Competenza sociale, problematiche comportamentali e bambini affetti da sindrome di Tourette

Competenza sociale, problematiche comportamentali e bambini affetti da sindrome di Tourette

State of Mind del 17/09/2020

Si esaminano indicatori di competenza sociale e partecipazione sociale tra bambini con e senza sindrome di Tourette per favorirne l’identificazione precoce.

L’obiettivo del presente studio è quello di indagare se i bambini con sindrome di Tourette abbiano più probabilità di presentare una minore competenza e un minore impegno sociale.

Le relazioni sociali di successo contribuiscono alla salute fisica e mentale generale, mentre i deficit sociali e le scarse competenze sociali possono mettere i bambini a rischio di interazioni sociali problematiche e influire negativamente sulla salute generale. La competenza sociale, definita a grandi linee da Blumberg e colleghi (2008) come ‘le abilità e i comportamenti necessari per andare d’accordo con gli altri ed essere benvoluti’, si è dimostrata positivamente associata alla partecipazione ad attività sociali.

I bambini con disturbi mentali, come la sindrome di Tourette (TS), sono a rischio di avere relazioni sociali inadeguate. Oltre ad avere tic, gli individui con la sindrome di Tourette sono a maggior rischio per una serie di disturbi mentali, emotivi o comportamentali coesistenti, tra cui il disturbo da deficit di attenzione e iperattività (ADHD), il disturbo ossessivo-compulsivo, l’ansia, la depressione e il disturbo dello spettro autistico (Hirschtritt et al.,2015; Darrow et al., 2017), che potrebbero influenzare lo sviluppo e il mantenimento delle relazioni sociali, e contribuire a un livello di competenza sociale complessivamente inferiore rispetto ai bambini senza sindrome di Tourette (Eddy & Cavanna, 2013; Evans & Cavanna, 2016).

Pertanto, questo articolo esamina gli indicatori di competenza sociale e di partecipazione sociale tra i bambini con e senza sindrome di Tourette per aiutare e migliorare gli sforzi di identificazione precoce e di intervento.

L’obiettivo del presente studio è stato quello di indagare se questi bambini presentassero più probabilità di avere una minore competenza e un minore impegno sociale, oltre che un maggior numero di problemi comportamentali, minori abilità sociali e minori livelli di partecipazione alle attività sociali, rispetto ai bambini senza sindrome di Tourette, utilizzando un’ampia fonte di dati rappresentativa a livello nazionale. Infine, è stato esaminato il ruolo della gravità della sindrome di Tourette e dei disturbi mentali, emotivi o comportamentali coesistenti. Gli autori hanno utilizzato i dati del National Survey of Children’s Health del 2007 (Blumberg et al., 2012), l’unica indagine rappresentativa a livello nazionale che include indicatori relativi alla competenza sociale e alla sindrome di Tourette: è stata progettata per monitorare la salute di tutti i bambini non istituzionalizzati di età compresa tra 0 e 17 anni che vivono negli Stati Uniti. Essa comprende domande relative alla sindrome di Tourette, ad altri disturbi mentali, emotivi o comportamentali (es. “Un medico o un altro operatore sanitario le ha mai detto che [nome del bambino] ha avuto la sindrome di Tourette/ADHD/ASD/Disturbo d’ansia/altro”, “[nome del bambino] ne soffre attualmente?”, “Qual è la gravità attuale del disturbo?”), alla competenza sociale e alle attività sociali. Per esplorare i problemi comportamentali, ai genitori è stato chiesto quanto spesso il loro bambino (1) discute, (2) fa il prepotente o è crudele o cattivo con gli altri, (3) è disobbediente, e (4) è testardo, imbronciato o irritabile. Mentre, le domande per la scala delle abilità sociali erano se (1) il bambino mostra rispetto per gli insegnanti e i vicini, (2) va d’accordo con gli altri bambini, (3) cerca di capire i sentimenti degli altri e (4) cerca di risolvere i conflitti con i compagni di classe, la famiglia o gli amici (modalità di risposte: da 1 = mai a 5= sempre).

Dai risultati è emerso che i bambini con la sindrome di Tourette (il 69.5% di età compresa tra i 12 e i 17 anni) erano significativamente più propensi ad avere disturbi mentali, emotivi o comportamentali rispetto ai bambini senza questa sindrome (78.7% vs 16.4%): nello specifico più disturbi esternalizzanti, internalizzanti e dello spettro autistico. Tra i bambini che hanno ricevuto una diagnosi di sindrome di Tourette, il 62.4% aveva attualmente tale sindrome e di questi il 72.9% in forma lieve, e il 27.1% in forma moderata o grave. Inoltre, è emerso che i bambini con più problemi comportamentali hanno punteggi più bassi circa le abilità sociali. I bambini con la sindrome di Tourette, in media, avevano più probabilità di mostrare problemi comportamentali, come ad esempio “litiga troppo”, “fa il prepotente”, “è crudele con gli altri”, “è testardo”, “è disobbediente”, e meno abilità sociali positive, come ad esempio ‘mostra rispetto verso gli adulti”, “va d’accordo con gli altri bambini”, ‘cerca di capire i sentimenti degli altri”, “cerca di risolvere i conflitti”, rispetto ai coetanei privi della suddetta diagnosi. Nonostante le differenze nei punteggi delle competenze sociali, i bambini con la sindrome di Tourette erano simili a quelli senza sindrome di Tourette nella loro partecipazione ad attività sociali organizzate (come sport, club o altri eventi e attività). Il livello di gravità della sindrome è correlato agli indicatori di competenza sociale e partecipazione alle attività sociali: i bambini con sindrome di Tourette da moderata a grave avevano maggiore propensione al litigio e maggiori problemi comportamentali, più basse abilità sociali complessive, minori probabilità di partecipare ad attività, sia rispetto ai pazienti con una gravità lieve, che a coloro che non hanno la sindrome di Tourette.

In conclusione, grazie al presente studio è stato possibile affermare che la competenza sociale era mediamente più bassa tra i bambini il cui genitore ha riferito la presenza di una diagnosi di sindrome di Tourette, i quali a loro volta avevano più problematiche di tipo comportamentale rispetto a coloro che non avevano mai avuto una simile diagnosi.

di Catia Lo Russo

Alunni senza sostegno

Alunni senza sostegno: ancora da nominare da 50 a 75mila docenti

Il Sole 24 Ore del 17/09/2020

Un’emergenza nell’emergenza. È quella rappresentata, nei giorni della riapertura a singhiozzo delle scuole e del bollettino quotidiano di contagiati che non risparmia alunni e professori, dalla cronica assenza degli insegnanti di sostegno. Al momento ne mancherebbero, a seconda della stima, dai 50 ai 75mila. Con tutte le conseguenze che possiamo facilmente immaginare per le famiglie dei ragazzi con disabilità. E che hanno spinto lunedì 14 il ministero dell’Istruzione a fare ben due comunicati in poche ore su altrettanti presunti respingimenti di un alunno a Pisa e un altro a Roma per l’assenza del personale specializzato.

