Stato di agitazione del Personale docente e ATA

UGL Scuola: Stato di agitazione del Personale docente e ATA.   

Cuzzupi: “Azione adeguata al momento per la stabilizzazione dei precari e una scuola funzionale.”

            L’UGL Scuola preso atto della situazione attuale in merito all’emergenza da coronavirus e delle necessità impellenti della scuola, prima tra le quali la stabilizzazione del cosiddetto “personale precario”, ha inviato al Ministro dell’Istruzione e alle strutture scolastiche regionali la seguente lettera:                                                                    

In data 22 u.s. la Segreteria Nazionale UGL Scuola, ha preso nuovamente atto di come le considerevoli difficoltà nelle quali le diverse strutture scolastiche sono costrette a muoversi siano diventate particolarmente critiche.

In modo specifico non è possibile sottacere la considerazione di come la complessità del momento, legata anche (ma non solo) alla crisi pandemica in atto, non sia stata resa più semplice attraverso la stabilizzazione dei precari, cosa questa da noi più volte richiesta a gran voce.

Su tale questione, riteniamo condivisa da tutte le forze sindacali, occorre porre forte l’accento anche alla luce dell’enorme lavoro svolto dal cosiddetto “personale precario” troppo spesso dimenticato o relegato in secondo ordine nonostante la stragrande maggioranza di essi lavorino e garantiscano da anni la funzionalità didattica.

La scuola trova il suo naturale essere in un’azione formativa attenta e misurata e questo non può prescindere da classi numericamente consone e da docenti e personale ATA adeguato. Solo in questo modo può esserne garantita la piena funzionalità senza dover ricorrere a innaturali invenzioni dettate dal momento e dalla fantasia.

Per tali motivi – tenendo anche conto della necessità dettate dal periodo e dagli ultimi dati forniti dal Ministero della Salute in merito ai contagi da Covid19 – la scrivente Federazione Nazionale UGL Scuola si astiene da ogni atto che possa portare ad assembramenti, ma, nel richiedere un urgente incontro con il Ministro, proclama lo Stato di Agitazione di tutte le componenti scolastiche per la stabilizzazione di tutti i precari e la definizione di un Piano Programmatico di interventi necessario a disegnare una scuola funzionale e adeguata ai tempi.

Federazione Nazionale UGL Scuola
Ornella Cuzzupi
Segretario Nazionale UGL Scuola

IL CONNETTOMA

IL CONNETTOMA
LA COMUNICAZIONE BIOFOTONICA DEL BENESSERE E DELLA SALUTE

di Paolo Manzelli

Il Connettoma e la mappatura dinamica ed interattiva delle connessioni cerebrali che articolano le relazioni corpo-mente attraverso i sistemi simpatico,parasimpatico ed enterico i quali connettono cervello e cordone spinale con tutto il corpo .

Il Connettoma Umano corrisponde alle radici di interazione del cervello che rendono sensibili l’ uomo e la donna maturandone la relazione tra intelletto ed esperienza.

I semi che rinnovano la crescita del Connettoma Neuronale sono le idee e pertanto deprivando la mente della creazione ed apprendimento di nuove idee, il connettoma degrada nella qualita’ della comunicazione dell’intelletto tra mente e corpo determinando problemi psico-fisici del benessere e della salute che possono divenire irreversibili fino a condurre alla morte.

La Biologia Quantica interpreta la comunicazione del Connettoma per tramite il flusso interattivo di Bioforoni della luce e Biofononi del suono, associabili alle frequenze del campo elettromagnetico visibile e alla articolazione delle vibrazioni molecolari .

Molti organismi , batteri funghi , piante animali e uomo producono luce quantica (fotoni) per comunicare .

Ref:  https://www.biorxiv.org/content/10.1101/558353v1.full.pdf

Negli gli anni 20′ del secolo scorso , alcuni biologi russi scoprirono che oltre le piante anche il cervello degli animali produce debole emissione di fotoni , questo fenomeno fu in seguito ampliamente studiato dal bio-fisico Austriaco Fritz Albert Popp (1960 e seguenti) che mise in evidenza che la elaborazione ed emissione della comunicazione quantica della luce (Biofotoni) era attribuibile al 90 % al DNA .

I Biofotoni prodotti in grande misura dei neuroni del cervello i quali, nel loro DNA eleborano (tramite l’ entanglement quantico con l’ informazione genetica ) le frequenze (eccitoni) emessi dalla ossigenazione metabolica molecolare .

E pertanto dimostrato che i cervelli dei mammiferi producono Biofotoni con lunghezza d’onda compresa tra 200 e 1.300 nanometri, nell’ area elettromagnetica che va dall’ultravioletto al vicino infrarosso.

Ref: https://dabpensiero.wordpress.com/2017/10/15/morfogenesi-e-quantum-dna-laser-antenna/

Pertanto sappiamo che le cellule del Cervello Umano producono naturalmente Biofotoni, ed quindi e importante capire come il “Connettoma Cerebrale” agisca come canale di propagazione Mente-Corpo per trasmettere interattivamente informazioni neuronali –

Recentemente La scienziata Parisa Zarkeshian presso l’Università di Calgary in Canada ha recstudiato le caratteristiche ottiche degli assoni le lunghe connessioni filiformi delle cellule nervose che si radicano in tutto il corpo ed ha concluso che la trasmissione di Biofotoni tramite il Connettoma come guida d’onda reversibile e’ del tutto fattibile .

Ref:  arxiv.org/abs/1708.08887 : Esistono canali di comunicazione ottica nel cervello?

La quida d’onda Biofotonica si forma nel confinamento all’interno della densa guida delle stratificazione mielinica interrotta da intervalli  regolari dei Nodi di Ranvier ,  che rendono  possibile realizzare una sequenza di microtuboli entro i quali si effettua la il salto quantico della popolazione di biofotoni assumento una forma di comunicazione quantica che aumenta la velocita’ di trasmissione ottica , rispetto a quella della interazione elettronagnetica -neuronale la quale normalmente viaggia all’ interno dell’ assone .

Ref: https://app.dimensions.ai/…/publication/pub.1100176559  ;

Ref: https://biomedicalcue.it/cervello-fibre-ottiche-ricerca-italiana/10698/

https://biomedicalcue.it/wp-content/uploads/2018/02/Nervo-periferico_1.jpg


NB: Questi criteri innovativi sulla comunicazione Biofotonica del Connettoma Neuronale verranno approfonditi al corso di Formazione Egocreanet Ref: www.egocrea.net , che si terra a Firenze il 30/31 Ottobre 2020 , per partecipare al quale si richiede una preiscrizione inviando un Email a : egocreanet2016@gmail.com …

Con i fondi Ue 2.700 digital labs, tutor anti-dispersione e rilancio degli Its

da Il Sole 24 Ore

di Cl. T.

Lotta alla dispersione scolastica, con attività di tutoraggio soprattutto nelle classi più a rischio “abbandoni”. La creazione di 2.700 digital labs (uno per ogni scuola secondaria di secondo grado) disseminati sul territorio; il rafforzamento degli Its, e in generale della formazione legata al mondo del lavoro. Lucia Azzolina in audizione ieri in commissione Cultura della Camera ha illustrato le priorità di intervento in materia di Istruzione concernenti l’utilizzo delle risorse Ue del Recovery Fund.

