Apertura del nuovo anno scolastico

Anno scolastico 2020-2021

Il Coordinamento Italiano Insegnanti di Sostegno,

in vista dell’apertura del nuovo anno scolastico, nel ribadire la disponibilità e la massima collaborazione affinché, nel pieno rispetto delle indicazioni in materia di sicurezza, a tutti gli alunni della scuola italiana e, in particolare, agli alunni con disabilità siano garantiti il diritto allo studio e alla frequenza,

chiede che venga posta attenzione alle seguenti questioni:

  • che in ogni classe, sin dal primo giorno di scuola, siano presenti tutti i docenti,
  • che sin dal primo giorno di scuola sia assicurato il servizio di trasporto scolastico, in particolare per gli alunni con disabilità, in modo da consentire il diritto alla frequenza, nel rispetto delle norme sulla sicurezza (Sentenza Corte costituzionale n. 275/2016),
  • che le ore di sostegno attribuite siano assegnate senza spezzare le cattedre, preferibilmente assegnando l’incarico a un unico docente (legge 104/92),
  • che si vigili affinché il distanziamento, richiesto dalle norme emanate per l’emergenza sanitaria, non penalizzi l’alunno con disabilità e non costituisca scusante per allontanarlo dalla classe o per ridurre l’orario di frequenza (legge 67/2006),
  • che a ciascun alunno con disabilità vengano attribuite tutte le risorse già indicate nel PEI per l’attuale anno scolastico (senza costringere le famiglie a dover ricorrere alla magistratura per il loro riconoscimento) (Costituzione artt. 2,3,34),
  • che a ogni scuola sia assegnato personale numericamente sufficiente e adeguatamente formato per soddisfare le esigenze di assistenza, così come previsto dai singoli PEI (legge 67/2006),
  • che siano favorite la partecipazione, la condivisione e il confronto con le famiglie degli alunni con disabilità, condizioni indispensabili per promuovere il processo di inclusione. 

Al tempo stesso il CI.I.S. esprime preoccupazione in quanto:

Pixabay.it  

le indicazioni ministeriali riguardanti la ripresa del nuovo anno scolastico, in particolare per quanto concerne la frequenza degli alunni con disabilità, appaiono poco chiare e scarsamente orientate all’inclusione,

  • le indicazioni relative al servizio di istruzione domiciliare, la cui attivazione è conseguente a una specifica procedura e quelle sulla contestuale disponibilità dei docenti, sono proposte in modo sommario, lasciando spazio a soggettive interpretazioni, 
  • le norme emanate in questi ultimi mesi contribuiscono sempre più a rafforzare la delega del processo inclusivo al solo docente incaricato su posto di sostegno, legittimando, in tal senso, la deresponsabilizzazione dei docenti incaricati su posto comune o disciplinare,  
  • non è ancora stata attivata una mirata formazione per acquisire e/o potenziare le competenze necessarie per affrontare attività di insegnamento-apprendimento con l’uso di strumenti digitali, in presenza e a distanza;
  • in vista dell’emanazione del nuovo modello di PEI, anticipato dalla ministra Azzolina nel giugno scorso, teme che venga recepita l’indicazione dell’art. 7 comma 2 lettera a) in cui è previsto che il PEI sia “approvato”, determinando, di conseguenza, l’esclusione della famiglia dal processo decisionale riguardante il proprio figlio, 
  • in merito all’erogazione della didattica online non è stata prevista alcuna indicazione a livello contrattuale.

L’Associazione CIIS auspica che, anche nella emanazione di futuri provvedimenti, il Ministero dell’Istruzione ponga coerentemente attenzione al processo inclusivo, in particolare nei confronti degli alunni con disabilità, senza perdere mai di vista quei principi costituzionali e normativi che riconoscono a ciascun cittadino il diritto alla piena realizzazione personale e sociale.  

IL DIRETTIVO CIIS

1/09/2020

Persone con disabilità divenute anziane

Persone con disabilità divenute anziane: la transizione non cancella i diritti

Superando del 01/09/2020

di Giulia Bassi*

«A 65 anni la persona con disabilità, agli occhi del nostro ordinamento e del sistema di welfare, cessa di essere considerata tale e diventa anziana non autosufficiente. Le conseguenze di questo automatismo, a partire dall’interruzione del progetto individuale di vita, non solo sono ingiustificate, ma anche illegittime»: è questa la conclusione dell’approfondita analisi di Giulia Bassi sulla disabilità “che diventa anziana”, studio condotto nell’àmbito di un progetto sulla multidiscriminazione promosso dalla Federazione FISH e finanziato dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali.

Nell’ambito del progetto Disabilità: la discriminazione non si somma, si moltiplica – Azioni e strumenti innovativi per riconoscere e contrastare le discriminazioni multiple (se ne legga già anche sulle nostre pagine), lanciato alcuni mesi fa dalla FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap), con il finanziamento del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali (Direzione Generale del Terzo Settore e della Responsabilità Sociale delle Imprese – Avviso n. 1/2018), presentiamo oggi ai Lettori uno degli esiti dello stesso, ovvero un’approfondita analisi sulla disabilità “quando diventa anziana” e, in particolare, sull’impatto che il compimento dei 65 anni ha sulla vita delle persone.

A curare tale contributo è Giulia Bassi del Centro Antidiscriminazione Franco Bomprezzi della LEDHA, la Lega per i Diritti delle Persone con Disabilità che costituisce la componente lombarda della FISH.

La recente emergenza coronavirus ha reso evidente che esiste un momento della vita in cui si diventa maggiormente vulnerabili, momento che viene fatto coincidere con il compimento dei 65 anni, età a partire da cui, convenzionalmente, si è considerati anziani.

In realtà, questo parametro, che incontra il consenso dell’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità), se calato nel contesto italiano, potrebbe far sorgere dei dubbi circa la sua adeguatezza. L’aumento della qualità della vita ha infatti determinato un progressivo invecchiamento della nostra popolazione, che è oggi fra le più longeve. Allo stesso tempo, notevolmente migliorate appaiono anche le condizioni di salute e di benessere delle persone considerate anziane, rispetto a soli venti o trent’anni fa.

Dai dati contenuti nell’ultimo Rapporto ISTAT (dati aggiornati al 1° gennaio 2019: ISTAT, Rapporto annuale 2019, capitolo 3), emerge che gli ultrasessantacinquenni costituiscono il 22,8% della popolazione italiana (13,8 milioni). E la previsione è che la speranza di vita, attualmente di 80,8 anni per gli uomini e 85,2 per le donne, sia destinata a salire, determinando così un incremento dei cosiddetti “grandi anziani”, che rappresentano già il 3,6% della popolazione (2,2 milioni).

Il fenomeno del progressivo invecchiamento non ha incidenze solo numeriche, ma anche sulla stessa percezione dell’anzianità. Si può infatti ritenere che oggi si è considerati “anziani” non tanto nel momento in cui si compiono 65 anni, quanto in quello in cui si perdono in modo significativo le condizioni di autonomia e si assiste a un peggioramento della propria condizione di salute.

Secondo recenti stime, la perdita significativa dell’autonomia e della salute riguarda più del 20% degli ultrasessantacinquenni 65enni (Dati ISTAT dal primo Rapporto sulla Disabilità del 2019). Ciò significa che nel nostro Paese circa un milione e mezzo di ultrasessantacinquenni potrebbe vivere in una condizione di disabilità. Di questi, una parte avrebbe acquisito una disabilità per ragioni connesse all’avanzamento dell’età, un’altra ne avrebbe già avuta una prima di compiere 65 anni.

La distinzione appena fatta, e non in modo casuale, è rappresentativa della prassi di guardare agli anziani con disabilità in modo differente a seconda del momento in cui abbiano acquisito la propria disabilità, se prima o dopo i 65 anni.