Approfondire il tema significa addentrarsi in uno dei problemi storici della scuola italiana, che il Covid-19 ha soltanto aggravato. In un contesto in cui – come hanno ricordato i sindacati nella conferenza stampa di ieri sulla «falsa partenza» della scuola che è servita a Cgil, Cisl, Uil, Snals e Gilda anche per rilanciare la manifestazione nazionale del 26 settembre – sono andate in porto appena 22.500 assunzioni su 85mila, al sostegno è andata ancora peggio con meno di 2mila (1.600 secondo viale Trastevere) nomine riuscite su 21mila previste. Ciò significa che sono 19mila i posti di ruolo non assegnati e destinati adesso a un supplente. Sulla base delle chiamate che gli uffici scolastici regionali stanno facendo in questi giorni, attingendo alle nuove graduatorie provinciali (Gps) volute dalla ministra Lucia Azzolina (contro cui la Lega ha depositato una mozione di sfiducia).

Pur ipotizzando che tutti e 19mila supplenti sull’organico di diritto siano nominati ad horas mancherebbero comunque 51mila deroghe (e cioè gli incarichi assegnati a un prof non specializzato) calcolate sull’organico di fatto, che si sono rese necessarie a settembre dell’anno scorso per coprire le nuove esigenze e e che serviranno anche stavolta. Contratti a tempo determinato che, secondo la tabella di marcia fissata dal ministero dell’Istruzione, saranno formalizzati entro il 24 settembre ma che, secondo un’elaborazione della Cisl Scuola non saranno le uniche. Prendendo a riferimento la situazione di dicembre 2019 (anziché settembre) i posti in deroga sono 76mila (25mila in più). Da qui la doppia stima iniziale di 50-75mila docenti di sostegno ancora da incaricare.

In realtà, la penuria di prof specializzati è un problema antico. Sul sostegno le assunzioni fallite sono un classico degli ultimi anni: nel 2016/17, 1.568 assunti su 10.319 posti vacanti; nel 2017/18, 3.344 su 13.393; nel 2018/19, 1.682 su 13.329; nel 2019/20, 3.253 su 14.593. Un gap tra domanda e offerta che si spiega sia con l’abitudine di molti docenti ad accettare il ruolo per poi spostarsi sul posto comune (lo hanno fatto in 8.500 nell’ultimo triennio), sia con una platea di “formati” troppo esigua. Il quinto ciclo di tirocini formativi attivi (Tfa) è appena partito e specializzerà 19.585 studenti. Cinquemila in più del ciclo precedente (e buoni per le assunzioni dell’anno prossimo) ma comunque inferiori al fabbisogno certificato. Per colmarlo la ministra Azzolina vorrebbe trasformare le deroghe in posti aggiuntivi nell’organico di diritto. A quel punto sì, è il ragionamento di viale Trastevere, che si potrebbero aumentare i posti dei Tfa. Ammesso che le università abbiano le risorse (e gli spazi) per farlo.

Scuola, disabilità e sostegno: pochi insegnanti, troppe diagnosi

Scuola, disabilità e sostegno: pochi insegnanti, troppe diagnosi

Il Corriere della Sera del 17/09/2020

La riflessione di un insegnante di sostegno sulla carenza di docenti specializzati ma anche sull’eccesso di diagnosi di disturbi di apprendimento e bisogni educativi speciali

di Claudio Ambrosini *

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questa riflessione di un docente di sostegno sul problema sempre più drammatico della carenza di insegnanti specializzati e più in generale sull’approccio alla disabilità nella scuola italiana.

Nessuna novità rispetto agli anni precedenti. Il Covid ha ampliato questioni già aperte, antiche, tutt’altro che nuove; sono decenni, infatti, che all’apertura delle scuole a settembre gli insegnanti di sostegno mancano, spesso non sono gli stessi degli anni precedenti, molti di loro non hanno alcuna specifica preparazione.

Vizio di fondo perpetuato e acuitosi nel corso degli anni: il bambino/il ragazzo con disabilità deve avere il suo insegnate di sostegno Il sostegno non è al bambino, bensì alla classe per cui l’insegnante di sostegno è con pieno titolo parte del corpo docente e le sue competenze dovrebbero essere utilizzate per la programmazione mirata e individualizzata degli apprendimenti della persona con disabilità inserita nel contesto classe. Poi il grado di disabilità declinerà anche il livello di integrazione, parola in disuso e sostituita da «inclusione» così da liquidare i difficili, ma evolutivi passi che solo l’integrazione può offrire a vantaggio di tutti i componenti del gruppo classe.

I numeri: gli studenti disabili crescono a dismisura, sono passati da uno a 67 nel 97/98 a uno ogni 28 nel 19/20. Addirittura nella sola provincia di Modena sotto la categoria «spettro autistico» si è passati da 128 casi a 879! Se poi consideriamo che in ogni classe della primaria a Milano (situazione che conosco bene poiché a Milano vivo e nell’ambito della disabilità lavoro da 45 anni) sono presenti casi con Disturbo Specifico di Apprendimento (DSA), con Bisogni Educativi Speciali (BES) e non vogliamo poi metterci qualche situazione di disagio, qualche caso con la 104, è chiaro a tutti che qualcosa nel sistema scolastico è andato fuori controllo. Il problema, quindi, è molto più ampio, non riguarda solo la scuola, anche le strutture sanitarie.

La prima questione da affrontare senza indugi, con decisione è la formazione degli insegnanti, di tutti gli insegnanti tra i quali coloro che si dedicheranno al sostegno acquisiranno competenze ulteriori rispetto alle varie tipologie di disturbi. La seconda si riferisce a un «falso»: è impossibile che vi siano così tanti studenti con disabilità e disturbi. Le varianze individuali, le naturali debolezze che accompagnano lo sviluppo, i settori di minor abilità, le diverse linee evolutive della crescita sono sempre meno qualificate come naturali e diversi profili e, invece, precocemente etichettate come disturbi e/o disabilità. Questo problema, però, non è circoscrivibile alla sola scuola, è una tendenza sociale, culturale che si sta affermando e cioè la creazione e l’individuazione di categorie cui dispensare aiuti specifici, ecco allora lo «spettro autistico», l’ADHD, il DSA e così via dimenticando che lo sviluppo infantile è un complesso intreccio di funzioni motorie, cognitive, emotive e affettive, di apprendimento che progressivamente vanno a integrarsi, equilibrarsi e hanno quindi necessità di tempo e di attenta osservazione per sedimentarsi e non immediata categorizzazione, funzionale questa solo all’adulto. Formazione, dunque, se vogliamo che la scuola cambi.

* Terapista della Neuro e Psicomotricità dell’Età Evolutiva (TNPEE) – Centro RTP Milano Docente a contratto presso Università degli Studi di Milano (Corso in Terapia della Neuro e Psicomotricità dell’Età Evolutiva)

Nessun boom di supplenze

I dati relativi alle supplenze per l’anno scolastico appena iniziato sono del tutto in linea con quelli di un anno fa. Non c’è, di fatto, alcun boom.