Lotta alla dispersione scolastica
Al primo punto delle iniziative individuate da Azzolina il contrasto alla dispersione scolastica, in risalita specie in alcune aree del Paese (Sud in testa). Su questo aspetto, la ministra ha ipotizzato vere e proprie attività di tutoraggio, soprattutto nelle classi dove è più alto il tasso di dispersione. «Il tutoraggio avverrà anche attraverso il lavoro a scuola, di docenti dedicati che possano orientare alunne e alunni nelle situazioni più a rischio – ha detto Azzolina -. La scuola, guardando a questi ragazzi, deve ripensare la propria capacità di essere attrattiva, facendo sì che studentesse e studenti la vivano non solo come il luogo in cui si apprende e si riceve un giudizio sulle proprie competenze, ma anche come luogo dove sia possibile fare esperienze sociali, culturali, ricreative e aggregative».

Spinta forte sull’edilizia
Altra misura priorità, è il rilancio dell’edilizia scolastica. Con un programma di efficientamento energetico degli edifici scolastici che prevede, in particolare, la riqualificazione energetica delle strutture, la riduzione dei consumi energetici attraverso il miglioramento degli impianti, la riduzione dei costi di gestione. «Tutte misure – ha aggiunto Azzolina – che certamente avranno dei risvolti occupazionali sulle imprese di settore». Il programma di adeguamento strutturale degli edifici scolastici dovrà prevedere invece la messa in sicurezza di una parte dei medesimi, attraverso interventi mirati e la progettazione partecipata degli ambienti di apprendimento. Vi sarà, poi, un programma di realizzazione di nuovi edifici scolastici che prevede la sostituzione edilizia di una parte del patrimonio scolastico vetusto e poco innovativo. «Vi sono casi, infatti, in cui costruire ex novo è economicamente più vantaggioso che sistemare edifici esistenti».

Più digitale
Un altro obiettivo del Governo è la completa transizione al digitale della scuola italiana, che sarà centrata attraverso tre misure. La prima, la trasformazione delle aule in ambienti di apprendimento innovativi, con strumentazioni all’avanguardia. Seconda, la creazione di 2.700 Digital Labs (uno per ogni scuola secondaria di secondo grado) disseminati sul territorio. Laboratori di avanguardia dove formare il personale e organizzare attività didattiche innovative per gli studenti. Terza, la piena digitalizzazione dei sistemi informatici, delle banche dati e delle infrastrutture amministrative dell’istituzione scolastica.

Formazione del personale scolastico
Azzolina ha confermato anche la necessità di spingere sulla formazione del personale scolastico per garantire qualità ed innovazione al servizio formativo con conseguente continuo aggiornamento e calibratura dei percorsi di formazione permanente e obbligatoria, documentati attraverso un sistema digitale che costituisca un portfolio di professionalità. «Gli eventi degli ultimi mesi – ha spiegato Azzolina – hanno dimostrato come sia indispensabile investire sulla formazione di tutto il personale scolastico, senza eccezioni, per rispondere in maniera sempre più adeguata e coerente alle esigenze che tempi di innovazione digitale e di proficua rapida circolazione dei saperi impongono».

Rafforzare gli Its
A sorpresa, la ministra dell’Istruzione ha parlato poi anche di Its, evidenziando la necessità di rafforzalri per mirare allo sviluppo delle competenze tecnologiche abilitanti e fornire le professionalità nei settori in attuale sofferenza, soprattutto in ambito scientifico e tecnologico. Di particolare importanza, in questo caso, si rivela la partecipazione delle imprese ai processi di formazione-lavoro. Gli interventi progettuali sono volti ad estendere tale modello ad altri contesti formativi e a rafforzare il posizionamento degli Its nell’ambito delle Stem, al fine di migliorare il collegamento con le realtà imprenditoriali del Paese e colmare il gap formativo attualmente esistente.


Prima campanella (con l’incognita sciopero) per altri 2 milioni di studenti

da Il Sole 24 Ore

di Eu.B.

Prima campanella oggi per circa 2 milioni di studenti: sono quelli delle regioni Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania e Puglia, che hanno deciso di posticipare l’apertura prevista inizialmente per il 14 settembre in tutta Italia sia per difficoltà organizzative sia anche per evitare doppie sanificazioni nelle scuole sedi di seggi elettorali. Ma i problemi non mancano a cominciare dallo sciopero di oggi e domani proclamato dai Cobas (a cui seguirà sabato 26 la manifestazione nazionale dei sindacati confederali).

Le ordinanze di rinvio
C’è da dire subito che in alcune località il ritorno tra i banchi slitta a lunedì 28. La mancata nomina dei supplenti, il ritardo nell’arrivo dei banchi , le difficoltà nel reperire nuovi spazi o la volontà di eseguire test sierologici al personale, hanno indotto i sindaci a posticipare ancora l’inizio dell’anno scolastico. Ad esempio a Catanzaro, dove il sindaco Sergio Abramo ha deciso di posticipare al 28 settembre, con un’ordinanza, l’avvio delle attività didattiche. Stessa data a Reggio Calabria e Napoli per le scuole di ogni ordine e grado che sono state sede di seggi elettorali. Mentre a Olbia l’avvio delle attività scolastiche degli istituti scolastici è posticipato al 29 settembre per permettere il completamento dei test sierologici sul personale scolastico. Nei comuni di Andria, Trani, Adelfia e Bitonto, i sindaci hanno deciso di rinviare l’apertura dal 25 al 28 settembre; a Torre del Greco (Napoli) la riapertura è stata posticipata addirittura al 1° ottobre; il 28 si tornerà in classe invece a Torre Annunziata (Napoli).

Il primo sciopero dell’anno
Neanche il tempo di ripartire che sulla scuola incombe già l’ombra del primo sciopero: domani sciopereranno per l’intera giornata Usb P-I Scuola, Unicobas Scuola e Università, Cobas Scuola Sardegna e Cub scuola. Sabato dalle ore 15,30 a Piazza del Popolo a Roma, è prevista invece una manifestazione indetta dal Comitato Priorità alla scuola alla quale parteciperanno Cgil, Cisl, Uil, Snals e Gilda della scuola. Arrivano però anche le buone notizie: nelle scuole delle province lombarde, che hanno riaperto dopo l’emergenza Covid, «almeno l’80% dei lavori di edilizia leggera, che sono stati messi in cantiere nel mese di agosto, sono terminati».

Alle scuole italiane il primato per lo lockdown più lungo

da Il Sole 24 Ore

di Redazione Scuola

L’Italia è il Paese europeo che ha chiuso le scuole per più tempo durante la pandemia, insieme a Spagna e Portogallo, mentre dall’altro lato della classifica ci sono la Francia, che praticamente non ha mai chiuso completamente, Svezia e Islanda. La panoramica viene dai dati del Centro curopeo per il controllo delle malattie (Ecdc), e sono stati presentati durante una sessione della conferenza della Società Europea di Microbiologia clinica (Escmid) dedicata ai rischi dalle riaperture.