In questo lavoro, l’attenzione si focalizzerà sulle persone con disabilità diventate anziane e, in particolare, sull’impatto che il compimento dei 65 anni ha sulle loro vite. A 65 anni, infatti, come si avrà modo di vedere, la persona con disabilità, agli occhi del nostro ordinamento e del sistema di welfare, cessa di essere considerata tale e diventa anziana non autosufficiente.

Verranno quindi analizzate le conseguenze di questo automatismo e si cercherà di stabilire se, ai sensi della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, possano essere considerate legittime.

Anzianità e nuove esigenze

Seppure in mancanza di dati puntuali, a parità di genere e di età, si può ritenere che l’aumento della speranza di vita riguardi anche le persone con disabilità (ISTAT, Nota sulla legge “Dopo di noi”, 31 maggio 2017). Questo significa non solo che oggi le persone con disabilità vivono più a lungo, ma che, al pari del resto della popolazione, possono andare più facilmente incontro a patologie connesse all’avanzamento dell’età, quali ad esempio la demenza.

Di questo, nonostante sia una tematica conosciuta, non c’è ancora piena consapevolezza. Un possibile ostacolo è dato dal linguaggio di tutti i giorni. Basti pensare che quando si fa riferimento a persone con disabilità, soprattutto se intellettiva, che queste abbiano venti, quaranta come settant’anni si è soliti parlare di “ragazzi”, quasi a voler sottintendere che l’età adulta, in primis, e la vecchiaia siano fasi della vita che non le riguardano. L’ostacolo è però destinato a diventare una barriera insormontabile nel momento in cui le parole, non necessariamente usate in malafede, si trasformano in stereotipi. Stereotipi che, offuscando la percezione, rischiano di impedire di cogliere non solo i cambiamenti che le persone con disabilità vivono con il passare degli anni, ma anche le loro nuove esigenze.

Un’attenzione in questo senso è possibile attraverso una progettazione che abbia come punto di partenza la persona e che ne persegua la promozione in ogni fase della vita. L’obiettivo deve infatti essere quello della qualità della vita, non la sola riabilitazione e il solo miglioramento del funzionamento. La persona con disabilità anziana non deve essere solo destinataria di trattamenti, ma anche di sostegni e stimoli che le permettano di vivere la propria vita in modo pieno e da protagonista. Si rende quindi necessaria una rivoluzione nella strutturazione dei servizi: dalle casacche multi-taglia si deve passare a vestiti tagliati su misura e costantemente provati. Solo in questo modo potranno essere costruiti servizi adeguati, flessibili e adattabili ai nuovi bisogni delle persone con disabilità diventate anziane, accompagnandole così durante la progressione del declino e della perdita delle loro funzioni. Alla base, però, deve esserci un’attenta valutazione multidisciplinare in cui siano ricomprese anche delle forme di screening in grado di mostrare i primi segni di decadimento cognitivo o di demenza.

Il nostro ordinamento può già vantare uno strumento che va in questa direzione: il progetto individuale ai sensi dell’articolo 14 della Legge 328/00. A mancare, al momento, sono invece specifici e diffusi protocolli di screening precoce, in grado di valutare la presenza di decadimento cognitivo o di demenza nelle persone con disabilità intellettiva.

65 anni: da convenzione a regola

Se da una parte, nella generalità dei casi, il compimento dei 65 anni non determina significativi cambiamenti nella vita di tutti i giorni, dall’altra, però, lo stesso non può dirsi per le persone con disabilità. Appare infatti diffusa su tutto il territorio nazionale la prassi di utilizzare i 65 anni quale criterio per demarcare il confine fra i servizi rivolti alle persone con disabilità e agli anziani.

Se in un primo momento, questa scelta, non dettata dal legislatore nazionale, è stata assunta nell’ottica di regolamentare l’accesso ai servizi, in Regione Lombardia, ad esempio, si è concretizzata nel cosiddetto «passaggio da essere persona con disabilità ad anziano non autosufficiente». A 65 anni, quindi, la persona con disabilità viene sradicata dall’ambiente noto e inserita in servizi tipicamente per anziani. Il tutto in modo automatico, senza che vengano prese in considerazione né la sua volontà né le sue esigenze specifiche.

La prassi si è poi consolidata nel momento in cui il parametro dei 65 anni è stato incluso in alcune norme nazionali. Tra queste, meritano attenzione particolare il Fondo Nazionale per la Non Autosufficienza e il Fondo per l’assistenza alle persone con Disabilità rave prive del sostegno familiare, in cui la fascia dei 18-64 anni è stata utilizzata per il riparto delle risorse destinate alla realizzazione di progetti di vita indipendente. Questo criterio, adottato probabilmente per ragioni di semplificazione, si è pero tradotto, nella sua declinazione a livello regionale e locale, in requisito predominante per l’accesso ai fondi, andando così ad incidere significativamente sull’avvio e sulla continuità dei progetti.

Il Legislatore Nazionale, facendo propria la regola dei 65 anni, non solo l’ha ufficializzata, ma ne ha legittimato le conseguenze. In primis l’interruzione del progetto individuale e la conseguente negazione nei fatti del diritto ad autodeterminarsi.

La prassi che si è andata sviluppando, in base alla quale il progetto individuale sia uno “strumento a scadenza”, si scontra con la ratio della sua norma, snaturalizzandola. Il progetto individuale previsto dall’articolo 14 della Legge 328/00 persegue infatti la finalità di «realizzare la piena integrazione delle persone disabili» attraverso una programmazione globale diretta a coprire ogni àmbito della persona non in modo rassegnato, limitandosi a metterne in luce i bisogni e il modo in cui darvi risposta, ma evidenziandone le potenzialità. La Legge, in molte parti ancora inattuata, assegna al progetto individuale il compito di accompagnare la persona con disabilità in ogni fase della sua vita, garantendole così il diritto a vivere in modo pieno ogni momento.

La norma, inoltre, parlando di “interessato” e di “persona”, sembra configurare un diritto esigibile da tutte le persone con disabilità, privo, quindi, di condizionamenti di carattere anagrafico, e non a termine: non si rileva, infatti, alcun elemento che possa giustificarne l’interruzione al raggiungimento di una determinata età. In questo senso si è espresso anche il Legislatore nel Decreto Ministeriale del 23 novembre 2016 (pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 45 del 2017), attuativo della Legge 112/16 sul cosiddetto “Dopo di Noi”, che all’articolo 4, comma 5 prevede che per gli interventi previsti dalla legge a favore di «persone la cui disabilità non sia determinata dal naturale invecchiamento o da patologie connesse alla senilità, è assicurata continuità negli interventi e servizi erogati indipendentemente dal raggiungimento di qualsivoglia limite di età».

Non è però possibile tacere che se da una parte la norma è diretta ad un cambiamento nella logica dei servizi, dall’altra il suo tenore letterale sembra limitarne la portata alle sole persone con disabilità che soddisfino i requisiti previsti dalla legge e che abbiano avuto accesso agli interventi a valere sulle risorse del Fondo.

Alla luce di quanto visto, l’interruzione del progetto individuale al compimento dei 65 anni non solo è ingiustificata, ma anche illegittima.

Si può ritenere che la persona con disabilità che a 65 anni, indipendentemente dalla sua volontà e dai suoi bisogni, si veda negato l’accesso ai servizi di cui ha sempre usufruito, o che viene sradicata dal contesto in cui ha sempre vissuto per essere inserita in un altro, subisca una discriminazione. Discriminazione che si concretizza nell’impossibilità di esercitare il diritto a vivere nella comunità, con la stessa libertà di scelta delle altre persone, e a scegliere, su base di eguaglianza con altri, il proprio luogo di residenza, dove e con chi vivere, e a non essere obbligato a vivere in una particolare sistemazione abitativa, ciò che è sancito dall’articolo 19 della citata Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, ratificata dallo Stato Italiano con la Legge 18/09.