In particolare, i posti a tempo determinato, secondo la ricognizione effettuata alla data odierna dal Ministero, sono, quest’anno, poco più di 130 mila. Per coprirli, ad oggi, sono già state fatte oltre 110 mila assegnazioni, grazie al lavoro degli ambiti territoriali e delle istituzioni scolastiche, concentrate soprattutto nelle Regioni che sono già ripartite.

Nel dettaglio: sono 66.654 i posti rimasti attualmente disponibili dopo la fase delle assunzioni a tempo indeterminato. Si tratta di posti che erano preventivati, a fronte del progressivo esaurimento delle graduatorie dei precedenti concorsi e di quelle ad esaurimento, e che sono destinati ad essere coperti dalle procedure concorsuali che sono state già bandite, nonostante il periodo di emergenza da Covid-19. I posti messi a bando con i concorsi sono 78 mila. Le prove partiranno nel mese di ottobre.

In particolare, analizzando i dati, i 66.654 posti sono supplenze vere e proprie: mancando il docente titolare, viene sostituito con un supplente. Con contratti a tempo determinato vanno poi coperti anche i 14.142 posti di organico cosiddetto di fatto, che sono attivati in più, ogni anno, in risposta alle esigenze dei territori (ad esempio per lo sdoppiamento di classi necessario quando, per svariati motivi, aumentano gli alunni). Ci sono poi 51.351 deroghe sul sostegno. Si tratta anche qui di posti in più dati ogni anno (in deroga, appunto) per venire incontro alle esigenze delle studentesse e degli studenti con disabilità.

Quest’anno c’è poi l’organico per l’emergenza, che è da considerare a parte in quanto straordinario e legato ad un periodo eccezionale. Si tratta di posti aggiuntivi, sempre a tempo determinato, mai attivati in passato che fanno registrare un aumento dell’organico disponibile per le scuole e delle opportunità lavorative per i docenti.

SUPPLENZE

SUPPLENZE, DAL MI GIRANDOLA DI NUMERI, MANCA DATO COMPLESSIVO    

Il Ministero dell’Istruzione si ostina a non fare luce sul dato totale delle supplenze assegnate per quest’anno scolastico e preferisce fornire una girandola di numeri che non restituisce il quadro complessivo della situazione. 
Le 110mila assegnazioni che viale Trastevere afferma di aver già fatto stridono con la realtà dei fatti che parla, invece, di gravi ritardi nelle nomine per le quali, da quanto ci risulta, non siamo neanche a metà del guado. Ciò che sarebbe utile sapere è quanti posti  ci sono effettivamente vacanti. Se, come sostiene il Ministero, le cattedre rimaste libere in seguito alle assunzioni in ruolo ammontano a 66.654, considerato che i posti disponibili autorizzati dal Mef sono 84.808, quelli assegnati risultano appena 18.254. Una cifra decisamente esigua se pensiamo che è frutto del reclutamento avvenuto attraverso tre canali: graduatorie di merito, graduatorie a esaurimento e chiamata veloce. Ciò, purtroppo, dà ragione alle nostre previsioni secondo cui quest’anno conteremo oltre 200mila supplenze. In termini percentuali, dunque, il numero di stabilizzazioni è dimezzato rispetto all’anno scorso.
E dopo le nostre ripetute segnalazioni circa i ritardi nelle nomine e i diffusi errori nelle Gps,  adesso arriva anche la conferma da parte dell’Usr Lombardia che, in una circolare inviata agli uffici periferici dell’Amministrazione, comunica che ‘il numero dei posti sui quali convocare in Lombardia è particolarmente alto ed è pertanto prevedibile che le operazioni si protraggano per alcuni giorni’ e rileva ‘diffusi vuoti di organico’.
Per ovviare alla carenza di docenti, dunque, i dirigenti scolastici potranno attingere dalle nuove graduatorie di istituto, ma stipulando contratti in cui sia chiaramente esplicitata la clausola risolutiva per cui i supplenti assunti dovranno lasciare la cattedra all’arrivo degli insegnanti aventi titolo provenienti dalle Gps. La toppa, insomma, è peggiore del buco perché provocherà il solito balletto di precari che nuoce a insegnanti e studenti.

Alunni senza sostegno: ancora da nominare dai 20 ai 50mila docenti

da Il Sole 24 Ore

di Eugenio Bruno

Un’emergenza nell’emergenza. È quella rappresentata, nei giorni della riapertura a singhiozzo delle scuole e del bolletino quotidiano di contagiati che non risparmia alunni e professori, dalla cronica assenza degli insegnanti di sostegno. Al momento ne mancherebbero, a seconda della stima, dai 50 ai 75mila. Con tutte le conseguenze che possiamo facilmente immaginare per le famiglie dei ragazzi con disabilità. E che hanno spinto lunedì 14 il ministero dell’Istruzione a fare ben due comunicati in poche ore su altrettanti presunti respingimenti di un alunno a Pisa e un altro a Roma per l’assenza del personale specializzato.

Approfondire il tema significa addentrarsi in uno dei problemi storici della scuola italiana, che il Covid-19 ha soltanto aggravato. In un contesto in cui – come hanno ricordato i sindacati nella conferenza stampa di ieri sulla «falsa partenza» della scuola che è servita a Cgil, Cisl, Uil, Snals e Gilda anche per rilanciare la manifestazione nazionale del 26 settembre – sono andate in porto appena 22.500 assunzioni su 85mila, al sostegno è andata ancora peggio con meno di 2mila (1.600 secondo viale Trastevere) nomine riuscite su 21mila previste. Ciò significa che sono 19mila i posti di ruolo non assegnati e destinati adesso a un supplente. Sulla base delle chiamate che gli uffici scolastici regionali stanno facendo in questi giorni, attingendo alle nuove graduatorie provinciali (Gps) volute dalla ministra Lucia Azzolina (contro cui la Lega ha depositato una mozione di sfiducia).

Pur ipotizzando che tutti e 19mila supplenti sull’organico di diritto siano nominati ad horas mancherebbero comunque 51mila deroghe (e cioè gli incarichi assegnati a un prof non specializzato) calcolate sull’organico di fatto, che si sono rese necessarie a settembre dell’anno scorso per coprire le nuove esigenze e e che serviranno anche stavolta. Contratti a tempo determinato che, secondo la tabella di marcia fissata dal ministero dell’Istruzione, saranno formalizzati entro il 24 settembre ma che, secondo un’elaborazione della Cisl Scuola non saranno le uniche. Prendendo a riferimento la situazione di dicembre 2019 (anziché settembre) i posti in deroga sono 76mila (25mila in più). Da qui la doppia stima iniziale di 50-75mila docenti di sostegno ancora da incaricare.