Il calendario delle chiusure
Secondo la presentazione di Jonathan Suk dell’Ecdc, le scuole italiane sono state le prime a chiudere, già agli inizi di marzo. Inoltre sono state chiuse per tutto il periodo fino alla metà di settembre, una data condivisa solo con Spagna, Portogallo e Bulgaria, che sono anche i tre paesi che hanno avuto il periodo di chiusura più lungo dopo il nostro. fra i paesi che invece hanno optato per provvedimenti molto più soft ci sono Svezia e Islanda, che non hanno proprio chiuso, la Francia, che ha attuato solo chiusure parziali, la Danimarca e la Svizzera, dove il blocco è durato rispettivamente uno e due mesi.

La stima
«Con molta probabilità le scuole, adottate le misure appropriate, non sono ambienti peggiori dal punto di vista del rischio rispetto ad altre situazioni lavorative o attività nel tempo libero con una densità simile di popolazione. Tuttavia l’infettività dei bambini asintomatici è sconosciuta. Anche se sono stati segnalati pochissimi focolai significativi nelle scuole, sono comunque avvenuti, e potrebbe essere difficile riconoscerli per la mancanza di sintomi nei bambini», queste le parole di Suk.

Alle scuole la scelta tra doppi turni e lunchbox in aula

da Il Sole 24 Ore

di Eugenio Bruno

La mascherina chiaramente no ma il metro di distanza vale anche a mensa. Per cui anche al momento del pranzo gli studenti italiani si trovano all’anno zero. Barriere divisorie, turni ed eventualmente lunchbox da consumare al banco sono alcune delle soluzioni che le scuole, nella loro autonomia, stanno adottando alla voce refezione scolastica in vista della riapertura. Trovandosi di fronte, anche qui, a una stratificazione di indicazioni provenienti dal ministero dell’Istruzione e dal Comitato tecnico scientifico (Cts) del ministero della Salute. Vediamo le principali.

Le indicazioni del Cts

Già nel documento di fine maggio il Cts ha insistito sull’importanza del ruolo sociale ed educativo rivestito dal consumo del pasto a scuola. Fornendo anche le prime istruzioni che il ministero dell’Istruzione ha interamente trasfuso nel suo Piano Scuola 2020/21 di fine giugno. Oltre alla necessaria e approfondita pulizia dei locali adibiti alla refezione i tecnici della Salute (e a loro volta i vertici di viale Trastevere) hanno suggerito alle istituzioni scolastiche («di concerto con l’ente locale e in modalità tali da garantire la qualità del servizio e che tengano conto anche della salvaguardia dei posti di lavoro», si legge nel Piano Scuola) di valutare se svolgerla in due o più turni, così da limitare l’affollamento dei locali.

Qualora questa via sia non percorribile o insufficiente a causa dei pochi spazi o dei troppi utenti gli enti locali potranno studiare con le ditte concessionarie del servizio l’erogazione del pasto attraverso lunchbox da consumare all’interno dell’aula didattica, opportunamente areata e igienizzata al termine della lezione e al termine del pasto stesso, fino a una semplificazione del menù, qualora gli approvvigionamenti delle materie prime dovessero risultare difficoltosi.

Il protocollo sicurezza

Qualche dettaglio in più lo ha fornito il protocollo d’intesa sulla riapertura in sicurezza firmato agli inizi di agosto dal ministero-sindacati. Nel ribadire che anche all’interno della mensa scolastica va mantenuto il metro di distanza tra le persone il documento suggerisce un’erogazione dei pasti per fasce orarie differenziate. Stabilendo che il cibo sia distribuito in mono-porzioni, in vaschette separate unitariamente a posate, bicchiere e tovagliolo monouso e possibilmente compostabile. Con l’occasione il documento ricorda ai dirigenti scolastici che il distanziamento andrà rispettato anche davanti ai distributori di snack e bevande e che sarà il regolamento d’istituto a dover disciplinare le modalità per il loro utilizzo per scongiurare il rischio di assembramenti.

La scuola dell’infanzia

Per i più piccoli il momento del pasto rappresenta un momento importante anche da un punto di vista educativo. Per loro poterlo consumare a scuola diventa dunque ancora più importante. Da qui l’indicazione a utilizzare in via prioritaria i locali adibiti a mensa, a meno che – si legge nel protocollo per la Scuola 0-6 siglato nelle settimane scorse – «le dimensioni dell’ambiente non consentano di mantenere i gruppi/sezioni opportunamente separati». Fermo restando che sarà possibile prevedere, ove necessario, anche l’erogazione dei pasti per fasce orarie differenziate, oppure, in via residuale, nelle aule o negli spazi utilizzati per le attività ordinarie, garantendo l’opportuna aerazione e sanificazione degli ambienti e degli arredi utilizzati prima e dopo il consumo del pasto. Senza alcun riferimento ai pasti in mono-porzioni con piatti e bicchieri monouso eventualmente anche compostabili previsto per i bambini più grandi. Non si sa se per semplice dimenticanza o per una correzione di rotta arrivata dopo le proteste delle imprese di refezione.

Coronavirus, Speranza alla Camera: «Presto tamponi rapidi anche nelle scuole»

da Corriere della sera

Valentina Santarpia

«Si va in questa direzione»: lo ha confermato il ministro della Salute Roberto Speranza al Question Time alla Camera, annunciando che dopo il successo dei test antigenici negli aeroporti- 100 mila al giorno-, si inizia a pensare di utilizzarli anche fuori, e precisamente «rispetto alla grande questione della riapertura delle scuole». «Tra i test più promettenti c’è quello salivare, meno invasivo e più indicato per essere usato nelle scuole», ha detto Speranza. «Il nostro auspicio – ha aggiunto – è che ciò possa avvenire in tempo breve, ma l’esigenza di correre per avere a disposizione questi strumenti va tenuta insieme all’esigenza che essi passino in maniera molto seria tutte le verifiche degli organismi competenti».

Le sperimentazioni nelle regioni

Lazio e Veneto hanno già deciso di usare i tamponi rapidi per lo screening nelle scuole. In particolare, la Asl Roma 4 ha comunicato che partiranno proprio domani, giovedì, i primi tamponi rapidi antigenici nelle scuole. Il primo intervento è stato programmato nel liceo scientifico Vian ad Anguillara. «È stata inviata dalla direzione dell’istituto una circolare ai genitori per raccogliere l’adesione volontaria al test che è stata molto buona – spiega l’Unità di Crisi -. Da domani mattina inizieranno le attività di testing che proseguiranno a rotazione con gli altri istituti del territorio». A differenza dei tamponi nasofaringei che rilevano l’Rna del virus e che necessitano di 24-48 ore per essere processati da un laboratorio, i tamponi rapidi danno risposta nel giro di mezz’ora, o anche meno. Sono definiti «antigenici» perché cercano le proteine del virus, cioè gli antigeni, sempre nelle secrezioni respiratorie. Questi test possono fornire una risposta qualitativa, cioè possono dire se gli antigeni virali sono in quantità sufficiente per essere rilevati. Non richiedono strumenti di laboratorio; il prelievo avviene con dei bastoncini infilati nelle narici e nella faringe (come nel caso di un tampone «classico») oppure può essere presa la saliva. Non sono considerati affidabili al 100%, ma sono utili per effettuare screening di massa veloci o comunque per individuare persone infette con alta carica virale. Proprio quello di cui avrebbero bisogno le scuole. L’attendibilità dei test rapidi è leggermente inferiore (85%), ma se il test rapido è positivo si farà il tampone tradizionale per avere la certezza del risultato.