In questo momento una forma di reazione al fenomeno che può essere definito come “scadenza del progetto individuale”, consiste nella possibilità di chiedere una deroga al Comune di residenza, il principale responsabile della buona attuazione del progetto predisposto per la persona con disabilità. In realtà, però, la deroga – poco nota e in ogni caso subordinata alla sensibilità della singola Amministrazione – si concretizza nel rimandare di poco quanto avrebbe già dovuto verificarsi al compimento dei 65 anni. Questa possibilità, seppure importante, continua ad essere insufficiente per la sua aleatorietà e perché, di fatto, rappresenta una soluzione effimera, valida nel solo breve termine e non del tutto attenta alla persona.

Merita attenzione il fatto che, rispetto al panorama dei possibili destinatari, la giurisprudenza si sia occupata raramente della negazione dell’acceso ai servizi al compimento dei 65 anni e, più in generale, dell’interruzione del progetto individuale.

Il rischio di segregazione nel passaggio dall’età adulta a quella anziana

Di fronte a quanto appena descritto e, più in generale, a una modalità di presa in carico delle persone anziane che ha come finalità principale la cura e l’assistenza, ci si potrebbe chiedere: in un processo così delineato quale ruolo ha la persona? Il diritto ad autodeterminarsi è effettivamente esigibile? I diritti primari e fondamentali sono rispettati?

Di questo approccio, probabilmente perché ritenuto il migliore e l’unico in grado di dare risposte efficaci, passa inosservato – o forse si preferisce far passare inosservato – l’impatto segregante, di separazione rispetto agli altri. Basti solo pensare alla percezione comune delle RSA [Residenze Sanitarie Assistite, N.d.R.]: luoghi in cui auspicabilmente nessuno dovrebbe andare a vivere, ma al tempo stesso considerati necessari a garantire il diritto alla vita di persone che si trovano in particolari condizioni o che sono rimaste prive del sostegno familiare.

Il rischio, insito nei servizi a presa in carico totale, è che la persona passi in secondo piano e che l’annullamento del suo diritto ad autodeterminarsi venga legittimato dall’alibi del superiore interesse della cura e dell’assistenza.

Un sistema così delineato può essere considerato legittimo e rispettoso della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, che ha come finalità principale la promozione e l’inclusione della persona?

Si aggiunga anche che la Convenzione riconosce e garantisce il diritto «alla piena ed effettiva partecipazione nella società su base di eguaglianza» alle persone con disabilità in generale, indipendentemente dalla loro età e dal momento in cui hanno acquisito la propria disabilità.

Affinché questo diritto sia veramente esigibile si rende necessario un cambio radicale nell’approccio alla disabilità: il tentativo di dare risposte standardizzate deve lasciare il posto alla consapevolezza che il punto di partenza e di arrivo imprescindibile debba sempre essere la persona nella sua unicità, in ogni fase della sua vita. Il nostro sistema di welfare, quindi, nell’orientare la propria azione, non può prescindere dal progetto individuale ai sensi dell’articolo 14 della Legge 328/00, non più concepito come adempimento burocratico per rispondere a bisogni, ma, al contrario, come strumento in cui la persona con disabilità, le sue scelte e le sue preferenze hanno il ruolo di protagonisti.

*Giulia Bassi, 
Centro Anti-discriminazione Franco Bomprezzi della LEDHA (Lega per i Diritti delle Persone con Disabilità, componente lombarda della FISH-Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap).

8 domande al Ministro

8 domande al Ministro… attendiamo risposta!

Siamo ormai all’apertura del nuovo anno scolastico, iniziato ufficialmente oggi 1 settembre, e dobbiamo, con rammarico, prendere atto che il caos continua ad essere l’unica certezza.

Visto che il personale scolastico è ben conscio del compito di assoluta importanza che riveste e tenuto conto che le linee guida fornite lasciano consistenti spazi di indecisione e responsabilità delegate solo al buon senso degli operatori, chiediamo al Signor Ministro: 

  • È certa d’aver assunto ogni necessaria iniziativa al fine di limitare al massimo il rischio contagio nell’ambito scolastico?
  • È certa d’aver assunto ogni necessaria iniziativa al fine di limitare al massimo il rischio contagio nell’ambito scolastico?
  • È certa d’aver assunto ogni necessaria iniziativa al fine di limitare al massimo il rischio contagio nell’ambito scolastico?
  • È certa d’aver assunto ogni necessaria iniziativa al fine di limitare al massimo il rischio contagio nell’ambito scolastico?
  • È certa d’aver assunto ogni necessaria iniziativa al fine di limitare al massimo il rischio contagio nell’ambito scolastico?
  • È certa d’aver assunto ogni necessaria iniziativa al fine di limitare al massimo il rischio contagio nell’ambito scolastico?
  • È certa d’aver assunto ogni necessaria iniziativa al fine di limitare al massimo il rischio contagio nell’ambito scolastico?
  • È certa d’aver assunto ogni necessaria iniziativa al fine di limitare al massimo il rischio contagio nell’ambito scolastico?

Fermo restando che l’UGL SCUOLA è per la riapertura delle Scuole e l’avvio, in sicurezza, dell’a.s. 2020/2021 ed è ben disposta a un confronto costruttivo e propositivo con i rappresentanti del Dicastero dell’Istruzione, in nome e per conto dei nostri giovani studenti e degli operatori dell’Istruzione e della conoscenza, si resta in attesa di riscontro.

   Federazione Nazionale UGL Scuola

Il Segretario Nazionale
Orrnella Cuzzupi

Riapertura delle scuole

Nota di Dario Missaglia, Presidente nazionale di Proteo Fare Sapere, sulla riapertura delle scuole

La riapertura in sicurezza delle scuole e l’avvio delle attività didattiche, a partire dal 14 settembre, rappresenta un evento fondamentale per la ripresa della vita sociale e democratica del Paese.
Con le scuole aperte, riparte una delle istituzioni più importanti della Repubblica; il luogo della conoscenza, dell’educazione, della relazione tra generazioni.
La riapertura mette in movimento oltre 10 milioni di persone; richiede l’attivazione dei servizi di trasporto, di assistenza sanitaria, di sinergie tra regioni, autonomie locali, istituzioni scolastiche. Una operazione di grande complessità; non sorprendono pertanto criticità e problemi, aggravati dai ritardi, errori e incertezze con cui l’Amministrazione scolastica ha gestito questa fase.
Tutte le associazioni professionali della scuola e tutte le organizzazioni sindacali sono impegnate affinché le criticità possano essere superate e le scuole possano riaprire in sicurezza, con mezzi e personale sufficienti per gestire una situazione senza precedenti.
Non giova a questo obiettivo il fatto che la scuola abbia finito per configurarsi come il bersaglio perfetto per la competizione elettorale in corso, aprendo così il fianco a pesanti e insopportabili strumentalizzazioni.
È sconcertante che una destra, protagonista solo un decennio fa del più clamoroso taglio di risorse alla scuola pubblica (8 miliardi di euro da parte dei ministri Gelmini-Tremonti, sostenuti dalla Lega), gridi ora alla fuga dalla scuola di migliaia di insegnanti. Non è così. Certo, in una categoria che vede oltre un milione di addetti, è del tutto comprensibile che vi sia una fascia di “lavoratori fragili” che va tutelata, assistita e utilizzata senza rischi per la salute propria e degli studenti. Ciò non attenua la spinta che il personale della scuola ha espresso durante la sospensione delle attività didattiche: la richiesta di tornare nelle aule per una didattica in presenza, per superare la fase di una didattica a distanza, emergenziale e transitoria, per ricostruire la dimensione formativa che vive nella relazione e nella vicinanza del lavoro di aula.
Docenti, dirigenti e personale Ata hanno dimostrato di essere all’altezza della sfida che li attende. Tutti sono consapevoli delle difficoltà che emergeranno, con variabili talmente numerose e differenziate, da non essere tutte prevedibili.
Se prevarrà, come noi chiediamo, una gestione partecipata (con le organizzazioni sindacali, associazioni professionali, insegnanti, genitori, studenti, autonomie locali) a tutti i livelli, da quello ministeriale a quello territoriale e scolastico, anche le difficoltà che man mano si presenteranno potranno essere superate.
L’Associazione Proteo Fare Sapere mette a disposizione delle scuole e dei lavoratori  che lo vorranno, la propria esperienza e competenza per sostenere la riflessione, il delicato lavoro di progettazione e interventi di natura pedagogica e didattica, di formazione e aggiornamento per tutto il personale;  per riprendere una attività che, affrontati i problemi organizzativi, ha dinanzi a sé il delicatissimo compito di ridare senso all’azione educativa che non potrà ignorare l’esperienza vissuta in questi mesi e una emergenza che non è ancora alle nostre spalle.