In realtà, la penuria di prof specializzati è un problema antico. Sul sostegno le assunzioni fallite sono un classico degli ultimi anni: nel 2016/17, 1.568 assunti su 10.319 posti vacanti; nel 2017/18, 3.344 su 13.393; nel 2018/19, 1.682 su 13.329; nel 2019/20, 3.253 su 14.593. Un gap tra domanda e offerta che si spiega sia con l’abitudine di molti docenti ad accettare il ruolo per poi spostarsi sul posto comune (lo hanno fatto in 8.500 nell’ultimo triennio), sia con una platea di “formati” troppo esigua. Il quinto ciclo di tirocini formativi attivi (Tfa) è appena partito e specializzerà 19.585 studenti. Cinquemila in più del ciclo precedente (e buoni per le assunzioni dell’anno prossimo) ma comunque inferiori al fabbisogno certifcato. Per colmarlo la ministra Azzolina vorrebbe trasformare le deroghe in posti aggiuntivi nell’organico di diritto. A quel punto sì, è il ragionamento di viale Trastevere, che si potrebbero aumentare i posti dei Tfa. Ammesso che le università abbiano le risorse (e gli spazi) per farlo.

Bambini disabili, l’Italia non garantisce il supporto

da Il Sole 24 Ore

di Marina Castellaneta

La legge per garantire nelle scuole un supporto adeguato ai bambini disabili c’è, ma l’Italia non la applica. E così la mancanza di un insegnante di sostegno per una bambina autistica che non ha ricevuto il supporto dovuto durante la scuola primaria è costata all’Italia una condanna per violazione dell’articolo 2 del Protocollo n. 1 alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo che assicura il diritto all’istruzione e dell’articolo 14 della Convenzione che vieta ogni forma di discriminazione. Lo ha accertato la Corte europea con la sentenza del 10 settembre (G.L. contro Italia, ricorso n. 59751/15), con la quale Strasburgo ha dato ragione ai genitori di una bambina che, malgrado l’articolo 13 della legge n. 104/1992 prevedesse un’assistenza specifica, si erano visti privare del supporto alla bimba per due anni scolastici. Le istanze di ripristino del servizio erano finite nel nulla. Il Tribunale amministrativo regionale della Campania e poi il Consiglio di Stato avevano dato torto ai genitori sostenendo, tra l’altro, che l’amministrazione aveva dovuto fronteggiare una riduzione di risorse arrivate dallo Stato.

Prima di tutto, la Corte europea ha chiarito che il diritto all’istruzione è indispensabile e deve essere garantito a ogni bambino con situazioni di disabilità. Non basta adottare leggi volte a sostenere i bambini che hanno alcune difficoltà, ma è necessario assicurare un sostegno adeguato a favorire autonomia e socializzazione. Sostegno che deve essere concreto ed effettivo per assicurare il pieno rispetto dei diritti convenzionali. Tra questi il divieto di discriminazione che impone agli Stati di scegliere con attenzione gli interventi necessari per evitare impatti negativi sulle persone che hanno una particolare vulnerabilità. Le autorità nazionali hanno previsto un’educazione inclusiva nei confronti dei bambini disabili ma, nel caso in esame, la bambina non aveva potuto continuare a frequentare la scuola primaria in modo simile agli alunni privi di disabilità e questo proprio a causa del mancato supporto. La Corte europea, inoltre, ha bocciato la difesa italiana incentrata sui tagli di bilancio così come ha criticato le pronunce del Tar e del Consiglio di Stato perché le eventuali restrizioni al budget avrebbero dovuto avere un impatto non solo sugli scolari con disabilità ma anche sugli altri, con una ripartizione del sacrificio che, invece, non era stato preso in considerazione. La decisione di procedere al taglio delle spese per il sostegno era ricaduta unicamente sulla bambina disabile e le aveva impedito la frequenza della scuola primaria in modo analogo agli altri bambini, con un’evidente discriminazione nei suoi confronti.

Strasburgo, poi, sottolinea la gravità della situazione perché la discriminazione subita dalla ricorrente era stata particolarmente grave in quanto avvenuta durante la scuola primaria, fondamentale sia per le basi dell’istruzione sia per l’integrazione sociale. Così, le autorità nazionali non hanno agito con diligenza e hanno impedito il diritto all’istruzione della bambina privata della sua prima esperienza di vita all’interno di una comunità di coetanei.

La Corte di Strasburgo ha condannato l’Italia a versare 2.520 euro per i danni materiali e 10mila euro per i danni non patrimoniali, nonché 4mila euro per le spese sostenute.

Coronavirus: Unicef,metà studenti del mondo senza scuola

da Il Sole 24 Ore

di Redazione Scuola

Circa 872 milioni di bambini in età scolare di 51 Paesi – ovvero la metà della popolazione studentesca mondiale – non sono ancora in grado di tornare a scuola a causa del coronavirus. E’ l’allarme lanciato dal direttore esecutivo dell’Unicef, Henrietta Fore, che sottolinea il persistere dell’emergenza, anche se al culmine della pandemia, ha sottolineato, a chiudere i battenti erano state le scuole di 192 Paesi, per un totale di 1,6 miliardi di studenti. Oggi, un Paese su 4 non ha ancora fissato una data per la riapertura.

«Milioni di questi bambini hanno avuto la fortuna di continuare a studiare a distanza tramite la radio, tv o Internet. Tuttavia, i dati Unicef mostrano che per almeno 463 milioni non c’è stata questa possibilità», ha detto Fore a un briefing dell’Oms sull’impatto del coronavirus sui bambini.

Nella consegna dei banchi priorità alla scuola primaria e alle zone più colpite dal virus

da Il Sole 24 Ore

di Giovanna Mancini

I primi banchi monoposto, in funzione “anti-Covid” sono stati consegnati a Nembro, Alzano e Codogno il 28 agosto scorso, ovvero i comuni del Bergamasco più colpiti dalla pandemia e il paese del Lodigiano da cui è partita l’emergenza sanitaria, a fine febbraio. Un gesto simbolico (e mediatico) con cui il Commissario alla Scuola Domenica Arcuri ha voluto in parte rispondere alle tante critiche sollevate dal bando emanato a luglio per la fornitura in 17.800 istituti scolastici italiani di scrivanie e sedute progettate per assicurare il distanziamento tra gli alunni nelle classi. Altra tappa simbolica, Vo’ Euganeo, nel Padovano, dove il presidente Sergio Mattarella inaugurerà, il 14 settembre, l’anno scolastico e dove i nuovi banchi sono arrivati venerdì 4 settembre.

Al di là dei simboli e delle polemiche, resta la corsa contro il tempo per consegnare in appena un mese e mezzo 2,5 milioni di scrivanie, quasi altrettante sedie e circa 400mila sedute cosiddette innovative (con le rotelle) ovvero, come ha spiegato lo stesso Arcuri, «dodici volte la produzione nazionale normale». Una missione all’apparenza impossibile – e proprio per questo all’inizio contestata dalle stesse aziende che producono arredi scolastici – anche se il Commissario ha più volte rassicurato i presidi, i sindacati e le famiglie che entro fine ottobre tutti i pezzi saranno consegnati.