Lo screening di docenti, presidi e collaboratori

Il Corriere aveva già anticipato l’idea del governo di sperimentare i test rapidi nelle scuole, ma ora sembra che il progetto si sia concretizzando. Lo screening di docenti, personale e studenti sarebbe molto più veloce e, in caso di un alunno o docente positivo, si eviterebbe di paralizzare un’intera classe e condizionare il lavoro di tanti genitori: il tampone tradizionale verrebbe fatto solo in caso di test rapido positivo. I dubbi finora sono sorti per l’attendibilità del test, che, secondo l’Istituto superiore di sanità, è in continua evoluzione.

Il dopo COVID un’occasione per rilanciare la scuola

da Corriere della sera

Mauro Magatti

Buona parte dell’estate è stata spesa a discutere della riapertura della scuola. E finalmente, dopo mesi di incertezze e discussioni, gli studenti sono tornati in classe. I problemi certo non sono finiti. Sarà una battaglia. Ma al di là di tutto, un obiettivo è già stato raggiunto: dopo anni di trascuratezza, il Covid ha riportato alla ribalta la scuola. Oggi c’è più consapevolezza che senza una buona offerta formativa non c’è futuro. Una nuova sensibilità filtrata fin dentro le linee guida approvate dal governo per il Recovery Plan, dove «istruzione e formazione» costituiscono una delle sei macro aree su cui si intendono spendere le risorse in arrivo dall’Europa (le altre sono: digitalizzazione e innovazione; transizione ecologica e rivoluzione verde; infrastrutture per la mobilità; equità, inclusione sociale e territoriale; salute).

Un ottimo proposito. Come un aereo, una società avanzata si regge solo su due ali: l’infrastruttura tecnica e la qualità delle sue persone. La realtà però è un’altra: in questo campo, infatti, abbiamo accumulato un grave ritardo. Nella fascia d’età 25-34 anni, il 44% ha una laurea, ma siamo comunque indietro: in Corea sono al 70% e in Canada e in Irlanda al 60%. Soprattutto siamo ancora lontani da un livello accettabile di efficacia del percorso scolastico: ancora oggi uno studente italiano su quattro non raggiunge il livello 2 di competenza in lettura, che significa riuscire a identificare l’idea principale in un testo, trovare informazioni basate su criteri espliciti, e riflettere sullo scopo e la forma del contenuto proposto (dati test Pisa).

Va male anche per le competenze digitali dove, nel 2018, l’Italia si piazza quart’ultima fra i Paesi dell’Unione Europea (seguita solo da Bulgaria, Grecia e Romania). Si stima che, ad oggi, il 40% dei lavoratori non è nelle condizioni utilizzare in modo efficiente gli strumenti digitali.

Passi indietro

Nell’ultimo decennio

la nostra spesa, dagli asili all’università, è diminuita sulla spesa pubblica e sul Pil

Nonostante questi dati, da anni stiamo disinvestendo: secondo Eurostat, nell’ultimo decennio la nostra spesa in istruzione (dalla scuola dell’infanzia all’università) è diminuita ponendoci all’ultimo posto in Europa rispetto alla spesa pubblica totale (circa l’8%, più o meno quanto spediamo per gli interessi sul debito) e al quintultimo posto rispetto al Pil (meno del 4%). Con il Nord — in primis la Lombardia — che ha dati peggiori del Sud.

Né le cose vanno meglio se guardiamo il mondo delle imprese, dove la voce formazione dei dipendenti rimane più bassa della media dei paesi Ocse. Senza dir nulla poi del nodo irrisolto della formazione professionale e della difficoltà nell’avvicinare il pensare con il fare.

Confronti sfavorevoli

Anche nelle imprese, la voce della formazione dei dipendenti rimane più bassa della media dei Paesi Ocse

Ci sfugge il rapido aumento della complessità che caratterizza la nostra vita sociale: l’elevato contenuto cognitivo dei mondi altamente tecnicizzati; la complessità culturale derivante dalla integrazione tra diverse aree del mondo; la difficoltà di riuscire a trattare l’enorme quantità di informazioni caotiche a cui siamo esposti. In questa situazione, mancare di una solida formazione di base e dei necessari percorsi di aggiornamento significa, come ha insegnato Bernard Stiegler, finire prigionieri delle nuove forme di proletarizzazione che producono la perdita di «saper fare», «saper vivere» e «saper pensare». In un mondo sempre più accelerato e tecnicizzato, la formazione delle persone è condizione per avere crescita economica, presupposto per rendere stabile la democrazia, antidoto per contenere l’odio e la violenza.

Se l’Italia oggi arranca è perché — dopo il grande salto compiuto con l’introduzione della scuola pubblica universale — sono ormai decenni che abbiamo smesso di investire nelle persone. Ora, la crisi del Covid ci porta a un bivio: o si sarà capaci di cambiare strutturalmente la rotta oppure il sistema scolastico (e non solo) collasserà. Il gran parlare, a volte un po’ surreale, di scuola non si esaurisca dunque col suono della prima campanella. Rispetto al tema formazione, dobbiamo recuperare una arretratezza più che decennale. Cominciando con tante realizzazioni concrete. Ma avendo anche il coraggio di osare pensare in grande. Come sono stati capaci di fare i nostri padri. Proviamo a pensarci: non erano forse degli autentici visionari coloro che hanno cominciato a immaginare la scuola obbligatoria per tutti quando solo pochi sapevano leggere e scrivere? In realtà, cio che serve è una nuova comprensione del significato della formazione in una società avanzata. Lo ha detto, a suo modo, il presidente Mattarella nel suo intervento per la giornata mondiale dell’alfabetizzazione. Termine bellissimo — fatto delle prima due lettere dell’alfabeto — che va interpretato nel suo senso più vero: che cosa serve per essere capaci di usare le tante lingue e i molteplici segni del nostro tempo e così diventare cittadini del mondo avanzato?

Non preoccupiamoci di avere subito tutte le risposte. Non rinunciamo, piuttosto, a porci domande ambiziose. Come vanno ripensate le scuole, soprattutto oggi dopo la pandemia, affinché riescano a diventare polmoni diffusi di conoscenza, luoghi di interazione col territorio, vettori di sperimentazione di un nuovo modello di sviluppo che sempre più è e sarà «on-life»? Come va riqualificato (e diversamente pagato) il ruolo docente affinché possa tornare a essere una figura di riferimento in grado di accompagnare le nuove generazioni a misurarsi con un mondo tanto complesso? Quali forme dovrà assumere un sistema organizzato e efficace di formazione continua, pilastro mancante nell’idea novecentesca di istruzione?