Intesa sui trasporti, le scuole possono riaprire

da Il Sole 24 Ore

di Eugenio Bruno

Per la scuola è il momento della prova generale. Migliaia di studenti torneranno oggi in classe per le attività di recupero delle insufficienze accumulate nei mesi scorsi. Mentre altrettanti lo faranno solo virtualmente perché i loro istituti per ora preferiscono limitarsi alla didattica a distanza. In attesa della “prima” vera e propria che resta in calendario per il 14 settembre (anche se l’Abruzzo l’ha appena rinviata al 24 e altrettanto stanno per fare Basilicata e Campania). Riuscirci e riaprire le scuole in sicurezza è una «priorità massima» dell’intero governo, come ha ricordato ieri il premier Giuseppe Conte. Parole seguite, in serata, dall’intesa siglata in Conferenza unificata sulle linee guida per i trasporti: i mezzi – siano essi bus, metro o pulmini – potranno essere pieni all’80 per cento, con una maggiore riduzione dei posti in piedi rispetto a quelli seduti. Come chiesto dai governatori e accettato dal Comitato tecnico scientifico (Cts) del ministero della Salute.

Un lieto fine a cui ha contribuito anche la promessa del governo di riconoscere – tra emendamenti al Dl Agosto e prossima legge di bilancio – un ulteriore indennizzo di 150 milioni ai comuni e 400 al regioni (metà subito e il resto a consuntivo in base alle entrate dei biglietti e alle spese per i servizi sostitutivi). «Quando tutti i soggetti che hanno responsabilità su questi temi si impegnano in modo unitario i problemi si risolvono», ha commentato il ministro degli Affari regionali, Francesco Boccia. Modifiche accolte con soddisfazione anche dall’Anci e dall’Upi, che in una nota hanno però posto di nuovo l’attenzione sul tema degli spazi che mancano e degli affitti che le scuole devono stipulare per risolvere il problema: «Il fabbisogno complessivo espresso ammonterebbe a circa 300 milioni mentre al momento la copertura risulta essere solo di 70 milioni».

Chi tornerà a scuola già oggi dovrà farlo in base alle stesse regole che si applicheranno il 14. Misurando la temperatura a casa e astenendosi dal presentarsi con più di 37,5 di febbre. Obbligatorio resta anche l’uso della mascherina. Solo una volta seduti al banco e in presenza di un metro di distanza (due dalla cattedra) lo studente potrà abbassarla. In base alle indicazioni che il Cts ha fornito a inizio agosto e che avrebbe ribadito anche nelle ultime ore.

Di scuola e di pandemia ha parlato anche l’Organizzazione mondiale della sanità in un summit che ha visto la partecipazione di 53 paesi. In una dichiarazione congiunta del direttore regionale per l’Europa, Hans Kluge e del ministro della Salute, Roberto Speranza, sono state individuate quattro misure chiave la riduzione del rischio negli ambienti scolastici: dalle norme di igiene base, al distanziamento, a politiche specifiche per bambini a rischio con esigenze di apprendimento o condizioni di salute speciali, nonché per docenti con condizioni di salute che li rendono vulnerabili a infezioni più gravi. Promossa anche la didattica online in particolari situazioni.

Proprio i lavoratori fragili (dell’istruzione ma non solo) dovrebbero essere i destinatari di una circolare che il ministero della Salute sta mettendo a punto e che dovrebbe prevedere la certificazione dell’Inail per evitare una fuga di massa dei docenti capace di compromettere la riapertura.

In vista di quell’appuntamento la ministra Azzolina ha voluto rivolgere un appello al personale scolastico. Nel ricordare il carattere eccezionale della pandemia l’esponente pentastellata ha rivendicato il lavoro svolto fin qui («Non ci siamo fermati mai») e ha richiamato tutti gli attori coinvolti «alla responsabilità storica grande» che li attende. Mettendo ancora una volta nel mirino le classi pollaio: «Vanno eliminate», anche grazie

Scuola, al via la call veloce In arrivo altri 5-6mila docenti

da Il Sole 24 Ore

di Claudio Tucci

La risposta del ministero dell’Istruzione all’allarme cattedre vuote, specie al Nord e sul sostegno, è arrivata a stretto giro. Lucia Azzolina ha dato il via alla “chiamata veloce” dei docenti, la nuova procedura, prevista dal decreto Scuola, su input proprio della titolare del dicastero di Viale Trastevere, che consente a chi è in graduatoria, ma non ha ottenuto l’immissione in ruolo con la normale tornata di assunzioni, di poter presentare domanda in un’altra regione dove ci sono posti disponibili e così ottenere la prima cattedra a tempo indeterminato.

Le domande potranno essere effettuate fino alle ore 23.59 di domani, 2 settembre. L’apertura della procedura è slittata di alcune ore per consentire al ministero di poter scaricare tutti i dati dei posti rimasti disponibili dai singoli Uffici scolastici regionali (oltre 50mila, si veda Sole24Ore di ieri) in modo da metterli a disposizione dei docenti che aspirano al ruolo. Da venerdì è possibile presentare l’istanza «e già si registra l’afflusso di utenti sul sistema», hanno detto dal ministero dell’Istruzione. Subito dopo l’assegnazione dei posti con la “chiamata veloce” si procederà con le nomine dei supplenti, che quest’anno si attesteranno a oltre 200mila unità (250mila, se si considerano le cattedre temporanee in più che il governo è intenzionato a mettere in campo, dopo che, nei decreti Rilancio e Agosto, sono stati stanziati, complessivamente, circa 2 miliardi di euro – ai 50mila prof a termine si aggiungeranno altri 20mila profili Ata, sempre con rapporto a tempo determinato).

Secondo stime sindacali, con la “call veloce” potranno essere assunti stabilmente altri 5/6mila docenti, provenienti essenzialmente dal Sud (per chi si sposta ed entra in ruolo scatta l’obbligo di restare 5 anni nella stessa scuola).

A ottobre, hanno confermato dall’Istruzione, partiranno i concorsi a cattedre per circa 80mila posti, slittati in autunno, dopo un lungo braccio di ferro politico all’interno della maggioranza (Azzolina era contraria al rinvio). I primi 16mila dei 32mila che saranno assunti a settembre 2021 dalla selezione straordinaria (riservata ai precari “storici” con almeno 36 mesi di servizio alle spalle – hanno presentato domanda oltre 64mila candidati) avranno la retrodatazione giuridica a settembre 2020.

Da oggi, intanto, partirà il recupero degli apprendimenti, in alcuni casi in presenza, in altri, per il secondo grado, a distanza, a seconda dell’autonoma scelta delle singole scuole (dal 1° al 14 settembre i corsi di recupero rientrano nell’attività ordinaria; dopo potranno essere retribuiti).