I criteri seguiti per predisporre il piano di consegne rispondono a quattro linee di priorità, ha spiegato Arcuri in una lettera indirizzata ai dirigenti scolastici italiani: «Si è ritenuto necessario soddisfare in primo luogo il fabbisogno delle scuole primarie – scrive il Commissario –, in secondo luogo quello dei territori nei quali il contagio è stato ed è attualmente più diffuso. Si è tenuto conto inoltre dell’articolazione del calendario di apertura sul territorio, che va dal 7 al 24 settembre». Infine, si è cercato di riequilibrare le forti differenze di richieste pervenute dalle regioni: in alcuni territori (come Lazio, Campania e Sicilia) il numero di banchi richiesti in rapporto a quello degli studenti di molto superiore (fino ad otto volte) rispetto ad altri e pertanto, precisa Arcuri, «si è dovuto procedere a un bilanciamento nella loro soddisfazione nell’arco temporale di distribuzione, garantendo in ogni caso il completamento entro la fine del mese di ottobre».

Resta da capire chi dovrà produrre tutto questo materiale: al bando hanno partecipato 14 aziende e 11 sono risultate vincitrici ma Arcuri ha preferito attendere i 30 giorni dall’aggiudicazione previsti dal Codice degli appalti per comunicarne i nomi. L’unica informazione resa disponibile da subito è che, tra i vincitori, sette sono italiani (di cui un’Associazione temporanea di imprese, che fa riferimento a FederlegnoArredo) e quattro europei. I primi banchi consegnati sono stati realizzati dalle sette aziende aderenti all’Ati, che tutte assieme sono state incaricate di produrre 500mila pezzi, e dalla veneta Quadrifoglio. Inoltre la vicentina Estel, in partnership con Omp, ha vinto il lotto relativo alle sedute innovative, quelle con le rotelle per intendersi, che tante critiche e qualche ironia hanno suscitato durante l’estate. Su questo è necessaria una precisazione: come spiegano dall’ufficio del Commissario, il bando si è limitato a recepire le richieste provenienti dagli istituti scolastici che, per alcune attività didattiche, hanno ritenuto necessario adottare questi modelli già da tempo in uso ad esempio negli istituti degli Stati Uniti o del Nord Europa. Non sono destinati, dunque, a svolgere versioni di greco e latino con ingombranti dizionari accanto, ma attività laboratoriali o di gruppo a distanza “di sicurezza”. Le richieste dei presidi sono state però principalmente di banchi monoposto, in parte per sostituire le scrivanie biposto diffuse soprattutto nelle regioni del Sud (da qui il maggior fabbisogno espresso nel bando), in parte per sostituire, con tavoli più piccoli, quelli di dimensioni standard attualmente in uso soprattutto al Nord, e assicurare dunque il distanziamento in aula, vista la difficoltà, per la maggior parte delle scuole, di reperire spazi nuovi o più ampi per la didattica.

Doppi turni e straordinari ma il vero nodo è la consegna

da Il Sole 24 Ore

di Gi.M.

Tra le critiche suscitate dal bando Arcuri per i nuovi banchi anti-Covid, c’è anche la questione del cambio in corsa dei criteri per accedere al bando. Alcune aziende del settore (che in tutto conta, in Italia, poco più di una decina di imprese, per lo più di piccole dimensioni) hanno deciso di non partecipare alla gara perché non rispondevano ai requisiti minimi d’entrata sul fronte dei volumi prodotti, ma anche perché consapevoli di non poter garantire tutte le forniture entro i tempi previsti dal bando. Criteri che, a quanto risulta al Sole 24 Ore, sarebbero stati parzialmente modificati nei singoli contratti siglati con i vincitori. Il rischio di ricorsi paventato inizialmente probabilmente non ci sarà. Alcune aziende sono amareggiate per come si è svolta la vicenda, spiegano da FederlegnoArredo (l’associazione che, tramite Assufficio, rappresenta le imprese del settore), ma non ci saranno strascichi giudiziari, anche per evitare di compromettere ulteriormente una situazione già complicata.

Le aziende vincitrici del bando, infatti, sono chiamate a uno sforzo enorme: Stefano Bianchini, procuratore legale di Mobilferro, l’azienda che guida l’Associazione temporanea di imprese vincitrice della gara, ha ricevuto il contratto controfirmato dal commissario Arcuri la sera di martedì 25 agosto. Il 26 mattina era già in auto per recarsi personalmente dai fornitori delle materie prime necessarie a realizzare i 500mila pezzi previsti dall’accordo: tubi in acciaio e pannelli in legno, principalmente, ma anche furgoncini e camion per le consegne, forse la parte più difficile di tutta la trafila. «Stiamo correndo come matti – ammette –. C’è una gara ad accaparrarsi i materiali e assicurarsi che arrivino in tempo». Appena firmato i contratti, Bianchini ha convocato i sindacati chiedendo a tutta la forza lavoro un impegno per il prossimo mese e mezzo: doppi turni e straordinari al sabato per arrivare in tempo. Anche perché, oltre agli arredi del bando Arcuri, bisogna consegnare quelli delle gare indette, già da tempo, dalle amministrazioni locali. «Ho trovato grande collaborazione da parte dei dipendenti e anche per questo ho deciso di premiare questo sforzo – spiega Bianchini –. Sul fronte azienda mi sento abbastanza tranquillo, è la consegna la parte più difficile». Ogni giorno dall’azienda di Rovigo (18 milioni di fatturato e 120 dipendenti) partono circa 2mila pezzi e 500 sedute su 15 grandi camion. Destinazione? «Inizialmente il nostro contratto prevedeva forniture nelle regioni del Sud, in particolare Sicilia, Puglia, Basilicata e Campania – spiega Bianchini – ma il piano consegne è cambiato più volte e in queste prime settimane stiamo consegnando soprattutto al Nord: in Lombardia, Veneto, Alto Adige, Emilia-Romagna e Toscana».

Ha un bel da fare anche la Quadrifoglio che, come le altre aziende vincitrici del bando, in agosto non ha chiuso per ferie e si è attrezzata per essere pronta a consegnare quanto prima: «È il momento del fare e non del parlare», taglia corto Roberto Cigana , titolare dell’azienda di Treviso fondata nel 1991 e specializzata in arredi per scuole e uffici, vincitrice di un lotto per la realizzazione di banchi monoposto.

Fanno parte dell’Ati anche la Camillo Sirianni di Soveria Mannelli (Catanzaro) e la Sud Arredi di Salerno. Anche qui: niente ferie d’agosto e doppi turni per arrivare in tempo a consegnare i materiali, senza venir meno agli impegni presi con gli atri committenti. «È una vera impresa, bisogna correre», ammette Vincenzo Sabbatino, amministratore delegato su Sud Arredi, azienda che oggi conta 30 dipendenti e 3 milioni di fatturato. «Abbiamo dovuto riorganizzare il lavoro e chiamare in aiuto alcune cooperative esterne – spiega l’imprenditore –. Ma come potevamo tirarci indietro in un momento così difficile e su una questione così importante? Per noi è un’opportunità di lavoro, ma soprattutto è una questione di orgoglio: poter dare una mano al governo facendo quello che sappiamo fare meglio, banchi e sedie per le scuole». Tutte le linee sono dedicate a questo scopo e ogni giorno dalla fabbrica del salernitano escono circa mille banchi e altrettante sedie, per ora dirette negli istituti della Campania.