A scuola cattedre ancora vuote

da la Repubblica

Salvo Intravaia

Alunni in classe da quasi due settimane e migliaia di supplenti ancora in attesa della nomina. E’ questo il leitmotiv di questi primi giorni di scuola del dopo Covid. In moltissime classi, sparse per l’Italia, bambini e studenti non hanno ancora conosciuto tutti i loro insegnanti. Una storia che si ripete ormai da anni e che il governo Conte, attraverso la ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina, si era impegnata a non ripetere. Al punto, per le immissioni in ruolo, da lanciare la call veloce: un nuovo meccanismo che avrebbe dovuto consentire la copertura dei tantissimi posti rimasti liberi lo scorso anno per carenza di candidati. Ma l’esperimento è stato fallimentare. E i sindacati attaccano la Azzolina per non essere intervenuta tempestivamente.

Sulle supplenze che devono completare il puzzle degli organici della scuola, i numeri raccontano una realtà molto diversa da quella immaginata qualche mese fa. Scorrendo gli elenchi pubblicati nei siti degli uffici scolastici provinciali (gli ex provveditorati agli studi) si scopre che ancora tantissime cattedre attendono un docente. A Milano e provincia mancano quasi mille e 500 docenti solo alla secondaria di secondo grado: 93 di Scienze motorie, 89 di Scienze naturali e 83 di Scienze giuridiche e economiche, solo per fare qualche esempio. Mancano all’appello diversi docenti di Matematica, di Fisica e di Italiano.

Tra mascherine, banchi monoposto che arrivano a destinazione col contagocce e scuole in cerca di spazi per garantire il distanziamento fisico che scongiuri un nuovo lockdown, la situazione è già difficile. E se aggiungiamo il ritardo nella nomina dei supplenti la situazione si fa ingestibile per i dirigenti scolastici che non sanno più a quale santo rivolgersi. Nella Capitale e dintorni mancano ancora docenti di materie che le famiglie percepiscono come fondamentali: Italiano e Matematica. E alle medie si devono nominare ancora 457 docenti di Educazione artistica. Nel napoletano, dove le lezioni inizieranno domani, sono ancora vacanti 123 cattedre di scuola primaria. Calcolare quanti degli oltre 200mila supplenti di quest’anno attendono di firmare un contratto non è operazione semplice. Secondo i sindacati potremmo essere al di sotto del 50%.

Secondo Pino Turi, a capo della Uil scuola, “il 30/40% dei supplenti è ancora da nominare”. Il motivo? “I tantissimi errori contenuti nelle nuove Graduatorie provinciali dei supplenti che gli uffici cercano di correggere in corsa”. Meno ottimista Rino Di Meglio, della Gilda degli insegnanti. “La situazione è a macchia di leopardo – spiega – ma solo qualche provincia piccola ha concluso le nomine. Credo che solo il 30/35% dei posti siano stati assegnati”. Un primo bilancio, quello sulle immissioni in ruolo, è già possibile. A fornire i dati lo stesso ministero dell’Istruzione: su 84.808 posti disponibili sono stati nominati appena 19.294 nuovi insegnanti, meno del 23%. E il fenomeno è presente anche al Sud, da sempre serbatoio di precari per la scuola italiana.

Perché nelle liste ufficiali dalle quali si può attingere per le immissioni in ruolo (Graduatorie provinciali ad esaurimento, Graduatorie dei concorsi e call veloce) sono presenti sempre meno candidati. Per riempire i vuoti in organico delle 65mila cattedre rimaste libere dopo le immissioni in ruolo e di quelle libere per un solo anno, che i sindacati stimano in oltre 200mila, occorre attingere dalle nuove graduatorie provinciali dei supplenti (Gps). Ma anche in questo caso la situazione si presenta difficile perché le operazioni fatte in tutta fretta hanno prodotto una quantità considerevole di errori e un contenzioso all’orizzonte non indifferente. A spiegare i motivi di questo avvio d’anno così in salita è Manuele Pascarella, della Flc Cgil nazionale.

“Tutto – spiega la sindacalista – è dovuto ai ritardi con cui il ministero ha avviato l’aggiornamento delle Gps e la loro conversione in digitale. A marzo – racconta – la ministra Azzolina annuncia che l’aggiornamento delle graduatorie sarebbe slittato di un anno e si scatena la protesta di coloro, perlopiù laureati, che attendevano di inserirsi in lista. Da questa protesta – continua – arriva la marcia indietro: agli inizi di giugno, nel decreto scuola viene inserito in corsa l’aggiornamento telematico delle graduatorie e dopo un mese, il 10 luglio, arriva l’ordinanza ministeriale che lancia la procedura informatizzata. Troppo tardi. In soli 15 giorni a disposizione i precari inviano 700mila domande. E i ritardi di oggi – conclude – sono figli di quelle lungaggini”.

“Anno sabbatico” per docenti e Dirigenti, cos’è e come funziona. La guida

da OrizzonteScuola

Di Paolo Pizzo

Viste le numerose richieste di chiarimenti di diversi docenti e dirigenti scolastici proponiamo una guida esaustiva sull’aspettativa per anno sabbatico. Quali riferimenti di legge e normativi, chi può chiederlo, cosa deve fare il dipendente, cosa il dirigente, effetti giuridici e molto altro.

RIFERIMENTI DI LEGGE E NORMATIVI

Ai sensi dell’art. 15/7 del CCNL del Comparto Scuola Il dipendente ha diritto, inoltre, ove ne ricorrano le condizioni, ad altri permessi retribuiti previsti da specifiche disposizioni di legge”.

È il caso dell’aspettativa non retribuita per “anno sabbatico”.

Tale aspettativa definita anche “Anno di riflessione importante per la formazione” è disciplinata dall’art. 26 comma 14 della legge 448/1998 (finanziaria ‘99) che recita:

I docenti e i dirigenti scolastici che hanno superato il periodo di prova possono usufruire di un periodo di aspettativa non retribuita della durata massima di un anno scolastico ogni dieci anni. Per i detti periodi i docenti e i dirigenti possono provvedere a loro spese alla copertura degli oneri previdenziali”.

DESTINATARI

L’aspettativa non retribuita per “anno sabbatico” può essere fruita solo dai Dirigenti e dai docenti di ruolo che hanno già superato il periodo di prova.

È quindi escluso il personale docente che non abbia ancora superato il periodo di prova e tutto il personale docente assunto a tempo determinato.

COSA DEVE FARE IL DIPENDENTE

Il docente presenterà l’istanza al proprio dirigente scolastico; il dirigente scolastico la presenterà al dirigente dell’Ufficio Scolastico Territoriale.

La richiesta, prodotta in carta semplice, non ha bisogno di alcuna motivazione, certificazione o autocertificazione, ma dovrà riportare solo il riferimento di legge che permette al dipendente, avendone i requisiti, di fruire dell’aspettativa richiesta.

COSA DEVE FARE IL DIRIGENTE: ATTRIBUIRE O CONCEDERE L’ASPETTATIVA?

La Nota del Ministero del Tesoro del 26 aprile 2000 afferma che:

I periodi di aspettativa spettino di diritto ai docenti e dirigenti scolastici, senza pertanto la richiesta di specifiche motivazioni per la loro fruizione, compatibilmente, però, con le esigenze di servizio valutate dal capo d’istituto per i docenti o dal Provveditore agli Studi per i dirigenti.

