immediato ritiro della circolare e afferma: “L’attività di recupero non può essere prevista senza un riconoscimento economico aggiuntivo per il semplice motivo che nel CCNL vigente non vi è alcun riferimento a tale obbligo. L’attività di recupero non può mai essere confusa con quella ordinaria di insegnamento che prende avvio con l’inizio delle lezioni. Al di là delle questioni interpretative esiste al momento l’obbligo contrattuale di remunerare tutte le attività aggiuntive di insegnamento, deliberate nei contenuti, nei metodi e nei tempi dal collegio dei docenti”.

Uil-Scuola e Gilda: è una forzatura, andremo in tribunale

Pino Turi, segretario nazionale di UilScuola, sottolinea invece che organizzare i corsi di recupero è un lavoro che presuppone un progetto che le scuole elaborano nelle prime settimane di lavoro prima che inizino le lezioni.
Ma il sindacato di Pino Turi parla anche di “forzatura amministrativa” e di “atto unilaterale che aggiunge confusione a confusione” e conclude: “Ci riserviamo di adire il giudice, ma lo faremo dopo la partenza dell’anno scolastico, la legge ci da 60 giorni di tempo per farlo, in via amministrativa, e senza limiti al giudice ordinario, per consentire la riapertura delle scuole in presenza e in sicurezza”.
Rino Di Meglio, coordinatore nazionale della Gilda, sottolinea che, in base alla normativa vigente, ultima la riforma Madia, l’orario di lavoro rientra nelle competenze del CCNL e definisce la nota del Mi “un intervento a gamba tesa, una netta invasione di campo in un ambito che è riservato al contratto”.
E aggiunge: “La nota emanata dal Ministero dell’Istruzione provocherà contenzioso nelle scuole e anche noi ci riserviamo di intraprendere le iniziative legali necessarie per ripristinare un sacrosanto diritto sancito dal CCNL”.

Flc-Cgil: interpretazione del tutto discutibile

La Flc-Cgil di Francesco Sinopoli sostiene che la nota ministeriale “fornisce alle scuole una discutibile interpretazione secondo la quale tali attività  sarebbero da collocarsi nell’alveo degli adempimenti contrattuali ordinari correlati alla professione docente e non automaticamente assimilabili ad attività  aggiuntive da retribuire con il salario accessorio”.
“La nota – aggiunge il sindacato – si lancia in una impropria distinzione fra attività che possono e non possono essere retribuite, non sulla base della natura delle stesse ma sulla base del periodo in cui tali attività vengono svolte (non retribuite se svolte dal 1° settembre all’inizio delle lezioni, retribuite se svolte successivamente). Si tratta di una distinzione arbitraria, che non si trova nelle norme esistenti, non si trova nel Contratto e non la si trova neppure, checché ne dica il Ministero, del citato D.L. 22/2020”.

Cisl-Scuola: ne parleremo lunedì al tavolo contrattuale per il MOF 2020/21

Molto pragmaticamente la Cisl Scuola ritiene invece che il tema possa e debba essere affrontato ad un tavolo contrattuale e scrive: “La convocazione dei sindacati al Ministero, per lunedì 31 agosto, per l’avvio della trattativa per il CCNI sul MOF 2020/2021, che ci auguriamo di sottoscrivere al più presto, offre l’opportunità di definire rapidamente un quadro certo di riferimento che consenta alle scuole di conoscere quanto prima l’entità delle risorse disponibili e di avviare da subito la contrattazione di istituto, nella quale definire le modalità di riconoscimento dei maggiori impegni connessi a tutte le necessarie attività per la realizzazione del Piano dell’offerta formativa, ivi comprese tutte quelle riconducibili al PIA e al PAI”.