Già nelle classi gli arredi acquistati dagli enti locali

da Il Sole 24 Ore

Non tutte le scuole hanno aspettato il bando di Arcuri per rinnovare i loro arredi. Molti istituti, da soli o su input degli enti locali proprietari dello stabile, hanno attinto ad altre linee di finanziamento – a cominciare dalle risorse del Pon istruzione per gli interventi di edilizia leggera – per acquistare banchi monoposto e assicurare così il rispetto della distanza di sicurezza di un metro tra gli alunni. E mentre sappiamo che con la gara del commissario straordinario arriveranno 2,4 milioni di sedute una stima complessiva di quante ne sono state ordinate attraverso gli altri canali ancora non c’è. Non ce l’ha il ministero. Non ce l’ha l’associazione presidi. Non ce l’hanno gli enti locali. Ma a giudicare dalle notizie di cui è piena la cronaca stiamo parlando di almeno 100mila pezzi.

Solo nel Lazio, infatti, sarebbero 27mila. Stando ai numeri diffusi dal direttore dell’Ufficio scolastico territoriale, Rocco Pinneri, in una riunione del tavolo regionale qualche giorno fa, «nelle scuole del Lazio in totale sono stati chiesti 320mila banchi monoposto: 9mila sono stati già forniti dalla Città metropolitana di Roma, 18mila da altri enti come Comuni e Province o comprati dalle scuole con propri fondi, i 300mila rimanenti saranno forniti dal commissario straordinario Arcuri». Ma iniziative analoghe si registrano lungo tutto lo stivale e interessano sia i Comuni, per gli edifici scolastici del primo ciclo, sia le Province, per la gestione delle superiori.

Le scuole superiori

Alcuni enti si sono mossi addirittura prima dell’emergenza coronavirus. Ad esempio la provincia di Treviso che già a gennaio aveva preventivato un aumento degli studenti e in primavera, durante il lockdown, ha ordinato i 1.500 banchi 50 x 70 che sono stati distribuiti nei giorni scorsi. Ripercorrendo la penisola da Nord a Sud uno scenario simile è offerto dall’amministrazione provinciale di Prato che, oltre ad aver ricavato 40 aule in più, ha ordinato 720 sedie e 630 banchi, per gran parte consegnati già a luglio. Oppure da quella di Ancona che ha provveduto ad acquistare 500 sedute monoposto. Ma piano piano si è messo in marcia anche il Sud. A metà agosto la Provincia di Lecce ha annunciato di aver ottenuto un finanziamento di 183.831 euro da destinare «all’acquisto di nuovi banchi e sedie, da distribuire nei 42 Istituti superiori del territorio salentino, così da garantire il distanziamento tra i 38.847 alunni frequentanti, suddivisi in 1873 classi, su un totale di 100 immobili, tra sedi centrali e succursali». E lo stesso ha fatto la Provincia di Catanzaro che a fine mese ha annunciato un impegno di 750mila euro per «l’adeguamento e l’adattamento funzionale di spazi, ambienti e aule didattiche e la forniture di arredi e attrezzature scolastiche».

Gli interventi dei Comuni

Per le scuole elementari e medie la stessa operazione è stata effettuata dai Comuni. Di Roma – che è balzata alle cronache anche per la scelta dell’istituto comprensivo Elisa Scala, alla periferia est della capitale, di segare in due i vecchi banchi biposto per avere il doppio delle sedute – si è detto. Ma anche nelle zone più colpite dalla pandemia lo spirito d’iniziativa non è mancato. Il Comune di Brescia ha ordinato circa 1.500 banchi. Nella consegna è stata data la priorità alle scuole secondarie di I grado che ne hanno ricevuti 846. I restanti 700 sono invece andati alla primaria. E su una richiesta di 1.500 sedute si è orientato anche il sindaco di Livorno. Ancora più cospicuo l’ordine effettuato dall’amministrazione comunale di Bologna: 1.930 banchi monoposto per un costo di oltre 100mila euro, la cui consegna dovrebbe terminare entro fine 2020. E, sempre per restare in Emilia Romagna, su numeri analoghi si è assestata anche quella di Cesena che ne ha ordinati circa 2mila. Ma iniziative analoghe sono arrivate anche dal Mezzogiorno. Isole comprese. Con iniziative mini, come i 180 già consegnati a 4 istituti di Augusta (Siracusa), o maxi come i 5.400 pezzi tra banchi e sedie ordinati dal Comune di Bari per gli anni scolastici 2020/21 e 2021/22.

«È ora di parlare della parte educativa della scuola»

da Il Sole 24 Ore

di Mari Piera Ceci

Fra le prime a chiudere per l’emergenza Covid-19, la scuola di Vò, nel padovano, accoglie dopo sette mesi i suoi studenti ed è pronta ad accogliere il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e la ministra dell’Istruzione, Lucia Azzolina, che qui hanno scelto di inaugurare ’’anno scolastico il 14 settembre.

Scuole d’eccellenza quelle dell’Istituto comprensivo di Lozzo Atesino, Cinto Euganeo, Vò, dove in questi giorni stanno arrivando i nuovi arredi: 120 banchi e altrettante sedie di tipo tradizionale, più 40 degli ormai famosi banchi con le rotelle, che nelle aule più piccole garantiscono meglio il distanziamento.

«Gli arredi sono importanti, non solo in tempi di Covid. Abbiamo notato una correlazione fra ambienti gradevoli e dispersione scolastica. Con arredi belli, i ragazzi sono più motivati allo studio e fanno meno assenze» spiega il dirigente scolastico, Alfonso D’Ambrosio.

Quali altri accorgimenti sono stati necessari per rispettare le regole sanitarie antiCovid?

Nella scuola dell’infanzia abbiamo acquistato ambienti montessoriani per rendere gli ambienti a misura di bambino: materiali in legno, sedute morbide, ma anche Lego e robottini. Non possiamo pretendere di far tornare i bambini a scuola chiedendo loro di stare seduti al banco senza muoversi. Tutto questo si può fare e in sicurezza. Abbiamo nebulizzatori e spray che una sanificazione veloce dei materiali. Le linee guida dicono che le attività di laboratorio si possono fare, purché si mantenga sempre lo stesso gruppo classe.

Cosa mostrerete a Mattarella della vostra scuola con maggiore orgoglio?

Alla scuola dell’infanzia mostreremo la robotica educativa. Alla primaria le attività di scuola a cielo aperto: abbiamo un orto in ogni plesso e anche un’incubatrice dove facciamo nascere i pulcini. Mostreremo anche un’attività di matematica con gli origami e una splendida agorà, cioè una discussione sull’evoluzione darwiniana che faremo insieme a un robot umanoide. Alle medie Mattarella vedrà un nostro braccio meccanico che avverte con un suono se non viene rispettato il stanziamento di un metro.