Sarebbe opportuno, infine, che l’aspettativa di cui sopra venisse fruita in un’unica soluzione – nel limite massimo di un anno scolastico ogni dieci anni – al fine di garantire la continuità didattica, prevedendo, altresì, la possibilità di cumulo con le altre fattispecie di aspettativa già previste dalla normativa contrattuale.”

Stando quindi a ciò che prescrive la nota:

  • L’aspettativa è sì un diritto e non ha bisogno di alcuna motivazione (come invece avviene per quella per motivi di famiglia, personali e di studio), ma comunque non è totalmente sottratta alla valutazione del dirigente scolastico (se ad usufruirne è il docente) e dal dirigente dell’Ufficio Scolastico (se a fruirne è il dirigente scolastico), che devono verificare la compatibilità della richiesta con le “esigenze di servizio”;
  • L’aspettativa non può essere oggetto di frazionamento;
  • L’aspettativa può essere cumulata con altre tipologie di aspettative (motivi di famiglia, personali o di studio, per altra esperienza lavorativa ecc.).

C’è però da notare che la Circolare Ministeriale n. 96 del 28 marzo 2000 (che precede di appena un mese quella del Tesoro), avendo per oggetto l’art. 26 – comma 14 – legge 23 dicembre 1998, n. 448. (Aspettativa non retribuita docenti e dirigenti scolastici) afferma:

Si trasmette per opportuna conoscenza copia dell’allegata nota n. 7574 del 6 marzo 2000 con la quale l’Ufficio legislativo di questo Ministero, a seguito di un quesito formulato dallo scrivente Gabinetto, ha espresso il proprio parere in merito ad alcuni punti – sui quali erano sorti dubbi interpretativi – dell’art. 26 – comma 14 – della legge 23 dicembre 1998, n. 448 che ha previsto per i docenti e dirigenti scolastici che abbiano superato il periodo di prova, la possibilità di usufruire di un periodo di aspettativa non retribuita della durata massima di un anno ogni dieci anni.
In particolare l’Ufficio legislativo ha chiarito:

che la richiesta di fruizione del periodo di assenza in parola, avanzata dall’interessato, è sottratta all’apprezzamento discrezionale dell’Amministrazione;

che tale aspettativa non può essere oggetto di frazionamento, così che l’avvenuta fruizione di un periodo di durata inferiore a dodici mesi, a norma del richiamato art. 26, esaurisce il diritto dell’interessato a chiedere ulteriori periodi di aspettativa nell’arco del decennio in considerazione.”

La circolare ministeriale e la nota del Tesoro sembrano d’accordo sul secondo punto (l’aspettativa non può essere oggetto di frazionamento, sicché la fruizione di un periodo inferiore ad un anno esaurisce il diritto), meno però sulla questione concessione/attribuzione del periodo richiesto.

Infatti, mentre la circolare ministeriale non lascia spazio alla discrezionalità del dirigente scolastico o del dirigente dell’Ufficio Scolastico (“la richiesta di fruizione del periodo di assenza in parola, avanzata dall’interessato, è sottratta all’apprezzamento discrezionale dell’Amministrazione”), la nota del Tesoro richiama quelle “esigenze di servizio” che devono essere prese in considerazione da chi valuta la richiesta (dirigente scolastico o dirigente dell’Ufficio scolastico).

Sulla materia non si ravvisano ulteriori interventi del MIUR, pertanto per ciò che riguarda la concessione/attribuzione dell’aspettativa deve a nostro parere prevalere la circolare ministeriale dal momento che quella del Tesoro, che non ha un potere vincolante per l’Amministrazione, non sembra essere stata recepita dal Ministero.

Pertanto, la richiesta di fruizione del periodo di aspettativa è sottratta all’apprezzamento discrezionale dell’Amministrazione.

MODALITÀ E CRITERI DI FRUIZIONE

L’aspettativa non retribuita spetta fino a un massimo di 1 anno ogni 10 (compreso il primo decennio). Non può essere oggetto di frazionamento, sicché la fruizione di un periodo inferiore ad un anno esaurisce il diritto dell’interessato a chiedere ulteriori periodi di aspettativa nell’arco del decennio in considerazione.

EFFETTI GIURIDICI ED ECONOMICI

Durante l’aspettativa il dipendente non ha diritto alla retribuzione.

La Nota del Ministero del Tesoro del 26 aprile 2000 afferma che l’aspettativa per “anno sabbatico” è: “una tipologia aggiuntiva di quella per motivi di famiglia e di studio già prevista dall’ art. 24 del C.C.N.L. 4/8/1995 (ora art. 18) e pertanto vada anch’essa ricondotta, come quest’ultima, nell’ambito della disciplina di carattere generale stabilita dagli artt. 69 e 70 del D.P.R. 10/1/1957, n. 3, per l’aspettativa per motivi di famiglia, salvo le innovazioni introdotte dal legislatore.

Ciò posto, esprime l’avviso che il periodo di aspettativa in oggetto, come disposto dal citato art. 69, non va computato ai fini di carriera né del trattamento di quiescenza e previdenza, salvo che a tali ultimi fini il personale interessato non provveda, come consentito dal secondo periodo della norma in oggetto, al pagamento dei relativi oneri previdenziali, con le modalità stabilite dall’ art. 5 del D.L.vo 16/9/1996, n. 564”.

Pertanto, il periodo non retribuito trascorso in aspettativa non è utile ai fini dell’anzianità di servizio e della progressione di carriera nonché ai fini della continuità del servizio valutabile con punteggio specifico nelle procedure di mobilità e nella graduatoria interna per l’individuazione del personale soprannumerario docente.

A tal proposito si ricorda che ai fini della domanda di mobilità e della formulazione della graduatoria interna di istituto, il punteggio per la continuità del servizio deve essere attribuito nel caso di assenza per motivi di salute, per gravidanza e puerperio, per servizio militare, esoneri sindacali, incarico di presidenza, collocamenti fuori ruolo ai sensi della legge 448/98 art. 26 comma 8 ed altre fattispecie.

Non sono però compresi nelle fattispecie di cui sopra i docenti destinatari di aspettativa per anno sabbatico ai sensi dell’art. 26 comma 14 della stessa legge 448/98.

Il dipendente che fruisce dell’aspettativa può però provvedere a proprie spese alla copertura degli oneri previdenziali.

CUMULABILITÀ CON ALTRI PERMESSI E/O ASPETTATIVE

Nessuna normativa prevede che il dipendente già collocato in altra aspettativa (motivi di famiglia, personali o di studio; per altra esperienza lavorativa ecc) debba necessariamente rientrare in servizio per poter poi usufruire dell’aspettativa per anno sabbatico.

Pertanto, il dipendente già collocato in congedo per altra aspettativa (motivi di famiglia, personali o di studio; per altra esperienza lavorativa, dottorato di ricerca ecc), può richiedere l’aspettativa per anno sabbatico secondo le modalità e per la durata finora descritte senza obbligo di rientrare in servizio. Lo stesso discorso vale per il dipendente già collocato in aspettativa per anno sabbatico che vuole chiedere altra tipologia di aspettativa.