Ieri intanto si è definito, almeno a livello politico, con gli enti locali, il nodo trasporti, con la capienza dei mezzi, utilizzati anche dagli studenti, che salirà all’80%. Alcune regioni sembrano, però, rimettere in discussione l’avvio delle lezioni, fissato al 14 settembre. Al momento, hanno previsto di ripartire dopo tale data tre regioni, Puglia, Calabria (entrambe il 24) e la Sardegna (il 22 settembre), per scavallare il referendum. È notizia di ieri che la Basilicata vorrebbe far slittare la riapertura dal 14 al 24 settembre, visti i tanti nodi ancora aperti. Anche la Campania (a oggi 14 settembre) potrebbe ripensarci, e spostare la data più in la: nei giorni scorsi il governatore, Vincenzo De Luca, è stato chiaro: «Nelle condizioni attuali la scuola non può riaprire».

Ancora da definire la «fase 2» dei test estesi ai supplenti

da Il Sole 24 Ore

di Eu.B.

Anche i supplenti potranno, se lo vorranno, sottoporsi ai test sierologici e agli eventuali tamponi di conferma della positività al Covid-19. Presumibilmente prima dell’entrata in servizio. Ma al momento mancano indicazioni più precise sul come e sul quando gli esami potranno essere svolti. Interrogativi non proprio secondari nell’anno in cui le supplenze potrebbero toccare la quota record di 250mila. Tutto ciò mentre a Verbania è stata già disposta la chiusura di una scuola – l’istituto superiore “Lorenzo Cobianchi”, 1700 allievi iscritti – per un prof risultato positivo agli esami dei giorni scorsi.

Che il 2019/2020 registrerà un boom di incarichi a tempo determinato ormai è noto. Il perché lo abbiamo raccontato più volte in questi mesi (si veda da ultimo Il Sole 24 Ore del 29 agosto). Alle vecchie emergenze, come le migliaia di immissioni in ruolo che puntualmente vanno deserte per lo svuotamento di molte graduatorie al Nord, si stanno sommando le nuove urgenze legate alla pandemia. A cominciare dallo slittamento all’autunno – su richiesta dei sindacati e di una parte della maggioranza (Pd e LeU) – dei concorsi da 78mila posti che la ministra Lucia Azzolina avrebbe voluto svolgere tra luglio e agosto. Se includiamo nel computo le 70mila unità di personale (tra docenti e Ata) da contrattualizzare fino al 30 giugno per ridurre il numero di alunni per classe e limitare i rischi di contagio stavolta rischiamo di ritrovarci con un prof su tre precario. Con tutti gli effetti sulla continuità didattica che possiamo immaginare. Averli in cattedra per tempo o meno non è così indifferente.

Considerando che domani scadono i termini per partecipare alla “call veloce” fuori regioni voluta da Azzolina per assegnare una delle cattedre rimaste scoperte durante le immissioni e che poi si procederà alla loro assegnazione difficilmente le nomine dei supplenti arriveranno prima del 7 settembre. A quel punto ci sarà solo una settimana per sottoporre anche gli insegnanti a tempo determinato agli eventuali test sierologici prima della riapertura.

Che anche essi siano tenuti a farlo, sempre su base volontaria, lo dice (implicitamente) la circolare del ministero della Salute del 7 agosto scorso che destina lo screening al «personale docente e non docente» nel suo complesso, senza alcuna distinzione tra prof di ruolo e insegnanti a tempo determinato. E anche al ministero dell’Istruzione danno per scontato che sia coinvolto tutto il personale senza alcuna distinzione in base alla tipologia di contratto. In realtà, un primo caveat lo pone lo stesso documento del dicastero guidato da Roberto Speranza. Quando circoscrive la campagna avviata in tutta Italia il 24 agosto (il 20 nel Lazio) – peraltro con alterne fortune visto che finora avrebbe aderito un prof su tre – ai docenti che risultavano in servizio a quella data. Una precisazione che taglia fuori, non fosse altro che per ragioni di calendario, tutti i titolari di un contratto di supplenza.

Tutto lascia presumere che a loro sarà rivolta una “fase 2” della campagna di screening che non è ancora stata formalizzata. Una conferma indiretta la si trova in una nota della Regione Veneto di qualche settimana fa. Quando viene specificato che «per il personale che prende servizio dopo l’inizio dell’anno scolastico i test saranno garantiti successivamente ma comunque prima dell’inizio del servizio stesso». In pratica: chi vorrà sottoporsi al test – ed eventualmente al tampone entro 48 ore prescritto in caso di positività – dovrà farlo prima di mettere piede in classe.

Oggi il via ai corsi di recupero, ma uno studente su 2 ancora non sa come si svolgeranno

da Il Sole 24 Ore

di Redazione Scuola

Non ci sono solo le misure anti-Covid ad agitare la vigilia del back to school. A mettere alla prova gli studenti c’è anche l’incertezza su come funzioneranno nella propria scuola i corsi di recupero o, secondo la dicitura ufficiale, i Piani di apprendimento individualizzato (Pai). Il sistema con il quale il Ministero ha deciso di far riallineare con i programmi quegli studenti che in condizioni normali avrebbero preso il debito scolastico (o sarebbero stati bocciati) ma che, vista l’emergenza, sono stati ‘graziati’. Tuttavia, a pochi giorni dal rientro, quasi 1 studente su 2 non ha ancora ricevuto indicazioni in materia dal proprio istituto. A farlo emergere, un sondaggio di Skuola.net che ha coinvolto 1.000 ragazzi delle scuole secondarie che dovrebbero frequentare questi corsi, perché sono risultati insufficienti in una o più materie. Più o meno un quinto degli studenti coinvolti nell’indagine del portale sulle aspettative dei ragazzi per il ritorno a scuola.

C’è chi preferisce attendere la riapertura…
Tuttavia secondo Skuola.net questi dati non devono allarmare. Come ricorda il ministero dell’Istruzione «il recupero comincerà dai primi di settembre e proseguirà durante i prossimi mesi, così come previsto dalle norme che regolano il nuovo anno scolastico». La mancanza di informazioni certe tra i ragazzi è probabilmente legata proprio alla scelta di alcuni presidi di posticipare il via ai corsi di recupero dopo il rientro “ufficiale”. Sulla carta, infatti, tutte le scuole hanno la possibilità di anticipare il ritorno in classe di un paio di settimane rispetto alla data annunciata dal MI per l’inizio anno scolastico, ovvero il 14 settembre. Ma le aule, per sfruttare questo periodo – dal 1 settembre – dovrebbero essere già pronte ad accogliere gli studenti con tutte le accortezze del caso: igienizzazione delle strutture, banchi singoli, distanziamento e quant’altro. Il che non è così facile.

…e chi preferisce affidarsi alla didattica a distanza
Ci sono comunque scuole che hanno già organizzato e comunicato ai propri alunni in che modo si procederà al recupero. È così per il 52% degli interessati raggiunti da Skuola.net. E si tratta di istituti che spesso stanno sfruttando l’autonomia di cui godono per adottare un modello il cui cavallo di battaglia è una recente conoscenza: la didattica a distanza. Stando a quanto raccontato dagli intervistati, in quasi 6 casi su 10 almeno una parte dei corsi avverrà online: il 40% procederà in modalità ‘mista’ (qualche giorno in presenza, qualcun altro seguendo da casa), il 16% esclusivamente via web. Solo il 44% rientrerà definitivamente a scuola per tutto il tempo. Sembra quindi che il dilemma dei dirigenti scolastici – tra cui coloro che hanno realizzato di non essere ancora del tutto pronti per una riapertura al pubblico il 1 settembre – sia il seguente: sfruttare questo periodo in cui i docenti sono già a scuola per la normale attività didattica ma appoggiarsi ancora alla DaD (o alla sua evoluzione, la Didattica digitale integrata) oppure rimandare tutto più in là quando si potranno erogare queste lezioni in presenza? Come visto, la scuola appare ancora divisa su questo punto. Secondo il parere di alcuni “addetti ai lavori”, infatti, sarebbe quantomeno curioso recuperare con lezioni online le difficoltà che gli alunni hanno avuto proprio durante il periodo di…lezioni a distanza.