Cosa chiederete al Capo dello Stato?

Il quattordici settembre non è la festa della scuola di Vo, ma di tutte le scuole d’Italia. E’ giusto che si parli di arredi, ma il dibattito deve concentrarsi sulla parte educativa. La scuola ha bisogno, ora come mai prima, di insegnanti che arrivino in classe con una preparazione adeguata, abbiamo bisogno di disegnare un percorso universitario e postuniversitario adatto. Poi daremo voce ad una scuola che ha bisogno di laboratori scientifici e di informatica.

«Troppi genitori pensano all’educazione fai-da-te da casa»

da Il Sole 24 Ore

di Claudio Tucci

«La mia scuola, l’istituto comprensivo «Sestu» (Cagliari) è stato costruito negli anni ’80; e questo, almeno ai tempi del coronavirus, si è rivelato un vantaggio. Ho aule gradi, in media di 48/50 mq, e riuscirò a portare in classe, in sicurezza, il migliaio di studenti iscritti, tra infanzia, primaria, e scuola media. Anche perché al primo ciclo l’insegnamento da remoto non è previsto. Le lezioni restano di 60 minuti – ha spiegato la preside Alessandra Patti, che fa parte del gruppo Avanguardie educative, sempre attivo in questi mesi -. La mattina, ho previsto tre ingressi scaglionati, alle 8, alle 8,30 e alle 9. Mantenendo le 5 ore di didattica in classe, utilizzerò anche il sabato, per gli alunni delle medie».

Si è saputa organizzare bene…

In questo, ho avuto meno problemi. Anche sui banchi. Nel 90% delle aule ho a disposizione banchi “a rombo”, con lati di un metro e 10 centimetri. Ciò mi ha consentito di fare sedere, distanziati, due alunni a banco. Il 9% di banchi è a rotelle, li abbiamo dal 2015 e sono molto comodi, specie nei laboratori. Il restante 1% di banchi è monoposto. Per queste ragioni, al commissario Domenico Arcuri non ho chiesto nuovi banchi.

La città metropolitana l’ha aiutata?

Sì. All’amministrazione comunale ho chiesto gli arredi per la scuola dell’infanzia e di completare quelli a primaria e media. Parliamo di uno scarso 20 per cento di nuove dotazioni, che mi stanno arrivando. In Sardegna il calendario prevede l’avvio del nuovo anno scolastico il 22 settembre, ma si inizierà il 24, visto che gli istituti sedi di seggio elettorale saranno riconsegnati per quella data. Mi sono organizzata anche per il servizio mensa a favore degli alunni
del tempo pieno e dell’infanzia:
faranno il lunch box al banco, non si tratta di un panino, ma di un pasto
vero e proprio confezionato in una vaschetta. Igiene e sanificazione saranno garantite quotidianamente.

Per quanto riguarda gli organici?

Al momento, mi mancano docenti, soprattutto gli insegnanti di sostegno. È un nodo non di oggi, ma di anni. Solo alla primaria ne mancano 17. Sono fiduciosa però che fino al 24 settembre arriveranno. Una criticità che sto notando è che diverse famiglie vorrebbero non mandare i propri figli a scuola per paura del virus e optare per l’educazione parentale. Io credo che il ritorno a scuola, in massima sicurezza, sia utile ai ragazzi anche dal punto di vista pedagogico e relazionale. Quest’estate, mi creda, sono stata oberata di lavoro. Ma credo nella scuola e sto dando il mio contributo per riaprirla al meglio che sia possibile.

Scuole senza pace: dopo lo stop-urne, sciopero il 24 e 25

da Il Messaggero

Parte, si ferma per qualche giorno e poi si rimette in moto. Anzi no, si riferma subito: c’è lo sciopero. Le lezioni scolastiche sembrano proprio non poter riuscire a decollare, quest’anno.
La partenza del 14 settembre sarà interrotta tra poco, perché domenica e lunedì si vota. L’election day, infatti, terrà chiuse le scuole fino al 24 settembre. A nulla sono serviti gli appelli dal mondo della scuola. Anche la stessa ministra all’istruzione Lucia Azzolina ha ringraziato quei Comuni, pochissimi, che sono riusciti a portare i seggi fuori dalle aule scolastiche per non interrompere le lezioni appena avviate. Ma, nella quasi totalità dei casi, le scuole finora sedi di seggi elettorali anche quest’anno chiuderanno. Eppure, dopo 6 mesi di blocco della didattica in presenza, di tutto c’era bisogno tranne che di altri 4 o 5 giorni di chiusura che peraltro vanno a fermare un avvio decisamente complicato. Non è semplice per nessuno tanto che diverse Regioni hanno deciso di ripartire direttamente dopo il voto: Puglia e Sardegna per prime, a cui poi si sono aggiunte Calabria, Campania, Abruzzo e Basilicata.
Ma forse in queste regioni ci sarà anche chi non tornerà in classe neanche il 24. Il motivo? Uno sciopero sindacale, indetto proprio per il 24 e 25 dalle sigle Unicobas, Usb per il settore educativo da zero a sei anni, Cobas Sardegna e Cub Scuola, potrebbe far incrociare le braccia ai docenti, al personale ata, ausiliario, tecnico e amministrativo, delle scuole e delle università. Proprio nel giorno in cui si torna in classe, dopo la chiusura dovuta alle urne.

DISAGI

Per la didattica sarà un altro stop e per le famiglie si tratta dell’ennesimo disagio con cui dover fare i conti. «Non potrà essere garantita la didattica», hanno già fatto sapere i presidi di elementari, medie e superiori alle famiglie. E chi non vuole rischiare di essere richiamato a metà giornata a prendere il figlio a scuola, ha come unica opzione quella di non mandarcelo proprio in quei due giorni. Gli scioperi, durante l’anno, ci sono sempre stati e senza troppe rimostranze da parte delle famiglie. Ma ora la situazione è decisamente diversa. Le lezioni sono partite a singhiozzo: anche nelle Regioni che hanno mantenuto la data del 14 settembre, ci sono istituti che aprono solo per poche ore al giorno, altri che procedono con giornate di didattica online, con i turni degli studenti. Tante criticità legate al precariato e alla mancanza di spazi adeguati. E i sindacati, di fatto, contestano proprio i motivi di tanti disservizi: classi sovraffollate, edilizia scolastica fatiscente e cattedre che restano vuote troppo a lungo, oltre alle norme anti Covid difficili da applicare senza il personale al suo posto. Ma era davvero necessario scioperare?