Inoltre l’aspettativa per anno sabbatico non si conteggia nei “due anni e mezzo in un quinquennio” dell’”aspettativa per motivi di famiglia, personali e di studio” e quindi, anche una volta terminato il periodo dell’aspettativa per motivi di famiglia, il dipendente può fruire dell’aspettativa per “anno sabbatico” (e viceversa).

ASPETTATIVA E ALTRO LAVORO

L’ARAN ad un quesito per il Comparto Enti Locali inerente la possibilità del dipendente di poter svolgere attività lavorativa di natura occasionale durante un periodo di aspettativa risponde:

Nessuna norma contrattuale consente, (o potrebbe consentire) al dipendente di poter instaurare un secondo rapporto di lavoro o lo svolgimento comunque, di altra attività di lavoro autonomo, anche di natura libero professionale, durante la fruizione di periodi di aspettativa senza diritto alla retribuzione previsti dall’art. 11 del CCNL del 14.9.2000.

Il primo rapporto, infatti, con tutte le situazioni soggettive che vi sono connesse (ivi comprese le incompatibilità) sussiste ancora anche se in una fase di sospensione delle reciproche obbligazioni.

Per quanto attiene alla possibilità ed alla legittimità dello svolgimento da parte del dipendente in aspettativa per motivi personali di attività lavorativa di natura occasionale (per la quale si ritiene sia comunque necessaria l’autorizzazione preventiva dell’ente datore di lavoro, secondo la vigente normativa), trattandosi di una problematica attinente in via prioritaria la definizione della esatta portata applicativa delle vigenti disposizioni in materia di incompatibilità dei pubblici dipendenti, contenute nell’art. 53 del D.Lgs.n.165/2001, indicazioni potranno essere fornite solo dal Dipartimento della Funzione Pubblica, istituzionalmente competente in materia di interpretazione delle disposizioni di legge concernenti il rapporto di lavoro pubblico.”

In poche parole sei soggetta al regime delle incompatibilità che vincolano tutti i pubblici dipendenti stabilite dall’art. 60 del T.U. N.3/1957, dall’art. 53 del D.Lgs. n.165/2001 e, per tutti i docenti,  dall’art. 508 del D.Lgs. 297/1994.

Per esempio, l’art. 508 citato prevede che il docente non può esercitare attività commerciale, industriale e professionale, né può assumere o mantenere impieghi alle dipendenze di privati o accettare cariche in società costituite a fine di lucro, tranne che si tratti di cariche in società od enti per i quali la nomina è riservata allo Stato e sia intervenuta l’autorizzazione del Ministero della pubblica istruzione. Oppure può essere autorizzato all’esercizio di libere professioni che non siano di pregiudizio all’assolvimento di tutte le attività inerenti alla funzione docente e siano compatibili con l’orario di insegnamento e di servizio.

Più in generale la norma prevede che possono essere autorizzati altri incarichi di lavoro che rispondano a tali condizioni:

  • la temporaneità e l’occasionalità dell’incarico. Sono, quindi, autorizzabili le attività non di lavoro subordinato esercitate sporadicamente ed occasionalmente, anche se eseguite periodicamente e retribuite, qualora per l’aspetto quantitativo e per la mancanza di abitualità, non diano luogo ad interferenze con l’impiego;
  • il non conflitto con gli interessi dell’amministrazione e con il principio del buon andamento della pubblica amministrazione;
  • la compatibilità dell’impegno lavorativo derivante dall’incarico con l’attività lavorativa di servizio cui il dipendente è addetto tale da non pregiudicarne il regolare svolgimento.

In conclusione, sia il docente richiedente l’autorizzazione all’eventuale attività lavorativa da svolgere durante il periodo di aspettativa, sia il dirigente che dovrà accordare tale richiesta dovranno muoversi nel quadro normativo sopra riportato.

Una volta richiesta l’autorizzazione al dirigente e stabilito che non esiste regime di incompatibilità il dipendente potrà svolgere un “altro lavoro” durante il periodo di aspettativa non retribuita.

Formazione di docenti, ATA e Dirigenti sulle competenze digitali e una piattaforma di supporto

da OrizzonteScuola

Di redazione

La formazione al centro del progetto di digitalizzazione della scuola Italiana che ieri è stato anticipato dal Ministro durante il suo intervento in Parlamento. Obiettivo, la piena digitalizzazione che riguarderà sia il lavoro dei docenti, che quello del personale ATA e dei Dirigenti.

Dalle aule, che saranno trasformate in ambienti di apprendimento digitale e innovativo dotate di strumenti adatti, laboratori all’avanguardia “disseminati su tutto il territorio nazionale” che serviranno per formare il personale, ma anche per organizzare le attività didattiche innovative per gli studenti.

La digitalizzazione riguarderà anche i sistemi informatici, le banche dati e le infrastrutture amministrative dell’istruzione scolastica, tra i piani annunciati ieri dal Ministro durante il question time alla Camera.

Al centro, il potenziamento delle competenze digitali del personale scolastiche avverrà attraverso:

  • L’implementazione di curricoli per le competenze digitali in grado di istruzione;
  • La realizzazione di uno specifico piano di formazione mirato al miglioramento delle competenze digitali dei docenti, dei dirigenti, del personale ATA;
  • L’attivazione di una piattaforma nazionale di supporto e accompagnamento per lo sviluppo di competenze digitali della scuola italiana e di percorsi accessibili e certificabili;
  • Iniziative progettuali mirate, per uno sviluppo a sistema e la massima diffusione di metodologie didattiche innovative.

Speranza: “Priorità è la scuola, non gli stadi”

da La Tecnica della Scuola

Il ministro della Salute Roberto Speranza, a Bari, a margine del convegno organizzato dalla Federazione dell’Ordine dei medici, ha detto: “La priorità è la scuola, non sono gli stadi. Oggi siamo alla vigilia di un giorno importante per la Puglia e io penso che dobbiamo mettere tutte le energie che abbiamo sulle cose fondamentali. La scuola lo è sicuramente”.

La precisazione arriva dopo qualche ora dalle dichiarazioni del viceministro alla Salute Pierpaolo Sileri che ai microfoni di “Un giorno da pecora” di Radio1 aveva detto: “Gli stadi si possono portare a un terzo della capienza. Nel momento in cui si mantengono due metri di sicurezza, con delle regole precise, si vietano gli abbracci, con l’utilizzo della mascherina e degli igienizzanti, io penso che l’ingresso ai tifosi si può portare ad un terzo della capienza dello stadio. Nel caso dell’Olimpico, ad esempio, che può contenere circa 80 mila persone”.

A questo proposito, è bene ricordare che l’Italia è il Paese europeo che ha chiuso le scuole per più tempo durante la pandemia, mentre la Francia con Svezia e Islanda praticamente non hanno mai chiuso completamente. In Danimarca e Svizzera il blocco è durato rispettivamente uno e due mesi.

“Con molta probabilità -sottolineano gli esperti- le scuole, adottate le misure appropriate, non sono ambienti peggiori dal punto di vista del rischio rispetto ad altre situazioni lavorative o attività nel tempo libero con una densità simile di popolazione. Tuttavia l’infettività dei bambini asintomatici è sconosciuta. Anche se sono stati segnalati pochissimi focolai significativi nelle scuole, sono comunque avvenuti, e potrebbe essere difficile riconoscerli per la mancanza di sintomi nei bambini”.