Scuola, 6 Regioni rinviano Mascherine, gli scienziati: «Ai banchi non servono»

da Il Messaggero

Ora che è tutto più o meno pronto, e che anche sui trasporti regioni e governo hanno trovato un’intesa, il cerino arde tutto nelle mani della ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina. «Non era mai successo, ma ce la faremo», scrive la responsabile del dicastero di viale Trastevere in una lettera inviata a presidi, docenti e a tutto il personale scolastico che tra qualche giorno sarà alle prese con regole nuove, spesso differenti da regione a regione, e con il caos di sempre.
La riunione serale della Conferenza unificata Stato-regioni, consegna l’ultimo tassello delle linee guida per la ripartenza: le regole per gli spostamenti su treni e bus. La spuntano i governatori che riescono a far salire all’80% la capienza degli autobus e ottengono risorse (200 milioni di euro) per implementare le corse in modo da coprire anche il restante 20%. Scuolabus a pieno carico invece per percorsi sotto i quindici minuti. Distanziamento di un metro, e quindi posti ridotti, sul resto dei bus e sui treni regionali in attesa che arrivino i plexigas a separare studenti e passeggeri. Poi i banchi monoposto che sono in consegna, anche se ieri non sono state date certezze sui tempi, niente obbligo di mascherine in classe se c’è un metro di distanza. Obbligatorie invece all’uscita e negli spostamenti dentro l’istituto scolastico. Le classi vanno arieggiate di continuo, con 37 e mezzo di febbre si sta a casa, ma la misurazione spetta alle famiglie.

IL SETTORE

Alla riunione, convocata dal ministro degli Affari regionali Francesco Boccia, erano presenti la ministra delle Infrastrutture Paola De Micheli, in collegamento i ministri della Salute Roberto Speranza e dell’Istruzione Lucia Azzolina e i presidenti di regione Bonaccini e Toti nonchè i rappresentanti dell’Anci, per rimettere in attività un settore che, come ha sottolineato il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, rappresenta una «risorsa decisiva» per il Paese.
Alla fine della riunione tutti d’accordo, anche perché non si poteva più rinviare malgrado non tutte le regioni hanno intenzione di aprire le scuole il 14 settembre. Inizia per primo la provincia di Bolzano, dove i ragazzi torneranno in classe il 7 settembre. Seguono tutte le altre il 14 ad eccezione del Friuli dove si rientrerà il 16 settembre, la Sardegna il 22, mentre Puglia, Calabria e Abruzzo, e probabilmente anche la Campania, andranno al 24 settembre in modo da scavallare referendum e elezioni regionali del 20. Un balletto di date che non rende la sfida del governo meno semplice. Riaprire le scuole, dopo sei mesi di stop e un anno scolastico – quello passato – da dimenticare, rappresenta per l’esecutivo un test importante che si somma a quelli elettorali di fine mese. «Sfida complessa», la definisce la sottosegretaria alla Salute Sandra Zampa, e il presidente del Consiglio Giuseppe Conte riconosce l’importanza dell’appuntamento quando dice che «riaprire le scuole è la nostra priorità». Conte ringrazia il ministro Speranza mentre lascia alla ministra dell’Istruzione il compito di far ripartire una macchina che, ai problemi di sempre, ne aggiunge uno potenzialmente in grado di far saltare l’intero sistema dell’istruzione pubblica qualora si dovesse arrivare a nuove e seppur parziali chiusure. Ne fa cenno lo stesso ministro della Salute quando avverte le scuole che comunque dovranno avere sempre pronto un piano b fatto di «lezioni online» soprattutto «per gli studenti fragili» e «educatori vulnerabili». Quanti saranno i professori e maestri che presenteranno il 14 settembre un certificato medico è difficile quantificarlo anche se un’ex ministra dell’Istruzione, l’azzurra Maria Stella Gelmini, parla di una stima di 260 mila supplenti da reclutare nelle prossime settimane. In attesa del consueto valzer di docenti, tirano in sospiro di sollievo anche le scuole paritarie visto che il ministero dell’Economia fa sapere che le scuole paritarie potranno richiedere «anticipazioni di tesoreria» «in caso d’urgenza».
Marco Conti

«Siamo pronti a intervenire ma l’aumento dei focolai non è un fatto scontato»

da Corriere della sera

Margherita De Bac

Quali sono le incognite della riapertura delle scuole?

«Le conoscenze sulle potenzialità di contagio nell’età scolare sono incomplete e questo impedisce di prendere posizioni definitive», giustifica la variabilità di certi documenti Kyriakoula Petropulacos, componente del comitato tecnico scientifico per l’emergenza Covid, il Cts, e direttore della sanità in Emilia- Romagna.

Mette le mani avanti?

«Potremmo essere costretti a modificare certe scelte. In alcuni casi però abbiamo potuto dare indicazioni operative condivise, ad esempio cosa fare quando si scopre un alunno positivo».

È scontato che aumenteranno i focolai?

«Non è affatto scontato, anzi. È una grande sfida che si può superare con la partecipazione di tutti. Il coinvolgimento della famiglia è fondamentale. Chiediamo ai genitori di misurare più spesso la febbre ai figli anche semplicemente poggiando la mano sulla fronte o usando il termometro mentre fanno colazione».

Le mascherine?

«Voglio tranquillizzare i genitori. Non sono in alcun modo un rischio per la salute se il ragazzo è sano, possono dare qualche problema solo agli asmatici. Anche tenerle addosso diverse ore non è pericoloso. Non impediscono il respiro. Al massimo sono fastidiose ma ci si abitua».

Se l’epidemia mostrasse un rialzo sareste pronti a cambiare?

«Tornare indietro e chiudere di nuovo? Ci sono le premesse perché non accada. Significherebbe che qualcosa non ha funzionato. In alcuni Paesi le problematiche che si sono presentate non hanno portato alla chiusura generale ma a interventi mirati».

Le famiglie dovranno essere coinvolte misurando la febbre più spesso ai ragazzi anche solo tastando la fronte con la mano

Ci potrebbero essere interventi a livello regionale?

«Per mutare le politiche sulla scuola ci vorrà un confronto nazionale. Dei focolai all’interno degli istituti scolastici non devono spaventare a priori, devono essere valutati nel contesto della situazione generale. In Italia esiste un sistema di monitoraggio molto puntuale che permette di controllare l’andamento dell’epidemia a livello territoriale».

Quali sono le criticità maggiori?

«Il punto critico sono proprio i comportamenti individuali e infatti sarà molto importante la sensibilizzazione degli studenti. Nessuna precauzione funziona, neppure la più rigorosa, se non viene rispettata. Come risponderanno i ragazzi e le famiglie? È un’incognita. Ci vorrà attenzione nell’evitare comportamenti finora considerati innocui, tipici degli alunni specie durante la ricreazione, e che oggi potrebbero essere un rischio».

Un esempio?

«Cantare e urlare aumentano lo spargimento di goccioline che se, infette, hanno la capacità di contagiare. Il canto alle lezioni di musica? Meglio soprassedere a meno di non essere dovutamente distanziati. È difficile pensare che tutti in una classe si ricordino che è saggio non alzare la voce o restare in silenzio ma se lo facesse la maggioranza sarebbe sufficiente».

Che valore hanno i test sierologici per gli insegnanti prima del ritorno in aula?