LA PIAZZA

Le stesse motivazioni, infatti, saranno portate in piazza sabato 26 settembre nel pomeriggio, a Roma, con la manifestazione indetta dal Comitato Priorità alla scuola formato da studenti, famiglie e docenti, in una giornata e in un orario che non andrà a intralciare le attività didattiche. Alla mobilitazione hanno aderito anche diversi sindacati della scuola dai Cobas a Flc Cgil, Cisl Scuola, Uil Scuola, Snals Confsal e Gilda. «Abbiamo deciso di aderire alla manifestazione del pomeriggio spiega Maddalena Gissi, segretario Cisl scuola – perché le scuole sono chiuse e crediamo fondamentale, in un momento storico come quello che stiamo vivendo, dare al Paese un segnale di responsabilità. Sicuramente, se nei prossimi mesi non arriveranno da parte del Governo proposte e soluzioni utili oltre che investimenti certi per il settore scuola, valuteremo eventuali mobilitazioni di tutto il personale. Ma questo è il momento di accogliere i nostri alunni e di far sentire che la scuola ancora una volta, tra mille problemi, non si tira indietro. E’ un gesto di responsabilità».
Lorena Loiacono

La spinta dei nuovi eroi normali. I prof come gli infermieri anticovid

da Il Messaggero

Mario Ajello e Camilla Mozzetti

L’altra faccia, opposta e virtuosa, del sindacalismo a vanvera. E’ quella del sacrificio personale, da eroi normali, da patrioti semplici che non vanno a caccia del pennacchio da esibire, di tanti professori che nella scuola credono. E che mentre l’anarchia e la burocrazia rendono complicata (…)
(…) la ripartenza delle scuole, lo Stato cerca di arrangiarsi come può, le famiglie sono disorientate ma vogliono crederci, non si fanno scudo di questo per arrendersi e per disertare. C’è chi usa la creatività, per un nuovo inizio dignitoso della vita scolastica, e per tenere alto il buon nome della scuola italiana che – nel confronto con le altre – non sfigura affatto. Anzi. Ci sono piccole grandi storie esemplari. Che fanno massa. Che fanno qualità. Che reggono, o ci provano, un Paese.
Viviana Arruzzolo, 37 anni, è maestra elementare all’istituto comprensivo G.B.Valente. Precaria dal 2004, ora è di ruolo. E in questi giorni sta coprendo anche le ore della collega che dovrebbe insegnare con lei ma che non è stata ancora nominata. «Il mio orario va così dalle 8.20 alle 13.45, un surplus di tre ore rispetto al contratto». Si lagna? No. E’ pronta ad andare in piazza con Unicobas? Ma figuriamoci. Le ore in più non le vengono calcolate come straordinari, «ma non mi importa questo – spiega Viviana – perché altrimenti i bambini sarebbero dovuti uscire prima». Tra i piccoli, c’è una bimba che in questi due giorni di ripresa mostra del comprensibile timore. «Al mattino la aspetto all’ingresso – aggiunge la maestra – la prendo per mano anche se le norme sul distanziamento non lo prevedono e lei si calma, così entriamo in classe e facciamo lezione». Le lacrime, con la mano stretta a quella della maestra, smettono di rigarle il viso. E non siamo nel libro Cuore. Ma quel libro l’Italia migliore l’ha immortalata e la tradizione ottocentesca della nostra scuola, che sa essere eccellente quando vuole e quando può, ha saputo resistere almeno un po’ nel corso dei secoli. Ancora la Arruzzolo: «Spiego l’argomento del Covid come fosse un gioco. Da casa ho portato dei disegni da far colorare che raccontano tutte le procedure della sicurezza e che cosa è il virus. I bambini li colorano e imparano senza percepire questa situazione come una minaccia».
Un’insegnante, alla scuola Col di Lana, quella frequentata dal figlio del premier, dietro Piazza Mazzini, si è offerta di fare a turno da scuola bus per gli alluni che abitano vicino a lei e a cui gira la testa – a loro e ai loro genitori – per il bislacco disordine delle entrare e delle uscite a orari sempre variabili, del singhiozzo didattico dei primi (si spera) giorni, per un viavai tra turni e alternanze che avrebbe bisogno di un cervellone artificiale per non andare in tilt.
Passione, dedizione, creatività, immediatezza della responsabilità, sensibilità educativa: ecco le 5 virtù dell’insegnante-eroe. Quello che si prende sulle spalle l’emergenza, come lo fecero i medici e gli infermieri al tempo degli ospedali che scricchiolavano nella fase più dura dell’aggressione del Covid, e cerca con buon senso di darle un senso che non sia catastrofico.

LA FORZA DELL’ORGOGLIO

Al liceo Mamiani, immenso, 3 ingressi diversi, 2 palestre, 45 aule, 1200 studenti, su 15 addetti alle pulizie, ce ne sono solo 8 al lavoro. E non piantano grane, o si fingono malati, ma si rimboccano le maniche. Hanno sanificato tutto, giardini, cortili, classi, laboratori, perché ci tengono all’orgoglio personale e hanno un’idea non stantia del lavoro. Come Vincenzo Turso, 64 anni, collaboratore scolastico alla media Sinopoli, in via Mascagni. Quando l’istituto ha chiuso per la pandemia, lui non è rimasto con le mani in mano: ha impugnato invece cesoie e vernici, acquistate di tasca propria, per sistemare il plesso in vista di settembre. Nessuno gliel’aveva chiesto, tanto che la preside, Annunziata Di Rosa, quando ha visto che cosa era riuscito a fare da solo è rimasta sbalordita. Turso Ha ridipinto tutto. Colori tenui sul verde e sul giallo che hanno levato via il grigiore e le macchie d’umidità degli ultimi anni. E via a potare le siepi in cortile, a togliere le erbacce e infine Vincenzo ha piantato un albero di ulivo e una pianta di nespolo. «Non è stata – così racconta – una fatica né vado in cerca di riconoscimenti. La scuola è la mia seconda famiglia e con tutto quel tempo libero ho creduto che fosse giusto occuparmi di essa».
Lui è invece il prof. Bonomo. Insegna arte al Morvillo di Tor Bella Monaca. Siccome è difficile orientarsi nei nuovi percorsi interi alla scuola, ha fornito alle famiglie le mappe satellitari, disponibili sul sito della scuola, dove gli ingressi e i percorsi sono nominati con i nomi dei frutti e degli artisti come Van Gogh, Picasso e Caravaggio.

I SOLDI DI TUTTI

Sempre a Tor Bella Monaca, uno degli storici licei di periferia è il classico Amaldi. In tutto ci sono 1.300 studenti e altrettanti banchi monoposto che sarebbero serviti per l’intero plesso. Ma la vicepreside e insegnante di matematica, Adelaide Granese, ha optato per una rimodulazione. Algoritmi e metri alla mano ha conteggiato le effettive esigenze, facendo scendere gli ordini dei banchi a 82 unità. «Oggettivamente – spiega Adelaide – ci sembrava uno spreco chiedere tutti questi banchi, privandoli magari a realtà che ne avevano più bisogno. Calcolando le distanze e usando in parte i nuovi banchi insieme a quelli biposto abbiamo arredato le aule garantendo in tutte le misure anti-contagio. Questo ci ha permesso di risparmiare del tempo, postazioni corrette per gli alunni e una più ampia presenza a scuola per tutti». L’eroismo della normalità si compone di tante storie come queste. Tutto il resto è baccano.
Mario Ajello
Camilla Mozzetti