Azzolina: il Governo non può deludere docenti, studenti e famiglie

da La Tecnica della Scuola

“Le studentesse e gli studenti, i docenti, gli educatori, il personale scolastico e le famiglie ci guardano con interesse ma anche con grandi speranze ed aspettative. Non possiamo deluderli”: è terminato così il question time della ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina in Commissione Istruzione alla Camera. Parlando dei fondi Ue in arrivo, comunque non prima di 7-8 mesi, la responsabile del M.I. ha tenuto a dire che per il rilancio del comparto scolastico “è necessario che una parte consistente delle risorse a disposizione nell’ambito del Recovery Fund sia destinata al capitolo Istruzione. Si tratta di un impegno che Governo e Parlamento non possono non condividere perché proprio dalla scuola passa il futuro del Paese”.

A proposito del progetto, che a breve sarà al vaglio delle commissioni parlamentari per poi essere consegnato alla Commissione europea nei primi giorni del 2021, la ministra ha detto che “le nostre idee e i nostri progetti saranno attentamente vagliati ma possiamo dire che il Governo ha già posto su di essi grande attenzione”.

Suggerimenti da cogliere

Certamente, ha continuato Azzolina, “ascolteremo con profondo spirito di collaborazione e condivisione tutti i suggerimenti che giungeranno dal Parlamento”.

Perché “se utilizziamo bene le risorse che perverranno dall’Europa potremo insieme intervenire su alcuni dei mali storici della nostra scuola: potremo lasciarci alle spalle le stagioni peggiori che l’hanno ferita più volte e l’hanno mortificata togliendole risorse e speranze. Dobbiamo guardare ad un futuro immediato in cui la Scuola possa riprendersi il proprio spazio perché è dovere di tutti far tornare la scuola al centro delle strategie, delle cure e dell’interesse del nostro Paese”.

Gli interventi da attuare

Ma quali saranno gli interventi da attuare con i soldi del Recovery Fund? Certamente, il primo ambito su cui operare sarà quello della sicurezza e quindi dell’edilizia scolastica.

“La scuola deve essere prima di tutto sicura. Non posso nascondere – ha detto la ministra – che con non poche difficoltà, negli ultimi mesi, sono stati riavviati importanti stanziamenti che ora vanno sicuramente potenziati e fatti confluire in un Piano pluriennale complessivo di efficientamento e ammodernamento degli edifici scolastici. Questo piano deve contemplare anche nuove costruzioni, realizzate secondo principi di innovazione didattica, oltre che di sostenibilità energetica e ambientale”.

Gli interventi di potenziamento – sempre con i fondi del Recovery Fund – riguarderanno anche la digitalizzazione degli istituti e la formazione del personale, la lotta agli abbandoni dei banchi, l’inclusività, la riduzione del numero di alunni per classe.

Nessun riferimento è stato fatto dalla ministri agli incrementi di organici e al rinnovo contrattuale: i finanziamenti europei del Recovery Fund non possono infatti essere utilizzati per interventi di carattere permanente che graverebbero, per il futuro, sulle casse pubbliche italiane.

Classi pollaio, per eliminarle Azzolina punta sul Recovery Fund

da La Tecnica della Scuola

Il piano Azzolina per sfruttare i fondi del Recovery Fund mette al centro anche le classi pollaio, vecchio pallino della Ministra negli anni scorsi.

Una bella fetta del Recovery Fund per l’istruzione

Nel corso del suo intervento sul Recovery Fund in commissione Istruzione e Cultura alla Camera, Azzolina ha premesso prima di tutto quanto sia “necessario che una parte consistente delle risorse a disposizione nell’ambito del Recovery Fund sia destinata al capitolo Istruzione. Si tratta di un impegno che Governo e Parlamento non possono non condividere perché proprio dalla scuola passa il futuro del Paese“.

Eliminiamo le classi pollaio

Abbiamo un’occasione di grande rilievo che non possiamo sprecare e una chiamata ad una grande responsabilità a cui non possiamo non rispondere. Se utilizziamo bene le risorse che perverranno dall’Europa potremo insieme intervenire su alcuni dei mali storici della nostra scuola, potremo lasciarci alle spalle le stagioni peggiori che l’hanno ferita più volte e l’hanno mortificata togliendole risorse e speranze“, ha proseguito la Ministra, accennando poi proprio al tema delle classi pollaio: per Azzolina servono interventi per migliorare il rapporto numerico docenti/studenti per classe, diminuendo il sovraffollamento.

Per la scuola, il Recovery Fund dovrebbe prevedere oltre 200 miliardi, che secondo la Ministra, quindi, dovrebbero servire per eliminare le classi pollaio, ovvero quelle classi numerose sovraffollate in cui sono presenti anche più di 30 alunni per classe, ad esempio.

Faq supplenze, GPS e MAD

da La Tecnica della Scuola

La diretta Live di Tecnica della scuola del 23 settembre è stata ricca di domande da parte degli utenti. Ve ne proponiamo qualcuna.

Supplenze temporanee, per la classe A022 hanno utilizzato tutte le GPS, come fanno già da adesso per le supplenze temporanee?

La risposta di Lucio Ficara, esperto di normativa scolastica

Se c’è l’esaurimento delle gps – si intende sia di prima fascia che di seconda fascia – e rimangono posti residui al 30 giugno o al 31 agosto, l’ATP autorizza il Dirigente Scolastico che ha questi posti disponibili nel proprio istituto a utilizzare per questi posti le graduatorie di istituto, perché potrebbe essere che le graduatorie di istituto sono attive e c’è chi andrà a prendere la supplenza; in presenza di un esaurimento su tutto il territorio anche nelle graduatorie di istituto, allora si pesca dalle MAD, docenti che stanno fuori dalle graduatorie gps, docenti neofiti, nuovi.

Ricordiamo che nelle MAD si consiglia di presentare i 24 CFU (se si hanno), perché una MAD con titolo valido più 24CFU precede una MAD con titolo valido ma senza CFU, perché il binomio titolo più CFU consente normativamente la regolarità della presa di servizio.

Per approfondire rivedi la diretta.

Se si è segnati nelle graduatorie per posto comune, si può essere convocati per il posto di sostegno?

La risposta di Dino Caudullo, avvocato specializzato in diritto scolastico

Se si è inseriti esclusivamente nelle graduatorie di posto comune, sì, perché abbiamo detto della cronica necessità di insegnanti di sostegno, già in molte province sono state esaurite tutte le disponibilità di docenti specilizzati, quindi per forza di cose si dovrà attingere alle graduatorie provinciali di posto comune anche per il conferimento di posti di sostegno a docenti senza titolo.

Ogni anno si ripete sempre questo problema con l’utilizzo di docenti non specialisti per la copertura di posti di sostegno.

Quindi sì, è prevista questa possibilità: in base alla necessità di posti di sostegno, l’amministrazione potrà procedere ad assegnarli anche a chi è inserito nella sola GPS di posto comune.