«Servono a verificare il livello di siero prevalenza ed avere un’idea di quanti sono nei mesi scorsi venuti a contatto col virus. Si evita inoltre che a scuola si presentino persone asintomatiche ma positive che potrebbero far partire un focolaio. Il test dovrà essere ripetuto, va ancora deciso con quale tempistica».

Ritorno in classe, il Comitato Tecnico Scientifico ha deciso: senza mascherina al banco se c’è distanza

da OrizzonteScuola

Di Andrea Carlino

Arriva l’indicazione ufficiale del Comitato Tecnico Scientifico. Si può stare in classe seduti al banco senza mascherina ma solo se c’è la distanza minima di almeno un metro.

La mascherina potrà essere imposta dall’autorità sanitaria in base al trend epidemiologico.

Il dato epidemiologico, le conoscenze scientifiche e le implicazioni organizzative riscontrate, potranno determinare una modifica delle raccomandazioni proposte, anche in  relazione ai differenti trend epidemiologici locali, dall’autorità  sanitaria che potrà prevedere l’obbligo della mascherina anche in  situazioni statiche con il rispetto del distanziamento per un  determinato periodo, all’interno di una strategia di scalabilità delle misure di prevenzione e controllo bilanciate con le esigenze della continuità ed efficacia dei percorsi formativi.

Nella scuola primaria, “per favorire l’apprendimento e lo sviluppo relazionale, la mascherina può essere rimossa in condizione di staticità con il rispetto della distanza di almeno un metro e l’assenza di situazioni che prevedano la possibilità di aerosolizzazione (ad esempio il canto)”.

“Nella scuola secondaria, anche considerando una trasmissibilità analoga a quella degli adulti, la mascherina può essere rimossa in condizione di staticità con il rispetto della distanza di almeno un metro, l’assenza di situazioni che prevedano la possibilità di aerosolizzazione (es. canto) e in situazione epidemiologica di bassa circolazione virale come definita dalla autorità sanitaria“, si legge in una nota.

Riapertura scuole, tutti gli adempimenti necessari: documenti da scaricare, modelli, info utili. AGGIORNATO

Il COVID-19 riporta la salute degli insegnanti al centro della scuola

da OrizzonteScuola

Di Vittorio Lodolo D’Oria

La scuola ha chiuso le aule da febbraio ma, ancora a inizio settembre, impera sovrana la confusione. Il dibattito, fin da subito, è stato incentrato sulle dimensioni delle aule, sui distanziamenti tra arredi prima e alunni poi, sui nuovi banchi singoli a rotelle, sulle mascherine, sulla misurazione della febbre a casa coi termometri a mercurio o a scuola coi termoscanner e via discorrendo. Degli insegnanti, come attori principali della scuola, fino a pochi giorni fa, non v’era traccia, quasi fossero un’inutile appendice al dibattito: semplicemente “non pervenuti”.

Una situazione che ben rappresenta la scala dei valori della scuola secondo l’opinione pubblica, nelle istituzioni, nella politica, nei sindacati e nelle associazioni di categoria. Situazione non dissimile tra molti degli stessi insegnanti: anche per loro, prima vengono gli alunni, poi i genitori, quindi le aule, infine i banchi. Ci si è ricordati che gli insegnanti esistevano solo grazie al loro preannunciato diniego a sottoporsi agli esami sierologici (un terzo di loro) e soprattutto dopo l’individuazione della cosiddetta categoria dei “lavoratori fragili” over 55. Solamente allora si è compreso che, senza docenti, non si può fare scuola, anzi, la scuola senza di loro proprio non esiste. Ad aggravare il quadro di quelli che ormai la gente considera i paria del pubblico impiego ecco intervenire il fattore anagrafico perché il nostro Paese vanta gli insegnanti più anziani, oltreché i peggio pagati, d’Europa. In altri termini ci si accorge che 400.000 docenti rientrerebbero nella categoria di “lavoratori fragili” per il solo fattore anagrafico e potrebbero semmai effettuare solo la DAD senza esercitare alcuna vigilanza su alunni e studenti. Non potendo sostenere tale situazione, sono stati introdotti ulteriori filtri rispetto a quello meramente anagrafico (55 anni). Saranno pertanto ritenuti “lavoratori fragili” coloro che oltre ad avere un’età superiore ai 55 anni, certificano patologie croniche gravi di tipo neoplastico, immunitario, cardiovascolare. Vedremo agli effetti pratici se la soluzione escogitata darà i frutti sperati, tuttavia ci permettiamo di dubitarne grandemente poiché detti lavoratori saranno comunque nell’ordine delle decine di migliaia di unità.

Scopriamo così che sono necessari proprio quei “precettori” che sanno stare anche due lustri senza rinnovo del contratto, che sono pagati miserrimamente, ai quali non sono riconosciute le malattie professionali anche ora nel terzo millennio ed hanno infine subito riforme previdenziali al buio (cioè senza alcuna valutazione delle condizioni di salute della categoria professionale). In definitiva, gli insegnanti chiedono finalmente di divenire soggetto attivo, senza limitarsi a rimanere oggetto passivo, prevenzione Covid inclusa.

Il Covid-19 ha avuto pertanto il pregio di portare al centro del dibattito la salute degli insegnanti che rappresenta l’architrave di una scuola sana e funzionante. Una vera e propria missione nella quale hanno tutti fallito: istituzioni, politica, sindacati. Il Ministro dell’Istruzione, seppure rappresentato da un’insegnante, ha dimostrato lo stesso disinteresse di tutti i suoi predecessori rispetto all’impegno nell’individuazione delle malattie professionali della categoria. Molti sindacati hanno tenuto lo stesso atteggiamento del dicastero di Trastevere, mentre altri si sono fermati di fronte al muro di gomma opposto dal Ministero Economia e Finanze che si è sempre rifiutato ostinatamente di mettere a disposizione i dati nazionali sull’inidoneità all’insegnamento per causa di salute. Così oggi ci si ritrova ancora a trastullarci con termini che non hanno alcun significato clinico (burnoutStress Lavoro Correlato, rischi psicosociali) perché non si tratta di diagnosi mediche riconosciute dai due manuali diagnostici americano ed europeo (DSM-V e ICD-10), mentre si ignora la realtà costituita da migliaia di diagnosi poste a lavoratori della scuola, non da singoli medici, ma da interi collegi di sanitari dei capoluoghi regionali nel corso degli ultimi 10 anni. Vale la pena qui ricordare che l’Italia, pur disponendo dei dati, è l’unico Paese europeo a non possedere studi clinici su scala nazionale circa le inidoneità all’insegnamento per motivi di salute, mentre gli studi locali a disposizione (Milano, Torino, Verona) mostrano l’assoluta prevalenza dei disturbi psichiatrici tra le malattie professionali della categoria. Per quanto riguarda l’estero basti ricordare che in Francia (2005) e Gran Bretagna (2009 e 2012) negli insegnanti è stato accertato il maggior rischio suicidario tra tutte le categorie professionali. Nonostante i dati internazionali allarmanti e i preoccupanti risultati degli studi di alcuni comuni italiani, tutti sembrano condividere in maggiore o minor misura la politica dello struzzo, continuando cioè a penalizzare la più numerosa categoria professionale e tutta la scuola di conseguenza.

Non resta che sperare che la vicenda del Covid-19 faccia comprendere la centralità degli insegnanti e della loro salute nella scuola.

Ritorno a scuola, via libera alle linee guida sui trasporti: mezzi riempiti all’80%

da La Tecnica della Scuola

Alla fine si è trovato l’accordo fra Governo e Regioni: via libera alle “linee guida per l’informazione agli utenti e le modalità organizzative per il contenimento della diffusione del Covid-19 in materia di trasporto pubblico”. Il testo ha incassato il parere positivo all’unanimità di Regioni, Comuni e Province.

Sulla capienza hanno vinto le Regioni

Sulla capienza massima dei mezzi di trasporto scolastico l’hanno spuntata le Regioni: è previsto un coefficiente di riempimento dei mezzi non superiore all’80% dei posti consentiti dalla carta di circolazione dei mezzi stessi. Il Cts proponeva il 75%.

Tuttavia, per viaggi che durano al massimo 15 minuti si può arrivare alla capienza massima del mezzo.

Linee guida trasporti: le novità

La differenziazione e il prolungamento degli orari di apertura degli uffici, degli esercizi commerciali, dei servizi pubblici e delle scuole di ogni ordine e grado è importante per modulare la mobilità dei lavoratori e prevenire conseguentemente i rischi di aggregazione connessi alla mobilità dei cittadini, si legge sul sito del Ministero dei Trasporti. E’ raccomandata, quando possibile, l’incentivazione della mobilità sostenibile (biciclette, e-bike, ecc.). Inoltre, per aumentare le corse dei mezzi di trasporto, soprattutto durante le ore di punta, possono essere destinate ai servizi di linea per trasporto di persone anche le autovetture a uso di terzi attraverso procedure semplificate per l’affidamento dei servizi.

Viene previsto da parte del Governo nella Legge di Bilancio lo stanziamento di 200 milioni per le Regioni e 150 per Comuni e Province per i servizi aggiuntivi di trasporto ritenuti indispensabili per l’avvio dell’anno scolastico. Le risorse già previste per i mancati introiti delle aziende del Tpl potranno infatti essere utilizzate anche per servizi aggiuntivi.

A bordo dei mezzi pubblici del trasporto locale, dei mezzi del trasporto ferroviario regionale e degli scuolabus del trasporto scolastico dedicato è consentito, in considerazione delle evidenze scientifiche sull’assunto dei tempi di permanenza medi dei passeggeri indicati dai dati disponibili, un coefficiente di riempimento non superiore all’80 %, prevedendo una maggiore riduzione dei posti in piedi rispetto a quelli seduti.

Tale coefficiente di riempimento è consentito anche in relazione al ricambio dell’aria interna dei veicoli di superficie e dei treni metropolitani. Infatti la maggior parte degli impianti di climatizzazione consente una percentuale di aria prelevata dall’esterno e un ricambio ad ogni apertura delle porte in fermata. Inoltre per i tram di vecchia generazione è possibile l’apertura permanente dei finestrini.

Potrà essere aumentata la capacità di riempimento, oltre il limite previsto, esclusivamente nel caso in cui sia garantito un ricambio di aria e un suo filtraggio attraverso idonei strumenti di aereazione che siano preventivamente autorizzati dal CTS.

Rientro a scuola: le linee guida sul trasporto complicano tutto

Inoltre, per aumentare l’indice di riempimento dei mezzi di trasporto potranno essere installati separazioni removibili tra i sedili. È in corso un accordo tra MIT- INAIL e IIT per individuare il materiale idoneo per consentire la separazione tra una seduta e l’altra, al fine di consentire un indice di riempimento dei mezzi pressoché totale.

Saranno previsti dei dispenser a bordo, anche in maniera graduale a partire dai mezzi più affollati, per la distribuzione di soluzioni idroalcoliche per la frequente detersione delle mani.

Riapertura scuole, Azzolina: sarà un anno duro, ma abbiamo le regole chiare e più rigorose d’Europa

da La Tecnica della Scuola

Sul rientro a scuola, previsto tra pochi giorni per tutti, la ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina difende a spada tratta le scelte del Governo e del dicastero di Viale Trastevere. “Già a giugno – scrive in una lettera inviata ai docenti, ai presidi e a tutto il personale scolastico, a poche ore della riapertura della scuola – è stato varato il Piano per la ripartenza di settembre, preparato insieme ai tanti attori del sistema scolastico e istituzionale. Da allora non ci siamo mai fermati”.

Cambiamenti forzati

La responsabile del M.I. dice che a Viale Trastevere si è “collaborato con le autorità sanitarie per avere regole condivise. E se queste si sono evolute nel corso dell’estate è perché il quadro di una pandemia non è una fotografia, non è statico, e al mutare delle condizioni la politica può e deve prendere nuove decisioni. Lo abbiamo fatto. Oggi abbiamo regole chiare, tra le più rigorose in Europa”.

Responsabilità storica, i soldi ci sono

Azzolina esorta, nella missiva pubblica, a lavorare “tutti insieme e riconsegniamo le scuole ai nostri studenti: il Paese – scrive – ce ne sarà riconoscente. Abbiamo una responsabilità storica grande. Sarà un anno duro. Ma anche l’inizio di un percorso diverso. Avremo le risorse dall’Europa (quelle del Recovery fund ndr) con cui costruire la scuola di domani, a partire dagli insegnamenti di questi mesi. Abbiamo le idee e il coraggio per realizzarle”.

La preoccupazione è comprensibile

La titolare del ministero dell’Istruzione dice che nelle scuole “ci troveremo a convivere con regole di sicurezza da rispettare e con una maggiore attenzione agli aspetti sanitari. Non era mai successo prima. So che c’è preoccupazione, è comprensibile”.

“Ci darà sostegno – continua Azzolina – la garanzia del gran lavoro fatto. Lo dico senza alcun trionfalismo, ma con soddisfazione: dati alla mano, nessuno in Europa si è impegnato così tanto nei mesi estivi per preparare la scuola a questa nuova stagione”.

Azzolina scrive ai docenti: su di voi dicono cose ingiuste, ma so che ci mettete l’anima

da La Tecnica della Scuola

“In questi mesi avete lavorato tantissimo: ci avete messo il cuore e l’anima”. Si rivolge ai docenti con queste parole la ministra dell’Istruzione, Lucia Azzolina, in una lettera inviata ai docenti, ai presidi e a tutto il personale scolastico alla vigilia della riapertura della scuola.

“Nonostante quello che qualcuno può dire, non vi siete mai fermati, anzi – scrive Azzolina, sempre rivolgendosi al corpo insegnante – avete iniziato a correre ancora più forte, per garantire la continuità didattica e per non perdere il contatto con i vostri studenti”.

Vi ringrazio uno ad uno

“Voglio ringraziarvi uno ad uno per gli sforzi fatti e per quelli che farete e dirvi che, come Ministra, io farò altrettanto e difenderò sempre il lavoro di chi opera nella scuola, perché ne conosco le responsabilità e le difficoltà”.

Il dibattito di questo periodo, ha proseguito, ha schiacciato la “questione scolastica troppo spesso sul lato sanitario, dimenticando il vero obiettivo della riapertura: i bisogni educativi dei nostri studenti, a cui tutti noi ci siamo dedicati come personale della scuola. E attorno a questa nuova attenzione per il sistema scolastico sono emerse narrazioni spesso semplificate, alcune volte allarmistiche, quasi sempre ingiuste sul personale scolastico”.

No alle insinuazioni che gettano discredito

Sempre in tema di insegnanti, la titolare del M.I. ha quindi detto di volere respingere “sempre con forza le insinuazioni che mirano a gettare discredito sulle istituzioni scolastiche e soprattutto su chi ci lavora. Come quelle che danno già per certa una fuga ipotetica di insegnanti dalle classi”, paventata nei giorni scorsi in particolare per gli over 55. “O le narrazioni secondo cui non ci saranno corsi di recupero perché i docenti si rifiutano di farli”.

“Il corpo dei docenti è sano”

Si tratta, ha continuato la ministra, di “traduzioni semplicistiche che rischiano di fare danno al sistema. Dimostriamo ancora una volta che il corpo dei docenti è sano. Composto da insegnanti che ci credono. Che amano il proprio lavoro e lo svolgono con professionalità e impegno”.